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Posts Tagged ‘silenzi’

Era da un po’ con non lo vedevo. Avevo letto il suo messaggio; ero di fretta. Poi mi cadde lo sguardo su quel necrologio. Perché avesse mosso la mia curiosità non lo so? Forse per l’età? Forse perché non lo facevo tipo? Forse perché era la prima persona vicina che mi veniva a mancare. Forse per quelle cose che ti ruminano dentro e non sai spiegare? Nessuno degli amici ne sapeva molto. Alcuni evitavano persino di parlarne. Alla fine ho saputo quella che pareva essere la verità: si era tolto la vita. Continuavo a chiedermi perché senza trovare una sola risposta. L’ultima volta sembrava un uomo felice. Tutto preso dalla sua nuova storia. L’ultima cosa che ricordavo era un brindisi.
Ci ripensai più volte prima di decidermi. Tutti i pretesti che mi ero inventato mi sembravano banali. Alla fine conclusi solo di andare. Mi vestii alla bisogna, come si conviene per una visita di cortesia. Rispolverai cioè la mia giacca e una vecchia cravatta che mi ero fatta prestare scordandomi di restituirla. Sembravo un liceale alla presentazione alla famiglia. Pettinato con attenzione. Mi sentivo ridicolo. Ero così anonimo. Così uguale a tante foto ricordo e alle immagini per i documenti. Sarei andato anche per un funerale, o un matrimonio. Mi sono ricordato che non si deve mai lasciare a casa la maschera. Mi accompagnai ancora con tutti i miei dubbi. Vincendo quell’insolita resistenza. Non mi capita mai di interessarmi agli affari degli altri. Avevo preferito non informare della mia visita. Riflettei se era il caso di presentarmi con dei fiori ma convenni che non lo era. Passai anche diritto davanti alla pasticceria. Non avevo il minimo sospetto di cosa aspettarmi.
Cercai nel marmo la targhetta d’ottone: avv. Sereni. Mi annunciai al video-citofono: “Sono un amico di Lorenzo”. Dopo un lungo attimo un suono secco mi avvisò che era aperto il portone. La voce all’apparecchio, un po’ meccanica, mi indicò il piano. Preferii salire con l’ascensore. Mi aspettava all’ingresso. Allontanò rapidamente un interrogativo. Rinnegò quell’impaccio che ci vedeva in piedi a guardarci, a studiarci. Mi invitò ad entrare con un sorriso cortese e un gesto della mano: “Prego”. Mi sentii di accedere in un altro mondo, di invadere uno spazio confidenziale. Mi pentii della mia decisione, ma non potevo scappare. Provai un senso di vigliaccheria e di mascalzonaggine. L’aria era immobile e inodore. Priva di suoni. Così le nostre voci tintinnavano nel vuoto. La sua mi sembrò al primo istante caramellosa. Carica di ricercata ma forzata cortesia.
Mi porse la mano: “Possiamo darci del tu? vero. Non ti da fastidio”? Le sue dita si abbandonarono tra le mie, fragili. Le stringi delicatamente come per paura di romperle. Il suo sguardo diretto moltiplicava la mia inadeguatezza: “Maddalena, giusto”? Di lei avevo saputo quasi solo il nome. Dall’inizio della loro storia ci eravamo visti sempre meno. Avevo letto la sua soddisfazione dagli occhi e da piccoli segnali. Per varie ragioni non si era mai soffermato troppo su lei. A quel tempo non aveva destato la mia curiosità. Ero solo contento per lui. Poi la tragica notizia. E quel qualcosa che non si incastrava. Le disgrazie succedono, ma lui non era tipo da cercarle o costruirle. Ed era un tipo innamorato.
Non sembrava né sorpresa né confusa. “Scusami. Non aspettavo visite”. Solo avvicinandosi aveva un sapore agro-dolce. Camminava su quei tacchi con diligente perizia e i tappeti occultavano i suoni dei passi. Mi faceva strada. La seguivo da presso. A rifletterci quegli spazi promettevano una percezione di angoscia. L’individuo si sentiva perso. Piccolo. E le voci trascinavano con sé un tenue eco. Pareva mancare il senso delle proporzioni. E tutto sembrava fin troppo in ordine. Lei stessa lo era. Si accomodò su un ampio divano e mi fece accomodare davanti a lei. Sprofondai in una inaspettata comodità. Non avevo la più pallida idea da dove potevo cominciare. Non avevo nemmeno sospetti, solo un senso di malessere; confuso. E lei era donna da destare curiosità. Nemmeno seppi afferrarne il motivo.
Ti scoccia se restiamo qui”? Sembrava stesse aspettandomi. O forse aspettava qualcun altro. Il tè era ancora caldo: “Limone, vero”? Lo versò e aggiunse i due cucchiaini di zucchero, proprio come piace a me. Sorrise. Lo mescolò lentamente guardandomi negli occhi. Mi porse la tazzina. La tazzina oscillò sul piattino. Lei lo prese con il latte. Facendo attenzione a non lasciare tracce di rossetto. In quel preciso momento squillò il cellulare. Controllò il numero, mi chiese scusa e uscì dalla stanza per rispondere alla chiamata. Al ritorno spense il telefonino davanti a me spazientita con un gesto marcato a mio beneficio: “Non voglio che ci disturbino”. Poi lo appoggiò sul tavolino. Riprese il suo tè. Lo portò nuovamente alle labbra con attenzione, senza distogliere gli occhi. Ne ricavò una smorfia schifata e tornò a posare la tazzina. Probabilmente nel frattempo s’era freddato. “Allora… cosa volevi sapere”?
