Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘sonno’

fulmineNemmeno un attimo di tregua. Ancora si alzavano i fumi da Sodoma che già scorrevano i fiumi d’inchiostro. Ancora si piangevano i morti, i lutti e le assenze, ma anche i silenzi, che già rinasceva l’amore. Di questa specie di amore racconta ora la Sacra Storia. E di figli. Di figli anche di altri padri e d’altre madri. Tanti che i nomi generano enorme confusione. Ma nemmeno quando si acqueta la guerra e il re dorme, nemmeno allora, si stende in cielo e sulla terra la tranquillità. Genesi 19. Parola di Dio.

Mettete a letto i bambini. Ancora una volta, in questa puntata della Sacra Storia, ci sono cose che non possono sentire. Parole troppo dure per le loro tenere orecchie. Uomini che non amano le donne. Donne che amano gli uomini. E anche di peggio. Pasifae… No! lei no. Quel ch’è troppo storpia. Ma è bene ricordarlo per quelli altri, che si facevano chiamare dei. La carne come baratto, come commercio e come inganno. Purtroppo non è stata sconfitta la corruzione. Sono stati storpiati, sgozzati, sterminati, massacrati, fatti a pezzi e poi bruciati, molti peccatori, ditelo a quei figli, ma di empi resta ancora affollato il mondo. Certo una promessa è una promessa. E quella di Dio è ancora più promessa, ma Lui non avrebbe voluto vedere. E vederlo con i propri occhi. Deglutì a fatica. Se il gioco vale la candela avrebbe avuto bisogno di un’immensa quantità di candele. Perché non poteva essere come Tiresia e doveva vedere? Trovò da solo, subito, la risposta: perché Lui era Dio; Diobono! Ma Lei, dov’era finita? Quando non l’aveva sotto gli occhi aveva di che preoccuparsi. Dio gli disse: “Hai visto alla fine cosa hai combinato”? E Dio gli disse: “C’era da aspettarselo”. E Dio gli disse: “Non ho scritto certo io il capitolo 19”. E Dio aggiunse: “Solo un mucchietto di cenere”. E Dio rispose: “Vuoi vedere che va a finire che è solo colpa mia”? E Dio ribatté: “E di chi vuoi che sia”? E Dio: “Sai come son fatti gli uomini. Non sono che uomini”. E infine Dio Concluse: “E quando c’entrano le donne”… Ma a Lui nessuno dava retta. In tutta quella confusione finì per dimenticarsi di preoccuparsi di Lei. Era anche stanco di morti. Benvenuti in paradiso.
Benvenuti nel regno di Dio. Lui diventava irascibile quando gli uomini non l’ascoltavano. Qualche volta anche quando non capivano, o facevano a non capire. Lui aveva detto che tutti gli uomini erano fratelli; non che tutti gli uomini erano sorelle. E poi da dove veniva tanto rancore, e tanti ardore? Avrebbe lavorato in silenzio per scoprire chi aveva dotato l’uomo della bestemmia. E della brama. E pesino dell’adulterio. E persino dell’incesto; ma non era certo che si potesse proprio definire in quel modo. Anche il vocabolario avrebbe dovuto essere rivisto. E in tutta quella confusione di tutti quei vizi. Persino del vino. Voleva rimettere ordine nelle cose. Gliel’avrebbe fatto vedere Lui a Lei che diceva che era un gran disordinato. E a tutti gli altri Io. Allora i fatti erano andati così: Lot e le figlie, quelle figlie rifiutate che non avevano mai conosciuto uomo, fuggiaschi da Sodoma e poi da Soar, si erano stabiliti in una grotta in montagna. Il posto era umido, non certo accogliente, e lui, il re, era preoccupato per la moglie; temeva di ritrovarsi con un pugno di sale. Non era certo il posto dove portare due ragazze ancora giovani e piene di vita; questo va pur detto. Intorno pareva non esserci anima viva e il silenzio regnava ininterrottamente dal mattino al mattino successivo; giorno dopo giorno. Notti comprese. Le donne si occupavano di tutto e dovevano occuparsi anche del vecchio padre. Lui aveva imparato a fare solo il re, niente che potesse tornare utile. Era come se non ci fosse un uomo in casa. Nemmeno per le piccole cose, anche quelle più stupide. Parola del Signore.
