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Posts Tagged ‘sinistra’

Uno dei logo dei referendum 2011Non ho nessun ruolo per azzardare un’analisi del voto. E’ solo che vorrei capire, ma che diritto ho io di pretendere di cercare di capire? Hanno perso tutti e ora cercano di perdere anche quelli che stanno festeggiando. Con quel tutti voglio dire i partiti. Nessuno certamente può prendersi il merito di questa vittoria. Magari hanno collaborato, strada facendo. Magari qualcuno, per i secondi due referendum, si è anche speso a raccogliere le firme. Non ho risposte. Solo dubbi. Una cosa è certa: i quesiti non avevano valore politico. E’ quel quarto quesito che mi frastuona.
La mia non appartenenza a partiti. Attenzione, questo non significa che non sia di parte, tutt’altro. Il mio non coinvolgimento diretto in un comitato. Tutto questo mi consiglierebbe un mite silenzio. Ma ho firmato, invitato, partecipato, collaborato, posto i miei 4 doverosi ““, infine goduto. Goduto come un porco. Proprio come nel vero senso della parola. Cosa mi spinge a chiedermi cosa è cambiato? Forse solo una speranza o una illusione. Forse un vizio.
Sicuramente è una vittoria degli italiani, delle genti di questo paese chiamato Italia. E’ sempre una vittoria degli elettori ad ogni elezione. Questa volta lo è di più. Trovo inutile tornare su quanto quel popolo si sia manifestato in piena autonomia e, anche, in aperto contrasto con il mondo della politica. Un mondo forse quest’ultimo che ha definitivamente e drammaticamente perso il rapporto con il paese reale. Un mondo che ha paura della piazza. Della gente. Della sua stessa gente. Che non sa tessere un rapporto con la realtà. Con quella famosa società civile. Con l’universo delle associazioni. Che non ha sensibilità per capire le “nuove” esigenze. Ma cosa spinge chi ha vinto a mutilare la vittoria?
C’è sempre quel quarto quesito che mi frastuona. Intono a me ho tutte persone di sinistra e tutte si sono spese per il “”. Senza risparmio. Ma è probabilmente un campione non attendibile. Si dice in giro che è una vittoria della “Rete”. La mia pagina di Facebook è invasa da richieste di dimissioni del Premier, e di bandiere rosse. Tutte, le une e le altre, del popolo del “”.Ma anche quello può essere un campione non significativo. I comunisti si mescolano solo tra loro. La televisione ci spiega che hanno votato, e perciò vinto, anche quelli del centro destra. Mi sento un po’ espropriato, è il prezzo delle vittorie di oggi che paiono sempre mezze sconfitte. I “” a questo quarto quesito però non mi sembrano un consiglio amichevole.
Roma – Piazza Bocca della Verità: giustamente i romani si ritrovano a festeggiare. Qualche bandiera “di parte” ma soprattutto vessilli referendari. E tanta gioia. E tanto orgoglio. Giustamente. Sono anche i miei sentimenti. Mi sento parte, piccola parte, di quel popolo. Il popolo del “se non ora quando” con cui mi sono mescolato. Il popolo di tante piazze che in tanti anni ho vissuto e gioito. I comitati, che paiono essere usciti dal niente, chiedono di essere loro i protagonisti, giustamente. Chi? Non vogliono il dialogo in televisione perché non accettano l’intrusione dei partiti, giustamente. Vogliono il palco. Loro hanno proposto i quesiti, almeno (in via quasi esclusiva) i primi due. Loro hanno fatto il lavoro duro, anzi tutto il lavoro. Ma chi rappresenta quei voti? Anche il mio? Lo rappresenta quel manipolo che attacca un unico politico: Bersani? Quelli che non accettano il dialogo con quella parte del servizio pubblico che è RAI3? C’è un unico nome o una elite di nomi che può rappresentare quel voto e che decide che la piazza non dialoga e non è politica? Di quella politica che è di parte e può essere persino ideologica pur non militando sotto una precisa bandiera? Cioè senza incrementare il mercato delle tessere?
E tutto come ieri? Non credo. E’ un voto privo di carattere politico e senza una ricaduta sull’assetto del potere? Non credo. Il dato finale non è patrimonio della sinistra ma, a mio modesto parere, ne contiene una gran parte. Di quella stessa sinistra che ama farsi male. Di quella sinistra che diventa mille sinistre e mai una vera. Qui potrei anche aver usato il termine di centro-sinistra. Non vedo istanze radicali in questa espressione di volontà che sono i “”. Se c’è una radicalità dovrà andarsi ad esprimere trasformando il risultato in politiche. Ed è a questo punto che è doveroso tornare alla piazza. A questa ed a ogni piazza. A quelle piazze che gridano insieme e che nel fare si muovono in mille individualismi e autonomie. Mi resta in gola la domanda: allora, sono tra chi ha vinto, tra chi ha perso o tra chi ha pareggiato? Nel mio comune siamo andati oltre il 60% e al successo ho partecipato anch’io che non sono né partito né comitato. Io, cittadino. E uomo di sinistra.

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Nel corpo di un bellissimo commento di un’amica, Francesca, ad un mio post sulla manifestazione “Se non ora quando?” Lei acclude e mi dedica un racconto scritto da un suo amico. Spero che nessuno dei due se la prenda se, data la bellezza dello scritto, dedico lo stesso a tutti i miei pochi lettori e lo trasformo in un post. La foto a corredo è stata scattata durante la minifestazione da Marzia Dal Gesso.

