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La grande manifestazione di Roma

Foto di Elena Bellini

Tra i tanti video “amatoriali” sugli scontri del 15 ottobre a Roma in uno c’è una frase sulla quale ho soffermato in particolare la mia attenzione. E’ rivolta ai “violenti” tra i “dimostranti” da un “poliziotto” in tono di spregio e di sfida: “…mi fate schifo. Siete tutti cagasotto”. Perché mi soffermo su questo poche e povere parole di astio che non rappresentano nemmeno chissà quale novità? Forse rappresentano solo ignoranza e intolleranza. Mi soffermo considerando che la piazza non è unita, è anzi frantumata. Ci si unisce solo nella piazza, dentro al vocabolario degli slogan, anzi ci si divide in una semplificazione tra chi vuole utilizzare gli strumenti del pacifismo e chi invece crede nella necessità dello scontro anche violento. Onestamente mi sembra una inutile semplificazione. Quel poliziotto è un frammento di uno stato frammentato. Certo che finché si tollerano interi settori degli apparati dello stato che deviano dallo stesso ordinamento statuale, come è sempre stato, interi settori con profonde matrici fasciste, nessun confronto è possibile tranne quello della Resistenza, qualsiasi Resistenza portata attraverso qualsiasi forma si renda possibile. E’ però sconsolante il modo in cui la sinistra, nelle sue organizzazioni, non ha capito quella piazza andando completamente in confusione. O diamo delle risposte progettuali o rischiamo una deriva autoritaria come risposta.
Io non credo, in tutta onestà, nel grande complotto. Non ho mai creduto in una regia occulta. Credo che un corpo disordinato produce sia gli effetti dello scontro sia una situazione di instabilità che porta la “paura” (che destabilizza) e la conservazione (la richiesta di ordine come sicurezza). Quella piazza ha bisogno di una leadership? Non se ne esce allo stato attuale. Non vedo apparire figure significative al di sopra di quelle divisioni. Ma perché non una “intelligenza” diffusa, una scienza multipla? Ma queste domande mi portano fuori tema, non sono un teorico. Cerco di dire solo alcune cose piuttosto pratiche. La rivoluzione come cambiamento radicale della società può passare attraverso strumenti difformi. La storia ci insegna che è passata attraverso la lotta armata come attraverso un movimento popolare pacifista. Unico dato comune è in quel “popolare”. Ora abbiamo Pacifismo e pacifismo e Violenza e violenza. Non starò qui a soffermarmi in analisi, magari altrove o un’altra volta. Mi sembra solo che la situazione attuale sia piena di incognite ma anche di speranze. Mi pare sia alquanto complicata. Io credo che un “movimento” dovrà inventarsi nuovi strumenti di lotta. E che nulla dovrebbe essere trascurato. E’ pur vero che la mia visione, che può apparire utopia, mi spinge a sostenere che solo una lotta “pacifica” di massa può portare quel cambiamento radicale costruendo contemporaneamente una nuova concezione di struttura statuale. Solo un paese di uomini liberi sarà un paese realmente libero. La domanda in fondo è ancora la stessa: Ma chi aveva interesse a non far arrivare quel mare di folla nella “loro” Piazza?

