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Posts Tagged ‘Sicurezza’

Bimbo in mezzo alle macerie di GazaRicevo una lettera da un amico di Gaza. Io conosco solo l’italiano e la lettera è in inglese scritta con tastiera in arabo (cioè da destra a sinistra). Cerco di dare almeno il senso del suo doloroso messaggio senza alcun commento poiché si commenta da sola:

Cari amici italiani,
Come stai? spero che questo messaggio possa in fine arrivarti, vorrei dirti quello che succede alla gente di Gaza. Siamo dentro una guerra, la striscia di Gaza è sotto attacco da caccia e droni ogni giorno.
Da per tutto ci circonda la morte, feriti e distruzioni, fino ad ora sono 820 i martiri. Tra loro ci sono 230 bambini e 310 donne. 6.000 sono le persone ferite e sempre in maggior parte sono donne e bambini.
Non c’è cibo, acqua, latte per bambini e medicine per i feriti. Gli ospedali sono presi di mira dai barbari attacchi aerei israeliani. Quindi, non vi è alcun posto sicuro, nessun luogo per rifugiarsi.
Anche le famiglie sfollate sono state colpite da missili e razzi, non ci sono luoghi o case per 350.000 persone e ci sono a migliaia sono i dispersi.
Per terminare, Gaza ha chiesto a tutti gli amici e le persone oneste aiuto per le sue donne e i bambini, per ottenere case invece di macerie, cibo, latte e medicine per i bambini di Gaza che piangono sotto il fuoco
Con i miei migliori auguri
cordiali saluti
Tarigmoamer
Gaza
Palestina

Sotto riporto l’appello accorato in originale. Mi scuso ma dove non arriva la mia conoscenza della lingua ho cercato di far parlare il cuore

Argent Lettera
Deascritta: Gazar Italian friends ,

How are you , I hope this message will arrive you and you in abest fine , I want to tell you what happens to people in Gaza , we are in a war , Gaza strip is under attack by jet fighters and warshipsall day .
We are surrounded with death in everywhere , injured losses , until now there is 820 martyrs ( between them there is 230 children and 310 women ,6000injured people most of them from children and woman.
there is no food , water ,milk for children and medicine for injured people .
Hospitals are targeted by barbaric Israeli air strikes . So , there is no save place in Gaza
Displaced families has been hit by many missiles and rockets, there is no places or homes to 350000 person and there is thousands of lost people .
To end , Gaza asked all friend and honest people to help here women and children to get homes instead of destroyed homes ,food, milk and medicine
Gaza children crying under fire
With my best wishes
Your sincerely
Tarigmoamer
Gaza

