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Posts Tagged ‘solitudini’

Giardini. Lei sta allattando. Due tette che non sembrano sue. E il piccolo attaccato che succhia. Capelli lisci. Biondi. La gonna fin troppo corta. Due gambe lunghe. Gambe tornite. Ginocchia con una loro personalità. Intanto il bimbo poppa a tutto spiano.
Bello”.
E’ una bambina”.
Mi scusi. Sa? A questa età”.
Scherza. Non si preoccupi. Succede a tanti”.
Tanti”?
Quasi a tutti”.
Mangia molto”?
Dipende”.
Da cosa”?
Ci sono giorni che non ho proprio appetito”.
”.
”.
E’ sua”?
L’ho trovata qui”.
Scherza? Ma è bellissima”.
Solitamente è una domanda stupida, ma in questo caso… Cosa vuole sapere? Mi chieda pure”.
”.
Bella giornata”…
Come si chiama”?
Tiziana”.
E lei”?
E’ di un’amica”.
Dovete essere molto amiche”.
Per nulla. Ci conosciamo appena. E’ solo ch’è di turno alla casse al supermercato. Sa? non ha la mamma. No! non pensi… solo che la mamma non gliela può tenere. E’ appena arrivata. Al quarto piano. Io sto al secondo. Vengo qui anche per studiare. Non ci siamo mai visti? Lei non viene spesso ai giardini? Io riesco a leggere tranquilla. A isolarmi. Non so come mi sia presa questa curiosità. Noi donne abbiamo questo senso della maternità”.
Lavora molto”?
Sono studentessa”.
E’ una cosa che noi uomini non possiamo sapere”.
Vorrà dire capire”.
Mi riferivo alla bimba”.
Da uno strano solletico, un particolare piacere, sentirla suggere. Credo si dica anche così. Insomma ciucciare”.
Certo che dev’essere bello”.
Non dovrebbe chiederlo a me. Non posso parlare per gli altri. Credo di sì”.
Dicevo con la bambina”.
Dicevo anch’io. Bisognerebbe chiederlo alla mamma. Non sono di quelle”.
E per la mamma”?
Direi di sì. Certo non posso esser certa. Cioè… E’ che non sono mai stata mamma. Però penso che qualcosa… Potrei anche dirle… spero mi capisca. Mica posso qui, ai giardini. Mi spiace. Per lei. Giusto prima… dicevo a uno… ma quello mi ha infastidita. Non mi levava gli occhi da dosso. Oh! Mi scusi. Non volevo. Lei si vede ch’è una persona educata. Con lei non mi da disturbo. Starei a parlare per ore. Solo che mica possiamo. Qui ai giardini. La gente è così. Pronta a giudicare. Mi capisce? E poi, prima di lei me ne stavo tranquilla. Non mi aspettavo tante domande. Lei è proprio un tipo curioso. E interessante”.
E lei è stata fin troppo cortese”.
“Non costa nulla. La cortesia è gratuita. La goda fin che può. Certo non vorrei dar fastidio a qualcuno”.
E’ solo… che ha mosso la mia curiosità”.
E per cosa”?
Solitamente non sono un tipo curioso. In fondo è la bellezza della vita”.
”.
Dicevo… un bambino, cioè… la bambina”.
Credo che dovrò dargli il biberon. Succhia ma non succhia niente. Povero piccolo. Un po’ mi spiace. Devo ricordarmi anche di lui. Mi ha fatto distrarre. Perdere la testa. Ho dei doveri. Ad essere onesta il fatto è che è bello. Sentirselo attaccato. Da un senso strano. Non vorrei dire ma è eccitante. Non proprio eccitante, non fraintenda, ma eccitante. In qualche modo… mi stuzzica. Non saprei come spiegare. Spero lei mi capisca”.
Più o meno”.
”.
”.
Ha visto abbastanza”?
Come”?
Risposta sbagliata. Scusi, è uno scherzo. Ora posso smettere di… allattare”?
Purtroppo… devo essere onesto. Faccia pure”.
Grazie, cominciavo a averne ansia, cioè abbastanza. Ad esserne stancata. Non è come se… insomma ciuccia a vuoto lei, e in fondo anch’io. E’ come regalare le tette gratis. Non so se mi spiego? Come… come aspettare l’autobus in un giorno di sciopero. Non so come mi vengono queste idee. E poi perché le dico proprio a lei”.
”.
Si fa tardi. Che ora saranno”?
Posso accompagnarla”?
Passiamo dalla mamma. Mi starà già aspettando. Ho insistito molto perché me la presti. Penso non serva più. Se vuole. Non è molto lontano. Le va? Poi sono libera. Proprio libera”.

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Avrei una dedica da fare:
A Franz Kafka, l’unico sconfitto a vincere sempre

