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Posts Tagged ‘sionisti’

Gerusalemme capitale della PalestinaCaro amico (ma anche ma?), perché la parola PACE ti fa tanta paura? Eppure non è una parola fragorosa, non grida, non tuona. Non porta rabbie, non coltiva rancori. E ha dei magnifici colori. E una lunga storia. E forse appartiene di diritto ai territori dei giusti.
Quello che volevo dire inizialmente volevo scriverlo in forma di domande, un po’ retoriche e un po’ carognose, per ricacciare in gola, più nel dubbio che nei fatti, le verità mentite, nascoste, taciute, tradite. Ma poi perché? La storia ha scritto questi giorni come affermazioni. Perché menare il can per l’aia? Prenderci gioco di noi e delle cose? Qui si compongono solo verità che nulla né il tempo potrà mai smentire:
E’ vero che i sionisti non hanno chiesto una terra per gli ebrei ma solo una terra per i sionisti e hanno fatto della religione un pretesto.
E’ vero che, per falso rimorso e per i soldi, è stata data una terra ai sionisti per farne la loro terra, il 60% della Palestina.
E’ vero che è stato detto e scritto che quella era “una terra senza popolo per un popolo senza terra” ed è allo stesso tempo vero che quella terra aveva un nome, Palestina, una storia e un popolo ora occupato.
E’ vero che la politica israeliana negli anni s’è presa più dell’80% di quel territorio, la Palestina, e ancora non basta.
E’ vero che Israele, con chi gli s’è asservito, ha negato la possibilità a quel popolo di veder riconosciuta la loro patria almeno in quel pezzo della loro terra; meno del 20%.
E’ vero che Israele nella terra dei palestinesi ha creato muri (col falso mito della sicurezza), l’ha attraversata di strade solo per israeliani e seminata di morte e di posti di blocco (i cosiddetti checkpoint).
E’ vero che Israele ne limita l’accesso per qualsiasi via, che è stato bombardato l’unico aeroporto e continuamente bombarda le scuole e gli istituti pubblici.
E’ vero che ai bambini palestinesi è pressoché proibito, nei fatti, raggiungere la scuola e che per farlo rischiano la loro incolumità. Che si continua a tentare di abbattere anche la scuola di gomme.
E’ vero che sono state sottratte ai palestinesi quasi tutte le fonti d’acqua lasciando loro solo poche risorse inquinate.
E’ vero che ai pastori vengono ammazzate le pecore.
E’ vero che i contadini non possono raggiungere tranquillamente i loro campi e che se non li raggiungono vengono loro confiscati.
E’ vero che, sempre, con le armi viene impedita ai pescatori la pesca non oltre le venti (20) miglia ma entro le tre (3) miglia.
ETCETERA (si potrebbe continuare all’infinito).
Se Israele vuole cominciare ad essere, come dice di essere, una democrazia deve imparare a parlare di PACE e (soprattutto) di DIRITTI UMANI. Deve porre fine all’apartheid. Deve cominciare ad accettare almeno le risoluzioni Onu. Deve smetterla di massacrare i civili (compresi vecchi, donne e bambini) e di coprirne i massacri. Deve smetterla di educare i propri figli nel terrore e nell’odio verso tutto e tutti cioè deve smettere di essere Israele.

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1948-2012
64 anni di Resistenza in Palestina

