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Posts Tagged ‘sessualità’

Disegno di due mani che si disegnanoPorta il caffè e si siede sul divano accanto a me e, con voce mesta, comincia a raccontarmi delle sue cose. E delle disgrazie di Simone che sono anche le sue. Le scivolano le ciabatte dai piedi; le rimette. Fuma pigramente. “Quanti”? Fuori la giornata non è delle migliori, pioviggina. Non ci sono mai stati problemi tra noi. Nel mentre sorseggia la bevanda calda mi spiega che va di male in peggio. “A volte vorrei mollare tutto. Forse dovremmo”. Mi chiede di Marta e di Luca. Di come va con il lavoro e di come sta mia madre: “Quanti anni ha”? Passa da una cosa all’altra senza interrompersi; non lasciandomi tempo per risponderle. Spiaccica nervosamente la cicca sul posacenere. Si passa la mano sulla testa per invitarmi ad ammirare il colore che ha rifatto. Ha un vestito leggero con dei fiorellini orribili. Con la sua voce roca dice che c’è il rischio che le portino via casa; e anche il resto. “A volte vorrei poterlo fare”. Al piano di sotto il marito ha un negozio di souvenir, vecchi 45 in vinile e foto d’epoca; ci lavorano entrambi. Solo una scala divide il negozio dall’appartamento che non ha una entrata autonoma. “Si è mangiato tutto con i gratta e vinci e anche di più”. I creditori sono in fila famelici in ressa fuori dalla porta. Non ha mai avuto testa per gli affari, ma questo lo tengo per me.
Sai com’è lui”.
Un clacson che passa mi distrae dalla sua voce. Sono immerso in una sorta di assenza. Simone è un uomo dalla voce sottile ma penetrante, sempre rapido nel commento malizioso. Bello non lo è mai stato, per questo nemmeno lei, ma con le donne non ha mai mostrato di avere problemi. Parrebbe spaccare il mondo. Alto e secco, è sempre stato fatto così. Vive la vita in fretta. E sempre oltre le sue possibilità. Ci siamo conosciuti prima ancora che loro due si incontrassero. Non ho mai capito il perché ma siamo diventati amici subito. E da allora abbiamo continuato a vederci dividendo tutto o quasi tra una bisboccia e l’altra. Mi ricordo di quella volta della francese. Solo che lui non ha mai messo la testa a posto. Mi avrebbe anche chiesto di fargli da testimone, ma il quel periodo ero fuori dall’Italia per lavoro. Mi sono fregato le mani. Lei invece è sempre stata una donnetta, l’immagine della casalinga. Quelle che non hanno una loro vera opinione. Che la pensano come gli viene chiesto di pensare. Fatta apposta per stare a casa e aspettare e soffrire in silenzio. Avrei giurato che non sarebbe durata e invece sono ancora assieme.
Sai com’è lui; è così orgoglioso”.
Li conosco tanto bene che quello che non sapevo lo avevo potuto immaginare. E non è la prima volta che mi accennano, separatamente, alle loro disgrazie. Forse l’ho guardata con una sorta di compassione o forse avevo una faccia fin troppo comprensiva. So che non posso certo fare molto: quando c’è una falla inutile svuotare acqua, o si chiude il buco o la nave affonda. E’ una legge fisica, sempre valida; e loro affonderanno. Non posso più aiutarli, e nemmeno voglio farlo. Mi limito a metterle una mano amichevole e pietosa sulla spalla, a consolarla, e di sottecchi guardo annoiato l’orologio rendendomi conto che si sta facendo tardi. Forse nemmeno tardi, ma è il momento di levare le tende. Mi fa capire che si tratta di una buona sommetta, circa cinquantamila euro; o che almeno con quelli potrebbero affrontare i primi problemi; forse uscirne. Non mi pare abbastanza convinta. “Non per… questo no”… La stringo a me senza entusiasmo e senza affetto convincendomi che da questa storia non torneranno mai i cinquemila che già le ho dato quando sembrava l’unica emergenza calmare quel fornitore. Forse sapevo già prima di darglieli che li avrei persi. Per queste cose lui non trova il coraggio di parlarmi. Lui è un vincente. Avrei voglia di fumare. Il rumore del traffico scivola sulla strada ed entra dalla finestra.
No, scusa ma… mi è scivolata la mano. Non volevo”.
La guardo e la guardo per la prima volta. Guardo la mano. Come fosse cosa d’altri. Non è mai stata bella e l’età non l’ha certo aiutata. Ha intorno e da per tutto almeno una buona ventina di chili di troppo, e la pelle grassa. Occhi di un colore a cui è impossibile dare un nome. Dita che cerca di curare ma che hanno lavato troppi piatti in una vita piatta. Dita che vivono una vita propria anche quando non accompagnano i discorsi. Potrei inventarmi di crederle senza offenderla, anche per il rispetto che mi lega all’amico Simone. Le guance le sono scese ulteriormente e le si sono ingrossati i polpacci. Non assomiglia nemmeno minimamente alla donna che ho sempre sognano nonostante quegli occhi abbassati in un cenno di vergogna: “Scusa”. Avrei anche una domanda che mi prude in gola ma che riesco, anche se faticosamente, a trattenere. E’ solo noia. Una noia che ottunde in una sorta di assopimento leggero. Mi sistemo seduto. Aspetto. Non riesco proprio ad essere più presente. Ho un perché? Ha sempre avuto quegli occhi che piangono anche quando cerca di mimare una risata. E divento immobile. Ascolto. Sento il vento ed ogni più piccolo rumore. Il brusio della sua voce che lentamente smette di parlarmi. Il silenzio che entra ingombrante. Potrei persino inventare una scusa. Se solo togliesse la mano traendomi da quest’impaccio. Ormai è già troppo tardi. Andarmene sarebbe solo la questione d’un attimo; non avrei bisogno di fare nemmeno tanta fatica. Lei ormai vuole giocare a fare l’innamorata imbarazzata o la sposina recalcitrante. Non posso certo toglierle io la mano se non la toglie lei. Mi limito a stringerla un po’ di più distrattamente, senza alcun interesse. Un abbraccio di cui non mi importa d’altro. So che la cosa finirà presto. Lei si abbandona come se si svuotasse.
Alza gli occhi: “Cosa stiamo facendo”?