Fotografia in BN di KafkaNotte. Motore immenso. Una luna come un’arancia, una luna conficcata nel cielo. Nero che sembra di pece. Una luna come un pugno nello stomaco. Come una ferita. Secca. Sfrigolano milioni di microscopiche nacchere. I suoni del silenzio. Silenzio: antologia di sussurri.
Anzi. Solo meccanismo d’ombre. Hanno due toni, quello d’avorio più alto, un sibilo. Quello d’ebano, più cupo. Un treno; forse, ma lontano. Indizi. Uno sfrigolio, s’insegue. No. Non proprio. Ruvido. Improprio. Piccole note. Appunti. Sassi sull’acciaio. Suono freddo. Frammenti. Grandine secca. Silenzio. Rumori sporchi.
Forse la notte è solo una bugia di buio. Una promessa. Dopo, la cena fredda. Si era pentito sulla tazza del cesso. Lì, riverso a bestemmiare; mentalmente. In quel momento, in cui, verosimilmente si pensa a Dio. Gli doleva l’operazione. La bocca amara. Amara come il rancore. E sapore di varecchina; sogno biondo. La bocca una ferita sbavata: rossa. Rosso volgare.
E piange di stelle il cielo come solo un bimbo può, con tutta la sua grande capacità di disperazione. Suono muto. L’insonnia mescola tinte di nero. Non un unico nero; questo mai. Ora lucide, ora opache. Ora uccide, ora nasconde. Come zanzare schiacciate, lassù, le stelle. Mozziconi. I fili li nasconde il buio. Lì, infisse. Microscopiche impronte. Ha troppi occhi il cielo per non sentirsi osservati.
La raucedine di un motore qua e là. Quasi rumori di macchine. Sempre lontani. I cassonetti tacciono. Hanno perso i loro sacchetti. Come visceri. Senz’anima. Hanno perso. E non parlano. Si frugano animali muti; frugano. Frugano rapidi. Con sguardi assassini.
Sguardi che scivolano via. Senza timori. Sguardi e ombre. Stilettate. Graffi. Eppure fiere. Belve. Ma solo ombre a frugare le ombre.
Odore gravido. Odore di terra ubriaca; d’acqua. Seminata di croci. Gravida terra, notturna. Anche Kafka scriveva di notte. Ma gl’occhi si sporcano d’insonnia. Frugare é l’itinerario. Come quegl’animali di antracite. Morbidi. Plastici. Felini. Frugare. Rimestare. Solo rimasticare. Ruminare. Pulsa.
E i lampioni. Sono sabba. I lampioni grammofoni, grammofoni di quelle ombre furtive. Se l’aria è umida che appiccica, appiccica i capelli. Appiccica le cose alle case. Troppo scontato Wagner. Troppo temeraria la bestemmia. Tutto si scrive sulle carta della notte. Cerca il manoscritto.
La città é solo luci; luci; estranee. Abbozzi. Punture di colori viste dal di fuori. Aloni. Notte di note blue. Illusione. Il nero cola come marmellata di mirtilli. Sui muri. Lucido. Cola. Silenzio aggressivo. Le finestre son tarli. Pettegoli. Rimorsi. Chiacchierano luci false. Luci narrate. Luci acide di televisori. Sagome le spezzano. Bugie. Solo sagome e solo per rapidi momenti. Impressioni. Sbavature, Scoloriture. Eppure, tutto sbava e scolora. Ti tradisce l’affanno.
Lei si muove alla stessa ora ma su un’altra strada. Lei che ha un profilo sottile. Lei che ha un’ombra lunga. Scritta a scatti. Lei che si fa fretta. Lei che non incontrerà mai. Lei. Tacchi a spillo. Piccola tosse asmatica. Ma più piccoli colpi frettolosi. Scariche simmetriche, elettrostatiche. Picchiettare. Suono d’ossa o di vetro. Senza opacità. Senza echi. Suono puro. Gonne corte. Lunghe gambe. Curva larga e si perde. Lei che non esiste già più. O che non é esistita mai. Lei. Lei che é suono blues.
La notte che culla il poeta. E’ indulgente con lui. Lo accarezza. Lo coccola e gli racconta la sua fola. Forse “la notte è ancora troppo poco notte”.¹ Ne è impietosita. Come da un bimbo. Lo consola. Lo perdona e lo perde. Perché il suo tradimento é l’amore. Non una preghiera gli lascia. Non un rimpianto. Non un ricordo. Non dolore. Sillabe confuse. coriandoli. Artigli gl’alberi. Ma lui cerca la storia, la storia lo trova, non se ne avvede.

Kafka, Kafka, Kafka. Ne ho piene le palle di Kafka“. – Disse Felice – “Vorrei liberarmi di questa storia”.