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Donne palestinesi davanti al musoLa singolarità dello stato di israele, il suo essere una “democrazia atipica, la mancanza di una significativa opposizione interna ad una politica “espansionistica”, e colonialista e imperialista, si evidenzia fin dalla sua nascita e ancor prima. E’ consuetudine datare l’inizio del “dramma palestinese” al 1948 con la “Nakba” (catastrofe), ma il tema israele è precedente, ben più lontano, databile col “sogno” di creare in quella terra di Palestina uno paese teocratico, e prima ancora. Molto spesso le politiche delle dittature e/o “arroganti” hanno fatto della religione il vessillo strumentale a supporto dell’odio e del terrore. A giustificazione di ogni massacro. La scelta poi di costruire lo stato con la “forza” e non la “diplomazia” è conseguente alla sua stessa origine. Questo trova conferma nelle poche pagine “scappate” alla censura di “regine”, pagine non solo scritte da mano semita, ma da mano fortemente sionista, in alcuni casi persino sfuggite da notevoli rappresentati di governi israeliani. Si veda a questo proposito, solo come piccolo esempio, Vivere con la spada di Livia Rokach.
Ancora oggi si parla di migrazione di ebrei verso israele. Non vi è nessuna migrazione, di ebrei e non, verso una “terra promessa” ma il fenomeno in atto, con caratteri sempre più chiari con il trascorrere del tempo nell’affermazione sionista, assimila tale falso esodo più al concetto che comunemente viene dato nei linguaggi conosciuti al termine “reclutamento” che al ricordo mistificato della Diaspora. Si reclutano, appunto, disperati da tutto il mondo, di religione ebraica ma anche no, purché disposti ad investire il loro futuro in una “avventura” di “conquista”. Quei pochi che poi manifestano dissenso interno anche solo sui metodi di “affermazione” di quella politica basata sulla “vendetta” e sul “terrore” nel migliore dei casi sono fortemente emarginati e spinti verso l’esilio. Naturalmente vengono marchiati come traditori, parola questa che dovrebbe essere ben conosciuta, nei suoi significati, in israele, e che da sola dovrebbe distinguere una democrazia compiuta. Il marchio di traditore solo in israele e nelle più ottuse dittature sostituisce nel dibattito politico il lemma “dissidente”.
In parole molto semplici (poiché il linguaggio tecnico e ricercato è servo solo al rendere meno comprensibile la realtà e i temi trattati) il “sionismo di stato” non è conseguente all’olocausto né all’ “errante” ma più assimilabile, fin dall’inizio, allo sviluppo di uno stato equiparabile alle grandi dittature del novecento; mondo che si sperava in via di estinzione dopo la “sconfitta dei fascismi”. Certo come ogni forma di dittatura ha le sue particolarità, ma ha anche molte similitudini con precedenti facili da ricordare. La fondazione dello stato di israele, con la politica della conquista coloniale attraverso lo strumento del braccio armato, è sostenuta fin dall’inizio da formazioni paramilitari a stampo chiaramente e dichiaratamente terroristico. Che questo terrore sia diventato stato è conseguenza naturale dal momento stesso che il terrore ne diviene governo. Quei coloni che girano amati in territorio della Cisgiordania, protetti da un esercito da loro stessi alimentato, evocano certamente più il ricordo dei movimenti oscuri di quel lontano passato che semplici cittadini o contadini. Continuano e perpetrano l’eredità delle formazioni terroristiche degli inizi. Ci sarebbe da aggiungere che la mistificazione della “sicurezza” resta tutt’ora uno dei pretesti più palesemente mistificatori di questa storica operazione di “pulizia etnica” che è l’odierno vero olocausto.
