Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘sinistra’

Manifestazione in Val di SusaDopo i tre post dell’altra settimana sull’appuntamento del No Tav Tour a Venezia ho trovato questo commento (che in indymedia non è il solo) e credo valga la pena riportarlo come post il cui contenuto mi trova sostanzialmente d’accordo con i fatti che io stesso ho avuto modo di vedere in quella sede di Ca’ Tron città libera. Per essere definitivamente chiari tutta ma mia solidarietà e la mia gratitudine va ai ragazzi di Ca’ Tron.

Aggressione del rivolta contro il movimento NOTAV. Io c’ero…
Sono andato a Ca’Tron per partecipare ad un incontro No Tav con delle persone che si fanno centinaia di kilometri dalla Val Susa per portare esperienze, confrontarsi con altre lotte in tutta italia e far crescere la solidarietà tra chi si oppone senza mediazioni alla distruzione del territorio e della vita della gente, con tutto il pesantissimo corollario di repressione e controllo che accompagna queste operazioni devastanti.
A pochi minuti dall’inizio dell’incontro sono entrati circa 30 militanti di Rivolta, Morion più qualcuno da Padova, in silenzio e in fila indiana con i Capi in testa. Ad un cenno di questi ultimi hanno preso posto tutti insieme, in un clima di forte imbarazzo ed anche di agitazione da parte di qualcuno. La modalità era assolutamente militare.
Non so se si è capito dal comunicato dell’Assemblea No Tav, ma uno di questi militanti di Rivolta o Morion aveva TELEFONATO AD UNO DEI VALSUSINI IL GIORNO PRIMA DELL’INIZIATIVA PER DISSUADERLO DAL PRESENTARSI a CA’TRON!!!
Questo è stato detto pubblicamente durante l’incontro da uno dei No Tav e rivendicato dal ragazzo che aveva fatto la chiamata.
Chiaramente, dopo aver riempito giornali e televisioni, i disobbedienti pretendevano di parlare solo della manifestazione di Roma, intervenendo quasi solo loro (ecco perchè dicono di essere stati “una gran parte delle 100 persone presenti”…) per fare ancora una volta il distinguo buoni/cattivi (che pare da questo comunicato che a loro non piaccia…) tra chi costruisce l’Alternativa e chi ad essa non si adegua, arrivando anche a far capire ai No Tav Valsusini che se non allontaneranno i soliti 2/3 spazi sociali solertemente additati da Casarini su tutti i media come responsabili della catastrofe, avranno difficoltà di rapporti coi No Dal Molin.
E questi accusano gli altri di sovradeterminare le decisioni altrui!
Nonostante il tentativo sia da parte dei ragazzi di Ca’Tron che dei No Tav presenti di disinnescare la serata e non raccogliere nessuna provocazione, verso la fine del “dibattito” i più massicci tra i Disobbedienti intervenuti si posizionano a fondo sala, partono gli insulti e le spinte, alle prime risposte verbali si crea la scontata rissa (ovviamente sproporzionata) che per fortuna dopo qualche minuto si spegne tra le minacce e l’amarezza generale.
Queste modalità sono ormai famose, questa logica del “con noi o contro di noi” è stata attuata già molte volte… come dice l’altro commento non è possibile che a Venezia non possa cadere foglia che i Disobbedienti non vogliano!
L’impressione da esterno è stata quella della sculacciata educativa…”caro studente 20enne, se inizi a fare le cose a Venezia fuori dal nostro seminato vedi cosa succede?”…una logica che fa perdere alle persone la voglia di fare!
Bisogna parlare di queste cose per far capire che le lotte in Veneto sono state sempre determinate da queste realtà il cui unico orizzonte è la conclusione istituzionale (l’assessore in comune o il posto in parlamento) e i risultati si vedono.
Come ha detto un ragazzo all’incontro, bisogna imparare come il delicato equilibrio tra le mille facce del movimento in Val Susa ha retto e sta reggendo, perchè li in 20 anni non hanno fatto neanche un buchetto esplorativo, mentre a Venezia il Mose è a metà dell’opera e a Vicenza di fianco alla base militare hanno costruito un parco e lo hanno chiamato Pace.

Read Full Post »

Manifestante in Val di SusaEravamo anche noi presenti alla tappa Veneziana del No Tav Tour e alla discussione che l’ha preceduta, attraversata e seguita. A dire il vero non a quanto è successo alla fine perché, causa un successivo incontro, abbiamo dovuto lasciare poco prima della conclusione. Però siamo stati testimoni sia delle posizioni presentate dai No Tav, poi espresse nel loro amaro resoconto dei fatti, sia delle argomentazioni del Laboratorio Morion di Venezia e del Centro Sociale Rivolta di Marghera poi chiarite nella loro analisi della serata. Conosco anche, bene o male, alcuni protagonisti e alcune “correnti di pensiero” oltre ad aver ricevuto alcune confidenze. Questo mi permette di avere una mia opinione “autonoma”.

