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6436_ilcuoredelbriganti_1269441397La barca corre come se anche il vento avesse fretta e dai fianchi sputa, senza apparente sforzo, il bianco sudore del cavallo che mangia la piana come se fosse inseguito da tutti i tuoni del creato, ma non fuggo da ciò che so, cerco quello che ancora non ho mai visto, e di ritrovare quello che conosco già, ma che appartiene al mondo la fuori. Nemmeno il tempo di salutare mio padre, gli dico, ma il mio destino mi rincorre. Avessi potuto e avuto il tempo lo avrei raccontato ma anche le avventure devono trovare la loro fine e non ci resta più tempo. Fossi rimasto mi avrebbero salutato come si deve ad un eroe e poi, prima o dopo, sarei finito a pendere da una corda perché gli eroi sono sempre scomodi e io non faccio politica, cerco quello che è giusto per me al momento, ma la politica avrebbe chiesto la mia vita perché gli eroi son sempre scomodi alla politica, agli intrallazzatori, ai ruffiani, e mi avrebbero chiesto il conto. Non fosse per questa barca tu saresti già un topo per le loro galere in attesa del supplizio, lo hanno già scritto, e io nemmeno sono un brigante, non nel senso proprio, se non per i pochi giorni in cui sono, anzi sono stato, Spartaco, una leggenda che subito non sarà più, come tutte le leggende. Gli altri giorni, tutti, sono nato marchese e torno ad essere il marchese Aurelio Cabrè di Rosacroce; per il resto sono un’amante di una donna che non sa amare, di un’animale senza padrone, della sivigliana, mi fa impazzire il sapere, non ho altre parole, amico, e lo sai tu come io non faccio politica.
«Fabra, vuoi di nuovo parlarmi di politica?
Marchese, ascoltami: io gestisco una peschiera, pagando l’affitto ad un tale Carrasco, cavaliere di Spagna, che ne è proprietario ma la cui famiglia si è trasferita a Barcellona più di un secolo fa. Lui non ha mai messo piede in quest’isola, eppure riceve i miei soldi. Ci sono dieci pescatori che lavorano per me, e su dieci pesci che prendono, tre li danno a me, perché io ne dia due a questo catalano che probabilmente non ricorda nemmeno da dove gli giunge questa rendita. Dei sette pesci restanti, uno va al Re, e uno alla chiesa. I cinque che avanzano se li dividono in dieci. Mezzo pesce a testa. E devi contare che alle volte non si pesca per il brutto tempo, e altre ci sono dei furti, o una rete che si rompe e va aggiustata, o un uomo si ammala. Ma l’affitto che io devo a Carrasco, non cambia, e quello che i pescatori devono a me, al Re, e alla Chiesa, neppure. Ti sembra giusta, questa divisione del guadagno di un lavoro che viene compiuto da quegli uomini, e da essi soltanto»?[1]
Dimentica. Me ne vado anche per questo, perché l’isola[2] possa continuare ad essere libera di restare in catene schiava dei propri baroni e della loro ingordigia, e dei loro balzelli, e dei loro privilegi, e della loro avida stupidità e della Chiesa, delle credenze. E perché il Re possa tornare ad essere un essere inutile e sciocco, come si conviene ad un Re, ciò possa tornare ad essere solo Re. Ma libera non lo sarà per molto ancora, perché troppi hanno l’ambizione di essere servi. Guardo il mare davanti; lei è al mio fianco, ora più mia che mai, come non lo è mai stata, anche se so che non sarà mai mia. L’aria sa solo di salsedine, i miei occhi corrono lontani con un senso di riconquistata libertà, non sono fatto per gli spazi angusti, per le stanze chiuse, per le giornate che conosco già, e fin troppo, fin dal mattino; ho bisogno d’aria e di mondo; e il mondo mi aspetta:
«Ne sono addirittura certo, amico mio, ma me ne fotto. Per quanto si possa dare per scontato che ci sarà sempre un coglione vestito da teologo che cercherà di fermare il bisogno dell’uomo di sapere, allo stesso tempo sono fermamente convinto che questo bisogno romperà ogni argine, si farà beffa di ogni paramento sacro, scranno di Pietro e censura del Sant’Uffizio, e trascinerà qualche mente illuminata e coraggiosa verso una conquista, utile all’umanità. Non posso pensare che Dio ci voglia sofferenti, mai e in nessun caso, caro amico, e il resto sono solo idiozie di gente stolta indegnamente vestita con abiti sacri»[3].
Niente vale la mia libertà.


[1] Il cuore dei briganti di Flavio Soriga. Romanzo Bompiani – Narratori italiani; marzo 2010 pag. 259-260
[2] Hermosa, ndr
[3] Il cuore dei briganti pag. 163

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Copertina del romanzo: Il nazista & il barbiere di EDGAR HILSENRATHSembra banale ma è meglio precisarlo: chi ha provato la frusta non se ne libera mai. Chi è stato vittima prima o dopo torna ad esserlo. Trova sempre qualcuno pronto a frustarlo. Anche quando le sue ambizioni sono quelle del carnefice. A volte anche per proprio per questo. Anche quanto i suoi desideri vanno oltre. Quella vittima che è stata gli resta appiccicata addosso. Come fosse un’aspirazione. Come se non ambisse ad altro. Resta impressa nella pelle. La si porta dentro. Naturalmente questo è anche il caso di Itzig Finkelstein, una volta Max Schulz. Non è possibile liberarsi del proprio passato, anche dopo essere stato massacratore, in lui qualcosa lo spinge a tornare vittima. A riassaggiare il nerbo. Ad accettare. Qualcosa lo trattiene legato a quella sofferenza. In fondo l’amore è anche sempre un po’ odio. E la donna è sempre un po’ strega. Non che lui abbia rimorsi, i rimorsi non vengono più ospitati in questo mondo. La guerra non ha delicatezze. Quando hai conosciuto il grande orrore tutto il resto sono dettagli. E in ogni donna cerca sua madre, Max Schulz, anche ora che è Itzig Finkelstein. Quella grassa puttana di sua madre Minna Schulz. Benché il passato lo abbia lasciato alle spalle e ora sia solo Itzig Finkelstein quando sorride il suo sorriso è d’oro. I suoi denti sono d’oro. Sono i denti strappati agli ebrei in campo di concentramento. Prima di ammazzarli. I suoi denti sono i denti di Max Schulz. In fondo a lui continua a vivere un po’ di quel tedesco con la faccia da ebreo. Con gli occhi da rospo.
Ha imparato ad uccidere Max Schulz e lo ha imparato per uccidere gli ebrei. Erano ordini, non solo piacere. Gli ordini non si discutono. E’ tutto così semplice quando si sono sconfitti i dubbi. Quando si riesce a farne tranquillamente senza. E ora che ha imparato uccidendo ebrei lo farà per difenderli. Il mondo è di chi lo sa attraversare. Di chi sa nuotare. Di chi si sa adattare. Gli ebrei hanno vinto e ora nei suoi abiti vive Itzig Finkelstein. Lo stesso che lui stesso ha ammazzato. Ammazzato assieme alla famiglia. E lui e Itzig, come meglio non potrebbe lo stesso Itzig, ma non riesce a smettere di essere anche Max Schulz.
Ve l’ho detto? No! non era necessario. Questo ve l’ha già detto l’autore. In un altra vita sono stato sterminatore; ma quella era un’altra vita. Io ero allora Max Schulz. Figlio di Minna e di cinque padri. Cinque padri e un patrigno. Cinque padri e un patrigno dal pene enorme violentatore di bambini. Un libro è fatto per essere letto. La pigrizia non giustifica. Non mi piacciono le cose una seconda volta. E non provo simpatia per l’uomo con gl’occhi da rospo che si chiamava Max Schulz e oggi è Itzig Finkelstein. Ma non è necessario provare simpatia per qualcuno. Nemmeno per sé stesso. E la simpatia è una bene superfluo. Molto superfluo. E forse nemmeno un bene. E’ una catena. E la realtà è una catena. Quando non si può cambiare. Ma io la posso cambiare. La parola è magica; può tutto. E io sono un uomo che è stato morto. E con me porto tutti gli uomini morti. Anche quelli. Loro non sanno che li ho uccisi io. Nessuno più lo sa. Ho i documenti in regola. E porto quei morti viventi. E tutti gli altri, che torneranno a vivere. Piantando le radici nella sabbia del Negev. Un albero per ogni morto. Perché questa oggi è la mia terra. E i morti oggi parlano un’altra lingua. Nessuno mi può più condannare. Perché ho imparato a volare. Perché non si può ammazzare più di una volta un uomo, per quanto colpevole esso sia. Perché non c’è riscatto. Anche se io morissi non farei tornare in vita quei sei milioni. Nemmeno i miei duecentomila. I morti non tornano mai indietro.