C’è una Resistenza in Palestina, una Resistenza che dura da 64 anni. C’è un genocidio in Palestina, un genocidio cominciato più di 64 anni fa. C’è una verità in Palestina, una verità taciuta e mentita, una verità che ha molto più di 64 anni.
Dal Congresso di Basilea (29-31.08.1897, ripetiamo milleottocentonovantasette) Theodor Herzl dà corpo alla sua idea di uno stato per le “popolazioni” di religione ebraica. In realtà inizialmente non viene colto l’aspetto razziale del progetto, ma subito le persecuzioni li fanno persecutori.
Il 2.11.1917 il Regno Unito si impegna, lettera del Segretario per gli Affari Esteri Arthur James Balfour a Lord Lionel Walter Rothschild (banchiere svizzero attivista sionista), a destinare dei territori in Palestina per costituire un “focolare nazionale” con l’intento di dare “una terra senza popolo per un popolo senza terra” cioè la famosa “terra promessa”. Unica piccola anomalia è che quella terra è la Palestina e lì un popolo c’è, quello palestinese, e una cultura, tra le più ricche dei paesi arabi. Dal 1921 è l’inizio della violenza e la fine della storia civile di questi popoli.
Gli anni che vanno dal 1936 al 1947 vedono crearsi le basi per lo scoppio della famosa guerra arabo-israeliana del 1948. Cominciano le proposte di formazione di 2 Stati separati. E’ a questo punto che i sionisti cominciano attacchi terroristici contro inglesi e palestinesi. Nel 1947 gli Inglesi rinunciano al Mandato e passano la palla all’ONU anche perché il potere di influenza sulla regione sta sempre più passando in mani statunitensi. E subito assistiamo al primo massacro, quello di Deir Yassin consumato il 9.04.1948, sei settimane prima della proclamazione dello Stato di Israele e prima che scoppiasse la conseguente guerra nel 1948, con il massacro di circa 200 civili palestinesi ad opera di membri dell’Irgun guidati dal futuro Primo ministro israeliano Menachem Begin ai danni degli abitanti arabi dell’omonimo villaggio presso Gerusalemme ovest, nella Palestina all’epoca sotto Mandato britannico. E’ questo l’inizio di una vera e propria pulizia etnica che dura ancora.
La risoluzione Onu 181 propone l’ennesima divisione in Stati separati, ma gli Arabi rifiutano: agli ebrei sarebbe andato il 54% delle terre anche se erano solo il 30% della popolazione presente. Nel Maggio 1948 gli Stati arabi mandano truppe in aiuto ai palestinesi. Ma già le truppe ebraiche avevano conquistato grandi fette di territorio designato dall’Onu come Arabo, provocando la fuga di 300.000 rifugiati palestinesi. Il mediatore Onu Folke Bernadotte viene ucciso dal gruppo terroristico ebraico Stern a Gerusalemme, e lo Stato d’Israele viene proclamato il 14 maggio 1948. La guerra continua, e all’inizio del 1949 Israele vince definitivamente conquistando il 73% della Palestina. I rifugiati palestinesi sono ora 725.000.
Ai palestinesi, alla fine della guerra, rimane Gaza (con amministrazione egiziana) e la Cisgiordania (con amministrazione giordana). Gli scontri di frontiera continuano fino al 1956, quando Israele (in accordo con la Gran Bretagna e la Francia) attacca l’Egitto (che aveva nazionalizzato il canale di Suez) conquistando Gaza e il Sinai (gli Usa li convinceranno a ritirarsi un anno dopo). Con quel pretesto l’esercito israeliano entra nella striscia di Gaza dove si assiste ai massacri di civili soprattutto a Rafah e Khan Younis vicino al confine egiziano. In realtà nella striscia vi hanno trovato rifugio i profughi palestinesi in attesa di ritorno e comincia ad essere una prigione a cielo aperto, un vero e proprio lager.
Nel 1964 nasce l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp). Questo gruppo compie azioni di guerriglia contro Israele, e verrà visto come l’unica speranza di riscatto palestinese; è l’inizio della Resistenza.
Nel Giugno 1967 Israele attacca l’Egitto. E’ la nota Guerra dei 6 Giorni, che segna la umiliante disfatta araba. In un baleno Israele occupa il Sinai, Gaza, la Cisgiordania, parte del Golan siriano e Gerusalemme Est. Nel Novembre 1967 il Consiglio di Sicurezza dell’Onu condanna la conquista dei territori di Israele con la risoluzione 242, che specificamente chiede: il ritiro israeliano dai territori occupati e una soluzione giusta per i rifugiati. Egitto e Giordania accettano subito; Israele la accetterà 3 anni più tardi senza però mai evacuare i territori.
Nel 1973 Egitto e Siria attaccano a sorpresa Israele (guerra del Kippur) che è in seria difficoltà, solo grazie a un massiccio aiuto militare americano si riprende e addirittura avanza nel Golan. Interviene la mediazione di Kissinger e un’altra risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, la 338, chiede il cessate il fuoco e il rispetto della risoluzione 242, ma su quest’ultimo punto c’è un nulla di fatto. Iniziano, o meglio continuano i massacri di palestinesi.