E’ consapevolezza di chi scrive che questi temi andrebbero più specificatamente trattati e sviluppati anche con il sostegno di accurata documentazione, nonché attraverso gli episodi della storia recente e meno contestualizzati. Non dispero di trovare il tempo e la voglia di farlo nel futuro, pur consapevole dei mie limiti, non sono né uno storico né un politico ma solo un umile “curioso”. Non dovrei essere deputato a farlo. Spinto dall’attualità (oggi è il 19 luglio 2014 e continua l’assedio e il massacro a Gaza, così come continua l’occupazione militare e il terrore in tutta la Cisgiordania, o West Bank che dir si voglia, che continuerò a chiamare Palestina) mi sembrerebbe utile rompere l’informazione della propaganda e del silenzio cercando di capire dove nasce il problema che da decenni attraversa tutto il medio oriente in una continua opera di destabilizzazione dell’area. Infatti insieme ad un’informazione certamente insufficiente e fortemente ottusamente “giustificatoria” verso il governo di Tel aviv per quella che confusamente potremmo definire “politica interna” (interna alla Palestina), c’è il silenzio assoluto sulla “politica estera” di israele. Sul massacro della cultura e dell’intelligenza palestinese portando la voce della violenza anche nel cuore dei paesi che hanno dato rifugio e quegli esuli, Europa compresa. Sui rapporti con paesi indiscutibilmente dittatoriali e le sue missioni di assistenza tecnico-militare fino in America Latina. Lo strano dialogoopposizione (che a tratti diventa sostegno) ad integralismi diversi dal suo, evocando un islam che non esiste. Di come israele abbia in tutta questa storia “provocato” crisi e distruzioni in tutto il medio-oriente. Di come abbia destabilizzato e fomentato la guerra nei paesi vicini, tanto in Libano, come in Siria, eccetera, in un disegno imperialista di egemonia nell’area. Di come continui a ricattare e minacciare il mondo intero. Potremmo continuare ma ci fermiamo con una domanda, premettendo che siamo decisamente contro la guerra e i suoi strumenti: «in base a quale raziocinio può un paese che dispone di uno degli eserciti più efficienti al mondo, di una tecnologia bellica tra le più raffinate del pianeta, sostenuta anche da un non indifferente arsenale nucleare (che impunemente si tende a nascondere), minacciare un paese terzo che si sospetta si appresti a fare la stessa deprecabile scelta di dotarsi di strumenti nucleari e trovare sostegno nelle “democrazie” dell’Occidente»?
Senza tacere di come la giustizia in israele (solo) verso il palestinese non giudichi ma condanni direttamente a morte il semplice sospettato e condanni a morte l’intero popolo. Ma personalmente mi sembra ovvio che la “politica della forza e della vendetta”, la menzogna della sicurezza, neghino qualsiasi possibilità al dialogo, creino un linguaggio fatto di vocaboli diversi (amo ricordare almeno Lessico deviato di Patrizia Cecconi), atti a comunicare incomunicabilità, e si concludano con la presunzione della costruzione di una “razza superiore”. Lo so bene che quest’ultima affermazione entra in un terreno di dialogo minato. Non si intende qui mancare di rispetto a tutto il mondo ebraico e l’ebraismo, parliamo sono di una politica, il sionismo, che sembra vergognarsi dei martiri della shoah come di vili, vittime destinate per natura al sacrificio, che non ha provato vergogna a trattare con gli stessi carnefici. Invero mi sembra consequenziale che chi ritiene di poter giudicare gli altri in base ad una verità propria, assoluta, indiscutibile su base fideistica, prefiguri per sé l’appartenenza ad una superiorità in qualche modo di razza di infausta memoria.