Ragazze durante la manifestazione del 13 febbraio 2011 in Campo Santa MargheritaPrigionieri della verità
Ci sono brani della letteratura, versi di una poesia, che ti conquistano al primo sguardo. Quelli che, quando li leggi per la prima volta, fanno affiorare dentro di te un desiderio irrequieto, che hai la necessità di colmare con tutte le tue forze, prima che ti imprima dentro la sua immagine. È difficile liberarsi, da quell’immagine. Succede tutto in un istante, appena gli occhi si posano su quelle parole così vive, che scuotono nel profondo la nostra coscienza addormentata. Ci rendiamo conto che forse siamo diversi da come vorremmo essere, che il mondo sta girando nel verso sbagliato, che siamo spettatori del nostro tempo e non protagonisti. Ed è strano, capirlo così: con la bocca spalancata, le pupille inchiodate su quelle righe, lo sguardo oltre i confini dell’universo, e il nostro corpo che resta lì, scosso da un lieve tremore che corre lungo la schiena curva. Non siamo abituati, a uno spettacolo di consapevolezza come questo. Ci hanno insegnato che la vita è una prova difficile dalla quale dobbiamo uscire vincitori. Ci hanno spiegato l’idioma della realizzazione, precisando come dobbiamo comportarci quando chi ci sta intorno corre più di noi. Ci hanno ripetuto il decalogo del successo, instillando nelle nostre abitudini la condotta del consumo, della fretta, della semplificazione. Ma dico, chi si crede di essere questo autore morto cento anni fa, per catapultarsi nella mia vita senza permesso, entrare nella mia quotidianità sfondando il muro di sicurezza che mi sono costruito con fatica, e sconquassare con fragore ogni mio progetto? Eppure, senza preavviso, un giorno succede. E la cosa migliore, in tutto questo, è che sei tu, a volerlo. Perché per quanto sei stato allenato a fingere che vada tutto bene, ti addormenti con un’ansia leggera nel cuore, scosso da quello che ti succede intorno. Perché ogni gesto quotidiano che svolgevi con diligenza portava nascosto un sogno mascherato. E allora basta poco, a volte: un sorriso, le parole di un libro, un quadro, una manifestazione di piazza, un amore. E tutto quello che come una tempesta ci turba l’animo, ci squassa, ci scrolla, ci sbatte addosso la verità che teniamo celata, esce di colpo allo scoperto. Non possiamo più fuggire davanti a noi stessi, siamo diventati prigionieri della verità. È un momento commovente, quello in cui una persona sceglie di salpare dalla riva salda delle sue certezze per abbandonarsi alla corrente dell’ignoto, verso il racconto tutto da scrivere di una nuova consapevolezza. E un istante dopo, come prima naturale reazione a questa inaspettata epifania, dobbiamo condividere con chi ci sta intorno la nostra rinnovata passione. In quei momenti intravedo una piccola speranza per questo mondo assurdo che corre a capo chino verso un futuro insostenibile: percepisco la rabbia, la passione, la frenesia di chi si è accorto che può fare la differenza e non sa più temporeggiare. Il sipario si è alzato, non c’è più tempo per le scuse: sta a noi prendere in mano il nostro destino e diventarne i timonieri senza rimorsi. Contro vento, contro corrente, testa alta senza paura, all’arrembaggio di una nuova avventura.
Maggioni Marco