Ricordiamo il massacro di Tell El Zaatar del 1976 (20.06-12.08), il nome vuol dire Collina dei Tigli, un campo palestinese alle porte di Beirut di 20mila abitanti. L’esercito siriano, protetto da quello israeliano, isola Tell El Zaatar dalle truppe palestinesi proteggendo il lungo assedio dei cristiano maroniti. 53 giorni dopo ciò che resta di Tell Ell Zaatar si arrende. Più di mille morti, vecchi e bambini, morti di guerra ma anche di fame e stenti, anche se la resistenza armata aveva abbandonato il campo. Si prova a nascondere la tragedia.
Nel novembre 1977 il presidente egiziano Sadat incontra il premier israeliano Begin in Israele e firma a Washington il 26.03.1979 la pace con Israele, primo Stato arabo a farlo (verrà per questo assassinato da killer fondamentalisti nel 1981). Gli Arabi si sentono traditi. Nel 1982 Israele reinvade il Libano, con la scusante di dare la caccia ai cosiddetti “terroristi”, e arriva fino a Beirut con l’aiuto delle milizie Cristiane Maronite libanesi. Gli Usa mediano la fuga dell’Olp e di Arafat da Beirut, dove si erano asserragliati, ma nessuno protegge i civili palestinesi: il risultato è che nel campo profughi di Sabra e Chatila le milizie Cristiane Maronite, protette dall’esercito israeliano sotto il controllo di Ariel Sharon (allora ministro della difesa), sterminano 1.700 civili palestinesi, destando orrore in tutto il mondo. Israele si ritirerà dal Libano (esclusa una fascia al sud) nel 1985, lasciandosi alle spalle 17.500 morti.
Ricordiamo ancora tre piani di pace del 1982 proposti da Usa, Urss e Stati Arabi: gli USA rifiutano la richiesta araba di autodeterminazione per i palestinesi, e ignorano il piano sovietico. Gli arabi accettano tutti e tre i piani. Israele li rifiuta tutti e tre. Iniziano colloqui con una proposta giordano-palestinese: terra ai palestinesi in cambio di pace, accettazione di tutte le risoluzioni Onu, autodeterminazione del popolo palestinese, soluzione per il problema dei rifugiati. Il fallimento delle trattative è da attribuirsi al rifiuto Usa di accettare l’autodeterminazione del popolo palestinese. Mentre il Consiglio Nazionale Palestinese ritrova un’unità fra tutte le fazioni, nei territori occupati il pugno di ferro di Israele, con la costruzione di insediamenti ebraici illegali, con le deportazioni, con le violenze contro i civili e con le torture (che verranno legalizzate dall’Alta Corte di Giustizia israeliana, unico Stato al mondo a farlo) trova un fronte unito, e i giovani palestinesi esplodono nell’Intifada (sollevazione) il 9.12.1987.
Il 13.09.1993 Arafat e Rabin (a Washington) firmano una Dichiarazione di Principi, che comprende il mutuo riconoscimento di Israele e dell’Olp, il ritiro israeliano da Gaza e da Jerico, e un non meglio specificato ritiro israeliano da alcune aree della Cisgiordania entro 5 anni. In base a questi accordi, chiamati “di Oslo” grazie alla mediazione norvegese, è concesso all’Olp di formare una propria amministrazione dei territori che cadranno sotto il suo controllo. Tuttavia gli accordi rimandano a negoziati futuri i punti più spinosi: gli insediamenti ebraici illegali in terra palestinese, il ritorno dei rifugiati palestinesi, le risorse idriche, e il destino di Gerusalemme Est, che i palestinesi rivendicano come propria (come nella risoluzione Onu 242) mentre Israele vuole fare di Gerusalemme la propria capitale. Il resto non è più storia ma cronaca e tutto continua, compresi i genocidi, la pulizia etnica, le vessazioni e il tentativo di impedire qualsiasi parvenza di vita normale, gli espropri e tutto il resto, in una terra martoriata che si chiama Palestina.
Nel luglio del 2000 Clinton convince un riluttante Arafat e Barak ad andare a Camp David (Usa) per finalizzare gli accordi di Oslo. L’incontro naufraga in un nulla di fatto, Arafat è responsabile di respingere la generosa offerta israeliana: viene concesso molto più territorio di quanto fosse mai stato fatto, ma resta il rifiuto al ritiro da Gerusalemme Est, ad affrontare la questione dei rifugiati palestinesi, a rispettare la risoluzione 242, ad affrontare drasticamente la questione degli insediamenti ebraici illegali, e non c’è nessuna continuità territoriale dove costruire uno stato. Arafat non poteva accettare.
Il 28.09.2000 Ariel Sharon, leader dell’opposizione israeliana di destra (Likud), sfila a piedi con un esercito di guardie armate presso la moschea di Al Aqsa a Gerusalemme, uno dei luoghi più sacri della religione musulmana ed è un oltraggio imperdonabile. Le rabbie e le tensioni accumulatesi nei precedenti dieci anni riesplodono nella seconda Intifada. A differenza della prima Intifada (1987-91) questa sollevazione è assai più sanguinosa: da parte palestinese c’è un uso massiccio di armi da fuoco leggere contro i soldati israeliani e talvolta contro i civili, e soprattutto c’è un marcato aumento di giovani kamikaze, mentre da parte israeliana la repressione, le uccisioni dirette e indirette di civili palestinesi, le devastazioni di aree abitate e gli “assassinii mirati” di presunti terroristi e/o di leader politici, non conoscono più limiti. E l’orrore continua.
Per questo chiediamo l’istituzione “anche” di una “giornata della memoria” per il popolo Palestinese in quella data (15 maggio) che loro ricordano come il giorno della Nakba (letteralmente “disastro”, “catastrofe”).

