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Quadro dell'artista Claudio Marini

Quadro dell'artista Claudio Marini: Palestina

Al post di ieri sulla richiesta del riconoscimento dello stato palestinese oggi completo l’informazione postando un documento di chi è in disaccordo, questo solo come informazione. Sempre in rispetto dell’autodeterminazione non esprimerò qui il mio parere. Certo che ho un mio doveroso parere, io parteggio e scelgo sempre. Credo che ognuno di noi dovrebbe averlo e anche esprimerlo in modo dialettico rispettando nel momento della decisione tale autonomia palestinese che per me è sacra.

Dal sito Polvere da sparo
Dai giovani palestinesi, contro uno Stato palestinese come quello proposto: PER IL DIRITTO AL RITORNO E LA LIBERAZIONE
18 settembre 2011
Contrari a questo ridicolo riconoscimento dello Stato Palestinese che a breve sbarcherà alle Nazioni Uniti, i giovani palestinesi chiedono a gran voce la fine dell’occupazione, il ritorno dei profughi, chiedono di dimenticare la parola Nakba, di mutarla con Hurriyya (libertà).

NOI, DEL MOVIMENTO GIOVANILE PALESTINESE (PYM), SIAMO FERMAMENTE CONTRARI ALLA PROPOSTA DI RICONOSCIMENTO DI UNO STATO PALESTINESE BASATO SUI CONFINI DEL 1967 CHE DEVE ESSERE PRESENTATA ALLE NAZIONI UNITE QUESTO SETTEMBRE DA PARTE DELLA LEADERSHIP PALESTINESE UFFICIALE.

manifesto del Fronte popolare, sul diritto al ritorno!

Un manifesto del Fronte popolare, sul diritto al ritorno!

NOI CREDIAMO E AFFERMIAMO CHE LA DICHIARAZIONE DELLA STATALITA’ VUOLE ESSERE SOLO IL COMPLETAMENTO DEL PROCESSO DI NORMALIZZAZIONE, CHE INIZIO’ CON I PROBLEMATICI ACCORDI DI PACE.

L’INIZIATIVA NON RICONOSCE IL FATTO CHE NEL NOSTRO PAESE LE PERSONE CONTINUANO A VIVERE IN UN REGIME COLONIALE BASATO SULLA PULIZIA ETNICA DELLA NOSTRA TERRA, SULLA SUBORDINAZIONE E SULLO SFRUTTAMENTO DELLA NOSTRA GENTE.

