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Posts Tagged ‘sofferenza’

pittura con tecnica mista su cartone telatoDi queste parole
fragili
menzogna, vergogna, pudore,
rimorso
di queste parole
io chiedo perdono:
a chi ama
e a chi soffre,
a chi sogna di notte la luna
-e lei è lì, dietro il vetro-
a chi a quella luna canta
e a chi a quella luna abbaia,
a chi piange un ricordo
a chi ha creduto
perduto
e a chi cerca ancora un rifugio
-tra i pochi suoi stracci-
e a tutti quelli scordati
di queste parole
che non sanno farsi poesia
e a loro
chiedo ammenda
ma io ho sbagliato;
ho sbagliato
di queste parole
perché stanotte ho sognato
di queste parole
nate per esser private
e così stropicciate
tradite
e allora tu
tu fanne un unico messaggio segreto
lasciale sole
e chiudile tra le pagine del libro che ami
e chiudi quel libro tra gli altri
nella tua personale libreria
e scordale lì
queste parole
e loro torneranno ad essere
solo un sussurro d’amore.

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Quadro dell'artista Claudio Marini

Quadro dell'artista Claudio Marini: Palestina

Al post di ieri sulla richiesta del riconoscimento dello stato palestinese oggi completo l’informazione postando un documento di chi è in disaccordo, questo solo come informazione. Sempre in rispetto dell’autodeterminazione non esprimerò qui il mio parere. Certo che ho un mio doveroso parere, io parteggio e scelgo sempre. Credo che ognuno di noi dovrebbe averlo e anche esprimerlo in modo dialettico rispettando nel momento della decisione tale autonomia palestinese che per me è sacra.

Dal sito Polvere da sparo
Dai giovani palestinesi, contro uno Stato palestinese come quello proposto: PER IL DIRITTO AL RITORNO E LA LIBERAZIONE
18 settembre 2011
Contrari a questo ridicolo riconoscimento dello Stato Palestinese che a breve sbarcherà alle Nazioni Uniti, i giovani palestinesi chiedono a gran voce la fine dell’occupazione, il ritorno dei profughi, chiedono di dimenticare la parola Nakba, di mutarla con Hurriyya (libertà).

NOI, DEL MOVIMENTO GIOVANILE PALESTINESE (PYM), SIAMO FERMAMENTE CONTRARI ALLA PROPOSTA DI RICONOSCIMENTO DI UNO STATO PALESTINESE BASATO SUI CONFINI DEL 1967 CHE DEVE ESSERE PRESENTATA ALLE NAZIONI UNITE QUESTO SETTEMBRE DA PARTE DELLA LEADERSHIP PALESTINESE UFFICIALE.

manifesto del Fronte popolare, sul diritto al ritorno!

Un manifesto del Fronte popolare, sul diritto al ritorno!

NOI CREDIAMO E AFFERMIAMO CHE LA DICHIARAZIONE DELLA STATALITA’ VUOLE ESSERE SOLO IL COMPLETAMENTO DEL PROCESSO DI NORMALIZZAZIONE, CHE INIZIO’ CON I PROBLEMATICI ACCORDI DI PACE.

L’INIZIATIVA NON RICONOSCE IL FATTO CHE NEL NOSTRO PAESE LE PERSONE CONTINUANO A VIVERE IN UN REGIME COLONIALE BASATO SULLA PULIZIA ETNICA DELLA NOSTRA TERRA, SULLA SUBORDINAZIONE E SULLO SFRUTTAMENTO DELLA NOSTRA GENTE.