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Dentro me vive uno strano tipo. Indossa i miei abiti. Mette le mie scarpe. Allo specchio sembra me. A volte penso proprio che sia me. Incostante ma fedele. Solitamente finiamo per sopportarci. Per sovrapporci. E anche Giovanna ci sopporta entrambi. Ma la pazienza di Giovanna è cosa a tutti nota. Dice che sono pazzo, cioè eccentrico, cioè buffo e pieno di manie. Non sono dello stesso parere. Sono solo un tipo attento. Io non ho grandi pretese. Mi basta che non mi leggano il giornale. Non ho ancora trovato qualcuno che lo sa fare senza spiegazzarlo tutto. Mi basta che non mi usino lo spazzolino. E altre piccolissime cose. Diversamente riesco ad andare d’accordo anche col diavolo.
Ma in amore sono esigente. Naturalmente me ne sono innamorato a prima vista. Anche se l’avessi scritta io l’avrei fatta differente. Lo so che a qualcuno può pensare che sono volubile. Giovanna non è gelosa. E la passione ti prende quando meno te l’aspetti. Forse questo modo di esprimermi non è il più corretto. Qualcuno potrebbe pensare chissà che. Non è sesso il nostro. In verità mi sono innamorato di Lisbeth Salander al primo incontro. Ma naturalmente non ci siamo veramente mai visti. In un certo senso non sarebbe possibile. Lisbeth vive solo nelle pagine di “Uomini che odiano le donne”. Il suo alter ego cinematografico l’ho incontrato solo più tardi. Ma non mi è piaciuta allo stesso modo. Non era la stessa cosa. Non era e non poteva essere lei. Non sembra nemmeno la stessa donna. E ormai ero perso per quella ragazza nel libro. Per i suoi silenzi. Per la sua determinazione. E poi me la potevo immaginare come volevo. In parte; almeno. Così era più mia. Certo che il male è duro a morire.
Un po’ ce l’ho con lui, con l’ho scrittore, quel Stieg Larsson. Fosse per me l’avrei fatta soffrire meno. Molto meno. Anche se questo fa parte del suo carattere. Cioè forse è proprio quello che fa lei. Che la rende intrigante e affascinante. Cioè anche quello. Lei è così giovane. Eppure mi è proprio piaciuta per come ha sistemato quell’orribile sadico di Nils Bjurman, e mi intrigano i suoi sentimenti e le sue preferenze. I suoi amori e le sue passioni. Sì anche Miriam Wu. Forse me la rende più affascinante, intrigante e segreta. Non che io ami i giochi erotici e le complicazioni affettive; ma ancora quello che non capisco è perché sia andata con quell’inutile Mikael Blomkvist. Noia? Indolenza? Curiosità? Pigrizia? Lo sbattersi contro? Lo stare in stanze comuni? Il voler soddisfare l’ego di lui? Il bisogno anche di un misero affetto? Per tenerezza? Per generosità? Lui non è nemmeno un investigatore. Nemmeno un poliziotto. Come può proteggerla? Non è altro che un giornalista. E secondo me nemmeno tanto bravo. Senza grande talento. Infatti… Una ragazza come lei. Senza passione, senza amore, senza alcun motivo. Anche quando… spero che nemmeno lei sia gelosa. Credo di no. Naturalmente non gliel’ho mai chiesto. Mi piace pensare che non lo sia, ma anche che sappia imparare ad essere fedele.
Certo è lei che continuo a guardare e preferisco e amo anche quando si dedica al suo amore saffico cioè a Miriam Wu, ormai è parte della mia vita. Una parte importante. Anche se non è che ami particolarmente i tatuaggi o i piercing, né ne so molto di informatica. La amo come donna, per i suoi sentimenti, per ciò che riesce ad esprimere, per la sua personalità, insomma per tutto. E poi piercing e tatuaggi. Mi dicono che oggi si possono togliere. Non ci ho mai pensato. Non sono un esperto al riguardo. Mi debbo informare. Ma come si può non amare una ragazza così? Anche per tutto quello che ha passato. E sono certo che ama l’uomo. Miriam è solo una distrazione. Per farsi vedere più interessante. Per provocare. E per provocare mi ha provocato. Anche se non sono facile a farmi intrigare. Comunque preferirei lei. Solo lei.
Lei non teme niente. Ce ne fossero state altre come lei. Ci fossero state altre donne come lei quelli non sarebbero più esistiti. Una vera vergogna. All’orrore proprio non c’è mai fine. La credevo finita. Non avrei mai e poi mai creduto che anche lì, in Svezia, ce ne fossero. Certo che da famiglie come quella famiglia è meglio starne distanti. Sadici. Che dire di più? Sadici e criminali seriali. Assassini. E di donne. Alla fine finisce che mi sento spesso in colpa. Anche per non averla potuta aiutare. Ma se la sa sbrigare da sola. In colpa per tutto. Proprio io. Io che cerco certezze ma poi sono io il primo a sbagliare. Come potrei essere fedele. Me lo riprometto spesso. Ogni volta. Sempre. Per me è sempre amore. Poi apro le pagine di un altro libro. E quel libro mi inghiotte. E allora tutte le mie promesse vanno a farsi benedire. Strano modo di dire, questo. Ma ve le immaginate le promesse in fila indiana che vanno a farsi benedire? Nemmeno la signora Clarissa, che veramente si chiama Claretta. Nemmeno la mamma di Giovanna, la signora suocera. Ma ve lo immaginate? Ma stavolta sarà per sempre. Aspetto con ansia di ritrovarla nel nuovo libro.

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Quello che nel romanzo non si dice è che:
Copertina del romanzo: Il nazista & il barbiere di EDGAR HILSENRATHDopo aver ascoltato la voce del grande affabulatore, del nuovo messia, Itzig Finkelstein quando era ancora Max Schulz, ariano purissimo, tornato a casa non fu più lo stesso. Guardandosi attorno vide: non più la vittima ma una nuova fierezza di sé. Ogni passato è un peso enorme da portarsi dietro e soprattutto lì e in quei giorni. E i banditori, i salvatori, gli imbonitori e tutti quelli regalano un sogno a quelli che nella mente coltivano incubi o miseria, a tutti i derelitti, agli scontenti danno una fede. E lui, Itzig Finkelstein, quando era ancora Max Schulz, era stato illuminato e credeva e aveva bisogno di credere. Aveva un mondo nuovo. Fu per questo che si prese un caffè, naturalmente di cicoria, e poi entrò silenziosamente e strangolò suo padre Anton Slavitzki senza un attimo di esitazione. Lo aveva colto assopito dopo il solito niente con ancora quel suo enorme coso fuori che ancora gocciolava per aver pisciato nel lavandino di bottega. Gli tolse la vita avvolgendogli attorno al collo la frusta gialla e stringendola con tutta la sua forza. «Maledetta sia la frusta nella mano del falso padrone. Ma quando la frusta cambia padrone e il nuovo padrone è il vero padrone, che sia sacra» –gli era stato annunciato sul monte degli ulivi. In realtà Anton Slavitzki, che era un vero ariano nonostante il cognome che portava, non era nemmeno il suo vero padre perché non era nemmeno uno tra i suoi cinque padri. Questa era fatta –pensò.
Non aveva mai meditato che potesse essere così facile ma anche così faticoso, né che un morto avesse quell’orribile e inutile attonito aspetto, era la sua prima volta. Chiuse bottega mettendo il cartello “TORNO SUBITO” e chiamò Minna con voce stentorea e autoritaria. Lei portò il suo grande peso e il suo enorme culone lentamente e lo fissò negli occhi e parve capire subito le intenzioni del figlio. Si era limitata ad esprimere la sua inutile domanda solo con gli occhi. Certo, Itzig Finkelstein, che era ancora Max Schulz, non era dotato come Slavitzki, lo stupratore di bambini, ma bastava e avanzava. E Gli era bastato mostrarlo nel pieno del suo orgoglio perché aveva già quel pensiero in testa: “Oggi è un nuovo giorno, non ci sarà più nessun Slavitzki. Chi ha osato ha pagato, e la vittima è diventata padrone del suo destino e del destino del paese ed è per ciò che Max, perché era ancora Max Schulz e non ancora Itzig Finkelstein, oggi fotterà sua madre”. Lei si era limitata ad alzare la veste e ad allargare le gambe senza nemmeno togliersi quella pidocchiosa vestaglia.
E così fece sul letto e in ogni luogo in cui lei era giaciuta con colui che ora era il cadavere di Anton Slavitzki. E per affermare la sua nuova autorità pretese anche di farlo allo stesso modo che piaceva tanto a Finkelstein, e che lui aveva subito dolorosamente, e anche a lui la cosa piacque, e anche in ogni altro modo. Sua madre, la puttana rispettabile e onorata cioè la puttana perbene, l’enorme Minna Schulz, lo aveva lasciato fare senza nemmeno un gemito, come se la cosa non la riguardasse; si sarebbe detto che si stesse persino annoiando, durante. Non aveva battuto ciglio nemmeno quando si era sfogato con rabbia sul suo enorme culone, eppure ci aveva messo tutto il suo impegno e il suo rancore per farla gridare e per sentire che era viva. Ma lui, Max Schulz che non era ancora Itzig Finkelstein, non si arrese né desistette, doveva farlo e lo fece, seppur irritato, e non aveva nemmeno paura dei denti di sua madre, di quei due quintali di puttana perbene che era Minna, proprio come il macellaio Hubert Nagler, uno dei suoi cinque padri, che a dirlo lo diceva ma poi adorava le labbra sensuali di Minna e anche particolarmente quei suoi denti forti e bianchi. Ora che Max, non ancora Itzig, aveva ritrovato l’onore ed era divenuto padrone della sua vita e della storia si sentiva meglio, ma non come avrebbe creduto. Era forse solo un po’ più sicuro di sé, nonostante gli occhi da rospo e il naso a becco che lo facevano tanto sembrare uno di quelli che lui odiava così tanto, proprio all’opposto del suo grande amico Itzig Finkelstein che era biondo e con gli occhi azzurri che pareva lui l’ariano. Non l’aveva mai fatto, né con sua madre, la puttana Minna, né con nessun’altra donna e forse era stato per questo che aveva tanto insistito: per esserne certo e non potersene scordare. Anche questa è fatta –si disse già dopo la prima volta, e dopo ogni volta.
A lei sembrava continuare a non interessare, all’enorme Minna, proprio come quella prima volta, e a lui la cosa diventava col tempo sempre meno influente. E’ la prima quella che veramente conta –concluse. Ma lo si sa che la vita deve andare avanti e la sua non era certo una vita per palati fini. Lui Max Schulz, ariano purissimo, che non era ancora Itzig Finkelstein, a suo modo un precursore anche se i libri e la storia si sarebbero scordati di lui di lì a poco se non subito e durante. In fondo nulla del suo aspetto era cambiato nemmeno dentro quella splendida divisa, e in verità la Goethestrasse e la Schillerstrasse non erano mai state veramente la sua casa; un rifugio.
«Io, Max Schulz lo sterminatore, ho baciato la terra. Ho la bocca piena di sabbia. Mi alzo, sputo la sabbia, noto che anche Hanna Lewisohn, accanto a me, sta sputando sabbia, poi, improvvisamente la vedo girarsi: mi butta le braccia al collo e dice: ‘Itzig… siamo tornati a casa

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Foto dall'album Palestina Libera! dalla raccolta Viaggio nel Mondo di Vittorio ZaniniAl seguito del post di ieri (Nuove armi sperimentate a Gaza) come promesso oggi propongo le considerazioni che ne ha fatto seguire la stessa persona che me lo ha segnalato cioè un amico di Facebook: Russano Giuseppe

