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Posts Tagged ‘Sergio Endrigo’

pittura con tecnica mista su cartone telatoE cerco me
in tante vite vissute
e cerco me
in tante vite perdute
frammenti sono
che la memoria tradisce
quando si avvina il tempo
per dar spazio alle memoria
e lacrime pensanti appaiono
in questa ricerca vana
per le persone vive
che son rimaste foto
e per le immagini che non sono
e non saranno più.
E’ quel più a far paura
sul fare della sera
quando certi silenzi narrano
e certe narrazioni si tacciono
per cercare me, anche loro
e frugare in cassetti nascosti
per non fare attenzione,
il rubinetto gocciola
echi ossessivi
che non puoi cancellare
che gridano note dissonanti,
e allora…
cerco me per non trovarmi
in questo gioco che consuma vita:
cerco me tra le tue braccia
dove nascondo la smorfia di quelle immagini
dove il viaggio si fa veleno
mentre la vita si inventa da sé
apre la porta e fugge
cerco me dove non sarò mai

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tazzina di caffèPer via dei Pioli, puntuale come ogni mattina, passa Artemio e non si ferma nemmeno per un caffè. Veloce come al solito perché come al solito qualcosa lo aspetta. Il lavoro, una scappata alla sala giochi, un incontro, il tempo inesorabile, una fretta innata? non è dato sapere. Gli si è slacciata una scarpa, ma lui non se n’è ancora accorto. Rischia di inciampare. Una mano in tasca e una che dondola con decisione, è già lontano prima che qualcuno, se c’è, possa avvertirlo. Solitamente quando gira l’angolo la sua uscita di scena è accompagnata da una quasi soffocata risata. Ha sempre l’aria di chi non si vuole sporcare di mondo. Del legaiolo fanatico che non vuole vedere che c’è altro oltre il suo naso.
Esquino ci passa dopo essersi fermato a prendere i giornali. Finalmente si svela il segreto: legge tutti i giornali sportivi. Per la prima volta ne sbandiera uno davanti al proprio naso poiché la sera prima c’è stato il derby. Dall’espressione non si sa se sia soddisfatto o deluso, ma finalmente si sa di che notizie riempie la sua mattina. Peccato, sembrava un grande intellettuale. Uno che non vuole lascarsi scappare nulla. Essere informato. Poter dire la sua. E ce l’ha scritto nello sua espressione sempre assorta. Tornerà certo a farla ma per i presenti non c’è più quel mistero. S’è tradito. Resta la domanda: Ha vinto o perso? Magari è stato solo un pareggio.
Il vecchio Ercole non passa semplicemente, si trascina. C’è chi dice sia stato un partigiano. Chi solo un povero vecchio. Chi che ha dietro solamente troppi anni un po’ troppo pesanti. A volte deve appoggiarsi al muro e ritrovare il respiro. Nessuno ha mai accompagnato la sua camminata. S’è saputo che si ferma in chiesa. Forse a ricordare qualcuno. Forse a chiedere perdono. E’ che le sue dita sono sempre congiunte, anche prima e dopo essere entrato nel sacro luogo. Pare, ma anche questo è chiacchiericcio, conosca perfettamente tutte le sacre scritture a memoria. Ma anche che si districhi altrettanto bene con le bestemmie. Di questo tutti ne sono certi. Biagio invece s’è sentito gridare da dentro casa. Persino d’inverno con le finestre chiuse. Eppure quando esce a braccetto della moglie sembrano ancora due fidanzatini. Avanti con gli anni ma di amore non ancora impigrito. E parlano sottovoce; sussurrano. Attenti a dove mettono i piedi e distratti su tutto quello che sta loro intorno.
