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Posts Tagged ‘solidarietà’

pantaloni-skinny-cinque-tasche-blu-infanzia-bambino-vc500_1_lpr1Via dei tessuti, 69. Offerte di fine stagione. I cartelli in vetrina dicevano che: A chi avesse portato un paio di pantaloni usati, solo se in buono stato, sarebbe stato concesso uno sconto del 20% sull’acquisto di un paio di nuovi. Non lo sapeva come gli fosse venuta in mente quell’idea che subito gli era sembrata balzana. Le aveva pensate tutte ma le vendite continuavano a essere in calo. Non era la crisi. Quella era una vera e propria catastrofe. E lui, il solito ottimista, aveva fatto anche più acquisti dell’anno precedente. Decisamente troppi. L’attività era a rischio. Bella pensata. –si era detto ironicamente.
Erano tre giorni che non entrava un cliente che era uno. Ormai era rassegnato. Quel mattino aveva aperto l’armadio e si era accorto di quanti calzoni possedesse. Di tutte le forme e colori. Era naturale poiché li vendeva a se stesso. E li pagava a prezzo di costo. Non come i suoi clienti. Erano comunque tanti. Alcuni non li aveva ancora mai messi. Chissà quando e se? Certi avevano ancora il cartellino appeso. E lui aveva pur sempre un sedere solo. Anche se era il padrone del negozio. Forse era stato questo, il suo armadio, a suggerirgli l’idea di quella promozione bislacca.
Invece, incredulo, aveva visto arrivare il primo cliente. Poi un paio e una coppia. Sempre di più. Un vero successo. Fuori alla porta c’era la coda. Era una sorta di scambio. Qualcuno persino si era spinto a congratularsi per quella splendida idea. Era stata una donna. Quelli che ritirava, dopo averli ben controllati, se era il caso li portava in pulitura e poi diritti alla Caritas. Era una sorta di socialismo del pantalone. Chi ne aveva in più li riconsegnava e andavano a finire a quelli che non ne avevano. A chi ne aveva pochi. A chi aveva più toppe che stoffa. Vedendo il successo pensò che una promozione simile si poteva abbinare a qualsiasi capo di abbigliamento. Diamo tempo al tempo. –si disse– Vediamo come va a finire questa volta. C’è sempre tempo per ripetere l’offerta.
Qualcuno si mostrava più generoso. Uno aveva portato un intero guardaroba di calzoni in cambio di un solo paio di nuovi, con lo sconto del 20%. Un paio di clienti non avevano nemmeno voluto lo sconto. Altri avevano solo lasciato i loro vecchi affermando che non avevano bisogno di averne di nuovi. Però a uno, che probabilmente fingeva di non capire, che faceva il furbo, si era trovato a dover spiegare che quello sconto non era cumulativo. Per un paio usato il massimo era un paio nuovo. Due per due. Tre per tre. Eccetera. Una tipa assurda se li era tolti nel mezzo del negozio ed era uscita senza. Senza aggiungere un fiato. Con la sola maglietta che la copriva appena. Intanto batteva i tasti della cassa come quando non c’era ancora l’euro. Anzi come molti anni prima. Come negli anni che si ricordavano come l’epoca del boom.
Le cose gli andavano così bene che fu costretto a prendersi una commessa per avere aiuto. Assunse Benedetta così se la poteva vedere intorno senza che la moglie dicesse niente. Le cose migliorarono a tal punto da trovare spazio persino nella stampa nazionale. Ma il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Una notte con un gesto vandalico con sasso gli infransero le vetrina. Poi ricevette minacce con una missiva anonima da parte di una fantomatica Lega dei poveri ricchi; così si firmavano. Denuncio la cosa alla polizia la quale da subito non nascose i propri dubbi di poter raggiungere qualche risultato sui colpevoli del vile gesto. Questo scatenò un pandemonio di proteste e un vero assalto delle masse decise a manifestare la loro solidarietà. La Caritas non aveva mezzi sufficiente per ritirare tutti i pantaloni usati che arrivavano in negozio. Fu allora che si trovò costretto ad assumere anche Tamara, una notevole brunetta. E l’eccesso di rientri fu costretto giocoforza a mandarlo in Africa. Pensò che il mondo fosse migliore di quanto avesse mai sospettato.
Finalmente poteva cambiare la macchina. E prendere quegli orecchini che sua moglie guardava sospirando da anni. E avrebbero potuto anche provare a fare quel viaggetto che sognavano e rimandavano da tanto tempo. E, perché no, forse fare un pensierino anche a cambiare casa. Teneva nel cassetto quel sasso che era stato la sua fortuna, la goccia che aveva riempito il vaso fino a farlo traboccare. Poco importa se la mano ignota era la sua. In fondo che male c’è a dare un piccolo aiutino alla fortuna? E poi era assicurato. Forse avrebbe assunto anche un extracomunitario, forse persino di colore. Gli piaceva sentirsi generoso e fare del bene. E che questo poteva portare giovamento agli affari. Per la primavera-estate aveva programmato di ritirare anche giacche in pelle e pellicce usate con una promozione colossale. Nel frattempo, al negozio, intanto potevano benissimo badare le due ragazze.