Mi viene di sputarle in faccia la realtà. E lo sta facendo lei. Ci sono donne che sono proprio pazze. Completamente. Pazze. Mi chiedo se ci credono. O se pensano proprio che gli si possa credere. O se non gliene frega affatto. Forse credono di doverlo fare. Che faccia parte del copione. Solo che lei è lei. Lei è Enrica. Enrica; la moglie di Simone. Proprio Enrica. L’Enrica che è sempre sembrata rispondere a tutto con un’alzata di spalle. Che sembrava vivere la sua storia d’amore. Quella che era la stessa vita che la rassegnava. E ne aveva dovute ingoiare tante con Simone. Con il suo Simone. Spesso mi ha detto “Tu non sai”. Ed è invecchiata più degli altri e prima. Credevo fosse l’ultima a potersi mettere in testa fantasie simili. Strane idee. Non ha mai avuto nulla di fatale. La trovo noiosa anche quando non parla. Non imparerò mai a conoscerle. Non conoscerò mai abbastanza le donne. Non la sto molto ad ascoltare in quella sua misera interpretazione. Lo sa benissimo cosa sta facendo eppure riesce ad arrossire anche se le si imporporano solo le orecchie. Ed è goffa. Abbassa gli occhi sulla mano e li distrae subito, ma i suoi movimenti diventano inesorabili ed io sono trascinato sotto il palmo di quella mano. Forse crede di lusingarmi. Che le dovrei essere grato. E lo fa mentre guarda un altrove che non vede.
Ma io… ma tu… ma tu… ma tu”…
Si lascia scappare delle sillabe balbettate. Dovrei fermarla? Fa per baciarmi dimenticandosi per un istante chi siamo. Inseguendo un tempo che non può trovare più. Un suo sogno. La pazzia non ha mai confini. Né l’idiozia. Quasi lo implora quel bacio. Poi lo chiede una seconda volta col doppio mento. E una terza col terzo. E una quarta con il gozzo. Ci manca altro che mi sporchi del suo rossetto. Che lasci traccia del suo capriccio. Poi, subito, allontana le labbra. Vive disperatamente il suo pentimento. Una vergogna tardiva. Sono stanco di crearmi paranoie. La sua mano che mi cammina dentro la rende solo donna. Anzi fa di lei una cosa. E nemmeno troppo allettante. Mi dice, come se le costasse una immane fatica: “No! proprio non posso. Questo no. Mi sembrerebbe troppo brutto. Di fargli… male. Scusami”. Mi sento un coglione se non fosse che la sua mano non sa star ferma e sta diventando curiosa e frenetica. Parrebbe non sapere quello che sta facendo e cosa succederà, ma lo sa anche troppo bene. A cinquantacinque anni non sono queste le cose che si possono fingere di ignorare. Non so mentire. E’ una mattana.
Cosa fai”?
Faccio quello che mi ha chiesto. Che vuole. Che mi implora. Ma non ho trovato nessuna collaborazione per quel bacio. Nessun senso di colpa. Certo nessun rimpianto. Troverei offensivo fingere l’amore. Non ne ho bisogno. Penso si possa fare senza. E sembra pensarci e pentirsi e riflettere e ripensarci. Con gli occhi e col viso fa la timida e l’impacciata e l’esitante, ma la sua mano ormai mi stringe con forza ed è decisa e disinvolta a depravata. Inesorabile. Marcia verso il burrone. Sembra importarle solo di me. E’ rigida come di legno e poi molle come di sacco. Tira fuori un seno cadente e remissivo pensando forse di spronarmi. Come ne fosse obbligata. Con lo stesso entusiasmo. Forse dovrei toccarlo e mostrarmi interessato. Forse lo vuole e se lo aspetta. Non capisco se il suo sguardo vuole essere provocante. Mi sento un verme. I suoi occhi si fanno ancora lucidi come se gonfi stessero trattenendo un pianto. Un disperato lamento. Un’implorazione. Troppe cose per un momento tanto inutile. Certo un bacio avrebbe aiutato a far diventare tutto meno squallido. Forse il mio disinteresse rende la cosa quasi irreale, e ancora più imbarazzante. Vorrei solo andarmene. Lo faccio. La strattono invitandola a girarsi perché non è un gran bel vedere, ma ho una eccitazione stupida e cieca e pigra. Resiste un po’ come se dovesse, poi mi lascia fare e anzi è lei a scivolarmi di schiena. Stancamente. Non vuole pensare e vuole smettere di fare. Vuole lasciare fare a me. La sua mano scivola vuota sulla stoffa del divano. La mia l’agguanta.
Fallo… fallo… da dietro. Mi sembrerà… forse… meno. Senza vederti”.
Non ho bisogno di incoraggiamenti, né tanto meno di suggerimenti. Lo sto già facendo. Anche per me così è meno Enrica. Occhio non vede, cuore non duole; o qualcosa del genere. Così scivolo sulla sua schiena e le faccio abbassare la testa. Non ho né la voglia né mi sembra opportuno ritrovarmi davanti quei suoi occhi vuoti. Non voglio guardarla. Né che mi guardi. Né tanto meno vederla nuda. Non mi sembrerebbe carino che lui salendo ci trovasse in quella posizione. E la trovasse nuda. Anche se sono certo che non crederebbe nemmeno ai suoi occhi. Mi limito ad alzarle il vestito. Lei s’è già messa in posizione. Mi riprometto di fare presto. Le alzo la veste e le abbasso quelle sue gigantesche mutande. E’ un indumento che sembra non finire mai, e mi sta dissuadendo. Sono nuovamente tentato di rinunciare, e desistere, ma è veramente ormai troppo tardi anche per lei. Mi deve aiutare per facilitarmi nell’operazione. Solo con la sua collaborazione riesco a sfilargliele. Sembravano non volersi arrendere; testardamente per oppormi resistenza. E’ vedere il suo enorme culo flaccido denudato che mi fa venire l’idea, né ho il capriccio ormai da un bel po’ di tempo. Non so se pensa a lui. Se ha ritegno. Paura. L’ultimo pudore. Onestamente me ne frego. Improvvisamente abbiamo fretta. E’ troppo presa nella sua lotta. Sembra un’anguilla e sputa parole singole a scatti. Si fanno ancora più brevi e faticose e sincopate. Le stacca isteriche le une dalle altre. Quando inizia a capire cerca di divincolarsi.
Non così. Cosa fai? Non voglio. Io… io… Fa male. Non così”!
Ma non cerca veramente di togliersi. Di scappare. Cerca di tirasi verso l’alto e farmi scivolare più giù, di guidarmi, di decidere. Insisto incurante. Ormai sono deciso. Sospira il mio nome. Forse anche la sua testarda resistenza mi eccita ancora un po’. Forse perché ha estratto dalla scollatura anche l’altra tetta. E penzolano tristi e flosce come due tasche vuote. La similitudine mi sembra sconveniente e poco rispettosa. Lei mi sembra ancor più sconveniente. Non trovo nient’altro a suscitare il mio interesse e che mi possa attrarre nemmeno quel poco, ma l’immagine di lei è… oscena. Forse anche perché lei continua a dimenarsi nel tentativo di sgusciare da sotto ma non vuole perdere il contatto. Così i movimenti del suo culone, che trattengo per i fianchi, fanno sì che me lo strusci addosso. Dovessi definirla la definirei una posizione, e una visione, laida. Sono deciso a non arrendermi e intestardito e mi sto leggermente irritando, quasi incazzando. Ha i capelli corti, irti come spini, biondissimi; d’un biondo che non ha pudore di denunciare quanto è falso. Il collo largo e un odore di vaniglia. Forse si rende conto che non c’è nulla da fare. Che non mi può ormai sfuggire. E in quella lotta comincia a sudare; lo vuole fare anche lei. Forse è per il bacio che per compassionevole comprensione le ho appoggiato sul collo, appena sotto all’orecchio. Forse semplicemente ha deciso che è finito il momento di fingere resistenza. Smette di lottare. Perde energia. E lo fa lentamente. Certo il colore dei suoi capelli sopporta di più il passare del tempo. Nasconde più facilmente il bianco che li incanutisce. Sono distratto e assente. Non me ne frega niente. Ogni suo movimento non fa che motivarmi di più. Rendermi più deciso. Più sicuro. Lei sussurra un ultimo fiacco e disperato “Non così.” che si trasforma in un sospiro lungo e interminabile. Che si stempera e le ritorna in gola. Si rassegna. Si arrende alle proprie fantasie.