Mi sento in dovere di fare alcune precisazioni preliminari. Non possiamo disconoscere da una parte l’importanza del movimento No Tav e delle lotte portate avanti in Val di Susa e delle forze che è riuscito a coagulare sul campo, dall’altra dobbiamo riconoscere l’importanza fondamentale dei nostri Centri Sociali per la loro opera di Resistenza e Testimonianza sul nostro territorio e non solo. Aggiungo che una profonda riflessione sui fatti del 15 ottobre a Roma e sulle loro conseguenze va fatta e va fatta celermente. In verità andrebbe fatta quella riflessione sugli atti preparativi, cioè sul prima, alla manifestazione, sulla manifestazione stessa e sul suo dopo. Sempre senza evitare quella che a me sembra sempre la domanda essenziale: “A chi hanno giovato gli «incidenti»”? Che gli “incidenti” fossero preannunciati avevo dato anch’io ampia testimonianza e invitato alla vigilanza. Non mi sembrava però quella la serata adatta e spostare il piano della discussione perdendo la capacità di una vera analisi dialettica; mi sembra un’ennesima occasione persa. Un incontro pubblico, in cui alcuni dei partecipanti non erano a completa conoscenza delle “meccaniche in atto” mi sembra il luogo meno adatto soprattutto quanto si cercano i responsabili degli “scontri” e si crede di individuarli in alcuni “soggetti associativi” (qui non faccio nessun nome perché sono contro ogni forma di delazione). E attenzione a criminalizzare un movimento o una parte di esso; è una storia purtroppo già sentita. Certo su Roma si continuerà a parlare. Su chi non ha rispettato le forme di lotta concordate, su chi ha usato il corteo, su chi ha sfruttato la vetrina all’ultimo e magari su chi (se si dimostra vero) ha consegnato qualche cosiddetto violento, qualche compagno che ha sbagliato, alle forze del cosiddetto ordine. Su tutto questo i nostri Centri Sociali hanno tutte le ragioni però a chiedere di fare chiarezze, e chiarezza politica. Non dare una risposta politica alle richieste espresse da “quel popolo” è stata una carenza inaccettabile e può aprire derive autoritarie. Però sabato sera era la serata del No Tav Tour. C’erano presenze ma anche assenze, e gli assenti non sanno rispondere.
Mi sembravano assolutamente significative le testimonianze dei rappresentati valsusini a partire dalla loro presenza quale rappresentante multiplo del movimento, quasi un intellettuale diffuso. Per il loro tentativo di superamento della prassi della cosiddetta democratica delega così per le possibilità di una riflessione su quanto può essere applicabile anche in altre realtà. Per l’osservazione sulle forme di lotta “organizzata” nel momento che credo si dovrebbe nello stato attuale trovare nuove e più avanzate appunto forme di lotta, cioè sul fatto che la risposta va dettata collegialmente sui termini della sfida messa in atto. Quando la sfida si porta verso l’esasperazione e la rabbia è collettiva allora, uso le loro parole, “Siamo tutti Black Bloc”, se si cercano vittime per criminalizzare la risposta popolare allora si è rifiutato di accettare la sfida sul loro dettato dando una risposta, come l’altra domenica, pacifica ma ferma. Non vi è cioè una sola forma di lotta e una sola risposta. Il movimento dovrebbe essere in grado di trasformare lo scontro sul territorio nel modo a lui più congeniale e nel modo più opportuno agli obiettivi da raggiungere. Sul perseguimento di trovare le più ampie adesioni su quelle politiche e quelle lotte; così pareva presentarsi l’appuntamento di Roma. Ma la risposta data dai due nostri Centri Sociali mi pare a questo punto non solo inopportuna ma anche incompleta. La dialettica politica dovrebbe muoversi ferma ma rispettosa delle posizioni attraverso analisi e progetti e non attraverso forzature. Capisco la ragionevole indignazione dei rappresentati delle due realtà antagoniste ma c’è stato comunque un tentativo di egemonizzare, anche forzosamente, il territorio dialettico lasciando traspirare un senso di protagonismo. Inoltre mi sembra che ancora una volta palesare divisioni non faccia altro che limitare la capacità di intervenire contro una realtà che si sta trasformando sempre più verso il dramma sociale. Mi sarei aspettato da Compagni militanti da lungo tempo di vedere la lucidità per capire che l’obiettivo non resta tra i distinguo ma sul progetto di avviare un processo di trasformazione dalla società della finanza a quella dell’uomo. E quando parlo dell’uomo parlo dell’uomo libero nella giustizia sociale. Queste sono solo mie povere riflessioni personali in seguito alla serata di cui mi assumo, naturalmente, tutte le responsabilità in questa fasi storica di crisi profonda di valori.