Ebbi la netta sensazione che lo sapesse. E non c’era nessun mistero. Nulla da scoprire. “Cerco notizie di un amico”. La cosa mi appariva ancora così… inverosimile. Mi accorsi che di tanto in tanto frugalmente si controllava nello specchio che avevo alle mie spalle. Quando lo faceva ne usciva perlopiù soddisfatta di sé. Piccole cose che non sfuggivano alla mia attenzione. Ancora non riuscivo a inquadrare quella donna. E non mi sembrava la donna adatta per lui. Qualcosa strideva. Non era come me l’ero aspettata. Non avvertivo veri sentimenti. Cercai di rompere quel mieloso incanto. Ero andato per quello: “Lorenzo aveva idee a modo suo, ma non era cattivo. Un po’ così. Da artista. Ma lui era un artista”.
La cosa più incredibile era che s’era trasformato tutto in bianco e nero. Lo realizzai solo in quel momento. I colori erano sfumati lentamente, s’erano dissolti. Tutto come un vecchio film. Con una fotografia curata. Con i dettagli eppure nitidi. Ma era come insapore. Mi sentivo finto. E la sentivo finta. Eravamo la schermaglia attenta di due persone che si esplorano. Che si cercano senza avere un vero desiderio di conoscersi. Distaccate quel tanto che basta per restarsi estranee. Diffidenti. Almeno io lo ero. E quella casa era piena di domande a cui non sapevo rispondere. Pensai alle cose più improbabili per rompere e superare quella patina di distacco. Per scuotere quella presunta saggezza. Quel finto buonsenso. L’aria da persona per bene. La sua attenzione per non provocare vere reazioni. Veri sentimenti. Impulsi. Tutto quello faceva sembrare normale l’assenza di colore. Lei riusciva a controllare ogni minimo particolare. Era solo la copertina di una rivista patinata: “Per lui sembrava tutto così importante. Ma se ci pensi”.
Restai sorpreso quando aggiunse che non aveva lasciato niente. Era un tipo sempre in preda delle sue fantasie. Un tipo estremamente creativo. Non riuscivo a crederci. Non me lo raffiguravo con le mani in mano. Ad ogni incontro non riusciva a trattenere l’entusiasmo per il nuovo suo ultimo progetto. Mi riempiva di parole e di eccitazione, persino di frenesia. Ed era curioso di tutto. La osservai attentamente senza capire. Non la sentii quando mi disse che non aveva spiegazioni. Ricordo solo che non mi parve disperata; nemmeno dispiaciuta. Era solo una sensazione. Mi sembrava passato troppo poco tempo perché fosse già tornata così padrona di sé. E la sua cortesia rasentava quasi il corteggiamento. O almeno la disponibilità al corteggiamento. Ma forse son sempre stato un briciolo moralista. “Se mi posso permettere, io penso che non si possa pretendere di più. Il problema è nel sapere accettarsi. Nell’essere quello che siamo”. Certamente sbagliavo tutto. E lei senz’altro non se lo meritava. Eppure non percepivo distinti sentimenti nelle sue pose, nella sua voce. Mi aspettavo… non so cosa, ma qualcosa di diverso. Speravo di non trovare disperazione, ma era un pensiero egoista. Certo avevo immaginato una sorda tristezza. Un muto sconforto. Di non sapere in che formule rifugiarmi. All’estremo di non essere ricevuto. Dovrei governare questa apprensione e il vizio di immaginare le cose. Di volerle anticipare.
Accennò di sfuggita a com’era bella la concordia: “Vedi questa casa”. Criticava quelli che avendo meno non sapevano accontentarsi. “Sono cose della vita. Non trovi”? Non volli contraddirla. La lasciai proseguire distrattamente. La sua voce era solo un suono. Avevo un dubbio, ma mi sembrò che quello non posso il posto adatto per esprimerlo. Nemmeno il momento. In realtà provai la percezione che quello fosse un posto dove potevano alloggiare solo certezze. E fuori non era un grande idilio. Era solo che in un qualche modo che non aveva risposta le coscienze erano assopite. E il racconto della sofferenza era semplicemente diventato indecente. La povertà vergognosa. La miseria un crimine. L’ultimo dolore rimasto era quello del cuore. Si poteva ancora morire d’amore. Se avesse continuato a parlare credo che quelle sarebbero state le verità che mi avrebbe spiegato: come governare la dignità nel silenzio.