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Roma dopo gli scontriRoma: 15 ottobre 2011. Arriviamo in piazza della Repubblica con moltissimo anticipo. Ci metto un po’ per capire dove siamo. Anche la politica è un’arte. Questo movimento (15-M più conosciuto come “indignados”) è un soggetto multiplo, una sorta di idra dalle moltissime teste. In grossa parte dice niente bandiere. La traduzione di quella parte è: nessuna bandiera di appartenenza, di partito; tutti sono responsabili di questa crisi. La totalità la riconosce come quella famosa crisi strutturale. Alcuni si spingono persino oltre l’utopia e vorrebbero mettere in piazza assieme destra e sinistra. Nella realtà in piazza già troneggia un enorme striscione: “Falce e martello”. Subito dopo arrivano in pompa magna, con tanto di gazebo e bandiere, quelli di SEL. Come dire che spuntano all’improvviso quelli che fino a ieri erano solo fantasmi impalpabili. La rete dopo si divide tra chi nega il diritto a queste presenze e quelli che soffrono della mancanza della destra. Non sono certo sbigottito: non c‘è piazza, almeno di questo tipo, in Italia possibile senza la sinistra e nel corteo la sinistra rappresenterà una presenza se non totale molto maggioritaria. Quella dietro le proprie orgogliose bandiere di appartenenza e quella, come noi, dietro istanze specifiche come, appunto, la richiesta di giustizia per la Palestina (ma di ciò ho più che parlato). Di cosa vogliamo parlare allora?
Alcune osservazione schizofreniche, altre di assoluta improvvisazione priva di veri strumenti di analisi, altre ancora solo parziali o funzionali e comunque davanti ad un fatto di tale rilievo richiederebbe lo sforzo di cercare di capire. Sospeso tra chi condanna incondizionatamente quella violenza (e forse tutta la violenza), chi a giochi fatti ancora continua a cavalcarla e glorificarla e quelli che condannano per pavidità qualsiasi espressione ancor ferma ma pacifica. Vorrei provarci almeno su alcune piccole cose senza la presunzione di riuscirci perché a volte è sottile la frontiera che passa tra eversione e sovversione, cioè può sembrare quasi labile. Riparto allora da un piccolo messaggio di accompagnamento ad una testimonianza fotografica trovato in rete: “qua colgo l’occasione per ringraziare pubblicamente l’esemplare servizio d’ordine svolto dai compagni del “Cafiero” di Roma, senza i quali difficilmente avremmo portato le chiappe più o meno incolumi”. E’ naturale che dopo la violenza le anime candide la condannino in toto e ne prendano le distanze e venga criminalizzata qualsiasi forma di violenza fino alla resistenza. Che cosa c’è in gioco, a mio avviso, in quella manifestazione: “la possibilità di dare da sinistra «una prospettiva, una piattaforma, un progetto» alle variegate proposte di quella indignazione spontanea e generalizzata fatta di mille anime”. Il tempo ci dirà chi ha partecipato agli scontri e, se c’è, chi li ha provocati e fomentati.
Parte una caccia alle streghe contro gli anarchici e gli antagonisti che va respinta. Io non condanno nessuno soprattutto i compagni né accetto di entrare nella logica della delazione. Onestamente io non ho ancora elementi per parlare almeno con approssimazione di responsabilità e credo sia sbagliato criminalizzare un intero movimento. Però dobbiamo andare a fondo prima di una sollevazione indignata in difesa generalizzata dei coraggiosi. Il primo arrestato, o tra i primi, il lanciatore di estintore, si dimostra essere un ragazzo bene estimatore di Hitler. Non corro in soccorso di questo tipo di “compagni”; scusate ma dopo una pausa qualche domanda dovremmo porcela. Come dicevo certo FB è uno strumento schizofrenico se il 18.10 trovi commenti come questo da parte di una persona non giovanissima di cui è inutile fare il nome non essendo un caso singolo: “sarò considerato una merda ma sabato godevo come un riccio…” quando la stessa persona sabato 15, di ritorno, per esempio non solo li definisce teppisti ma va oltre esternando così il suo pensiero: “NON BLACK BLOC… QUELLI VESTITI DI NERO CON I CASCHI E IL TATOO S.P.Q.R. SONO FASCISTI …e Alemanno li conosce…”. A questo punto si tira in ballo il Che, la Resistenza, i tupamaros fino ai fedain, tutte figure (o figurine?) su cui si può tornare e probabilmente tornerò ma non ora perché renderebbe il post eccessivamente lungo. Mi preme dire che sono stati richiamati tutti, a mio avviso, in modo improprio e inopportuno. Comunque non mi nascondo certo che in momenti simili ci possano essere quelli che possiamo definire “danni collaterali”. Non è questo il posto idoneo, ripeto non è questo, per parlare di “guerra per bande” o di “guerriglia urbana” o di “strategie insortive”. Non credo alle notizie che ci vendono i giornali e le televisioni. I primi obiettivi colpiti non erano certo strategici. Nessun centro del potere ha tremato, tutt’altro. Nella manifestazione oceanica c’erano donne, bambini e invalidi, con loro si sarebbe dovuta prendere e difendere quella Piazza. Sono stati messi in pericolo. Molti in quella piazza, me compreso, nemmeno ci sono mai potuti arrivare. Non i pavidi. I numerosi e organizzati Compagni del PMLI nemmeno sono partiti, nella pratica. Tutto stava finendo ed erano ancora davanti alla stazione Termini. Quale politica si nascondeva dietro quelli scontri che sono almeno inizialmente sembrati come semplici atti di vandalismo? Difendiamo i Compagni ma non evitiamo i distinguo. Col senno del giorno dopo dobbiamo capire cosa abbiamo ottenuto e cosa abbiamo perso. Non posso finire che con: “niente finisce, tutto continua”. ORA E SEMPRE RESISTENZA.