Foto del Che per il profilo FB di Russano GiuseppeSono stati individuati 4 tipi di ferite: carbonizzazione (nello studio indicato con C), bruciature superficiali (nello studio indicato con B), bruciature da fosforo bianco (nello studio indicato con M) e amputazioni (indicato con A). Gli elementi di cui è stata rilevata la presenza più significativa, in quantità molto superiore a quella rilevata nei tessuti normali, sono:
•alluminio, titanio, rame, stronzio, bario, cobalto, mercurio, vanadio, cesio e stagno nei campioni prelevati dalle persone che hanno subito una amputazione o sono rimaste carbonizzate;
•alluminio, titanio, rame, stronzio, bario, cobalto e mercurio nelle ferite da fosforo bianco;
•cobalto, mercurio, cesio e stagno nei campioni di tessuto appartenenti a chi ha subito bruciature superficiali;
•piombo e uranio in tutti i tipi di ferite;
•bario, arsenico, manganese, rubidio, cadmio, cromo e zinco in tutti i tipi di ferite salvo che in quelle da fosforo bianco;
•nichel solo nelle amputazioni;
Alcuni di questi elementi sono carcinogeni (mercurio, arsenico, cadmio, cromo nichel e uranio), altri potenzialmente carcinogeni (cobalto, vanadio), altri ancora fetotossici (alluminio, mercurio, rame, bario, piombo, manganese). I primi sono in grado di produrre mutazioni genetiche; i secondi provocano questo effetto negli animali ma non è dimostrato che facciano altrettanto nell’uomo; i terzi hanno effetti tossici per le persone e provocano danni anche per il nascituro nel caso di donne incinte: sono in grado, in particolare l’alluminio, di oltrepassare la placenta e danneggiare l’embrione o il feto. Tutti i metalli trovati, inoltre, sono capaci anche di causare patologie croniche dell’apparato respiratorio, renale e riproduttivo e della pelle.
La differente combinazione della presenza e della quantità di questi metalli rappresenta una “firma metallica”.
“Nessuno – spiega Paola Manduca, che insegna genetica all’università di Genova, portavoce del New Weapons Research Group – aveva mai condotto questo tipo di analisi bioptica su campioni di tessuto appartenenti a feriti. Noi abbiamo focalizzato lo studio su ferite prodotte da armi che non lasciano schegge e frammenti perché ferite di questo tipo sono state riportate ripetutamente dai medici a Gaza e perché esistono armi sviluppate negli ultimi anni con il criterio di non lasciare frammenti nel corpo. Abbiamo deciso di usare questo tipo di analisi per verificare la presenza, nelle armi che producono ferite amputanti e carbonizzanti, di metalli che si depositano sulla pelle e dentro il derma nella sede della ferita”.
“La presenza – prosegue – di metalli in queste armi che non lasciano frammenti era stata ipotizzata, ma mai provata prima. Con nostra sorpresa, anche le bruciature da fosforo bianco contengono molti metalli in quantità elevate. La loro presenza in tutte queste armi implica anche una diffusione nell’ambiente, in un’area di dimensioni a noi ignote, variabile secondo il tipo di arma. Questi elementi vengono perciò inalati dalla persona ferita e da chi si trovava nelle adiacenze anche dopo l’attacco militare. La loro presenza comporta così un rischio sia per le persone coinvolte direttamente, che per quelle che invece non sono state colpite”.
L’indagine fa seguito a due ricerche analoghe del Nwrg. La prima, pubblicata il 17 dicembre 2009, aveva individuato la presenza di metalli tossici nelle aree di crateri prodotti dai bombardamenti israeliani a Gaza, indicando una contaminazione del suolo che, associata alle precarie condizioni di vita, in particolare nei campi profughi, espone la popolazione al rischio di venire in contatto con sostanze velenose. La seconda ricerca, pubblicata il 17 marzo scorso, aveva evidenziato tracce di metalli tossici in campioni di capelli di bambini palestinesi che vivono nelle aree colpite dai bombardamenti israeliani all’interno della Striscia di Gaza…

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Farfalla con i colori della PalestinaL’amico, Russano Giuseppe, richiama la mia attenzione su questo articolo, da Il Graffio news, e io lo riporto per voi. Domani aggiungerò i commenti dello stesso amico che è molto interessato sull’argomento.

NUOVE ARMI SPERIMENTATE A GAZA

Foto di uomo con il cadavere di un bambino
Tra il 2006 e il 2009 le forze armate israeliane hanno utilizzato armi sperimentali nelle operazioni militari all’interno della Striscia di Gaza. Lo ha rivelato una nuova ricerca condotta dall’università Sapienza di Roma, dall’università Chalmer in Svezia e dall’ateneo di Beirut e coordinata dal New Weapons Research Group (Nwrg), organizzazione italiana impegnata nello studio delle conseguenze dell’utilizzo delle armi non convenzionali, che ha analizzato le ferite riportate dagli abitanti dell’enclave palestinese in quel periodo. La ricerca, a differenza delle precedenti, ha studiato solo le ferite di ordigni e proiettili che non hanno lasciato schegge all’interno dei corpi. Una caratteristica fondamentale dello studio che è stata ampiamente sottolineata dagli scienziati come elemento fondamentale ai fini del risultato.
Ferite sul volto di un ragazzo
Le lesioni prese in considerazioni dagli esperti sono state quelle che hanno causato carbonizzazione, bruciature superficiali, bruciature al fosforo bianco e amputazioni. L’analisi delle ferite ha riportato una presenza elevata di numerosi elementi chimici di molto superiore a quella dei tessuti non danneggiati. In tutti i tipi di ferite presi in considerazione è stata trovata traccia di piombo e uranio e di altri elementi in grado di causare: patologie croniche dell’apparato respiratorio, renale e riproduttivo e della pelle e mutazioni genetiche negli animali, nell’uomo e nei feti.
Equipe medica attorno al corpo di un bambino
Nessuno aveva mai condotto questo tipo di analisi bioptica su campioni di tessuto appartenenti a feriti. Noi abbiamo focalizzato lo studio su ferite prodotte da armi che non lasciano schegge e frammenti perché esistono armi di questo tipo sviluppate solo negli ultimi anni”, ha spiegato Paola Manduca, insegnante di genetica all’università di Genova e portavoce del Nwrg citata dall’agenzia Infopal, la quale ha poi aggiunto che la presenza di metalli dannosi in questo tipo di armi era stata sempre ipotizzata ma mai provata. Fino ad ora.

Gaza: forze armate israeliane sperimentarono armi non convenzionali
di Matteo Bernabei

Il COMUNICATO STAMPA del New Weapons Committee:
Nuove armi sperimentate a Gaza: popolazione a rischio mutazioni genetiche
Biopsie delle vittime condotte in tre università: Roma, Chalmer (Svezia) e Beirut (Libano)

Comunicato stampa
Metalli tossici ma anche sostanze carcinogene, in grado cioè di provocare mutazioni genetiche. E’ quanto è stato individuato nei tessuti di alcune persone ferite a Gaza durante le operazioni militari israeliane del 2006 e del 2009.
L’indagine ha riguardato ferite provocate da armi che non hanno lasciato schegge o frammenti nel corpo delle persone colpite, una partcolarità segnalata più volte dai medici di Gaza, che indica l’impiego di armi sperimentali sconosciute, i cui effetti sono ancora da accertare completamente. La ricerca, che ha messo a confronto il contenuto di 32 elementi rilevati dalle biopsie, attraverso analisi di spettrometria di massa effettuate in tre diverse università, La Sapienza di Roma, l’università di Chalmer (Svezia) e l’università di Beirut (Libano), è stata coordinata da New Weapons Research Group (Nwrg), una commissione indipendente di scienziati ed esperti basata in Italia che studia l’impiego delle armi non convenzionali per investigare loro effetti di medio periodo sui residenti delle aree in cui vengono utilizzate. La rilevante presenza di metalli tossici e carcinogeni indica rischi diretti per i sopravvissuti ma anche di contaminazione ambientale.
I tessuti sono stati prelevati da medici dell’ospedale Shifa di Gaza, che hanno collaborato a questa ricerca, e che hanno classificato il tipo di ferita delle vittime. L’analisi è stata realizzata su 16 campioni di tessuto appartenenti a 13 vittime. I campioni che fanno riferimento alle prime quattro persone risalgono al giugno 2006, periodo dell’operazione “Pioggia d’Estate”. Quelli che appartengono alle altre 9 sono state invece raccolti nella prima settimana del gennaio 2009, nel corso dell’operazione “Piombo Fuso”. Tutti i tessuti sono stati esaminati in ciascuna delle tre università.
Sono stati individuati quattro tipi di ferite: carbonizzazione (nello studio indicato con C), bruciature superficiali (nello studio indicato con B), bruciature da fosforo bianco (nello studio indicato con M) e amputazioni (indicato con A). Gli elementi di cui è stata rilevata la presenza più significativa, in quantità molto superiore a quella rilevata nei tessuti normali, sono:

  • alluminio, titanio, rame, stronzio, bario, cobalto, mercurio, vanadio, cesio e stagno nei campioni prelevati dalle persone che hanno subito una amputazione o sono rimaste carbonizzate;
  • alluminio, titanio, rame, stronzio, bario, cobalto e mercurio nelle ferite da fosforo bianco;
  • cobalto, mercurio, cesio e stagno nei campioni di tessuto appartenenti a chi ha subito bruciature superficiali;
  • piombo e uranio in tutti i tipi di ferite;
  • bario, arsenico, manganese, rubidio, cadmio, cromo e zinco in tutti i tipi di ferite salvo che in quelle da fosforo bianco;
  • nichel solo nelle amputazioni;