1] FRANZ KAFKA: dalle Lettere a Felice.
scritto il 14.04.1991

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Io lo so bene. Faccio questo mestiere da vent’anni. E lo faccio bene. Conosco tutti. Saluto tutti. Magari un cenno. Vent’anni dico. Da quando c’era ancora lui. Ero giovane allora. La salutavo. Si! la salutavo. Come tutti. Buon giorno. Come va? Come vuole che vada? Cose di questo genere. Robe dette in fretta. Senza fretta. Cose senza peso. Magari non ci si fa caso. Vent’anni. Ogn’uno diventa qualcosa dell’altro. Io questo dico. E’ così. E in vent’anni mai aveva ricevuto nulla. Mai una lettera. Una cartolina. Un pacchetto. Oserei quasi dire che nemmeno la pubblicità le arrivava. Nemmeno le bollette riceveva. Tanto che ho pensato che le facesse mandare in banca. Forse è così. Certo è così. Niente di niente. Lo giuro. Anche per questo la ricordavo bene. La guardavo bene. Mi metteva curiosità. Anche se conosco tutti. Nome per nome. Potrei dirne. I difetti. I tic. I tac. E poi perché dovrei dire per un’altra cosa. Niente. Nemmeno l’abbonamento della televisione. Tanto che pensavo che nemmeno ce l’avesse. Mi sembrava impossibile. Mica lo credevo. Ma non arrivava nemmeno quella. Un dubbio me lo sono fatto. Magari per un pugno di minuti. Vuoi vedere che non ce l’ha? Se non gli arriva. Così mi dicevo. Ma lo so. Come si fa? La sera. Poi. Che ci fai del silenzio. Di quelle ore senza luce. Solo in casa. Il tempo non passa. E’ così dico. Nemmeno sembra da persone vive. Nemmeno per sbaglio. In vent’anni non le ho mai recapitato niente.
Posta. Poi mi trovo una lettera. Quella lettera. Mi trovo una lettera in mano. Non ci credevo. Non riuscivo a crederci. La rigiravo tra le dita. Era proprio sua. L’indirizzo era quello. Era proprio per lei. Una lettera tutta precisa. In una busta bianca. A dirlo sembrerebbe normale. Una lettera. E cos’altro? Faccio il postino. Ma una lettera per lei. Dopo vent’anni di niente. Quello era ed è una cosa strana. Degna di curiosità. E quella mi ha messo. Curiosità. Continuavo a guardarla. Era come un oggetto curioso. Come una cosa senza senso. Quello che non ti aspetti. Era questo. Quello che non potevo credere. Avevo perso la speranza. Era diventato normale. Era diventata cosa tra le cose. Così come mangiare a pranzo. Come l’ombrello e la pioggia. Una cosa normale; insomma. Invece all’improvviso. Senza che niente fosse diverso da sempre. Ce l’aveva tra le mani. Una vera lettera per lei. Di quelle rettangolari. Di misura regolare. Misurata. Una busta bianca indirizzata a lei. Senza mittente. Spuntata dal nulla. Che cercava lei. Proprio lei.
Un amico? Un parente lontano?”
Né vicino né lontano. Un parente? In un certo senso.”
Mi guardava con quegli occhi piccoli. Due buchi. Come mi controllasse. Io non sono curioso, ma la mia curiosità cresceva.¹


 

1] scritto l’ 11.11.1994

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Non si era mai fermato a pensare, ma aveva gli stessi occhi d’un gatto e i gatti, lo si sa, vedono anche quando gli uomini non possono vedere. La verità è che gli uomini soffrono quella strana forma di cecità quando non sanno liberarsi del cuore. La verità era che era passato tanto tempo, ma se lo rimproverava ancora: aveva tradito il cuore per quella macchia di rossetto. Ora non gli restava che parlare con quel bicchiere che non aveva risposte e con lei, e anche lei aveva occhi simili, ma non sapeva ancora se voleva condurlo nel buio di una nuova notte, e se lui voleva veramente ancora farsi tradire da un’altra macchia di rossetto. I rimorsi sono ritorni di immagini che si rincorrono proprio perché sono sempre in ritardo. Era solo che pensava che non ci fosse compagnia peggiore di quella della solitudine, e che odiava apparecchiare per uno. Allo stesso tempo e allo stesso modo non aveva niente da dirle, come non aveva niente da perdere, come aveva il timore di essere frenato dalla fiducia. Se moltiplicava il numero degli anni che aveva per i giorni si sentiva fin troppo vecchio; vecchio e testardo. Guardò l’orologio ma non aveva ancora consumato abbastanza di quella notte. Telefonò a casa solo per sentirne la voce. Trovò la segreteria telefonica attaccata.