Sì, così”!
C’è sempre la possibilità di una scelta. Simone, da giù, la chiama e le grida di chiedermi se voglio fermarmi a cena. Guardo verso la porta come aspettandomi di vederlo entrare. Le do un colpo più deciso. Lei risponde !, gridandolo verso le scale. Ha una sorta di piccolo balzo. Il divano non è stato pensato per i nostri giochi e rischia di cedere, e lei di cadere. La trattengo e le sferro una gran pacca. Lei si aggrappa ancora di più al bracciolo. Le molle cigolano addolorate. Mi esorta ad essere delicato e attento. E’ come se la cosa non mi riguardasse, non mi coinvolgesse. La vedo senza riconoscerla. Le rispondo cagna! Le sento stringere i denti con un agghiacciante scricchiolio. Temo frantumi la dentiera. E’ ancora incerta. E’ curiosa. Cerca di tenermi testa. Ormai è disposta a tutto. Non avanza né indietreggia. Squittisce: “Sì, così”! E’ solo carne. Siamo completi estranei. Cerca di rilassarsi con rassegnazione: “Non mi è… mai”. Mi sorprendo di esserne sorpreso. Certo che le donne sono strane. La sua voce si fa un soffio flebile e sempre meno preoccupata: “Non mi è capitato mai; ma”… Ha fianchi larghi multistrato. Le mie dita affondano nella carne cedevole. Devo ammettere però che lì è soda. E tenace.
Sì, così”!
Rincula. La sua voce va assumendo entusiasmo. E speranza. E sfida. E una nuova curiosità. Cerca di rilassarsi. Non vuole scoprirsi delusa. Le ha preso gusto. Solo il pensiero da gusto anche a me. Me lo ripeto per mantenere entusiasmo. Chiudo gli occhi per non guardarla e mi impegno. Solo gli animali lo fanno come animali. Non mi ci vuole molto per capire che non sarà una cosa così breve e che non sarà tanto facile ritirarmi. Penso con rabbia e poi gliele dico proprio tutte le cose che penso di lei. Non ha nessuna importanza. Non ha tempo per offendersi e nemmeno la voglia. Forse per lei fanno parte del gioco o del prezzo. Forse nemmeno mi sente o non le interessa. O non vuol fare caso a me o ad altro. Forse. Forse è ancora convinta che è destino della donna. Ubbidire. Assecondare, Sacrificarsi. E diventa sempre più difficile tenerla ferma, restare aggrappato a lei. Potrebbero salire anche tutti i figuranti della processione per il sabato santo e tutti gli interpreti della festa di ogni santi. Grida che da sotto non la possono non sentire e poi s’acqueta e aspetta paziente. Non ci impiego ancora molto.
Scusa”.
Guardo fuori e ha smesso di piovere. Lei mi attende ancora un attimo immobile. Così è ancora più sconcia. Dopo mi pulisco con le sue mutande e le lascio cadere dov’erano e tiro su la lampo. Senza aspettare accendo la sigaretta. Sudata è sudata. Cheta l’affanno. Si alza per ricomporsi il vestito. Lo stira col palmo inutilmente e poi si arrende. Mi da le spalle. Spinge quelle mutande sotto il divano con un calcetto. Cerca di non guardarmi e si rassetta i capelli. Si deterge il sudore dalla fronte. Sono al capolinea. Non ho più alcuna energia. Dentro di me la ringrazio di risparmiarmi almeno le solite stronzate: Che è stato bello. Che no… abbastanza. Se io… Che lei… che io… che noi… che c’è un noi. Che non avrebbe… che non credeva… che non crede ancora… Che è stata una pazzia. Che no… che però… che sono stato… Che le dispiace. Che ne so. Devo togliermi di lì subito. Ogni minuto è di troppo. Indosso il giaccone e le dico che spiegherò io a Simone che non posso fermarmi: mi dispiace ma che me ne devo proprio scappare. Che non si preoccupi per i soldi: me li darete quando potete. Anche lei sembra contenta che finisca lì; senza altre parole, né spiegazioni. Quando sono in strada mi guardo indietro e stento a credere che sia successo.

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Icona con volto di uomo bello1. Quando era nato gli avevano imposto un nome importante: Amedeo. Se ci avesse pensato lo avrebbe trovato anche ingombrante, non lo fece. Amedeo era così, non amava particolarmente complicarsi la vita. Era rimasto orfano di quei tempi difficili. Per lui tutti quegli anni erano solo un numero. E non aveva mia chiesto la parte per la quale era caduto il padre. Certe cose preferiva non approfondirle. Il passato è passato proprio perché resta indietro. E ci si può liberare con minima fatica. Di quel padre non portava nessun ricordo. Né si era dato cruccio di indagare sul perché portava il cognome della madre.
Amedeo non era sempre stato bello. Non è che lo fosse diventato da un certo punto. Semplicemente, come avviene per tutti, aveva subito fino ad allora e con fastidio le semplici attenzioni che sono sempre riservate ai bambini, anche un poco idiote, che sembrano sempre dedicate alle mamme e prive di alcun rapporto con la realtà; quello che verrebbe definito un semplice complimento, se vogliamo un poco ipocrita, ma un vezzo sempre e da sempre diffuso. E questo aveva smesso di lusingarlo prima ancora di cominciare. Tanto quelle lodi erano dette senza convinzione e subito tutti tornavano alle proprie chiacchiere. E lui non indugiava già da allora troppo nel compiacimento, cioè non aveva mai avuto consapevolezza di essere veramente affetto da quel vizio. E di correrne i pericoli. Inoltre mai avrebbe sospettato che la sua vita avrebbe potuto essere così condizionata dal suo aspetto. Non aveva nessun motivo per chiedersi alcunché e per passare più tempo dello stretto necessario davanti allo specchio.
