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Posts Tagged ‘sogni’

Non l’avevo capito al primo istante. E’ stato solo dopo. Ed è stato un colpo. Mai credere quando parlano i politici. O aspettarsi che capiscano, da loro. Eppure mi sentivo così sicuro di me, orgoglioso, trionfante. Povero illuso; quando nel mondo non c’è saggezza.
Avevo preso sottobraccio il mio album, prova provata, ed ero andato diritto all’ufficio competente: “Varie, eventuali, passato e presente”. Ero l’unico in tutta l’Italia a potersi vantare di possedere la raccolta completa. Forse avevo sottovalutato il problema. Forse non mi ero ancora scontrato a sufficienza con il guazzabuglio e il labirinto della burocrazia e delle stanze e meandri del potere. Allora sono andato più in alto. Eppure eccola lì, al suo posto, la figurina maledetta.
Sono andato anche diritto dal signor sindaco. Buono quello. Sì! insomma dal Palmiro Pavirazzi. Per incazzarmi mi incazzo, e di brutto. Gli dico: “Palmiro… ostia, così non si fa”. Lo lusingo: “La vuoi vedere”? Poi cerco di ingraziarmelo, vado con le buone: “Signor sindaco, –come se da ragazzi non avessimo rubato i fichi dall’albero del Trevisan insieme, e non avessimo contemporaneamente corteggiato, tutti e due, l’Elpidia. Sì! poi a me l’Elpidia ha dato il due di picche, mentre a lui gli ha dato la soddisfazione, e tutta, e non era ancora nessuno, era solo uno spiantato come me. Ma questo non conta. Non cambia le cose. Se ne sono sempre raccontate di crude e di cotte e di ricucinate su quella donna. Noi si credeva di andare sul liscio; con lei. Solo io sono andato un accidenti. Probabilmente l’unico a cui ha mai detto di no. Bruttina lo è sempre stata. Ma con lui siamo rimasti in confidenza– non è giusto”.
Perché fai così”?
Io non faccio così. Come facevo a sapere che non mi convocavano nemmeno”?
Conta di più il calcio”?
Il calcio è il calcio. Non fare così. Cerca di capire. Proprio non posso”.
C’era voluta tutta la mia pazienza, la mia arte, un bel po’ di astuzia e anche di spiccioli. Quando voglio una cosa io non sono uno che molla l’osso facilmente. Era il lavoro di una vita. Si era sempre saputo che la Panini di certi ne stampava un numero limitato. Si spandevano tesori in cerca di quelli per completare la raccolta. Per un colpo di fortuna a me era costata solo dieci Stivanello, un Nils-Åke Sandell, parliamo della mitica S.p.a.l. del 56-57, e due Lojacono. Quello, Mainardo, si era creduto furbo, più furbo d’una faina; povero sciocco. Quell’anno era l’anno dell’asso della Fiorentina. Lo avevo sgamato subito. Pochissimi ne avevano stampati e di quei pochi molti erano spariti, qualcuno inopinatamente, succede, gettato in un qualche bidone o in qualche soffitta, che poi nelle varie pulizie e riordini l’aveva visto scomparire, alcuni, rovinati dall’uso nei giochi, avevano perso valore, altri, che ne so, magari emigrati all’estero, semplicemente persi.
Lo ricordo bene. Spuntavo, spuntavo nel mio foglietto. Strappavo bustine e di quella figurina non trovavo traccia. Anche di Bergamaschi ne erano stati stampati pochi, succedeva spesso con qualcuno del Milan, ma di quei pochi ne erano sopravvissuti alcuni, almeno una dozzina. Di Montuori ne era rimasto uno, unico e indivisibile. Lì per lì mi era sembrato impossibile. Invece era vero. Grazie alla mia intraprendenza e alla mia costanza ero proprio l’unico; il solo. Ero andato anche in eBay. Era proprio la sola. Non ne avevo dubbi. Nessuno mi poteva smentire. Il suo valore era salito alle stelle. Ho provato a metterla all’asta solo per curiosità. Circolavano persone disposte a tutto pur di avere quella figurina.
Uno, in cambio, aveva offerto tutta la sua collezione di bustine di tè. Una macchina del caffè elettrica e un triciclo vecchio. Uno aveva offerto la sua automobile di seconda mano, cioè la seconda macchina, cioè l’utilitaria che usava la figlia. Uno mi aveva chiesto solo “quanto? –dicendosi disponibile– Io il venti percento in più”. Alla fine dice: “Fai il prezzo e io stacco l’assegno”. Uno era arrivato ad offrire la moglie allegando la foto. Gran bella donna; la moglie. Mora. Se era sua moglie. Lui ne dava ogni garanzia, con tanto di stato famiglia. Naturalmente per “tutta una notte”, ma mi sembrava disponibile al rilancio. Probabilmente avrei potuto spuntare anche tutta una settimana. Ed era pronto a metterci sopra tutte le spese: viaggio, pranzi e cene, pensione, mance e extra vari. Erano come tutti impazziti. Ma la figurina, e l’intera raccolta, per me, non avevano prezzo. Avevano un valore più grande, un valore sentimentale. E poi ero ancora sicuro che sarebbero state la mia porta per la gloria.
Non vorrei aggiungere che poi, Miguel Ángel, era arrivato fino alla nazionale. Non è avventato perciò affermare che mi ero illuso, con buona ragione, che mi avrebbero aggiungo alla lista dei cittadini illustri. Ne ero certo. E posso dire di aver fatto tutto il possibile per vedere lì il mio di nome. Sul marmo. In municipio. Sotto quello del nostro concittadino che in tutto un autunno aveva trovato il secondo porcino più grosso di tutto il Montello, il Vivarini. Invece hanno inciso il nome di Ivan Scampi, solo perché aveva dedicato un libro al suo cane. Credo non ci sia proprio più giustizia in questo paese.

NdA ho lavorato tanto a cercare questo racconto, faticosamente. Avrebbe potuto essere diverso, ma avrebbe dovuto scriverlo un altro.

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Era da un po’ con non lo vedevo. Avevo letto il suo messaggio; ero di fretta. Poi mi cadde lo sguardo su quel necrologio. Perché avesse mosso la mia curiosità non lo so? Forse per l’età? Forse perché non lo facevo tipo? Forse perché era la prima persona vicina che mi veniva a mancare. Forse per quelle cose che ti ruminano dentro e non sai spiegare? Nessuno degli amici ne sapeva molto. Alcuni evitavano persino di parlarne. Alla fine ho saputo quella che pareva essere la verità: si era tolto la vita. Continuavo a chiedermi perché senza trovare una sola risposta. L’ultima volta sembrava un uomo felice. Tutto preso dalla sua nuova storia. L’ultima cosa che ricordavo era un brindisi.