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Vorrei non chiamarmi anch’io Michele. A proposito di comunicazione: la vita non è un viaggio. Non puoi prendere il biglietto sapendo già la destinazione. Girandoti indietro tutto sembra più facile. Si sono perse le emozioni, i particolari, l’ambientazione. E’ la facilità della confusione. La sua fragilità. E’ la sintesi della memoria. Perché è proprio quell’insieme, il paesaggio, che fa quel viaggio, che decide dove approdi. Lei non ci aveva mai pensato, oppure ero io che lo credevo. Sono alchimie sottili e distratte a mutare il metallo vile in oro e viceversa. Quando era andata alla festa era stato per un semplice dispetto. A lui. Più ancora a sé stessa. Alla propria stupidità. A lui proprio perché non lo avrebbe voluto. Ma che diritto aveva? E alla propria stupidità per essersi infilata in quella situazione. Per aver inseguito quel niente e quelle solitudini. Per quella sua incomprensibile incapacità di uscirne.
E’ qualcosa che a volte si chiama amore, ma quasi sempre assomiglia solo ad una malattia. In fondo anche con lui, Michele, era stato lo stesso. Era cominciato come da niente. Una simpatia. Poi avevano cominciato a parlare. Cioè le sembrava più facile confidarsi. Si era mostrato gentile. A dire il vero avrebbe dovuto diffidare. Forse si era sentita presuntuosamente forte. Le cose vanno verso un inizio, o verso il precipizio, e tu fai seguire un passo all’altro. Non c’è un progetto. Vivi. Ti accorgi dove sei arrivato quando sei arrivato. Quando è tardi. Aveva pensato che in fondo era solo un bacio. Poi si era chiesta cosa era quel bacio. Poi aveva pensato che dentro c’era la sua libertà. Aveva dovuto aspettare anche troppo tempo per capire che era la sua prigione.
Così, allo stesso modo, era andata al ballo. Per ribellarsi alla sua gelosia. Per la sua possessività. Proprio perché sapeva chiedere ma non le aveva dato che nulla. E c’era andata anche senza sapere perché ci andava. Certo non ci cercava nulla. E’ quasi sempre così. Certo non credeva che avrebbe incontrato niente. Semplicemente Lilly aveva insistito. Semplicemente era uscita di casa. Un po’ per disperazione. Un po’ di malavoglia. Non era il massimo. Non conosceva nessuno. Quasi. La padrona di casa. Pochi altri. E poi era stanca di starsene sola in casa. Tutte le feste. Ad aspettare.
Se avesse dovuto dirlo, dopo, avrebbe detto che Carlo incarnava tutto quello che lei aveva sempre evitato in un uomo. Anche quello che odiava. Come la sfacciata sicurezza. Anche quello… perché già le altre la invidiavano. Su quello, ma solo su quello, si assomigliavano; quei due uomini. Quando avrebbe dovuto dirsi pensaci Rossana, non ebbe nemmeno il tempo di farlo. Ma vivere è un diritto, e un dovere, mai una colpa. Non andare sarebbe stato solo tradire sé stessa. Già! lei non lo avrebbe mai ammesso. Quella lei era così diversa da lei. Era un altro gioco. Interpretava la parte di quella donna che detestava, che non avrebbe mai voluto essere. La voce di lui la rapiva. Si rifiutava e non poteva sottrarsi al fascino dei suoi suoni. Agli occhi di Carlo. E già si malediva e si rimproverava. Avrebbe voluto ma nessuno la aspettava. Cercava di fingere che non fosse così. Che tutto fosse solo come avrebbe voluto. Intanto si sentiva nella parte del torto.
Uno ci nasce con la propria faccia. E con tutto il resto. E quella faccia, bella o brutta, ti devi tenere. Non ci si può mica rifiutare. E non ci si può incolpare per il proprio aspetto. Ne usarlo per scusarsi. Poi, dopo, aveva capito che era lusingata delle sue attenzioni. Quando era tardi. Forse. Non per i suoi occhi. Nemmeno per la sua voce. Solo perché era lì. Solo perché le parlava. Solo perché alla sua età si ha quel diritto a vivere. Ad un briciolo di attenzione. A sentirsi importante. Appunto, viva. Ad un film. Uno stupido film. Ma cos’era un film? Anche solo un film era tutto quello che non aveva avuto. Che non poteva avere. E passeggiare dopo per le calli tranquilla. Parlando senza dover fare attenzione ad ogni parola. Con uno che ti accompagnava fin sotto casa. Con qualcuno che mostrava interesse per te. E se fosse venuto a saperlo: tanto meglio. Era tentata di dirglielo lei.
Certo che doveva essere amore quello che provava per Michele. Ma quello di Michele cos’era? Lui aveva la sua famiglia, le sue cose, persino le sue altre avventure. Lei era… meno persino di quelle. Lui nemmeno si ricordava di lei. E poi però la voleva trovare ad aspettarlo. Lei non gli aveva mai chiesto nulla. Non l’avrebbe fatto. Non aveva mai chiesto. Non gli aveva mai aperto il proprio cuore. Forse aveva detto di più a Carlo, quando era ancora poco più di uno sconosciuto. In poco tempo. Quasi in fretta. Lo aveva fatto perché sapeva che di lui si poteva fidare. Perché a lui poteva rinunciare. Di lui avrebbe potuto fare a meno. In qualsiasi momento. E’ strana la vita: eppure quell’uomo le aveva dato molto di più di quello che mai il suo uomo le avesse dato. Certamente più di quel nulla.
Non era facile ammetterlo. Non voleva mostrare le proprie debolezze nemmeno a se stessa. Quello era il punto. Perché parlare? Cercare di farsi capire, dove non c’era niente da capire? Come sempre era colpa sua. Anche questo è un modo di fuggire. Certo che lo credeva diverso. Tutti sembrano diversi all’inizio; altre persone. Lei era fatta così: una che credeva, che non mollava. Ma come poteva continuare a vivere parlando solo col proprio silenzio. Pietendo un po’ di attenzione. Consumando le proprie ore aspettando quello che non poteva mai arrivare. Aspettando solo di invecchiare. Aspettando lo stesso niente. Ordinandosi di non guardarsi indietro. Cercando di dimenticare mentre le cose le stava ancora vivendo. E gli altri ti dicono bella e tu non sai che fartene. Gli altri ti guardano e non ti vede l’unico che ti interessa. E le ore sono lunghe. Ma era vita quella? Che colpa ha una donna di sentirsi sola se è sola? Lei non si accettava. Tornava a darsene ogni colpa. Non poteva incolpare che sé.
Lui non era presente nemmeno per assumersi una colpa. Ma come poteva dirlo a lui delle sue angosce se non sapeva confidarle nemmeno a sé stessa. Come poteva capirla se lei non si capiva. Il mondo le aveva promesso tutto e non le aveva dato niente. Non aveva chiesto. Allora è facile accontentarsi anche di un piccolo amore. Di una attenzione. Di un sorriso. Di una carezza. Di un consiglio. Sapeva che lui aveva ragione, ma non voleva accettare di ammettere che si stava sbagliando, anzi non poteva farlo perché non poteva tornare indietro. Non poteva che accettare il proprio errore. A qualsiasi costo perché le cose non sono mai come le avevi sognate. Ma le cose non sono mai come te le ricordi.