Questa dichiarazione serve come meccanismo per salvaguardare il falso quadro del processo di pace e depoliticizzare la lotta per la Palestina rimuovendo la lotta dal suo contesto storico coloniale. I tentativi di imporre una falsa pace con la normalizzazione del regime coloniale ha solo portato a cedere quantità crescenti della nostra terra, i diritti del nostro popolo e le nostre aspirazioni, delegittimando ed emarginando la lotta del nostro popolo, rendendo sempre più intensa la frammentazione e la divisione tra la nostra gente.
Questa dichiarazione mette in pericolo i diritti e le aspirazioni di oltre due terzi delle persone palestinesi che vivono come rifugiati in esilio in altri paesi, che dalla Nakba del 1948 (Catastrofe) aspettano per tornare alle loro case da cui sono state sfollate.
Si compromette così anche la posizione dei/delle palestinesi che risiedono nei territori occupati nel 1948, che continuano a resistere dall’interno quotidianamente contro la pulizia etnica e le pratiche razziali del regime coloniale. Inoltre, rafforza e potenzia i/le palestinesi e i partner arabi ad agire come i portinai dell’occupazione e della colonizzazione nella regione, all’interno di un quadro neo-coloniale.
Manifesto palestineseIl fondamento di questo processo serve niente di più che ad assicurare la continuità dei negoziati, la normalizzazione economica e sociale e la cooperazione per la sicurezza. La dichiarazione dello Stato solidificherà solo falsi confini su un frammento della storica Palestina e continua a non affrontare le questioni fondamentali: Gerusalemme, gli insediamenti, i/le rifugiati/e, i/le prigionieri/e politici/che, l’occupazione, le frontiere e il controllo delle risorse. Crediamo che una tale dichiarazione di Stato non garantisce né promuovere la giustizia e la libertà per i/le palestinesi, il che significa di per sé che non ci sarà pace duratura nella regione.
Inoltre, l’iniziativa di dichiarazione di uno Stato viene presentata alle Nazioni Unite da una leadership palestinese che è illegittima e che non è stata eletta per essere in grado di rappresentare la popolazione palestinese nella sua totalità, attraverso tutti i mezzi democratici per la sua gente. Questa proposta è un prodotto politico progettato da loro per nascondersi dietro la l’incapacità di rappresentare i bisogni e i desideri della propria popolazione. Affermando di compiere la volontà palestinese di autodeterminazione, questa leadership sta abusando e sfruttando la resistenza e i sacrifici del popolo palestinese, in particolare  dei nostri fratelli e sorelle a Gaza, dirottando inoltre la base di lavoro di solidarietà internazionale, come il  Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni e gli sforzi e le iniziative della flottiglia. Questa proposta serve solo a sperperare tutti gli sforzi fatti per isolare il regime coloniale e renderlo responsabile.
Se la proposta per il riconoscimento statale è stata accettata o no, chiediamo ai/alle palestinesi all’interno del nostro paese sotto occupazione e in paesi di rifugio e di esilio, a mantenere l’impegno e la convinzione della dignità della nostra lotta e, ispirati dai loro diritti e responsabilità, a difenderla.
Facciamo appello al popolo libero del mondo e agli/alle alleati/e della popolazione palestinese, di praticare veramente la solidarietà con i/le palestinesi in una lotta anti-coloniale, quindi di non prendere una posizione sulla dichiarazione dello Stato, ma piuttosto di continuare a ritenere Israele responsabile per mezzo del Boicottaggio in tutte le forme economiche, accademiche e culturali, del Disinvestimento e delle Sanzioni.
Fino al Ritorno e alla Liberazione
International Central Council
Palestinian Youth Movement

RINGRAZIO IL SITO FREEPALESTINE.NOBLOGS.ORG PER LA TRADUZIONE E DIFFUSIONE DI QUESTO TESTO, SECONDO ME IMPORTANTISSIMO.

PER CHI VOLESSE LEGGERLO IN LINGUA ORIGINALE O IN INGLESE ECCO I LINK: arabicenglish

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Logo della Freedom Flotilla 2In verità questo non è un vero post. Qui voglio solo riproporre integralmente una nota dalla pagina Facebook We are all on the Freedom Flotilla 2Sul diritto al ritorno che, secondo alcuni, sarebbe messo in pericolo”; proprio questo è il titolo della nota. Ci tengo vista l’importanza del problema e perché riporta il parere di un persona che io stimo molto: Josef Salman, medico-chirurgo, esponente della Mezzaluna rossa in Italia (la Croce Rossa palestinese). Non sta a me prendere chiaramente posizione anche in rispetto alla autodeterminazione che ogni popolo dovrebbe poter esercitare. Il confronto di idee e progetto dovrebbe essere tutto palestinese, certo ognuno di noi si può e si dovrebbe fare una propria opinione a riguardo.