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Forgone polizia incendiatoRoma, 15 ottobre 2011. Mi è stato chiesto di raccontare la mia esperienza. Naturalmente ero sul posto, in pancia alla manifestazione, assieme alla mia Compagna e a vecchi e nuovi amici. Separati da nostro figlio e dalla figlia di un’amica e da altri nostri amici. Credo che non lo farò perché l’ha già testimoniato fin troppo bene Lei e perché nessuno ha visto nulla. Cioè ognuno ha visto solo un piccolo frammento di un film che mi pare, a me sessantottino, di aver già visto sgradevolmente più di una volta. Mettere insieme i frammenti è alquanto difficile e forse ancora presto. E guarda caso si torna a parlare di strategia della tensione. A questo gioco non ci sto. Dicevo: ero nella pancia della fiumana incredibile e interminabile di quella manifestazione di cui nessuno da ancora numeri, almeno approssimativi, più verso la testa che al centro, anzi quasi in testa. Ero a testimoniare la presenza della Freedom Flotilla e la nostra attenzione al problema della Palestina. Allora, se non un resoconto molto personale, cosa posso raccontare? Vorrei fare solo una piccola premessa su quel fiume in piena e poi narrare una storia che in quanto storia è frutto solo di fantasia, forse un po’ surreale, come sembravano essere quelle figure nere che abbiamo visto. Incutevano una certa soggezione ma più che paura si trattava di un senso di incredulità, di figure appunto surreali, da un altro mondo. Ai pochi che abbiamo visto gli abbiamo gridato inutilmente dietro. Io è pochi altri li abbiamo anche apostrofati in malo modo. Non hanno fatto caso a noi. Avevano qualcosa di più importante da fare: andare alla loro guerra che era solo loro. Mi spiace perché sarà solo quella e poche l’altre l’immagine che resterà di questa grande protesta mondiale.

Noi, io e Lei alla manifestazioneOra proviamo ad analizzare da chi era composta quella manifestazione. Chi va in piazza e in quella piazza, come me, non ci arriva mai? La manifestazione è indetta, in modo spontaneo (spontaneo?), in varie parti del mondo dal movimento 15-M più conosciuto come “indignados”, fin qui è aria fritta. Un movimento apartitico; circa 900 (novecento) piazze nel mondo scendono a protestare. Si vede dal mattino che l’utopia di mettere insieme, sugli stessi obiettivi, un popolo che va dall’estrema sinistra “disubbidiente” all’estrema destra “eversiva” è appunto solo utopia. Nessuna bandiera, s’era detto, si intendeva nessun simbolo di partito. Io Comunista ero stato un po’ emarginato pur non avendo tessere o referenti in una sinistra che mi riempie di perplessità; nella quale stento a vedere un progetto. Di bandiere e simboli di partito è piena la piazza fin dal primo mattino. Una manifestazione senza quella sinistra non è realtà nel nostro paese e di questo ero orgoglioso seppure io rappresentavo un’istanza particolare. Comunque la parola d’ordine era in estrema sintesi “Noi il debito non lo paghiamo”. Uno slogan in sé sovversivo che potrebbe scardinare (finalmente) dalle basi questa società “borghese”. Una parola d’ordine per “abbattere” lo “sfruttamento dell’uomo sull’uomo” di questo “capitalismo” e della “finanza”. Il resto è contorno. Mi chiedevo è mi chiedo se su questo, che credo si incarni nel tessuto stesso di qualsiasi elaborazione marxiana, la sinistra sia in grado di elaborare risposte, di prospettare un futuro, di incarnare un progetto; questa sinistra confusa e nebulizzata. Qui finisce la mia premessa con l’ultima mia considerazione più volte ripetuta in rete: “Ecco il coraggio e la lotta in cui credo. Ci vogliono più coglioni a fare da scudo umano che a sfasciare mille vetrine”.

