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Posts Tagged ‘sigaretta’

tazzina di caffèNon so a voi ma a me a volte capita di introdurmi nei pensieri più strani. A volte anche profondi. Che se ne vengono dal niente. Avete mai provato a pensare a come la vita altro non è che un rosario di rinunce? Almeno per alcuni, per molti. Io, per esempio, ho una macchina. Un vecchio modello. Con più di dieci anni. Non che sia tenuta male, tutt’altro, io ne ho cura. Eppure anche il colore non mi era piaciuto del tutto nemmeno da subito. Arancio tarocco. Era già vecchia che non avevo nemmeno finito collaudo. Quella dei miei sogni l’ho già vista, naturalmente. Dovrei dire quelle. Ogni volta guardo il prezzo e poi capisco e la rimetto nel gran bazar delle rese. Certo che una macchina è una spesa grossa, e impegnativa. Ma se si pensa a volte ci si deve arrendere anche davanti a cose ben più banali.
Se potessi non mi spiacerebbe nemmeno una barchetta. Invece la vita è un vero calvario. Soprattutto quando hai superato i cinquanta. A dire il vero, nel mio caso, anche di un bel po’. E allora devi stare attento agli zuccheri. E a questo e a quello. Al goccio di vino in più. Al far tardi alla sera. A parte il fatto che si hanno sempre meno occasioni. E anche per le scuse ci vuole un bel po’ di fantasia. E allora vai a fare la spesa ed è tutto un “vorrei ma non posso”. E i prodotti e le confezioni sembravo fatti apposta. Per invitarti. Per lusingarti. Un intero scaffale di nutella. Barattoloni maxi. Te ne innamori ogni volta, e la lasci lì. A volte alla deroga sei costretti. Ma sono proprio le eccezioni che fanno la vita. Ma anche che la soffocano. Non nego che un goccetto ogni tanto non me lo nego. Che la partita con gli amici… ma a volte la partita finisce ma non la voglia di giocare. Ormai ogni persona ha gli orari dentro. “Devo andare”. Come se tutti al mondo avessimo qualcuno che ci aspetta.
Per non dire quando sei costretto a contarti i soldi in tasca e non hai quelli della puntata. E’ vero che sono i vizi che ammazzano l’uomo, in tutti i sensi, ma cos’è una vita senza vizi? Ma a parte i vizi. Ieri passo per via del corso. Mi fermo ma solo per allacciarmi una carpa. Odio i mocassini. Bisogna aver presente quando ti imbatti in una casa senza nessun motivo. Nella vetrina vedo un abito che mi avrebbe reso l’uomo più attraente del mondo. Sembra un desiderio al femminile. Era splendido e di un blu veramente elegante. Non era solo l’abito. Era di una stoffa che cadeva a pennello. Di una morbidezza da sogno. Sono anche entrato per provarlo. Sembrava confezionato su me, non aveva difetto tranne uno: il prezzo. Onestamente non sono disposto a spendere un paio di mesate per un abito ma non è che questo mi renda felice. Più avanti né ho trovato uno simile, ma ad un prezzo più consono alle mie tasche. Non era proprio uguale. La stoffa era un po’ un’altra cosa; ed era grigio. Sono uno che si accontenta, ma avrei preferito il blu. Per dirla fino in fondo ho adocchiato anche un paio di scarpe. Ma queste un paiono di settimane fa.
La tele non è male. Se si ha presente: quarantadue pollici, ultrapiatta. Anche il suono è accettabile. Ma se voglio vedere le partite debbo andare al bar. Se dico a Giovanna di prendere Sky mi chiede se sono matto. Che non ce lo possiamo permettere; tutti i mesi. A lei piacciono i film e i polizieschi all’americana. Se d’impulso, una notte, uccido Giovanna posso fare l’abbonamento e guardarmele in santa pace. Magari invitando qualche amico. Magari qualche amica a vedere qualcuno di quei filmetti. Se uccido Giovanna posso godermi al calcio. Ma se uccido Giovanna cosa faccio quelle sere che non c’è nessuna partita? E d’estate? E chi mi stira le camicie? Insomma non si può avere la moglie piena e la botte ubriaca. A volte è proprio vero che chi ha il cibo non conosce la fame. Che piove sempre sul bagnato. Luigi da quando ce l’ha, quel maledetto abbonamento, non che io sia un tipo invidioso, ma si da arie e non si vede più in giro dopo cena. C’è solo da dire che la sua, sua moglie, se n’è andata. Anche questo non mi pare giusto. Anche se è capitato ad un altro; a Luigi.