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Se l’altra metà del cielo scende in Piazza.
Campo Santa Margherita a Venezia: folla per "Se non ora quando?"Piazza santa Margherita a Venezia. Piazza del Popolo a Roma. Piazza Castello a Milano. Piazza Maggiore e Piazza XX settembre a Bologna. Piazza della Repubblica a Firenze. A Torino piazza San Carlo. Piazza Unità d’Italia a Trieste. Piazza Caricamento a Genova. Piazza Dei signori a Padova. Piazza del Popolo, mai nome e risuonato più opportuno, a Pesaro. Piazza Dante a Napoli. Piazza Verdi a Palermo. E ancora alla basilica del Sacro Cuore, in cima a Montmartre, a Parigi. E poi a Londra. Fino a Tokio. Ma a ricordarle tutte non c’è tempo bastante. Mi scuso solo con quelle rimaste fuori.
Ho sentito tante storie, ognuna con le sue ragione. Alcune sono state lette da quel palco di Roma. Altre erano solo nella folla, nel vociare, in quel popolo. Confuso? non credo. Ho ascoltato le opinioni del prima e del dopo. Cercando di portare quasi lo stesso rispetto per tutte. Cercando di capire. In quelle contro e in qualcuna pro m’è sembrato di trovare molta grossolanità. Ben oltre le posizioni espresse. Certo non sono qui per spiegare, non ho tanta presunzione. Le trovo grossolane anche perché ho visto la passione che ha messo Lei. che l’ha spinta in quella Piazza (come molte altre). La stessa passione e le stesse ragioni che la spingono da allora. E allora nessuno sapeva nemmeno chi era questo premier. Probabilmente cantava ancora nelle navi da crociera.
Di piazze ne ho viste tante. Circa cinquant’anni. Credo di esserci andato una prima volta con una candela in mano credendo di salvare una vita. E nemmeno era una piazza, né un campo, era solo un campiello. E’ stato quello l’inizio. Era solo il 1960. Non è passato troppo tempo. Sono io ad essere vecchio. E ho visto piazze festose e piazze tristi e piazze di lotta. Le provocazioni e le rabbie. Il Vietnam, il Che, il Chile e Salvador. Le stragi nere e quelle cosiddette rosse. Gli anni di piombo. La strategia della tensione. Tutta una collana di romanzi criminale, visto che è di moda. E non sarebbe servito andare al cinema per vedere i noir americani. Alcune le ho raggiunte a piedi, più spesso con lunghi viaggi in treno; col vino e le cibarie, con le nostre canzoni. Non ne vedrò mai abbastanza. Sempre le emozioni. Immense stavolta. Sono le mie Piazze del mio Mondo. Di un Mondo ancora possibile. E’ bello vederle affollate.
E c’erano quelle della CGIL, ma non credo sia un partito. E mille cartelli e striscioni. Sciarpe bianche, come chiesto, come Ross, e fiocchi rosa. Nessuna bandiera, tranne quella dell’ANPI. Anche questa non la credo partito. Non erano tutte di una parte, questo è certo. E nemmeno erano tutte quelle di quella parte. Certo erano tante. Tantissime. Da sembrare tutte. Un mondo diverso. Allegro. Colorato. Anche arrabbiato. Erano semplicemente donne (sono belle le nostre donne). E le poche “forze dell’ordine”, in assetto antisommossa, apparivano anacronistiche. Sembravano figure di una farsa. Devono aver provato vergogna ché son sparite subito dentro un portone. Non era una Piazza contro. Non come si vuol far credere. Non era contro altre donne. Non per una morale contra un’altra morale. Per una etica e contro una diversa etica. Bello il cartello “Non buone né cattive ma solo donne”. Era a favore. A favore di una cosa soprattutto: LA DIGNITA’. Certo un po’ anche contro Berlusconi. Non è questo il tema che mi interessa; che mi prefiggo. E di questo lascerei parlare eventualmente Lei. Certo contro i fascismi. Ma questo non è ancora un paese antifascista? La Piazza lo era. Sicuramente contro questa politica. In realtà semplicemente alternativa.
C’era un cartello giallo con una scritta nera diceva “Addio Bocca di rosa con te se ne parte la primavera”. Le mie ragioni contano poco. Sono andato anche e soprattutto perché credo che l’alternativa debba ritrovare la Piazza. Perché credo che dovremmo ritrovare luoghi e parole d’ordine che credevamo ormai nostro patrimonio. Ripercorrere quelle strade. Quelle esperienze. Richiamarle a nuova vita. Denudare le nostre facce. Metterle assieme. Certo sono andato con la donna che amo. Una donna che ammiro. Che rispetto. Con cui condivido molto se non tutto. Anche naturalmente l’amore. E persino una sottile ironia a volte necessaria per parlare delle cose e soprattutto di noi. Certo mica eravamo da soli già prima di arrivare in quella piazza. C’era anche la strega perché le nuove streghe sembrano tornate. Ricordo anche quegli anni. Insomma: “tremate perché si sono incazzate”.
Non ho mai dubitato che ci potranno salvare solo le donne. Ma non è solo di questo che questa m’è sembrata la più bella. Certo anche di questo. Al di là dei bizantinismi. In realtà questo premier ha contro la Piazza. Altrove ci sarebbe di che rinunciare. In realtà non ha nemmeno una vera maggioranza. Non nel paese. Non ha più alcun mandato derivato dal voto. Come dice lui “dal voto sovrano”. In realtà è sovrano il voto, non lui. Comunque son stanco di Piazze tristi. La mia canzone ne ricorda una delle tante. Vorrei poterla scordare. Scordare non è tra le mie qualità la più frequentate. Nemmeno sarebbe giusto. Vorrei sempre Piazze così. Quello che mi interessa è che è solo una Piazza contro questa politica. E’ una piazza dentro la crisi della politica. Della politica e del suo modo di organizzarsi. La crisi dei soggetti Partito. Ancora una volta.
Non è una novità. Io la vedo così. Usare vecchi schemi rende grossolana l’analisi. L’analisi di movimenti, e momenti, che nascono spontaneamente e spontaneamente si auto-organizzano. Non riusciamo a capirlo. Non abbiamo chiavi cognitive. Interpretarli, incanalarli sarebbe un primo passo verso un cambiamento. Sarebbe anche probabilmente la loro morte. Certo non hanno ancora saputo esprimere leaders “credibili”, ma credo ci siano cose che accomunano la gente di quel mondo. Cose che sono “senza se e senza ma”. Parole d’ordine. Cominciamo, per esempio, col dire che l’acqua è di tutti. Sarà il petrolio di domani. E’ di tutti. Cominciamo a difendere il mondo che anche quello è di tutti. Parliamo di sviluppo sostenibile e di fonti energetiche alternative. Torniamo a combattere la guerra come mezzo per regolare le controversie territoriali. E gli interessi. E la finanza. Condanniamola come mezzo e punto. Combattiamo qualsiasi forma di discriminazione e di razzismo. Ritroviamo buon senso e dialogo. Etc. Nessun tentennamento. Perché le maggioranze si costruiscono, nel paese. Le alleanze si fanno con le persone. E allora quel mondo sarà sempre lì. Pronto a spendersi. Perché la maggioranza non è nel portafoglio, è ancora nel cuore.¹

Se non ora quando? Adesso.


1] Foto da Facebook dell’amico Paolo Firla.

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Io ve lo consiglio, anzi: andate a leggerlo. Non potete perderlo.

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Ancora una volta un grande post.