Ne aveva avuto consapevolezza solo verso i quattordici anni. A quell’età gli stava cambiando la voce, ma non aveva notato altre particolari trasformazioni. Certo s’era allungato, come molti dei suoi compagni, e aveva provato a fumare di nascosto, ma i veri mutamenti erano naturalmente così lenti che ad una osservazione così continua non potevano che passare inosservati. A rendere evidente questo suo difetto era stata la più banale delle frasi detta dalla signora Argentina, una amica della madre, mentre le due donne prendevano il tè: “Amedeo si sta facendo proprio un bel giovanotto”. Non ci avrebbe nemmeno prestato attenzione se dopo, e nemmeno aveva dovuto aspettare troppo, non si fosse trovato a tornare ad imbattersi sul ricordo per quella frase premonitrice.
Improvvisamente quella donna, che aveva sempre mostrato una grande cura mal riposta della propria persona, gli era sembrata nervosa. Non aveva aspettato molto, era bastato che sua madre andasse nell’altra stanza a prendere degli altri biscotti, perché lei ripetesse il complimento direttamente sulla sua persona: “Sì! ti stai facendo veramente un bel ragazzo. Chissà le ragazze”. E aveva un leggero rossore nelle gote. Di tutte quelle chiacchiere, e delle altre, nessuna l’avrebbe incuriosito se fossero semplicemente restate relegate a quel contesto e quel momento. Non avrebbe nemmeno dato peso alla mano che gli era scivolata calda e leggera sul ginocchio. La madre era tornata subito e la signora aveva tolto il contatto frettolosamente, come fosse un gesto sconveniente; da nascondere. Ma sul suo viso un sorriso era cambiato e si mostrava sempre più in imbarazzo, come avesse una sua idea a distrarla e allo stesso tempo cercava in tutti i modi di indirizzare le frasi a lui e di richiamarne l’attenzione.
La vedeva anche molto più vecchia di quei suoi quarant’anni mentiti, ma questo è del tutto normale nei ragazzi a quell’età. La donna non si era certo persa d’animo nel constatare che quel ragazzo non subiva il fascino dei suoi inviti; se non aveva reagito quando lei lo aveva, silenziosamente e con grande lavorio di sguardi, attirato a far scivolare gli occhi dentro la sua scollatura, offerta allungandosi più volte verso il tavolino, o lungo il riflesso del nailon sulle sue gambe. C’è da aggiungere che a quel tempo il giovane Amedeo era completamente sprovvisto di qualsiasi difesa e che non aveva mai colto nemmeno gli inviti delle sue coetanee, ma la cosa non è così insolita. E poco conta che quello che la donna aveva da raccontare e mostrare potesse non apparire, come dire? fresco e particolarmente invitante. Semplicemente non s’era avveduto di nulla e cercava di aspettare senza troppi grattacapi che finisse l’incontro di sua madre con la sua ospite. Non ci si meraviglia, e lui non aveva malizia, quando le cose ancora non si conoscono ed è facile capirle solo dopo. Così non gli sembrò strano quando lei si offrì per aiutarlo nei compiti di greco. Inusuale ma non troppo strano. Certo rifiutare sarebbe stato sgarbato e lui aveva solo pensato che sapeva cavarsela da sé e temeva il continuo pigolare e spettegolare della donna.
Lo aveva preso per mano lungo il corridoio e sembrava lei accompagnarlo. A lui ancora nulla gli sembrava troppo insolito e allarmante. La mano della donna era morbida e curata, le unghie appuntite e smaltate accuratamente d’un rosso acceso, e Amedeo sentì che le trasmetteva il suo calore. E lei sembrava diventata allegra come per un improvviso mutamento d’umore; con la voce ancora più stridula. Era irrequieta e appena passata la porta si premurò di chiudersela dietro e dimostrò di avere una frenetica impazienza. Con suo stupore Amedeo si sentì chiedere un disperato: “Cosa aspetti?”, ma già, senza bisogno di risposta, si era aggrappata a lui. Le labbra, dal rossetto dello stesso colore accecante delle unghie, si erano appiccicate alle sue, la lingua si era fatta largo nella sua bocca e la mano si era fatta intraprendente dentro i suoi pantaloni. Precipitosa allora lo aveva spinto sul letto quando era ancora in preda della sorpresa, e tutto era stato più che affrettato. Lui non aveva posto resistenza e lei gli aveva piantato le unghie sulla schiena e aveva confermato in un lungo sospiro che era “bello e ben proporzionato, anzi anche di più”. Amedeo non era certo che stesse succedendo e che stesse succedendo proprio a lui. Aveva continuato a temere che la madre potesse entrare, lei sembrava nemmeno intimorirsi di farsi sentire.
Gli disse subito che non aveva intenzione di negargli nulla e in base a quei suoi propositi si comportò come una donna poco timorata e priva di inibizioni e incontentabile. Al ragazzo era anche sembrato sconveniente quel dire le cose della donna. E capì da solo che non poteva essere un complimento quando lei gli sussurrò comprensiva: “Peccato! Dovrai imparare ad avere meno fretta. Non ci pensare, te lo insegnerà la zia”. Il titolo che s’era data da sola sembrò ad Amedeo ridicolo e quelle parole gli parvero suonare di più come una minaccia. Per gli amici, cioè per i suoi coetanei sarebbe stata una cosa di cui vantare orgoglio; fierezza: un ragazzino giovane e una donna matura. In verità provò a ripeterselo in testa. Gli regalava solo un leggero senso di vergogna e di imbarazzo non completamente chiarito. Non era ancora in grado di capire che gli erano state tolte molte, se non tutte, delle emozioni di quella sua età. Da quel momento non avrebbe più potuto, come gli altri, scoprire le ansie delle giovani passioni per gradi. Lui, da lei, aveva avuto, come gli aveva promesso, tutto e subito.
Non era quello il momento, e non era lui la persona, da andare troppo per il sottile. Nemmeno in seguito avrebbe mai imparato ad amare i sofismi. Lei aveva anche voluto che lui la vedesse nuda. La cosa lo aveva ulteriormente colto di sorpresa anche perché si era sentito involontariamente eccitare. Sul momento ancora non si poteva rendere conto di come la sua vita sarebbe cambiata, o meglio come sarebbe per lui cominciata una lunga e penosa nuova vita. Fu dopo che capì di soffrire per quelle due pene: essere bello e essere uomo. La sua bellezza gli attirava tutte le attenzioni di tutte le donne. Come uomo, in quanto maschio, non avrebbe impunemente potuto rifiutare le attenzioni di nessuna donna pena la condanna da parte delle stesse e la derisione degli uomini.
Che un gesto come quello di cui s’era resa protagonista la impetuosa signora Argentina, che gli aveva chiesto di chiamarla Tina, si potesse definire violenza non aveva nessun sospetto. Comunemente viene ritenuto che un uomo non possa subire violenza da parte di una donna, e generalmente nessun uomo si rende disponibile a definire un gesto simile come una colpa o un atto colpevole o deplorevole, ma più come una gran botta di culo. E poi, a pensarci, quella brava donna non aveva fatto altro che metterlo davanti alla realtà e a se stesso. Doveva esserle grato? Era solo impercettibilmente annoiato.