Questa dichiarazione serve come meccanismo per salvaguardare il falso quadro del processo di pace e depoliticizzare la lotta per la Palestina rimuovendo la lotta dal suo contesto storico coloniale. I tentativi di imporre una falsa pace con la normalizzazione del regime coloniale ha solo portato a cedere quantità crescenti della nostra terra, i diritti del nostro popolo e le nostre aspirazioni, delegittimando ed emarginando la lotta del nostro popolo, rendendo sempre più intensa la frammentazione e la divisione tra la nostra gente.
Questa dichiarazione mette in pericolo i diritti e le aspirazioni di oltre due terzi delle persone palestinesi che vivono come rifugiati in esilio in altri paesi, che dalla Nakba del 1948 (Catastrofe) aspettano per tornare alle loro case da cui sono state sfollate.
Si compromette così anche la posizione dei/delle palestinesi che risiedono nei territori occupati nel 1948, che continuano a resistere dall’interno quotidianamente contro la pulizia etnica e le pratiche razziali del regime coloniale. Inoltre, rafforza e potenzia i/le palestinesi e i partner arabi ad agire come i portinai dell’occupazione e della colonizzazione nella regione, all’interno di un quadro neo-coloniale.
Manifesto palestineseIl fondamento di questo processo serve niente di più che ad assicurare la continuità dei negoziati, la normalizzazione economica e sociale e la cooperazione per la sicurezza. La dichiarazione dello Stato solidificherà solo falsi confini su un frammento della storica Palestina e continua a non affrontare le questioni fondamentali: Gerusalemme, gli insediamenti, i/le rifugiati/e, i/le prigionieri/e politici/che, l’occupazione, le frontiere e il controllo delle risorse. Crediamo che una tale dichiarazione di Stato non garantisce né promuovere la giustizia e la libertà per i/le palestinesi, il che significa di per sé che non ci sarà pace duratura nella regione.
Inoltre, l’iniziativa di dichiarazione di uno Stato viene presentata alle Nazioni Unite da una leadership palestinese che è illegittima e che non è stata eletta per essere in grado di rappresentare la popolazione palestinese nella sua totalità, attraverso tutti i mezzi democratici per la sua gente. Questa proposta è un prodotto politico progettato da loro per nascondersi dietro la l’incapacità di rappresentare i bisogni e i desideri della propria popolazione. Affermando di compiere la volontà palestinese di autodeterminazione, questa leadership sta abusando e sfruttando la resistenza e i sacrifici del popolo palestinese, in particolare  dei nostri fratelli e sorelle a Gaza, dirottando inoltre la base di lavoro di solidarietà internazionale, come il  Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni e gli sforzi e le iniziative della flottiglia. Questa proposta serve solo a sperperare tutti gli sforzi fatti per isolare il regime coloniale e renderlo responsabile.
Se la proposta per il riconoscimento statale è stata accettata o no, chiediamo ai/alle palestinesi all’interno del nostro paese sotto occupazione e in paesi di rifugio e di esilio, a mantenere l’impegno e la convinzione della dignità della nostra lotta e, ispirati dai loro diritti e responsabilità, a difenderla.
Facciamo appello al popolo libero del mondo e agli/alle alleati/e della popolazione palestinese, di praticare veramente la solidarietà con i/le palestinesi in una lotta anti-coloniale, quindi di non prendere una posizione sulla dichiarazione dello Stato, ma piuttosto di continuare a ritenere Israele responsabile per mezzo del Boicottaggio in tutte le forme economiche, accademiche e culturali, del Disinvestimento e delle Sanzioni.
Fino al Ritorno e alla Liberazione
International Central Council
Palestinian Youth Movement

RINGRAZIO IL SITO FREEPALESTINE.NOBLOGS.ORG PER LA TRADUZIONE E DIFFUSIONE DI QUESTO TESTO, SECONDO ME IMPORTANTISSIMO.

PER CHI VOLESSE LEGGERLO IN LINGUA ORIGINALE O IN INGLESE ECCO I LINK: arabicenglish

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Logo della Freedom Flotilla 2In verità questo non è un vero post. Qui voglio solo riproporre integralmente una nota dalla pagina Facebook We are all on the Freedom Flotilla 2Sul diritto al ritorno che, secondo alcuni, sarebbe messo in pericolo”; proprio questo è il titolo della nota. Ci tengo vista l’importanza del problema e perché riporta il parere di un persona che io stimo molto: Josef Salman, medico-chirurgo, esponente della Mezzaluna rossa in Italia (la Croce Rossa palestinese). Non sta a me prendere chiaramente posizione anche in rispetto alla autodeterminazione che ogni popolo dovrebbe poter esercitare. Il confronto di idee e progetto dovrebbe essere tutto palestinese, certo ognuno di noi si può e si dovrebbe fare una propria opinione a riguardo.

 «Visto che si stanno moltiplicando gli interventi contrari al riconoscimento dello Stato di Palestina, con la motivazione che il diritto al ritorno ne sarebbe compromesso, posto qui il commento di un nostro membro palestinese che spiega molto bene (anche più degli esperti che abbiamo portati a sostegno della tesi contraria) perché ciò non sia vero.