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MascheraLo so che questo post probabilmente non interesserà nessuno, ma spero che i pochi che leggono questo blog porteranno pazienza o aspetteranno giorni migliori. Lo so che messo qui ha poco senso e che sarà difficile seguire il flusso logico dei ragionamenti; flusso, per dirla alla Sua maniera, teorico-pratico. Me ne scuso, ma nella rete si dice che i blogger diano il meglio di sé. Si dice. In qualche caso ho più che il sospetto che qualcuno non dia il meglio e qualcuno dia anche il peggio; almeno, in questo caso specifico, lo spero.
mariangela-iconaHo un’amica, una carissima amica, ormai lo sanno anche i sassi, che ha un magnifico blog ironico. Un blog che ha una sua notevole visibilità e molti contatti (questo è il punto). Questo mio modesto blog invece si accontenta di ciarlare cercando di farlo, per quanto mi riesce, e quando l’argomento lo permette, in modo leggero. Infondo la sua unica ragione, ancorché nato in modo casuale, è che mi diverto a scrivere. E io qui mi accontenterei di essere comprensibile.
In questi giorni, già resi ardui dalle festività, questa mia amica si è trovata, provocata a forza, maldestramente, pervicacemente, testardamente, coinvolta in un sorta di discussione, polemica, dibattito (non saprei come definirlo) che ha del surreale, sulla crisi della politica. Vi è stata gratuitamente trascinata da un comune amico che imperversa come un comunissimo troll¹. – Non voglio alimentare ulteriore polemica né cerco altrove visibilità, da questo momento chiamerò la persona l’interlocutore². – A parte il non domo, e pervicace (non perspicace) interlocutore (che si crede depositario dell’unica e inconfutabile verità in materia), al limite della demenza, del borderline, dovevo all’amica una risposta giacché sostenevo d’essere sostanzialmente d’accordo con Lei quasi su tutto e su quel “quasi” avevo promesso di tornare.
Anch’io, nel mio piccolo, credo che siamo davanti ad una crisi “brutta brutta“, come la definisce Lei facendo il verso a Aldo, Giovanni & Giacomo, o “organica“, come la definisce dottamente l’interlocutore. Il fatto mi sembra, personalmente, banale perché basta aprire le finestre per rendersene conto. Solo su questo mi trovo in accordo con l’interlocutore. Su tutto il resto della provocazione mi mantengo allibito, basito, non solo per la datata ricostruzione e per la mancanza di ipotesi di soluzione, ma soprattutto per la confusione sui vari piani di lettura della realtà attuale; realtà attuale in continua evoluzione.
Un intervento intelligente viene proprio dal vecchio coautore dell’interlocutore, Luis Razeto, in un commento che riporto per non contribuire ulteriormente nel lavoro di ricerca di visibilità:
«La attuale civiltá moderna è in crisi organica, e sono in crisi i tre pilastri o fondamenti che la sostengono (a livello politico, lo Stato nazionale ed i partiti; a livello economico, l’industrialismo e il capitalismo; a livello culturale, le ideologie e lo scientismo positivista). Questa crisi, poiché organica, non può risolversi che mediante una nuova organicitá, e come ogni organismo cui fondamenti vitali entrano in grande crisi, la civiltà moderna e suoi pilastri sono destinati a deperire. Questo deperimento però, è lentissimo, e il processo può estendersi ancora per alcuni decenni.
In questo nostro tempo, abbiamo due possibilitá (se vogliamo fare qualcosa di socialmente utile): l’una, è di tentare di sostenere e rafforzare e migliorare i pilastri della civiltà in crisi dimodoché il crollo sia posposto un po’, riducendosi in questo modo le sofferenze che comporta la crisi e che comporterá il crollo stesso. L’altra possibilità è di avviare la costruzione dei fondamenti di una nuova superiore civiltà.
La questione della riforma dei partiti, della creazioni di nuovi e migliori partiti, ecc. si pone nella prima prospettiva.
Se invece ci poniamo nella seconda prospettiva, le questioni essenziali sono: la creazione di una nuova politica (non partitica, non statale), di una nuova economia (non capitalista, non industrialista), e di nuove strutture della conoscenze (non ideologiche, non positivistiche).
»