P.S. immagine trovata nella pagina Facebook di Al Fatah Italia

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Ho trovato questo post nel blog di Ross e lo riporto integralmente:
Lettera pubblicata nel blog di Rough Moleskine
sabato 16 luglio 2011
ENTRY DENIED e l’identificazione degli attivisti solidali con il Popolo Palestinese.
Mentre dalla Palestina occupata giungono rumors sulla identificazione degli attivisti aggregatisi all’iniziativa “Welcome to Palestine”, identificazione da parte dell’Autorità Palestinese (…), ricevo e pubblico un messaggio da parte di chi invece ha sperimentato l’ennesimo ENTRY DENIED.

Amman, 15 Luglio 2011
“Entry Denied: Israele, l’unica democrazia del Medio Oriente”

Care lettrici e cari lettori
Non basta che il governo di Netanyau abbia bloccato la partenza di centinaia di attivisti non violenti che cercavano di raggiungere la Palestina senza mentire sul vero proposito della loro visita in “Israele”. Non basta che coloro che sono riusciti ad arrivare, richiedendo di visitare i territori occupati, siano stati deportati e rinchiusi in carcere, in attesa di essere espulsi. Il governo israeliano non è stato solamente molto attento e efficace nell’impedire l’entrata di centinaia di persone di tutte le età che avevano aderito all’appello della campagna “Benvenuti in Palestina”, organizzata da varie associazioni pacifiste palestinesi e israeliane, ma l’accesso è stato negato a ogni sospetto attivista che abbia tentato di entrare in Israele attraverso gli stati confinanti.
Sono da molti anni un’attivista per i diritti umani del popolo palestinese. Ma sono stato in Israele/Palestina per la prima e ultima volta nell’estate del 2003, partecipando alla campagna contro il muro dell’apartheid con il movimento a cui ancora tutt’oggi faccio riferimento: l’International Solidarity Movement (palsolidarity.org), lo stesso di cui faceva parte l’amico Vittorio Arrigoni. Dopo otto anni ho tentato di tornare in Palestina passando dalla Giordania e il governo israeliano mi ha impedito l’accesso, stampandomi sul passaporto un ENTRY DENIED con due grosse line rosse, di cui comunque vado fiero. L’11 Luglio sono atterrato a Amman e il 12 mi sono recato al posto di confine di Kin Hussein Bridge. Dopo essere stato separato dal mio zaino, dopo vari controlli e interviste che si sono susseguite e intensificate, dopo ore di attesa una giovane militare mi restituisce il passaporto dicendomi: “Lo sai che te ne torni in Giordania vero?” Ho fatto presente che nelle quattro ore di attesa non ero stato informato. Alla richiesta di spiegazioni mi risponde: per “ragioni di sicurezza”. Quale sicurezza? Rappresento un pericolo per la sicurezza di Israele? In che modo? Recuperato il mio zaino chiedo di di essere accompagnato da un responsabile che sia in grado di fornirmi maggiori delucidazioni sui motivi di questa decisione. Un’altro militare, superiore in grado, azzarda una spiegazione, chiedendomi se io non mi ricordi che cosa ho fatto nel Dicembre 2004. Io rispondo che mi ricordo benissimo, infatti ero in Inghilterra per un corso di studi. Ma non importa, sarà stato prima o dopo, afferma con molta precisione la soldatessa.
Il militare fa riferimento a quanto accadde nell’estate del 2003 quando fui arrestato con altri attivisti internazionali in un villaggio della West Bank cercando di proteggere una famiglia palestinese dalla distruzione parziale della propria casa, che si trova oggi, come centinaia di altre, schiacciata tra una colonia (quindi barriere e cancelli) e il famoso muro con cui Israele si protegge dai “terroristi”? Avendo praticato sempre e solo tecniche di resistenza nonviolenta, in che modo dunque posso io essere considerato un pericolo per lo stato di Israle? Nessuna risposta. La soldatessa non può dire che chiunque metta piede, per qualsiasi ragione in Palestina, è di fatto un nemico, in quanto in grado di osservare, capire e soprattuto raccontare al mondo intero gli effetti devastanti dell’occupazione israeliana.
Questa esperienza mi ha fornito anche l’opportunità di vivere ciò che palestinesi, provenienti dal mondo intero, vivono ogni volta che vogliono tornare nel loro paese di origine. Emigrati che da anni vivono all’estero e che vogliono salutare la famiglia, festeggiare un compleanno, come un americano che torna in Palestina ogni estate e che ogni volta aspetta ore per poter entrare. Famiglie con bambini anche piccoli che, per visitare per due soli giorni i parenti in Cisgiordania, subiscono ore di controlli e interviste.
Ho visto lo stupore incredulo nello sguardo di due giovani, in attesa di passare la frontiera, quando mi hanno visto tornare accompagnato dagli addetti della sicurezza. Ebbene sì, mi rimandano indietro, mi trattano come una bestia, come trattano tutti i Palestinesi alla frontiera o a qualsiasi check point nei territori occupati. Passando sono riuscito a dir loro “We are all palestinians”. Non hanno potuto alzare le classiche due dita in segno di vittoria, né intonare un coro, ma la tristezza nei loro occhi ed il sorriso dopo aver sentito la mia frase mi hanno fatto sentire meglio.
La presenza di internazionali in Palestina ha infatti anche solamente l’effetto di non farli sentire soli.
L’ampiezza della repressione contro le centinaia di attivisti che hanno cercato di raggiungere la Palestina tra il 7 e il 9 lulio 2011 (che ha suscitato perfino e incredibilmente la critica dei media israeliani più noti) e contro quelli che cercano di farlo in qualsiasi momento e da qualsiasi confine, non è sufficiente a scoraggiare coloro che continuano a battersi in modo non violento per i diritti di un popolo accogliente e dignitoso come quello palestinese. Questo dovrebbe stimolare a visitare il paese e a conoscere i palestinesi. Risulta infatti molto più facile entrare in Israle passando da Tel Aviv per chi lo fa per la prima volta, semplicemente raccontando che ci si reca in terra santa per visitare i luoghi sacri o andare nelle spiaggie a fare il bagno.
Io comunque sono andato in Palestina e spero che lo facciate in tanti.
Verrà il momento in cui si potrà visitare liberamente la Palestina come nazione libera e indipendente. Dobbiamo lottare anche perché questo avvenga.
In solidarity,
Simone Brocchi