Però pare che adesso, lui, il Luigi, ne abbia una nuova. Si dice una russa. Pare sia in verità una bielorussa. Secondo me gli mangia tutti i soldi e poi si trova punto e accapo. E una nuova non ti lascia certo il tempo per gustarti la partita in santa pace. Ma restiamo con i piedi per terra. A cose ben più terrene; appunto. Meno frivole. L’altro giorno mi si è rotta una cerniera di una porta della cucina. Pendeva tutta da una parte, pericolosamente. E pareva che crollasse il mondo. Giovanna, che lei no! non più rinunciare alla ginnastica, due volte alla settimana, e al massaggio con tanto di massaggiatore, sembrava fuori di testa. “Ecco, vedi”. Pareva crollare il mondo. Ho dovuto fare un rattoppo. E’ la stessa da quando siamo sposati. La cucina, voglio dire. Anche lei comincia a mostrare i segni del tempo. Giuseppina, intendo dire; ma anche la cucina. Per quello che sa fare, mia moglie, potevano anche non inventarle; le cucine. Se la pasta non impara a chiamarla continuerà ad arrivare tardi e scotta. Certo che le ho detto di leggere la confezione e di mettere il timer ma quello, il timer, non ha mai funzionato. Allora non ci potevamo permettere niente di più Oggi non ci possiamo certo permettere di cambiarla.
Per il telefono avrei anche risolto. Perché di telefono oggi si spende quanto per la macchina. Ho pensato di fare un contratto a tariffa fissa. Non va bene nemmeno quello. Ha detto che così non imparerò mai a tenere sotto controllo le spese. Pare che lei sia d’accordo per la divisione del lavoro. Lei crede in un mondo dove io solo prendo i soldi e lei solo li spende. Il mondo dei sogni esiste purtroppo solo nei sogni. Se badasse più alla casa non avrebbe tanto tempo per spendere. E’ una regola matematica. Non è forse vero che il tempo è denaro? Stefano ha trovato la sua soluzione: ogni inizio settimina le da un tot. Lo strettissimo necessario. E se li deve fare bastare. E alla fine vuole vedere gli scontrini delle spese. E nemmeno la fa avvicinare alla carta di credito. Quella è la vera tentazione. Il supplizio di Tantalo. Dice Stefano che va meglio, da quando ha preso in mano lui la situazione, magari prima, che prima spendeva capitali in detersivi e altre stupidaggini. Loro hanno cambiato la macchina in primavera. I pantaloni in casa, dice, li mette solo lui. Forse è per questo che lei, Cristina, fa la carina con il medico di base e non solo per lui. Per arrotondare la miseria che riceve. Magari lo farebbe ugualmente. Magari anche solo perché lei è fatta così. C’è chi nasce santa, e poi ci sono le altre. Lei dice: “Non l’ho mai detto”.
In ufficio poi è un infermo. Chi è quel cretino che non ha un mattino in cui non si vorrebbe alzare? O che vorrebbe essere da un’altra parte? Il lavoro poi è sempre lo stesso. Non cambia di una virgola. Chi non sognerebbe qualche vacanza esotica’ Sono anni che andiamo in quel posto sperduto di montagna, in mezzo al niente. A Tambre. E quest’anno abbiamo anche saltato. Con la scusa della crisi. Per colpa del fatto che, come dice lei, dovrei imparare anche a risparmiare. Cosa vuol dire tenere sotto controllo le spese. Lo sono le spese ad essere troppe, sono i soldi a non bastare mai. La benzina: ci vuole la benzina altrimenti la macchina non parte. Il telefonico: non fai tempo a fare una ricarica che sembra farlo a posta e hai già i minuti contati; come se fossi un condannato al braccio della morte. La colazione al mattino, caffè e brioche: uno non può mica arrivare in ufficio a stomaco vuoto. Fa presto a dirlo lei che se ne sta in casa. Però si fa la spremuta e a meta mattinata esce per far colazione al bar; lei. Chi dovrebbe rinunciare sono sempre solo io. Lei si è presa anche un vestito aragosta. No! forse l’ha preso l’anno scorso. Non posso ricordarmi di tutto.