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Quadro dell'artista Claudio Marini

Quadro dell'artista Claudio Marini: Palestina

Al post di ieri sulla richiesta del riconoscimento dello stato palestinese oggi completo l’informazione postando un documento di chi è in disaccordo, questo solo come informazione. Sempre in rispetto dell’autodeterminazione non esprimerò qui il mio parere. Certo che ho un mio doveroso parere, io parteggio e scelgo sempre. Credo che ognuno di noi dovrebbe averlo e anche esprimerlo in modo dialettico rispettando nel momento della decisione tale autonomia palestinese che per me è sacra.

Dal sito Polvere da sparo
Dai giovani palestinesi, contro uno Stato palestinese come quello proposto: PER IL DIRITTO AL RITORNO E LA LIBERAZIONE
18 settembre 2011
Contrari a questo ridicolo riconoscimento dello Stato Palestinese che a breve sbarcherà alle Nazioni Uniti, i giovani palestinesi chiedono a gran voce la fine dell’occupazione, il ritorno dei profughi, chiedono di dimenticare la parola Nakba, di mutarla con Hurriyya (libertà).

NOI, DEL MOVIMENTO GIOVANILE PALESTINESE (PYM), SIAMO FERMAMENTE CONTRARI ALLA PROPOSTA DI RICONOSCIMENTO DI UNO STATO PALESTINESE BASATO SUI CONFINI DEL 1967 CHE DEVE ESSERE PRESENTATA ALLE NAZIONI UNITE QUESTO SETTEMBRE DA PARTE DELLA LEADERSHIP PALESTINESE UFFICIALE.

manifesto del Fronte popolare, sul diritto al ritorno!

Un manifesto del Fronte popolare, sul diritto al ritorno!

NOI CREDIAMO E AFFERMIAMO CHE LA DICHIARAZIONE DELLA STATALITA’ VUOLE ESSERE SOLO IL COMPLETAMENTO DEL PROCESSO DI NORMALIZZAZIONE, CHE INIZIO’ CON I PROBLEMATICI ACCORDI DI PACE.

L’INIZIATIVA NON RICONOSCE IL FATTO CHE NEL NOSTRO PAESE LE PERSONE CONTINUANO A VIVERE IN UN REGIME COLONIALE BASATO SULLA PULIZIA ETNICA DELLA NOSTRA TERRA, SULLA SUBORDINAZIONE E SULLO SFRUTTAMENTO DELLA NOSTRA GENTE.