Spesso le mie cose riesco a tenerle per me. Non mi piaceva che qualcuno avesse una parte scritta che avrei dovuto interpretare. Nemmeno io ritenevo consolatorio che alla fine bene o male c’è la possibilità di una comparsata per tutti. Non mi interessava la notorietà, non era il mio scopo e non rispondeva ai miei disagi. Ma erano loro, i miei disagi, ad essere fuorilegge. Nego che siamo tutti uguali e tutti tesi ad un fine che è quello di curarsi solo di noi stessi. Ma non vado a sbandierare le mie idee in giro come faceva lui. Ed era quel plurale che mi avrebbe denunciato. Eppure dovetti confessare che la prima impressione non le rendeva giustizia. Il tono della voce, i riflessi degli occhi o il mondo di guardarti diritto negl’occhi, le sue pose sempre attente, i gesti calcolati, il trucco curato, il corpo che si poteva intuire sotto, quell’aria disinteressata e poi attenta, il rossetto, una sorta di magnetismo, l’insieme delle cose ne facevano una donna affascinante. Non era facile distrarsi da lei. Era come se fossi sempre interessato al momento successivo. Ad avere qualcosa di più.
Scusami, ma parlarne mi mette ancora un po’ a disagio. E’ come sé fosse… Magari mi riuscirà più facile tra un po’. Con una maggior confidenza. Non mi aveva parlato”…
Provai un bisogno impellente di fumare. “Fuma pure. Qualche volta anch’io. Una o due. E’ l’unico vizio che mi concedo.” –si illuminò di un fugace sorriso malizioso– “Insomma… quasi. Soprattutto dopo… capisci?” –e spinse verso me un posacenere immacolato che non avevo notato. Gliene porsi una: “Non dovrei”. Mi ringraziò, la prese e gliela accesi. La fumò con lenta voluttà. Socchiudendo a tratti gli occhi. Trattenendo il fumo in bocca, assaporandolo con piacere per poi soffiarlo fuori con un lungo sospiro. “Non pensare che”… Avevo fissato tutta la mia attenzione su un quadro. Prima non l’avevo notato. Spense la cicca ripetutamente quasi con crudeltà, come si dovesse rimproverare di aver ceduto a quella debolezza. Fece il gesto di cercare di sentire l’odore del fumo nel suo alito. Trattenni l’istinto di sorridere. Notai le unghie perfettamente laccate. E affilate come rasoi. Sospettai che dietro quella patina si nascondesse una belva. Fu il pensiero di un attimo. Ammorbidì i tratti del suo volto: “Resti per cena, vero? Non puoi… Faccio in un attimo. Intanto ti faccio vedere la stanza”.
Ora che ci penso non credo di aver visto in tutta la casa un libro. Né un gatto. Né segni del passaggio di bambini. Non in quelle stanze. Sembrava un set. Persino la cena era stata ottima ma non c’era nessun odore di cucina. Ed era stata fin troppo veloce. Di proposito ero stato attento a non eccedere col vino. Lei mi incoraggiava ma io volevo mantenermi lucido. Diffidavo. Solo una certa circospezione in fondo a me. Il bisogno di sentirmi rassicurato. Una casa troppo grande. Degli agi a cui non ero abituato. Tutto troppo facile. Il rimpianto per un amico. Un letto soffice. Una donna che non era mia. Abbassai la luce. Mi aspettai di sentirla bussare alla porta. Forse lo sperai. Di sentila scivolare nella stanza. Immaginai il modo. I suoni. Mi illusi che lei si aspettasse che fossi io a cercare la sua stanza. Ammetto di esserne rimasto dolcemente deluso. Tornai a sentirmi stupido. Non riuscivo ad aver voglia di dormire.
Trovai alcune pagine di diario in fondo ad un cassetto. Era un diario stranamente a più mani. Erano storie che si reiteravano, tranne piccoli particolari erano tutte uguali. Il senso di vertigine da agorafobia. Come imprigionato in un sotto vuoto spinto. La mancanza d’aria. L’incontro con una sorta di propria immagine riflessa. Storie dell’incredibile ripetute come tanti paragrafi sbagliati. Una stampa che riproduceva più volte uno stesso capitolo. La cosa mi incuriosiva ma non riusciva ad affascinarmi. Potevano essere prove di scrittura. Lo scorsi finché non riconobbi la sua calligrafia. Mi apprestai concentrato alla lettura. Le ore correvano più veloci di quanto lo potessi avvertire. E poi la sentii anch’io, la voce. Ed ero ancora perfettamente sveglio: “Rilassati. Non resistere”.
Fu solo allora che mi decisi veramente. Percorsi il corridoio in assoluto silenzio. Non feci alcuna fatica a trovare la sua camera. Ammirai il corpo di quella donna fasciato nella vestaglia, sprofondato nell’enorme letto. La sollevai tra le braccia con cautela e attenzione. Lei non sembrò svegliarsi o almeno seppe fingere perfettamente un sonno quieto. La sporsi dalla finestra e solo allora lei aprì gli occhi e mi sorrise. Allargai le labbra e la lasciai cadere. La osservai precipitare senza emettere un solo grido, nel completo silenzio tranne il tonfo sulle pietre del marciapiede. Era ancora notte. Cercai la chiave e la trovai nel cassetto del comodino. Riordinai un po’ le cose cercando di cancellare ogni segno del mio passaggio. Mi chiusi la porta dietro le spalle e me ne andai mentre ancora tutti dormivano.