Josef Salman
Come può essere un palestinese o un amico dei palestinesi, ad essere contrario allo Stato di Palestina? Da quando sono nato io e mio padre prima di me che sento parlare, che i palestinesi lottano per creare ed avere un loro Stato. Al Fatah (e il movimento di liberazione contemporaneo, l’OLP, l’ANP…) è nata nel 1958 per creare uno Stato libero e DEMOCRATICO in Palestina, dove ebrei, cristiani e musulmani possono vivere insieme con uguali diritti e con uguali doveri. Anche Arafat nel 1974 ha rinnovato la richiesta del SOGNO palestinese. Purtroppo la richiesta è stata respinta da Israele e tutti i suoi protettori ed alleati. Lo Stato di Palestina per me significa: – la fine della maledetta brutale e disumana OCCUPAZIONE ISRAELIANA alla terra di Palestina, – il riconoscimento dei legittimi diritti del popolo palestinese alla libertà, alla giustizia e alla pace, – l’applicazione e il rispetto delle risoluzioni dell’ONU e della legalità internazionale. I miei connazionali hanno sbagliato completamente analisi e obiettivo e quando la tua analisi e il tuo obiettivo è lo stesso quello del tuo nemico, ti devi fermare a riflettere, a ragionare e a CAMBIARE rotta. Il RICONOSCIMENTO dello Stato di Palestina da parte dell’ONU (riconosciuto ufficialmente già da 126 paesi nel mondo) non è l’arrivo e la fine, ma è l’inizio di una nuova fase della lunga e complessa lotta del popolo palestinese. Il Riconoscimento dello Stato è l’applicazione di una risoluzione ONU di 63 anni fa, la n.181 del 29/11/1947. Il diritto al RITORNO è un’altra risoluzione è la n.194, che non è legata e completamente separata. Nessuno al mondo può toccare, modificare o annullare il diritto dei palestinesi al ritorno alle loro case e alle loro terre da dove sono stati cacciati (al massimo discutere l’applicazione, ma non il principio del diritto…). E’ un DIRITTO SACROSANTO. I miei cari connazionali imparate a lottare e la A; B; C della Politica, se no? si continua a parlare solo ed avere solo sconfitte, ciò che non ci serve, siamo un movimento di grande e lunga esperienza, abbiamo la forza, la capacità e la DIGNITA’, insieme a discutere e a correggere il tiro. E’ l’OCCUPAZIONE che sta all’origine dei nostri mali. Non riconoscere lo Stato di Palestina ora, vuol dire solo la continuazione dell’OCCUPAZIONE, della distruzione, della sofferenza e della morte palestinese, vuol dire non poter mai denunciare, arrestare, processare e far condannare i criminali sionisti eroi dei crimini di Sabra e Shatila, Jenin, Hebron, Gaza… Buona lotta a tutti per una Palestina libera, laica e democratica, RESTIAMO UMANI…»

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Ponza vista dall'Isola che non c'è

Un sole (uno solo) acceca. C’è là un mare d’incanto. Una leggera brezza lo increspa. Ne porta l’odore fin lassù: all’Isola che non c’è. Si sono distratti, come due ragazzi. E come un ragazzo Michele ha la meraviglia negl’occhi. Quello stesso senso di incredulità. E si sente sereno. Ed è felice. Se la coccola con gli occhi. Rossana lo sa, e se ne accorge. Sembra che il mondo sia solo colore, che non abbia suoni. E’ tutto così lontano. Non possono chiedere di più perché un di più non c’è. Guardano lontano abbracciati. In silenzio lui si scusa con gli amici. Gli sembra quasi di mancare. Vorrebbe averli tutti là. Anche se sa che è solo un breve arrivederci. Ma non proprio breve. Tutto è sospeso tra le pagine di una favola. Ogn’uno se la può scegliere la favola. Ma è una favola a lieto fine. E il promontorio è la prua della nave. E il grido dei gabbiani avvista terra. Nell’aria c’è già una canzone. Inutile disturbarla. Inutile interromperla. Come due ragazzi si tengono per meno e vanno verso quel sole. La felicità sa trovare lacrime dolcissime. La vita deve essere amata.

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Foto di Ross, della mia RossSe devo dedicarti una canzone d’amore non posso scordarmi di questa. Forse da questa avrei dovuto partire. Ma non sto scrivendo una storia. Ne vorrei scrivere mille. E inventare ogni attimo una emozione. Te la dedico ora perché non c’è nessun altro modo di amare.