Sin qui l’argomento (che sembra chiamarsi “scienza della politica“), e le relative analisi, le capisce anche la mia crassa ignoranza. Nemmeno mi ci soffermo. E’ sul resto. E’ sull’interlocutore che si erge a verità e sul suo “verbo“. Ora, provocato e visto il contesto, mi esibirò anch’io in una citazione, nonostante non abbia letto abbastanza libri e soprattutto non quelli giusti (trascuriamo qui che i libri, oltre a leggerli, bisognerebbe capirli), nonostante odi farlo e preferisca “ragionare”. L’autore è il dimenticato (nelle discettazioni) Marcuse: «La borghesia e il proletariato, nel mondo capitalista, sono ancora le classi fondamentali, tuttavia lo sviluppo capitalista ha alterato la struttura e la funzione di queste due classi rendendole inefficaci come agenti di trasformazione storica. Un interesse prepotente per la conservazione ed il miglioramento dello status quo istituzionale unisce gli antagonisti d’un tempo nelle aree più avanzate della società contemporanea…» Dalla crisi del ’29, o grande depressione, si poté uscire anche grazie ad una economia di guerra e non solo. Ora il tardo-capitalismo, non più basato sull’equilibrio tra produzione e mercato, ma sulla finanza, mostra di essere arrivato al capolinea e da questo ne uscirà un riassetto globale, una scomposizione e ricomposizione della società. Gli strumenti di lettura-interpretazione “torneranno” ad essere superati ed inefficaci. Già utilizzare un concetto di classe legato ad una lettura della economia e della macro-economia che conta almeno mezzo secolo mi appare fuorviante. Per questo lo stesso Marcuse parla di società unidimensionale. Sugli elementi detonatori della crisi economica si potrebbero spendere parole utili, non è questo il posto ne lo spazio. Che la crisi politica, ovvero della gestione del consenso e/o potere, sia figliazione di una riscrittura globale dell’economia mi sembra superfluo soffermarvisi, le cose non sono scindibili (se può sembrare strano è marxiano). Continuo a sostenere come forse l’ultimo tentativo serio di una “risposta diversa” sia stato massacrato per le strade di Genova, ma questa mia testarda osservazione ha già trovato spazio in queste pagine. Probabilmente i tempi non erano maturi. Il “movimento” non era preparato a contrapporsi efficacemente alla provocazione e alla sfida violenta che gli è stata lanciata.
C’è poi un piano del tutto italiano. Quello della nostra “piccola” politica nazionale. Un tema, diciamo così, “quotidiano”. Quello sul quale le persone di “buona volontà” cercano di spendersi. Quello che assorbe parte delle mie energie. Quello sul quale l’interlocutore solo a volte indulge, (e scivola malamente) perché non fa abbastanza colto, lanciandosi finanche in affermazioni azzardate. Cambiare si può cambiare e si può provare da ora. E’ per questo che lascio le dotte discettazioni ad altri o meglio il loro soffermarsi solo a quelle. Oltre a tutto mi sembra che su quel cambiare lo stesso Luis Razeto si stia impiegando (a differenza dell’interlocutore).
Su questo, con la mia amica, non ho molto da dire; ci troviamo abbastanza in sintonia. Su alcuni aspetti di questo piano tutto nostro e italico, con un ottica a quella che potremmo chiamare “sinistra“, avevo provato a cercare di dire delle misere idee. Ad aprire una piccola discussione. Lo stesso colto interlocutore, a suo tempo, censurò un mio post sull’argomento poiché non all’altezza delle vette del suo sito, perché confuso e, a suo esclusivo dire, pieno di errori ortografici. Questo per completezza perché sono spesso molto poco tolleranti e democratici coloro che chiedono tolleranza e libertà per sé, al di là delle definizioni che danno del loro pensare.
Spero, a questo punto, che nessuno vorrà ascrivere colpe a uno dei due cioè al coautore delle opere più volte citate, Luis Razeto, e all’ispiratore, Antonio Gramsci. Mica è sempre vero che ognuno ha gli amici e i discepoli che merita. Ce lo insegna persino la storia. Vorrei inoltre fare una ultima osservazione: credo che anche il parlare di massa sia ormai un termine obsoleto (spero che all’interlocutore piaccia questa parola) ricordandogli che massa, nel mio dialetto che possiede anche l’amica, significa anche troppo; un troppo che stroppia.