Read Full Post »

Come mi ero ripromesso ecco la risposta del Laboratorio Morion di Venezia e del Centro Sociale Rivolta di Marghera al resoconto del No Tav Tour postato ieri in quella che mi sembra l’ennesima occasione mancata.

No Tav Tour - Manifesto per la tappa venezianapubblicata da Laboratorioccupato Morion il giorno martedì 1 novembre 2011 alle ore 19.04
In risposta al comunicato di notav.info sulla tappa veneziana del NO TAV TOUR, facciamo chiarezza e apriamo un dibattito vero sul presente e il futuro delle lotte per un territorio bene comune.

Siamo coloro i quali hanno “sovraderminato” la tappa veneziana del NO TAV Tour. Abbiamo fatto risuonare dentro quell’incontro “l’eco della stampa di regime e dei politici si TAV”. Abbiamo aggredito i bravi ragazzi, “genuini” attivisti contro il treno ad alta velocità, ecc., ecc., ..Sarebbe forse più semplice prendere queste affermazioni con il sorriso, magari proponendo un remake di una recente e fortunata campagna comunicativa, in cui, alla fine, la totalità dei mali del mondo possa finalmente essere attribuita ad “alcuni centri sociali del nord est” (dal furto di lecca lecca fino al riscaldamento globale).
Allora cosa serve per essere genuini NO TAV? Noi, noi che abbiamo partecipato in massa alla giornata di assedio ai cantieri del 4 luglio scorso, mettiamo sul piatto della bilancia alcune settimane di carcere alle Vallette di Torino e più due mesi e mezzo di arresti domiciliari scontati da un nostro militante. Un altro nostro attivista di Marghera, per un trauma causato da un lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo, ha passato più di una settimana in un letto d’ospedale a Susa. Entrambi questi ragazzi sono stati circondati dall’affetto e dal sostegno dei Valsusini. Entrambi questi ragazzi erano presenti sabato scorso.
Questo siamo (tra l’altro la stragrande maggioranza di quel centinaio di partecipanti all’incontro a cui il comunicato allude) e ci spiace dover esibire le “ferite di guerra”, esercizio che avremmo volentieri evitato perché non siamo amanti delle carceri, degli ospedali e delle istituzioni disciplinari in generale. Difficile, per non dire allucinante, tacciarci di essere asserviti a quei poteri che vogliono la TAV. Senza contare che la nostra battaglia contro le grandi opere e contro il modello dominante di sviluppo del territorio non si è certo limitata al 4 luglio. Sono anni che partecipiamo e sosteniamo, in valle come a casa nostra, la lotta contro la TAV. Siamo stati protagonisti della pluriennale lotta contro il MOSE a Venezia, siamo parte integrante del Movimento No Dal Molin di Vicenza, abbiamo conosciuto da vicino l’esperienza dei comitati aquilani che si battono dentro alla shock-economy post terremoto, siamo stati tra i promotori della recente manifestazione nazionale contro il carbone e sosteniamo i comitati di Chiaiano e della Campania contro il business dei rifiuti. Per non parlare del nostro impegno nelle campagne referendarie pro beni comuni. Sempre in prima linea, sempre con generosità. Sempre rispettando le decisioni espresse dalle comunità in lotta.
Ecco il punto politico che abbiamo voluto portare dentro la tappa veneziana del NO TAV Tour e che abbiamo tentato di porre all’attenzione di tutti durante oltre tre ore di discussione. Prima di proseguire, per evitare commenti imbarazzanti, chiariamo qualcosa che diamo per scontato: siamo contro la delazione di massa, contro la galera e contro le provocazioni. Noi, abbiamo detto in quell’incontro, pensiamo che le comunità resistenti di tutta Italia debbano esprimersi con chiarezza rispetto ad un momento che fa da spartiacque politico di questi mesi, la manifestazione romana del 15 ottobre. Dove, escluso il finale di Piazza San Giovanni (in cui alle cariche della polizia ha ovviamente risposto chi era presente in piazza), gruppi organizzati hanno scelto, in forma provocatoria, di usare il corteo come scudo e rifugio per atti che poco avevano a che vedere con lo spirito collettivo che animava le centinaia di migliaia di uomini e donne che partecipavano a quella giornata.
Cosa c’entra questo con la Valle di Susa? Molto, non solo vista la partecipazione della Valle e di altre realtà alla manifestazione romana, realtà territoriali che si stanno interrogando profondamente su quella data. Non solo perché il clima complessivo e la possibilità o meno che si apra nel nostro paese una stagione di cambiamento reale non è indifferente all’esito della battaglia contro la Torino-Lione, ma anche perché i risultati di quella giornata, a nostro avviso, rischiano di avere effetti pesanti di “chiusura” per tutti i territori in lotta: Il richiamo alla Legge Reale, le perquisizioni e gli arresti, l’invito alla “delazione partecipata”, il daspo politico, ma soprattutto, il ritorno all’esausto dibattito “buoni/cattiv”i o “violenza/non violenza”. Effetto nefasto a cui gli stessi estensori del comunicato, infarcito di falsità, fanno ricorso riferendosi a sabato, chiamandoci “violenti” quando reagiamo all’insulto di qualcuno che, forse, in Valle di Susa non c’è mai stato e elogiandoci come “partigiani” quando siamo al loro fianco sopra i cantieri della TAV.
Qui non c’è in ballo lo scontro tra identità contrapposte o tra visioni politiche divergenti, né, tantomento, nessuno ha mai provato ad affibbiare ai NOTAV la responsabilità dell’incendio di qualche utilitaria a Roma, non scherziamo. Qui noi vogliamo un vero chiarimento sull’etica della trasformazione della società dentro la crisi. La questione che sabato abbiamo posto, con incazzatura e rispetto, ai comitati NO TAV e al resto dei presenti riguarda questo nodo. Noi siamo convinti che la sfida della crisi debba chiamare i movimenti, siano essi centri sociali, comitati, “popoli”, esperimenti di governo locale, finanche chi sia sul terreno della rappresentanza politica, a scegliere la via di una condivisione sincera, maggioritaria, democratica dei processi decisionali. E a misurarne l’efficacia su quanto essi contribuiscano a un cambiamento reale. Laddove vi siano esperienze che si battono contro la crisi, che scardinano il vocabolario politico costituito con la radicalità delle lotte e/o con l’innovazione degli strumenti partecipativi, è necessario avere l’umiltà e l’ambizione di rispettare ed arricchire i percorsi moltitudinari che richiamano migliaia (e forse milioni) di persone. E questo, sabato lo abbiamo detto chiaro, è uno degli straordinari insegnamenti della lotta NO TAV in Valle di Susa: ma chiediamo che tale modello venga adottato sempre, lì, a Roma, dovunque e che tutte le soggettività che si battono per un “territorio bene comune” siano in prima fila in questa battaglia, senza ambiguità.
Insomma, è su questa base che siamo disposti ad interloquire con tutti, per essere sempre di più e sempre meno isolati, per trasformare la resistenza in alternativa. Ad altri auguriamo buona fortuna, ad altri ancora lasciamo la rancorosa arte della provocazione, purché ben lontani da noi.
LABORATORIO MORION Venezia
CENTRO SOCIALE RIVOLTA Marghera