Senza fine
tu trascini la nostra vita
senza un attimo di respiro
per sognare
per potere ricordare
quello che abbiamo già vissuto
senza fine
sei un attimo senza fine
non hai ieri non hai domani
tutto è ormai nelle tue mani
mani grandi mani senza fine
non m’importa della luna
non mi importa delle stelle
tu per me sei luna e stelle
tu per me sei sole e cielo
tu per me sei tutto quanto
tutto quanto voglio avere

senza fine
sei un attimo senza fine
non hai ieri non hai domani
tutto è ormai nelle tue mani
mani grandi mani senza fine

non m’importa della luna
non mi importa delle stelle
tu per me sei luna e stelle
tu sei per me sei sole e cielo
tu per me sei tutto quanto
tutto quanto voglio avere
senza fine

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Come dice anche una canzone “non aveva più voglia di fare la guerra”. Non ne aveva più bisogno. Il suo era il coraggio di essere donna. Se anche quella storia era finita un’altra sarebbe venuta, o nessuna. Forse non aveva più bisogno di storie. Forse poteva farne senza. Suo figlio ormai era grande, e avrebbe capito. E a guardarsi allo specchio sapeva di non potersi amare perché era da troppo tempo che non lo faceva. Il viso lo solcavano solo rughe e quelle rughe erano un disegno mesto. Gli occhi erano due opachi timori, parevano rassegnarsi. I capelli ormai, senza l’aiuto del parrucchiere, erano più bianchi che biondi. Ed era da troppo tempo che non guardava la bilancia. Forse un po’ era stata anche colpa sua. Come poteva un uomo amare una donna che si era lasciata così invecchiare? Ma in fondo era quello in suo dubbio: forse non le era mai importato. Prima sì, ma poi le era interessato solo darsi. Pensare a lui. Veramente era quello che aveva sempre fatto. Anche col suo primo marito. E con il secondo. Ma allora credeva ci fosse ancora un futuro. Di avere qualcosa davanti. Non era certa di quella differenza. Con lui era stata quasi da subito solo una convivenza. Due destini che si sfiorano. Forse la ragione è nel fatto che due disperazioni mescolate non formano mai una felicità. Ma è facile dire che è stupido dopo.
Quando se n’era andato non aveva nemmeno più voglia di piangere. Le era stato quasi indifferente. Aveva giù sofferto e pagato. Ci si abitua a tutto, anche al troppo. E forse lui era sempre stato come l’aveva visto alla fine. Come lo vedeva. E poi il tempo passato non ne vuole sapere di tornare. Si sentiva vecchia e stanca. Non abbastanza vecchia ma molto stanca. E poi per ogni cosa c’è il suo momento. Forse l’errore era stato mettersi con uno più giovane. Forse l’errore è amare, se amore era quello. Era voler fuggire la solitudine. Era quello stramaledetto bisogno di combattere quel silenzio, di una carezza, di un gesto, di sentirsi ancora. Di riconoscersi. Tutto per niente. Non ricordava nemmeno più da quanto tempo tornava a casa di malavoglia. Lo evitava ed evitava di parlargli. Lui aveva provato a continuare a fingere, maldestramente. Lei sapeva dell’altra. Non aveva fatto nulla per trattenerlo. Che senso aveva? Era questo il patto che s’erano dati fin dall’inizio. Convinti che sarebbe durato solo finché fosse durato. Lo aveva voluto proprio lei. Non aveva provato né amarezza né rabbia, solo quasi una muta indifferenza. Non capiva però perché lui avesse testardamente e inutilmente cercato di continuare a negarlo. Forse perché davanti ai fallimenti nessuno vuole vedersi colpevole o responsabile. Forse perché tutti hanno il bisogno di perdonarsi e credersi vittime. Ma ne aveva parlato fin troppo. E il silenzio la offendeva meno di quanto avrebbe potuto supporre.
