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Posts Tagged ‘sfacciataggine’

No! non ero io. Non era possibile. Io non potevo avere tutto quel coraggio. E invece sì. C’ero riuscita. Finalmente mi ero decisa. Lo avevo trovato, quel coraggio. Senza cercarlo. Certo lì non c’era nulla. Non era che la rete. Ma era già tanto. Io che diventavo ancora rossa per una parola. Solo ieri. Io che non avevo mai tolto il pezzo sopra nemmeno in spiaggia. Quasi mai. Solo perché lui aveva insistito così tanto. Era stato così convincente. Quella prima volta. Ma insomma, lì si è tutti così. E’ il luogo dei luoghi. Fuori da lì, dal mare, era diverso. La mia nudità mi abbacinava persino davanti allo specchio. Non che non me lo avessero chiesto. Il primo era stato Giuliano. Ero solo una ragazzina. Ma le avevo già. E stavano diventando orgogliose. Mi ero chiesta cosa ci trovassero gli uomini. Me lo ero chiesta spesso. Non lo capivo del tutto. Cioè… non riuscivo a capire completamente quella insistenza. Quella cupidigia. Quell’emozione. Quella facile eccitazione. Povera stupida. Eppure avevo tutto lì davanti.
Invece è stato semplice. E lo avevo deciso quasi da sola. All’improvviso. Forse per quello. Non era solo paura. Di cosa, poi? Lo avevo chiesto a Umberto. Lo avevo coinvolto. Sembrava non aspettare altro. E poi, allo specchio, mi ero piaciuta. Tutta. Come vedessi un’altra. I miei occhi mi sembravano maliziosi. Tutti mi avevano sempre detto che erano belli. Ora sembravano pieni di storie. E di misteri. E di promesse. Forse il trucco. Avrei potuto fare come tante. Prendere l’immagine di un altra. Perché? Non avevo nulla da nascondere. Tutt’altro. Ero anche meglio. Tutto per l’immagine. Per crearmi il profilo. Ma forse non era stato nemmeno per quello. Forse era stato perché doveva essere. E Umberto era euforico. Fuori di se. Pareva non credere ai suoi occhi. Ed erano diventati enormi, i suoi occhi. Ma non avevo ancora visto niente. E non aveva ancora visto niente.
Non che sia stato facile. O forse non volevo ammetterlo. Volevo fargli vedere che non lo era. Cercavo di convincere me. Di mostrarlo a me. Almeno all’inizio. Era caparbietà Semplice testardaggine. Perché no? Poi più niente. Il difficile è sempre cominciare. Ho iniziato abbassando le spalline. E a guardare con quell’aria. Sorniona. Dietro la spalla. Come una promessa. Come un invito. “Ferma così”! E ormai la cosa era fatta. Non avevo più vergogna di me. Sparita. E mi sentivo donna. E per cercare dovevo promettere. E volevo che fosse di più. Non una promessa. Una lusinga. E ho abbassato il vestito fino a farlo intravvedere. E poi l’ho denudato, il seno. Decisa. Prima la destra e poi anche l’altra. E l’ho sbattuto in faccia all’obbiettivo. Cioè le ho sostenute, quelle tette. Alla faccia di chi guardava. Di chi le avrebbe guardate. Immaginando già quella faccia. Vedendo quella di lui. Solo a pensarlo mi sono sentita eccitata. Non avrei mai creduto. E’ stato in quel momento che ho deciso che non potevo. Che non avrei nascosto più nulla. Che avrei mostrato tutto. Proprio tutto. Solo una incertezza. Un attimo da niente. Ma neanche un incertezza. E lui mi ha detto subito “Stupida, vai che vai bene. Che sei bella”. Non gli ho creduto. Non ne avevo bisogno. Lui voleva vedere. Io sapevo già di esserlo. Una consapevolezza improvvisa.