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La cometa

piccola operetta morale

Il modo si era come corrotto, forse la colpa era stata del passaggio della cometa. Io ero tentato a dar colpa di tutto a quell’avvenimento astronomico perché quella notte mi successero veramente alcuni fatti strani e inspiegabili altrimenti. Avevamo un canarino bello vispo e pieno di vita a cui mio figlio aveva dato il nome di Pavarotti. Aveva sempre cantato a becco spiegato fino a quella notte. Prima che andassimo a letto aveva cantato per l’ultima volta. Il mattino seguente lo trovai steso sul fondo della gabbia. Fui costretto a dire a mio figlio che avevo dimenticato la porta aperta e quello se ne era volato via. Che forse, probabilmente, prima o poi, sarebbe tornato.
Non che io sia uso a incolpare delle cose il sopranaturale. Semplicemente non sapevo darmi una spiegazione razionale. A quello e a tutto il resto. Anche perché m’ero destato insolitamente da un sogno che mi aveva lasciato in un piacere lascivo; eccitato. Ma inizialmente avevo pensato che forse era solo una mia impressione o, ancora, era cambiato solo in me e attorno a me perché non avevo notizie differenti e che smentissero queste mie riflessioni. Eppure la gente mi sembrava presa da una strana e insolita euforia e aspirazione a vivere. Da una nuova fretta. Per essere più espliciti semplicemente da una curiosa e anomala frenesia che almeno io non avevo colto in precedenza.
Qualcuno dirà che sono un sognatore, un illuso, che non sono sufficientemente smaliziato, per la mia età, e che avevo cercato di vivere in un mondo su misura. Forse è in parte vero eppure le coppie che mi circondavano, prima erano coppie, come si dice, regolari. I rapporti erano rapporti rispettosi e normali di coppia. Quelli che ci si aspettano tra coniugi o fidanzati. Poi, una dopo l’altra, in breve tempo, di quelle coppie non sono rimasti che detriti. Erano scoppiate. Da quelle tranquille coppie erano uscite altre coppie e mille altri rapporti complessi che si intrecciavano; e rapporti cosiddetti clandestini.
Ritenevo (e ritengo tuttora) che per i nostri anni l’unica eccezione dovrebbe essere rappresentata dai giovani che, anche per età, hanno relazioni instabili, in continuo mutamento. Perché si sa che anche gli ambienti che frequentano invitano, per così dire, alle distrazioni e alle divagazioni. Quella musica a volumi insopportabili e quei suoni ipnotici. Inoltre le cose che ingurgitano in quelle piccole ore e che io non so nemmeno immaginare (e che Dio solo sa). Tutto insomma può diventare ricerca di emozioni e del piacere. Corrompere i costumi e le abitudini. Aiutare alla dissoluzione. E’ difficile crescere un figlio di questi anni.
Ora, come appena spiegato, sembra che mi sbagliassi e della grande (ma non può essere così) e che stesse cambiando il mio mondo. Mi sembra di vedere sempre nuove coppie, una enorme instabilità e precarietà. Coppie strane. Gente con gli occhi sfuggenti e un’aria clandestina. Confidenze esagerate. Allegrie. Mi sembra che anche ogni programma della televisione si sia fatto malizioso quando non sconveniente. Che si ammicchi sempre al nudo, ai rapporti e alla sessualità. Così come i giornali e la musica. Le edicole sono state invase da quelle riviste. Anche i notiziari della televisione; persino quelli. E’ difficile esser padre oggi.

P.S. In qualche caso nei commenti è stato osservato che i miei racconti brevi, quelli dei Profili e altri, paiono degli incipit. Allora allego un vero incipit; così, per divertimento. Quei raccontini brevi cercano di lasciare spazio a variazioni. Tendono a suggerire (sul tema); a muovere a variazioni. L’incipit invece lascia a metà aspettando un seguito. Ma forse è solo una cosa che mi racconto da me. Questo  naturalmente è un vecchio scritto. In realtà è solo l’inizio del primo capitolo di un intero romanzo, veramente il secondo di due, che naturalmente non ho nemmeno mai pensato di cercare di pubblicare.

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Niente di grave che il programma non avesse preventivamente individuato e bloccato. Un po’ di affollamento nella quarantena. Nessun virus. Qualche spam. Niente di più. Un unico indirizzo e qualche mail fermata direttamente dal server che fornisce il servizio. Era solo l’unità C piena; piena e incasinata. Il solito limite di un gestione fatta partizionando il disco. Non aveva mai capito quella politica. Prima o dopo lo spazio diventa stretto. Solitamente molto presto. E c’era l’esecuzione automatica da pulire. Ma l’unità centrale era zeppa di file anche inutili e doppi. Qualche copia era stata causata dai soliti programmi che, come sempre, gestiscono malamente la registrando più volte lo stesso file. Quasi tutti erano solo questione di sbadataggine o incuria. Non si poteva far altro che cancellare. Dopo non si sarebbe risolto nulla ma almeno si sarebbe potuto lavorare con meno fatica e meno avvisi. In realtà la macchina aveva fatto il suo tempo. E lui non poteva starsene lì. Gli ci sarebbe voluto troppo tempo. E non era andato per quello. Gli aveva solo chiesto una cortesia. Gli avrebbe detto di farlo lui; con tutta calma, in seguito.
Aspettando di mettersi a cena aveva cominciato a gironzolare nei contenuti. Mentre girava qualcosa di inutile aveva cominciato a toglierlo. Soprattutto mp3 e immagini che queste ultime sono anche molto pesanti. Poi era stato incuriosito dal none della cartella, Brillantina. Il contenuto era di immagini porno. Con directory recanti il nome delle protagoniste. Niente di trascendentale. Chi non ne ha? Immagini più o meno porno. In parte scaricate dalla rete e in parte no. Le solite immagini, non sempre obbligatoriamente troppo spinte. Giovani ragazze in bikini, poi seni, sederi, etc. e poi anche immagini più esplicite: di veri e propri atti sessuali. Accoppiamenti. E tutte le variazioni. Rapporti di tutti i tipi, naturalmente. Multiformi. Singoli e multipli. Senza che l’insieme lasciasse vedere una predilezione. C’era una di colore. Sembra ci debba sempre essere una di colore. E sembra anche che loro lo facciano con maggiore allegria. In fondo sono tutte uguali. Alla fine possono anche annoiare. E poi c’era, non poteva mancare, uno colorato. Non proprio nero ma proprio esagerato.