PS: Una curiosità: su due dei tre “stamps” che le autorità israeliane hanno impresso sul mio passaporto, ben due recitano ENTERY DENIED, in un inglese palesemente incorretto!

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poesiaFa paura la verità, perché non dice
quello che vogliamo, perché non è né questo né quello,
non è né nostra né degli altri, non prende parte
perché la verità è solo verità. Ed è per quello che fa paura
la verità, come fa paura la libertà. Nessuno
che ti spieghi prima chi sei? cosa fare?
dove andare? nessuno. Solo davanti a te stesso.
Meglio barattarla con una accozzaglia di dubbi, di
supposizioni, di “penso che”; con una collana di corallo.
Meglio ancora una finta certezza.
Come puoi dire, ad esempio, perché sai fare
e ti ostini a fare altre cose? O dirgli che
è meglio di no. Un rifiuto non sarebbe educato
e non puoi dire quel no. Se hai rispetto
del tuo cuore sai che non vuole la verità.
La verità è morta, spiace dirlo; l’uomo è
morto: gira gli occhi altrove.
E così complicato mentirsi e far finta di non sapere;
è un esercizio inutile, troppo dispendioso.
Noi possiamo anche chiudere le finestre
e tapparci tutte le orecchie
e stringere violentemente gl’occhi
fino a sentir male, fino a farli sanguinare.
L’unico pianto che non potremmo mai fingere di non sentire
è quel pianto che è il nostro pianto.

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politica3Mi ero riproposto, a suo tempo, il sabato, di commentare, eventualmente, qualora ce ne fossero, fatti e notizie di attualità. Da un po’ di giorni tengo sottocchio i giornali e le news. Cerco di tenermi aggiornato e al corrente. Non che non ci siano novità. E’ che ho cercato bene e non sono riuscito a trovare, da nessuna parte, il cartello: “Siete su scherzi a parte“. Avvertitemi se mi sono distratto.

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raccontiVedeva quello che avveniva alle sue spalle, attraverso la vetrina, nell’immagine riflessa, speculare. Come amava quella parola. Il manichino era impeccabile, pronto per una notte di festa. Non era proprio il suo genere. Di soldi non gliene restavano molti. Era distratto. Pensò succedono tutte a me. Una piccola folla si era radunata. Sentiva quella voce incerta. Ancora non capiva cosa stesse succedendo. Aveva voglia solo di andarsene e nessun posto in particolare dove andare.