Ci ripensai più volte prima di decidermi. Tutti i pretesti che mi ero inventato mi sembravano banali. Alla fine conclusi solo di andare. Mi vestii alla bisogna, come si conviene per una visita di cortesia. Rispolverai cioè la mia giacca e una vecchia cravatta che mi ero fatta prestare scordandomi di restituirla. Sembravo un liceale alla presentazione alla famiglia. Pettinato con attenzione. Mi sentivo ridicolo. Ero così anonimo. Così uguale a tante foto ricordo e alle immagini per i documenti. Sarei andato anche per un funerale, o un matrimonio. Mi sono ricordato che non si deve mai lasciare a casa la maschera. Mi accompagnai ancora con tutti i miei dubbi. Vincendo quell’insolita resistenza. Non mi capita mai di interessarmi agli affari degli altri. Avevo preferito non informare della mia visita. Riflettei se era il caso di presentarmi con dei fiori ma convenni che non lo era. Passai anche diritto davanti alla pasticceria. Non avevo il minimo sospetto di cosa aspettarmi.
Cercai nel marmo la targhetta d’ottone: avv. Sereni. Mi annunciai al video-citofono: “Sono un amico di Lorenzo”. Dopo un lungo attimo un suono secco mi avvisò che era aperto il portone. La voce all’apparecchio, un po’ meccanica, mi indicò il piano. Preferii salire con l’ascensore. Mi aspettava all’ingresso. Allontanò rapidamente un interrogativo. Rinnegò quell’impaccio che ci vedeva in piedi a guardarci, a studiarci. Mi invitò ad entrare con un sorriso cortese e un gesto della mano: “Prego”. Mi sentii di accedere in un altro mondo, di invadere uno spazio confidenziale. Mi pentii della mia decisione, ma non potevo scappare. Provai un senso di vigliaccheria e di mascalzonaggine. L’aria era immobile e inodore. Priva di suoni. Così le nostre voci tintinnavano nel vuoto. La sua mi sembrò al primo istante caramellosa. Carica di ricercata ma forzata cortesia.
Mi porse la mano: “Possiamo darci del tu? vero. Non ti da fastidio”? Le sue dita si abbandonarono tra le mie, fragili. Le stringi delicatamente come per paura di romperle. Il suo sguardo diretto moltiplicava la mia inadeguatezza: “Maddalena, giusto”? Di lei avevo saputo quasi solo il nome. Dall’inizio della loro storia ci eravamo visti sempre meno. Avevo letto la sua soddisfazione dagli occhi e da piccoli segnali. Per varie ragioni non si era mai soffermato troppo su lei. A quel tempo non aveva destato la mia curiosità. Ero solo contento per lui. Poi la tragica notizia. E quel qualcosa che non si incastrava. Le disgrazie succedono, ma lui non era tipo da cercarle o costruirle. Ed era un tipo innamorato.
Non sembrava né sorpresa né confusa. “Scusami. Non aspettavo visite”. Solo avvicinandosi aveva un sapore agro-dolce. Camminava su quei tacchi con diligente perizia e i tappeti occultavano i suoni dei passi. Mi faceva strada. La seguivo da presso. A rifletterci quegli spazi promettevano una percezione di angoscia. L’individuo si sentiva perso. Piccolo. E le voci trascinavano con sé un tenue eco. Pareva mancare il senso delle proporzioni. E tutto sembrava fin troppo in ordine. Lei stessa lo era. Si accomodò su un ampio divano e mi fece accomodare davanti a lei. Sprofondai in una inaspettata comodità. Non avevo la più pallida idea da dove potevo cominciare. Non avevo nemmeno sospetti, solo un senso di malessere; confuso. E lei era donna da destare curiosità. Nemmeno seppi afferrarne il motivo.
Ti scoccia se restiamo qui”? Sembrava stesse aspettandomi. O forse aspettava qualcun altro. Il tè era ancora caldo: “Limone, vero”? Lo versò e aggiunse i due cucchiaini di zucchero, proprio come piace a me. Sorrise. Lo mescolò lentamente guardandomi negli occhi. Mi porse la tazzina. La tazzina oscillò sul piattino. Lei lo prese con il latte. Facendo attenzione a non lasciare tracce di rossetto. In quel preciso momento squillò il cellulare. Controllò il numero, mi chiese scusa e uscì dalla stanza per rispondere alla chiamata. Al ritorno spense il telefonino davanti a me spazientita con un gesto marcato a mio beneficio: “Non voglio che ci disturbino”. Poi lo appoggiò sul tavolino. Riprese il suo tè. Lo portò nuovamente alle labbra con attenzione, senza distogliere gli occhi. Ne ricavò una smorfia schifata e tornò a posare la tazzina. Probabilmente nel frattempo s’era freddato. “Allora… cosa volevi sapere”?
Ebbi la netta sensazione che lo sapesse. E non c’era nessun mistero. Nulla da scoprire. “Cerco notizie di un amico”. La cosa mi appariva ancora così… inverosimile. Mi accorsi che di tanto in tanto frugalmente si controllava nello specchio che avevo alle mie spalle. Quando lo faceva ne usciva perlopiù soddisfatta di sé. Piccole cose che non sfuggivano alla mia attenzione. Ancora non riuscivo a inquadrare quella donna. E non mi sembrava la donna adatta per lui. Qualcosa strideva. Non era come me l’ero aspettata. Non avvertivo veri sentimenti. Cercai di rompere quel mieloso incanto. Ero andato per quello: “Lorenzo aveva idee a modo suo, ma non era cattivo. Un po’ così. Da artista. Ma lui era un artista”.
La cosa più incredibile era che s’era trasformato tutto in bianco e nero. Lo realizzai solo in quel momento. I colori erano sfumati lentamente, s’erano dissolti. Tutto come un vecchio film. Con una fotografia curata. Con i dettagli eppure nitidi. Ma era come insapore. Mi sentivo finto. E la sentivo finta. Eravamo la schermaglia attenta di due persone che si esplorano. Che si cercano senza avere un vero desiderio di conoscersi. Distaccate quel tanto che basta per restarsi estranee. Diffidenti. Almeno io lo ero. E quella casa era piena di domande a cui non sapevo rispondere. Pensai alle cose più improbabili per rompere e superare quella patina di distacco. Per scuotere quella presunta saggezza. Quel finto buonsenso. L’aria da persona per bene. La sua attenzione per non provocare vere reazioni. Veri sentimenti. Impulsi. Tutto quello faceva sembrare normale l’assenza di colore. Lei riusciva a controllare ogni minimo particolare. Era solo la copertina di una rivista patinata: “Per lui sembrava tutto così importante. Ma se ci pensi”.