Poi c’è l’Elvira. Mani tozze. Spalle larghe. Altrettanto i fianchi. Capelli unti. Spettinati. Nulla di femminile. Sempre con grandi borse misteriose e la sua borsetta che sembra avere la sua stessa età. Fa la serva da sempre a casa di Achille, anzi del signor Achille. Per qualcuno persino dottore. Questo Achille è un ometto. Con una sposa più alta di una spanna: Margherita. Le voci dei vicini sono sempre impietose. Mormorano. Si dice che l’Elvira sia la serva in tutto e per tutto. Anche se torna dalla figlia la sera si chiacchiera che serva il padrone di giorno e di notte, per ogni bisogna. Non so se il lettore può capire senza altre spiegazioni. Che poi la vita non è che lasci troppo spazio alle sorprese. Al mondo si respira e si ama. Ma probabilmente anche questa fa parte delle piccole leggende metropolitane. Di un modo per far trascorrere qualche ora. Forse non il modo più rispettoso, ma certo un modo funzionale. E poi in qualche modo si deve far passare, questo tempo. Anche se la donna pare non curarsi troppo di loro e poco adatta a stimolare qualsiasi tipo di fantasia.
E poi tante cose si leggono anche guardando semplicemente i panni appesi. Loro difficilmente riescono a mentire. Col naso all’insù si capisce che non è tutto oro ciò che luccica. Che in verità, nonostante la macchina quasi nuova, il Biagio e consorte non se la passano troppo bene. Non ci si ricorda una sera che siano usciti per una cena, per un cinema, anche solo per due passi. E non ricevono mai nessuno. Fanno tenerezza e rabbia e simpatia. Ma in ultima analisi nessuno si illude che quella che racconta la strada sia una verità vera; unica. Ogni abitante fa fare agli altri quello che gli chiede la sua fantasia, quello che provano a leggere i suoi occhi. Cioè tutto è vero dove tutto e impressione, immaginazione, istinti del momento. E anche qualche vecchio dissapore. Piccole invidie. Più di qualcuno sogna di trovare il pretesto per sentir parlare la signorina Altea. Magari anche solo nell’augurale il buongiorno.
Ci sono dei buchi anche nelle lenzuola della famiglia Giacomazzi. E proprio in quel mentre passa proprio lei, la signorina Altea, di fretta come sempre. Ritta sui tacchi. La fronte alta e il naso aristocratico; che guarda all’insù. Stranamente e per la prima volta è leggermente in disordine. Una ciocca di capelli non è al suo posto. La gonna è leggermente stropicciata. E soprattutto viene dalla parte opposta. E nei suoi occhi c’è un che di disagio. Sono anche più sfuggenti. Come se avesse qualcosa da nascondere. Una storia da non raccontare, che eppure vorrebbe dire. Come un bisogno. Un groppo in gola. Un senso di oppressione. Un che di imbarazzo. Forse sì, forse no. Certo che le facce dicono anche cose che non dovrebbero, che non vorrebbero, forse che nemmeno sono. Ma in lei parla tutto. Tranne gli occhi che non ti guardano.
Ma per la prima volta Giuseppe si volge ad osservarla. Il suo sguardo pare molto interessato, anzi compiaciuto. Non fosse lui si direbbe che gli occhi brillino in uno sguardo cupido. E anche si può ardire dirlo; lui o non lui. Strano per la sua proverbiale distanza e negligenza per tutto e tutti. Per quella sua svagataggine. Invece stavolta segue con attenzione quel suo dondolare sui tacchi e gli scappa persino un fischio di apprezzamento. Appena un sibilo. Cosa ancora più insolita per lui. E altrettanto insolito è il commento che rivolge a voce abbastanza alta a Mircea: “Oggi è proprio… proprio un bel bocconcino. Chi non peccherebbe”? Lei nel dubbio tentenna, ma poi si volta e si lascia scappare un sorriso. Poi prosegue nella sua direzione cercando un’espressione sdegnata. Ma dietro il sussiego gli si legge rallegramento.