Alcuni di questi elementi sono carcinogeni (mercurio, arsenico, cadmio, cromo nichel e uranio), altri potenzialmente carcinogeni (cobalto, vanadio), altri ancora fetotossici (alluminio, mercurio, rame, bario, piombo, manganese). I primi sono in grado di produrre mutazioni genetiche; i secondi provocano questo effetto negli animali ma non è dimostrato che facciano altrettanto nell’uomo; i terzi hanno effetti tossici per le persone e provocano danni anche per il nascituro nel caso di donne incinte: sono in grado, in particolare l’alluminio, di oltrepassare la placenta e danneggiare l’embrione o il feto. Tutti i metalli trovati, inoltre, sono capaci anche di causare patologie croniche dell’apparato respiratorio, renale e riproduttivo e della pelle.
La differente combinazione della presenza e della quantità di questi metalli rappresenta una “firma metallica”.
“Nessuno – spiega Paola Manduca, che insegna genetica all’università di Genova, portavoce del New Weapons Research Group – aveva mai condotto questo tipo di analisi bioptica su campioni di tessuto appartenenti a feriti. Noi abbiamo focalizzato lo studio su ferite prodotte da armi che non lasciano schegge e frammenti perché ferite di questo tipo sono state riportate ripetutamente dai medici a Gaza e perché esistono armi sviluppate negli ultimi anni con il criterio di non lasciare frammenti nel corpo. Abbiamo deciso di usare questo tipo di analisi per verificare la presenza, nelle armi che producono ferite amputanti e carbonizzanti, di metalli che si depositano sulla pelle e dentro il derma nella sede della ferita”.
“La presenza – prosegue – di metalli in queste armi che non lasciano frammenti era stata ipotizzata, ma mai provata prima. Con nostra sorpresa, anche le bruciature da fosforo bianco contengono molti metalli in quantità elevate. La loro presenza in tutte queste armi implica anche una diffusione nell’ambiente, in un’area di dimensioni a noi ignote, variabile secondo il tipo di arma. Questi elementi vengono perciò inalati dalla persona ferita e da chi si trovava nelle adiacenze anche dopo l’attacco militare. La loro presenza comporta così un rischio sia per le persone coinvolte direttamente, che per quelle che invece non sono state colpite”.
L’indagine fa seguito a due ricerche analoghe del Nwrg. La prima, pubblicata il 17 dicembre 2009, aveva individuato la presenza di metalli tossici nelle aree di crateri prodotti dai bombardamenti israeliani a Gaza, indicando una contaminazione del suolo che, associata alle precarie condizioni di vita, in particolare nei campi profughi, espone la popolazione al rischio di venire in contatto con sostanze velenose. La seconda ricerca, pubblicata il 17 marzo scorso, aveva evidenziato tracce di metalli tossici in campioni di capelli di bambini palestinesi che vivono nelle aree colpite dai bombardamenti israeliani all’interno della Striscia di Gaza.

Contatti ufficio stampa
Fabio De Ponte
Tel. 347.9422957
Email: info@newweapons.org
Sito: www.newweapons.org

Box di scarico del comunicato in formato PDF

COMUNICATO STAMPA del New Weapons Committee (PDF)

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Viaggio nel mondo. Se c’è un argomento che ha “intasato” questi giorni è quello della Palestina soprattutto dopo l’intervento di Abu Mazen all’Onu. Abbiamo vissuto a llungo (e stiamo continuando a farlo) con molto ignoranza al riguardo. Cercherò di dire qui e altrove, oggi e andando avanti, alcune cose magari periferiche, a riguardo; non tanto con la presunzione di sapere, tutt’altro, ma con la voglia di incuriosire. Qui approfitto, a sua insaputa, di un amico di Facebook, Vittorio Zanini, e del suo splendido album fotografico: Viaggio nel Mondo ► Foto. Vittorio (oggi è un gran bel nome) mi tagga in una bellissima foto che potete vedere qui sotto. A corredo mette un testo-testimonianza che mi sembra valga la pena condividere con gli amici che hanno a cuore la pace e la situazione di quel paese senza pace e senza terra che si chiama Palestina.
Foto di un quadro che raffigura due mani incatenate che lasciano volare via una farfalla con i colori palestinesi
Sognando la Palestina, ecco come Kapuscinski raccontava i palestinesi:
Tutte le civiltà d’Europa e del Medio Oriente hanno piantato un albero sulla terra palestinese e il palestinese si è nutrito dei suoi frutti. In mezzo a un gruppo di gente che discute, il palestinese si riconosce a prima vista poiché dice sempre cose valide e interessanti anche quando non ha ragione.
Al mondo ci sono tre milioni di palestinesi, ma il loro peso e la loro influenza non sono misurabili in cifre. Metà di essi vegeta nei miserabili campi profughi, ma l’altra metà è sparpagliata in tutti i paesi del Medio Oriente, dove occupa posizioni importanti: consiglieri di presidenti e ministri, capi di grandi imprese e di università. I palestinesi appartengono all’elite culturale del mondo arabo. Sono eccellenti architetti e medici, ottimi economisti e commentatori. I palestinesi risparmieranno ogni centesimo (quelli che i soldi ce li hanno, ovviamente) per investirli nell’istruzione dei figli. Sono ambiziosi. Spogliati della patria e di uno stato proprio, lottano per l’avanzamento individuale nei paesi in cui è toccato loro vivere. Aspirano a essere saggi consiglieri, esperti insostituibili, specialisti in politica, in economia e nella propaganda.
Si conoscono gli uni con gli altri, sanno dove sta e che cosa fa ciascuno di loro. Il palestinese del Libano vi darà una lettera per uno del Kuwait, questi ve ne darà una per un palestinese dello Yemen che, a sua volta, vi raccomanderà a uno della Libia. E così, di palestinese in palestinese, potrete girare l’intero Medio Oriente sempre ben accolti e ben informati sulla situazione.
Dire che i palestinesi governino il Medio Oriente è ovviamente falso: certo è, però, che chiunque sottovaluti la loro influenza sui destini mediorientali commette uno sbaglio.
Israele avrebbe vita molto più facile se il suo diretto avversario non fossero i palestinesi.
Un osso duro.
Condividono la caratteristica di tutti i semiti: la passione per le discussioni. La mente del palestinese lavora a velocità vertiginosa e senza un attimo di sosta, Si dice che, al caffè, il palestinese chieda al cameriere: «Per favore, un caffè e qualcuno con cui discutere».
Il palestinese ha bisogno di esprimersi, di prendere a tutti i costi una posizione, altrimenti sta male. Una caratteristica che è anche la causa delle divisioni in seno al movimento palestinese. La minima differenza d’opposizione scatena le passioni più furibonde e le lotte più accanite. Bisogna aspettare che torni la calma e che tutti ammettano, per metà contenti e per metà imbarazzati, che in realtà non c’era bisogno di litigare.

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Fotomontaggio su immagini di pubblico dominioRipropongo un vecchio post inserito nel blog di Rossaura.
Riporto qui integralmente l’articolo dei Wu Ming (che amo in modo particolare) scritto (naturalmente a più mani) in occasione della preparazione delle giornate di Genova e poi raccolto nel libro Giap! Questo nel tentativo di cominciare a fornire materiali di riflessione.

Si consente la riproduzione parziale o totale dell’opera
e la sua diffusione per via telematica. purché non a scopi commerciali
e a condizione che questa dicitura sia riprodotta
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Dalle moltitudini d’Europa in marcia contro l’Impero e verso Genova (maggio 2001)

Noi siamo nuovi ma siamo quelli di sempre.

Siamo antichi per il futuro, esercito di disobbedienza le cui storie sono armi, da secoli in marcia su questo continente. Nei nostri stendardi è scritto «Dignità». In nome di essa combattiamo chi si vuole padrone di persone, campi, boschi e corsi d’acqua, governa con l’arbitrio, impone l’ordine dell’impero, immiserisce le comunità.

Siamo i contadini della Jacquerie. I mercenari della Guerra dei cent’anni razziavano i nostri villaggi, i nobili di Francia ci affamavano. Nell’anno del Signore 1358 ci sollevammo, demolimmo castelli, ci riprendemmo il nostro. Alcuni di noi furono catturati e decapitati. Sentimmo il sangue risalire le narici, ma eravamo in marcia ormai, e non ci siamo più fermati.

Siamo i ciompi di Firenze, popolo minuto di opifici e arti minori. Nell’anno del Signore 1378 un cardatore ci guidò alla rivolta. Prendemmo il Comune, riformammo arti e mestieri. I padroni fuggirono in campagna e di là ci affamarono cingendo d’assedio la città. Dopo due anni di stenti ci sconfissero, restaurarono l’oligarchia, ma il lento contagio dell’esempio non lo potevano fermare.

Siamo i contadini d’Inghilterra che presero le armi contro i nobili per porre fine a gabelle e imposizioni. Nell’anno del Signore 1381 ascoltammo la predicazione di John Ball: «Quando Adamo zappava ed Eva filava | chi era allora il padrone?» Con roncole e forconi muovemmo dall’Essex e dal Kent, occupammo Londra, appiccammo fuochi, saccheggiammo il palazzo dell’Arcivescovo, aprimmo le porte delle prigioni. Per ordine di re Riccardo II molti di noi salirono al patibolo, ma nulla sarebbe più stato come prima.

Siamo gli hussiti. Siamo i taboriti. Siamo gli artigiani e operai boemi, ribelli al papa, al re e all’imperatore dopo che il rogo consumò Ian Hus. Nell’anno del Signore 1419 assaltammo il municipio di Praga, defenestrammo il borgomastro e i consiglieri comunali. Re Venceslao morì di crepacuore. I potenti d’Europa ci mossero guerra, chiamammo alle armi il popolo ceco. Respingemmo ogni invasione, contrattaccando entrammo in Austria, Ungheria, Brandeburgo, Sassonia, Franconia, Palatinato… Il cuore di un continente nelle nostre mani. Abolimmo il servaggio e le decime. Ci sconfissero trent’anni di guerre e crociate.

Siamo i trentaquattromila che risposero all’appello di Hans il pifferaio. Nell’anno del Signore 1476, la Madonna di Niklashausen si rivelò a Hans e disse: «Niente più re né principi. Niente più papato né clero. Niente più tasse né decime. I campi, le foreste e i corsi d’acqua saranno di tutti. Tutti saranno fratelli e nessuno possiederà più del suo vicino». Arrivammo il giorno di Santa Margherita, una candela in una mano e una picca nell’altra. La santa Vergine ci avrebbe detto cosa fare. Ma i cavalieri del Vescovo catturarono Hans, poi ci attaccarono e sconfissero. Hans bruciò sul rogo. Non così le parole della Vergine.

Siamo quelli dello Scarpone, salariati e contadini d’Alsazia che, nell’anno del Signore 1493, cospirarono per giustiziare gli usurai e cancellare i debiti, espropriare le ricchezze dei monasteri, ridurre lo stipendio dei preti, abolire la confessione, sostituire al Tribunale imperiale giudici di villaggio eletti dal popolo. Il giorno della santa Pasqua attaccammo la fortezza di Schlettstadt, ma fummo sconfitti, e molti di noi impiccati o mutilati ed esposti al dileggio delle genti. Ma quanti di noi proseguirono la marcia portarono lo Scarpone in tutta la Germania. Dopo anni di repressione e riorganizzazione, nell’anno del Signore 1513 lo Scarpone insorse a Friburgo. La marcia non si fermava, né lo Scarpone ha più smesso di battere il suolo.