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A vent’anni sembra di poter allungare una mano. Che l’intero universo sia lì. Solo per farsi prendere. E tutto sembra facile. Il treno che va. Oppure una macchina. Basta salire. Il mondo è fuori dalla porta. Il rumore del motore. Le parole dei ragazzi sono leggere. Ti piace piacere. E’ una strana sensazione. A volte da fastidio. Fin troppo spesso è un bel sentire. Pare di avere tutto ai tuoi piedi. E di poter scordare tutto in fretta.
Poi… basta un attimo. Nemmeno te ne accorgi; distrattamente. E non ce li hai più, quei tuoi vent’anni. Ti svegli come da un sogno. Ed è tutto cambiato. Tutto diverso. Non lo avrei mai creduto. Come potevo essermi infilata in un casino simile? Non ci avevo pensato. Anzi no. Era proprio quello che avevo cercato. Che avevo voluto. A volte me lo chiedevo. Più spesso ormai evitavo le domande. Lo avevo voluto perché non volevo più legami. Non volevo più sentirmi mancare il respiro. Avere occhi addosso e chi mi insegnava a vivere. Essermi rubata. Ma non è solo una questione di età.
Certo lo so. Ma cosa mi dà? Michele? Se non questa solitudine? Una vita di attese? Nemmeno una parola. Solo una vita stronza. A volte vorrei poterlo fare. Invece ogni volta che chiama, povera stupida, non riesco che a correre. Perché siamo così, noi donne? Con le nostre notti bianche. Perché l’amore è una specie di ossessione? Ma poi… l’amore; cos’è l’amore? E’ difficile chiamarlo amore. Avesse almeno trovato una parola. Troppe volte mi sento come meno di niente. Troppe volte lo sento solo come un male. E non ci sono principi, nè cavalli. Vorrei fuggire. Invece non c’è nessun posto dove andare. C’è un solo posto: è il posto dove aspettare. E’ questa sorta di morte. Non lo avrei mai creduto. Mi sentivo nei panni di un altra.
Mica lo sapevo perché c’ero andata. Non mi piace ballare. Non particolarmente. E poi ho sempre avevo paura di annoiarmi. Sono passati i tempi. Non amavo trovarmi tra gente nuova. Tra sconosciuti. Non più. Perdermi tra parole inutili. Che ci vai a fare quando non sei più ragazzina? Cioè era come se non avessi più l’età, nemmeno per quello. Per ballare. Alla fine avevo detto di sì. Sapevo che lui non ne sarebbe stato contento. L’avrei sentito, quando l’avrei rivisto. Ma quando l’avrei rivisto? Era tutto così… Provvisorio. Forse avevo accettato proprio per quello. Proprio perché lui non avrebbe voluto.
Balli. Perché quegli occhi tristi. Carlo”!
Un altro Carlo. Certo che Carlo era un nome comune. Ma sono ricorsi spesso gli stessi nomi nella mia vita. Anche prima di Michele c’era stato un altro Michele. Ma era stato solo una piccola storia stupida. Una storia che stranamente ricordo, di tanto in tanto. Non ora. Ma erano così diversi quei due. Forse perché era così diversa la loro età. Ma anche la mia era diversa. E lo ero io. E poi non era solo una questione di età. Cosa gli importava, a quello. Non ci avevo mai pensato. E se ci pensavo avrei concluso che non si vedesse. E poi non era proprio tristezza. Forse ero solo incazzata. Forse era noia. Avevo già voglia di andarmene. In fondo erano solo affari miei. Ho preso una bibita. Tanto per togliermi dalla situazione. Eppure me lo avevano già detto. Quella degli occhi. Forse mostravo anche quello che non c’era. Non sono mai stata molto brava a fingere. Ma cosa c’è da essere felici? Era finita l’età della spensieratezza. Eppure era una festa e si ballava.
Almeno gli altri ballavano. Lo seguii come priva di ragione. Senza alcun interesse. Svogliatamente. Se ero a quella maledetta festa… non potevo continuare a dire di no. Starmene da sola. In un angolo. Continuare a pensare. Avrei voluto provare a divertirmi. Non ci riuscivo. Questo l’avevo sempre saputo. Anche prima di arrivare. E non credevo di trovarmi tra tanta gente. Tutto perché… non per la mia timidezza. Timida lo sono sempre stata. A volte tento a nasconderlo. Mi sembra di non riuscire a farlo molto bene. Gli altri fingono o riescono a non accorgersene. Ma gli altri sono sempre così distratti. E forse mi pensano diversa. Deve essere così. E quando mi trovo con estranei non trovo mai una parola. E’ una guerra. La ragione, anche se stupida, era la sua gelosia. Avrei voluto almeno provare soddisfazione a farlo ingelosire. Nemmeno quella. Che gusto c’era?
Lui aveva la sua famiglia. Tutto veniva prima di me. A me restavano solo le briciole. Ma poi mi controllava dove andavo. Con chi parlavo. Cosa facevo. Persino al lavoro. Cosa resta ad una persona? Ero scappata per ritrovarmi in gabbia. Se l’avessi saputo… ma le cose si sanno col senno di poi. Semplicemente c’ero andata anche per sentirmi libera. Anche se sapevo che mi mentivo. Se fossi stata a casa avrei continuato ad aspettare. Magari a guardare il telefono. Pregandolo di suonare. Come mille volte. E come ogni festa. Soprattutto le feste erano giorni fatti solo di attesa. Quell’amore mi uccideva. Era disposta a morire. Perfino a continuare ad aspettare.
La musica si era fermata. Era terminata. Poi aveva ripreso. Non c’eravamo mossi dal centro della sala. Lui, Carlo, non sembrava avere intenzione di smettere. Di lasciarmi andare. Strano uomo quell’uomo. Era la prima volta che lo vedevo. Lui si comportava come se mi conoscesse. Mi diceva che era stato interessato fin dalla prima volta. Quale prima volta? Non c’era nessuna prima volta. Non c’era mai stata. Non ci sarebbe stata un’altra occasione. Non mi è mai piaciuto trovarmi in una parte che non conosco. Spiazzata. Non governare il discorso. Cominciavo ad averne abbastanza. Volevo mollarlo lì, in mezzo alla sala. Con le sue parole a metà. Ma con che diritto mi teneva lì? Non riuscivo più ad allontanarmi. E mi aveva spiegato che mi aveva vista a teatro.
Ah? Ero andata con un collega. A volte mi fa passare col suo abbonamento. Non era granché”.
Mi sentii leggermente in imbarazzo. Perché? In fondo era vero. E poi non avevo la voglia di spiegare. Non so nemmeno se sarei riuscita a spiegare. Non lo capivo nemmeno io. Forse non c’era proprio nulla da spiegare. Pensai, solo in seguito, che forse lui non lo voleva sapere. Che non me l’aveva chiesto. Che poteva anche non interessargli. Che forse sapeva. In quel momento bastava quello. Poche parole e il resto silenzio. In fondo lo avevo appena conosciuto. E poi era la mia vita. Mentre lo avrei lasciato volentieri alle altre. Alle altre che sembravano invidiarmi.
Sì! Non è stata una grande cosa. Mi aspettavo di più. Ma cosa ti piace”?
Ma, non saprei, il teatro mi piace, se fatto bene. E poi… amo leggere e mi piace il cinema”.
Avevamo già finito gli argomenti in comune. Tutta la nostra conoscenza si era limitata a uno sguardo da distante. Non lo ricordavo; certo. Non potevo farlo. Era stata una delle poche volte che avevo avuto una serata con Michele. Se non ricordo male l’unica. E almeno gli attori avessero conosciuto la parte. Proprio dei veri cani. Forse mi aveva portata perché lì non ci potevano conoscere.
Questa è una bella notizia, almeno adesso abbiamo un argomento certo di cui parlare”.