Avevano fatto tutti i loro conti, alla fine gli avevano dato lo stesso quel nome, anche se non era nato quel giorno. Gente pratica, contadini, non usi a perdersi in futili chiacchiere. Ormai avevano deciso e perché tornarci? Vorrà dire che sarà augurale. E a prenderci ci avevano preso. Però forse li avevano sbagliati quei conti.
Si sa com’è quel giorno, la Domenica è quasi sempre così, gran brutta bestia cioè giornata, la Domenica. Si presenta dal mattino. Spocchiosa, solitamente promette senza sapere se può mantenere. Il più delle volte delude. Irritante; quasi come se fosse un giorno diverso dagli altri. Solo perché l’ha deciso da sé. Si gonfia tronfia facendosi annunciare; irritano tutte le sue campane, la Domenica. Quelle campane e quelle non richieste. Mica ti puoi distrarre. Magari c’hai anche da fare, la Domenica. Ha deciso ch’è festa. Magari vorresti non fare. Startene lì qualche attimo di più. Persino quel dio s’è dovuto adattare. Forse è per quello che, che che se ne dica, e insista il sacro pontefice, deve aver fatto un gran casino quel giorno; il giorno che ha diviso i sessi ops… i generi. Continuava a contarli: uno, due, due, due. Insomma a fermarsi a quel due il conto non gli tornava. Uomo (Adamo pare), donna (Eva naturalmente), e poi… Beh! Vedrò il da farsi. Poi gli deve essere passato di mente, causa la Domenica; la Domenica di mezzo. Sì! me ne sono convinto: s’era dovuto mettere fretta per quella causa della festa, della Domenica, appunto.
La Domenica Domenico era un tantinello indisponente, ma non è che per gli altri giorni fosse meglio. Fin da bambino si sentiva predestinato. Si ergeva a giudice. Per precisione di cronista ad unico giudice. Le parole faticavano a srotolarsi nella sua bocca, ma questo non lo faceva desistere; almeno così dicono. Le accumulava. Le addossava le une alle altre. Le sceglieva con la massima cura. Certo che a volerle cercare ce n’erano di parole. Persino in una sola lingua… da perderci il conto. Alcune poi lo facevano proprio andare in solluchero. Amava, ad esempio, in modo particolare il termine concettuale. Avrebbe voluto essere lui stesso l’Essere che lo aveva coniato. Invidiava con tutto il suo disprezzo quell’uomo. Ma farse lo aveva fatto e al momento non se ne ricordava. Più erano tronfie, le parole, più gli sembravano opportune. Se ne, sempre si narra, pasceva. Infondo non era che uno di alcuni per i quali la forma vale ben più della sostanza. Eppure era nato da gente che conosceva la terra; ma di questo s’è detto. Solitamente quella gente bada al sodo; ma anche di questo s’è detto. Forse non proprio modesta, ma almeno pratica. Vagamente però sembra che ci fosse uno zio.
Non era, Domenico, per le banalità. Dato per assodato che erano tutti gli altri che sbagliavano lo annunciava con grande spreco di misericordiosa pazienza. Qualche volta pure con misericordiosa impazienza. E qualche volta anche perdendo un po’ le staffe, ecchediamine! e maledicendo il padre e anche lo spirito santo; quasi come se anche lui fosse umano. Non sopportava gli errori altrui. Anche quando non era vero. Se non lo avevano fatto, di errare, certamente lo avrebbero fatto, o prima o poi. E poi perché cavillizzare o andare per il sottile, le grandi verità, le annunciazioni, mica hanno bisogno di certi umani riscontri. E soprattutto non tollerava l’ignoranza. Certo che ad essere pedanti qualche volta sbagliava pure lui; non l’avrebbe mai ammesso. Magari succedeva proprio con le parole più semplici, quelle d’uso comune. Le usava così di rado. Forse era per quello. Sono quelle le più carognose, dove ci si incespica, le parole semplici. Forse perché si da per scontato. Forse perché si usano da sempre. Non ci si sta tanto a pensare.