Restai sorpreso quando aggiunse che non aveva lasciato niente. Era un tipo sempre in preda delle sue fantasie. Un tipo estremamente creativo. Non riuscivo a crederci. Non me lo raffiguravo con le mani in mano. Ad ogni incontro non riusciva a trattenere l’entusiasmo per il nuovo suo ultimo progetto. Mi riempiva di parole e di eccitazione, persino di frenesia. Ed era curioso di tutto. La osservai attentamente senza capire. Non la sentii quando mi disse che non aveva spiegazioni. Ricordo solo che non mi parve disperata; nemmeno dispiaciuta. Era solo una sensazione. Mi sembrava passato troppo poco tempo perché fosse già tornata così padrona di sé. E la sua cortesia rasentava quasi il corteggiamento. O almeno la disponibilità al corteggiamento. Ma forse son sempre stato un briciolo moralista. “Se mi posso permettere, io penso che non si possa pretendere di più. Il problema è nel sapere accettarsi. Nell’essere quello che siamo”. Certamente sbagliavo tutto. E lei senz’altro non se lo meritava. Eppure non percepivo distinti sentimenti nelle sue pose, nella sua voce. Mi aspettavo… non so cosa, ma qualcosa di diverso. Speravo di non trovare disperazione, ma era un pensiero egoista. Certo avevo immaginato una sorda tristezza. Un muto sconforto. Di non sapere in che formule rifugiarmi. All’estremo di non essere ricevuto. Dovrei governare questa apprensione e il vizio di immaginare le cose. Di volerle anticipare.
Accennò di sfuggita a com’era bella la concordia: “Vedi questa casa”. Criticava quelli che avendo meno non sapevano accontentarsi. “Sono cose della vita. Non trovi”? Non volli contraddirla. La lasciai proseguire distrattamente. La sua voce era solo un suono. Avevo un dubbio, ma mi sembrò che quello non posso il posto adatto per esprimerlo. Nemmeno il momento. In realtà provai la percezione che quello fosse un posto dove potevano alloggiare solo certezze. E fuori non era un grande idilio. Era solo che in un qualche modo che non aveva risposta le coscienze erano assopite. E il racconto della sofferenza era semplicemente diventato indecente. La povertà vergognosa. La miseria un crimine. L’ultimo dolore rimasto era quello del cuore. Si poteva ancora morire d’amore. Se avesse continuato a parlare credo che quelle sarebbero state le verità che mi avrebbe spiegato: come governare la dignità nel silenzio.
Spesso le mie cose riesco a tenerle per me. Non mi piaceva che qualcuno avesse una parte scritta che avrei dovuto interpretare. Nemmeno io ritenevo consolatorio che alla fine bene o male c’è la possibilità di una comparsata per tutti. Non mi interessava la notorietà, non era il mio scopo e non rispondeva ai miei disagi. Ma erano loro, i miei disagi, ad essere fuorilegge. Nego che siamo tutti uguali e tutti tesi ad un fine che è quello di curarsi solo di noi stessi. Ma non vado a sbandierare le mie idee in giro come faceva lui. Ed era quel plurale che mi avrebbe denunciato. Eppure dovetti confessare che la prima impressione non le rendeva giustizia. Il tono della voce, i riflessi degli occhi o il mondo di guardarti diritto negl’occhi, le sue pose sempre attente, i gesti calcolati, il trucco curato, il corpo che si poteva intuire sotto, quell’aria disinteressata e poi attenta, il rossetto, una sorta di magnetismo, l’insieme delle cose ne facevano una donna affascinante. Non era facile distrarsi da lei. Era come se fossi sempre interessato al momento successivo. Ad avere qualcosa di più.
Scusami, ma parlarne mi mette ancora un po’ a disagio. E’ come sé fosse… Magari mi riuscirà più facile tra un po’. Con una maggior confidenza. Non mi aveva parlato”…
Provai un bisogno impellente di fumare. “Fuma pure. Qualche volta anch’io. Una o due. E’ l’unico vizio che mi concedo.” –si illuminò di un fugace sorriso malizioso– “Insomma… quasi. Soprattutto dopo… capisci?” –e spinse verso me un posacenere immacolato che non avevo notato. Gliene porsi una: “Non dovrei”. Mi ringraziò, la prese e gliela accesi. La fumò con lenta voluttà. Socchiudendo a tratti gli occhi. Trattenendo il fumo in bocca, assaporandolo con piacere per poi soffiarlo fuori con un lungo sospiro. “Non pensare che”… Avevo fissato tutta la mia attenzione su un quadro. Prima non l’avevo notato. Spense la cicca ripetutamente quasi con crudeltà, come si dovesse rimproverare di aver ceduto a quella debolezza. Fece il gesto di cercare di sentire l’odore del fumo nel suo alito. Trattenni l’istinto di sorridere. Notai le unghie perfettamente laccate. E affilate come rasoi. Sospettai che dietro quella patina si nascondesse una belva. Fu il pensiero di un attimo. Ammorbidì i tratti del suo volto: “Resti per cena, vero? Non puoi… Faccio in un attimo. Intanto ti faccio vedere la stanza”.
Ora che ci penso non credo di aver visto in tutta la casa un libro. Né un gatto. Né segni del passaggio di bambini. Non in quelle stanze. Sembrava un set. Persino la cena era stata ottima ma non c’era nessun odore di cucina. Ed era stata fin troppo veloce. Di proposito ero stato attento a non eccedere col vino. Lei mi incoraggiava ma io volevo mantenermi lucido. Diffidavo. Solo una certa circospezione in fondo a me. Il bisogno di sentirmi rassicurato. Una casa troppo grande. Degli agi a cui non ero abituato. Tutto troppo facile. Il rimpianto per un amico. Un letto soffice. Una donna che non era mia. Abbassai la luce. Mi aspettai di sentirla bussare alla porta. Forse lo sperai. Di sentila scivolare nella stanza. Immaginai il modo. I suoni. Mi illusi che lei si aspettasse che fossi io a cercare la sua stanza. Ammetto di esserne rimasto dolcemente deluso. Tornai a sentirmi stupido. Non riuscivo ad aver voglia di dormire.
Trovai alcune pagine di diario in fondo ad un cassetto. Era un diario stranamente a più mani. Erano storie che si reiteravano, tranne piccoli particolari erano tutte uguali. Il senso di vertigine da agorafobia. Come imprigionato in un sotto vuoto spinto. La mancanza d’aria. L’incontro con una sorta di propria immagine riflessa. Storie dell’incredibile ripetute come tanti paragrafi sbagliati. Una stampa che riproduceva più volte uno stesso capitolo. La cosa mi incuriosiva ma non riusciva ad affascinarmi. Potevano essere prove di scrittura. Lo scorsi finché non riconobbi la sua calligrafia. Mi apprestai concentrato alla lettura. Le ore correvano più veloci di quanto lo potessi avvertire. E poi la sentii anch’io, la voce. Ed ero ancora perfettamente sveglio: “Rilassati. Non resistere”.
Fu solo allora che mi decisi veramente. Percorsi il corridoio in assoluto silenzio. Non feci alcuna fatica a trovare la sua camera. Ammirai il corpo di quella donna fasciato nella vestaglia, sprofondato nell’enorme letto. La sollevai tra le braccia con cautela e attenzione. Lei non sembrò svegliarsi o almeno seppe fingere perfettamente un sonno quieto. La sporsi dalla finestra e solo allora lei aprì gli occhi e mi sorrise. Allargai le labbra e la lasciai cadere. La osservai precipitare senza emettere un solo grido, nel completo silenzio tranne il tonfo sulle pietre del marciapiede. Era ancora notte. Cercai la chiave e la trovai nel cassetto del comodino. Riordinai un po’ le cose cercando di cancellare ogni segno del mio passaggio. Mi chiusi la porta dietro le spalle e me ne andai mentre ancora tutti dormivano.