Questa dichiarazione serve come meccanismo per salvaguardare il falso quadro del processo di pace e depoliticizzare la lotta per la Palestina rimuovendo la lotta dal suo contesto storico coloniale. I tentativi di imporre una falsa pace con la normalizzazione del regime coloniale ha solo portato a cedere quantità crescenti della nostra terra, i diritti del nostro popolo e le nostre aspirazioni, delegittimando ed emarginando la lotta del nostro popolo, rendendo sempre più intensa la frammentazione e la divisione tra la nostra gente.
Questa dichiarazione mette in pericolo i diritti e le aspirazioni di oltre due terzi delle persone palestinesi che vivono come rifugiati in esilio in altri paesi, che dalla Nakba del 1948 (Catastrofe) aspettano per tornare alle loro case da cui sono state sfollate.
Si compromette così anche la posizione dei/delle palestinesi che risiedono nei territori occupati nel 1948, che continuano a resistere dall’interno quotidianamente contro la pulizia etnica e le pratiche razziali del regime coloniale. Inoltre, rafforza e potenzia i/le palestinesi e i partner arabi ad agire come i portinai dell’occupazione e della colonizzazione nella regione, all’interno di un quadro neo-coloniale.
Manifesto palestineseIl fondamento di questo processo serve niente di più che ad assicurare la continuità dei negoziati, la normalizzazione economica e sociale e la cooperazione per la sicurezza. La dichiarazione dello Stato solidificherà solo falsi confini su un frammento della storica Palestina e continua a non affrontare le questioni fondamentali: Gerusalemme, gli insediamenti, i/le rifugiati/e, i/le prigionieri/e politici/che, l’occupazione, le frontiere e il controllo delle risorse. Crediamo che una tale dichiarazione di Stato non garantisce né promuovere la giustizia e la libertà per i/le palestinesi, il che significa di per sé che non ci sarà pace duratura nella regione.
Inoltre, l’iniziativa di dichiarazione di uno Stato viene presentata alle Nazioni Unite da una leadership palestinese che è illegittima e che non è stata eletta per essere in grado di rappresentare la popolazione palestinese nella sua totalità, attraverso tutti i mezzi democratici per la sua gente. Questa proposta è un prodotto politico progettato da loro per nascondersi dietro la l’incapacità di rappresentare i bisogni e i desideri della propria popolazione. Affermando di compiere la volontà palestinese di autodeterminazione, questa leadership sta abusando e sfruttando la resistenza e i sacrifici del popolo palestinese, in particolare  dei nostri fratelli e sorelle a Gaza, dirottando inoltre la base di lavoro di solidarietà internazionale, come il  Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni e gli sforzi e le iniziative della flottiglia. Questa proposta serve solo a sperperare tutti gli sforzi fatti per isolare il regime coloniale e renderlo responsabile.
Se la proposta per il riconoscimento statale è stata accettata o no, chiediamo ai/alle palestinesi all’interno del nostro paese sotto occupazione e in paesi di rifugio e di esilio, a mantenere l’impegno e la convinzione della dignità della nostra lotta e, ispirati dai loro diritti e responsabilità, a difenderla.
Facciamo appello al popolo libero del mondo e agli/alle alleati/e della popolazione palestinese, di praticare veramente la solidarietà con i/le palestinesi in una lotta anti-coloniale, quindi di non prendere una posizione sulla dichiarazione dello Stato, ma piuttosto di continuare a ritenere Israele responsabile per mezzo del Boicottaggio in tutte le forme economiche, accademiche e culturali, del Disinvestimento e delle Sanzioni.
Fino al Ritorno e alla Liberazione
International Central Council
Palestinian Youth Movement

RINGRAZIO IL SITO FREEPALESTINE.NOBLOGS.ORG PER LA TRADUZIONE E DIFFUSIONE DI QUESTO TESTO, SECONDO ME IMPORTANTISSIMO.

PER CHI VOLESSE LEGGERLO IN LINGUA ORIGINALE O IN INGLESE ECCO I LINK: arabicenglish

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Logo della Freedom Flotilla 2In verità questo non è un vero post. Qui voglio solo riproporre integralmente una nota dalla pagina Facebook We are all on the Freedom Flotilla 2Sul diritto al ritorno che, secondo alcuni, sarebbe messo in pericolo”; proprio questo è il titolo della nota. Ci tengo vista l’importanza del problema e perché riporta il parere di un persona che io stimo molto: Josef Salman, medico-chirurgo, esponente della Mezzaluna rossa in Italia (la Croce Rossa palestinese). Non sta a me prendere chiaramente posizione anche in rispetto alla autodeterminazione che ogni popolo dovrebbe poter esercitare. Il confronto di idee e progetto dovrebbe essere tutto palestinese, certo ognuno di noi si può e si dovrebbe fare una propria opinione a riguardo.

 «Visto che si stanno moltiplicando gli interventi contrari al riconoscimento dello Stato di Palestina, con la motivazione che il diritto al ritorno ne sarebbe compromesso, posto qui il commento di un nostro membro palestinese che spiega molto bene (anche più degli esperti che abbiamo portati a sostegno della tesi contraria) perché ciò non sia vero.