E io ho ancora questa camicia con il collo frusto. La cravatta su cui faccio i salti mortali per nascondere la macchia d’unto. Va bene che è mi è costata uno sproposito, me… Non ci si può affezionare alle cose. Lei di quella borsetta s’è liberata e non era costata di meno, anzi. La sua è una vita comoda. Ha pochi capricci e se li toglie. Non capisco perché una donna non più vivere lontana dal parrucchiere neanche un’intera settimana. E a cosa serva il visagista. Quando torna la riconosco subito. Mi sembra uguale. Che poi bastasse il viso per tornare a far sembrare attraente una donna. Alla minestra riscaldata è inutile aggiungere una spezia. Sempre quella del giorno prima resta. A sentire lei non ha difetti. Innanzitutto da due anni meno di me e la cosa non è di poco conto. Poi il profumo che usa costa come una bottiglia dello scotch che preferisco e le dura uguale. Quand’è al telefono con la madre non la finisce mai e finisce che per me il fisso è off limit. Stoviglie e bicchieri potrebbero denunciarci per crimini contro i più fragili. Attila al suo confronto era un dilettante. In casa nostra, per le suppellettili, è un continuo olocausto. Non è sopravvissuto un servizio intero. E ogni volta che vedo una cosa è pronta a chiedermi se sono proprio sicuro che sia necessaria. Finisce che nemmeno l’aria è necessaria. Se vogliamo vedere nemmeno le vacanze. Ma per lei è vacanza tutto l’anno. Una volta non era così. Pensava anche a me.
Nemmeno i film finiscono mai come speravi. La salute: il raffreddore che arriva quando nemmeno te lo aspetti. E quando hai finito tu: comincia lei. La neve che viene quando sei costretto in città. Mai per la settimana bianca. La piaggia? Quando hai lasciato a casa l’ombrello. I pullman: mai in orario. Mai un secondo prima quando ti servirebbe. Qualcuno lassù rema decisamente contro di noi. Mai che quel biglietto della lotteria sia il tuo. Mai che tua suocera sbagli giorno o ora. Puntuale come un orologio. Certo che, come tutti, vorrei vivere una vita diversa. E’ proprio questo il punto. Scegliere il ristorante e le portate senza dover preoccuparmi del conto. A lei piacciono i gerani alla finestre. Che ti tocca cambiare ogni anno. Io preferisco le begonie. A lei piace il rosso. A me il blu. E quando la vorrei rossa allora arriva con in testa quel castano che non è né questo né quello. Né capelli né crema di melassa. Io la vorrei dolce e lei ha mal di testa. E odio il brodo. Non ho letto in nessun libro che un brodino fa sempre bene. Invece amo la matriciana. E l’impanata. Vorrei un rolex al polso. E’ vero che fa la stessa ora, ma secondo me le ore diventano un balletto piacevole. E vorrei lavoro per tutti. O almeno che gli operai non rompessero i coglioni. Ma lo vogliono capire che sono una razza in via d’estinzione.
E vorrei che se la sbrigasse Claudio con la Brunetti & figli s.p.a. Che Aristide, una volta nella vita, portasse a casa una cosa buona; di cui andare orgogliosi. Anche per quella povera donna. E rinuncio al pane per mantenerlo in quella scuola. Mentre lui ha solo quello in bocca e in testa. Devo rinunciare ad aver fame quando ce l’ho perché bisogna aspettarlo. E lui arriva, se arriva, all’ora che gli pare. Rinuncio allo scooter perché l’ha prestato e deve sempre tornare domani. Rinuncio alla rete perché lui sta sempre a giocare in linea. Ai miei momenti di riservatezza, quei pochi, perché lui è sempre tra i piedi solo quando non dovrebbe. Potessi scegliere scioglierei una vita da singolo, ma lei aveva bisogno di essere madre. Avevo suggerito di prenderci un cane. Sempre di bastardino si sarebbe trattato. Non è forse il cane il miglior amico dell’uomo? Per la donna non ho ancora trovato la risposta. Avevo messo un annuncio per una muta. Facciamo i conti: la macchina da cambiare, la Sky: nisba, questa cipolla al polso, la cravatta macchiata, l’amante: se l’è fatta il direttore. Occhio non vede cuore non duole. Ma giocoforza poi non è solo lei per prendermi per un fallito.