Read Full Post »

Foto alla fine del No Tav tour a Ca' Tron CittàLa sera di sabato 29 ottobre 2011 eravamo anche noi presenti all’incontro del No Tav Tour a Ca’ Tron. Riportiamo qui il resoconto della serata che in tutta onestà abbiamo potuto seguire non fino al suo epilogo a causa di un altro impegno. Domani sarà mia cura postare la risposta del Laboratorio Morion di Venezia e del Centro Sociale Rivolta di Marghera perché ognuno possa farsi una propria opinione. Certo che mi riservo dopo la presentazione dei due documenti di cercare lo spazio per dire anche la mia impregnata di amarezza poiché la non gestione dialettica di queste diversità porta solo alla sconfitta di qualsiasi momento di lotta.

1 novembre 2011 – 19:46 | Commenti disabilitati
Dopo decine di report positivi dalle tappe del notav tour che ha in questo mese attraversato l’Italia ne arriva uno a metà. Quello della tappa Veneziana infatti è un successo a metà, positivo per l’incontro con la popolazione al contrario negativo (e questo è un paradosso esclusivo di questa tappa) per “l’incontro” con le realtà organizzate che dovrebbero essere le più vicine ai movimenti e invece li prevaricano. Per questo motivo il resoconto è stato condiviso con i comitati no tav della val di Susa e firmato dal movimento intero.
No Tav Tour sul ponte di RialtoIl NO TAV TOUR veneziano parte da Ca’ Tron palazzo storico sul Canal Grande sede della facoltà di pianificazione urbanistica in cui studenti e cittadini veneziani si sono auto assegnati la “casetta del custode” attigua al palazzo per bloccare una speculazione edilizia che per l’ennesima volta metteva il profitto davanti alla cultura. I ragazzi ci accolgono in modo caloroso mettendoci subito a nostro agio. Alle 18.30 comincia una affollata assemblea, all’interno della facoltà , con più di cento partecipanti. Dopo la presentazione di rito da parte della delegazione NO TAV spieghiamo a grandi linee la nostra opposizione lasciando immediatamente spazio al dibattito. Purtroppo le molte domande che ci vengono fatte da parte di studenti e cittadini sono state oscurate dalla presenza imbarazzante di alcuni centri sociali del nord est che hanno spostato in modo prepotente il dibattito su una polemica sterile che poco aveva a che fare con la nostra presenza a Venezia. Ci è dispiaciuto, dopo decine di tappe riuscitissime in tante altre città italiane, dove il dibattito ha arricchito il movimento e i movimenti nei territori, sentire in alcuni interventi l’eco delle campagne e delle strumentalizzazioni giornalistiche orchestrate nei nostri confronti dai politici sitav e dai media di regime. Nonostante vari tentativi di riportare il dibattito su un piano reale, alcuni personaggi hanno sovradeterminato il volere dell’assemblea fino ad arrivare ad una vergognosa e violenta aggressione verso gli organizzatori dell’assemblea. Per l’ennesima volta dichiariamo che il movimento NO TAV non appartiene a nessuno se non a tutti i NO TAV genuini che popolano l’Italia e la Val di Susa, pertanto diffidiamo da chiunque voglia piantare la propria bandierina sulla nostra presenza nel territorio italiano. Tutta la nostra solidarietà va ai ragazzi di Ca’ Tron che stanno facendo un ottimo lavoro proprio nell’ottica della difesa del territorio e nell’opposizione al TAV nel Nord-Est.