Naturalmente Mircea è come sempre lì. Ma lui ci passa la giornata. Lui lì ci sta perché ci vive: chiede su quei gradini compassione. E naturalmente qualche spicciolo. Lui conosce tutta quella piccola fetta di umanità. Ha un sorriso e una parola per tutti. Anche per chi non lo ha mai degnato di uno sguardo. La strada non sarebbe lo stesso viottolo senza di lui. Tutti l’hanno sempre visto lì. Da sempre. Forse già da prima che alla via fosse dato quel nome. E a lui una parola, almeno una volta, magari non sempre garbata, gliel’hanno rivolta tutti, ma proprio tutti. Persino la bella Altea che quando s’è fermata ha dimostrato di avere una bella voce, limpida e suadente. Forse persino un’ombra di simpatia. E’ certo che se entrasse in una qualsiasi di quelle porte non ne uscirebbe senza essere chiacchierata. Ma tanto fa lo stesso, si favoleggia su di lei più che su qualsiasi altro passante. Ma nessuno ha mai creduto alle storie raccontate da Luigi. Luigi è un vero leone, ma solo dopo il terzo bicchiere di rosso.
Passa un tipo strano, mai visto prima. La cosa inconsueta è che lui passi per quella via. Non è che una piccola stradina e non è nemmeno molto frequentata. Non ci sono molti negozi. E nessuno di particolare interesse. Non un ufficio postale. Non ci si trova da parcheggiare. E’ fuori dai percorsi più usati e non porta pressoché da nessuna parte. E’ per questo che non ci passano che poche persone. Sempre le stesse. Quelle che sono costrette ad attraversarla perché ci abitano o abitano nella sua prossimità. Quelli insomma che ce l’hanno nel loro percorso quotidiano. Che non possono diversamente. Anche perché c’è un odore di vecchio in quella strada. Non un odore sgradevole, ma da di malinconia. Di cose perdute. Sfuggite tra le dita.
Tutta via dei Pioli, sull’origine del nome è meglio soprassedere, resta sorpresa, anzi interdetta, nel vedere il “povero” Artemio tornare sui suoi passi. Fermarsi con Mircea. Lasciare nel suo cappello, per la prima volta, una moneta e da due euro. E poi anzi mettersi con lui a parlare invitandolo a prendere un caffè. Naturalmente l’altro accetta e vanno al piccolo bar. In realtà i due si prendono il primo un amaro e il secondo un marsala, ma la cosa non ha grande rilievo nella successione dei fatti. L’Artemio si sforza a parlare, ha sempre litigato con le parole, e racconta all’improvvisato compare che ormai vive da solo da quando lei se n’è andata, da quel lontano giorno. Sembra liberarsi con sollievo delle semplici frasi. Gli confida che quello è il suo ultimo giorno di lavoro e che quello che ha in tasca è il suo ultimo stipendio. Stavolta Mircea non trova risposte. Eppure anche il giovane, pur di dire qualcosa, si lascia a confidenze. Gli spiega che lui è un informatico e che un giorno scriverà il linguaggio dei linguaggi. Per un attimo sembrano volersi abbracciare e si osservano stupiti l’uno dell’altro. La scarpa del “povero” Artemio è ancora slacciata. Un’ombra di barba gli sporca il viso; è visibile solo da vicino.
Ora fatemi andare. I nomi delle persone, naturalmente, non sempre corrispondono. Alcuni li ha coniati lo stesso Mircea guardandoli; per distinguerli. E’ il suo modo di apostrofarli dopo un titolo, anche questo suggerito dal loro aspetto. Leone è anche il professore. Probabilmente nel suo caso, perché di lui si sa che non è il suo vero nome, viene appellato così per i suoi folti capelli e per i piccoli occhiali sempre sulla punta del naso. Chi racconta, in questo caso, preferisce l’anonimato; cioè non dire chi dei passanti lui sia. E’ uno e ha cercato di evitare di dare un giudizio di sé. Non è detto che ci sia riuscito. Questo è il quotidiano vivere, veramente e brevemente una parte di esso, di quella piccola strada. Se ci passate non cercate di individuare le persone da questo racconto. Tutto è solo dentro queste righe. Il resto è vita.