Poi c’erano quelle altre, le seconde; quelle prese nel locale o comunque quelle di Ernesto. Ernesto aveva sempre avuto la passione per la fotografia. In quel caso c’erano molte più immagini, soprattutto di ragazzine, ma anche di altre donne di tutte le età, intente semplicemente a divertirsi. Quasi innocenti. E quelli erano tutti scatti fatti dentro. Molte mostravano semplicemente momenti di bevute. Qualche laurea. Qualche compleanno. Incontri meno numerosi. Cene. Una certa cordialità e non molto di più. Risate e qualche bacio. Qualcuno che allungava la mano. Con l’altro o altra che ne era compiaciuto e lusingato. Finto coraggio. Donne orgogliose di sé. In alcune però non provavano imbarazzo anche se si rendevano conto che nello scatto lasciavano si vedessero, più o meno chiaramente, le mutandine. Anzi ne sembravano divertite. In alcune non avevano nessun imbarazzo a gonfiare il seno. Ma anche a spingersi e denudarlo. Si vede di peggio andando al mare. Ma in qualcuna addirittura scostavano il bordo di quelle mutandine per farsi vedere e fotografare quasi con orgoglio. E spesso quelle che lo facevano erano così giovani. Quelle immagini non erano meno imbarazzanti.
Qualcuna si spingeva anche oltre. Casualmente la navigazione pareva averle ordinate per soggetto e, per così dire, genere. Più proseguiva più sembravano diventare esplicite. Come in un casuale crescendo. In mezzo tornava qualcuna di quelle scaricate dalla rete. O di quelle meno indecenti. Come dire professionisti e dilettanti assieme. In realtà non si potevano definire vere e proprie foto d’arte. Difetti se ne potevano trovare a iosa. Qui e lì una luce che tradiva. Vizi probabilmente di frettolosità. E i soggetti ritratti erano quello che erano. Lui era teso e attento. E impaziente. Le passava a tutto schermo rapidamente. Fin troppo. Gli altri erano di là. Li sentiva parlare. Navigava ed era pronto ad uscire dal programma di visualizzazione. A cliccare la ics. Non voleva che, entrando all’improvviso, vedessero quello che stava guardando. Come sempre provava un po’ di imbarazzo. Ma anche una muta sottile eccitazione. Non una vera eccitazione. Forse solo una spinta curiosità. Qualcosa di simile. Ed era anche un bel po’ che non visionava materiale del genere. Cioè che non aveva bisogno di ricorrere al porno per distrarsi e persino eccitarsi. Con Vera le cose andavano alla grande. La loro luna di miele continuava e non avrebbe saputo dire quando poteva cominciare a finire. Ecco! forse non gli sarebbe dispiaciuto vederle insieme a lei. Non che tra loro ci fosse bisogno di quello. Semplicemente perché le avrebbe mostrato come non tutte sono come lei. Che c’erano donne che si facevano molti meno riguardi. Cioè che siamo fatti in mille e mille modi.
Una sui quarantanni aveva un paio di seni da competizioni. Certo doveva sostenerli con le mani. Erano veramente enormi. Poi una ragazzina vestita da pescatore. Come in costume. Non mostrava niente ma era veramente ben fatta. Ed aveva occhi ammiccanti e una sensualità molto naturale. Un giorno che era passato lei era lì. Era stato colpito da quel suo fascino. Un paio di gruppi si limitavano a brindare. Si stava perdendo in quei pensieri quando incontrò quella foto, la IMG_2824.JPG. Dovette tornare indietro perché era già andato oltre. Ne aveva già incontrate di simili ma in quella c’era proprio lei, la sua Vera. Non aveva alcun dubbio: vi era ritratta chiaramente. L’ambiente dietro era la cucina di quello stesso locale. Lei era un poco meno bionda, forse a causa dell’illuminazione, ma era lei, indiscutibilmente. Stessi occhi che erano fissi all’obiettivo e le labbra strette attorno a qualcuno. Cioè era intenta a fare del vero sesso orale. E quegli occhi mostravano l’orgoglio di soddisfare il suo partner. Forse semplicemente l’orgoglio di soddisfare un uomo. E impegno. E sfacciataggine. Allora non era vero che lo loro era rimasta solo amicizia? Lei che aveva sempre sostenuto che non ci può essere sesso tra amici. E tra Vera ed Ernesto c’era sempre stata solo una grande amicizia. Una amicizia che era durata nel tempo. Anche se Ernesto, da ragazzo, un po’ aveva spasimato per lei. Questo a sentire lei. Ma forse quello non lo si poteva ritenere sesso? Non completamente? Cioè forse lei voleva dire che due amici non avrebbero mai dovuto scopare. E in verità non stavano scopando. Non sapeva dire lì per lì se quel gesto ritratto era più o meno… intimo. Si fosse dovuto decidere avrebbe affermato che per lui era sesso. Anche se magari poi la donna si ferma e si rifiuta. Ma poi ognuno la pensa a modo suo; in queste faccende. Insomma era più che sorpreso di trovare lì la sua donna; fotografata. E se fingeva lo faceva con la maestria della vera professionista.
Veramente non poteva essere certo che quello fosse di Ernesto. Né che a scattare la foto fosse stato Ernesto. Dell’uomo si vedeva ben poco. Solo quel particolare che lei cercava caparbiamente di ingoiare. Con bramosia. Quasi lo volesse divorare. Invece quello di Vera era una vero e proprio ritratto. Quegli occhi spalancati e sorridenti erano i suoi occhi. Il fotografo aveva fatto lo scatto in quella cucina ma poteva essere anche qualcun altro. Chiunque. O lo stesso Ernesto senza però essere lui il partner. Certo che doveva essere molto vicino ai due. L’angolazione sembrava proprio quella ripresa dallo stesso amante della donna, cioè di Vera. Non riusciva a crederci. Quella era un’altra Vera. Ma allora non era vero, come diceva, che lei non aveva mai tradito. Poi si ricordò che veramente era stata per tre anni libera da qualsiasi impegno, dopo il divorzio, prima di mettersi con lui. Non bisognerebbe mai parlare prima di riflettere. La foto mica aveva la data. Poteva essere stata scattata in quel periodo. Ma poteva essere stata scattata anche prima del divorzio. E allora… E poteva anche essere molto recente. Fin troppo. Certo recente lo era abbastanza. Le sue rughe erano già tutte lì. Quello non bastava a fare o non fare di lei una bugiarda. Certo che quello non faceva della foto un documento meno… imbarazzante. Una denuncia vera e propria. Perché lei, Vera, si era sempre mostrata molto… come dire? contegnosa. Aveva sempre denunciato qualsiasi eccesso negli altri.
Come può una della sua età? E per di più con un figlio grande? Lei che sosteneva di non averle nemmeno mai guardate. Guardate forse ne ma almeno quella l’aveva fatta. Lei che gli aveva confessato di aver passato una vita avara; quasi priva di piacere. Di aver dovuto quasi sempre mentire e fingere. Di aver sempre trovato partner che avevano lasciato a desiderare; sotto tutti i punti di vista. E scarsi di passione. E privi di attenzioni. Che era anche per quello che aveva pochissimo frequentato sesso e letti. Che era per quello che l’aveva trovata… come dire? scatenata come una ragazzina. Come se avesse incontrato con lui il bisogno di recuperare il tempo perduto. Tanto da restare sorpresa lei stessa. Ma in quella foto c’era un’altra Vera; quell’altra Vera. Che quello che le riempiva la bocca fosse Ernesto o no cambiava poco. Certo che qualcosa cambia se l’altro è un amico o uno sconosciuto. Se non lo conosci, non sai chi è, non l’hai magari mai visto, oppure se ce l’hai sotto gli occhi anche spesso. Si sentiva comunque tradito. E se quello era lui si sentiva ancora più stupido. E si sentiva guardato e indagato dagli stessi occhi di Vera. E lei non mostrava nemmeno un minimo di pudore, anzi. Continuava immobile a fissarlo. Il tutto era tutt’altro che casuale. Già quando ritratta era un’estranea si era sempre chiesto cosa spingesse una donna. Ancor più adesso che nella foto c’era la sua donna.