Domenica 30 ottobre campo santa fosca

Montiamo il banchetto con volantini e materiale informativo dalle 10 in avanti. Il microfono aperto ci consente di raccontare ai migliaia di turisti che transitano davanti a noi le nostre ragioni e l’assemblea che ne segue di approfondire. Abbiamo distribuito circa 2000 volantini e parlato con tantissime persone italiane ed estere raggiungendo in pieno l’obiettivo di comunicare i nostri motivi anche a chi della Valle di Susa sa poco. Infine, prima di tornare a Ca’ Tron, la ciliegina sulla torta: un gruppo di no tav veneziani e valsusini che attaccano nel momento di maggior flusso turistico 4 bandiere no tav dal ponte di Rialto. Appena esposta la seconda bandiera, la sorpresa di un applauso partito spontaneamente dai passanti che fotografavano il ponte seguito dopo poco da ancora un più convinto applauso che ci ha inorgoglito ed emozionato. Siamo tutti valsusini!
MOVIMENTO NO TAV

Read Full Post »

La grande manifestazione di Roma

Foto di Elena Bellini

Tra i tanti video “amatoriali” sugli scontri del 15 ottobre a Roma in uno c’è una frase sulla quale ho soffermato in particolare la mia attenzione. E’ rivolta ai “violenti” tra i “dimostranti” da un “poliziotto” in tono di spregio e di sfida: “…mi fate schifo. Siete tutti cagasotto”. Perché mi soffermo su questo poche e povere parole di astio che non rappresentano nemmeno chissà quale novità? Forse rappresentano solo ignoranza e intolleranza. Mi soffermo considerando che la piazza non è unita, è anzi frantumata. Ci si unisce solo nella piazza, dentro al vocabolario degli slogan, anzi ci si divide in una semplificazione tra chi vuole utilizzare gli strumenti del pacifismo e chi invece crede nella necessità dello scontro anche violento. Onestamente mi sembra una inutile semplificazione. Quel poliziotto è un frammento di uno stato frammentato. Certo che finché si tollerano interi settori degli apparati dello stato che deviano dallo stesso ordinamento statuale, come è sempre stato, interi settori con profonde matrici fasciste, nessun confronto è possibile tranne quello della Resistenza, qualsiasi Resistenza portata attraverso qualsiasi forma si renda possibile. E’ però sconsolante il modo in cui la sinistra, nelle sue organizzazioni, non ha capito quella piazza andando completamente in confusione. O diamo delle risposte progettuali o rischiamo una deriva autoritaria come risposta.
Io non credo, in tutta onestà, nel grande complotto. Non ho mai creduto in una regia occulta. Credo che un corpo disordinato produce sia gli effetti dello scontro sia una situazione di instabilità che porta la “paura” (che destabilizza) e la conservazione (la richiesta di ordine come sicurezza). Quella piazza ha bisogno di una leadership? Non se ne esce allo stato attuale. Non vedo apparire figure significative al di sopra di quelle divisioni. Ma perché non una “intelligenza” diffusa, una scienza multipla? Ma queste domande mi portano fuori tema, non sono un teorico. Cerco di dire solo alcune cose piuttosto pratiche. La rivoluzione come cambiamento radicale della società può passare attraverso strumenti difformi. La storia ci insegna che è passata attraverso la lotta armata come attraverso un movimento popolare pacifista. Unico dato comune è in quel “popolare”. Ora abbiamo Pacifismo e pacifismo e Violenza e violenza. Non starò qui a soffermarmi in analisi, magari altrove o un’altra volta. Mi sembra solo che la situazione attuale sia piena di incognite ma anche di speranze. Mi pare sia alquanto complicata. Io credo che un “movimento” dovrà inventarsi nuovi strumenti di lotta. E che nulla dovrebbe essere trascurato. E’ pur vero che la mia visione, che può apparire utopia, mi spinge a sostenere che solo una lotta “pacifica” di massa può portare quel cambiamento radicale costruendo contemporaneamente una nuova concezione di struttura statuale. Solo un paese di uomini liberi sarà un paese realmente libero. La domanda in fondo è ancora la stessa: Ma chi aveva interesse a non far arrivare quel mare di folla nella “loro” Piazza?