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Ebrei contro l'occupazione alla manifestazione di Roma a sostegno della Freedom Flotilla 2Volevo inserire qui un post sereno, di incontro, perché io sono una strenuo sostenitore di pace, da per tutto e per tutto. Volevo, dicevo, ma poi vengono dei momenti davanti ai quali non ti sai sottrarre. E non posso fingere di non capire le presunte argomentazioni di chi difende le ragioni dell’invasore, di una politica miope e di sterminio etnico. E non posso nemmeno capire il silenzio di notizie e degli stati cosiddetti civili. Gli interventi dell’ONU disattesi che non danno più nemmeno una speranza vana.
Quelli che difendono quelle ragioni ti chiedono perché non parli degli atti di terrorismo. Non è mai bello fare il conto delle vittime e non servirebbe a nulla e a nessuno. Ma invece di strombazzare una voce di parte perché non leggere le pagine che Vittorio ha dedicato in questo martirio ai cittadini di Gaza in: Restiamo Umani. Lui è italiano e non si può certo accusare di terrorismo; ha dato la vita per i suoi ideali di pace. Lui racconta una guerra mai dichiarata: la cosiddetta operazione “Piombo fuso”. Carri armati e bombardieri contro civili inermi armati solo delle loro mani e nemmeno di quelle. Certo è vero che non è stato ucciso dal piombo Israeliano, almeno così c’è stato raccontato. Non ci sono riusciti. Lo hanno affondato due volte mentre era su pescherecci; non su cacciatorpediniere. Lo hanno ferito e imprigionato portandolo in Israele. Lo hanno trascinato con la forza nelle loro carceri e poi condannato per immigrazione illegale.
Ti raccontano che quella terra è loro, degli ebrei, e che ne hanno diritto. Se cerchi di spiegare quello che racconta la storia allora la storia non è vera. E allora qualcuno mi ha detto che quella terra era la terra promessa. Da chi, dagli inglesi? E’ stato lo stesso terrorismo sionista a cacciare gli inglesi. E un altro però mi ha detto che dal 48 non si può parlare ancora di storia, perché ci vogliono almeno cent’anni. E per ciò è solo cronaca e la cronaca non è veritiera. E’ tutto vero tranne le ragioni degli altri, tranne i diritti degli altri, tranne il diritto di esistere dei palestinesi.
Sembra non interessare a nessuno veramente di loro. I checkpoint sono aperti. Certo. Trascuro il fatto che mi chiedo con che diritto si creano barriere a casa degli altri o in casa di tutti. Con che diritto si fermano navi di aiuti in acque internazionali. Ma se ci fosse un diritto, e ripeto se, quei checkpoint sono aperti quando vogliono i soldati, dove vogliono i soldati, e si passa solo se lo vogliono e quando vogliono i soldati. E quei soldati altro non sono che un esercito di invasione. Non esiste uno stato di Israele, esiste uno spazio chiamato Caserma Israele. Quello che noi chiamiamo popolo di Israele non è un popolo ma un esercito, anche nell’espansionismo dei coloni. La loro è una politica razzista. Certo non tutti gli ebrei la pensano allo stesso modo, nemmeno tutti gli israeliani. Come non tutti i palestinesi sono terroristi.
Mi viene spiegata la grande umanità di Israele, che gli ospedali israeliani curano anche palestinesi. La Palestina non può avere uno stato, non ha ospedali. Sono stati cancellati dall’esercito aguzzino. E negli ospedali anche i palestinesi curano gli ebrei, se gli ebrei si lasciano curare da uno sporco palestinese. Ma gli ospedali sono sovraffollati. Una politica meno miope cercherebbe la prevenzione, se non si stermina un popolo non ci sarebbero così tante vittime, e tante persone ferite; da curare. Gaza è la più grande prigione a cielo aperto. La Palestina vive in guerra da sessanta anni e non vede ancora nessuna speranza. Come sono generosi gli assassini e poi si vantano di tanta generosità. Lo so che non dovrei lasciarmi alla rabbia.
Cosa potrei rispondere se un amico mi raccontasse la verità: “Avevo una casa, me l’hanno rubata. Avevo una terra, me l’hanno tolta. Avevo un nome, è diventato una bestemmia. Avevo dei figli, erano il mio futuro, sono morti sotto il loro bisogno di sicurezza, ancora bambini. E’ doloroso vedere morire i propri figli prima di te. Vago senza una speranza; vestito di stracci. Anche i topi hanno un buco dove nascondersi, io no. Non in ospedale, non mentre prego, nemmeno in cimitero mi lasceranno tranquillo. Poi mi hanno costruito un muro tutto intorno. Mi lasciano uscire se vogliono e quando vogliono. Mi hanno spiegato che non posso essere più un essere umano, che sono con disprezzo solo “Quello”. Non vivo, sopravvivo. Lo faccio ormai solo perché non so fare altro. E vivo se arrivano gli aiuti. E devo dire grazie di quel pane. Io non posso guadagnarlo. Non posso seminare il grano. Non posso farlo con le mie mani. Sono solo un pericolo, un possibile obiettivo. Ora mi chiedono di amare la pace. Io ho sempre amato la pace. E’ difficile non odiare dopo tanto dolore”.
Io non posso dire di più di un ebreo che era imbarcato nella flotilla e la cui testimonianza ho rintracciato in un bellissimo sito. Certo quell’ebreo sarà considerato un pericoloso terrorista palestinese. E allora mi limito a aggiungere solo una poesia (che ho trovato in quest’altro splendido sito) lasciando parlare il cuore del poeta.