 «Visto che si stanno moltiplicando gli interventi contrari al riconoscimento dello Stato di Palestina, con la motivazione che il diritto al ritorno ne sarebbe compromesso, posto qui il commento di un nostro membro palestinese che spiega molto bene (anche più degli esperti che abbiamo portati a sostegno della tesi contraria) perché ciò non sia vero.

Josef Salman
Come può essere un palestinese o un amico dei palestinesi, ad essere contrario allo Stato di Palestina? Da quando sono nato io e mio padre prima di me che sento parlare, che i palestinesi lottano per creare ed avere un loro Stato. Al Fatah (e il movimento di liberazione contemporaneo, l’OLP, l’ANP…) è nata nel 1958 per creare uno Stato libero e DEMOCRATICO in Palestina, dove ebrei, cristiani e musulmani possono vivere insieme con uguali diritti e con uguali doveri. Anche Arafat nel 1974 ha rinnovato la richiesta del SOGNO palestinese. Purtroppo la richiesta è stata respinta da Israele e tutti i suoi protettori ed alleati. Lo Stato di Palestina per me significa: – la fine della maledetta brutale e disumana OCCUPAZIONE ISRAELIANA alla terra di Palestina, – il riconoscimento dei legittimi diritti del popolo palestinese alla libertà, alla giustizia e alla pace, – l’applicazione e il rispetto delle risoluzioni dell’ONU e della legalità internazionale. I miei connazionali hanno sbagliato completamente analisi e obiettivo e quando la tua analisi e il tuo obiettivo è lo stesso quello del tuo nemico, ti devi fermare a riflettere, a ragionare e a CAMBIARE rotta. Il RICONOSCIMENTO dello Stato di Palestina da parte dell’ONU (riconosciuto ufficialmente già da 126 paesi nel mondo) non è l’arrivo e la fine, ma è l’inizio di una nuova fase della lunga e complessa lotta del popolo palestinese. Il Riconoscimento dello Stato è l’applicazione di una risoluzione ONU di 63 anni fa, la n.181 del 29/11/1947. Il diritto al RITORNO è un’altra risoluzione è la n.194, che non è legata e completamente separata. Nessuno al mondo può toccare, modificare o annullare il diritto dei palestinesi al ritorno alle loro case e alle loro terre da dove sono stati cacciati (al massimo discutere l’applicazione, ma non il principio del diritto…). E’ un DIRITTO SACROSANTO. I miei cari connazionali imparate a lottare e la A; B; C della Politica, se no? si continua a parlare solo ed avere solo sconfitte, ciò che non ci serve, siamo un movimento di grande e lunga esperienza, abbiamo la forza, la capacità e la DIGNITA’, insieme a discutere e a correggere il tiro. E’ l’OCCUPAZIONE che sta all’origine dei nostri mali. Non riconoscere lo Stato di Palestina ora, vuol dire solo la continuazione dell’OCCUPAZIONE, della distruzione, della sofferenza e della morte palestinese, vuol dire non poter mai denunciare, arrestare, processare e far condannare i criminali sionisti eroi dei crimini di Sabra e Shatila, Jenin, Hebron, Gaza… Buona lotta a tutti per una Palestina libera, laica e democratica, RESTIAMO UMANI…»