Josef Salman
Come può essere un palestinese o un amico dei palestinesi, ad essere contrario allo Stato di Palestina? Da quando sono nato io e mio padre prima di me che sento parlare, che i palestinesi lottano per creare ed avere un loro Stato. Al Fatah (e il movimento di liberazione contemporaneo, l’OLP, l’ANP…) è nata nel 1958 per creare uno Stato libero e DEMOCRATICO in Palestina, dove ebrei, cristiani e musulmani possono vivere insieme con uguali diritti e con uguali doveri. Anche Arafat nel 1974 ha rinnovato la richiesta del SOGNO palestinese. Purtroppo la richiesta è stata respinta da Israele e tutti i suoi protettori ed alleati. Lo Stato di Palestina per me significa: – la fine della maledetta brutale e disumana OCCUPAZIONE ISRAELIANA alla terra di Palestina, – il riconoscimento dei legittimi diritti del popolo palestinese alla libertà, alla giustizia e alla pace, – l’applicazione e il rispetto delle risoluzioni dell’ONU e della legalità internazionale. I miei connazionali hanno sbagliato completamente analisi e obiettivo e quando la tua analisi e il tuo obiettivo è lo stesso quello del tuo nemico, ti devi fermare a riflettere, a ragionare e a CAMBIARE rotta. Il RICONOSCIMENTO dello Stato di Palestina da parte dell’ONU (riconosciuto ufficialmente già da 126 paesi nel mondo) non è l’arrivo e la fine, ma è l’inizio di una nuova fase della lunga e complessa lotta del popolo palestinese. Il Riconoscimento dello Stato è l’applicazione di una risoluzione ONU di 63 anni fa, la n.181 del 29/11/1947. Il diritto al RITORNO è un’altra risoluzione è la n.194, che non è legata e completamente separata. Nessuno al mondo può toccare, modificare o annullare il diritto dei palestinesi al ritorno alle loro case e alle loro terre da dove sono stati cacciati (al massimo discutere l’applicazione, ma non il principio del diritto…). E’ un DIRITTO SACROSANTO. I miei cari connazionali imparate a lottare e la A; B; C della Politica, se no? si continua a parlare solo ed avere solo sconfitte, ciò che non ci serve, siamo un movimento di grande e lunga esperienza, abbiamo la forza, la capacità e la DIGNITA’, insieme a discutere e a correggere il tiro. E’ l’OCCUPAZIONE che sta all’origine dei nostri mali. Non riconoscere lo Stato di Palestina ora, vuol dire solo la continuazione dell’OCCUPAZIONE, della distruzione, della sofferenza e della morte palestinese, vuol dire non poter mai denunciare, arrestare, processare e far condannare i criminali sionisti eroi dei crimini di Sabra e Shatila, Jenin, Hebron, Gaza… Buona lotta a tutti per una Palestina libera, laica e democratica, RESTIAMO UMANI…»

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Ho trovato questo post nel blog di Ross e lo riporto integralmente:
Lettera pubblicata nel blog di Rough Moleskine
sabato 16 luglio 2011
ENTRY DENIED e l’identificazione degli attivisti solidali con il Popolo Palestinese.
Mentre dalla Palestina occupata giungono rumors sulla identificazione degli attivisti aggregatisi all’iniziativa “Welcome to Palestine”, identificazione da parte dell’Autorità Palestinese (…), ricevo e pubblico un messaggio da parte di chi invece ha sperimentato l’ennesimo ENTRY DENIED.

Amman, 15 Luglio 2011
“Entry Denied: Israele, l’unica democrazia del Medio Oriente”