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Quando sono andato a stare a casa di Maddalena credevo di aver realizzato il più grande dei miei sogni. Avevo imparato ad amare profondamente quella donna ed ero certo che nulla avrebbe potuto dividerci. Era stata lei e chiedermelo. Non ci ho pensato un attimo. Ho raccolto le mie cose ed ero già in quella sorta di immenso appartamento che mi appariva una reggia. Stanze dopo stanze e tutte luminose e spaziose. Ricordo che mi chiesi come avremmo potuto permettercelo, anzi come lei poteva. Lo so che può sembrare un pensiero fin troppo meschino. Decisi semplicemente di non pensarci. E forse questo fa parte della mia condanna. Forse sono sempre stato un po’ avventato, e un po’ superficiale. Ma almeno inizialmente tutto sembrava volermi far vivere come in una favola.
La magione occupava un intero piano di un vecchio palazzo in stile impero. Mi perdevo continuamente tra sale e corridoi. E provavo continuamente la sorpresa di una prima volta. Non ho mai avuto un gran senso dell’orientamento, ma pensavo che sarebbe stata una sensazione solo transitoria, che sarebbe passata col tempo. Certo fin dall’inizio una cosa aumentava il mio senso di disagio: la presenza di chi aveva abitato in quegli ambienti prima di me. C’erano qua e là foto di altri uomini. Di alcuni degli uomini che erano stati i compagni nella vita di Maddalena. Soprattutto uno. Credo avesse avuto un posto speciale nel suo cuore. E che un po’ lo mantenesse nei suoi ricordi. Provavo una sorta di invidia e di stizza anche se non sono mai stati geloso in vita mia. Certo con lei è stato tutto, fin dall’inizio, diverso. Ma sorvolavo su quelli che mi sembravano meschini turbamenti, specialmente quando lei rientrava e mi era vicina. Lei era molto attenta e anche molto appassionata. Non ne parlammo mai. Perché avrei dovuto? Per sentirmi semplicemente dire con un sorriso quanto ero stupido?
Da una stanza un po’ più piccola delle altre avevamo ricavato uno studiolo per me. Ci passavo gran parte delle mie giornate. Poi tornavo a immergermi in quell’universo e a perdermici nella sorpresa che non smetteva mai. La mia era un’attesa di lei. Non uscivo mai e non ne avevo il motivo. Eppure giravo portandomi appresso quella stessa inconsistente angoscia che mi aveva accolto fin dall’inizio. Più volte decisi di dirlo ma sempre all’ultimo ci rinunciavo trovandolo ridicolo. Non c’era nulla che non andava e, come detto, quando arrivava la sua sola presenza cancellava ogni mio malumore. Intanto non riuscivo ad essere soddisfatto di nessuna mia idea. Il mio lavoro non procedeva. Tutto mi appariva banale. Scartai l’idea di fare un ritratto di lei o di qualcuna delle persone di quelle foto. Quando gli chiedevo del suo passato lei in qualche modo sviava la conversazione. Non riuscivo mai ad avere risposte esaustive, nemmeno approssimative. Solo qualche vago nome. Qualche riferimento ad un viaggio, ad un anno lontano.
Lei si dimostrò anche una bravissima cuoca. Avevo da mangiare e da bere e tutto quello che mi poteva occorrere. Quando mi annoiavo accendevo la televisione ma poi non la guardavo. Finché non mi prese una smania strana di uscire, ma dopo aver faticato a trovare la porta mi accorsi che era chiusa. Certo doveva averlo fatto sbadatamente. Ecco perché non mi aveva detto nulla. Certo era persona da avere mille riguardi e anche qualche apprensione in più. Mi aveva confessato di aver già ricevuto la visita di ladri e di essere stata derubata. Mi scordai di chiederle se c’era un’altra ragione per la quale si chiudesse la porta dietro le spalle. Né di farmi fornire una copia delle chiavi. In fondo era una smania strana e tra quelle mura non mi mancava niente. Eppure cominciai a sentire come se mi mancasse l’aria. Mi affacciavo alla finestra ma arrivavano pochi rumori attutiti di macchine. Erano rari i pedoni che transitavano e che guardavo dall’alto passare schiacciati sul marciapiede. La costruzione dava su di una via poco frequentata. Eravamo isolati ed ero isolato. Non erano finestre che raccontassero qualche storia. Era cose se si affacciassero sul niente. Oltretutto non ho mai ricevuto molte telefonate, non sono tipo da stare a parlare a una persona che non c’è, con qualcuno che non posso guardare negli occhi. Vengono proprio a mancarmi le parole. In più la linea era staccata. Ormai tutto il mio universo era circondato in quelle pareti. E continuavo a ripetermi che tutto andava bene. In verità cosa avrei potuto desiderare di più?
Ero tranquillo, immerso nel silenzio. Potevo inseguire solo le mie ispirazioni, solo che quelle non venivano più. Ero ormai un artista senza la sua arte. Frugavo in me senza trovare nessun filo, nessun bandolo della matassa. Ne uscivo nervoso ed estenuato. Le giornate si dipanavano una uguale all’altra. Erano solo attesa, ma il lavoro la impegnava sempre più. E la sera avevo preso ad accendere la luce prima di entrare in ogni stanza. Mi dava angoscia il modo in cui si allungavano le ombre sui mobili. Quel silenzio e quel buio. Persino l’odore di quel legno. La proiezione di quell’attaccapanni con le giacche appese. Non mi restava che aspettare il suo ritorno. Poi la passione pian piano si attenuò. Io continuavo a desiderarla, ma per qualche stanchezza o per i motivi più banali era sempre più difficile avere dei momenti tutti per noi; di intimità. Non ricevevamo visite. Il mondo restava fuori. Si può dire che vivevamo appartati. Ma lei lavorava molto e rincasava sempre più tardi e sempre più affaticata. Semplicemente quando mi coricavo lei era sempre già addormentata. Mi limitavo a farmi vicino e inebriarmi del tepore che emanava dal suo corpo. Quell’amore si stava trasformando in una deliziosa adorazione. E in quei nostri momenti le avrei perdonato qualunque cosa.
Ma avevo ripreso a faticare prima di prendere il sonno. Ero preda dei più strani e intricati pensieri. Mi sembrava di buttare le mie ore. Poi mi spingevo a fare un riassunto della giornata e lì non c’erra nulla. Questo non mi consolava. Mi sembrava di sfiorare qualche idea, anche buona. Persino di afferrarla. Mi sentivo in preda alla vena creativa. La pigrizia mi imprigionava a letto. Facevo ricorso alla pazienza. Di solito il sonno tardava più del dovuto. Oltre quanto è immaginabile. Credevo di sentire fuori i primi timidi rumori del mattino. Di intravvedere la luce dietro le bugie. E poi sognavo. Sognavo i sogni più strani. Intricati e tumultuosi. Ho sempre sognato molto. La maggior parte non mi lasciavano ricordi al mattino. Non li hanno mai lasciati. Tranne qualcuno che tornava ripetutamente, sia durante le ore di sonno sia poi nella giornata. Non ci avevo mai dato importanza. Una cosa però aveva cominciato ad invadere quelle notti, un’ossessione reiterata. Ora sopra i sogni c’era una voce suadente, che li sovrastava, che mi ripeteva: “Rilassati. Non resistere”. Una voce fuori campo. Non capivo quelle parole ma mi lasciavano al mattino una sorta di leggera angoscia: “Rilassati. Non resistere”.