Tranquilli, qui, in queste pagine, non si aprirà nulla di simile, non comincerà nessuna “discussione”. Perché non sono all’altezza. Perché non è un proscenio abbastanza prestigioso. Perché provvederei a farla finire prima che cominci.


1] Dicesi Troll di individuo che interagisce con la comunità tramite messaggi provocatori, irritanti, fuori tema o semplicemente stupidi. Per una più precisa definizione vedesi la voce in wikipedia.

2] In realtà mi sento un poco responsabile, e colpevole, per essere stato io l’artefice di questa relazione cioè per averLe presentato l’interlocutore.

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Icona di scatoletta per preziosi con mattoncino lego

Sarà la giornata di dicembre. Sarà che piove e il tempo non aiuta l’umore. Sarà l’ombrello nuovo, appena preso dai cinesi, che si apre di sua iniziativa, in qualsiasi momento. -Bello è bello, blu bordato di giallo. Ha un suo spirito del tutto cinese.- Saranno gli anni, cosa più probabile. Sarà che la cena di ieri sera mi ricorda che debbo andarci più piano con le cipolle. Sarà che si avvicinano le feste e non c’è nessuna aria di festa. A proposito: devo ancora cominciare con i regali, persino a pensarci. Sarà che l’aria ancora non si sente, me lo conferma anche la commessa desolata davanti alla sua mercanzia già in sconto. Mercanzia che non si porta dosso, non vorrei essere frainteso ché carina è carina. Non entra un cane. Mi conto in tasca gli spiccioli del caffè. Ho messo un paio di pantaloni che mi vanno stretti e le tasche sono piccole. Fatico a estrarre il portafoglio. Paiono anch’esse, le tasche, disposte per il risparmio; adeguarsi ai tempi che corrono, anzi camminano, anzi sostano. Dirmi, le tasche, di fare attenzione prima di spendere, di pensarci bene. Li avevo anche ieri, questi calzoni di velluto a coste larghe. Potevo cambiarli. Non l’ho fatto. Non posso incolpare nessuno. Strano, di solito non la do vinta al malumore, e non è vero e proprio malumore. E’ solo un senso di malessere che somatizzo.
Per il malessere prendo ansiolitici, per la situazione vorrei mettere in campo politiche. M’incammino a piedi, come sempre, pensandomi addosso e distratto quasi sbaglio la strada, ed è una che faccio ogni giorno. Il fatto è che non riconosco più questo paese. Questo paese inteso come Italia. Questo paese inteso come comunità. Questo paese inteso come città. Il fatto è che non riconosco più la sua gente. Non che sia mai stato un granché, come paese; mai tanto diverso, nemmeno abbastanza. Sempre stato patria di furbi, di gente pronta ad andare in soccorso di chi vince, a correre dietro al povero parroco o al primo scalmanato; a omologarsi. La fama (immeritata) di pavidi; di inaffidabili. La fama di genti di fatica. Oggi lo guardo, questo paese, piegato, rassegnato. Nemmeno più tanto disposto al sudore. Guarda il cielo e non vede nubi; cerca qualcosa a cui aggrapparsi; il santo. Non che sia diventato più pio, solite percentuali. Forse, nel silenzio, è intento solo a bestemmiare. Se il vicino ha l’ombrello aperto lo apre anche lui. Non fossi attento a me sarei spaventato e non solo per me.
Ecco quello che mi sembra cambiato: la gente, anche la mia gente, quelli della mia idea, soprattutto loro, protesta sempre più piano, e aspetta, dall’alto, che qualcuno o qualcosa intervenga. Che le cose, come per miracolo, si sistemino da sole. Non ci prova nemmeno più. Quasi che le cose siano governate da una sorta di destino, di fato, a cui nulla si può contrapporre. Come se cambiare sia un verbo non più praticabile. Come se da questa melma non ci si potesse più riscattare. Eppure di momenti duri ne ha visti, questo paese. Eppure è uscito da tentativi di eversioni. Da anni di piombo. Dalla miseria. Dall’ignoranza e dall’analfabetismo. Dalla migrazione coatta dei disperati, di quelli che magari venivano chiamati straccioni, o peggio pezzenti. Dai terremoti e dalle inondazioni. E ne è sempre uscito grazie alla gente comune, a gente qualsiasi, a quelli che si sono rimboccati le maniche.
Il fatto che la politica tradizionale sia in crisi è sotto gli occhi di tutti. Il fatto che il suo modo di organizzarsi, i partiti, lo siano altrettanto nemmeno questo li preoccupa. Non basta a regalargli un dubbi. Che la politica, cioè i partiti, creda che i cittadini siano al proprio servizio e un sospetto che nemmeno li sfiora. Al massimo disertano. Certo dovrebbe essere l’inverso ovvero la politica al servizio del cittadino, dell’elettore, della gente, al nostro servizio. Ma inutile riempirsi di parole quando ci sono davanti i fatti. Dicevo che il fatto che le politica non si occupi più di loro non li preoccupa. Vivono meglio senza pensarci. Eppure dovrebbero cominciare a preoccuparsi che sono loro che non si preoccupano più di loro stessi. Il muro è nelle loro teste. Che questo governo sia ladro, anche nelle giornate di sole, molti sono d’accordo. Poi, quasi tutti quei molti, pensando che anche il prossimo presumibilmente sarebbe ladro, o che ogni governo non può che esserlo, si comporta esattamente per far sopravvivere quello che c’è o per non far nulla per cambiare. Per me, anche il semplice cambiare, appurando che non si vada troppo al peggio, è qualcosa.
Gente che parla in garamond racconta che il disastro è contenuto. E’ consolabile sapere che sei nell’uragano ma che poteva andare peggio. Che infondo qualcuno si sta salvando. E che qualcuno s’era già messo in salvo. E’ una vita che conosco Marico Bordiga. Piemontese di quella terra, che come spiega Dalla, sta ai piedi del monte. In tutta quella vita l’ho sentito sostenere una unica cosa: che la politica va riformata, rifondata. Poi aggiunge che non se ne può più e che non ne vuole più sentire parlare di politica. Allora partecipa a seminari di macrobiotica e ad una associazione per combattere il bruco americano. Forse pensa che se un amministratore è ladro sia inutile provare a mandarlo via perché ne subentrerebbe un altro almeno altrettanto ladro. Alla fine si accontenta di avere un ladro da bestemmiare. E tutto questo non è solo perché lui viene da una storia di cristiani per la rivoluzione; ma erano tanti anni fa, quelli.
Natale si accontenta a dire che è solo il modello partito, come diceva già allora Gramsci, ad essere superato. Che bisogna trovare delle nuove soggettività per la politica. Non è che poi il PD lo dispiaccia troppo. Certo non è rivoluzionario, nemmeno comunista, forse nemmeno socialista, magari sarebbe già qualcosa fosse almeno riformista, forse semplicemente che fosse qualcosa, ma mica si può avere tutto. E poi Veltroni è un gran simpaticone, ma questo lo vede solo lui. Certo che lui sarebbe un gran bel e buon leader, non il Veltroni, proprio lui, Natale. Un po’ democratico e un po’ berlusconiano, ma di sinistra. Quando parla ho il dubbio che la parola sinistra non abbia il minimo contenuto. Ma lui è giunto alla storica conclusione che l’organizzazione della politica debba passare attraverso le gite, magari programmate e tra persone simpatiche, oppure quelle per i poveri vecchi a cui non pensa nessuno o lo fanno in pochi, di pensarci. E promuove l’acqua senza bollicine e le palline cinesi da Ping-pong. Per un paio di lustri storici s’è preso anche il lusso di distrarsi.
Certo qui non parlo di Politica, della vera Politica; della crisi della Politica, della crisi dell’organizzazione Partito, della crisi dell’economia cioè di questa economia post-capitalistica (crisi strutturale, a mio modesto parere, e di mercato), della crisi del mercato, delle ideologie. Io qui parlo della piccola politica. Io qui vorrei affrontare una cosa ben più semplice e misurata alle mie limitate capacità: la crisi del paese (città) in cui casa, soldi e altro, mi vedono vivere perché ho posto la mia residenza e comprato casa grazie ad un mutuo. Che poi le cose si cambiamo anche facendo le pulizie, spolverando, casa propria.
Ecco qual’è il mio problema, un’ambizione molto modesta, piccola: cominciare a fare pulizia a casa mia; senza aspettare una sorta di badante che se ne occupi per me.