Intanto mi dicevo “è la rete. Chi vuoi che ti veda. Che ti riconosca. Ci vanno solo gli altri, gli estranei”. Mica ci credevo. Anzi, speravo che non lo fosse. Che mi vedesse chi mi conosceva. Chi non aveva mai potuto vedermi così. E quelli che mi avevano anche vista. Ma non proprio così. Non mostrata. Esibita. E chi l’aveva solo sperato. L’avrebbe voluto. Ma anche Cristiano. Anzi soprattutto lui. Ho temuto che stessi facendolo per quello. Proprio per lui. Lui che sapeva a chi aveva detto di no. A cosa. Sbattergli in faccia il mio coraggio. Dirgli che potevo anch’io. Che lo potevo fare. E volevo essere porca. Non solo per lui. Per tutti. Per gli amici. Quelli nuovi. E anche i vecchi. Quelli che navigavano. Quelli che avrei conosciuto. E quelli che non avrei incontrato mai. Questo corpo cerca amici. Cerca emozioni. Mi sentivo importante. Ancora più bella. Era il mio momento. Non era più un problema mostrarmi nuda. E vedermi. E mostrami davanti ad Umberto. E mostrarmi a tutti. Mi sentivo libera. Intanto glielo chiedevo: “Non sarà troppo? Vedrai che mi bannano. E se mi vede qualcuno”? Certo che non mi dispiacerebbe. Ho sempre sognato di fare televisione. Chi non l’ha mai fatto? Anche quelle che, come dire… proprio non possono. Ma era mostrarmi che mi piaceva. Che mi eccitava. Solo quel mostrarmi. Che poi Umberto era veramente bravo.
Un po’ imbranato ma bravo. Ma quello lo era sempre stato, imbranato. Meglio così. Ma non mi aspettavo niente. Solo riempire quella scheda. Se doveva essere sarebbe stato. Se no, pazienza. Ero già contenta così. E alla fine mi sarebbe bastato trovare qualcuno. Uno che mi desse qualcosa. Anche se non molto. A cui piacere per quello che sono. E per quello che prometto. Per il mio spirito. Per il mio coraggio. E per tutto questo ben di dio. Forse mi sarei dovuta rasare. Ho la mania di nutrire dubbi. No! meglio così. O magari qualcosa di intrigante. Una storia. Delle storie. Qualcosa. A noi donne piacciono queste cose. Le storie. Insomma… anche non molto. Qualche cena. Un po’ di compagnia. Di evasione. Quelle chiacchiere; frivole. Sentirmi libera. Cose così. Persino solo quel parlare. E Umberto ci sapeva fare. Avevo scelto bene. Sapeva come mi dovevo mettere. Le pose giuste. Insomma come piaceva agli uomini, naturalmente. “Va bene così. Fai colà. Umetta le labbra. Più ammiccante”. Occhi come i miei non se ne trovano molti. Mi fece quello che presi per un grande complimento. “Sei proprio eccitante”. E nemmeno due labbra così… carnose. Non che fosse di molte parole. E sembrava mancargli il respiro. Povero piccolo, lo capivo. Non gli avevo mai dato molta confidenza. Era più sorpreso di me. Ed eccitato lo era veramente.
Scattava. E ad ogni scatto ne seguiva un altro. Rapidamente. Click! Click! Click! Non aspettai che me lo chiedesse. Le tolsi da me. Decisa. Le avevo prese proprio per quello. Per le foto. E mi ero sentita strana. Era strano averle addosso. Così piccole. E leggere. Come non avere nulla. Come essere nuda sotto. Anzi no. Era il contatto con una presenza… intrigante. Suadente. Era come girare per strada con una mano lì. Leggera. Tra le cosce. E morbida. E gettai quelle mutandine lontano dal letto. E con loro quell’ultimo pudore. Ma a volte glielo chiedevo. Solo per gratitudine. Per farlo sentire più importante. “Va bene così”? Ma lo sapevo da me. Non ci vuole molto. Una donna impara subito. Una donna le sa le cose. Ci vuole così poco a vedere quegli occhi. E poi te lo senti dentro. Come un formicolio. Che ti parla al cuore. All’anima. E anche nel fondo. E poi una donna le vede le cose. Ma fino a quel momento non avrei potuto immaginare la soddisfazione di sbatterla in faccia ad un obiettivo. Il piacere di mostrarla proprio bene. Senza ritegno. Di vantarmene.