Si trovò intrigato nel dubbio. Ernesto, l’amico, poteva essere stato così stupido di lasciarlo navigare, anzi di pregare di farlo, scordandosi della presenza di quella foto compromettente? Oppure il caro amico era stato così scaltro da invitarlo a controllare il suo vecchio pc proprio per fargliela vedere? Forse proprio per mostrargli chi era veramente la sua donna? Forse per rendere palese una qualche forma di rapporto o di tradimento? Ma non aveva timore Ernesto che Domitilla, sua moglie, vedesse quelle foto? Che rapporto c’era fra loro, dentro quella coppia? Al solo vedere le prime immagini aveva scoperto un Ernesto diverso. Certo cose simili si possono trovare in ogni computer. Ma non si pensa mai che l’amico, chi ti sta vicino, si diletti con certi vizi. Certo l’aveva fatto anche lui; cosa centrava? Quando uno lo fa si sente come se fosse il solo, ovvero tra i pochi a farlo. Si sente un poco in colpa. Non pensa di condividere quel peccato anche con quelli con cui cena e esce qualche domenica. Fosse entrato in quel momento avrebbe avuto tutte le risposte che cercavano le sue domande dall’espressione della sua faccia. Fosse entrata lei, la sua dolce Vera, le avrebbe chiesto spiegazioni. Ma non le sarebbe stato difficile giustificarsi. Poteva dire che era uno scherzo e che comunque era stata scattata quando lei era sola e libera. Dopo aver lasciato il marito. Prima di mettersi con lui. Magari si sarebbe scusata. Non sarebbe bastato ma ne sarebbe uscita quasi indenne. Avrebbe potuto anche rifiutarsi di fare il nome del… coso che aveva in bocca. Sostenendo che non faceva differenza.
In realtà, per assurdo, quello poteva essere anche Ernesto ma quella poteva anche essere un fotomontaggio. Cioè l’amico poteva essersi sostituito utilizzando un programma apposito di editing. Se lo aveva fatto lo aveva fatto abbastanza bene. Poteva essere tutto e il contrario. Comunque restava quello che era. La cosa certa restava che quella che apriva le labbra era proprio la sua donna. La posa era inequivocabile. Non poteva aver preso quel volto da un momento di semplice convivialità. Da nient’altro. E poi lo sguardo era pieno di sfida e di libido. Certo se fingeva lo faceva perfettamente. E come scherzo sarebbe stato di pessimo gusto.
In realtà, per assurdo, Ernesto poteva anche non saperne molto. Certo che la cucina era quella cucina. Ma la colpa poteva essere solo di Vera. E poi lei aver regalato la foto all’amico. Era comunque solo sua. E poi non si fa una foto simile senza un motivo. Figurarsi poi se la si regala. Ma forse lei sapeva della passione dell’amico. Allora chi era il suo compagno? In quei giochi? E come aveva fatto quella foto senza che Ernesto ne sapesse. Era un’ipotesi improbabile. Non poteva escluderla con certezza. Cercò immagini con una numerazione in diretta successione a quella. Niente. Nemmeno nel disco D, né in quell’unità esterna. Poi scoprì che ce n’erano un paio nel cestino. Non ebbe il tempo di vederle, forse nemmeno la voglia, perché si sentì chiamare da Carla. Forse, se fosse stato tranquillo, l’avrebbe lanciata alla stampante. Magari lei poteva dirgli che non era vero. E lui cancellare. Ormai la frittata era fatta. Comunque la cena era in tavola. Pensò che nella cucina di un locale pubblico non ci si può spingere molto oltre. Anche per una questione di scomodità. Seduto sulla tavola non è lo stesso che steso sopra un morbido letto. Era sempre stato un tipo amante delle comodità.
E se avesse preso Carla da parte? Magari con tatto. Sondando da lei se ne sapeva qualcosa. Di quella storia. Scartò subito l’idea. Meglio non mettere di mezzo altre persone. E poi Carla poteva non saperne niente. Solitamente non sono notizie da dare ai giornali. Magari gli avrebbe dato del pazzo. Per tutti erano una coppia di ferro e felice. A prova di tutto. Geloso non lo era mai stato. Non voleva mostrare di esserlo diventato. Certo che era infastidito. Ma anche… personalmente eccitato. Pensò che era meglio se teneva la bocca chiusa. Se non diceva niente a nessuno. Tanto meglio se si teneva la cosa per sé. Si sentiva anche come se avesse fatto un gesto, anche se involontario, in qualche modo indiscreto. Ormai non poteva proprio più trattenersi e farli aspettare ancora. Scelse la funzione arresta il sistema. Avvertì gli altri: “Vengo subito”.

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Tutto cambia in questo mondo che cambia. Ci aveva perso tempo e denaro seguendo a naso un chiacchiericcio. Dora era stata una bella donna e il tempo la stava sfasciando. Niente ancora di inaccettabile e in qualcosa manteneva intatto il fascino di anni migliori. Erano soprattutto gli occhi che l’avevano tradita. Era per quegli occhi che l’aveva seguita. Alla fine era riuscito a coglierla in piacevole, molto piacevole, compagnia di Giangiacomo, il socio di Anselmo, il marito. Non aveva perso troppo tempo ed era riuscito a trovare, un posto, come dire? in prima fila. Era riuscito a filmare abbastanza bene il tutto salvo all’ultimo accorgersi che con i due c’era lo stesso marito a guardare.
Cosa deve fare un onesto ricattatore se non sentirsi una prima volta un completo imbecille quando al dunque le cosiddette vittime si pestano la fronte per non averci pensato da loro e chiedono di rifilmare tutto poiché non ripreso alla perfezione? Semplicemente una questione di luce. Lui il suo l’aveva svolto egregiamente. E poi una cosa e farlo, come dire? di nascosto. Con camera a mano. Un altra con tanto di fari e cavalletto, e quella sua macchina che gli era costata un mutuo. E ancora una seconda se contenti ti pagano tempo e spese e te ne ordinano quindici copie per mandarle ad amici e parenti, e sono loro stessi a chiederti di metterlo in rete?