Read Full Post »

Roma dopo gli scontriRoma: 15 ottobre 2011. Arriviamo in piazza della Repubblica con moltissimo anticipo. Ci metto un po’ per capire dove siamo. Anche la politica è un’arte. Questo movimento (15-M più conosciuto come “indignados”) è un soggetto multiplo, una sorta di idra dalle moltissime teste. In grossa parte dice niente bandiere. La traduzione di quella parte è: nessuna bandiera di appartenenza, di partito; tutti sono responsabili di questa crisi. La totalità la riconosce come quella famosa crisi strutturale. Alcuni si spingono persino oltre l’utopia e vorrebbero mettere in piazza assieme destra e sinistra. Nella realtà in piazza già troneggia un enorme striscione: “Falce e martello”. Subito dopo arrivano in pompa magna, con tanto di gazebo e bandiere, quelli di SEL. Come dire che spuntano all’improvviso quelli che fino a ieri erano solo fantasmi impalpabili. La rete dopo si divide tra chi nega il diritto a queste presenze e quelli che soffrono della mancanza della destra. Non sono certo sbigottito: non c‘è piazza, almeno di questo tipo, in Italia possibile senza la sinistra e nel corteo la sinistra rappresenterà una presenza se non totale molto maggioritaria. Quella dietro le proprie orgogliose bandiere di appartenenza e quella, come noi, dietro istanze specifiche come, appunto, la richiesta di giustizia per la Palestina (ma di ciò ho più che parlato). Di cosa vogliamo parlare allora?
Alcune osservazione schizofreniche, altre di assoluta improvvisazione priva di veri strumenti di analisi, altre ancora solo parziali o funzionali e comunque davanti ad un fatto di tale rilievo richiederebbe lo sforzo di cercare di capire. Sospeso tra chi condanna incondizionatamente quella violenza (e forse tutta la violenza), chi a giochi fatti ancora continua a cavalcarla e glorificarla e quelli che condannano per pavidità qualsiasi espressione ancor ferma ma pacifica. Vorrei provarci almeno su alcune piccole cose senza la presunzione di riuscirci perché a volte è sottile la frontiera che passa tra eversione e sovversione, cioè può sembrare quasi labile. Riparto allora da un piccolo messaggio di accompagnamento ad una testimonianza fotografica trovato in rete: “qua colgo l’occasione per ringraziare pubblicamente l’esemplare servizio d’ordine svolto dai compagni del “Cafiero” di Roma, senza i quali difficilmente avremmo portato le chiappe più o meno incolumi”. E’ naturale che dopo la violenza le anime candide la condannino in toto e ne prendano le distanze e venga criminalizzata qualsiasi forma di violenza fino alla resistenza. Che cosa c’è in gioco, a mio avviso, in quella manifestazione: “la possibilità di dare da sinistra «una prospettiva, una piattaforma, un progetto» alle variegate proposte di quella indignazione spontanea e generalizzata fatta di mille anime”. Il tempo ci dirà chi ha partecipato agli scontri e, se c’è, chi li ha provocati e fomentati.
Parte una caccia alle streghe contro gli anarchici e gli antagonisti che va respinta. Io non condanno nessuno soprattutto i compagni né accetto di entrare nella logica della delazione. Onestamente io non ho ancora elementi per parlare almeno con approssimazione di responsabilità e credo sia sbagliato criminalizzare un intero movimento. Però dobbiamo andare a fondo prima di una sollevazione indignata in difesa generalizzata dei coraggiosi. Il primo arrestato, o tra i primi, il lanciatore di estintore, si dimostra essere un ragazzo bene estimatore di Hitler. Non corro in soccorso di questo tipo di “compagni”; scusate ma dopo una pausa qualche domanda dovremmo porcela. Come dicevo certo FB è uno strumento schizofrenico se il 18.10 trovi commenti come questo da parte di una persona non giovanissima di cui è inutile fare il nome non essendo un caso singolo: “sarò considerato una merda ma sabato godevo come un riccio…” quando la stessa persona sabato 15, di ritorno, per esempio non solo li definisce teppisti ma va oltre esternando così il suo pensiero: “NON BLACK BLOC… QUELLI VESTITI DI NERO CON I CASCHI E IL TATOO S.P.Q.R. SONO FASCISTI …e Alemanno li conosce…”. A questo punto si tira in ballo il Che, la Resistenza, i tupamaros fino ai fedain, tutte figure (o figurine?) su cui si può tornare e probabilmente tornerò ma non ora perché renderebbe il post eccessivamente lungo. Mi preme dire che sono stati richiamati tutti, a mio avviso, in modo improprio e inopportuno. Comunque non mi nascondo certo che in momenti simili ci possano essere quelli che possiamo definire “danni collaterali”. Non è questo il posto idoneo, ripeto non è questo, per parlare di “guerra per bande” o di “guerriglia urbana” o di “strategie insortive”. Non credo alle notizie che ci vendono i giornali e le televisioni. I primi obiettivi colpiti non erano certo strategici. Nessun centro del potere ha tremato, tutt’altro. Nella manifestazione oceanica c’erano donne, bambini e invalidi, con loro si sarebbe dovuta prendere e difendere quella Piazza. Sono stati messi in pericolo. Molti in quella piazza, me compreso, nemmeno ci sono mai potuti arrivare. Non i pavidi. I numerosi e organizzati Compagni del PMLI nemmeno sono partiti, nella pratica. Tutto stava finendo ed erano ancora davanti alla stazione Termini. Quale politica si nascondeva dietro quelli scontri che sono almeno inizialmente sembrati come semplici atti di vandalismo? Difendiamo i Compagni ma non evitiamo i distinguo. Col senno del giorno dopo dobbiamo capire cosa abbiamo ottenuto e cosa abbiamo perso. Non posso finire che con: “niente finisce, tutto continua”. ORA E SEMPRE RESISTENZA.