Care lettrici e cari lettori
Non basta che il governo di Netanyau abbia bloccato la partenza di centinaia di attivisti non violenti che cercavano di raggiungere la Palestina senza mentire sul vero proposito della loro visita in “Israele”. Non basta che coloro che sono riusciti ad arrivare, richiedendo di visitare i territori occupati, siano stati deportati e rinchiusi in carcere, in attesa di essere espulsi. Il governo israeliano non è stato solamente molto attento e efficace nell’impedire l’entrata di centinaia di persone di tutte le età che avevano aderito all’appello della campagna “Benvenuti in Palestina”, organizzata da varie associazioni pacifiste palestinesi e israeliane, ma l’accesso è stato negato a ogni sospetto attivista che abbia tentato di entrare in Israele attraverso gli stati confinanti.
Sono da molti anni un’attivista per i diritti umani del popolo palestinese. Ma sono stato in Israele/Palestina per la prima e ultima volta nell’estate del 2003, partecipando alla campagna contro il muro dell’apartheid con il movimento a cui ancora tutt’oggi faccio riferimento: l’International Solidarity Movement (palsolidarity.org), lo stesso di cui faceva parte l’amico Vittorio Arrigoni. Dopo otto anni ho tentato di tornare in Palestina passando dalla Giordania e il governo israeliano mi ha impedito l’accesso, stampandomi sul passaporto un ENTRY DENIED con due grosse line rosse, di cui comunque vado fiero. L’11 Luglio sono atterrato a Amman e il 12 mi sono recato al posto di confine di Kin Hussein Bridge. Dopo essere stato separato dal mio zaino, dopo vari controlli e interviste che si sono susseguite e intensificate, dopo ore di attesa una giovane militare mi restituisce il passaporto dicendomi: “Lo sai che te ne torni in Giordania vero?” Ho fatto presente che nelle quattro ore di attesa non ero stato informato. Alla richiesta di spiegazioni mi risponde: per “ragioni di sicurezza”. Quale sicurezza? Rappresento un pericolo per la sicurezza di Israele? In che modo? Recuperato il mio zaino chiedo di di essere accompagnato da un responsabile che sia in grado di fornirmi maggiori delucidazioni sui motivi di questa decisione. Un’altro militare, superiore in grado, azzarda una spiegazione, chiedendomi se io non mi ricordi che cosa ho fatto nel Dicembre 2004. Io rispondo che mi ricordo benissimo, infatti ero in Inghilterra per un corso di studi. Ma non importa, sarà stato prima o dopo, afferma con molta precisione la soldatessa.
Il militare fa riferimento a quanto accadde nell’estate del 2003 quando fui arrestato con altri attivisti internazionali in un villaggio della West Bank cercando di proteggere una famiglia palestinese dalla distruzione parziale della propria casa, che si trova oggi, come centinaia di altre, schiacciata tra una colonia (quindi barriere e cancelli) e il famoso muro con cui Israele si protegge dai “terroristi”? Avendo praticato sempre e solo tecniche di resistenza nonviolenta, in che modo dunque posso io essere considerato un pericolo per lo stato di Israle? Nessuna risposta. La soldatessa non può dire che chiunque metta piede, per qualsiasi ragione in Palestina, è di fatto un nemico, in quanto in grado di osservare, capire e soprattuto raccontare al mondo intero gli effetti devastanti dell’occupazione israeliana.
Questa esperienza mi ha fornito anche l’opportunità di vivere ciò che palestinesi, provenienti dal mondo intero, vivono ogni volta che vogliono tornare nel loro paese di origine. Emigrati che da anni vivono all’estero e che vogliono salutare la famiglia, festeggiare un compleanno, come un americano che torna in Palestina ogni estate e che ogni volta aspetta ore per poter entrare. Famiglie con bambini anche piccoli che, per visitare per due soli giorni i parenti in Cisgiordania, subiscono ore di controlli e interviste.
Ho visto lo stupore incredulo nello sguardo di due giovani, in attesa di passare la frontiera, quando mi hanno visto tornare accompagnato dagli addetti della sicurezza. Ebbene sì, mi rimandano indietro, mi trattano come una bestia, come trattano tutti i Palestinesi alla frontiera o a qualsiasi check point nei territori occupati. Passando sono riuscito a dir loro “We are all palestinians”. Non hanno potuto alzare le classiche due dita in segno di vittoria, né intonare un coro, ma la tristezza nei loro occhi ed il sorriso dopo aver sentito la mia frase mi hanno fatto sentire meglio.
La presenza di internazionali in Palestina ha infatti anche solamente l’effetto di non farli sentire soli.
L’ampiezza della repressione contro le centinaia di attivisti che hanno cercato di raggiungere la Palestina tra il 7 e il 9 lulio 2011 (che ha suscitato perfino e incredibilmente la critica dei media israeliani più noti) e contro quelli che cercano di farlo in qualsiasi momento e da qualsiasi confine, non è sufficiente a scoraggiare coloro che continuano a battersi in modo non violento per i diritti di un popolo accogliente e dignitoso come quello palestinese. Questo dovrebbe stimolare a visitare il paese e a conoscere i palestinesi. Risulta infatti molto più facile entrare in Israle passando da Tel Aviv per chi lo fa per la prima volta, semplicemente raccontando che ci si reca in terra santa per visitare i luoghi sacri o andare nelle spiaggie a fare il bagno.
Io comunque sono andato in Palestina e spero che lo facciate in tanti.
Verrà il momento in cui si potrà visitare liberamente la Palestina come nazione libera e indipendente. Dobbiamo lottare anche perché questo avvenga.
In solidarity,
Simone Brocchi

PS: Una curiosità: su due dei tre “stamps” che le autorità israeliane hanno impresso sul mio passaporto, ben due recitano ENTERY DENIED, in un inglese palesemente incorretto!