E’ così che decise di mettere ordine nella sua vita. Svuotò gli armadi e ne riempì alcune valigie con i suoi ultimi abiti. Mise le altre sue cose in alcuni scatoloni. Era quasi sicura che lui non sarebbe mai passato a riprendersele. Non che le facesse male ritrovare oggetti che le parlassero di lui. Semplicemente voleva riprendersi la sua vita. E la sua casa. Semplicemente era una questione di ordine e di spazio. E svuotò sul tavolo i cassetti dove teneva tutte le foto. Nelle più vecchie era ancora bambina, nemmeno riusciva a stare sulle gambe. Erano ancora in bianco e nero. Si rese conto che dentro c’era tutta la sua storia, la sua vita, come fossero state scattate per quello. Tutte assieme facevano un bel mucchio, erano un numero impressionante. Quante saranno potute essere? Semplicemente tantissime. Strano, perché lei non amava farsi fotografare Farle, quello sì; le fotografie. Infatti tra le più recenti in poche c’era. C’erano paesaggi e persone. Le persone della sua vita; delle sue vite. Solitamente lei era dietro la macchina, a ritrarle.
Cominciò con il mettere da parte quelle meno significative. Quelle che in fondo non le ricordavano nulla e non erano che foto. Di queste fece un pacco che legò con un nastro rosso. E anche quello andò direttamente in soffitta. Delle altre… c’erano i posti che aveva visitato. I suoi compagni. I suoi amori o presunti tali. I suoi amici. I suoi genitori e i suoi fratelli, quanto le mancava suo padre. Le divise e raggruppò per periodo, senza pensarci, senza motivo. Aveva una strana inquietudine ma riusciva a domarla con poca fatica. E aveva il suo lavoro ad aiutarla. E voleva avere la mente completamente sgombra per quel lavoro. Finalmente libera. A lui non doveva più niente e non aveva diritto a niente, nemmeno al più piccolo spazio nei suoi pensieri. Gettò tutti i posacenere. Brutto vizio il fumo. Non lo aveva mai sopportato. E le stanze avevano già un’altra aria. Insomma ne aveva tutti i diritti di riprendersi quelle stanze. Di tenere spalancate quelle finestre, le sue finestre. Era sempre stata la sua casa ed era tornata finalmente ad esserlo; solo sua.
Poi una sera decise senza pensarci, le capitava spesso, faceva parte di lei, e forse era anche quello essere donna. Scese quando nessuno la poteva vedere e scavò piccole buche, una affianco all’altra, prima che facesse completamente buio e vi seppellì quegli involucri di foto. Si sentì meglio. Poteva sembrare un gesto stupido. Forse non era nemmeno dimostrativo eppure man mano le sembrava di sentirsi meglio. Seppelliva il suo passato, completamente e definitivamente, sotto un palmo di buona terra. Vicino cresceva alta una pianta di rose selvatiche. Tornò che era stanca ma soddisfatta. Aveva le mani e la gonna sporca e un grande appetito. Dopo cena aveva guardato un dibattito politico senza dover sorbire le sue lamentele e senza dover andare fino in salotto. Lasciò i piatti da lavare, in fondo l’avrebbe potuto fare anche l’indomani. Lesse più del solito prima di prendere sonno ma il romanzo continuava a non piacerle.
Il sonno venne senza fatica ma non la riposò. Un sogno l’aveva angosciata, un sogno che ricordava ancora al mattino perfettamente mentre cercava di mettersi in ordine per uscire. Doveva passare per la banca ma non riusciva a togliersi dalla testa le immagini della notte. Sotto quelle piccole fosse qualcosa pareva lievitare, riprendere vigore. Le persone delle foto stavano tornando in vita uscendo dalle stesse immagini. E tornavano trovandosi sotto quel palmo di terra umida. E allora cominciavano a graffiare disperatamente le zolle per trovare aria; aria e luce. Cercavano di gridare con le gole soffocate. Ne uscivano solo lamenti muti. E tutto era così vivido da sembrare più che reale. Si sentì male, colpevole. Nello stomaco le uscì un buco. Non riusciva a fissarsi su quello che faceva, né riuscì a mangiare. Aspettò con impazienza e alle prime ombre scese in giardino. Nulla sembrava come prima. Ogni buca ricoperta s’era gonfiata come un ventre di donna. Si chiese cosa avrebbe trovato lì sotto. Si diede un attimo sospeso di pausa. Forse aveva avuto troppa fretta. Forse ci vuole solo un po’ più di tempo per imparare a vivere con la solitudine e per tornare a parlare con se stessa. Ma forse era troppo tardi eppure lo doveva fare. Con una grande pena nel cuore si mise a scavare.