La vita è proprio un rosario di rinunce? Danno la Juve e in Milan entrambi in prima serata. Una sei costretto a registrala. Con rischio che ti mettano il risultato. Devi contare il bicchierino e comunque lei percepisce l’alito già al citofono. C’è un bel dire di no. Distribuisco le buste e consegno a fatica quella di Pierpaolo. Mi si appiccica alle dita. Non sono mai andato a Berlino. Dicono sia bella. D’inverno è troppo freddo. D’estate non è il posto adatto alle vacanze e non c’è il mare. La casa: non mi dispiacerebbe una stanza in più. Per me. Per tenere le mie cose. Per andare in rete. Fumare e starmene tranquillo. Non capisco perché debbo andare in poggiolo, all’addiaccio, per fumare. Lei è riuscita a togliersi il vizio e se ne fa un vanto. Il suo non era un vero fumare. Era solo una dilettante. Avrebbe un’amica, un paio, non le invita mai. La margherita, e una birra, ma me la dovrei cucinare io. E il forno non è il massimo. Niente è il massimo nella mia vita. L’avevo sognata una vita al massimo. Stupidaggini da ragazzo. La mia ha il massimo come il mio scassone. In autostrada mi superano anche le biciclette. Persino quelle che sono ferme. E lei ha la mania dei centri commerciali. Sono tutta una trappola. Una ressa magmatica di tentazioni. I nuovi telefonini: gli smartphone. Mille diavolerie. Colori iridescenti e invitanti. La festa del vorrei ma non posso. L’albero della cuccagna. Sono sempre stato un grande sportivo ma da poltrona. Scivolo anche tra le coperte, figurarsi lungo un palo insaponato. Nemmeno ci provo.
Per non parlare delle donne. Di tutte le storie finite male. E quelle che non sono cominciate affatto. Quelle che ti accorgi che è tempo perso dopo che quel tempo l’hai già perso. Quelle che vedi e ti fanno sognare e sai già che resteranno solo un sogno. Inarrivabili. Quella del bar che il marito non gli toglie mai gli occhi di dosso. E ha le sue ragioni. Così piena di… di… di vita. E quelle tette te le sogni anche di notte. Quella che è disposta a tutto ma che puoi conoscere solo nel film. La voce al telefono. Le notti che non riesci a prender sonno. Ricordo una ragazzina, sono diventato adulto sognando lei. Eppure l’ho amata semplicemente guardandola mangiare un gelato. Era quell’anno a Portofino. Ma chi non ne ha viste fin troppe e non ha accumulato una diluvio di “No!”? Basta provare a pensarci. A tutti quei “Non ne ho voglia”. A tutti quei “con uno sposato?” o “ma per chi mia hai presa”? Questa poi è decisamente la scusa più ridicola. Comprese quelle che son le prime a provocare. Proprio loro. E quanti non hanno nemmeno trovato la prima parola? Fortuna io non sono un tipo timido.
Non ci sono più le puttane di una volta. No! non intendevo parlare di Cristina. A dire il vero non m’è nemmeno sembrato un tradimento. E’ stata solo una cosa così. Con una che incontri anche per le scale. Che hai visto praticamente nuda al mare. Che ha circa la stessa età della tua. Con cui sei andato anche in vacanza. Che ti sembra ormai come una di casa. E’ stato come farlo con mia moglie. Tranne per il regalino che le ho dovuto fare. Non che le lo avrebbe chiesto; non tra noi. E anche lei pareva quasi annoiata. E’ stato solo il capriccio di un momento. Forse di un paio. Non molti di più. In questo caso è stata anche colpa sua. Una donna non può venire ad aprire la porta e presentarsi come s’è presentata lei. Io dico: anche se sei sola in casa, e proprio perché sei sola e non si sa mai, una donna dovrebbe mantenere il suo decoro. Ma non voglio parlare di Stefano che qualche colpa, magari piccola, ce l’ha anche lui. E’ il mondo ad andare alla rovescia.