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Dai! prova.” La esortò Marinella. Quell’invito non ammetteva possibilità di replica. Le sue dita schiacciavano tra il pollice e l’indice la punta del filtro con violenza. Le sue labbra cercavano di succhiarci l’aria come se volesse sorbire il cielo. E sputava fuori subito una simulazione di nuvoletta biancastra. Sembrava più respiro, ma la stanza si andava riempiendo di fumo. Anima, pigramente, s’era alzata ad aprire la finestra. Cominciava ad avere timore. Non sarebbe bastata. Sua madre se ne sarebbe accorta. Si sentiva di legno seduta per terra, la schiena poggiata al letto; ritta. Avrebbe voluto ribellarsi. Scappare. Era solo un attimo. Era affascinata dal sorriso di Marinella. Sapeva che non avrebbe mai saputo dirle di no. E l’amica era così curiosa di vita. In fondo la invidiava. Avrebbe voluto essere come lei. Le invidiava tutto. Anche quell’anno in più che la faceva sembrare più donna, anzi meno bambina. Si ricopri con le gonne, Anima, e si sistemò i calzettoni bianchi. Prese titubante la sigaretta allo stesso modo cercando di imitare l’altra. La avvicinò alle labbra e subito inspirò con tutta la sua forza e sputò velocemente con violenza fuori quell’invasione di aria calda. E si sentì coraggiosa. E si sentì insieme colpevole. Sarebbe stato bello disubbidire. Socchiuse gli occhi per non farsi vedere. Era come se volesse scomparire. Non era successo nulla. Restituì il sottile cilindro di carta e tabacco. In fondo era stato semplice.
Si sentiva coraggiosa e orgogliosa. Era cresciuta in quell’attimo. Si sentì leggera quasi galleggiare. Avrebbe voluto dire “Buono”. Non aveva mai provato nulla di simile. Le venne sete. Un leggero intorpidimento la prese, come un formicolio. La luce che filtrava dalla finestra le sembrò troppo violenta. Iniziò a girarle tutto intorno. Si trattenne, avrebbe voluto cercare di fermare la stanza. Arrestare la testa tra le mani. Con le mani cercò un appoggio. Non voleva che l’amica se n’accorgesse, ridesse di lei. Improvvisamente la nausea aumentò e divenne violenta. Arrancò in cerca d’aria. Cercò di respirare a fondo. Se ne sarebbe vergognata per tutta la vita. E temeva di sporcare. Si rese conto che era in balia del proprio corpo. Le scappò un colpo di tosse. Le si gonfiarono gli occhi come dovesse scoppiare nel pianto. Chi cavolo glielo aveva fatto fare? Dovevano essere rossi e gonfi. Il conato le salì impetuoso in bocca e si liberò vuoto. Scoppiò come una bolla d’aria. Un piccolo rutto quasi silenzioso che singhiozzo sottile e si fermo nell’aria immobile. Solo un filo di saliva. Non ci avrebbe riprovato mai più. Fumare era una cosa da stupidi. Marinella scoppiò a ridere.
Rilassati, A volte… è la prima volta”. Il suo sorriso era rassicurante ma lei stava male. Cercò di tranquillizzarla: “Va meglio”. L’altra intanto succhiava e sputava il fumo guardandola delusa e stupita. Si sentiva solo una bambina. Non le piaceva. Ma l’altra era ripetente. E se glielo avessero chiesto i ragazzi? Loro lo fanno. E sembra così facile. Non voleva rinunciare a quella festa. Non sa. Non sa cosa ci trovino nei ragazzi. Ma quelli sono più grandi. Faranno sentire grande anche lei. O forse nemmeno se ne accorgeranno. Come ci si deve comportare? E poi lei è sempre curiosa. Non delle stesse cose di Marinella. Lei non lo ama quel rischio. E adesso sapeva di non saper fumare. Se glielo chiederanno dirà che lei è contro. Ci sono tante cose e tante ragione per cui essere contro. E per il fumo avrebbe potuto dare la colpa a Ernesto. Certo non le avrebbero creduto. Ma non le hanno creduto mai. Lui era il maschio. E il serpe. E il delfino. E poi non avrebbero creduto nemmeno che potesse essere stata lei. Forse avrebbero dato la colpa a Marinella; le solite cattive compagnie. O all’aria che viene dentro. Ai fumi di Marghera.
Intanto il respiro stava tornando normale. L’amica gettò la cicca dal balcone. Scoppiarono a ridere all’unisono. Quello che provava per l’amica era forte. Temette di essere diversa. Cos’è la diversità? Avrebbe voluto confidarsi. Cos’è la normalità? Era confusa. Avrebbe voluto confidarsi. Avrebbe voluto abbracciarla. Chiederle qualcosa e mille cose. Ma non poteva essere amore. Lei lo sapeva che l’amore era incanto. Lo sapeva perché… lo sapeva e basta. Non ci vuole molta fantasia per capire che dev’essere molto di più. Ma era amore quello che vedeva nei grandi? In sua madre? Se ne raccontano tante. Non poteva essere così. E non lo avrebbe voluto. E poi chissà se lei avrebbe mai imparato ad amare?