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Moneta con Giano bifronte

Non particolarmente. Sono a cena da mia sorella con un plotone di parenti di suo marito. Che succede”?
Aveva letto la frase e poi chiuso il libro. Si versò un bicchiere di chianti freddo dal frigo. Se ne fregava. Aveva bisogno di qualcosa di fresco. Era comunque il suo modo di combattere l’estate. Teneva le finestre chiuse che non entrasse il caldo. Il condizionatore al minimo. Mordeva respiri larghi. Sudava, e questo gli dava il maggiore fastidio. Così, con le imposte abbassate, non sapeva mai che ore erano. Sapeva solo che era domenica. E che niente e nessuno lo aspettava. Era solo tempo suo. Aveva imparato a vivere con quel tempo. Lì, tranquillo. A coltivare la sua pigrizia. E non aveva una gran voglia di ragionare. Bisognerebbe avere vent’anni per poter sognare. Veramente bisognerebbe avere sempre vent’anni. In fondo la vita è stupida. Se ne va e te ne accorgi che è già andata. Quando ti manca qualche energia. Quando certi piccoli fastidi decidono di rimanere. Che poi viene a mancare anche l’entusiasmo. Era ormai troppo tempo che non si chiedeva cosa ne fosse di lei. Non aveva la minima idea di parlarne. E poi lei era uscita definitivamente. Non era più nemmeno uno sternuto nella sua vita. Forse era stato una carogna. Forse si era comportato male. Mica si può fare nulla. Ti accorgi che una cosa è finita e non puoi più tornare indietro. Tutto perde anche la minima importanza. Non conta nulla. Se solo fosse possibile. Invece ti scopri vecchio.
Lo dici perché non li hai più”.
Il tempo passa per tutti”.
La tua è solo invidia”.
Nemmeno quella. Purtroppo solo rassegnazione”.
Dovresti starci attento. Freddo si fa sentire dopo”.
Alzò le spalle. Tanto valeva far finta di non aver sentito. Possibile che non ci fosse niente di meglio, a cui lasciare andare i propri propositi? Voleva solo cambiare discorso. Era in un momento di blocco. Si era infilato in un vicolo cieco. La storia a cui si stava dedicando sembrava non aver più né capo né piedi. E non gli andava di mettere in piazza il diario della sua vita. Non gli andava di parlarne, con un estraneo. Che lo facesse pure Annastella; se questo le garbava. Fingendo di dirlo degli altri. Cioè di altre. Lei aveva fatto la giornalista. Ma quello che faceva era qualcosa di diverso. Non voleva dire. Guardò i fogli sul tavolo. Dove erano rimasti. Cosa fa di un libro un buon libro? Anzi, cosa fa di un insieme, di una accozzaglia di parole un libro? Anzi, cioè, cosa fa di uno che scrive uno scrittore? Lui aveva queste alzate di ingegno. Si dilettava, cioè provava un vero piacere gudurioso a scrivere. Anche piccole e stupide cose. Così si isolava. Viveva che cose che voleva. Faceva succedere tutto e il contrario. Entrava in qualsiasi panno.
Qualcuno dice che è una cosa che so fare. Che lo faccio bene”.
Ha ragione Enrico, ci sono più scrittori che lettori. E tutti si credono scrittori. Come i pittori. Il mondo è pieno di pittori tutti presi di sé e intenti ad imbrattare tele. Che non valgono più di quella della domenica. Che immane spreco. Cosa autorizza la tua presunzione? Cosa te ne da il diritto? Quali studi hai fatto? Quelli che parlano sono gli amici. Nella maggior parte dei casi. E gli amici hanno sempre un approccio benevolo. E a volte sanno mentire come fosse una missione per generosità. E nemmeno se ne accorgono. Agli altri non frega niente e non costa niente. Torna con i piedi in terra e pensa a cose pratiche. Utili. I panni da stirare sono accatastati ormai da mesi”.