Finché non cominciai ad avvertire un’altra presenza in quella casa immensa. Qualcuno o qualcosa che non riuscivo ad incontrare. Non ho mai creduto ai fantasmi o a cose simili e mi sentii stupido. Cercai di occupare la mente con altri pensieri. Aprii un armadio e ci trovai alcuni indumenti che non ricordavo di aver mai posseduto. C’era qualcosa di molto strano in tutto quello. Poi spalancai una porta e me lo trovai davanti. Lo fissavo e lui mi fissava. Aveva la mia stessa altezza. I miei stessi occhi. Stessi capelli. Stessa cicatrice sopra il labbro, ricordo di un incidente di bicicletta da bambino. Mi pareva di guardarmi in uno specchio. Quell’altro era la mia copia perfetta. Ero io. Scossi il capo per l’incredulità. Feci per parlare ma dalla mia bocca non uscì suono. Lui scoppiò in una risata fragorosa probabilmente vedendo la mia meraviglia: “Sì! io sono te”. Mi avvisò che doveva uscire e mi chiese se mi serviva qualcosa: “Di uscire”. Rise nuovamente: “Questo non è possibile. Non c’è niente fuori. E tu non sei ancora pronto”. Non mi serviva che la mia libertà, ma cos’era la mia libertà? Spazientito gli chiesi quando sarebbe tornata Maddalena. Parve deluso: “Allora non capisci, lei non torna. Non almeno finché non smetti di resistere”. Riconobbi la voce. Cercai di avere spiegazioni: “Devi imparare a non pensare. Non c’è altro mondo. Né altro modo”. Dentro me lo mandai affanculo, gli girai le spalle e lo lasciai lì. Accesi la tele, davano il telegiornale. Ero certo di averle già viste quelle notizie. Girai e in ogni canale la stessa voce non faceva altro che ripetere le stesse parole.
A rifletterci meglio una cosa c’era che non andava: lui, l’altro me, era mancino. Mi chiesi se lei ne era innamorata. Innamorata della mia coppia. Come avrei potuto ribellarmi? E mi tornarono nella mente le parole che sovrastavano i miei sonni. Non avevo altra spiegazione che nel biglietto che trovai e che mi aveva lasciato sul comodino: “Ogni pensiero rompe la meravigliosa armonia dell’universo”. Mi stropicciai gli occhi. Niente aveva senso. Controllai su televideo ormai senza speranza. La mia attenzione venne richiamata da una notizia dell’ultima ora da parte del ministero delle comunicazioni. Su quelli che venivano definiti piccoli e sporadici gruppi di resistenza di quattro gatti, di filosofi e poeti: “Dissentire è oltre che inutile insensato. Cosa vogliono di più in questa società perfetta”? I nostri leaders erano fiduciosi in una veloce opera di bonifica di quella obiezione incomprensibile, anzi astrusa, ed erano certi che presto anche l’Italia si sarebbe allineata con tutti gli altri paesi civili e democratici. Non mi chiesi perché la notizia mi avesse gettato nell’ansia. Semplicemente spensi la televisione. Scrissi in un biglietto un laconico: “Ti amo” –per lei. Non mi importava cosa ne sarebbe stato di lui, del mio altro io. Mi chiusi in bagno e mi immersi nell’acqua. Affondai la lametta nel polso e incisi verso l’alto per essere sicuro, poi mi misi ad attendere.

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Quando faccio per sedermi è lui che mi sposta gentilmente la sedia. Mi guardo intorno per cercare mio marito. Si è attardato per sistemare i soprabiti. Mi si siede proprio davanti e mi porge la mano: “Piacere Giancarlo”.
Antonella”.
Luigi si siede al mio fianco: “Vi siete presentati”? Non faccio caso alla sua voce. Non sono insensibile ai gesti di cortesia; galanti. Il mio dirimpettaio, Giancarlo, ha un vestito elegantissimo che non è tradito dalla minima piega. Grigio antracite. Anzi, come si dice, gessato. Camicia oxford. Cravatta regimental dove il giallo brilla. Mi sono sempre piaciuti gli uomini che hanno cura di sé. Mi sono sempre piaciuti i nomi… composti. Ogni suo movimento sembra studiato. Mi mostra attenzione. Palesa di essersi accorto di me. “Luigi non era stato bugiardo sul tuo conto. Di cosa ti occupi”? La sua voce è suadente. Sembra un canto. E’ ben impostata. Mi ricorda quella di quell’attore. Ha i bassi morbidi e una tonalità lieve. Allunga la mano per versarmi il vino. Scopre il polso. Ha un orologio per nulla pacchiano. I suoi occhi sanno sorridere con garbo. Accenna di fermarsi mentre il rubino del vino è a metà del calice. Mi fa un cenno di assenso. Controlla che i capelli non gli scendano sulla fronte con un gesto morbido. Torna ad accomodarsi sulla sedia facendo attenzione alla piega dei pantaloni. Luigi mi dice qualcosa ma non lo sento. Sono distratta e un po’ confusa. Confusa dal nostro ospite che mi ruba tutta l’attenzione. Si sistema il tovagliolo sulle ginocchia. Ho voglia di sbirciare sotto il tavolo per controllare le sue scarpe. E che calzini porta. Sono lunghi o corti? Non possono che essere lunghi. Come si può non essere affascinate dalla gentilezza e dal garbo?
Certo è un progetto ambizioso, ma chi non rischia… Come si dice. Te ne ha parlato? Tu che ne pensi. Mi interessa molto il tuo parere”.
Forse lo fa per galanteria ma almeno lui lo fa. Forse lo chiede solo perché sono là. Perché sono una donna. Fa piacere comunque. Ogni donna è lusingata da simili attenzioni. Non che ci abbia capito molto. Una fusione non è certo argomento che pratico tutti i giorni. Ma non voglio far vedere le mie lacune né sottrarmi alla sua preghiera. Mostro di rifletterci un attimo. Mi azzardo a dargli del tu: “Come dici tu nella vita ci vuole il coraggio di osare, naturalmente dopo aver ben ponderato le cose. I pro e i contro. I rischi e i possibili profitti. Io insegno e non vorrei azzardare pareri dove non ho competenza ma credo che tu sappia bene quello che fai. Insomma… io ci investirei. Investirei tranquillamente su voi” –e mi sento soddisfatta di esserne uscita a così basso costo.