Siamo il Povero Konrad, contadini di Svevia che si ribellarono alle tasse su vino, carne e pane, nell’anno del Signore 1514. In cinquemila minacciammo di conquistare Schorndorf, nella valle di Rems. Il duca Ulderico promise di abolire le nuove tasse e ascoltare le lagnanze dei contadini, ma voleva solo prendere tempo. La rivolta si estese a tutta la Svevia. Mandammo delegati alla Dieta di Stoccarda, che accolse le nostre proposte, ordinando che Ulderico fosse affiancato da un consiglio di cavalieri, borghesi e contadini, e che i beni dei monasteri fossero espropriati e dati alla comunità. Ulderico convocò un’altra Dieta a Tubinga, si rivolse agli altri principi e radunò una grande armata. Gli ci volle del bello e del buono per espugnare la valle di Rems: assediò e affamò il Povero Konrad sul monte Koppel, depredò i villaggi, arrestò sedicimila contadini, sedici ebbero recisa la testa, gli altri li condannò a pagare forti ammende. Ma il Povero Konrad ancora si solleva.

Siamo i contadini d’Ungheria che, adunatisi per la crociata contro il Turco, decisero invece di muover guerra ai signori, nell’anno del Signore 1514. Sessantamila uomini in armi, guidati dal comandante Dozsa, portarono l’insurrezione in tutto il Paese. L’esercito dei nobili ci accerchiò a Czanad, dov’era nata una repubblica di eguali. Ci presero dopo due mesi d’assedio. Dozsa fu arrostito su un trono rovente, i suoi luogotenenti costretti a mangiarne le carni per aver salva la vita. Migliaia di contadini furono impalati o impiccati. La strage e quell’empia eucarestia deviarono ma non fermarono la marcia.

Siamo l’esercito dei contadini e dei minatori di Thomas Müntzer. Nell’anno del Signore 1524, al grido di: «Tutte le cose sono comuni!» dichiarammo guerra all’ordine del mondo, i nostri Dodici articoli fecero tremare i potenti d’Europa. Conquistammo le città, scaldammo i cuori delle genti. I lanzichenecchi ci sterminarono in Turingia, Müntzer fu straziato dal boia, ma chi poteva più negarlo? Ciò che apparteneva alla terra, alla terra sarebbe tornato.

Siamo i lavoranti e contadini senza podere che nell’anno del Signore 1649, a Walton-on-Thames, Surrey, occuparono la terra comune e presero a sarchiarla e seminarla. Diggers, ci chiamarono. «Zappatori». Volevamo vivere insieme, mettere in comune i frutti della terra. Più volte i proprietari terrieri istigarono contro di noi folle inferocite. Villici e soldati ci assalirono e rovinarono il raccolto. Quando tagliammo la legna nel bosco del demanio, i signori ci denunciarono. Dicevano che avevamo violato le loro proprietà. Ci spostammo a Cobham Manor, costruimmo case e seminammo grano. La cavalleria ci aggredì, distrusse le case, calpestò il grano. Ricostruimmo, riseminammo. Altri come noi si erano riuniti in Kent e in Northamptonshire. Una folla in tumulto li allontanò. La legge ci scacciò, non esitammo a rimetterci in cammino.

Siamo i servi, i lavoranti, i minatori, gli evasi e i disertori che si unirono ai cosacchi di Pugaciov, per rovesciare gli autocrati di Russia e abolire il servaggio. Nell’anno del Signore 1774 ci impadronimmo di roccaforti, espropriammo ricchezze e dagli Urali ci dirigemmo verso Mosca. Pugaciov fu catturato, ma il seme avrebbe dato frutti.

Siamo l’esercito del generale Ludd. Scacciarono i nostri padri dalle terre su cui vivevano, noi fummo operai tessitori, poi arrivò l’arnese, il telaio meccanico… Nell’anno del Signore 1811, nelle campagne d’Inghilterra, per tre mesi colpimmo fabbriche, distruggemmo telai, ci prendemmo gioco di guardie e contestabili. Il governo ci mandò contro decine di migliaia di soldati e civili in armi. Una legge infame stabilì che le macchine contavano più delle persone, e chi le distruggeva andava impiccato. Lord Byron ammonì:

Non c’è abbastanza sangue nel vostro codice penale, che se ne deve versare altro perché salga in cielo e testimoni contro di voi? Come applicherete questa legge? Chiuderete un intero paese nelle sue prigioni? Alzerete una forca in ogni campo e appenderete uomini come spaventa corvi? O semplicemente attuerete uno sterminio? Sono questi i rimedi per una popolazione affamata e disperata?

Scatenammo la rivolta generale, ma eravamo provati, denutriti. Chi non penzolò col cappio al collo fu portato in Australia. Ma il generale Ludd cavalca ancora di notte, al limitare dei campi, e ancora raduna le armate.

Siamo le moltitudini operaie del Cambridgeshire, agli ordini del Capitano Swing, nell’anno del Signore 1830. Contro leggi tiranniche ci ammutinammo, incendiammo fienili, sfasciammo macchinari, minacciammo i padroni, attaccammo i posti di polizia, giustiziammo i delatori. Fummo avviati al patibolo, ma la chiamata del capitano Swing serrava le file di un esercito più grande. La polvere sollevata dal suo incedere si posava sulle giubbe degli sbirri e sulle toghe dei giudici. Ci attendevano centocinquant’anni di assalto al cielo.

Siamo i tessitori di Slesia che si ribellarono nell’anno 1844, gli stampatori di cotonate che quello stesso anno infiammarono la Boemia, gli insorti proletari dell’anno di grazia 1848, gli spettri che tormentarono le notti dei papi e degli zar, dei padroni e dei loro lacchè. Siamo quelli di Parigi, anno di grazia 1871.
Abbiamo attraversato il secolo della follia e delle vendette, e proseguiamo la marcia.

Loro si dicono nuovi, si battezzano con sigle esoteriche: G8, Fmi, Wb, Wto, Nafta, Ftaa… Ma non ci ingannano, sono quelli di sempre: gli écorcheurs che razziarono i nostri villaggi, gli oligarchi che si ripresero Firenze, la corte dell’imperatore Sigismondo che attirò Ian Hus con l’inganno, la Dieta di Tubinga che obbedì a Ulderico e annullò le conquiste del Povero Konrad, i principi che mandarono i lanzichenecchi a Frankenhausen, gli empi che arrostirono Dozsa, i proprietari terrieri che tormentarono gli Zappatori, gli autocrati che vinsero Pugaciov, il governo contro cui tuonò Byron, il vecchio mondo che vanificò i nostri assalti e sfasciò ogni scala per il cielo.

Oggi hanno un nuovo impero, su tutto l’orbe impongono nuove servitù della gleba, si pretendono padroni della Terra e del Mare.

Contro di loro, ancora una volta, noi moltitudini ci solleviamo.

Genova. Penisola italica. 19, 20 e 21 luglio
di un anno che non è più di alcun Signore.