Dedico questa poesia ai bambini palestinesi
Che di loro rimanga memoria

A Buchenwald nel corso della guerra mondiale, come in altri campi di
sterminio, vennero uccisi molti bambini. Questa poesia li ricorda.
di Joyce Lussu

C’è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede
ancora la marca di fabbrica
Schulze Monaco
c’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio
di scarpette infantili
a Buchenwald
più in là c’è un mucchio di riccioli biondi
di ciocche nere e castane
a Buchenwald
servivano a far coperte per i soldati
non si sprecava nulla
e i bimbi li spogliavano e li radevano
prima di spingerli nelle camere a gas
c’è un paio di scarpette rosse
di scarpette rosse per la domenica
a Buchenwald
erano di un bimbo di tre anni
forse di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto
lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini
li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l’eternità
perché i piedini dei bambini morti
non crescono
c’è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald
quasi nuove
perché i piedini dei bambini morti
non consumano le suole…
(da Pietro Ancona – resistenza_partigiana@ 27.1.2007)

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Foto colori di Vittorio circondato dal bambiniPer ricordate Vittorio “Utopia” Arrigoni ripropongo una della mie canzoni preferite di Bob Dylan che è anche, per me, una delle più belle canzoni contro la guerra e contro “quel moralismo” e “quel governo della non ragione” che ammazza in nome di una cieca fede. Ripropongo la canzone qui, dopo averla più volte ricordata in Facebbok, per poter farlo inserendo il testo e la sua traduzione in italiano.