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La mia Franca, ritratto il giorno dei suoi 17anniEccola un’altra di quelle canzoni che senza una vera ragione mi ha sempre frugato dentro e fatto pensare a te. Questa vecchia maledetta canzone del ‘65 mi ha perseguitato; canzone per un amore sfortunato, come lo era allora. Certo a differenza la notte non ho mai pensato a maledirti ma spesso mi ha accompagnato ad aspettare l’alba. E continuavo a vedere la tua figura di spalle che si allontanava. Non ti giravi mai a guardarti indietro. Ora, oggi, amo anche quei ricordi che mi hanno regalato la forza di mantenere il tuo ricordo. Oggi che posso ballarla e piangerla abbracciato a te. Ancora per te e per tutte le donne e per tutti quelli che amano. Anche un amore sfortunato è pur sempre un grande regalo, meglio che non amare. Comunque ora che non ho più alcun dubbio che ho amato per tutta la vita quella ragazza della foto. Che era “PER SEMPRE”. Ora fa meno male. Per te e per tutte le donne e per gli innamorati… E allora te lo dico una volta ancora quanto… TI AMO.
Se il giorno posso non pensarti
la notte maledico te
e quando infine spunta l’alba
c’è solo vuoto intorno a me

La notte tu mi appari immensa
invano tento di afferrarti
ma ti diverti a tormentarmi
la notte tu mi fai impazzire

La notte
Mi fa impazzir mi fa impazzir

E la tua voce fende il buio
dove cercarti non lo so
ti vedo e torna la speranza
ti voglio tanto bene ancora

Per un istante riappari
mi chiami e mi tendi le mani
ma il mio sangue si fa ghiaccio
quando ridendo ti allontani

La notte
Mi fa impazzir mi fa impazzir

Il giorno splende in piena pace
e la tua immagine scompare
felice tu ritrovi l’altro
quell’altro che mi fa impazzire