Da capo tavola qualcuno propone un brindisi. Ci sono delle risate. Luigi mi da di gomito, soddisfatto. Cominciano a servire gli antipasti. Io non riesco a togliergli gli occhi di dosso. Tutto il resto è rumore e contorno. Non mi era mai successo. Fortuna che sono seduta perché le gambe si son fatte molli. Sistemo la gonna sulle ginocchia. Torturo un attimo il mio tovagliolo. Sposto una ciocca dietro l’orecchio. Cerco di controllarmi sulla caraffa del vino. Freno la voglia di prendere la borsetta e dalla borsetta lo specchietto. Vorrei essere al meglio. Mi si è chiuso lo stomaco. Abbasso gli occhi nel piatto per non sembrare sfacciata. Ho paura che mi legga l’anima. Abbasso gli occhi per cercare rifugio dentro di me. Per un attimo gioco con l’orecchino. Mi scappa un sorriso che mostra impercettibilmente i denti. Umetto le labbra. Faccio dondolare il piede: “Certo che dev’essere affascinante il tuo lavoro. Peccato, mi sarebbe piaciuto che avessimo avuto l’occasione che me ne parlassi”.
Apprezza. Si sente blandito. Non disdegna l’adulazione. La coglie. Anche questo sembra un pregio in lui perché l’afferra con finezza. Come fosse consapevole e allo stesso tempo disinteressato. Come fosse bagaglio naturale di un uomo di successo come lui che reputa volgare mostrarsi oltre le righe: “Perché no. Magari alla prima occasione. Oggi… si festeggia e tu sei una vera festa per gli occhi”. E allora comincio a sognare quell’occasione. A inseguirla nei miei pensieri. Lotto cercando di non farmi troppo distrarre. Si allunga per prendermi la mano e lasciarci un piccolo bacio sulla punta delle dita. Luigi manco se ne accorge. E’ distratto con gli altri. E poi non è mai stato troppo geloso. E perché dovrebbe? Non gliene ho mai dato motivo. Dovrebbe essere fiero di me. Un po’ più soddisfatto di me. Lui nello staccarsi mi sussurra: “Spero che quell’occasione possa essere presto”. Vorrei gridargli “Subito”! Cerco di ricompormi. Di controllarmi. Il vicino mi chiede cosa ne penso della zuppa. Mi guarda sfacciato le ginocchia. Le ricopro indispettita. Ci sono altre donne al tavolo. Nemmeno la cameriera è male. Ho bisogno di pensare. E di mettere ordine nei miei pensieri. Per togliermi dall’imbarazzo mi alzo per raggiungere i servizi. Così ho modo di controllare di essere ancora tutta in ordine. Dondolo sui tacchi alti e sento che il suo sguardo mi segue mentre mi allontano. Me lo sento addosso. Mi sento appagata. Forse ancheggio fin troppo? Non mi sembra. Ne sono fiera. So che gli occhi degli uomini apprezzano. Mi interessa solo l’attenzione dei suoi. Quando torno fa per alzarsi ma sono più lesta e mi siedo. Sembra aver capito che sarebbe sembrata eccessiva quella sua attenzione. Perché Luigi non si lascia nemmeno sfiorare da tali gentilezze? Perché crede di avere il diritto dei miei occhi? Forse per quell’attimo ho sperato che Giancarlo mi seguisse. Come sono stupida, a volte. Non è una cosa da lui. Avrebbe rovinato tutto. Lo sa. E io cosa avrei fatto? Mi sento una ragazzina. Ma sognare non fa male a nessuno. L’immaginazione non fa né feriti né prigionieri. E’ così che non so che limitarmi a pensare a lui che mi apre la porta. Non c’è nient’altro dietro quella porta. Non ora. Non sarebbe cambiato molto. Mi sarei limitata a controllare lo stesso il trucco e basta.
Chissà se mi avrebbe aspettata fuori? La mia fantasia non ha bisogno d’altro. E la sicurezza della sua premura mi è più che sufficiente. Anche il rispetto è una dote di cui non se ne ha mai troppa, che la donna sa valutare. Un uomo che rispetta una donna è un vero signore e la fa sentire una vera signora. E io mi sento lusingata di tutto. Credo di aver scelto il vestito più adatto. Anche Mirco dice che sono uno splendore. Io vorrei sentirmelo ridire da lui. Lui che sta parlando con un’altra. Con la vicina. Una donna piuttosto banale. Con un abito fin troppo evidente. Che cerca rubargli un minimo di interesse, di fargli vedere cosa nasconde a malapena nella scolatura. In realtà è un tipo un po’ volgare. Anche la sua voce e le sue risate sono volgari. E’ banale. Lui ne è interessato solo per educazione. Si vede da lontano che ne è anche leggermente spazientito. Lo salvo chiedendogli l’ora. Me la dice con fare preoccupato, ma purtroppo si sta facendo tardi. Non c’è spazio per andare troppo in là giocando con la fantasia. Torno in me. So perfettamente che è solo una cena di lavoro. E che lui è poco più che quel breve tempo. Che un incontro… occasionale. E poi anche se ne sono rimasta sorpresa resto sempre io.
Prego a Luigi di andare a prendere la macchina. Direi una bugia se dicessi che non mi dispiace che si allontani. Di stare quell’attimo sola. Guardo la sala. Siamo i primi a congedarsi dalla compagnia, ma domani mi debbo alzare presto. Giancarlo mi raggiunge mostrandosi dispiaciuto. Giancarlo mi sussurra che spera proprio che ci possiamo rivedere. Giancarlo, mi piace ripetermi il nome in testa, suona bene, esprime la sua ammirazione per me e la stima per mio marito. Mi fa il baciamano. Non mi è mai successo. E poi due in una sera. Per un attimo ho l’impulso stupido di lanciargli le braccia al collo. Mi ha fatto sentire orgogliosa di me. Non so cos’è. Bello è bello ma di uomini belli capita di vederne altri. Non so cosa abbia di particolare, forse tutto. Dovessi esprimere un’opinione è che, forse sono io ma, mi sono lasciata affascinare. Affascinare da tante piccole cose. E lui trattiene la sua mano nella mia prima che usciamo. La stretta e tenera e sembra non finire. Sembra una promessa. Il suo sorriso è gentile e garbato. Sono solo io a vederlo ammiccante. Un po’ malizioso. Per un attimo sono un’altra persona. Non mi sono mai sentita così. Ho paura che le gambe non mi reggano mentre mi allontano e cerco di guardarlo senza voltarmi. Trattengo il suo ricordo nella mia testa e immagino il suo sguardo. Me lo sento fisso sul sedere. Magari lui è già tornato dentro. Torno a sentirmi stupida, ma sto bene con me. Metto fretta a mio marito e il ritorno lo facciamo in silenzio.