A fare il saggio aveva imparato perfettamente le mosse e i vezzi. Certo che continuare a dare poesie alle rape non doveva dare grandi soddisfazioni. Forse era quello. Forse le rape hanno bisogno di acqua, quando la terra è troppo secca. Per la poesia sono poco portate. Le sue rape non erano certo un bel vedere. Non erano nemmeno da portare in tavola. Meglio lasciare la terra. E poi il suo habitat naturale era la città. La grande città, mica quelle piccole cittadine di provincia. Quella proprio grande, dove passano per strada le persone, e le opportunità. Dove puoi sempre trovare qualcuno che è disposto a starti ad ascoltare. Meglio se eterna. Piena di storia e di cultura. Quella statua, Marco Aurelio, gli dava grande soddisfazione. Lo stava paziente ad ascoltare. Era un gran bel pontificare, lì, nei pressi dell’altro pontefice, quello col cupolone, in testa e sopra la testa. Così gli piaceva: non essere interrotto per stupide stupidità.
Solitamente si invitava alle feste a fare l’ospite d’onore, naturalmente. Un giorno è uscito distratto. Mica s’era vestito quel giorno. Era proprio nudo (ma guai a cercare di farglielo notare, di dirglielo) cercando di mettere le mani in tasca per darsi il contegno. Nudo anche di una nudità un po’ passatista. Gli occhi pieni di luce che suggerivano intelletto. Si fermò come a riflettere. Qualcuno lo vide fermo e si fermò. Raccontò a quei passanti la venuta di un altro cristo. Stavolta di quello vero. Perché non credergli se lui ne era tanto convinto. Perché disilluderlo. Ma si sa come son fatti i bimbi. In quel caso una bambina. Non proprio una bambina. Nemmeno una ragazzetta. Nessuno riuscì a trascinarla oltre. Curiosa era curiosa. Birichina come sanno esserlo solo loro. Non che non ci fossero stati precedenti. E’ quella mattina che interessa. Nemmeno quella volta era Domenica. Certo si preparava una festa. A voler ricordare era un lunedì. Un inutile e tedioso lunedì. Di quei giorni che sono come se la gente non avesse nulla da voler fare. Forse era anche per quello che si era fermata. Forse era anche per quello che gli aveva fatto, la ragazza, l’improvvida domandina: “Perché te ne stai lì tutto nudo ad arringare e con così piccoli argomenti“. Che non fosse troppo rispettosa di suo lo era sempre stata, la ragazza. Lui cercò di convincerla che proprio piccoli non erano. Lo so che il racconto sta scadendo nel licenzioso. Lui cercò di dar colpa alla vista. Certo quella giovane donna doveva, a suo dire, aver bisogno di buoni occhiali. E buone e pazienti orecchie, si vuole aggiungere. Altri si unirono ad ascoltare. Tra questi qualcuno volle anche dire la sua. Per tutti nudo era nudo. Pare stia lì ancora a spiegare come la sua nudità sia nudità di esteta, di dio. Sia parvenza di nudità. Sia vestita di mille cose che l’occhio non allenato non sa cogliere. Anche al cronista parve nudo. Si adattò alla propria ignoranza. A tanta eloquenza non poteva corrispondere una così povera verità. Decise che si sarebbe limitato semplicemente ai fatti, ma a lui sembrava proprio come quel re; nudo.
Che poi va bene il verbo, ma si dovrebbe pure declinarlo. E a dire le cose o ad ascoltarle è una cosa, ma a capirle e ben altra cosa. Ma io, blasfemo, non mi posso lagnare. Io che per giunta mai sono stato nemmeno simoniaco (qui il termine, per essere pedante, è usato per adoratore di immagini sacre; frega niente se deriva da Simon Mago). Che poi le citazioni danno quell’aroma di dotto, erudito, e sono gratuite “e a un dio fatti il culo non credere mai“. Si dice che Domenico sia ancora lì a parlare, ma che man mano la folla s’è diradata. Si dice stia riflettendo se incamminarsi verso piazza del Campidoglio. Se ne dicono tante.
Naturalmente questa è solo letteratura. Ogni persona o fatto o cosa è frutto di pura fantasia.

Dopo, ma solo dopo, venne l’uomo. Quell’uomo venne da lontano. Venne dal tempo e dallo spazio. Inconsapevole, come ogni nuovo giunto. Dispose le sue cose con ordine, ma questa è un’altra storia o almeno è la stessa storia ma vista da altri occhi o la stessa storia solo che scritta sui bordi delle pagine.

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Ha ragione. Quando ce l’ha ce l’ha. Bisogna dargliela. Sono calunnie fatte circolare da una minoranza ideologica e rissosa, prevenuta; con cui nessun dialogo è possibile. Non è assolutamente vero che si sta instaurando (ed è già in atto) una dittatura morbida. Il nostro premier chiede solo tempo e vedrete se è morbida.

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