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Quando sono andato a stare a casa di Maddalena credevo di aver realizzato il più grande dei miei sogni. Avevo imparato ad amare profondamente quella donna ed ero certo che nulla avrebbe potuto dividerci. Era stata lei e chiedermelo. Non ci ho pensato un attimo. Ho raccolto le mie cose ed ero già in quella sorta di immenso appartamento che mi appariva una reggia. Stanze dopo stanze e tutte luminose e spaziose. Ricordo che mi chiesi come avremmo potuto permettercelo, anzi come lei poteva. Lo so che può sembrare un pensiero fin troppo meschino. Decisi semplicemente di non pensarci. E forse questo fa parte della mia condanna. Forse sono sempre stato un po’ avventato, e un po’ superficiale. Ma almeno inizialmente tutto sembrava volermi far vivere come in una favola.
La magione occupava un intero piano di un vecchio palazzo in stile impero. Mi perdevo continuamente tra sale e corridoi. E provavo continuamente la sorpresa di una prima volta. Non ho mai avuto un gran senso dell’orientamento, ma pensavo che sarebbe stata una sensazione solo transitoria, che sarebbe passata col tempo. Certo fin dall’inizio una cosa aumentava il mio senso di disagio: la presenza di chi aveva abitato in quegli ambienti prima di me. C’erano qua e là foto di altri uomini. Di alcuni degli uomini che erano stati i compagni nella vita di Maddalena. Soprattutto uno. Credo avesse avuto un posto speciale nel suo cuore. E che un po’ lo mantenesse nei suoi ricordi. Provavo una sorta di invidia e di stizza anche se non sono mai stati geloso in vita mia. Certo con lei è stato tutto, fin dall’inizio, diverso. Ma sorvolavo su quelli che mi sembravano meschini turbamenti, specialmente quando lei rientrava e mi era vicina. Lei era molto attenta e anche molto appassionata. Non ne parlammo mai. Perché avrei dovuto? Per sentirmi semplicemente dire con un sorriso quanto ero stupido?
Da una stanza un po’ più piccola delle altre avevamo ricavato uno studiolo per me. Ci passavo gran parte delle mie giornate. Poi tornavo a immergermi in quell’universo e a perdermici nella sorpresa che non smetteva mai. La mia era un’attesa di lei. Non uscivo mai e non ne avevo il motivo. Eppure giravo portandomi appresso quella stessa inconsistente angoscia che mi aveva accolto fin dall’inizio. Più volte decisi di dirlo ma sempre all’ultimo ci rinunciavo trovandolo ridicolo. Non c’era nulla che non andava e, come detto, quando arrivava la sua sola presenza cancellava ogni mio malumore. Intanto non riuscivo ad essere soddisfatto di nessuna mia idea. Il mio lavoro non procedeva. Tutto mi appariva banale. Scartai l’idea di fare un ritratto di lei o di qualcuna delle persone di quelle foto. Quando gli chiedevo del suo passato lei in qualche modo sviava la conversazione. Non riuscivo mai ad avere risposte esaustive, nemmeno approssimative. Solo qualche vago nome. Qualche riferimento ad un viaggio, ad un anno lontano.
Lei si dimostrò anche una bravissima cuoca. Avevo da mangiare e da bere e tutto quello che mi poteva occorrere. Quando mi annoiavo accendevo la televisione ma poi non la guardavo. Finché non mi prese una smania strana di uscire, ma dopo aver faticato a trovare la porta mi accorsi che era chiusa. Certo doveva averlo fatto sbadatamente. Ecco perché non mi aveva detto nulla. Certo era persona da avere mille riguardi e anche qualche apprensione in più. Mi aveva confessato di aver già ricevuto la visita di ladri e di essere stata derubata. Mi scordai di chiederle se c’era un’altra ragione per la quale si chiudesse la porta dietro le spalle. Né di farmi fornire una copia delle chiavi. In fondo era una smania strana e tra quelle mura non mi mancava niente. Eppure cominciai a sentire come se mi mancasse l’aria. Mi affacciavo alla finestra ma arrivavano pochi rumori attutiti di macchine. Erano rari i pedoni che transitavano e che guardavo dall’alto passare schiacciati sul marciapiede. La costruzione dava su di una via poco frequentata. Eravamo isolati ed ero isolato. Non erano finestre che raccontassero qualche storia. Era cose se si affacciassero sul niente. Oltretutto non ho mai ricevuto molte telefonate, non sono tipo da stare a parlare a una persona che non c’è, con qualcuno che non posso guardare negli occhi. Vengono proprio a mancarmi le parole. In più la linea era staccata. Ormai tutto il mio universo era circondato in quelle pareti. E continuavo a ripetermi che tutto andava bene. In verità cosa avrei potuto desiderare di più?