Giorgio Gaber: Io non mi sento italiano [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Gaber – 2003 – 03 – Io non mi sento italiano.mp3”]

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Dovesse finire anche domani, ma non finirà, non avrei creduto potesse essere così.
politicaMi ferma Martino al Bar da Clara. Passavo di fretta. Era aprile, era maggio; proprio come nella canzone. Mi invita. Lo faceva spesso, allora. Forse c’è una simpatia spontanea, naturale, nei miei confronti. Mi ricorda, con una banda di giovani di ottime speranze, tutti a sudare per condurre una campagna elettorale faticosa e sorprendente, ma sfortunata. Immersi nella folla, ma a quella folla, alla fine, sono mancati un pugno di voti. Prendiamo un caffè tranquilli. Mi chiede: “Cosa pensi di fare“?
Lo guardo: “Un bel niente tondo. Passare di passaggio. Finire il caffè. Prendere il pane e tornare. Cosa intendi“?
Lui è sempre così tranquillo, o quasi: “Perché non mi aiuti? Almeno… pensaci“.
Non c’è niente da pensare. Sono stanco. Ho dato, pagato. Perché“?
Perché non puoi mollare“.
Perché dovrei farlo“?
Infondo nemmeno mi conosce – “Sono socialista“.
Questa è bella. Torno a guardarlo; è proprio socialista, debbo quasi nascondere la sorpresa. Lo strano è che non provo sorpresa alle sue parole. Nemmeno mi viene da scherzare. Esistono ancora, e lo fanno oltre le chiacchiere.
Io no! cosa vuoi fare“?
Politica. Provare. Cambiare“.
Che ti servo? Sono uno. Nessuno. Vorrei guardare“.
Lui crede in me ben oltre a quello che potrei crederci io anche in un momento di euforia alcolica. Crede in sé quanto io in me, cioè come allo stesso niente. Non ha ancora pensato a come si può fare. Non conosce molto il territorio, è sempre stato impegnato lontano. Ci è sempre venuto solo per dormire. Poi si è trovato a governare un partito all’ultima partita. Io ho un improvviso sospetto di poter credere in lui e che, volendolo, qualcosa si possa provare. Poi, mai rifiutato aiuto ad alcuno. Gaetano ci guarda entrambi. E’ un’amicizia che sta prendendo corpo la nostra, recente. Forse è l’unico, Gaetano, a credere in qualcosa: nei suoi due pazzi nuovi amici.
Anche se cerco di non pensarci quel breve colloquio mi ha messo la pulce. Tanto lo so da solo che tenere le mani in mano non ci riesco proprio. Mai stato bravo a farlo. Nessuno mi crederebbe. Manca poco più di un anno alle elezioni amministrative. Il tarlo mi tarla. Le sfide mi stuzzicano. Vediamo. Sono uno di parte. Diciamo un comunista. Un comunista a modo mio, anzi sono gli altri a fare i comunisti a modo loro. Non c’è scritto da nessuna parte che per essere di sinistra bisogna limitarsi a gridare e non fare; sia necessario sempre soffrire e perdere. Sono uno abituato ad esporsi fin troppo. Uno che si schiera anche davanti ad una partita a calcio balilla. Mi ripeto questo mio profilo in testa. Gli ingranaggi non si sono del tutto arrugginiti. Il cervello sembra poter ancora funzionare. Ha ragione lui, forse non valgo niente e non gli servo, ma magari mi ci cresce, come per miracolo, un’idea e su quella, l’idea, posso cominciare a lavorare¹.
Sembra impossibile ma a volte l’impossibile diventa possibile. Sembra impossibile e invece succede. Mi rendo conto che qualcosa si può tentare. Quando dico a Martino che possiamo anche vincere, che anzi è più difficile perdere, la crede una beffa. Non è più solo. Non è più solo un sognatore. Mi ritrovo. Mica sono riuscito a cambiare. Sono sempre lo stesso. Forse lui si sarebbe solo accontentato di una piccola apparizione alla recita.
Rispondimi Martino: “Perché mettersi il vestito da festa e poi accontentarsi di mettere appena fuori il naso? Io, a questi, mica voglio mettergli paura. Voglio rimandarli a casa“. I socialisti da soli sono quattro gatti. Faccio più voti io da solo. Con un giro di telefonate. Tanto vale essere ambiziosi. Tanto faccio e tanto dico finché si apre, finalmente, un tavolo con quella sinistra che alle politiche si sarebbe presentata come arcobaleno. La sbattiamo in un angolo. E’ subito chiaro che quelli vogliono gridare il loro orgoglio ma di fare mica ne hanno nessuna intenzione. Dalla loro hanno solo i numeri, cioè li avevano. Loro chiudono quel tavolo, dicono: “Ne potremo parlare più avanti, dopo le politiche“.
Sanno tutti come sono andate le loro “politiche”. Per me la politica ha le sue regole e quello è un gesto politico. Quando parlo di politica ho una sola filosofia: chi vuole farmi la guerra sa di farsi del male. Quando penso alla politica la penso come una cosa seria, fatta di progetti, ideali, impegno, fatica, scevra da interessi personali. Meglio senza zavorra inutile. Magari in giro ci saranno anche rifondaroli che sono compagni, magari anche tra quelli del fantomatico Partito Comunista, qui a Spinola no. Massimo si possono sopportare in quanto pensionati. Pensionati dal lavoro, se mai l’hanno conosciuto, e dalla ragione.
Sì! tanto vale, con un po’ di arroganza, provare a vincere. Anzi evitare di perdere. Lo propongo a Lei. Lei la prende per burla. Poi sospetta. Poi nicchia. Infine, forse per sfinimento, dice sì. Poi si lascia contagiare, si fa prendere dal mio stesso entusiasmo. Si lancia. E’ da Lei. Lei è una che se le cose le fa le fa fino in fondo. Un po’ ci somigliamo. Certo non fisicamente. Anche perché lei è donna, è minuta, piccolina, è soprattutto carina. Siamo come dei “gemelli diversi”.
L’avevo detto sin dall’inizio. Cerchiamo un accordo per il governo della città con il PD. Martino presuppone della superbia, da parte loro; sono il partito decisamente più pesante dell’intero panorama politico locale (38 e rotti% a quelle stesse politiche). Noi siamo di sinistra. Loro, quelli del PD, mi conoscono. Sanno che se dico che mi muovo mi muovo. I numeri li ho sempre portati. Tre volte mi sono mosso e tre volte ho messo insieme buoni numeri. La prima quelli che bastavano a vincere. Tre esperienze ognuna diversa. Ci accolgono con tutto il rispetto che si deve a un tuo pari. Siamo ancora quattro amici del bar e nemmeno ci siamo dati un nome. In compenso abbiamo le idee chiare e la voglia di fare. Spiego a quell’elefante che è il PD che noi abbiamo un candidato che migliore non si può e che se vogliono fare le primarie allora ci costringeranno a vincere le primarie. La nostra ambizione è riunire tutta la sinistra mandando a fare in culo chi crede che la sinistra sia solo una sigla e una tessera. Compreso chi spaccia per rivoluzionario promettere chimere.
Ho polemica e parole infinite e appassionate per tutti, soprattutto per chi le cerca. Meglio gli intelligenti al governo e gli stupidi all’opposizione. Non mi credo ma non mi faccio problema se sono gli altri a credere in me. E questi mesi, intensi, sono stati una grande esperienza umana.

Torna a suonare la nostra canzone [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Mannoia – La storia.mp3”] Fiorella Mannoia: La storia


mariangela-icona1] Quella che in questi giorni racconta la storia, spacciandolo per Enrico, è Lei; sarebbe un ottimo candidato sindaco. Lui, Martino, il segretario dei socialisti, sarebbe un ottimo capolista. Dovevo già farli incontrare da prima, comunque. Due amici che valgono più di qualsiasi vincita alla lotteria (e con Gaetano siamo a tre). Detto: fatto! Beh, forse non proprio così semplice. Il tempo di convincerli, soprattutto la Lei. Ora Lei è la mia proposta di candidato e lui, Martino, di capolista.