C’era del vero. Non viveva in un ambiente che gli desse grandi stimoli. Amava i suoi amici ma erano persone semplici. Anche intelligenti. Ma sapevano quello che erano. Giovanni si occupava della sua osteria. Era sempre stato il suo sogno. Ora l’aveva realizzato, e gli prendeva ogni energia. Alvise amava l’arte. Cioè amava la pittura. Aveva la casa piena zeppa di quadri. Alcuni erano buoni. Era una passione e un hobby allo stesso tempo. Ma era in pensione. Si era guadagnato quel riposo facendo il postino per tutta una vita. Anche Silvano era in pensione, da una municipalizzata. Non ricordava di cosa. E Gabry, sua moglie. Anzi no, lei probabilmente non aveva aspettato l’età per usufruire regolarmente della pensione. Aveva avuto fretta. Non si erano preoccupati del futuro. Ma nemmeno a loro mancava nulla. Nessuno era ricco, in fondo se la passavano.
Poi c’era lui. Faceva il commercialista. Un semplice ragioniere. Lui i soldi li aveva fatti. Forse ne aveva. A sentir lui… ma a sentir lui. E lui forse quei soldi non li aveva più; se mai c’erano stati. Se li era presi la moglie. Ormai ex. Era convinto che non la raccontasse giusta. Non l’aveva mai fatto. Lui lo sapeva bene. Nessuno lo sapeva meglio di lui. Ma di lui non amava parlarne. Nemmeno pensarci. Nemmeno nominarlo. Gli sembrava che tutti avessero fatto qualcosa. Lui no. Lui un lavoro ce l’aveva ancora. E poi c’era un abisso tra il dilettarsi e interrogarsi su cosa faceva di un dilettante uno scrittore. Che quando poteva, e doveva, non aveva la voglia di studiare. Probabilmente nemmeno la testa.
Non hai più l’età per certi voli pindarici. E non fa nulla se ti scopi la segretaria. Non vale. Dovevi pensarci allora”.
Tornò al libro. Rilesse quella frase: “Non particolarmente. Sono a cena da mia sorella con un plotone di parenti di suo marito. Che succede”?
In fondo la rete distribuisce a mani generose queste ed altre illusioni. Lui era già sopra il computer tutto il santo giorno, per lavoro. Quand’era a casa preferiva tenerlo spento. Ne aveva abbastanza di recensioni di libri degli altri. La maggior parte non valevano di più del peggiore dei suoi raccontini. Tornò a posare il libro. Una frase che presa da sola non era particolarmente significativa. In effetti non voleva dire nulla. Affogava nel mezzo delle pagine. Non avrebbe mai permesso di capire di che romanzo si trattasse. Cioè una frase qualunque in un punto qualsiasi. Era solo l’ultima frase su cui si era interrotta la sua lettura. L’avrebbe ripresa più tardi; a letto.
E questo cos’è? So già cosa stai per dire. Domenico è una eccezione, tra i tuoi amici. Si può dire che lui è un intellettuale. Lui sì! Brutta parola questa. Ha pubblicato un paio di libri. In verità li ha fatti pubblicare; a sue spese. Lo sai. Poi li ha fatti girare tra gli amici e poco più. Nemmeno questo fa di lui uno scrittore. Soldi gettati”.
Infilò una porzione di melanzane alla parmigiana nel forno a microonde. Decise di seguire lo stomaco. Di quel parlare inutile se ne fregava, ed era stanco. Rilesse quel breve racconto sul labirinto. Semplicemente gli era piaciuto scriverlo. E gli sembrava buono. Sì! gli piaceva. Non capiva cosa ci fosse da ridire. Ne a cosa servissero tanti sofismi. Si mise a tavola. In quel momento tornò a rendersi conto di essere da solo. Accese sul primo per vedere il telegiornale.

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Il sognatore

Aveva messo una cravatta regimental su una camicia Oxford; una giacca blaser, naturalmente blu, e pantaloni jeans. Indossava occhiali con due iniziali e profumava di dopobarba Insinuante. Si chiamava Alfio Capriotti e da vent’anni era il ragioniere Alfio Capriotti, ma aveva sempre sognato di scrivere poesie.

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