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Sono passati due anni da quando Lei è con me. Il mio lavoro non mi concedeva molto tempo e la donna precedente mi aveva lasciato senza preavviso. Lei si era presentata raccomandata dal mio panettiere. E subito mi aveva fatto una buona impressione. Era pulita e ordinata nel vestire. Aveva poco trucco e veniva da una famiglia di onesti lavoratori. Era una ragazza senza grilli per il capo; come non è facile trovarne oggi. E anche se era alla sua prima esperienza decisi di prenderLa, almeno in prova.
Quasi sempre la prima impressione è, alla fine, quella che conta e in quel momento non avevo alternative. Fui subito soddisfatta di come lavorava. Arrivava puntuale, si cambiava e si metteva subito all’opera: metodica, sicura, pignola. Anche se era al primo servizio certo sapeva benissimo come si tiene una casa e imparava subito; e la casa cantava sotto le sue dita. Era probabile che glielo avesse insegnato la madre. Spesso nelle famiglie, anche in quelle modeste, ci sono di queste donne meravigliose. Un giorno sarebbe stata sicuramente, anche Lei, un’ottima madre di famiglia. Ne ero certa.
Sapevo di potermi fidare, semplicemente perché queste cose si sentono. Le avevo dato quasi da subito le chiavi per quando io non la potevo aspettare o tardavo; e succedeva anche spesso. Così lasciai la casa a Lei. E quando rientravo tutto era finalmente in ordine e tutto al suo posto, come mai lo era stato prima. Ormai potevo uscire per andare al lavoro più tranquilla sapendo in quali mani mi ero messa. Era proprio brava e anzi, mi sembrava anche poco quello che le davo.
E’ molto comodo, quando capita di tornare stanche, non trovare nient’altro da fare che immergere i piedi nell’acqua calda e godersi le ore della sera. Certe volte bastava solo che accendessi il fuoco sotto quello che Lei mi aveva lasciato preparato. E devo dire che anche come cuoca se la cavava certo meglio di me. In verità non ci voleva poi molto ma le donne che lavorano devono pure rubare il tempo da qualche parte. Ed è sempre di grande aiuto quando si può avere una persona così. Però alle comodità prima o dopo si finisce sempre per fare l’abitudine con il solo rischio di non poterne più fare a meno.
Per la prima volta, da quando ero sposata, bastava che io mi occupassi solo dell’ufficio. Lei si occupava del resto e così mi aveva tolto ogni altra preoccupazione. Uscivo senza pensieri o angosce e anche il lavoro sembrava guadagnare di questa mia serenità. Poi, una sera, torno e casa e le luci sono ancora accese e Lei è ancora là; e non è sola. E’ davanti al ripostiglio, in piedi, con un ragazzo e si stanno dolcemente baciando. Era un ragazzo robusto; per dire la verità un po’ volgarotto. Per il caldo indossava solo una canottiera bianca di cotone a coste.
Lei, scoperta, era diventata rossa e si era scusata tanto. Mi aveva spiegato che quello era il suo fidanzato, che la cosa non si sarebbe ripetuta più e mi aveva pregato di perdonarLa. Il fatto non mi sembrò certo grave, mi parve anzi divertente. Infondo, ho pensato allora, sono solo cose di ragazzi. Il suo lavoro era fatto e fatto bene; sempre. E quelle non erano faccende di cui mi sarei dovuta interessare. Così pensai e così decisi di non farne parola con nessuno. E poi c’era tanta tenerezza in quei due ragazzi. Ed erano tanto dolci.
Passarono alcuni giorni senza grandi novità. Da parte sua c’era stata solo una leggera ombra di disagio che durò poco. Le tensioni si erano lentamente stemperate e della cosa non avevamo avuto modo di parlare; e non era neanche il caso. Tutto ormai era tornato come prima e io ero sicura che non mi sarei mai dovuta pentire della mia decisione. Quell’episodio isolato era ormai completamente scomparso nella mia memoria; dimenticato.
Avevo, allora, ben altre cose per la testa, a cui pensare, poiché il lavoro non solo andava bene ma aveva preso a marciare; una vera e propria marcia trionfale. Mi sembrava anche che tutto avesse cominciato a filare a meraviglia proprio da quando L’avevo presa con me. E anche Lei sembrava aver dimenticato: dopo i primi tempi d’impaccio era tornata serena e spontanea come prima. Nuovamente cicaleggiava per la casa lavorando: Lei amava canticchiare mentre faceva le pulizie. E riempiva tutt’intorno a sé di allegria.
Una sera mi telefona Aldo, un mio stretto collaboratore. Mi dice che sarebbe passato per casa mia per lasciarmi quel benedetto contratto. La cosa era fatta. Erano due mesi che lo inseguivamo e poteva essere il vero salto di qualità. Così lasciai tutto e me ne corsi frettolosamente via. Non vedevo l’ora di stringere tra le mani il nostro trionfo. Quel pezzo di carta era molto più del frutto del sudore di quei mesi.
Quando rientrai le luci erano accese e Lei era ancora là e non era sola. Erano vicini alla porta e lui la stava baciando e le sue mani cercavano febbrilmente quel corpo di ragazza. Lui era quasi più imbarazzato di Lei, ma si riprese fin troppo rapidamente. Per la verità, in un primo momento, non mi avevano vista. Pochi istanti in cui rimasi, non so perché, immobile a guardarli. Lei era già vestita per uscire e fu Lei a vedermi per prima e subito, sorpresa, con una processione di “ohh!” esclamativi in bocca, lo respinse da sé. Mentre io avevo già ormai completamente scordata quella prima volta.
Era diventata allora immediatamente rossa e con grande imbarazzo si era scusata. Disse che si era distratta e non si era resa conto del tempo che passava. Mi spiegò che la cosa non si sarebbe ripetuta più e mi implorò di perdonarla perché quello era il suo fidanzato. Che si erano, è vero, lasciati un poco trasportare, stupidamente. Lui era un ragazzo alto e magro, dai tratti acidi. Portava occhiali pesanti che gli deformavano gl’occhi irriverenti. Ora sembrava quasi orgoglioso di sé. Certo se era il suo fidanzato non era lo stesso fidanzato.
Devo ammettere che sul momento faticai non poco a controllarmi ma mi limitai a dirLe solamente che poteva andare. E dopo che furono usciti dovetti occuparmi soltanto di Carlo. Quando riuscii a riflettere della cosa ero già più calma e la rabbia era ormai sbollita. Così, al ritorno di mio marito, tutto si era già sgonfiato e quasi non ci pensavo più. Non fu proprio il caso che gliene parlassi; per questo ed altri motivi. Gli accennai soltanto che forse avrei dovuto prendere in considerazione la possibilità di dover cambiare la ragazza; come se fosse una cosa quasi priva di importanza. E lui forse nemmeno mi sentì.
In verità l’episodio aveva avuto una propria violenza e una autonoma crudezza. Come girato in un film spinto in bianco e nero: lui, nel vincerLa, La spingeva contro la parete e La baciava voracemente. Ingoiava ogni suo grido di donna, divorava la sua saliva e ansimava, seppure di suoni soffocati. La tempesta di quel bacio scoteva le loro teste e Lei sembrava implorare con tutta la sua forza e protestare vinta e colma d’angoscia. Le mani del maschio, cercandola, avevano trascinato nel gesto la gonna scoprendo interamente le gambe nude.
La scena che mi era rimasta impressa era quella del peccato ma ne ero, come spesso avviene, altresì affascinata. Era la rappresentazione del desiderio e dei sensi. In seguito mentalmente rividi spesso quel bacio febbrile con una certa continuità. Devo ammettere che quell’immagine, così profondamente incisa, quando mi veniva riproiettata e la rivivevo, mi provocava vergogna ma al tempo stesso mi eccitava.
Ci dormii sopra e al mattino seguente, più tranquilla, molte cose mi apparvero differentemente. Infondo Lei veniva da me per lavorare e di quel lavoro non potevo essere scontenta. La casa era sempre in ordine come non mai e non Le si poteva rimproverare un solo granello di polvere. Odorava di buono e di pulito. Lei era sempre corretta e rispettosa nei miei riguardi. Non mi era sempre più utile ma ormai necessaria. Anzi aveva preso in mano sempre più la casa e in tutto c’era la sua impronta; non avrei più potuto farne senza.
In quei giorni avevo anche cambiato la macchina e mi ero finalmente presa quella pelliccia che era un’eternità che continuavo a guardare. Del resto forse poi non avevo neanche veramente il diritto di immischiarmi. E poi sarebbe stato un impiccio anche per il lavoro tornare a provare donne di non accertate capacità alla ricerca di una improbabile sostituta. Cosa potevo pretendere di più? Le avevo abbandonato una casa completamente in mano. E Lei vi aveva fatto fronte in modo perfetto. Inoltre è sempre antipatico volersi innalzare a giudici o a maestri di vita. Anzi mi ha sempre ripugnato un poco.
Non era più una ragazzina e io non ero mai stata madre, tanto meno di una figlia così cresciuta. In base a quale autorità potevo giudicare? Non invidiavo le madri per questo: i figli sono sempre preoccupazioni e più crescono più crescono le preoccupazioni. Inoltre sono solo cose da ragazzi e tutti siamo stati giovani almeno una volta. Si sa che gli amori a quella età sono spesso tanto violenti quanto rapidi. Ma poi questa è la vita, non un dramma. E non era forse vero che ero stata anch’io, quella volta, sorpresa nell’auto?
Forse aveva raccontato che quella era casa sua; chissà? Ma ciò era un’inezia. Forse semplicemente stavo invecchiando e allora gl’anni pesano di paure e falsi pudori; di moralismi gratuiti. Ebbi paura e vergogna di me. Certo che era comunque antipatica quella invasione della mia casa, del mio territorio, della mia riservatezza, della mia fiducia. Mi ero perciò ripromessa di parlarne comunque almeno con Lei e forse avrei dovuto avvisare la famiglia ma altro mi distolse dai miei propositi e finì che ne io ne Lei tornammo più sull’argomento.
In quei giorni fui molto occupata, trovai fugacemente il tempo di pensare a Lei in termini protettivi; poi, la vita è avara e implacabile. Ebbi dei fugaci rimorsi pensando che troppe volte si condannano delle nostre paure e delle nostre ossessioni le persone che vorremmo proteggere. Le mie decisioni via via si arrendevano e si perdevano. E trovavo altre risposte, forse più semplici, e mi stavo veramente affezionando a quella ragazza. E anche se so che non è una giustificazione valida trovavo, in quei giorni, a stento il tempo per mangiare.
Come potevo io difenderla dagli uomini e che diritto avevo io di farlo? Tutti i consigli pensati rimasero nella mia testa e delle intenzioni e tutto si stemperò nel tempo. Ero comunque sicura che non mi sarei mai dovuta pentire del mio silenzio un poco complice, anche perché la cosa non si sarebbe ripetuta più. Io credevo alla sue promesse e quelle promesse erano sicuramente sincere; stavolta.
Poco dopo mi presi, per alcuni giorni, un breve periodo di riposo e feci un piccolo viaggio; me lo ero proprio meritato, e diedi vacanza anche a Lei. Quando tornai ci ritrovammo con piacere: la ragazza mi parlava ormai come si parla ad una madre, o meglio a una sorella maggiore, senza altresì dimenticare mai il rispetto. Aveva fretta di raccontarmi con acerbo entusiasmo di come aveva passato la nostra separazione. Era impressionante però notare come la casa aveva patito di quella sua assenza; ma Le furono sufficienti solo un paio giorni.
Fra noi donne intervenne piano piano una complice confidenza. Imparai quello che avevo dimenticato e che cioè ogni famiglia nasconde al suo interno i suoi drammi e i suoi silenzi a anche le piccole incomprensioni e che è sempre difficile avere l’età che aveva Lei. Drammi e titubanze che anch’io avevo vissuto molto tempo prima come insormontabili. Me li rinfacciò involontariamente con tutta naturalezza; e solo ora mi sembrarono inutili e sciocchi. Avevo avuto bisogno di Lei per ricordarli. E la sua presenza rallegrava tutta la casa. La vita per Lei era una continua gioiosa scoperta.
Mi metteva a confidenza dei suoi dubbi e mi chiedeva consigli. Con le incertezze e i sogni legati alla giovinezza giocammo le nostre parole. Imparai a conoscere anche i suoi piccoli desideri di ragazza. A volte ero madre, a volte ero figlia, nei pochi istanti che potevamo condividere. Non avevamo infatti molto tempo per noi, io per il lavoro, Lei per l’orario; le due cose dovevano purtroppo coincidere, pertanto quasi sempre io me ne andavo poco dopo che Lei era arrivata. Parlare con quella ragazza, così già ricca di buon senso ma anche così teneramente ingenua, mi rilassava e mi aiutava poi a valutare e superare le difficoltà. Mi sentivo la sua protettrice e protetta al tempo stesso. Mi sentivo tanto sicura di me stessa da esserne orgogliosa.
Presto però dovetti rendermi conto che quelli non erano episodi sporadici ed eccezionali. Permaneva questa, diciamo così, difficoltà per quel nostro strano rapporto: ripresi a scoprirla occasionalmente in casa con uomini e ogni volta era un uomo diverso e pian piano compresi che questo era nel suo naturale ordine delle cose. Ogni volta tornavo a conoscere la sua sorpresa e il suo imbarazzo; ed erano entrambi sinceri. Ogni volta il suo volto arrossava e ogni volta si scusava. E ogni volta mi spiegava che dovevo fidarmi e stare tranquilla che la cosa non si sarebbe ripetuta e mi implorava di perdonarla perché quello era il suo fidanzato.