Invece la sigaretta e sempre là, in tasca, pronta ad offrirsi.

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raccontiLuci ed ombre di una città. Un lungo viale notturno. Come dicevano: farmacie ed edicole sempre aperte perché a Milano è sempre giorno. Lui, che aveva quel maledetto vizio, si sarebbe accontentato di un tabaccaio; non aveva spiccioli. Trovò il coraggio di avvicinare la donna e lei gliela offrì con cortesia. Senza imbarazzo si trovarono a parlare amabilmente anche dopo aver consumato quella prima sigaretta. Si scordarono di tutto e anche di quello che erano. Fu lei, alla fine, a ringraziarlo. Era la prima volta che andava, se si può dire così, con una di quelle. Non gli era sembrata diversa dalle altre. L’unico imbarazzo gli era sembrato che l’avesse provato lei mentre lui cercava il portafoglio. Lei sarebbe stata tutta la notte a parlare. Lui si pentì ma qualcuno lo aspettava a casa ed era già in ritardo.

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raccontiSessant’anni ti sembrano troppi. Esci di casa e sai che non riattraverserai la porta. In fondo era stata un’ottima compagna, fin quando era durata. Poi il tempo consuma le cose; inesorabilmente. Un lavorio lento e continuo. Che quando è in atto mica te ne accorgi. Poi lei aveva scoperto che aveva un’altra missione nella vita che quella di pazientare per lui. Improvvisamente se l’era chiesto e la risposta non gli era garbata. Era stanca di fare solo la donna. Era solo stanca e non aveva più energie per litigare. Voleva solo starsene tranquilla. Le cose importanti. Il lavoro. In verità Aldo si chiedeva ancora confuso. Non sapeva cos’era successo. Era stato un addio senza nessun rimpianto; definitivo. Non aveva avuto il tempo di guardarsi dietro. Per poi trovarsi in una casa estranea; nella provvisorietà. Tutto era rimasto alle sue spalle, tranne quelle poche cose. Non avrebbe mai creduto che lei potesse trovare quel coraggio. Non sapeva se era sempre così perché non gli era mai successo. E si sentiva strano perché non avrebbe mai creduto di dover ricominciare a sessant’anni. E si sentiva vecchio.
Che poi Milano è Milano. Ti sbatti per un buco. Trovi un buco dove andare e te lo fanno pagare, e come. Hai un bel dire che è una rapina. Devi dire anche grazie. E così Aldo s’era ritrovato solo. Si era lasciato andare sul letto; svuotato. Le stanze che non conosceva, due. Era tutto lì. Una vita, consumata in modestia, è vero, per ritrovarsi inutile. Senza alcunché. E nemmeno un buco dove parcheggiare. Che aveva dovuto camminare. Il poco infilato nell’armadio. Odore di muffe. Che fretta c’era? Il frigo vuoto che fa andare il rumore ronzante del motore. Il rubinetto del lavello querulo che perde cadenzando la monotonia. La televisione, piccola, nebbiosa, senza telecomando. Il calendario appeso è dell’anno passato. Tutti uguali questi mini. Metà in nero. E si poteva dire anche fortunato. Un silenzio afoso sale dalle finestre vuote. E fuori una Milano vuota; altro che come la raccontano. Tanto vale uscire. Anche per fuggire da quella depressione. Anche per cercare il minimo indispensabile. Quando anche uno sbadiglio è un sentimento forte. E feroce. Una voglia di donna che non ricordava da tempo. E chiudendosi la porta alle spalle aveva pensato che avrebbe anche potuto finirla lì.