Read Full Post »

Forgone polizia incendiatoRoma, 15 ottobre 2011. Mi è stato chiesto di raccontare la mia esperienza. Naturalmente ero sul posto, in pancia alla manifestazione, assieme alla mia Compagna e a vecchi e nuovi amici. Separati da nostro figlio e dalla figlia di un’amica e da altri nostri amici. Credo che non lo farò perché l’ha già testimoniato fin troppo bene Lei e perché nessuno ha visto nulla. Cioè ognuno ha visto solo un piccolo frammento di un film che mi pare, a me sessantottino, di aver già visto sgradevolmente più di una volta. Mettere insieme i frammenti è alquanto difficile e forse ancora presto. E guarda caso si torna a parlare di strategia della tensione. A questo gioco non ci sto. Dicevo: ero nella pancia della fiumana incredibile e interminabile di quella manifestazione di cui nessuno da ancora numeri, almeno approssimativi, più verso la testa che al centro, anzi quasi in testa. Ero a testimoniare la presenza della Freedom Flotilla e la nostra attenzione al problema della Palestina. Allora, se non un resoconto molto personale, cosa posso raccontare? Vorrei fare solo una piccola premessa su quel fiume in piena e poi narrare una storia che in quanto storia è frutto solo di fantasia, forse un po’ surreale, come sembravano essere quelle figure nere che abbiamo visto. Incutevano una certa soggezione ma più che paura si trattava di un senso di incredulità, di figure appunto surreali, da un altro mondo. Ai pochi che abbiamo visto gli abbiamo gridato inutilmente dietro. Io è pochi altri li abbiamo anche apostrofati in malo modo. Non hanno fatto caso a noi. Avevano qualcosa di più importante da fare: andare alla loro guerra che era solo loro. Mi spiace perché sarà solo quella e poche l’altre l’immagine che resterà di questa grande protesta mondiale.

Noi, io e Lei alla manifestazioneOra proviamo ad analizzare da chi era composta quella manifestazione. Chi va in piazza e in quella piazza, come me, non ci arriva mai? La manifestazione è indetta, in modo spontaneo (spontaneo?), in varie parti del mondo dal movimento 15-M più conosciuto come “indignados”, fin qui è aria fritta. Un movimento apartitico; circa 900 (novecento) piazze nel mondo scendono a protestare. Si vede dal mattino che l’utopia di mettere insieme, sugli stessi obiettivi, un popolo che va dall’estrema sinistra “disubbidiente” all’estrema destra “eversiva” è appunto solo utopia. Nessuna bandiera, s’era detto, si intendeva nessun simbolo di partito. Io Comunista ero stato un po’ emarginato pur non avendo tessere o referenti in una sinistra che mi riempie di perplessità; nella quale stento a vedere un progetto. Di bandiere e simboli di partito è piena la piazza fin dal primo mattino. Una manifestazione senza quella sinistra non è realtà nel nostro paese e di questo ero orgoglioso seppure io rappresentavo un’istanza particolare. Comunque la parola d’ordine era in estrema sintesi “Noi il debito non lo paghiamo”. Uno slogan in sé sovversivo che potrebbe scardinare (finalmente) dalle basi questa società “borghese”. Una parola d’ordine per “abbattere” lo “sfruttamento dell’uomo sull’uomo” di questo “capitalismo” e della “finanza”. Il resto è contorno. Mi chiedevo è mi chiedo se su questo, che credo si incarni nel tessuto stesso di qualsiasi elaborazione marxiana, la sinistra sia in grado di elaborare risposte, di prospettare un futuro, di incarnare un progetto; questa sinistra confusa e nebulizzata. Qui finisce la mia premessa con l’ultima mia considerazione più volte ripetuta in rete: “Ecco il coraggio e la lotta in cui credo. Ci vogliono più coglioni a fare da scudo umano che a sfasciare mille vetrine”.