E ogni volta mi ripromettevo di trovare un rimedio, di porre fine a quella situazione anche perché tutto diventava sempre più imbarazzante, cominciava a crearmi dei veri turbamenti: la ragazza cresceva e maturava e i rapporti maturavano, per così dire; non so in che misura e con che relazione. Ormai non riuscivano, e non potevano, più a limitarsi al semplice bacio. La volta seguente lui, il terzo fidanzato, aveva la lampo abbassata. In seguito anche il genere di uomini cambiò, a volte erano giovani più o meno come Lei, ma anche uomini in età; non vecchi, questo no, ma certo sposati, almeno alcuni. Quale parte mi potevano assegnare in tutto quello?
Ma poi, davanti alle sue disperate preghiere cedevo quasi subito e finivo per perdonarla e col non farne cenno nemmeno con mio marito. Finiva tutto in una maledetta bolla di sapone; anzi mi sentivo vile e ingrata. Anche perché Lei continuava a svolgere egregiamente il suo lavoro, e la biancheria profumava sempre di pulito ed era stirata alla perfezione. E aveva per la casa la stessa attenzione che si può avere per il proprio figlio; nulla le sfuggiva. Aveva preso a fare anche i piccoli lavori di cucito, come riparazioni semplici e attaccare i bottoni.
Lei era una giovane donna; giovane ma anche donna. Non mi potevo lagnare d’altro, e quelle debolezze di donna mi sembravano sciocchezze non sufficienti per privarmi del suo aiuto; e della sua compagnia. Inoltre pensavo che, prima o poi, avrebbe trovato anche lei un suo equilibrio. Avrebbe trovato la sua strada e l’uomo giusto. E poi la casa era resa allegra dalla sua presenza. E così, sempre dopo essermi convinta che la cosa sarebbe presto o tardi finita da sola, tutto tornava come prima. Ma avevo poi forse io il diritto di impicciarmi della sua vita?
Ormai ero arrivata a prendere le mie precauzioni: se vedevo la luce accesa suonavo alla porta e aspettavo che Lei mi venisse ad aprire. Era certo quella una soluzione semplice che mi lasciava complice delle sue passioni e con un senso di blando rimorso nei suoi confronti ma che mi alleggeriva da decisioni difficili e colme di complicazioni. A volte le passavo una mano fra i capelli e era come un tenero pulcino, allora.
Così l’imbarazzo restava più per gli uomini che fra noi. Solitamente biascicavano fra i denti il solito “buonasera!” e scivolavano via radenti i muri; a occhi chini. Solo alcuni avevano l’ardire di alzare gl’occhi e quasi nessuno si spingeva fino a soppesarmi del suo sguardo. Chissà chi pensavano che fossi e come mi consideravano in quella vicenda? Qualche volta tornavo mentre se ne andavano e lì guardavo, non vista, allontanarsi come ombre parlando a volte distaccati a volte confidenzialmente. Cominciavo a convincermi che quella ragazza infondo non ne avesse colpe, semplicemente non poteva farne a meno.
Ma quello che mi stupiva era cosa trovassero in Lei gli uomini; non che fosse brutta, questo certo no, ma non era neanche il tipo della donna fatale. Vestiva ancora in modo poco appariscente, anonimo. Si truccava lo stretto indispensabile e anche meno e manteneva quella sua eterna aria di brava ragazzina per bene. A volte parlavamo di quegli uomini, sempre brevemente; Lei era discreta su loro ma raccontava spontaneamente dei sentimenti, violenti e nella sua giovane età sconosciuti, che provava. Erano tutti grandi amori.
I veri sconosciuti erano loro: gli uomini. Io invece ormai credevo, o mi illudevo, di essere riuscita definitivamente a risparmiare imbarazzo ad entrambe. Di aver risolto, con la mia minima furbizia, sia il problema delle pulizie della casa, sia i problemi di intimità e di passione della mia giovane e fragile amica e protetta. Ma, ben presto, dovetti rendermi conto che mi sbagliavo; e fu cosi che la mia vita d’improvviso cambiò completamente. Successe tutto circa due mesi or sono.
Quella sera ero molto stanca e innervosita perché non tutte le cose erano andate per il loro verso e anche Carlo, forse stanco, pareva non capirmi. Con gli affari aumentavano naturalmente anche le tensioni. Cose che capitano eppure quando capitano ti perdi un poco e perdi un poco anche il controllo di te. Così tornai a casa per farmi una doccia prima di riuscire per andare a cena. Io ero in anticipo e non feci caso alle luci.
Entrai distrattamente e Lei era in casa e non era sola; ed erano nudi nel mio letto. Anche quella volta non mi videro subito. Come ogni volta precedente restò sorpresa e arrossì e mi chiese scusa, mi spiegò che non si sarebbe ripetuto, ed era più dispiaciuta e più desolata ancora delle altre volte. Mi implorò di perdonarla ma non mi disse che quello era il suo fidanzato.
Benedetta ragazza! ormai la cosa aveva superato ogni limite e non potevo più sopportare oltre o fingere di non vedere. Mi era quasi impossibile capirla o aiutarla. Dovevo ormai affrontare quella situazione una volta per tutte. Ero costretta ad affrontare e risolvere quella questione che non potevo più eludere e non avrei più potuto nemmeno nasconderla e tacerla a mio marito perché lui era lì con Lei.
Cercai di controllare la mia rabbia mentre Lei mi guardava implorante e lui ridicolo nel suo strano, e tardivo, pudore. Solo in quell’occasione mi resi conto quanto sia sempre un po’ ridicolo un uomo nudo. Mi accesi una sigaretta e sospirai due lunghe boccate prima di qualsiasi altra cosa. E frugai in me con una chiarezza e una freddezza che mi parvero estranee. La mia vita era là, infranta in quel letto, ed io non potevo fare altro che salvare rapidamente i cocci per ricomporre quel poco che ormai restava. Come un puzzle complicato valutai tutto con una velocità di cui si può essere capaci solo nei momenti di massima necessità; come quando serve tutto il coraggio per affrontare una paura.
Questa volta la cosa era veramente grave. Trovarmela poi spiattellata sotto il naso; come ad una cretina. Eppure del suo lavoro non mi potevo proprio lagnare, anzi; ed è così difficile trovare, al giorno d’oggi, una donna delle pulizie. E per giunta così brava e fedele. Perché certo era brava nel suo lavoro; forse non solo ma certo nel suo lavoro. Domestiche così non se ne trovano più al giorno d’oggi. Ed era sicuramente fedele al suo lavoro e a quella casa. Si occupava ormai anche delle spese e di qualche altra piccola commissione. E anche il frigo era sempre sazio delle sue cure.
Di quella casa conosceva ormai ogni angolo e ogni angolo portava il segno delle sue attenzioni. Questa era l’unica certezza che mi restava. E poi Lei era anche un poco il mio portafortuna; da quando era con me le cose erano andate sempre più migliorando. E Poi la vita è dura per tutti soprattutto per una ragazza; la vita non fa sconti e prima o dopo chiede il suo compenso. Inoltre mi guardava con due occhi immensi imploranti. I lunghi capelli erano ancora in parte appiccicati al viso, come profonde cicatrici. La sua pelle che sporporava ritrovava biancore, impallidiva; anzi quel bianco era ormai accecante. E i suoi seni erano piccoli ma descrivevano curve morbide, armoniche e perfette. E poi non sopportavo di vedere quei suoi occhi intristirsi.
Lui invece annaspava ridicolo frugando con le mani le lenzuola cercando le mutande. Gl’occhi, con uno sguardo inutile, mi fissavano mentre il suo desiderio lentamente si intimidiva. Ma Lui; Lui no! proprio questo non me lo doveva fare. Anch’io lavoravo e il problema della casa era tutto sulle mie spalle. Piuttosto io lavoravo e il mio lavoro andava a gonfie vele e tutto quello che avevamo lo dovevamo a questo. Lui si accontentava di tornare a casa alla sera e trovare tutto in ordine e trovarmi ad aspettarlo. E tutto il peso della casa era sulle mie spalle.
Poi i suoi stupidi problemi che erano sempre più importanti dei miei, erano sempre così enormi, inversamente dimensionati alla miseria dei suoi successi. Alla miseria delle sue idee; del suo animo arido. E quando finivano i suoi problemi quasi completamente finiva la nostra vita in comune; si rifugiava nel suo silenzio sprofondando davanti alla televisione. Allora ogni parola sembrava infastidirlo ed essere di troppo. A quel punto non mi restava altro che mettere un poco in ordine da sola mentre lui se ne stava comodo nell’altra stanza; sola col suo mutismo e le notizie, e le disgrazie, della sera alla televisione della cucina.
Mugugnava solo e si ricordava di me quando poi aveva prurito a letto, alle ore più assurde e scomode; come se io non dovessi lavorare. E quelle poche volte che aveva quel prurito solo allora si ricordava di me, a letto. Queste erano le gioie superstiti del nostro matrimonio. Per il resto parlavo in silenzio a muri e porte che non mi potevano rispondere. Avessimo dovuto vivere di ciò che guadagnava, allora si che sarebbe stata dura. Avrei proprio voluto vederlo lui, con tutte le sue pretese e i suoi capricci. Con la sua mania degli orologi e dell’etichetta. Anzi l’avrei visto e cacciai così quell’animale senza dargli neanche il tempo di pentirsi completamente di quello che mi aveva fatto. Ne quello di profferire parola.
Lei era rimasta in silenzio per tutto il tempo e non aveva ancora trovato il coraggio per rivestirsi ma ora cercava di farfugliare e balbettare delle nuove improbabili e infantili scuse. Era intimorita di cosa ancora la poteva attendere. Fu rinfrancata e tranquillizzata quando vide che nel mio viso le ombre dell’indignazione si cominciavano a mutare in un sorriso pieno di tenerezza. Allora la soccorsi dicendogli di lasciare stare e che non c’era ormai più bisogno di parole e passandogli una mano fra i capelli. Non riuscivo a rimproverarla e ormai la frittata era fatta e non si sarebbe potuta fare senza rompere le uova.
Uscì nuda dal letto con il suo corpo ancora un poco acerbo di ragazza giovane e per un attimo rimase davanti a me nuda e potei ammirare tutte le forme di quel corpo. Era un corpo allo stesso tempo acerbo e armonioso; ora meno nudo che sulle lenzuola. Poi si vestì senza fretta e con attenzione e alla fine ci trovammo improvvisamente a scoppiare a ridere all’unisono della stessa risata. Era tornata alla mente di entrambe l’immagine di quel porco che se ne andava barcollando: cacciato senza neanche il tempo di tirarsi su i pantaloni.
La invitai a farsi una doccia prima di tornare ma lei rifiutò spiegandomi che ormai si era fatto tardi e ci demmo appuntamento per l’indomani. Quel giorno rimase fra noi come non fosse mai esistito. Ma da quel giorno cambiò la nostra vita e cambiai anche i suoi orari, ora doveva iniziare più tardi e più tardi andarsene, rientravo cioè prima che fosse finito il suo orario così da incontrarci tutte le sere. Avevamo trovato così il modo di avere del tempo solo per noi; per stare assieme e per parlare di noi, per essere veramente amiche. Certo le davo anche qualcosa più di prima.
Passarono alcuni giorni prima che potesse trovare il coraggio per dirmi: “Sai! infondo non ci sapeva neanche tanto fare.” –guardandomi un poco timorosa– “dovevamo proprio essere buffi. Vero?” dissi che lo erano molto e ci ridemmo su. Fu l’unica occasione in cui riparlammo di quella sera e di mio marito. Ora la casa è sempre in ordine come prima ma quando torno Lei smette di lavorare e allora siamo solo due amiche. Capita di andare al cinema o comunque fuori assieme, anche solo per una pizza. Capita spesso che le presti qualche vestito per un’occasione particolare o che ce li scambiamo divertite. E tutto ci scambiamo.
Le ho regalato un vestitino antracite che è un amore. Gliel’ho infilato io stessa. E rido perché non sa camminare sui tacchi e sembra sempre lì lì per cadere. Ieri, per esempio, ha invitato due suoi amici e toccava a Lei scegliere il suo per la serata; meglio dire per l’inizio della sera. In queste occasioni, dopo, Lei dorme con me e io telefono a casa per avvertire i suoi. Per la circostanza ha indossato della biancheria che io le ho prestato. Ma in queste occasioni tutto si ferma tassativamente alla sera; la notte deve rimanere solo nostra, senza alcuna invasione estranea. Nessuna delle due lo sopporterebbe.
A volte La scopro io, altre volte è Lei che scopre me. Io continuo ad ammirare quel suo corpo flessuoso ed elastico, Lei invidia i miei seni abbondanti. Gli uomini non capiscono ma non hanno di che lagnarsi. Lei ha molti amici i quali hanno altri amici; a loro volta. La compagnia, con Lei, non manca mai; ne l’allegria.
Ma capita anche che preferiamo restarcene sole, dopo cena, senza motivo, semplicemente per parlare bevendo qualcosa. Parlando di uomini e di tutto, lasciamo ogni cosa fuori la porta. Su molte cose ci troviamo d’accordo ma soprattutto sul fatto che gli uomini sono belli solo nel movimento; allora, quando i muscoli si tendono e gonfiano e paiono esplodere. Ma oggi mi sono divertita a truccarla perché questa sera, invece, viene Carlo e porta naturalmente un amico.¹