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Bicchiere dove viene versano del vino rossoIl fumo odorava di buono. Ho preso posto in un tavolo d’angolo. Alcuni avventori s’accorsero della mia presenza e subito presero a ignorarmi. Non doveva passare spesso un foresto. Si avvicinò l’oste. Allontanò le briciole con un gesta calmo della mano e imbandì il tavolo, se così si può dire, con un foglio di carta; di quella in cui da ragazzo avvolgevano gli alimenti. Non aveva bisogno di prendere nota; gridava le comande direttamente alla cucina. Ordinai salsicce con funghi e polenta. Poi carognescamente gli chiesi se aveva del Dolcetto della Tenuta di Colle frondoso. Lui mi osservò senza fare una piega e, con mia sorpresa, chiamò il cameriere dicendogli di controllare se ce n’era rimasta ancora una bottiglia: “Guarda nel solito scaffale”. E quello, un tipo alto e segaligno, col mento mal rasato e la carnagione cupa, si allontanò pigramente e, con altrettanta mia sorpresa, dopo un po’ tornò con la bottiglia e me la stappò davanti. Era proprio lui, il Dolcetto; forse leggero per quel desinare. Il padrone mi chiese cortese se era di mio gusto. Ero senza parole, sono il rappresentante della tenuta per tutto il Veneto, Friuli Venezia Giulia e l’Alto Adige e l’Osteria non era tra i miei clienti; strano e poi smisi di pensarci. Rubavo frammenti di dialogo qua e là, dai tavoli, e sbirciavo la mano di carte. Lentamente la testa si svuotare e mi godevo la pigrizia. Il fuoco sul cammino faceva compagnia, era come un abbraccio. A parte l’accostamento il vino scivolava giù che era un piacere e dopo un’altra bottiglia e dopo mi devo essere fatto certamente anche qualche paio di grappe; sarebbe un impresa al di là della portata umana ricordare quante. A guardare l’orologio s’era fatto piuttosto tardi. Mi alzai sulle gambe traballanti per raggiungere l’uscita. Un avventore mi fece un cenno con uno strano sorriso e l’oste si preoccupò se era stato tutto di mio gradimento. Gli altri presenti nemmeno alzarono gli occhi. Farfugliai un sì ed uscii all’aria fresca, aveva cominciato a scendere un leggero nevischio e il vento era stato come uno schiaffo in faccia. Raggiunsi la macchina incastrando la testa tra le spalle e affondando le mani nelle tasche; ricordo ancora tutto come ora. La chiavi mi caddero in quella poltiglia ghiacciata. Non ebbi il tempo di rendermi conto che la serratura era stata forzata né quello di percepire alcuna presenza alle mie spalle, fui colpito e caddi sotto una gragnola di colpi. Credevo che non ne sarei uscito vivo quando una voce gridò: “Basta così, è solo uno schifoso maiale” e mi ritrovai nel silenzio immenso di quella notte.  Mi doleva da per tutto, probabilmente c’era anche qualcosa di rotto. Raccolsi le chiavi e mi trascinai a fatica fino al posto di guida. Controllai che i documenti fossero ancora nel vano cruscotto. Nel portafoglio non erano stati risparmiati che pochi spiccioli. Delle bottiglie non c’era più traccia, naturalmente, e le avevo pagate anche care. Fu un calvario guidare fino all’albergo per poi sentirmi raccontare che non c’era nessuna stanza a mio nome. Tornare a casa in quelle condizioni era rischiare la vita una seconda volta. E non è vero che io non reggo il vino.