Quando Luigi viene a raggiungermi a letto mi sussurra qualcosa. Cerca di farsi vicino. Fingo di dormire. Pian piano il suo respiro si fa regolare. Finalmente sono sola. Finalmente posso immaginare tutto quello che voglio. Ripenso a come ho immaginato mi guardasse mentre lasciavo il ristorante. I suoi occhi sulle mie natiche si fanno presenza. E’ tutto una lusinga. Vagheggio il vino che mi cola dalle labbra. Lui che con gesto attento lo pulisce. Che cerca di sbirciare dentro di me. Lui affascinato da ogni cosa. Che mi parla con gli occhi mentre mi guarda negli occhi. Che mi sussurra frasi che non riesco a immaginare. Torno a quell’istante: quando mi sono allontanata per il bagno. Torno a fantasticare. Lui che mi segue. Lui che mi apre la porta. Di quello delle signore? Di quello degli uomini? Non ne sono certa. Non so cosa scegliere. Lui che non si ferma sulla porta. Che entra. Lui. Solo un bacio. Le sue labbra che sfiorano le mie. Le sue mani. La fede al dito mi acceca all’improvviso. La invidio tanto da odiarla per un po’. Posso indossare anche pensieri sconvenienti. Finalmente. O posso spogliarmi di tutto. Ogni altra piccola riflessione, ogni attimo che so immaginare è un attimo di piacere. All’improvviso mi accorgo che è un piacere ora morbido ora violento. Che può essere tutto. Ho voglia di toccarmi. Di farmi toccare. Ho voglia di tutto. Anche delle cose inconfessabili. Sarei la più grande delle stupide se scuotessi Luigi dal suo letargo. E non sarei nemmeno onesta, con lui. Sarebbe una cosa che mi lascerebbe sporca. Vorrei solo poter tornare Antonella; la solita Antonella. Mi accorgo che tutto è solo un piacere dopo il piacere.

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Foto ravvivinata di un bacioEra ormai rassegnata che non accadesse. Per tutta la sera non era successo niente. Non che ne fosse rimasta delusa. Forse solo un po’. Si era convinta di non mettersi ansia. Un poco ci aveva sperato. Poi finalmente alla fine: le aveva preso la mano e l’aveva baciata. Poi la fatica di salutarsi davanti al portone. Non era il primo eppure era stato diverso. Non che… invece sì! Le era piaciuto di più. Certo anche gli altri erano stati belli. Ognuno a modo suo. Baciare è bello. Solo era diverso. Era come se… non cercasse sensazioni; ascoltasse quello che le diceva il bacio. Era con lui che era stato diverso. Aveva stretto forte gli occhi e vinto la tentazione di guardarlo. Di accertarsi che anche i suoi fossero chiusi. E poi si era trovata avvolta in un silenzio che la cullava. Non avrebbe mai creduto che fosse così. Che fosse quello. Non si chiedeva perché. Era e questo le bastava. Prima di lasciarlo restò lunghi attimi senza sapere. S’era fatto tardi. Perché non ci aveva pensato prima? Quanto sono stupide le cose. Pensò che gli innamorati hanno mille piccoli segreti che vorrebbero gridare al mondo. Aveva già voglia di parlargli. Di dirglielo. Aveva quella strana euforia dentro che non la faceva stare ferma. Eugenia non sapeva se per tutti era così ma per lei lo era. Era stato goffo. Quando aveva avvicinato le sue labbra. L’aveva quasi implorata. Aveva sbagliato il momento. Il tempo. A lei non era importato. Era stato meravigliosamente goffo. Pensò che gli innamorati scrivono bollette spropositate del telefono. Si ricordò di non avergli chiesto niente, nemmeno quello.

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acrilico e tecnica mista su cartone telatoUn’amica posta un post con questo titolo: La cosa + bella del mondo. Il sottotitolo dice: per voi qual è l’emozione che più vi piace vivere?.Impegnativo, direi; comunque. La domanda delle domande. Spesso ripeto che se avessi un consiglio me lo darei. Qui è valido lo stesso teorema. Ci provo solo perché non vorrei essere accusato di non provarci. Nemmeno miro ai primi posti. Diciamo, come già detto, circa dal venti in poi. Le prime “cose” in graduatoria sono molto private e più che leggermente osé, cioè di quelle che è meglio non dire. Anche per non essere smentiti, lei mi legge. Sono un po’ timido e riservato e anche un po’ fifone: vorrei evitare di essere smentito. Mi è capitato di sentire il vocio di un esercito di maschi che loro le loro donne le facevano impazzire, e poi ricevere le confidenza dell’altra versione di quelle donne. Il mondo è anche bello e vario perché riusciamo così bene e naturalmente ad illuderci e raccontarci un’altra verità. Ma poi ci son già troppi fanfaronauti. Voglio solo dire che ci sono anche le anime candide. Quelle che classificano al primo posto la pace tra i popoli e altri sentimenti alti e nobili. Siamo seri. La domanda era secca. Certo che vorrei non fosse così, certo che ci si indigna per molto e anche meno. Purtroppo la verità e che ci emoziona di più cose molte meno nobili. Non dico una pisciata dovuta per molto rimandare ma la più piccola delle gratificazioni. Persino il sorriso ammiccante che non sarà mai nemmeno una piccola storia o una avventura. Sono cinico? No! realista. Alzi la mano chi può dire onestamente di aver sofferto di più per la morte di Allende o per il massacro dei tutsi che per una storia finita male o un’altra delusione personale. Giù quelle mani. Giochiamo sul serio. Siate onesti. Agli uomini che mentono gli cadranno le palle. Alle parte femminile verranno o torneranno le mestruazioni tutti i giorni a venire per i prossimi vent’anni. Intanto io ci provo a modo mio limitandomi a riportare, in gran parte, quello che avevo già detto da lei sotto forma di commenti. Ci troverete cose personali, un paio di voci ironiche, cose pubbliche, varie ed eventuali, ma è stilato a modo mio.