1] 23 ottobre 1994

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politica4Domenica. C’è chi naviga e chi vorrebbe poterlo fare. D’improvviso una giornata primaverile (ma prova a dirlo a chi sta in galera). Non sai come fare a comunicarglielo. E poi fossimo tutti uguali sarebbe una noia assoluta. Questo non fa sì che ci si debba, per forza, sentirsi migliori. Veramente mi sento qualche acciacco d’età e qualche cattiva compagnia. Non sono nella forma più perfetta, ma basta non pensarci. Il sole è un invito troppo allettante. E poi, io, di galera mi basta sentirne parlare. Basta un cenno. Sono già insofferente di mio, per natura. Preferisco la strada alla rete. Alla fine mi sento solo un gran cretino. Mi chiudo la porta alle spalle. Le placche di ghiaccio però non si sono ancora sciolte.
Ma ad uscire ci sono i suoi pericoli. L’obiettivo, naturalmente, è il mio bar. Quello reso famoso in questi e in altri spazi. Così me ne vado con la solita fretta. Perché io non so andare in altro modo. Pare sempre che mi muova con grande ritardo. Che ci sia, nelle mie giornate, qualcosa di assolutamente importante da raggiungere. E che debba farlo subito, o meglio immediatamente. A differenza di chi coltiva il ritardo come una virtù e ad essere puntuale si sente in colpa. In realtà mi aspetta solo la sera. Ma, come dicevo, a cercare l’uomo si rischia di trovare, con lui, anche la sua parte meno nobile. E’ così che mi siedo ad aspettare l’ordinazione. E’ così che mi imbatto in alcune miserie. L’universo uomo è fatto anche di questo, di piccole miserie. Del famoso stupidario. A volte sarebbe utile starsene in disparte, ma Giancarlo mi riprende. E’ impossibile. “Non mi sembra di puzzare“. In realtà mi ero messo da solo per distrazione. Per non fargli torto lo raggiungo al tavolo con gli altri amici. Tavolo affollato.
Loro parlano e io, per lunghi attimi, torno a perdermi nei miei pensieri. Mescolo lo zucchero. Sorseggio il caffè. Mi prendo tempo. Faccio tutto con molta calma. E alla compagnia si unisce Maurizio. Maurizio è un tipo strano di cui ho parlato ed evitato di parlare. Infondo Maurizio anche quando c’è non c’è completamente. Deve raccontare qualcosa. Deve mostrarsi attraverso le parole. Non è alto ma con quelle si finge un gigante. Gli altri, generosamente, fingono di credergli. Questo è un pregio dell’uomo: quello di avere dei momenti di indulgenza; soprattutto al bar. Perché Maurizio molte ne sa ma ogni una è frutto solo di memoria. E’, purtroppo, un elemento gregario. Buon, anzi discreto, venditore di idee altrui. Solitamente arriva con Umberto. Umberto parla e Maurizio conferma. Ed è generoso Maurizio.
Di servi sciocchi è pieno dietro alle nostre spalle. Non manca certo documentazione. Libri, cinema, teatro, ne abbondano. Infondo questo ti può aiutare a non avere rimpianti. Di servi sciocchi sono piene le ore della giornata. Le strade. I palazzi. Infondo è su questo che naufragano certi ideali. E non farebbe strano osservare Maurizio che cerca di affermarsi con uno spazio proprio. Dire le stesse, solite, cose come fossero farina del suo sacco. Metterci persino entusiasmo. Ormai anche loro vogliono il palcoscenico. Scordiamoci Losey. Il servo è come il gatto che si avvicina per lasciarti sfogare quando torni con la luna storta. A proposito di luna… lasciamo stare, magari ci torniamo dopo. Il servo è quello che spolvera con la manica. Che si inpanica per timore che il principe possa trovare un intoppo. Insomma il servo è uguale nella storia e in qualsiasi luogo. Differisce solo quando confonde i limiti del ruolo.
Mentre lui imperversa non credo di ascoltarlo troppo. Conosco parola per parola, almeno per sentito dire; almeno in una decina di precedenti. Mi accendo una sigaretta. Mi ricordo di qualcosa trovato nelle pagine del libro che sto rileggendo lentamente in questi giorni: l’Ulisse di James Joyce. Questo non per darmi arie, ma anche sì. Anche per dire che anch’io a volte leggo. Magari non i libri giusti. Insomma fa un po’ di scena. Messa lì, una citazione, da al post una parvenza di colto. Riporto, dopo averlo debitamente rintracciato, il passaggio che mi era stato suggerito dal guardarmi, con aria distratta, torno: «L’urlo lo fece tornare quatto quatto dal padrone e un sordo calcio del piede scalzo lo fece volare incolume attraverso una lingua di sabbia, rannicchiato nel volo. Tornò furtivo descrivendo una curva. Non mi vede. Lungo l’orlo della gettata, saltellò, si gingillò, annusò una roccia e di sotto la gamba posteriore sollevata ci pisciò sopra. Trottò avanti e, alzando la zampa posteriore, pisciò presto breve contro una roccia non fiutata. I semplici piaceri dei poveri.»…
Il cane, ma mica solo lui, dopo il calcio ritorna. E’ l’istinto. Un istinto gregario. Riconosce il padrone. Come il servo. Anche sapendo che prenderà un altro calcio lui torna. Piscia mostrando una sorta di incuranza, di esibito menefreghismo, ma torna. Questa è l’unica libertà che almeno l’animale di razza canina si prende; almeno lui. La novità è che viviamo nell’epoca dell’apparire. In cui tutti tendono a mostrarsi. Non è prerogativa di Maurizio. Lui infondo è un dilettante, un piccolo gioiello ma pur sempre di periferia. Non ci sono certo grandi palcoscenici qui a Spinola. Ma ora lui s’è finalmente deciso: sarà consigliere. Nessuno osa contraddirlo. A che servirebbe? Nessuno osa ricordargli che la scelta spetta agli elettori. Infondo lui ha già scelto per loro. Infondo anche il servilismo sta diventando virtù. Anche a livelli con una risonanza ben maggiore. Te li ritrovi poi per televisione. In realtà fino a non molti mesi fa lui seguiva come un ombra il Taragnin. Oggi… è uno dei suoi avversari più acerrimi. Contento lui. Ora dice che ha un grande progetto per la città. Come potesse ancora esserci qualcuno disposto a credergli. Ma si avventura in dettagli. “Io penso [n.d.a. leggesi pensa, al limite pensiamo, che già è un’iperbole] che lì andrebbe fatto un senso unico.” Io me ne resto in silenzio. “E le macchine, dove escono?” “L’unico problema sono le macchine.” Per un attimo resta a riflettere. Credo aspetti Umberto, che porta ritardo, perché ci illustri questo grande progetto. Purtroppo devo andare per preparare pranzo. Purtroppo io non ho nessuno che metta in pentola qualcosa prima del mio arrivo. Mi sarò perso qualcosa di sommamente importante?
Il post non voleva essere, e non è, dedicato a Maurizio, troppa grazia. Voleva essere dedicato alla figura del servo e alla sua evoluzione. Di come si stanno affollando le fila dei principi servi. Di come stia diventando un vanto; una virtù. Inoltre continuo a sostenere che sappiamo chi ci governa ma non chi ci comanda. Mi son fatto prendere la mano. Mi sono distratto. Credo che dovrò tornarci. Stasera sarà plenilunio o quasi. Chissà se sentirò, sfidando calci quasi certi, con istinto canino, ululare alla luna?

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