Immagine di Vittorio ArrigoniOra la storia e scusate se non è una storia molto originale. Questo è solo un racconto di pura fantasia. Personaggi e altro sono solo frutto di una mente malata che si lascia all’immaginazione. Da giorni c’è un via vai strano per la città, un indaffararsi che passa quasi completamente inosservato. C’è tensione ma nessuno può né vuole crederci. La paura non può fermare la manifestazione. Il meccanismo è già in moto, entrambi i meccanismi. E’ mattino presto ma non prestissimo. Un capitano vicino alla pantera parla con alcuni individui. A vederli sono inquietanti, sanno di quelli che chiamano “black blocs”, eppure sono tranquilli, intenti nel loro chiacchiericcio. Non puoi covare sospetti, sono così disinvolti, quasi normali. Non si può tramare gli ultimi dettagli così alla luce del sole. C’è il teorema Kossiga a fungere da vademecum; credo sia inutile ripeterlo per l’ennesima volta. Sono storie di un’altra Italia e quando sono vere il gioco si fa pesante, si mette in gioco la vita. Sono storie di un Italia dove c’erano parti dello stato “deviate”, golpiste. Sono uno stupido sessantottino. E la marea parte e non parte perché siamo in troppi e i più sono ancora in Piazza della Repubblica. Da un furgone scendono quegli individui ed altri. Alcuni sono poliziotti in borghese ma stranamente sembrano i cattivi della nostra storia. Da un’altra parte sbucano quelli, i cattivi veri, un misto di ultras della curva e di fascisti che sono usciti da Casa Pound, che poi un po’ sono la stessa cosa e comunque non si può notare la differenza. Si muovono sicuri, sono addestrati, si vede. Sanno che troveranno ragazzi, la maggior parte molto giovani, con in corpo un carico di adrenalina senza controllo facile da far infiammare. Raccolgono il loro armamentario che avevano in precedenza preparato e nascosto e precedono il corteo. Solo una piccola parte cerca di entrarci da uno slargo. Sistematicamente iniziano la distruzione di qualsiasi cosa si trovano davanti, non si danno nemmeno cura di accanirsi su quelli che si potrebbero definire simboli di opulenza o almeno obiettivi simbolici. Spargono la voce che ci sono disordini, che la polizia carica. Lontano si comincia a vedere una grande e alta colonna di fumo. Le prime auto sfasciate e quelle incendiate. Si trascinano dietro questo seguito di giovani che sognano l’avventura e la grande lotta. Si muovono verso la testa del corteo per invitare i manifestanti ad unirsi a loro. Il corteo li respinge coraggiosamente quanto decisamente, li sfida e li apostrofa pesantemente. Li riconosce, cioè li riconosce nell’ideale che incarnano: gli grida fascisti. La piccola parte infiltrata esce dal corteo senza averne mai fatto parte, cacciati dallo stesso corteo. Stampa e televisioni sono già state invitate alla festa, a quella della distruzione indiscriminata. Uno di loro si stacca dal branco e si accanisce contro gli arredi di una chiesa. La polizia lascia un furgone al centro della piazza, aperto, e loro gli danno fuoco, fa parte dall’inizio della sceneggiatura. Gli strani individui che sono apparsi all’inizio di questa storia tranquillamente se ne vanno. Alcuni si permettono di salutare romanamente ormai paghi del lavoro e certi dei risultati. Lasciano nella piazza quei ragazzi che si son riusciti a trascinare dietro e che credono che quella sia la rivoluzione. Lì lasciano in preda alle forze dell’ordine (ordine o disordine?) disorganizzate, in preda alla paura, impreparate. Scoppia la battaglia delle vittime. Il capitano è davanti alla televisione e sogghigna soddisfatto: le immagini son quelle di una battaglia. Nessuno bada più alle tante centinaia di migliaia di persone che hanno cercato qui, come in quasi tutto il mondo, di cambiare la storia e la società. Silvano è tutto orgoglioso dice che gli ha gridato che gli avrebbe spaccato il culo e che questa volta gliele hanno date. Umberto ha due costole incrinate e un occhio nero e gonfio e tornando a casa circospetto improvvisamente si sente defraudato. Uno stormo di trolls si accanisce in rete intorno a quelli che erano stati nei giorni precedenti i luoghi di organizzazione della protesta. Intanto una voce fuori campo invita alla delazione. Partono i titoli di coda. Propongo di farli accompagnare dall’Internazionale e di aggiungere alla fine: ORA E SEMPRE RESISTENZA.