Non avevo ancora voglia di parlare. Non con lui. Non me l’aveva data. Ero ancora quel pesce. E non mi interessava se era stato regista dilettante. E se poi aveva dovuto smettere, perché son cose che si fanno da giovani. In quell’istante mi sentivo ancora giovane. E in fondo a volte, soprattutto con Michele, mi succedeva; di sentirmi una ragazza tra uomini. In un mondo troppo adulto. Che a volte mi sembrava di non capire. Quel Carlo mi aveva raccontato che aveva smesso dopo che era caduto in pieno palco. Nel mezzo di una recita. Ma era passato tanto tempo. Questo mi aveva fatta ridere. In fondo non era poi così male. Continuava a parlare. Non mi dava più alcun fastidio. Mi piaceva quella sua sincerità; il suo modo di fare. Più che sincerità quella sua naturalezza; diretta. E di cinema se ne intendeva proprio. Ne parlava con proprietà ed entusiasmo, citando registi che quasi nessuno conosceva. Che non avevo mai sentito. Cominciavo ad invidiarlo. Ma perché mi diceva tutto quello? Cominciavo a temere che non sarebbe stato facile liberarmene.
Vai spesso a ballare”?
Ma no, non ci vado mai, anzi mi sono stupita che Lilly abbia organizzato una festa così”.
Nel frattempo ballava e quasi non mi toccava. La sua mano sfiorava il mio fianco. Mi piaceva sentire la sua voce. Mi tranquillizzava. Sembrava intimidito. Anzi più che altro non sembrava a proprio agio. Sapevo che non era così. Non poteva essere. Lo si capiva. Mi andava di crederlo. Certo non era granché bravo. Lui andava da una parte e la musica se ne andava dall’altra. Come due perfetti sconosciuti. Era chiaro che il ballo era solo un pretesto. Che voleva solo parlare. E quello lo faceva bene. Quella sua finta timidezza era molto affascinante. Mi chiesi se lo poteva infastidire la sua statura. O la mia. Ad alcuni uomini non piacciono le donne alte. Altri si sentono a disagio. E’ anche per questo che evito quasi sempre di mettere i tacchi. Anche se non li so portare se sono un poco alti. Non ne avevo che due dita. Quelle bastavano.
Beh è colpa mia, ho insistito così tanto”.
Non capisco”.
Volevo conoscerti e non sapevo come fare. Insomma vi ho viste assieme e le ho levato il fiato”.
Questo lei non me l’aveva detto; la stronza. Me l’avrebbe pagata. E come se me l’avrebbe pagata. Ecco perché l’aveva fatto. Vatti a fidare di quelle, delle amiche. Strano. Doveva tenerci molto a lui. Ma allora perché? Mi era sembrato strano. Non invitava mai nessuno da lei. E poi per una festa da ballo. Non ci avevo pensato. Se l’avessi fatto avrei capito che ci doveva essere un motivo; una ragione. Che ci covava una gatta. E che da Lei non me lo sarei aspettata. E poi lei mi conosceva. Sapeva bene che non cercavo nulla. Decisamente doveva tenere a lui. Chissà cosa gli avrà detto di me? Non potevo comunque che continuare a fare la mia parte. A fare l’ingenua. Mi riusciva bene. Più che naturale. C’ero sempre stata, ingenua. Me lo ripeteva continuamente, Michele. Gli uomini quando ronzano intorno cercano solo quello. E lui?
Continuo a non capire.” e invece cominciavo a capire. Anche troppo. Mi stava corteggiando. Ero sorpresa. La cosa non mi stava infastidendo. Alzai gli occhi. Lo guardai come fosse la prima volta. Cioè lo guardai meglio. Lo sapeva fare. E poi i suoi erano occhi d’oro biondo che scintillavano su un viso da bravo ragazzo. Bello, aitante, soprattutto deciso e, cosa che non guastava, libero. Tanto alto da essere stato un giocatore di pallacanestro a livello dilettantistico. Da far sentire piccola me. Non ho mai badato alla bellezza, dell’uomo. Non ho mai badato troppo al suo aspetto fisico. Certo che sono la solita stronza. E anche la solita stupida. A chiedermi: se non amava ballare perché era venuto? E invece era tutta colpa sua. Cioè era successo tutto per lui. A causa sua. Non so cosa ma aveva qualcosa; quell’uomo. Pensai che forse avrei dovuto cominciare a pensare a lui chiamandolo per nome. Era già come se ci conoscessimo. E cominciava ad incuriosirmi. Certo non era il primo che ci provava. Già! cosa avrebbe detto Michele? Non sono mai potuta passare inosservata. Sarà per i miei capelli; rossi.
Semplice. Volevo invitarti al cinema”.
L’aveva detto con un’aria molto innocente che non gli si addiceva molto. Forse pensava che gli credessi. Non è che mi aveva preso per una sciocca? La sua presenza non cambiava le cose di una virgola. Anzi mi avrebbe dovuto infastidire. Mi avrebbe dovuto ma non lo stava facendo. Non mi erano mai piaciuti quelli belli che sanno di esserlo. Con lui era diverso. Mi sentivo a mio agio. Avrei voluto che fosse più… cialtrone. Meno gentile. Meno bravo. Che avesse provato ad allungare le mani. L’avrei mandato all’istante. Senza aspettare un secondo. Il suo gioco ormai era scoperto. Non era di quelli. Cosa poteva fargli pensare prima che potevo essere interessata? E forse voleva anche portarmi al cinema. La stronza, Lilly, poi mi aveva detto di stare attenta a lui. Dopo. Perché lui era uno che ci sapeva fare. Che ne aveva infranti di cuori. Che aveva un carnet fornito. E me lo disse quando poteva anche fare a meno di dirmelo. Certo che son proprio stronzi, gli uomini. Non muovono la coda senza cercare un tornaconto. Ha ragione Michele. E lui lo sa. Ma se lo poteva risparmiare. Io sapevo ormai badare a me stessa. E ne avevo abbastanza di uomini.
Ancora naturalmente non sapevo quello che avrei saputo solo dopo. Tornai a guardarlo veramente in volto e fui presa da una certa agitazione. C’era quella luce nei suoi occhi. E su quel viso da bravo ragazzo. Qualcosa che non avrei saputo definire. Erano curiosi. Erano intelligenti. Erano intensi. Un’espressione pericolosa. Giusto il viso che conquista le madri e le nonne. Pensai a Michele che non aveva per niente l’aria del bravo ragazzo. E non era solo l’aria. Michele era nato per tradire. Ma non potevo dire che mi tradisse. Non sapevo nemmeno cosa ero per lui. Oltre ad essere sua. Fu solo un attimo. Chissà cosa avrebbe detto a vedermi ballare con un altro. Se fosse stato presente. E c’era qualcosa nella sua voce. E nelle sue parole. Di quello sconosciuto. E poi… era libero da impegni famigliari.
Allora vieni domani a vedere quel film? E’ in lingua originale, con i sottotitoli in italiano. Sai com’è, sono stufo di andare al cinema da solo, le ragazze non ci vengono perché nessuna ci crede che ci vado per vedere il film”.
Nessuna storia. Nessuna paranoia. Nemmeno nessuna paura. Certo sarebbe stato bello… Non lo era stato. Me l’ero voluta. A volte ti fai male con le mani. Lo sai. La vocina te lo dice. Non la ascolti. Ti ricordi quando è tardi. Non che contasse. Ormai non aveva più nessuna importanza. Proprio nessuna. Ormai Michele c’era. E poi non ci pensavo. Gli sorrisi. Perché no? Pensai. E mi sentivo stranamente tranquilla. Come non lo ero più. Non ricordavo da quanto. Da quando era cominciata con Michele. Forse da ancora prima. Anzi certamente.
E poi non era necessario che Michele sapesse. Chissà che storie mi avrebbe fatto. In fin dei conti non facevo nulla di male. Avrei sempre potuto tirarmi indietro, se lui si fosse sbilanciato. Dirgli di no. Un film è un film. E poi non ci dovevamo perdere neanche una sola serata della programmazione del Cineforum. Su questo eravamo perfettamente d’accordo. Sentivo che ne poteva nascere una bella amicizia. Che sarei riuscita a controllare la situazione. Era simpatico. Di bello aspetto, che non guastava. Ed era bello riprovare ancora quella emozione. Sentirsi nuovamente addosso le attenzioni di un uomo. Vedere i suoi occhi ammirati. Rubargli delle gentilezze. Sentirsi ancora importante. Non che non me ne mancassero le occasioni. Di mosche intorno se ne trovano sempre, sul miele. E’ solo che lui mi sapeva convincere. E poi vado pazza per il cinema.