With God On Our Side CON DIO DALLA NOSTRA PARTE
My name it is nothing, my age it means lessThe country I come from is a part of the Free WestI was taught and brought up there its laws to abideAnd that the land that I live in has God on its sideOh the history books tell it, they tell it so wellThe cavalries charged, the Indians fellThe cavalries charged, the Indians died

For the country was young with God on its side

Oh the Spanish-American War had its day

And the Civil War too Was soon laid away

And the names of the heroes I’s made to memorize

With guns in their hands And God on their side.

Oh the first World War, it came and it went

The reason for fighting I never could get

But I learned to accept it, accept it with pride

For you don’t count the dead when God’s on your side

And then the second World War, it came to an end

We forgave the Germans and now we are friends

Though they murdered six million, in the ovens they fried

The Germans now, too, have God on their side

I’ve learned to hate Russians

All through my whole life

If another war starts It’s them we must fight

To hate them and fear them To run and to hide

And accept it all bravely

With God on my side.

But now we have weapons of chemical dust

And if fire them we’re forced to, why then fire them we must

One push of the button and a shot the worldwide

And you never ask questions when God’s on your side

tho many a long hour I’ve thought on this

That Jesus Christ was betrayed by a kiss

But I can’t think for you, you will have to decide

Whether Judas Iscariot had God on his side

And now as I leave you, I’m weary as hell

The confusion I’m feelin’, there ain’t no tongue can tell

The words fill my head and drop to the floor

That if God’s on our side, he’ll stop the next war.

Il mio nome non conta, la mia età significa ancora menoil paese da cui provengo fa parte dell’occidente liberoSono stato cresciuto ed educato ad obbedire le sue leggiE la terra in cui vivo ha dio dalla sua parteOh, i libri di storia lo dicono, e lo raccontano così benela cavalleria caricava, gli indiani cadevanola cavalleria caricava, gli indiani morivano

poiché il paese era giovane con dio dalla sua parte

La guerra ispano-americana aveva fatto il suo tempo

ed anche la guerra civile è stata presto dimenticata

e i nomi degli eroi li ho imparati a memoria

con il fucile nelle loro mani e dio dalla loro parte

Oh la prima guerra mondiale, è cominciata ed è finita

La ragione per combattere non l’ho mai capita

Ma ho imparato ad accettarla, accettarla con orgoglio

Perché non si contano i morti quando si ha dio dalla propria parte

E quando la seconda guerra mondiale si concluse

noi perdonammo i tedeschi ed ora siamo amici

nonostante ne abbiano ammazzato sei milioni, li hanno cotti nei forni

I tedeschi adesso, anche loro, hanno dio dallo loro parte

Ho imparato ad odiare i russi,

per tutta la mia vita

se ci sarà un’altra guerra, saranno loro che noi dovremo combattere

Dovremo odiarli e temerli per scappare e nasconderci

ed accettare tutto coraggiosamente,

con dio dalla nostra parte

Ma adesso abbiamo armi con polvere chimica

e se saremo costretti ad usarle, quando noi dovremo usarle

uno premerà il bottone e salterà il mondo intero

e tu non devi fare domande quando dio è dalla tua parte

Per molte lunghe ore ho pensato su questo

che Gesù Cristo venne tradito da un bacio

Ma io non posso pensare per voi, voi dovete decidere

se Giuda Iscariota avesse dio dalla sua parte

Ed ora bisogna che vi lasci, ho addosso una stanchezza infernale

La confusione che provo, non può essere descritta da nessuna lingua

Le parole riempiono la mia testa e si spargono sul pavimento

Se dio è dalla nostra parte, fermerà la prossima guerra

*la versione originale del brano incisa nel 1964 e inserita nell’album The times they are A-Changin si può ascoltare qui.