Avremmo scelto le migliori. Assieme. Io e lui. Era anche quello un modo di ringraziarlo. Pensai che nessuno avrebbe potuto riconoscere la stanza. In quella stanza la mia camera. Ci avevamo pensato prima. Avevo tolto il Mirò. Già! è solo una stampa; naturalmente. Forse, se ne avessi uno di vero, non le farei; queste foto. Chissà? E mi resi immediatamente conto che era solo un pensiero stupido. E che avevo perso la testa. Era come se lo stessi facendo. Con lui. Con la macchina fotografica. Con me stessa. Era un pensiero incredibile. Con lui no! non potevo. Non sarebbe mai potuto succedere. Non con lui. Non davanti a lui. Quell’eccitazione mostrata. Solitaria. Condivisa. Esibita. Impudica. E mi sono completamente lasciata andare. Facendomi cullare da quel piacere diffuso. Completo. Sconosciuto. Era qualcosa di più.
Poi è successo. Naturalmente. Quello che doveva. Ma questo non c’entra. Ci avrei pensato dopo a quel maledetto nick. Ora mi sento un’altra. E abbiamo continuato a scattare. Ma questi non per mostrarli. Solo per noi. Per me. Insomma per il privato.

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Anche se era solo un santo di seconda categoria era pur sempre un santo. Anche un santo può sentirsi confuso, probabilmente anche quelli più rinomati. Cominciava ad avere il sospetto che ci fosse un fondo di verità su quanti sostenevano che la donna era una figura tentatrice, la fonte del peccato, una figura del demonio. In fondo lui lo sapeva che era stata creata con lo stesso fango e l’aggiunta di una costola ma bastava guardarla. Non metteva certamente in dubbio la creazione anche di quell’essere dal nome dall’origine incerta. Ma doveva essersi fatta convincere da quella serpe furba del diavolo. Meglio sempre diffidarne. Non c’erano altre spiegazione. E anche lei era una donna. Mentre la vedeva arrivare già temeva di vederla arrivare con la sua scollatura. Il tempo non era più così rigido. Erano ormai alcuni giorni che arrivava scollacciata. Non certo in modo scandaloso, ma in fondo anche lui era pur sempre un uomo, anche se santo; è poi dove si spingeva il limite dello scandalo? Vallo a spiegare alla gente. Non era certo come Aristodemo, il quale infilava gli occhi dentro a quelle carni esibite senza ritegno e si lasciava a complimenti. Lei arrossiva ma sembrava non esserne dispiaciuta, anzi come gli era capitato di notare anche con le altre sembrava esserne compiaciuta. Ma lui non era come Aristodemo che infilava gli occhi lì e non li staccava più. Lui era diverso da Aristodemo, ma comunque provava fatica a trattenersi a stento. Lui faticava a mostrare disinteresse. In fondo anche lui avrebbe voluto infilare le mani in quella scollatura. L’idea stava prendendo la forma di un ossessione. Non era un gaudioso ma avrebbe voluto conoscere la sensazione di quel contatto. Perché poi Dio le avesse fatto le tette, alla donna, non era certo di capirlo. Aveva già tante cose da guardare e da pensare; tanto e con far distratto, anche il più indifferente. Che quelli strani esseri, le donne, si invidiavano tra loro. Come se una fosse fatta diversa dall’altra. E volesse avere quello che era stato dato all’altra. Lui, come detto, cercava di staccare il suo sguardo dal seno di lei e lei invidiava le grandi tette giunoniche di Lorenziana.
Davanti a Lei, a quella donna, lui balbettò le prime sillabe e subito si rese conto che aveva dimenticato tutto quello che avrebbe voluto dirle. Quelle domande. Quelle parole. Quelle osservazioni che nella sua testa avevano già acquistato una forma completa e complessa; aveva sviluppato compiutamente. Che aveva percorso varie volte fino ad esserne certo e coraggioso. Di cui era diventato sicuro. Lei gli rispose con un sorriso e lui capì che non avrebbe ritrovato nemmeno un briciolo di quelle parole. Lei disse la cosa più stupida e quella che più volte le aveva sentito dire “Oggi debbo essere proprio orribile. Oggi!” E subito, naturalmente, si mise, Lei, ad aspettare che le desse torto e intanto si chinava a mostrarsi meglio e a metterglielo proprio sotto il naso, il suo scrigno, quel suo tesoro, la maledizione di lui. Lo faceva impazzire quel nascondere le cose per farle meglio vedere, per condensare con più forza attenzione attorno. La collana si appoggiava morbida esattamente al centro del soldo. Fu tentato di pregarla di abbottonare almeno un altro bottone. Non vedeva nessuna presenza, nemmeno un merletto, nemmeno un orlo, di reggiseno. Pensò che per farsi del male c’era sempre tempo. Un Alessandro poteva guidare gli eserciti e costruire imperi, ma quando una Lei prendeva la spada nessun Alessandro aveva scampo. Non si sentiva santo ma uomo. Come uomo non aveva alcuna esperienza a riguardo; tranne la consapevolezza dei suoi occhi.