La notte
Mi fa impazzir
mi fa impazzir
mi fa impazzir

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Io l’avevo detto subito. A dire il vero il titolo per esteso dovrebbe essere Se un giorno un blog. In fondo il bambino che gioca non ha altra colpa che l’esserci lasciato fascinare. Nemmeno quello, il bambino, che sopravvive in me. E il titolo richiama un romanzo; un romanzo come scatole cinesi¹. E’ l’immagine che mi detta e che mi sembra più adatta. Ma è pur sempre un romanzo. Prosa. Parole. Rumori. E allora “Venghino, siori venghino, alla grande fiera”. C’è chi parte. La maggioranza arriva. Stazione affollata. Stagione sempre puttana.
Non c’è un modello. C’è chi lo apre, il suo blogghino, per noia, chi con presunzione, chi per solitudine, chi par stare alla moda: lo fanno gli amici, chi per dire cose importanti, chi credendo di dirle importanti, chi per cambiare il mondo, chi solo per capirlo; e poi tanti altri. Per fortuna, a volte, un post, serve anche per testimoniare, per militare, per denunciare. Cioè la colpa non è mai dell’oggetto ma dell’uso che se ne fa. Non sono qui per questo. Non sono un giudice. Son tutte belle le maschere, persino quando mostrano la carne nuda.
In realtà volevo solo colpire “certe” presunzioni del momento o di sempre. Perché mi sembrava buffo. E poi non avevo voglia di scrivere. Volevo lasciare le idee a riposare. Certo non credevo ne nascesse discussione. Ma il non credere non giustifica né emenda. E ci rimpalliamo. Ifigenia mi segnala un bel post sull’argomento. Ross lo richiama nel suo blog. Martina denuda la nudità virtuale e cerca il bello nel bello del blog. Siamo già una piccola comunità. Non che sia qui, certamente, ma… E’ così che si nascondono gli assassini poeti, spesso pessimi poeti ma ottimi assassini; e la grettezza che a volte si cela dietro una maschera di perbenismo e di nobiltà d’animo. Ma anche nella celia. Nemmeno la rete è il paradiso. E io sono agnostico.
L’avevo detto prima ancora di cominciare: è solo un blog. Era un giorno d’aprile quel giorno. Il 30 aprile dell’ormai lontano 2008. Non che non ne fossi cosciente: collaboravo allora con un amico. Poi… non è il caso di parlarne. Ancora oggi mi risulterebbe più semplice dire quello che non è. Non cercavo un ventre materno dove nascondermi nel tepore; non era per alcun timore. Non avevo il bisogno di dar aria alla mia voce. Non cercavo incontri. Lì, tra le macerie, ci stavo bene. Beh! non proprio bene ma ci stavo. Mi ci ero abituato. Anzi rassegnato. A ripeterlo me ne sono annoiato.
Il blog è un meccanismo infernale, ti trascina nel suo chiacchiericcio, fino a scrivere a me stesso, o a scrivere per non scrivere. Proprio come nel post a cui faccio riferimento. La rete ti prende. Giochi a rimpiattino. Magari è anche perché non ami i no. Non ti riesce di nasconderti. Nemmeno quando hai voglia di silenzio. Magari ti dici “ci vediamo su Facebook”. Sei una bestia ma una bestia sociale. Io ho iniziato perché volevo solo essere d’aiuto ad una cara e bravissima amica blogger. Non so se mi posso definire un blogger. So che me la sono cercata. A propositi della Cara è soprattutto femminile il bisogno di cambiare spesso abito.
Per tornare a me spesso licenzio scritti che nemmeno mi piacciono, e lo faccio con soddisfazione. Scrivo quasi con dispetto. Raramente mi prendo sul serio. Non anatemo. Per questo e molto altro non mi dico “Cazzo se sono bravo”; non è per questo ed è l’ultima cosa ad interessarmi. Non lo sono e la mia presunzione non è così vasta, né la mia libido così esigente. Poi questo imbroglio e questo labirinto di post. Non è valido. E’ un colpo basso. E’ un imbroglio. Mi seguite? siete matti. Perdonate la digressione ma ricordate che “I matti non hanno il cuore o se ce l’hanno è sprecato”².
Perché non potrei anch’io voler essere “splendido”? Ad esempio il 23 ero alto, biondo, con occhi verdi (ma quelli li ho) e molto ma molto affascinante. Storia complicata la nostra, quel giorno. Soprattutto non avevo nessun dolore perché avevo ventiquattro anni. Non vi dico le avventure che mi sono successe. Degli altri sapete. Il 19 ero un partigiano. Nemmeno lo ricordo quando fui furbo. Ho amato amori mai nati. E donne non esistite. E persino una vera. E simpatizzato con tutti. Senza pietà. Ho ammazzato. Non ho mai avuto paura.
Potrei essere qualunque cosa. E oggi somiglio più di sempre a quel Quasimodo. Nella realtà sono di quelli che avevano vent’anni nel 68. Scorza dura e non un ex. Scusate, anzi no, va di moda: qui non siamo che avatar. L’avevo detto prima ancora di cominciare. Certo dovevo saperlo. Solo uno stolto poteva fingere. Dovevo capire come sarebbe finita. Eppure “s’io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto”³. Eppure anche a me, non lo nego, piace far casino. Poi capita che ci si conosce. No! non è del tutto vero. Non è quel “Finalmente!” che dice Ross. Ecco dove volevo finire. Si incontra la persona, non il blogger. Il blogger resta nella sua schermata. Inchiodato. Fotografato per sempre. Come in una immagine funeraria. Lui non è di carne ma di parole. Non è reale. Io non lo sono, con pace di tutti, me compreso. E se volete parlarne seriamente dovremmo rimandare tutto a quando ho un attimo serio. L’ultima volta è stato un immane casino. Ma questa è una storia di baracche e di occupazioni e non. E per quelli come me non viene mai la voglia di rinunciare, anche poco dopo ogni ultima sconfitta.


1] Italo Calvino: Se una notte d’inverno un viaggiatore
2] Francesco De Gregori: I matti
3] Francesco Guccini: L’avvelenata