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Alla povera bestia mancava solo la parola. Certo non gli poteva rispondere ma il suo ciuco sapeva tutto di lui e lo ascoltava paziente. Che poi facesse quello che voleva questa era un’altra cosa e nella sua natura perché lui era asino e asino rimaneva ma non asino come certi uomini, solo asino come animale. Il suo universo era tutto là, si allungava fino alla staccionata che aveva piantato a delimitarlo e quando ci poggiava sopra i gomiti fino dove si poteva spingere il suo sguardo. Era nelle sue fatiche quotidiane e nell’odore del suo stesso sudore. Era in quella casa che si era costruito pietra dopo pietra. Era nei calli duri delle sue mani. Ed ormai era vecchio. Se solo lei non fosse stata lei cioè se non fosse stata solo una donna cioè se lo avesse capito. Non gli restava altro. Al suo asino confidava ormai tutte le sue pene, i dolori vecchi e nuovi che sentiva. Lui lo ascoltava mite come sempre con quegli occhi che soli lo potevano capire. Quel poco che aveva l’avrebbe lasciato a quella povera bestia.

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Quel giorno che naufragò nelle sue fantasie. Aveva pensieri confusi e lasciava penzolare la sigaretta che si consumava. Il cielo non prometteva niente di buono. Il melo si stagliava secco contro quel cielo piatto. Non era mai stato un uomo di parole. Sapeva sentirsi comodo nel silenzio. Per quella strada aveva accompagnato un figlio, il loro. Non aveva voluto mostrare lacrime nemmeno per lei. Non capiva tutto quel bisogno di ricordare. Si chinò per prendere una manciata di quella terra, la sua terra, per annusarne il sapore. Eppure era terra buona.