Un aspetto della manifestazione: il camion rosso.

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OGGI. Sembra pregarlo, chiederlo, imporlo. Lei vuole ancora ricordare. Oltre la mia vergogna. Oltre ogni pudore. Anche il suo. Credo che almeno questo glielo devo. Non ho che parole come oggetti contundenti; difficili. Come le dita di allora. Parole insensibili. Come segni che non sanno parlare. Parole povere. Non posso farlo che attraverso loro.
DIARIO: 1 gennaio 1968: Lo abbiamo passato in un bar.

16 anni Lei, solo 19 lui

16 anni Lei, solo 19 lui

[Audio “http://se.mario2.googlepages.com/Nelcuorenellanima.mp3”%5D

1967. 16 anni Lei, solo 19 lui. Ragazzi come lo si può essere. Sogni ed illusioni da condividere. Libri da leggere. Musica da ascoltare. Il lavoro, lasciato lo studio. Pochi rimpianti; allora. Niente li poteva fermare. Era tempo di crescere, tempo di chiedere, tempo di dare. Era fretta.
Lei era alta e rossa non solo di capelli e per lui era “la rossa “; Era tutto e troppo. Era l’immagine della sua rabbia; giovanile. Era il suo riscatto. Era anche quello che non sapeva dire. E Lei lo credeva un poeta. Si guardava intorno stranita. Non capiva quello che le succedeva. Se lo chiedeva. Se lo sarebbero chiesto entrambi.
Non avevano tempo per loro. Non avevano tempo per fermarsi. Si cercavano con gli occhi, con le labbra, con le dita. Si cercarono per due mesi. Senza riconoscersi. Senza trovarsi. Poi lui partì, e quasi non fu una scelta politica. Per altri otto si inseguirono con le parole. Anche quelle troppo povere per essere di aiuto. Anche quelle come queste. Ma allora avevano una paura maggiore delle parole. Lei non sapeva di essere donna. Lui non sapeva che fare il ragazzo. La storia li sfiorava e passava loro addosso. La storia. Lei non credeva di essere nel suo destino. Lui non voleva darle un appuntamento. E quella storia finì in modo che sembrava banale. Finì senza bisogno di grandi colpì di scena. Finì soltanto. Senza fanfare. O forse s’era solo interrotta. A quell’età non c’è tempo per ieri. Si guarda solo avanti. Si corre. Si pensa ci sia sempre un posto dove andare. E un altro posto da scoprire.
Ormai era il 1968. Quei ragazzi, bene o male, si credevano gli attori di quel tempo. Ognuno a viverlo per proprio conto. Convinti di esserlo, la storia. Convinti che tutto fosse là. Che bastasse allungare una mano. Convinti che ci fosse sempre un giorno dopo la notte. E lui, allora, non avrebbe fatto nulla per difenderla. Non lo sapeva fare. Era come se l’intero mondo girasse intorno a loro. Un assurdo girotondo che nessuno dei due voleva. E ognuno credeva di esserne padrone, di quel mondo. Ma tutto era cambiato. Loro cambiavano. Gli amici partivano. Gli amici non tornavano. Niente e nessun posto li poteva perdonare. Le canzoni restavano in sottofondo. I libri non si prestavano più.
Era finita ed era il 1969. Lui era tornato. Lei non lo sapeva. Non poteva saperlo. Lui aveva cercato i loro posti, i suoi passi, la loro magia. Sembrava non essere sopravissuto nulla. C’era uno studente un po’ presuntuoso. Non voleva che gli altri la guardassero. Lui scrisse altre poesie che lei non avrebbe potuto leggere mai. Che nessuno avrebbe letto. Che lui stesso avrebbe dimenticato. Nessuna parlava di Lei. Nessuna parlava di loro. Si nascondevano dietro al pudore; le poesie. Dietro. Per chi sapeva leggere Lei era ogni parola. Era dolore, ma era anche sorriso.