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Ne aveva visti di novembre. Lui aveva pazienza. Certo è facile aspettare finché non si sa. Ormai sapeva. Come sapeva che nessuno è solo vittima o solo carnefice. Ma, nella sua lotta, il morbo era almeno contenuto.
Gli era vicino. Non gli poteva più sfuggire. Quei topi scorazzavano per la città. Minacciavano pestilenze. Denunciavano che lui, appunto, non era lontano. Non lo vedeva ma cominciava ad odorare la sua presenza. Non lo aspettava con un paletto di frassino per il suo cuore. L’essere non poteva avere cuore. Quelle erano solo bubbole. Erano fantasie. Doveva affrontarlo con le sue mani nude. Strappargli quella sua arroganza. Si era alimentato delle altrui paure e debolezze. La sua unica forza era quella sua stupida vanità. Non lo avrebbe difeso. In fondo aveva solo continuato a scappare. In fondo l’aveva sempre temuto. Se c’era una cosa giusta da fare era inchiodarlo alle sue responsabilità. Liberarlo dall’ipocrisia. Mostrare al mondo la sua maschera. Dare una speranza al mondo. Anche se sapeva bene che non era l’ultimo mostro.
Lentamente, molto lentamente, ma si stava avvicinando; inesorabilmente. Ed era ancora novembre, quel novembre; naturalmente un novembre veneziano. La malinconia di questa città sospesa per sempre tra realtà e sogno. Le barche a scivolare e a confondersi nell’aria. Quella nebbia che sbiadisce i contorni e rende tutto evanescente. La laguna che sale e si fa respiro mescolandosi nelle labbra della gente; ingobbita. Strano rapporto della città con quel suo mare (se mare si può chiamare quello specchio d’acqua senza profondità). I remi accarezzano la superficie, come per rispetto. Lambiscono gentili gli scalmi. Si provi pure a guardarli. La barca è sospinta ma è come si muovesse da se. Quel legno non affonda mai oltre le onde più superficiali. E quelle onde vanno poi a vellicare le rive con una morbida carezza. Nessuno ha fretta e lui non aveva fretta. Non poteva aver fretta. La sua attesa era stata tanto lunga da insegnargli la pazienza. Non aveva più nulla da perdere, tranne quella promessa fatta soprattutto a sè. E davanti a dio e all’umanità. Davanti alla ragione. In realtà era in quest’ultima fede che lui credeva fermamente, e in nient’altro. Perché si fosse trattato solo di sè forse avrebbe ritrovato facilmente la pace. Avrebbe anche potuto perdonare il tradimento. Sarebbe entrato in una chiesa sconsacrata e avrebbe aspettato quel tetro sonno, il freddo, il completo riposo. Era stanco di quel vagare ma non poteva ancora fermarsi. E poi aveva scoperto, solo recentemente, che come una nuova vita qualcosa aveva ricominciato a scorrergli dentro. Nuove forze. Anche se la sua era una promessa formulata tardi. Solo quando aveva saputo; capito.
Perché lei aveva taciuto. Pagato e taciuto. Pagato per aver creduto. Pagato il prezzo immane della sua fiducia; per una promessa. Quale? Nessuna notte, per quanto cieca di stelle, lo può dire. Era di quello il sonno che la disturbava. Era donna. Non si chiedeva. Sapeva solo di dover pagare. Come sempre colpevole, come lo sanno essere le donne. Che a pensarci c’è da non crederci. Fosse solo per il suo essere donna. Eppure era ancora solo una ragazza, allora. O semplicemente quasi una ragazza. Non aveva ancora nessun appuntamento. E aveva troppa fiducia negli occhi. Allora quando lui aveva affondato i denti, assaggiato il sapore del sangue. Con la crudeltà di chi per vivere ha bisogno del dolore. Così quella malia era durata fin troppo o fin troppo poco, ed era finita. La malattia le era rimasta dentro, nel sangue. La maledizione del mostro l’aveva perseguita. Nel dubbio era stato più facile non crederlo. Ma lui era il male; ghignante. E si credeva padrone della terra e del mare. Gridava il suo orgoglio, come fosse invincibile; e forse credeva di esserlo. La bestia gli gonfiava il petto. Sfidava il vento e la pioggia. Questo solo nelle immagini di chi ne racconta la memoria, ma lui credeva veramente di poterlo fare. Il suo fiato sapeva di putredine. E si portava il male dentro cercando di ignorare che era destinato a rimanere solo.
E dire che lui, il cacciatore, aveva provato sempre pietà e compassione per quella figura e per le altre simili e maledette. Non era più così, non con lui. Il male che aveva lasciato non poteva essere dimenticato. Da quando i topi erano scesi dai legni per invadere e ammorbare le via della città niente era rimasto come prima. Le carni si erano gonfiate e poi avvizzite. Il vampiro non può essere che vampiro ed è figura della maledizione altrui, ma nemmeno questo lo perdonava. Il suo passo senza suono e senza ombra era stato lo sofferenza per gli altri. Il cacciatore sapeva, lui che era anche stato preda e sapeva, che la storia aveva da finire. Ricordava le parole di lei e quel suo sguardo. C’era tutto il dolore nei suoi occhi, persino quello che non aveva saputo riconoscere. Violento come può esserlo un amore. Anche questo l’aveva aiutata a confondersi. Lei quando lo guardava non riusciva a reggere il suo sguardo. I suoi occhi si abbassavano. E lui non poteva vederla. Guardava lo scempio delle carni di lei. Ed ogni carezza gli dava dolore. Anche per quello non poteva perdonare. Certo, lei sapeva. Nemmeno quella conoscenza lo perdonava. Non perdonava nessuno. Tanto meno lui.
Avrebbe voluto abbandonarsi solo a quella tenerezza. Non poteva. La caccia non sarebbe finita. Nemmeno poteva permettersi una pausa, per quanto stanco fosse. Stanco e invecchiato. Avrebbe eppure voluto poter dimenticare. Invece era tutto ancora così chiaro e nitido. Lo maledì. C’era quella nuova vecchia promessa. L’incapacità di dimenticare. C’era ancora tutto quello che c’era stato. E l’immagine della stanza vuota quando era rientrato. La sua fiducia tradita scoperta troppo tardi. La violenza dell’immagine di lei e di quelle parole. La lotta di quella donna che non aveva mai smesso di amare per essere se stessa. La lotta per dimenticare. Ferite che non potevano rimarginarsi come quelle inferte a carni bambine; di donna prima di essere donna. “Rimettiti le mutande, –le aveva detto– non hai un perdono da piangere.” –sorprendendo se stesso dalla violenza delle sue stesse parole. Persino quel mutande al posto di “mutandine” gli sembrava assurdo e inutilmente violento. Ma lui doveva andare. Sapeva che ormai era vicino. Sentiva quell’odore di vecchio e di morte che lo accompagnava. Quella vita di ombre che si nutriva di non vita. Non c’era nessuno specchio in cui il mostro potesse riflettersi tranne la grande arroganza della bestia.