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Superbo pezzo Galatea.

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Noi siamo noi. Ognuno non riesce che ad essere sé stesso. Magari molti sé stesso. Si taglia barba e baffi, si fa la ceretta, si cambia d’abito e poi, davanti allo specchio, si accorge che è sempre lo stesso; appunto. Io sono nato di sinistra e anche se cercassi non riuscirei ad essere altro. Io mi lascio toccare, sfiorare, dell’essere degli altri, dai loro problemi. No! fumatore professionista lo sono diventato, in seguito. Riesco a riempirmi la testa di sogni e poi corro loro dietro cercando, e spesso riuscendo, a farli diventare realtà. Ora anche questo. Forse il più difficile e pazzo. Credo che le cose possano cambiare. Magari in piccolo. Magari cominciando dalla mia piccola realtà. Io… Mi… ma basta! mica sono qui, oggi, per parlare di me.
Volevo parlare di Lei. Lei è diventata grande restando piccola. Lei ha imparato a fare alcune cose, se l’è inventate senza remore, e le fa bene. Ha fatto la giornalista, fa l’insegnante e la blogger, sarebbe un’ottima sindaco. Dov’è il problema? Non c’è nessun problema: si accettano scommesse. Facciamo la storia. Per la prima volta a Spinola un sindaco donna, giovane, intelligente e colto; infatti Lei sa leggere. Ogni una delle cose è una novità in assoluto. Ma, c’è sempre un ma, anche se piccolo, per quanto piccolo, per ora si fa intervistare, si presenta con una camicetta elegante, anche bella, per il poco che si distingue, e nude-look, credo si dica così, eppure quel look dovrebbe voler dire, per quel poco di inglese che so, “vedere”, “osservare”, e non c’è nulla da vedere, osservare. Solo Gerardo, con la sua libido estrema, la sua monocorde fantasia, riesce a vedere, a immaginare; se ne starà ancora fantasticando. Ritiro tutto, questo non dovevo dirlo. Che poi non è nemmeno del tutto vero. C’è del buono giusto dove dovrebbe esserci, dove ti aspetti di trovarlo. In questo ha ragione lui, il Gerardo. Gliene devo dare atto. Già! ma Lei si dipinge (per vera o ben recitata modestia) peggio di com’è. E pensa sempre che Le manchi qualcosa. Comunque, non è questo il punto, probabilmente tornerà a farlo, anche la giornalista, e qui arriva il ma: giornalista è rimasta. Arriva tutta in punta di penna, acchittata, direbbero a Roma, non un capello fuori posto, che poi è facile, bella forza, li porta corti da allora, basta una passata di rastrello, poco trucco misurato, tanto non ha bisogno di molto per essere carina, e dalla borsa estrae subito taccuino e penna. Parla, ascolta e prende appunti e ti senti come in presenza di una giornalista, anche se è lì per candidarsi a candidato sindaco. Irrigidisce persino il busto per essere perfetta per la parte. Tira il collo, anche per sentirsi più alta, meno piccola, insomma è molto giornalista-insegnante anche se si limita nel correggere gli strafalcioni che nell’impeto mi escono di bocca. La guardo e ricollego il cervello alla voce, almeno cerco di farlo. Vedi mai che mi boccia anche da… non so cosa sono e cosa sto lì a fare, da consigliere, da suggeritore, da imbonitore, da ciarlatano, da amico, da uno che non riesci a toglierti dai piedi, da sognatore, da afabulatore, da vecchio zio. Cavolo scrive non lo so e mica avrò mai il coraggio di chiederlo. A cosa le può servire lo so ancora meno. Fossi Lei, si fa per dire, avrei una piramide di agendine nel cantuccio delle cose dimenticate. Sarebbe un semplice accumulare appunti che ogni giorno cancellano i precedenti e vanno a perdersi nella memoria. Comunque, come dicevo, si vede che s’è fatta le ossa come giornalista e, fossimo in un posto dove conta il merito, non dovrebbe guadagnarsi la pagnotta facendo la professoressa, anche se le piacciono entrambe le cose, e la cioccolata, e altre cose ancora. Ora non è il momento di lasciarsi a fantasticherie, illusioni o galanterie, quello che fa lo fa bene, però non piega i calzini, e non fa altre cose che possono sembrare stupide ma nello stupidario del vivere odierno non lo sono. Limitiamoci a quello che fa o che, come il sindaco, farà. Dicevo… un sindaco-giornalista-insegnante con l’agendina. Dovrei dire un candidato ma, nonostante tutto e la stupidità di cui mi sono state fornite numerose prove, non posso pensare che i miei concittadini, gli spinolenti, si lascino scappare questa grande opportunità. Anche per l’altezza non è un handicap. Non un vero handicap. Anche i “bassi” lo possono fare, il sindaco. Il seggiolone sindacale ormai è bell’e pronto. Si era anche pensato ad un sediolo da arbitro di tennis. Per le arrampicate più complesse, vedi certi maledetti sgabelli in certi maledetti bar che le arrivano all’altezza delle orecchie; s’è pensato ad un palafreniere aduso ad aiutare le amazzoni a montare a cavallo. Il primo provvedimento sarà di invitare i cittadini sopra il metro e cinquanta a camminare giù dei marciapiedi. E poi sta crescendo. Dopo essere apparsa sul Corrierone, con tutte le arie che s’è ritrovata, è cresciuta almeno di un buon paio di millimetri. E le si è gonfiato il petto. Ma ha anche i suoi lati positivi: portarla a cena costa poco; vestirla meno: basta una salvietta per farle un abito lungo.
Sarà un sindaco perfetto: chi l’ha detto che non ha i baffi.

Il volto del candidato a cui daremo presto anche un nome.

Ha da venì baffone.

Mandiamoli: anche il pesce comincia a puzzare dalla testa.

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