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Spartito, flauto traverso e rosaAnche questo mese alla fine del mese finisce un mese e domenica è un altro mese, così come un altro giorno. E domenica, cioè domani, è anche il (primo) MAGGIO. Domani sarebbe brutto parlare di un amore privato. E’ così che anche questa settimana mi trovo ad anticipare la canzone d’amore che da tempo ti dedico per ogni domenica. E diventa nuovamente una canzone per il WeekEnd. E per oggi ho scelto, tra le canzoni di Sergio Endrigo, una canzone del lontano 1962: Io che amo solo te. Una scelta che avremmo potuto anche fare assieme perché è una di quelle canzoni. Penso non serva aggiungere altro. La dedico a te e a tutte le persone che hanno fatto quell’incontro meraviglioso che si chiama amore.
Sergio Endrigo: Io che amo solo te

C’è gente che ha avuto mille cose
Tutto il bene, tutto il male del mondo
Io ho avuto solo te
E non ti perderò, non ti lascerò
Per cercare nuove avventure
C’è gente che ama mille cose
E si perde per le strade del mondo
Io che amo solo te
Io mi fermerò e ti regalerò
Quel che resta della mia gioventù

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Foto colori di donna a letto tra le braccia di un robotCara amica(che)
Seguivo la breve diatriba a seguito di Quando il sesso fa bene alla salute. Davo per scontato che l’unica risposta per quel “quando?” è “sempre!”, ma lo è? Ero stuzzicato ad intervenire in equilibrio incerto tra l’ironia e la seriosità, ma trattenuto da un certo riservo. Come seriosità pensavo ad una sorta di analisi di fatti. Come ironia pensavo alla splendida varietà e fantasia dei pettegolezzi e delle ciacole e ai tanti di già citati Rocco Siffredi in giro per i bar. Il punto è che in seguito allo scritto la strada si è fatta se non seria seriosa. E giocare sulle cose dei sentimenti diventa scorretto e indelicato. Non è solo per questo che mi prendo sul serio e faccio qualcosa di non mio uscendo da una scrittura mossa sola dalla mia fantasia. Certo non finirò a parlare di me. Non è di questo che sono curioso.
Nel post d’origine, forse causa certa pudicizia delle parole, si fa cenno al “sesso” ma mi sembra si finisca di parlare (almeno soprattutto se non esclusivamente) d’altro. O almeno di tutt’altro di quanto pareva nelle intenzioni della scrivente. Ci ricorda, anche se non servirebbe ricordarlo, Nichi Vendola: “Se priviamo la sessualità dei suoi significati più intimi, quelli che afferiscono alla tenerezza e al sentimento, etc. cioè: lasciamo che a vincere siano ipocrisia e prepotenza”. Sbaglio o è questo l’argomento attorno al quale ruota la discussione? Che si va imponendo?
Se è così allora i termini diventano altri, anche quelli di paragone. Dobbiamo ammettere che se non sempre quasi sempre le scelte sono poco dipendenti da noi quando non del tutto indipendenti. Si legano al caso e alle opportunità e ai piccoli momenti e ghiribizzi della vita e del “fato”. E’ impossibile non assumerci i rischi che la vita ci impone al di là di qualsiasi precauzione noi possiamo prendere.
L’uomo è un essere sociale ma non c’è relazione, sia essa amicale o parentale o di “coppia” ovvero sessuale, che possa garantire. Esperienze e cronache sono piene di esempi negativi. Il tradimento e qualsiasi delusione hanno un rapporto indipendente dal tipo di relazione. E più forte è il legame della relazione più la persona è nuda cioè tragicamente esposta. Eppure non possiamo sovrapporre, o ci è difficile farlo, i tipi di relazione ovvero un tipo di relazione non soddisfa (e non può soddisfare) anche il bisogno delle altre.
Se dovessimo entrare in merito ad una visione soggettiva è tutto relativo. Quello ch’è bello per alcuni può essere deludente per altri, quello ch’è poco per alcuni può essere troppo per altri. Ne possiamo concludere che il rapporto è deludente quando non sa rispondere alle esigenze-aspettative di quel singolo. Certo l’”argomento” non si esaurisce qui, ma credo che inizi da qui. Se non si parte con un inizio di analisi corretta e una corretta definizione dei termini ogni considerazione diventa imprecisa e approssimativa. Timidamente torno nel mio angolino con un silenzioso saluto agli amici perduti, agli amori passati e a tutti quelli che mi hanno voluto bene.
AmandoRoss

Sergio Endrigo: Dove credi di andare
Dove credi di andare
Se tutti i tuoi pensieri
Restano qui
Come pensi di amare
Se ormai non trovi amore
Dentro di te

Con tante navi che partono
Nessuna ti porterà
lontano da te
Il mondo sai non ti aiuterà,
ognuno al mondo è solo
Come te e me

Dove credi di andare
Se il tempo che è passato
Non passerà mai
Povere le tue notti
Se tu le spenderai
Per dimenticare

Il mondo non è più grande
Di questa città
La gente si annoia ogni sera
Come da noi
Dove credi di andare
Se ormai non c’è più amore
Dentro di te

Con tante navi che partono
Nessuna ti porterà
Lontano da te
Il mondo sai non ti aiuterà,
Ognuno al mondo è solo
Come te e me