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raccontiPerché parlare a mazzo? Lui era Giuseppe. Un nome qualunque; se vogliamo. Conosceva il suo dolore. Conosceva l’immenso dolore del suo dolore. E quel gusto di dirselo. E di pensarlo. Quel pensiero non gli lasciava scampo. Non avrebbe voluto ma non aveva alternativa. Cercò di salutare le cose e quasi gli venne da piangere. Non per le cose. Non gli era, in realtà, difficile staccarsene. Era qualcosa che non riusciva ad esprimere. Forse la desuetudine a non combattere. Forse la stanchezza che nel tempo l’aveva infiacchito. In fondo lui era suo. Se lo ripeteva. Era come se non lo fosse. Non aveva voluto parlarne con Marilisa. Sapeva che nemmeno lei l’avrebbe capito. In verità aveva provato. Subito aveva desistito. L’aveva pregata di rimboccargli le coperte. Eppure avrebbe voluto stringerla a sé. Abbracciarla ancora una volta. L’aveva pregata di raderlo appena gli era andata vicina. Voleva essere in ordine. Anche il cielo fuori era grigio come fosse imbronciato. D’un tratto gli parve annoiato. Lei gli fece la stessa domanda che gli ripeteva ormai da mesi. Lui non poteva avere altra risposta. Tutti avevano voluto decidere tutto della sua vita e anche allora pretendevano di cibarsi del suo dolore, per la loro pietà.

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