Ero tranquillo, immerso nel silenzio. Potevo inseguire solo le mie ispirazioni, solo che quelle non venivano più. Ero ormai un artista senza la sua arte. Frugavo in me senza trovare nessun filo, nessun bandolo della matassa. Ne uscivo nervoso ed estenuato. Le giornate si dipanavano una uguale all’altra. Erano solo attesa, ma il lavoro la impegnava sempre più. E la sera avevo preso ad accendere la luce prima di entrare in ogni stanza. Mi dava angoscia il modo in cui si allungavano le ombre sui mobili. Quel silenzio e quel buio. Persino l’odore di quel legno. La proiezione di quell’attaccapanni con le giacche appese. Non mi restava che aspettare il suo ritorno. Poi la passione pian piano si attenuò. Io continuavo a desiderarla, ma per qualche stanchezza o per i motivi più banali era sempre più difficile avere dei momenti tutti per noi; di intimità. Non ricevevamo visite. Il mondo restava fuori. Si può dire che vivevamo appartati. Ma lei lavorava molto e rincasava sempre più tardi e sempre più affaticata. Semplicemente quando mi coricavo lei era sempre già addormentata. Mi limitavo a farmi vicino e inebriarmi del tepore che emanava dal suo corpo. Quell’amore si stava trasformando in una deliziosa adorazione. E in quei nostri momenti le avrei perdonato qualunque cosa.
Ma avevo ripreso a faticare prima di prendere il sonno. Ero preda dei più strani e intricati pensieri. Mi sembrava di buttare le mie ore. Poi mi spingevo a fare un riassunto della giornata e lì non c’erra nulla. Questo non mi consolava. Mi sembrava di sfiorare qualche idea, anche buona. Persino di afferrarla. Mi sentivo in preda alla vena creativa. La pigrizia mi imprigionava a letto. Facevo ricorso alla pazienza. Di solito il sonno tardava più del dovuto. Oltre quanto è immaginabile. Credevo di sentire fuori i primi timidi rumori del mattino. Di intravvedere la luce dietro le bugie. E poi sognavo. Sognavo i sogni più strani. Intricati e tumultuosi. Ho sempre sognato molto. La maggior parte non mi lasciavano ricordi al mattino. Non li hanno mai lasciati. Tranne qualcuno che tornava ripetutamente, sia durante le ore di sonno sia poi nella giornata. Non ci avevo mai dato importanza. Una cosa però aveva cominciato ad invadere quelle notti, un’ossessione reiterata. Ora sopra i sogni c’era una voce suadente, che li sovrastava, che mi ripeteva: “Rilassati. Non resistere”. Una voce fuori campo. Non capivo quelle parole ma mi lasciavano al mattino una sorta di leggera angoscia: “Rilassati. Non resistere”.
Finché non cominciai ad avvertire un’altra presenza in quella casa immensa. Qualcuno o qualcosa che non riuscivo ad incontrare. Non ho mai creduto ai fantasmi o a cose simili e mi sentii stupido. Cercai di occupare la mente con altri pensieri. Aprii un armadio e ci trovai alcuni indumenti che non ricordavo di aver mai posseduto. C’era qualcosa di molto strano in tutto quello. Poi spalancai una porta e me lo trovai davanti. Lo fissavo e lui mi fissava. Aveva la mia stessa altezza. I miei stessi occhi. Stessi capelli. Stessa cicatrice sopra il labbro, ricordo di un incidente di bicicletta da bambino. Mi pareva di guardarmi in uno specchio. Quell’altro era la mia copia perfetta. Ero io. Scossi il capo per l’incredulità. Feci per parlare ma dalla mia bocca non uscì suono. Lui scoppiò in una risata fragorosa probabilmente vedendo la mia meraviglia: “Sì! io sono te”. Mi avvisò che doveva uscire e mi chiese se mi serviva qualcosa: “Di uscire”. Rise nuovamente: “Questo non è possibile. Non c’è niente fuori. E tu non sei ancora pronto”. Non mi serviva che la mia libertà, ma cos’era la mia libertà? Spazientito gli chiesi quando sarebbe tornata Maddalena. Parve deluso: “Allora non capisci, lei non torna. Non almeno finché non smetti di resistere”. Riconobbi la voce. Cercai di avere spiegazioni: “Devi imparare a non pensare. Non c’è altro mondo. Né altro modo”. Dentro me lo mandai affanculo, gli girai le spalle e lo lasciai lì. Accesi la tele, davano il telegiornale. Ero certo di averle già viste quelle notizie. Girai e in ogni canale la stessa voce non faceva altro che ripetere le stesse parole.