Immagine di Vittorio ArrigoniOra la storia e scusate se non è una storia molto originale. Questo è solo un racconto di pura fantasia. Personaggi e altro sono solo frutto di una mente malata che si lascia all’immaginazione. Da giorni c’è un via vai strano per la città, un indaffararsi che passa quasi completamente inosservato. C’è tensione ma nessuno può né vuole crederci. La paura non può fermare la manifestazione. Il meccanismo è già in moto, entrambi i meccanismi. E’ mattino presto ma non prestissimo. Un capitano vicino alla pantera parla con alcuni individui. A vederli sono inquietanti, sanno di quelli che chiamano “black blocs”, eppure sono tranquilli, intenti nel loro chiacchiericcio. Non puoi covare sospetti, sono così disinvolti, quasi normali. Non si può tramare gli ultimi dettagli così alla luce del sole. C’è il teorema Kossiga a fungere da vademecum; credo sia inutile ripeterlo per l’ennesima volta. Sono storie di un’altra Italia e quando sono vere il gioco si fa pesante, si mette in gioco la vita. Sono storie di un Italia dove c’erano parti dello stato “deviate”, golpiste. Sono uno stupido sessantottino. E la marea parte e non parte perché siamo in troppi e i più sono ancora in Piazza della Repubblica. Da un furgone scendono quegli individui ed altri. Alcuni sono poliziotti in borghese ma stranamente sembrano i cattivi della nostra storia. Da un’altra parte sbucano quelli, i cattivi veri, un misto di ultras della curva e di fascisti che sono usciti da Casa Pound, che poi un po’ sono la stessa cosa e comunque non si può notare la differenza. Si muovono sicuri, sono addestrati, si vede. Sanno che troveranno ragazzi, la maggior parte molto giovani, con in corpo un carico di adrenalina senza controllo facile da far infiammare. Raccolgono il loro armamentario che avevano in precedenza preparato e nascosto e precedono il corteo. Solo una piccola parte cerca di entrarci da uno slargo. Sistematicamente iniziano la distruzione di qualsiasi cosa si trovano davanti, non si danno nemmeno cura di accanirsi su quelli che si potrebbero definire simboli di opulenza o almeno obiettivi simbolici. Spargono la voce che ci sono disordini, che la polizia carica. Lontano si comincia a vedere una grande e alta colonna di fumo. Le prime auto sfasciate e quelle incendiate. Si trascinano dietro questo seguito di giovani che sognano l’avventura e la grande lotta. Si muovono verso la testa del corteo per invitare i manifestanti ad unirsi a loro. Il corteo li respinge coraggiosamente quanto decisamente, li sfida e li apostrofa pesantemente. Li riconosce, cioè li riconosce nell’ideale che incarnano: gli grida fascisti. La piccola parte infiltrata esce dal corteo senza averne mai fatto parte, cacciati dallo stesso corteo. Stampa e televisioni sono già state invitate alla festa, a quella della distruzione indiscriminata. Uno di loro si stacca dal branco e si accanisce contro gli arredi di una chiesa. La polizia lascia un furgone al centro della piazza, aperto, e loro gli danno fuoco, fa parte dall’inizio della sceneggiatura. Gli strani individui che sono apparsi all’inizio di questa storia tranquillamente se ne vanno. Alcuni si permettono di salutare romanamente ormai paghi del lavoro e certi dei risultati. Lasciano nella piazza quei ragazzi che si son riusciti a trascinare dietro e che credono che quella sia la rivoluzione. Lì lasciano in preda alle forze dell’ordine (ordine o disordine?) disorganizzate, in preda alla paura, impreparate. Scoppia la battaglia delle vittime. Il capitano è davanti alla televisione e sogghigna soddisfatto: le immagini son quelle di una battaglia. Nessuno bada più alle tante centinaia di migliaia di persone che hanno cercato qui, come in quasi tutto il mondo, di cambiare la storia e la società. Silvano è tutto orgoglioso dice che gli ha gridato che gli avrebbe spaccato il culo e che questa volta gliele hanno date. Umberto ha due costole incrinate e un occhio nero e gonfio e tornando a casa circospetto improvvisamente si sente defraudato. Uno stormo di trolls si accanisce in rete intorno a quelli che erano stati nei giorni precedenti i luoghi di organizzazione della protesta. Intanto una voce fuori campo invita alla delazione. Partono i titoli di coda. Propongo di farli accompagnare dall’Internazionale e di aggiungere alla fine: ORA E SEMPRE RESISTENZA.

Un aspetto della manifestazione: il camion rosso.

Read Full Post »

Older Posts »