Sembrava il tempo passare lento. Per quelle calli passò ripetutamente. Un tempo che sembrava non avere fretta. Non avere fine. Privo di un disegno preciso. Un lungo rosario di anni. Molti amici rinfacciavano a lui ancora di averla lasciata sola. Molti amici avrebbero voluto trattenerla. Per loro. Forse gli invidiavano persino il suo dolore. Nessuno mai a dire a Lei che lui non aveva altra lingua; che non trovava altre parole. Che in ogni nome ripeteva il suo nome. Che non era capace che di scrivere quel nome. Che era rimasta dentro la sua anima. Che era Lei la sua poesia. Ma gli uomini sono solo uomini. Non sempre sanno vedere; nemmeno con gli occhi.
Gli anni posarono la polvere sulle cose. Non c’era più quello studente. Lei si perdeva. Credeva di inseguire la libertà. Di dare uno schiaffo all’anticonformismo. Di continuare a ribellarsi. Lo credeva. Convinta. Restava rossa ma si faceva cosa. E tutto le graffiava la pelle. Non aveva altra paura che di sé. E da sé cercava di fuggire. Nel silenzio. Dentro un bozzolo. Esponendosi. Rischiando. Lui smise di scrivere e di sognare. Chiuse nel cassetto la sua bandiera. Cercò un angolo in cui quel ricordo non fosse troppo invadente. Si scelse una storia concreta. Una donna concreta. Una strada facile. A sognare faceva fatica. I sogni non lo lasciavano stare. Lo cercavano. Lo inseguivano. Gli chiedevano di essere e ricordare.
La vita è continuata. I giorni e gli anni si sono fatti strada. Come un torrente si sono fatti spazio sotto le pietre. Hanno continuato a scorrere. Il tempo non ha rispetto per nulla. Nessuno sa dopo. Conoscere è arte per adulti. Anzi ognuno sa, e ha continuato a sapere. Ognuno sa e non racconta. Quella sarebbe davvero un’altra storia. Del ragazzo, ormai invecchiato, che giocava ancora con i ricordi e sognava ancora la ragazza dai capelli rossi. Dei conti con una vita in autunno. Forse di un cuore che continuava a cercare calore. Forse. E Lei passeggiava le sue giornate. E Lei pagava, giorno dopo giorno, ed in moneta contante, quelle che credeva fossero le sue scelte libere e indipendenti. E stringeva nel suo pugno una vecchia canzone che pensava solo sua.
Cosa poteva succedere ancora per riavviare questa storia interrotta, senza futuro e senza più poesia? Ancora lei, non più la ragazzina di 16 anni, di nuovo la ragazzina, ma non più come una bandiera. Non quella che tutti cercavano. Che tutti inseguivano. Solo una donna ferita. Una donna che nasconde il suo nome e quello che è diventata. Che si cela dietro parole a volte senza senso. Lei, la ragazzina provocante, ancora una volta sfida il mondo e torna ridendo nel suo mondo. Come allora. Per la seconda volta. Si era scordata di saperlo fare. Vede quel nome. Un nome che è un ricordo preciso. Nitido. Finge di non avere paura e chiede “Si ricorderà di me?” scrivendo: “Sei tu?”. Lui non sa cosa si nasconde dietro a quel velo e risponde quasi incerto “Sì, sono io!”. E Lei torna quella ragazza.
Da qui in poi la storia prende il volo, si trasforma in favola . Le Favole per vivere hanno bisogno di nutrirsi di grandi emozioni. E questa non è una favola qualsiasi. Ha emozioni che hanno origini lontane. In un mondo di sogno che non tornerà più, ma quei ragazzi sono tornati e hanno creduto al miracolo. Infondo cosa sono quarantadue anni. Ora paiono un battito di ciglia. E’ facile, ora, anche per lui, dirle quelle parole, gridarle: “Sono tornato“.
Lui la guarda ora con gli stessi occhi di allora. E ama la donna che è. Non ha bisogno di volgersi dietro le spalle. Non deve sopportare il peso del rimpianto. Il volto di Lei sembra il volto di quegli anni. Forse, per lui, quegli anni non possono avere altro volto. Ora a lei donna lui sa dire “ti amo“. E ama quella donna più del ricordo che ha della ragazza.