A rifletterci meglio una cosa c’era che non andava: lui, l’altro me, era mancino. Mi chiesi se lei ne era innamorata. Innamorata della mia coppia. Come avrei potuto ribellarmi? E mi tornarono nella mente le parole che sovrastavano i miei sonni. Non avevo altra spiegazione che nel biglietto che trovai e che mi aveva lasciato sul comodino: “Ogni pensiero rompe la meravigliosa armonia dell’universo”. Mi stropicciai gli occhi. Niente aveva senso. Controllai su televideo ormai senza speranza. La mia attenzione venne richiamata da una notizia dell’ultima ora da parte del ministero delle comunicazioni. Su quelli che venivano definiti piccoli e sporadici gruppi di resistenza di quattro gatti, di filosofi e poeti: “Dissentire è oltre che inutile insensato. Cosa vogliono di più in questa società perfetta”? I nostri leaders erano fiduciosi in una veloce opera di bonifica di quella obiezione incomprensibile, anzi astrusa, ed erano certi che presto anche l’Italia si sarebbe allineata con tutti gli altri paesi civili e democratici. Non mi chiesi perché la notizia mi avesse gettato nell’ansia. Semplicemente spensi la televisione. Scrissi in un biglietto un laconico: “Ti amo” –per lei. Non mi importava cosa ne sarebbe stato di lui, del mio altro io. Mi chiusi in bagno e mi immersi nell’acqua. Affondai la lametta nel polso e incisi verso l’alto per essere sicuro, poi mi misi ad attendere.

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pittura con tecnica mista su cartone telatoDi queste parole
fragili
menzogna, vergogna, pudore,
rimorso
di queste parole
io chiedo perdono:
a chi ama
e a chi soffre,
a chi sogna di notte la luna
-e lei è lì, dietro il vetro-
a chi a quella luna canta
e a chi a quella luna abbaia,
a chi piange un ricordo
a chi ha creduto
perduto
e a chi cerca ancora un rifugio
-tra i pochi suoi stracci-
e a tutti quelli scordati
di queste parole
che non sanno farsi poesia
e a loro
chiedo ammenda
ma io ho sbagliato;
ho sbagliato
di queste parole
perché stanotte ho sognato
di queste parole
nate per esser private
e così stropicciate
tradite
e allora tu
tu fanne un unico messaggio segreto
lasciale sole
e chiudile tra le pagine del libro che ami
e chiudi quel libro tra gli altri
nella tua personale libreria
e scordale lì
queste parole
e loro torneranno ad essere
solo un sussurro d’amore.

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Monete con Giano bifronteE poi arrivarono i cosiddetti deprogrammings, e alla fine mi sentii completamente vuoto e non provavo più nemmeno gli odori. Giravo per le stanze per conoscere casa mia. Come vivessi in un corpo che non era il mio. Mi trascinavo stanco. Uscirono dalla porta spiegandomi che quello era il trattamento obbligatorio, quello base. Che spettava a tutti; gratuitamente. In realtà io non avevo sofferto di nessun disturbo. Per quanto c’era nel mio fascicolo personale ero un cittadino modello.
Dopo, per un attimo, non si riusciva a sentire nemmeno un cinguettio d’uccello, nemmeno il rumore del vento. O ero io ad immaginarmi così. Mi sentivo confuso e frastornato. E’ normale. Mi affacciai alla finestra per cercare di riconoscere il paesaggio. C’era una conifera e prima il giardino. In quel momento nemmeno un’auto che passasse. Quello era un quartiere residenziale e molto tranquillo. A suo tempo lo avevo scelto per quello. Ero rimasto anche dopo che Arianna se n’era andata. Sospettavo avesse scelto la latitanza e si fosse allontanata per quello. Non saprò mai la verità.
Poi vennero i pulitori. Rovesciarono tutta la casa. Tolsero tutti i quadri e le fotografia. E un sacco di altre cose. La lasciarono completamente vuota. Tornarono dopo poche ore. Ridipinsero le pareti di un bianco opaco. Sostituirono i mobili con altri che loro dicevano di architettura funzionale; magnificamente freddi ed essenziali. Bocciarono anche parte del mio guardaroba. Avevano con loro un elenco meticoloso. Completarono la mia disponibilità di elettrodomestici. Fissarono al muro una enorme tele piatta con i canali già preimpostati. Mi fornirono infine di una serie di cd con varie registrazioni di silenzi.
Poi venne l’ingegnere dell’eticità o qualcosa di maledettamente simile. Di quelli bastava uno per visita. Mi osservò attentamente e ne sembrò soddisfatto Si guardò anche in giro. Loro erano temuti anche dal personale che gli aveva preceduti. Disse che era stato fatto un ottimo lavoro e che, per mia fortuna, avevano potuto cancellarmi completamente la mia vecchia ram sensuale. Prima di andarsene mi consegnò il manuale delle mille parole consentite. Volle anche concedermi un po’ del suo tempo per regalarmi un po’ di consigli. L’ingegnere si chiamava Angel.
Come faccio a ricordarmi questi particolari. Prima del prima avevo fatto quella telefonata. Avevo avvisato dell’inizio del trattamento obbligatorio il mio haker. Aveva già le mie chiavi. Era venuto quella stessa notte, subito dopo cena. Una breve chiacchierata e dopo ci aveva messo un attimo a ripristinare tutto e a farmi ritrovare la memoria. Una breve rimpatriata, un bicchiere e ci siamo salutati velocemente; per sicurezza. Giusto il tempo di darmi le disposizioni. Forse non ci vedremo più, salvo non ne abbia nuovamente bisogno. Solo in caso di urgenza e necessità. Ho cancellato il numero della chiamata dopo averlo mandato a memoria.