Dove credi di andare
Se il tempo che è passato
Non passerà mai
Povere le tue notti
Se tu le spenderai
Per dimenticare

Il mondo non è più grande
Di questa città
La gente si annoia ogni sera
Come da noi
Dove credi di andare
Se ormai non c’è più amore
Dentro di te

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melaAnche questo è amore. Anche questo con Teresa. E’ facile star lì e giudicare. Io non lo faccio. Ho anni di allenamento. Naturalmente la sto aspettando. Sì! la sto aspettando. Lei si fa sempre aspettare; quando arriva, se arriva. Sono passate le sette, lo vedo nel display. Se arriva so già che ha una scusa molto carina e che sarà carina. Se non arriva lo farà per ragione buona. C’è solo un’altra donna seduta ad un altro tavolo. Anche lei, continuamente, volge lo sguardo fuori, oltre la vetrina. Lei invece controlla l’orologio. Mi sa che anche lei aspetta. Le sue gambe dondolano nervose. Io ho atteso e poi ho preso un caffè. L’ho bevuto amaro prima che si freddasse. Comincia ad affievolirsi la speranza. Lei, l’altra donna, rigira il bicchiere sudato di una bibita tra le dita. I suoi occhi paiono non accorgersi d’altro. Rimette gli occhiali da sole.
Lei, Teresa, è brava a fare le fusa. Allunga la mano con facilità e naturalezza. Prende la mia e mi stempera l’animo. La sua mano è sempre stata molto confidenziale. Ricordo la prima volta. E’ buffo come il ricordo sia un ricordo evanescente; prossimo a svaporare. Non può sapere che so. Ma lei ha vent’anni e io no. Lei ha vent’anni: è libera come l’aria. Non può conoscere quella canzone. Era troppo giovane allora. Mi ha detto “Sono come te. Neanch’io cerco una storia. Cerco la storia. Voglio la favola“. E l’ha detto facendo le fusa. Come mi confidasse il suo segreto. E l’ha detto in un sussurro. Io non glielo avevo chiesto. Perché? E’ bello stringerla tra le braccia. Volerle credere. Vorrei essere romantico e non so non esserlo. Se la guardo negli occhi i suoi sembrano sognare. Io perdo il filo. Le parole vengono a mancare. Ho sempre aspettato molto. Forse non c’è più posto per uno come me. Mi odio quando lo devo dire. Infondo è ancora bello sognare.
La continuo a cercare ancora anche se so che non è lei. “Tu sei la mia storia, sei la favola, grazie“. E’ strano come suona sgradevole quel “Grazie“; come fa male. Eppure sembra sfuggirle come un bisogno dalle sue labbra rosse di rossetto violento. Lei che mi bacia la guancia. Poi mi pulisce con il fazzoletto; ridendo. Comincio ormai a pensare che non arriverà. Che è stata trattenuta. Infatti. Suona. Sul cellulare mi annuncia che s’è dovuta proprio fermare, un’amica. Nulla di grave: un leggero malore. Il messaggio dice: 1amica. Scusa. Nn arrivo +. Odio il linguaggio dei messaggio. Non che ormai non lo avessi capito. Mi sembra di averlo già letto. E poi quel + che tipo di più è?
La sconosciuta se n’è andata. Sognare non è un vizio, è un bisogno. Sognare la notte. Pensare senza prendere il sonno; sprimacciando il cuscino. Guardando il soffitto nel buio. Alzarsi da questo tavolo di questo bar e non sapersi rassegnare. Capire e non volere capire. Pagare solo per una consumazione. Dirmi mentendomi che questa sarà l’ultima volta. Ricordarmi che non ho più vent’anni. Avere la pelle sensibile e le cicatrici di questo tempo trascorso. Trovarsi improvvisamente vecchio. Temere gli occhi alla cassa. Fuori s’è fatta la notte. Torno a casa. Accendo il lettore. La canzone suona come una nota ironica. Il male non è mai male abbastanza. Eppure lo so, Teresa, non posso avere di più, e, come dice la canzone, mi basta quello che mi dai.
Sergio Endrigo: Teresa [Audio “http://se.mario2.googlepages.com/Teresa.mp3”%5D

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