Foto a colori dal balcone della nostra stanzaUn buon piatto di funghi di bosco. Del granchio (sono disposto a prepararlo anche per gli altri). Dimenticavo il filetto al pepe; quasi crudo, per cortesia. Un ottimo bicchiere di Chianti o meglio di Brunello. Del Porto rosso fresco per sciogliere la lingua in buona compagnia di amici. La mia città in tante giornate di tante stagioni (per chi ancora non lo sapesse: Venezia). Gironzolare per Parigi, arrivare a Praga dopo averne letto per trent’anni (io amante di Kafka), girare le strade di qualsiasi bel posto in buona compagnia o la campagna Toscana (ricordo un posto: l’amorosa). I regali sotto l’albero quand’ero piccolo, veramente una emozione che non ho potuto provare, ma gli occhi dei bambini quando li trovano e li scartano. Dire tutto in un abbraccio. Quando se ne andrà il nostro amato presidente. Un tetto sulla testa. Piangere di felicità; sì, l’ho provato. La laurea di mia figlia. Ogni abbraccio di mio figlio che mi tratta come suo padre ma è figlio naturale solo per la mia compagna. Ho ritrovato anche degli amici dopo quasi 42 anni, che ne pensate di quegli abbracci e di quegli occhi lucidi e umidi? Uscire da un incubo dopo aver temuto per una persona cara e convinto di averla sentita per l’ultima volta. La nostra casa di Ponza, sempre colma di amici, e quella di Venezia. I loro tramonti. Il vento sulla pelle e gli spruzzi delle onde. Quell’addio che era un arrivederci. Quel suo no che avevo interpretato per un sì! La visita di una persona attesa con trepidazione (Martina, ti dice qualcosa?). La nascita di mia figlia, ripeto: La nascita di mia figlia; ero presente (questo è proprio speciale). Un disco, anche una sola canzone, che mi fa sognare e veramente emozionare. E ancora quella partenza per Roma. Sarebbe troppo scontato dire del cuore della mia donna e allora metto in elenco il grande cuore di Simonetta. Mille ragazzi tranquilli intorno a me che stanno bene perché sono riuscito a dargli un posto dove trovarsi e bere una birra in compagnia e con pochi soldi. Illudermi di riuscire a regalare alla mia città (allora abitavo a Spinea) il più grande polmone verde, progettare mille cose che improvvisamente sembrano realizzabili e a portata di mano. Provare sentimenti tanto grandi da farmi persino male; un’amicizia che supera il mio più grande egoismo. I miei primi vent’anni e anche i secondi. Sui terzi stendo un pietoso velo; ho dovuto pazientare tre giorni finché stava per passare anche il terzo. Un tamburo di latta. Avere un ‘idea. E un’emozione. E ancora un sogno. E la voglia di lottare. La mia cerbottana. L’invenzione del cinema. Quei giorni con la sensazione di poter ancora cambiare le cose. Emergency. Ieri, oggi e… probabilmente domani. La sua vecchia cortesia. Lei sfacciata. Un cappotto azzurro e i suoi capelli rossi. Una gita in montagna (vedi foto). Il lavoro di una bionda (vorrei dire il lavoro per tutti). Un biglietto per piazzale Loreto. Le bandiere alle finestre della mia città. Suggerito inconsapevolmente da un amico in Facebook: la prima tetta, ma anche la prima poppata, nel senso relativo cioè della prima che si ricorda. E per chi ha conosciuto Nenna tutte le sue grandi ed enormi tette. Un elenco infinito di tenerezze. Un nick in due. Fare a palle di neve e quei pupazzi fatti con mia figlia in montagna. Una domenica a caso nei miei ultimi due anni. La gioia di Gioia (è contagiosa). E un sabato letterario (sarà anche stupido ma non riesco a non commuovermi ad ascoltare buoni racconti sulla Resistenza).
Quella foto ritrovata da allora e mai creduta nemmeno scattata. Una poesia, quella poesia (che ne dite di Lorca?) e quella mia povera poesia. Regalare ad un amico un quadro perché a lui piace. Uscire dal mio triangolo delle Bermude. Amare e scoprirmi amato. Il ringraziamento della figlia di Jebeleanu. Certi luoghi di mare e giungere in certi rifugi alpini. Se parlo d’amore chi l’ha detto per parlo di fare all’amore? Vi sembra poi così frequente? Cucinare per lei e/o portarle il caffè a letto. Svegliarsi il mattino ed averla a fianco, e svegliarsi un’ora prima perché è sempre una ora favolosa. Stuzzicarla e provocarla e lasciarmi provocare ed alterarmi come credendoci veramente intavolando una discussione che sembra una lite ma so che non lo è. Guardarsi indietro senza rimpianti e senza rimorsi. Riscrivere a quattro mani la nostra storia e ogni storia che vogliamo. Innamorarci ancora e poi ancora e poi ancora e in fine riscoprire l’amore in ogni momento (non vorrei infierire). E non aver paura dell’amore e di amare. Nemmeno del nostro corpo. E, senza star lì a smenarla troppo, Flowers al Goldoni. Certi sorrisi. Come ho detto, anche questo, nelle pagine di Ifigenia: anch’io ho pianto e pianto a dirotto ma… il titolo è, cioè il sottotitolo è “l’emozione che più vi piace vivere?” meglio ricordarlo; e io Enrico amo ricordarlo in braccio a Benigni. I risultati delle ultime comunali. La fine dei novecento. Navigare i mari non ancora navigati. Scoprire dopo un tempo che sembrava immenso che avevamo e soffrivamo la stessa canzone. Godere della fortuna di un altro. La vittoria della libertà. Il Vietnam. Mille voci a cantare Contessa e Alberto a cantare le sue canzoni. Quelle lacrime in compagnia di partecipazione e di commozione per quello che siamo stati e per quello in cui abbiamo creduto. La mano di un amica che si allunga a prendere la tua perché ha capito il momento (se poi la mano e la mano di Lei tanto meglio). Quel sospiro di sollievo. La verità su sessant’anni di misteri e di stragi (già! la richiesta è l’impossibile ma tanto vale provarci). Il profumo dello shampoo tra i capelli e quello acido del mosto. Il mio primo congresso e la voglia di riscatto. Quella volta che hanno vinto i pellerossa. A un concerto di Guccini, di Gaber, dei Modena. Un diario ritrovato (no! non era il mio). Com’eri bella. Non sentirseli addosso, gli anni. Non aver bisogno nemmeno delle parole per parlare. La mamma di Antonio per Gastone e la moglie di Federico per Federico ma anche per Rinaldo. Poter entrare per prendere quella cosa che stava dietro quella vetrina da anni. Un orsetto di peluche che ho regalato. E una cioccolata calda. E la sua foto in tasca di quando aveva quei sedici anni. Visto la ricorrenza: Imagine (ma potrei fare un elenco lunghissimo). Una stanza a mayfair e una notte sotto le stelle in spiaggia intorno ad un falò ad aspettare l’alba. E farci il bagno nudi. Riempirsi la bocca di fragole e lamponi appena racconti (Mi fanno impazzire le more, quelle di gelso). Entrare al Pergamo. Camminare a piedi nudi sull’erba umida. Chiudere gli occhi e sognare. Non provare più nessuna invidia per quello che non hai avuto. Avere sempre una stanza libera per ospitare un amico. E avere sempre un amico da ospitare. La prima grande manifestazione a Roma. E Roma. E un grazie (anche più di uno). Il suono del suo nome. Quando da bambino al cinema arrivavano i nostri. Attualità: La notizia del rilascio di Sakineh (Sakineh Mohammadi-Ashtiani); purtroppo poi s’è rivelata falsa; spero di riprovare quell’emozione presto. Le tre dell’inter. Lei che si muove dentro la pancia. Un post cioè un quasi post; questo. Ma mica ho finito. E che mi dite di questo? Lasciarci stuzzicare dall’idromassaggio. Devo continuare? Preferisco a questo punto mettere un enorme ECCETERA.
Sono io un pazzo romantico se dico: ricordo per i primi posti “quel primo bacio”?


Lucio Dalla: 1973: Il giorno aveva 5 teste: Passato presente
[Audio “https://sites.google.com/site/semario2/PassatoPresente.mp3”%5D

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Personalmente continuo a dire che se avessi un consiglio me lo darei. In questo caso mi sento di consigliarlo perché lo trovo un post notevole. E’ un mondo difficile di cui parlare, quello della violenza. E’ chiaramente una denuncia verso la violenza della pedofilia (dopo la cronaca su Sara) ovvero nei confronti dei minori, ma anche nei confronti delle donne e anche nei confronti dei più deboli in generale. Capire non è giustificare. I meccanismi delle menti sono impercrutabili. Ogni violenza si può solo condannare.

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