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raccontiLa sua memoria gli faceva strani scherzi. Si ricordava di quando scriveva su fogli a quadretti, con una grafia minuta; ora digitava variando il Times new romans e l’Arial con qualche digressione nel Californian FB. Si rammentava cose lontane che credeva perdute: ricordi di quand’era bambino e di imbarazzi e di piccola e spicciola povertà. Momenti che avevano ormai perduto valore. Provava uno strano piacere anche al solo tenere in mano il libro e sentire sotto i polpastrelli quella carta ruvida. Ascoltava quei turbamenti e quelle sensazioni come cose nuove, che lo distraevano sulle parole. Si rese conto che tutto quello lo aveva sottratto dalla lettura. Lei si girò sul fianco. La luce sul comodino infastidiva il suo sonno. Protestò di una protesta grugnita di parole tradite e bofonchiate che non avrebbe ricordato. Recuperò il segnalibri che era caduto e lo infilò all’altezza della pagina precedente. Uscì dalle coperte perché doveva andare al bagno. Sentì un treno viaggiare da lontano, per il completo silenzio. Ebbe come l’impressione di essere l’unica persona viva in un universo di persone morte. La cosa non lo scosse ma l’affascinò e gli diede una leggera allegria. Non aveva nessun altro pensiero. Poi improvvisamente fu assalito da un impellente e irrefrenabile desiderio di donna. Fu quello il momento in cui si sentì veramente completamente solo, ma non durò che un attimo.

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yin-yangEra piombato nella sua vita, quell’uomo che sembrava avere una storia da raccontare. Aveva corso sempre per fuggire al suo destino, lui, poi un giorno l’aveva incontrato. La sua storia era fatta di piccoli segni minuti; l’aveva scritta nel viso. E poi rughe che lo facevano più vecchio. E quei silenzi che sembravano fatti di mille altre cose da dire. Nella sera si stemperava la sua gentilezza. Lui, come aggrappato a quell’istante. Come se fosse nell’atto di annegare. E Rossana era incuriosita da quel volto. Di quelle poche e dolorose cose. Dalle ombre che sembravano affollare i suoi occhi. Dai piccoli lampi nelle tenebre. A lei piacevano le storie belle, quelle con un finale triste. Non si era mai risparmiata. Non aveva mai lesinato. Un vago senso di confusione le si insinuava in petto. Delle domande affioravano, pensava che non avrebbe più cercato una risposta. In fondo era bello ritrovarsi ragazzina. Non pensare ad altro. Riandare con la mente. Illudersi di poter dimenticare. Ogni donna si sarebbe lasciata affascinare. E lui a perdere i suoi occhi dietro al fumo della sigaretta. Il passato non serve che a riportare fantasmi. Non amava quel passato. Non amava il passato. Come avrebbe potuto?
Pensò a come aveva creduto di fuggire. Non era la prima volta che provava a farlo. Era stata stupida a pensarsi più vecchia. A pensare che gli poteva essere madre. Si sentiva inadeguata, eppure quello era il suo posto. Ancora una volta il suo destino aveva deciso per lei. Ancora una volta gli era andata incontro. Aveva raccontato di essere stanca e ormai rassegnata. Pensava a lui e a come era finita. Forse pensava che non si può vivere tutta la vita a tavola con un dolore. Cenare e avere già paura della notte. Girare quelle stanze senza trovare il sonno. Infondo era lei a chiedergli aiuto. Le donne in nero hanno una loro dignità e gesti parchi. Forse cercava semplicemente il modo in cui potersi tornare ad illudere. Si era rifiutata di chiederselo. Era solo una piccola emozione confusa. E poi le cose non si sanno mai prima. Così nemmeno quella volta il suo addio era stato così fermo da non nutrire un dubbio mai detto. La reazione di quell’uomo era stata violenta. Non aveva accettato il gesto di lei. Ma era tutto passato. Ancora. Ora eccolo là, davanti a quella cena. Ospite improvviso e improvvisamente gradito. Per entrambi c’era qualcosa a cui aggrapparsi. Lei pensava di non saperlo. Si sarebbero sentiti ancora o forse per l’ultima volta. Poi se n’era andato, in silenzio, com’era venuto. In un saluto cordiale, da amici. Le sue sfortune lo guidavano ed erano la sua fortuna. Era tornata, in cuor suo, a sperare. Una donna non può resistere mai alle lacrime¹.


1] Naturalmente tuti i personaggi di questa “storia infinita” sono puramente immaginari. Ogni riferimento a fatti realmente accaduti, o a persone, è fortenente e decisamente perseguito; con una certa compiaciuta approssimazione.

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