Certo che ormai di ricatti non si campa più. Pensava che avrebbe potuto dedicarsi a quello: agli avvenimenti come matrimoni e funerali. Non ci si fa certo ricco ma si può, forse, mettere assieme pranzo e cena. E per il servizio era stato pagato profumatamente. E quando avevano deciso di utilizzarlo nuovamente non aveva che potuto esserne contento. E cominciare a sentirsi meno imbecille. Certo che non li capiva, ma ormai conosceva la strada. Stavolta c’era anche Guglielmo, e avevano preparato casa come un vero studio, con quadri e mobili in prestito che nemmeno l’aveva riconosciuta. E si erano pure inventati una specie di trama: una specie di dramma della gelosia che naturalmente finiva bene. Gli avevano annunciato che dalla prossima avrebbe visto anche la Patrizia. E gliel’avevano tanto magnificata. E lui l’aveva notata per le sue labbra. La Dora, grata, gli aveva chiesto se era proprio sicuro di non averne nemmeno un po’ di voglia e aveva provato smorfie da attrice consumata, ma lui non mescolava mai il lavoro e poi la telecamera era ancora in funzione e così non gli garbava, anche se un po’…

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Chiedo scusa preventivamente. Non dico nessun segreto. Non qui. Io, ma proprio io, di mio, non ho che la mia esperienza. Poca cosa, invero. Poi, come accade, si parla del mondo. E sembra che possa stare in un pallina di vetro. Sapete, quelle con la neve che cade solo dopo se le hai capovolte? Intendevo il mondo, naturalmente. Mettiamo le persone in fila come soldatini. Come birilli. E allo stesso modo le storie. E quando parliamo del mondo mettiamo assieme le due metà del cielo. Una non è sufficiente. Il mondo ha tutto un cielo. Per intero. Cosa c’entra? Non ne ho la più pallida idea. Non lo so nemmeno io. Era tanto per dire. Per trovare un inizio. Una partenza. Potremmo anche dire un input. Anche se non strettamente introduttiva.
In verità è proprio quando si parla di sé che ci si espone meno. E c’è sempre quel gioco sottile delle parti. Indossiamo la maschera. Illudiamo, e ci illudiamo. Se non possiamo nasconderci dietro l’anonimato, dietro un nick, il nostro privato diventa il giardino dove trapiantare i fiori più belli. Le assi del palcoscenico. Inventiamo la commedia o il melodramma. La fola. Grandi amori. Incredibili avventure. Insopportabili dolori. Comunque solo ismi. Solo superlativi. Ma nella realtà noi quale personaggio siamo della rappresentazione che andiamo ad inscenare? Non è quasi mai dato a saperlo. La misura non è data sapere. Il ruolo è quello: quello dell’eroe.
Io ho sempre conosciuto donne caparbie. Incapaci di un passo indietro. Decise. Volitive. Disposte piuttosto agli eroismi. Non che abbia mai preteso delle scuse. Una ammissione di distrazione, se non proprio di sbaglio. Non so se lo sono tutte le donne, certo quelle che hanno avuto un ruolo nella mia vita. Donne che anche quando ignoravano sapevano. Ma nemmeno di questo volevo parlare. E nemmeno correre il rischio di innescare una qualche polemica. Amo le donne. Le amo e ne sono affascinato. E per mia tutela aggiungo che le amo una alla volta. Il che è anche vero; non chiacchiere. Anche se ciò è dovuto unicamente a mia incapacità; temo. Non so essere che così. E poi sono una figura unica. In questo degna di tutela. Solo per la singolarità. E’ l’etica a rendermi mascalzone. E a volte la mia fantasia si prende delle libertà. A volte spesso. In modo molto autonomo.
Ricomponendomi: ci sono donne che sanno tutto degli uomini. Altre che sanno altrettanto tutto. E altre ancora. Singolare è la differenza di tutti quei tutto. Che ognuna sa un proprio tutto diverso da tutti gli altri. E da tutte le altre. Ma lo avevo confessato già da molto tempo come io consideri la donna un angelo. Non per modo di dire ma in senso letterale. Qualcuna non è proprio nel ruolo, ma comunque gli angeli sono sicuramente di sesso femminile. Non c’è astuzia. Quelle donne sono certe delle loro affermazioni. E temo che sto entrando in un terreno minato. Pericoloso. Di rischiare i loro strali. Ma mi siedo al bar e mi ripropongo, nel silenzio dei miei pensieri, l’ultima domanda posta dall’altra metà del mio cielo. Lei la mette in bocca a un tale Guido, che è interprete in uno suo post la seguente domanda: “Ehi, ma perché non chiediamo a questo Davide come fa? Magari ci fa capire cosa fa alle donne perché ne siano entusiaste”.
In ultima analisi, alla fine del dettato, non è nemmeno importante il contesto. Davide, nelle dichiarazioni di una protagonista (di cui non ci è dato nemmeno sapere il nome), è il super eroe. Il maschio e compagno perfetto. Nella fantasia della protagonista, naturalmente. Nei suoi sogni. Nelle favole che si racconta; quella protagonista. Ma esiste questo Davide; un Davide? Se si tratta di affrontare un Golia la cosa si presenta difficile. Quando si deve affrontare una donna l’impresa si trasforma in impossibile. Eppure… C’è sempre un eppure e almeno una eccezione. Che già quella frase di Guido ha un suono falso. Leggermente ipocrita. Me ve lo immaginate? L’uomo non chiede, come sappiamo, ma spiega. Vi immaginate un uomo che chiede e si allarma? E non lo dico solo perché anch’io provo intimamente una certa invidia per quel Davide. Una sorta di rancorosa gelosia.
Mi guardo intorno. Sono al bar da Clara. Sarà capitata anche a voi una situazione simile. L’aria è mite. Intorno al tavolo alcuni amici. Chi con il caffè. Chi con l’amaro. Persone differenti. Esempio di varia umanità. In qualche caso sono all’ultimo respiro. Il tempo passa inesorabile anche per gli amici. Nemmeno io sono più un ragazzino. Beh! nemmeno lei lo è. Una ragazzina, mica un ragazzino. E le storie lunghe spingono alle favole. Spingono per le stanchezze. Sono difficili da gestire. Da affrontare. Così piene di spifferi. Di acciacchi. Intricate di memorie che non si vogliono risolvere. Che ricordano le storie un po’ come vogliono. Insomma con la speranza che eravamo migliori.
Avete capito. Torno a quel tavolo ci sono altrettanti Davide. Amatori perfetti. Molto dotati. Compagni di compagne che non possono avere lagnanze. Nessun rimpianto. Completamente realizzate. Con l’eccezione di Martino che ammette, per mancanza di materia prima (leggasi donna o donne): “Ditele di venire da me che glielo faccio vedere io”. Esatto! Certo nessuno dice a nessuna di andare da lui. Su questo ne potremmo parlare a bizzeffe. Intendo sui perché e sui per come. E non mi chiedo cosa è nelle intenzioni del povero tapiro, cioè tapino, di far vedere. Intendo che forse dovrò avvisare la mia compagna in oggetto. Quando siamo tra noi… Al bar siamo tutti Rocco Antonio Tano. Come: chi è? Naturalmente si parla di Rocco Siffredi.

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