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Cara mamma e caro papà
So che qui mi leggerete. Ognuno per conto proprio. Ognuno a modo proprio. Per ritrovarmi in questo spazio incerto e ignoto che è la rete. Spero solo che non lo farete con occhi che sono solo occhi. E’ allora non posso che tranquillizzarvi. Certo qui è Africa. Qui è l’altro mondo.
Come saprete vi scrivo da questo “slum” della periferia di Nairobi, nella zona di Kasarani, a pochi chilometri a est di Kariobangi. Una città di 180.000 abitanti che non è nemmeno una città. Solo una banlieue; poco più. Il nome kikuyu “Korogocho” significa “confusione”. E quella “confusione” regna sovrana. Nemmeno qui, tra le baracche e la miseria, si è tutti uguali. Farete fatica a capire ma qui è ricco chi ha le scarpe; chi riesce a rubare un boccone di pane.
Vi scrivo affacciato ad una finestra con vista sulla vita e sulla sofferenza; sul volto più duro e avaro del dolore. Una finestra che non ha vetri che trattengano e così entrano tutti i rumori della strada e della disperazione. Non da una finestra normale. Da questa miseria inaudita che non lascia respiro. Per questi uomini che vivono ogni attimo della morte; nati solo per morire, come se fosse un semplice appuntamento. Padre Antonio è vicino a me. Niente mi ha mai insegnato altrettanto. E non ci sono parole bastanti.
Niente è come sembra e nulla pare vero. Di sangue e rabbia mi sento pervaso, ma non di sconfitta. Tra le tante lingue che si affollano i giovani bantu mi narrano lo swahili con le mani e gli occhi. E noi, per alcuni di loro, siamo l’unica speranza. Occhi immensi che hanno il pudore di dire grazie, occhi ancora orgogliosi, occhi che sanno inventarsi sorrisi meravigliosi. Siamo tutto e la loro patria e la loro casa e il loro riscatto. Non ho mai avuto tanto in cambio di così niente perché tutto non mi sembra abbastanza. E mi sento vigliacco e colpevole delle mie fortune. E mi sento immensamente grato del loro più piccolo gesto, anche del solo allungarmi una mano. Amo infinitamente questi piccoli guerrieri tristi. La collana di conchiglie che uno di loro mi ha regalato come fosse la cosa più preziosa. Il morso di pane che un altro ha spezzato; con le mani sporche.
Questo popolo non popolo che vive rifiutato nei rifiuti e tra i rifiuti. Se questa pare letteratura mi scuso; è solo vita. Vita che scorre e che noi non crediamo più. Il volto più duro della vita, dove persino la pietà è un bene troppo di lusso. Bisogna venire qui per conoscere la miseria. Dire non hanno niente qui vuol dire che non hanno proprio niente. Come faccio a spiegarvi? Non mi avete mai fatto mancare nulla. Io posso tornare; ho già in tasca il biglietto. Loro invece non possono che aspettare. Eppure qualcosa mi mancava. Forse proprio questi esseri umani d’ebano che sono stati guerrieri e sono solo ombre. Cercavo di capire. Cercavo non un uomo ma cosa, e quell’uomo l’ho cercato; in questi luoghi.
Cara mamma, non essere in apprensione per me. La notte ha i rumori della notte. Ti viene da stare sveglio ad ascoltarli. E’ come se tutto il mondo parlasse qui. E tutto ha un suo fascino, anche se lancinante. Sono loro stessi a proteggermi, da loro; da tutto. E’ qui che, davanti a tanto strazio, solo e nudo, mi sono sentito vivo come non sono mai stato tanto vivo, né altrettanto in compagnia. Io, così protetto, non sono mai stato abbastanza io. Spero riuscirete a capire.
Vostro figlio

Lettera più o meno immaginaria scritta per il blog Lettere al futuro, su incitazione di Ross, postata il 27 c.m.

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Non ricordo chi. Qualcuno in rete mi ha chiesto di riparlare delle baracche. Sono in ritardo? Tempo permettendo provo a introdurre questa storia. Credetemi: a volte è solo che mi manca proprio il tempo. Abbiate pazienza.