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politica3

Esco. Per essere mattino è mattino. La luce è diversa. Tutto è diverso. Sfilo gli occhiali. Mi stropiccio gli occhi. Il sole è abbacinante come da tempo non lo era. Qualcosa di questo e di quello pare irreale. Non è il mio paesaggio. Guardo l’ora ed è la stessa ora. Mi specchio in una vetrina e nel vestito ci sono io. Dovevo immaginarlo, da ieri sera. Impulso notturno. La città non è la stessa. Non è la mia. Difficile spiegare, straordinario, non è la mia e lo è, o meglio lo era. Sono uscito in strada quarant’anni prima di oggi, e, tutto, è ancora esattamente come allora. Frugo con lo sguardo. Cosa cerco? Nemmeno io lo so. Forse non cerco ed è il ricordo a cercarmi. Qualcosa mi spinge verso quei percorsi, vissuti. Una violenta nostalgia si trascina nell’aria impalpabile. Riconosco ogni angolo. Ricordo ogni angolo. E in ogni angolo si aggrappano pensieri struggenti. Può sembrare impossibile ma sono nato a Venezia e veneziano sono rimasto. A Venezia tutto può succedere. O forse è solo perché allora era tutto bello. Forse perché avevo vent’anni e l’Italia il sessantotto. O forse è perché oggi è tutto così desolatamente banale e vigliacco.

[Audio “http://se.mario2.googlepages.com/ValleGiulia.mp3”%5D

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Più che di frequente si torna a parlare del cosiddetto “affare Moro”. Forse troppo recente per essere Storia. E subito si inciampa in alcune questioni sostanziali: i due famosi segreti capitali.
1. Come ha fatto l’uomo che non c’era a sparare la maggior parte dei colpi esplosi, in quel drammatico mattino, in via Fani?
2. A chi corrispondevano le figure dei due pali in motocicletta che non hanno mai declinato le loro generalità?
Poi si passa ai famosi “misteri dei 55 giorni” di quello che è forse l’omicidio di statista con più misteri della storia del mondo.
1. Perché non è stato fatto quello che si è invece testardamente perseguito, cioè, perché non si è trovata la prigione dove veniva tenuto prigioniero Aldo Moro, quando si è fatto tutto il possibile per completare il disegno di non trovarla e sacrificarlo alle cosiddette “ragioni di stato”?
2. Dove è finita parte dei documenti che aveva con sé il presidente della Democrazia Cristiana e le altre carte che non si dovevano trovare e non si sono trovate perché la storia si fa anche e soprattutto con le carte?
Etc.
A tornare ad allora è lo scontro tra un progetto demenziale di “attacco al cuore dello stato” e un “apparato burocratico fin troppo compromesso” con le stragi di stato, la strategia della tensione e quant’altro, ma non se ne viene fuori eppure con l’uccisione, che appariva “predestinata” fin dall’inizio, alcune risultanze restano certe anche senza essere costretti nel labirinto dei dubbi e delle ipotesi.
L’uccisione di Aldo Moro è la sconfitta delle “Brigate Rosse” (quanto rosse non ci interessa stabilirlo) e la fine di qualsiasi ipotesi rivoluzionaria (intesa come lotta armata, già da prima anacronistica). Ma anche la chiusa di qualsiasi possibile movimento di massa che voglia cambiare strutturalmente il nostro paese.
E’ la conclusione dell’anno più lungo del secolo breve: il sessantotto. Della grande illusione. Della domanda: come si può considerare libero un uomo che si può comprare e che è disposto con entusiasmo a mettersi in vendita?
E’ la bocciatura di quel compromesso storico attraverso il quale si voleva riscattare l’allora Partito Comunista Italiano, che all’epoca rappresentava la classe operaia e i ceti meno abbienti, dalle gravi colpe del Socialismo Reale.
E’ la premessa della sepoltura di ogni ipotesi veramente riformista nel nostro paese. Gli spazi di manovrabilità politica (della grande politica) si fanno angusti. Le grandi conquiste dei primi anni settanta vengono assimilate, metabolizzate e rese indolori. Corrotti e corruttori diventano gli eroi nazionali.
Io credo basti per capire che alcune risposte alla storia si possono e si devono dare.
La storia non sempre è una buona maestra ma la sua voluta ignoranza rende sicuramente complici di un paese che si destina a sfasciarsi.

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