Styriscione con la scritta Traduttori per la pace

Così viene ricordato nella pagina di Micromega:

Ho comprato molti quotidiani, ieri e oggi, e l’altro ieri, quando appena si era cominciata a diffondere la notizia del rapimento e poi, improvvisa, devastante, della uccisione di Vittorio Arrigoni. Ero in viaggio, e non potevo stare incollato a un pc connesso col mondo, senza sosta, come avrei voluto. E a dire il vero non ho avuto il coraggio di cercare in rete i video di “Vik”, e non so se ci riuscirò mai. Troppo assurda la sua morte, troppo doloroso questo addio al mondo. Troppo scandaloso il dubbio che in queste ore ci assale e ci stordisce: a chi giova la morte di Vittorio? La domanda mi ha tormentato e non cessa di tormentarmi. Non ho risposte, ma ho constatazioni, ho sospetti, ho intuizioni, che non mi danno pace. E come si potrebbe averne davanti a un atto tanto feroce e privo di logica apparente? Perché i palestinesi, sia pure gli estremisti dell’ala estrema, sia pure una “cellula impazzita” degli ultraestremisti, avrebbero dovuto ammazzare, con tanta crudeltà, un sostenitore della loro stessa causa, almeno quella dichiarata? La causa dei Palestinesi, ossia la causa della verità e della giustizia?
Ho comprato e letto tanti quotidiani. E ho divorato tutte le cronache, i commenti, le analisi, le interviste a familiari e amici di Vittorio, e anche le lettere dei lettori, per informarmi, innanzi tutto, e poi per tentare di capire: capire chi fosse quel ragazzo di cui tante volte avevo sentito parlare, ma che non avevo avuto modo di incontrare. Eppure, leggere di lui, è stato come ritrovare un vecchio amico, qualcosa di più, se esiste un rapporto tra persone più importante dell’amicizia: un fratello che è anche amico, un amico che è anche un compagno di lotta, una persona con cui condividi speranze e ideali, anche al buio, senza parlarsi, senza conoscersi. E ho scoperto l’umanità di questo ragazzo morto a 36 anni, in una battaglia combattuta senza esclusione di colpi, da parte degli avversari, una battaglia in cui lui, armato solo della sua pipa e del suo computer, della sua connessione internet, con il suo blog, ha speso la sua giovinezza. Ho letto, e mentre leggevo non riuscivo a frenare le lacrime.
“La vita fa schifo”, mi disse una volta, non troppo tempo fa, un amico a cui, al telefono, dovetti annunciare la morte improvvisa della mia adorata sorella Anna. Mi parve una frase strana, come commento funebre, ma esatta. E l’ho ripensata in queste ore, mentre scoprivo le lotte, le passioni, il coraggio, le piccole gioie e le grandi sofferenze, l’inventiva paziente, la tenacia costruttiva di cui l’esistenza di Vittorio Arrigoni è stata intessuta: e mi veniva da urlare di rabbia, per questa esistenza cancellata. Ma non sapevo far altro che continuare a piangere. Come si piange accanto al corpo inanimato di una persona carissima.
Difficile resistere alla tentazione di parlare di lui come di un eroe. Ma sarebbe banale, e forse volgare. Ha scritto Alfredo Tradardi, rappresentante italiano dell’ISM (International Solidarity Movement, di cui Vittorio era parte, parole dolenti e secche: «Vittorio Arrigoni è stato un non-eroe, mite e positivo, che ha percorso ogni angolo della Striscia di Gaza con la sua umanità, densa e intensa. Un non-eroe, in un periodo nel quale del termine “eroe” si fa, troppo spesso, un grottesco abuso» (in www.historiamagistra.it).
Chi erano i suoi  nemici? Chi lo poteva voler morto? Chi aveva cercato di fermarlo, chi lo aveva arrestato, malmenato, torturato, detenuto, espulso? Chi aveva inserito il suo nominativo in cima a una lista di soggetti pericolosi da “eliminare”? La risposta è facile, ma se la dico qui insorge il Pigi Battista di turno a insultarmi. Proprio costui, ieri, sul “Corriere della Sera”, ha partorito un capolavoro di ipocrisia, di melensaggine, e di obnubilamento della verità storica, ma anche, nel contempo, della verità morale. La guerra sbagliata del “pacifista” nemico di Israele. Perché non si può essere contro le politiche dei governanti israeliani, se si è pacifisti? Non sono quelle politiche, forse, ad aver eccitato l’odio delle popolazioni arabe, tanto più forte quanto maggiore è l’impotenza dei Palestinesi, schiacciati, discriminati, oppressi? Non è Israele a portare avanti, giorno dopo giorno, un tentativo di eliminazione della stessa identità nazionale palestinese? Non è Israele ad aver vanificato la stessa moderata soluzione dei due Stati per una terra? Una soluzione alla quale non crede nessuno, al di là del suo carattere iniquo verso i Palestinesi. Vittorio Arrigoni era convinto che Israele fosse una ferita aperta, e che le sue politiche fossero inaccettabili. Proprio in quanto pacifista, esprimeva un giudizio di condanna verso uno Stato i cui governi sono da sempre forieri di guerra. Non solo le guerre locali, ma le guerre del terrorismo, sia quello arabo, sia quello israeliano.