Si accese una sigaretta. Si ricordò che non aveva mai fumato. L’unico risultato che raggiunse è l’esplodere di alcuni violenti colpi di tosse e di una strana allegria negli occhi di quella donna. Occhi bellissimi ed enormi e pieni di misteri e ipnotizzanti. Doveva essere difficile essere uomini e vivere quelle passioni. Dovevano essere devastanti; quelle passioni. Soprattutto quando un uomo incontra un no! Non era comunque facile nemmeno fare i santi. Forse ciò che provava non era poi così differente da quello che provavano loro; gli uomini. Forse la sua era solo pura e semplice curiosità. Pura curiosità. Eppure ciò che provava era così… strano e violento. Si scottò del caffè. Sarebbe stato gentile che lui pagasse; ed era quello che aveva sempre fatto, come un dovere, ma la premura non era dote degli uomini? Così come il corteggiamento e le lusinghe? Così come i complimenti e le attenzioni? Così… come la confusione? Lui che portava sandali anche d’inverno. E vesti povere. E i capelli in disordine. E che era sempre costretto a scusarsi. Era proprio un casino ma lui lo doveva definire confusione e invece era proprio un vero casino quello che gli esplodeva dentro. Tutto per un paio di etti di ciccia vista e non vista. Immaginata. Pensata. Fantasticata. E del suono della sua voce, che era solo suono, e un suono lieve, un poco bisbigliato. Lei che gli parlava dei suoi amori; amori che non conosceva. Fidanzati e morosi. Coglieva appena il senso di quella definizione. Gli sembrava che lei non potesse essere sfiorabile. Che non potesse appartenere a quelle storie. Che quelle storie la potessero sciupare, stropicciare, corrompere.
Chi è l’imbecille che aveva detto che il romanticismo appartiene solo alle donne, esclusivamente, a certe donne? Un uomo può soffrire come e anche di più. Se ne accorse in quel suo sentirsi come un uomo. Eppure tutto sembrava quello di un giorno come un altro. A dire il vero pioveva di un pioggia sottile. Forse lui aveva bisogno di fin troppe domande per capire e per certe domande non aveva trovato il coraggio di formularle. Certe per Lei non era lo stesso, non era così. Lei sembrava leggere e capire anche i suoi silenzio. Non che questo fosse avvenuto, non fino ad allora. In quel momento sì. Sentiva che lei capiva anche se lui le avesse mentito e avesse cercato di nascondersi. Si sentì disorientato e scoperto, senza avvedersi di dove aveva sbagliato. Forse il suo sguardo si era soffermato un attimo di troppo? Era come se lei gli leggesse tranquillamente in testa. Provò la vergogna. Lei lo invitò a salire un momento con un tono cordiale e il nome di lui cominciò a sparire dalla carta; a dissolversi. Il Sant’Io divenne solo Io, anzi un io, ma lei era più bella di quanto ci si potesse immaginare. E la sua pelle era liscia e morbida come… come… come quella della donna; un contatto che non aveva nemmeno immaginato. Per tutto quello aveva barattato tutto, e la sua carriera, in cambio di cinque minuti, ma anche dopo averne conosciuto il prezzo non aveva più alcun dubbio che pur sapendo l’avrebbe fatto. Se solo non avesse riso lo avrebbe anche rifatto. E poi lo sapeva fin dall’inizio come sia impossibile fare e poi disfare, tornare indietro. Non era nemmeno riuscito a mentirsi, era troppa quella strana curiosità.

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