Appena fuori si era accorto che non sentiva la voglia di mangiare. Non aveva notizie dallo stomaco. Ché, in realtà, non c’era un posto dove volesse andare. Aveva solo voglia di una sigaretta. Fu preso dall’impulso di tornare indietro. Dall’ennesimo sconforto. Eppure Elsa. Non lo avrebbe mai immaginato. Ma indietro c’era quel malinconico niente. E davanti? lo stesso deserto. Le macchine rade degli ultimi pigri ritardatari. Tutti di fretta che attraversare ne andava della ghirba. Fretta di andare dove? Perché a Milano tutti devono avere fretta? Forse scappavano quella città. Città inutile. Ma l’indomani era domenica. Fortuna non doveva andare all’officina. Magari glielo avrebbero letto in visto. Ma forse il suo viso era da troppo l’immagine di una lenta agonia. Ultimamente non era stato certo una buona compagnia. Come poteva. Così vuoto. Avevano ragione a dire che non era più lui. Le parole gli pesavano. Ma le domeniche così rischiano anche di essere peggio. Quando sei solo la festa ti fa sentire ancora più solo. Magari poteva andare fin dalle parti di Porta Vigentina. Provare a fermarsi al solito bar. Magari trovare Eugenio. Per due chiacchiere. Tanto per fare due chiacchiere. Solo due chiacchiere. Un caffè. Forse avrebbe potuto chiamarlo. Guardò l’ora. Probabilmente era a cena. A quell’ora, la gente che una casa ce l’ha ancora, insomma, gli altri, solitamente sono a cena. E mica gli doveva niente Eugenio. E’ che lui non ci aveva pensato troppo agli amici. Sempre in casa. Di giocare a carte, poi, non gli piaceva. Ci pensi quando sei solo. E’ tardi. Se n’erano tutti andati. Sembravano tutti andati. Nella sua testa erano tutti andati. Non riusciva a fissare un pensiero che fosse uno.
Fuori dal centro nemmeno sembra più Milano. Intorno c’era solo buio quando Aldo l’aveva visto avvicinarsi. E in quel buio era solo un ombra, anche lui. Scalciava qualcosa che lui non vedeva. Le mani nelle tasche. La cicca che si consumava tra le labbra. Capelli lunghi. Aldo non li sopportava con quei capelli lunghi. A Dante li aveva fatti tagliare. Ai suoi tempi erano altri tempi. Sono cose che non ritornano. E Ester portava i capelli corti come uno di loro, allora. Quegli sì che erano anni. Di anni ne avrà avuti una trentina. Trenta e, naturalmente, niente da fare. Null’altro che bighellonare. E fumare. Si sentiva appena inquieto. Ma quel ragazzo non aveva nulla da perdere. Era il padrone del mondo. Bel mondo. Non avevano rispetto neanche dei più vecchi. Magari era di quelli del Leoncavallo. Certo. Che ci hanno sempre troppo da fare anche per dormire. E che le vogliono spiegare loro le cose. Senza palle. E intanto gli cresceva dentro la voglia. “Ce l’hai una sigaretta”?
Puzzava di sudore. E ad Aldo non era piaciuta la sua risposta. Nemmeno il tono. Che lui non si trovava mai senza. E lui ce li aveva i soldi per comprare tutte le sigarette che voleva. Mica era uno di quei disperati. Un barbone. O un bauscia. Solo la maledetta macchinetta era fuori servizio. E si era anche tenuta venti centesimi. Un taxi era passato vuoto. Poi più niente. Per arrivare dalla Linda gli sarebbero occorsi ancora una buona ventina di minuti. E lui la voglia ce l’aveva in quel momento. Non dopo. In fondo non gli aveva chiesto che una sigaretta. Non era stato gentile. Ma lui sì. Solo che non era la serata giusta. A volte le cose le puoi anche accettare. Non tutte le ore sono uguali. Era proprio un pezzo di merda. E si era comportato da quello che era. Aveva anche riso, almeno così gli era sembrato, mentre gettava la cicca accesa. Lui, Aldo, non voleva più farsi mettere i piedi in testa da nessuno. No! non era la serata adatta. Non quella sera. Non gli andava di essere preso per il culo. In giro non c’era un anima. Dopo il primo colpo, quello, il minchione, sorpreso, era riuscito solo a dire: “Che cazzo fai; nonno”. Quelle parole non gli erano proprio piaciute. Aveva ripulito la lama sulla sua maglietta del cazzo. Poi l’aveva gettato nel cassonetto. Il coltello, non il ragazzo. Quello, il ragazzo, aveva finito di lamentarsi. E di rompere. Un altro drogato di meno. Proprio un compleanno di merda.

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