Non era una «guerra sbagliata», caro Battista, quella di Arrigoni: era una guerra difficile, asimmetrica: la guerra per la sopravvivenza fisica e morale dei Palestinesi, contro uno degli eserciti più potenti del mondo, contro i servizi segreti più efficienti del mondo, contro una costruzione mediatica costante, che è pronta a usare la dolorosa immane tragedia della Shoah, come un ricatto, contro coloro che si azzardino a criticare Israele.
A tutto questo Arrigoni ha cercato di opporre soltanto le sue parole, e la sua scelta di vivere la grama, rischiosissima vita dei pescatori e dei contadini di Gaza a cui gli israeliani tentano, quotidianamente, di impedire di pescare, di seminare, di raccogliere: di vivere, in una parola. Sì, Vittorio Arrigoni è stato un pacifista, nel senso più nobile del termine: egli ha lottato, fino a sacrificare la propria vita, per un ideale di pace in Medio Oriente, e non solo là. Consapevole che quella pace non si può realizzare senza giustizia. Un insegnamento che, tra l’altro, viene proprio da quella terra, da un palestinese chiamato Gesù. Era ebreo, Gesù? Era arabo? Stolta differenziazione. Coloro che vivono in quella terra sono palestinesi. E riportare a unità quel mosaico intriso di sangue, ricostituendo uno Stato unico di Palestina, dove ebrei, arabi delle diverse confessioni, cristiani ortodossi, cattolici, copti, laici senza religione (ma non senza morale), possano convivere.
Gli Stati etnici – come pretende di essere quello di Israele – sono una sciagura, specie per una umanità che si muove, si mescola, un’umanità meticcia, culturalmente, economicamente, antropologicamente. Che gli ebrei, che hanno patito sulla loro carne, la più grande tragedia della storia contemporanea, in nome della purezza “razziale”, non abbiano capito quanta nefandezza si nasconda in simili orientamenti, suscita sgomento. E che poi finiscano per adottare a loro volta comportamenti francamente razzisti verso i palestinesi, suscita sdegno. Vittorio aveva cercato di dare voce a questo sdegno. Ed è morto. Trucidato come un capro espiatorio.  Ma non aveva colpe, Vittorio. Se non quella di aver creduto in un fondo comune di umanità che dovrebbe accomunare tutti i suoi e nostri simili. Sua madre talora gli chiedeva, davanti a certi spettacoli di orrore, certe manifestazioni di profondissima ingiustizia, come l’Operazione “Piombo Fuso”, gli ignominiosi bombardamenti di Israele a Gaza del dicembre 2008-gennaio 2009: «come si fa a restare umani?». E lui, insisteva: «Dobbiamo, perché l’umanità è sempre dentro di noi e noi dobbiamo portarla agli altri».
Ha capito molto di più di tanti “commentatori professionali” alla Battista, il cardinale Tettamanzi, arcivescovo di Milano, quando ha dichiarato: «Il sacrificio di Vittorio per la causa della pace e del rispetto per la dignità di ogni persona, sia d’esempio e di incoraggiamento a vincere ogni egoismo e a dedicarci a ogni ideale nel nome di Gesù». Da laico dico che il richiamo a Gesù suona come un richiamo alla sofferenza di ogni bambino, di ogni vecchio, di ogni uomo e ogni donna martoriati ogni giorno in Palestina, e in particolare a Gaza (la seconda o forse prima patria ormai di  Arrigoni). Altrettanti “Gesù” che ci fanno giungere il loro grido di dolore. A quel grido Vik non ha chiuso le orecchie, a differenza di tanti, troppi tra noi. Grazie Vittorio, per aver tentato di farci giungere quelle grida, di averci fatto sentire meno inutili e stolti nella nostra quotidianità garantita. Per averci almeno fatto interrogare sulla più profonda delle ingiustizie oggi operanti nel mondo: quella contro il popolo palestinese.
Angelo d’Orsi

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