Non sono nemmeno teso. Dovessero passare avvertono con breve anticipo. Basta mantenere la calma, un po’ di collirio e non cambiare quell’espressione attonita che hanno tutti i vicini. Sto facendo pratica già da un po’. Ora abbiamo dieci milioni settecento venti mila titoli nella biblioteca della memoria. Per essere estremamente precisi: e trentasette. Non è quello il punto. C’è un ponte di comunicazione. Ho una connessione pirata veloce e affidabile, nonché sicura. Non chiedete a me? Non sono bravo in queste cose. Credo si agganci direttamente alla telefonia interna del ministero. Di quale non so. E che ne sfrutti errori di cablatura. Così ha cercato di spiegarmi il mio salvatore. Ho anche un nome in codice e un nuovo profilo e una mail. Anche quella, mi hanno assicurato, assolutamente sicura. Dovrei cercarla Arianna. Temo di metterla in pericolo. Il mio compito è riportare le notizie dalla vicina Loira e, questo è l’incarico più difficile e delicato, dalle banlieues parigine e di Roma. Almeno finché non trovano qualcuno da affiancarmi per dividerci il lavoro.

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poesiaDi questo mio povero blog. Così trascurato. Così Abbandonato. Dove il silenzio non è nemmeno uno spazio chiuso. E’ solo immobilità. Fissità. E’ ieri senza un oggi. Come un rumore che si fa bisbiglio. Un bisbiglio che diventa silenzio. Che si trasforma in sbadiglio. Il canto muto di un menestrello senza idee. E piango e RIMpiango. Così come uno specchio. Leggi quello che vuoi. Cerca. Cercati. Non ho mai pensato di possedere delle risposte. Ho solo domande. Ho solo dubbi. Qualche vecchia canzone che mi ronza in testa. Una solitaria voglia di ricominciare. Di ritrovare. E invece è solo spazio. Fuori. Dentro. Anzi non solo quello. Ma il mondo corre; in fretta. Passano i minuti. E ti prende la voglia di vita. Sempre più vita. Sarà l’età? Forse. Una cosa è certa: AMO LA VITA. Niente è più prezioso di un sorriso. Di un abbraccio. E di parole si bagna già il mondo. Esonda. Le parole in fondo sono facili. Semplici. Si può dire tutto. E il suo contrario. Farsi belli. Non provarne nemmeno vergogna. Di loro si può spingere. Fingere. La sofferenza delle parole non è mai vera sofferenza. E’ alle porte della notte. Oltre c’è solo un buio; il nulla. E’ facile dire amore. Il difficile deve venire. Il difficile è amare (e AMO). Non mi piango addosso. Non parlo di me. Di me io taccio. Nel grande ventre della terra il seme secca. Resta solo sabbia. Pietra e pietrisco. E uomini senza senno vendono il domani. Il mio domani. Anche il tuo. Perdonami. Il tacere è complice. Basta sangue. E allora torno perché ho bisogno di poesia. E vi lascio una poesia. Ce n’è tanta al mondo, basta saperla trovare.
Esistono molte solitudini intersecate – dice –
sopra e sotto
ed altre in mezzo;
diverse o simili, ineluttabili, imposte
o come scelte, come libere – intersecate sempre.
Ma nel profondo, in centro,
esiste l’unica solitudine – dice;
una città sorda, quasi sferica, senza alcuna
insegna luminosa colorata,
senza negozi, motociclette,
con una luce bianca, vuota, caliginosa,
interrotta da bagliori di segnali sconosciuti.
In questa città
da anni dimorano i poeti.
Camminano senza far rumore, con le mani conserte,
ricordano vagamente fatti dimenticati, parole,
paesaggi,questi consolatori del mondo,
i sempre sconsolati, braccati dai cani,
dagli uomini, dalle tarme, dai topi, dalle stelle,
inseguiiti dalle loro stesse parole,
dette o non dette.

(Ghiannis Ritsos)


Questa versione in italiano, un po’ discutibile, me l’ero persa.

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luna, castello, uccello e personaggiNon c’è niente di meglio dopo che una buona sigaretta”. Le persone si riconoscono anche da come bevono il caffè. Ero stato a guardarla attentamente, Olga non aveva lasciato sulla tazzina la minima traccia di rossetto. Il sole la colpiva di sghimbescio senza riuscire ad infastidirla. Alice, naturalmente, stava sorseggiando svagata un the alla menta. Gabriele la guardava come vedesse una visione e versò dello zucchero sul piattino. Marcello aveva una macchina fotografica digitale nuova e non la lasciò nemmeno un attimo; il cucchiaino tintinnava senza gentilezza nella tazza. Era una regalo di Carla: Carla aveva uno dei suoi soliti piccoli malanni ed era stata aspettata per nulla. Aveva mandato un messaggio diverso per ognuno. Alessia non riusciva a stare ferma per ricordare a tutti ogni sua grazia e teneva il mignolo teso e il naso all’insù. Non ne aveva molto di seno ma non era un mistero per nessuno. Gli angoli della bocca di Giuseppa erano rivolti in giù e anche quel caffè sembrava avere un sapore terribile. Flavia era in ansia per presentare alla compagnia il suo nuovo; l’ultimo. Diede di gomito alla vicina. Lui portava gli occhiali e tutti si aspettavano qualcosa di intelligente, ma era solo una questione di vista. Tutti ancora si chiedono il perché del gesto di Isabella.