spinolaAltri tempi allora. Li possono ricordare solo i nostri vecchi. Quelli più vecchi tra i nostri vecchi. Altra Italia quella. Un paese certo più povero. Un paese, forse proprio perché più povero, che aveva ancora un cuore. Popolo di contadini. Paesaggio ancora di campagna, come si suole dire: rurale. In realtà campi fin dove si spingeva l’occhio. Un paese ancora solidale. Intanto intorno cominciava a sorgere la città. Ci si aiutava ancora uno con l’altro. Gente magari ignorante ma tutt’altro che stupida. Ignorante perché ignorava. Ignorava l’italiano. Ignorava le cose “alte”. Da gente che ha studiato. Roba da signori. Ignorava il superfluo. Magari mica sapeva scrivere. Figuriamoci se aveva il tempo per leggere; per menare il can per l’aia. Non ignorava la propria terra. Non ignorava le stagioni. Non ignorava la fatica.
Un quartiere ai confini del comune. Quello che ci separa ancora da Venezia. Oltre la vecchia linea ferroviaria. Ora la stanno recuperando, quella linea ferroviaria per molto tempo dismessa. Ci passerà la cosiddetta metropolitana di superficie. Dicono che ci passerà anche l’alta velocità. Per anni ci son cresciuti solo rovi. Quelli del quartiere l’avevano fatta attraversare da un viottolo interrato per restare collegati al resto del comune. Sono stati i primi, lì, i paesani. La loro sagra era diventata famosa in tutti i dintorni. Vi si teneva una mostra degli uccelli. Ci andava tanta gente. E loro, quelli del quartiere, la gente, avevano creato momenti e punti di incontro. Le donne, anche quelle non mamme, si erano organizzate. Tenevano i bambini. Avevano fatto una specie di nido. I servizi se li inventavano. Gestivano al meglio il loro territorio. Quello di cui avevano bisogno lo sapevano e se lo facevano. Con le loro mani. Solidali. Senza bisogno di aiuto. Non c’era sindaco ne prete che tenga. Magari nemmeno conoscevano il nome del sindaco. Magari avevano anche poca confidenza del parroco. La chiesa era ed è al di là delle rotaie e del cavalcavia. Il palazzo anche. Adesso hanno una bassa costruzione che fa da chiesa.
Quella sera tutti hanno avuto paura. Tutti ricordano quella data. Era il 6 maggio 1976. Erano da poco passate le nove. Per la precisione erano le 21.06. Un brivido ha percorso l’erba. Una vampa alta da lontano, da Marghera, poi un buio profondo. Era il terremoto del Friuli. Ma succede. Succede che un popolo si alzi anche dopo le disgrazie. Io ero proprio a Marghera. L’ho avvertita a Marghera. Non mi ha tolto nemmeno la calma. Ciò che ha fatto più impressione è stata proprio quella vivida vampa. E poi quel buio assoluto e totale. Ma qui era stata una scossettina, quella di quella sera. Lì, invece, in Friuli, gente caparbia, hanno pianto i loro morti e poi li hanno seppelliti. I “furlani” sono gente così. Abituati a camminare su una terra aspra; avara. Nelle baracche non ci sono voluti restare che lo stretto tempo necessario. Poi hanno ritirato su le loro case. Hanno ricominciati a vivere.
Chissà se c’è stato un primo? Si sa che quei vecchi l’hanno pensato: perché non usare quelle baracche che non vuole più nessuno. Che hanno finito il loro servizio. Hanno chiesto al Comune il permesso su un pezzettino di terra. Si sono organizzati. Sono andati a prendersele le baracche. Coi camions. Come dicevo, per primi quelli di quel quartiere. Si sono fatti spazio. Hanno fatto una gettata di cemento. Ci hanno lavorato dopo il lavoro; sodo. In ogni momento libero. Le hanno montate, le baracche. Davanti ci hanno fatto le piste di bocce. Dentro l’osteria. La loro osteria. Il loro posto dove incontrarsi e invecchiare.
Dopo le ha scoperte la politica. E’ arrivato il parroco a benedirle. Sono arrivati i politici. I piccoli politici locali. I consigli di quartiere e, purtroppo, anche i consiglieri. Quella politica miope. Quella che crede il cittadino al suo servizio. Ogn’uno pronto a mettere il cappello. A dire sono arrivato prima io. A cercare consenso. Un voto. Tutti colpevoli senza distinzione di colore. A spiegare a chi aveva fatto cosa doveva fare. Sono arrivati loro, raccontano i vecchi, con le loro camicie bianche. Le mani senza calli. Quella lingua difficile. Loro che non avevano mai saputo sudare. Chiacchieravano solo. Quanto chiacchieravano. Valli a capire. Se non erano mai stati contadini non avevano nemmeno imparato la fabbrica. Certo che anche i vecchi avevano le loro idee, spesso anche ci litigavano per quelle idee, ma quando c’era da fare si faceva. Mica si parlava. Era per il loro quartiere. Così, piano piano, è finito tutto. Finita la scuola. Finita la voglia di lavorare perché lavorare per tutti era un orgoglio; lavorare per loro era solo stupidità.

Torna a suonare la nostra canzone [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Mannoia – La storia.mp3”] Fiorella Mannoia: La storia

N.B. questa è solo la premessa perché nella baracca di quel quartiere, rimasta ingovernata per la crisi di entusiasmo, ci ho vissuto cinque, forse sei, degli anni più belli della mia vita. Quella baracca confinava con un vecchio forte della prima guerra mondiale. Un forte con un enorme appezzamento di terreno intorno. Quella è stata la nostra baracca. Quella che è diventata “Baracca & Burattini“. Ma questa è un’altra storia.

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