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Avrei una dedica da fare:
A Franz Kafka, l’unico sconfitto a vincere sempre

Fotografia in BN di KafkaNotte. Motore immenso. Una luna come un’arancia, una luna conficcata nel cielo. Nero che sembra di pece. Una luna come un pugno nello stomaco. Come una ferita. Secca. Sfrigolano milioni di microscopiche nacchere. I suoni del silenzio. Silenzio: antologia di sussurri.
Anzi. Solo meccanismo d’ombre. Hanno due toni, quello d’avorio più alto, un sibilo. Quello d’ebano, più cupo. Un treno; forse, ma lontano. Indizi. Uno sfrigolio, s’insegue. No. Non proprio. Ruvido. Improprio. Piccole note. Appunti. Sassi sull’acciaio. Suono freddo. Frammenti. Grandine secca. Silenzio. Rumori sporchi.
Forse la notte è solo una bugia di buio. Una promessa. Dopo, la cena fredda. Si era pentito sulla tazza del cesso. Lì, riverso a bestemmiare; mentalmente. In quel momento, in cui, verosimilmente si pensa a Dio. Gli doleva l’operazione. La bocca amara. Amara come il rancore. E sapore di varecchina; sogno biondo. La bocca una ferita sbavata: rossa. Rosso volgare.
E piange di stelle il cielo come solo un bimbo può, con tutta la sua grande capacità di disperazione. Suono muto. L’insonnia mescola tinte di nero. Non un unico nero; questo mai. Ora lucide, ora opache. Ora uccide, ora nasconde. Come zanzare schiacciate, lassù, le stelle. Mozziconi. I fili li nasconde il buio. Lì, infisse. Microscopiche impronte. Ha troppi occhi il cielo per non sentirsi osservati.
La raucedine di un motore qua e là. Quasi rumori di macchine. Sempre lontani. I cassonetti tacciono. Hanno perso i loro sacchetti. Come visceri. Senz’anima. Hanno perso. E non parlano. Si frugano animali muti; frugano. Frugano rapidi. Con sguardi assassini.
Sguardi che scivolano via. Senza timori. Sguardi e ombre. Stilettate. Graffi. Eppure fiere. Belve. Ma solo ombre a frugare le ombre.
Odore gravido. Odore di terra ubriaca; d’acqua. Seminata di croci. Gravida terra, notturna. Anche Kafka scriveva di notte. Ma gl’occhi si sporcano d’insonnia. Frugare é l’itinerario. Come quegl’animali di antracite. Morbidi. Plastici. Felini. Frugare. Rimestare. Solo rimasticare. Ruminare. Pulsa.
E i lampioni. Sono sabba. I lampioni grammofoni, grammofoni di quelle ombre furtive. Se l’aria è umida che appiccica, appiccica i capelli. Appiccica le cose alle case. Troppo scontato Wagner. Troppo temeraria la bestemmia. Tutto si scrive sulle carta della notte. Cerca il manoscritto.
La città é solo luci; luci; estranee. Abbozzi. Punture di colori viste dal di fuori. Aloni. Notte di note blue. Illusione. Il nero cola come marmellata di mirtilli. Sui muri. Lucido. Cola. Silenzio aggressivo. Le finestre son tarli. Pettegoli. Rimorsi. Chiacchierano luci false. Luci narrate. Luci acide di televisori. Sagome le spezzano. Bugie. Solo sagome e solo per rapidi momenti. Impressioni. Sbavature, Scoloriture. Eppure, tutto sbava e scolora. Ti tradisce l’affanno.
Lei si muove alla stessa ora ma su un’altra strada. Lei che ha un profilo sottile. Lei che ha un’ombra lunga. Scritta a scatti. Lei che si fa fretta. Lei che non incontrerà mai. Lei. Tacchi a spillo. Piccola tosse asmatica. Ma più piccoli colpi frettolosi. Scariche simmetriche, elettrostatiche. Picchiettare. Suono d’ossa o di vetro. Senza opacità. Senza echi. Suono puro. Gonne corte. Lunghe gambe. Curva larga e si perde. Lei che non esiste già più. O che non é esistita mai. Lei. Lei che é suono blues.
La notte che culla il poeta. E’ indulgente con lui. Lo accarezza. Lo coccola e gli racconta la sua fola. Forse “la notte è ancora troppo poco notte”.¹ Ne è impietosita. Come da un bimbo. Lo consola. Lo perdona e lo perde. Perché il suo tradimento é l’amore. Non una preghiera gli lascia. Non un rimpianto. Non un ricordo. Non dolore. Sillabe confuse. coriandoli. Artigli gl’alberi. Ma lui cerca la storia, la storia lo trova, non se ne avvede.

Kafka, Kafka, Kafka. Ne ho piene le palle di Kafka“. – Disse Felice – “Vorrei liberarmi di questa storia”.


1] FRANZ KAFKA: dalle Lettere a Felice.
scritto il 14.04.1991

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