Ora, cosa sognasse il re non è dato saperlo poiché nemmeno Dio può interpretare i sogni notturni. Forse Lei. Quei sogni vanno dove vogliono. Sono proprio bizzarri. Terreno delle più sfrenate e incontrollabili fantasie. Ramingano come senza senno. Sognava la povera moglie, quel re? Magari quand’era ancora giovane, e desiderabile? Le mogli degli altri? Gli altri? Sogni persino più licenziosi? Non si sa. Si sa solo che: certo il re era più sveglio che fosse stato sveglio. Non riponeva mai lo scettro, così pieno di sé e della sua arroganza. Forse, ma forse, solo meno vigile. E certo è anche che quel re doveva possedere un sonno ben pesante. Tanto da non restargli nemmeno l’energia per preoccuparsi del suo governo. Ma il sonno cancella anche le preoccupazioni. Con le fatiche del giorno. Con le preoccupazioni per quella pace e quella desolazione. Anche i re la notte dormono, più o meno, come tutti i mortali. Riposano. Almeno loro hanno un attimo di pace. Ma la notte è… birichina. Bisognerebbe essere sulla terra tutti come quello che dormiva con un occhio solo. Eppure nemmeno quello era servito. Certo che anche le figlie sono pezzi di cuore. Ma quelle due figlie, anche se non sapevano ancora delle cose della vita, erano anche dei gran pezzi di… figliole. Avesse potuto parlare la sua brava e paziente, l’attonita sposa, ne avrebbe avuto un gran mucchio di cose da dire. Non avrebbe voluto sentirla quella donna che lui chiamava solo donna perché nessuno gli aveva dato un nome. Invece per fortuna se ne stava zitta. Parola del Signore.
Ma le due ragazze erano preoccupate per il suo futuro, e anche per il loro. Che se ne fa il mondo di un re senza sudditi? In verità parevano preoccuparsi parecchio anche del loro presente. E si preoccupavano solo loro. Che se ne fa una ragazza senza nessuno che le spieghi, che la faccia diventar donna? Fu così che la maggiore, la più intraprendente, e intraprendente lo era, anche parecchio, chiamò vicino a sé la sorella e le disse: «Nostro padre è vecchio e non c’è nessuno in questo territorio per unirsi a noi, come avviene dappertutto. Vieni, facciamo bere del vino a nostro padre e poi corichiamoci con lui, così daremo vita a una discendenza da nostro padre». Alla più piccola la cosa non sembrò subito troppo opportuna. Pensò al decoro ma anche si domandò, allo stesso tempo, come aveva fatto a non pensarci lei. Pensò a quel “corichiamoci” e non le sembrò una parola esatta, cioè le sembrò e non le sembrò. Pensò a quel “corichiamoci” che voleva dire senza dire; e a tutto il resto. Lei era una ragazza; a volte faticava a tenere a freno la fantasia. Pensò a quel “corichiamoci” e poi a perché non prima lei, che era anche la più giovane, e la più bella, e dopo sua sorella. E perché lei dopo. Ma alla fine si convinse, anche velocemente, e acconsentì. Lei era una ragazza ragionevole e aiutò la sorella nel suo disegno ed entrambe esagerarono con il vino, nel colmare il bicchiere del padre. Fecero ad emularsi. Anzi la piccola era sempre con la brocca in mano; generosamente. Perché quelle due figlie erano pezzi di cuore ma anche due grandi zoc… due figlie molto affettuose. Anche troppo affettuose. Parola del Signore.
Per tutta la cena Lei, la piccola, era stata paziente, anche perché la maggiore non aveva mai smesso di farle da sentinella. Nemmeno aveva potuto allungare una mano che l’altra l’aveva fulminata con uno sguardo. Era solo per controllare; per accertarsi. Pura curiosità. Mica glielo portava via, il suo momento di gloria. E per vedere l’effetto del vino sul povero padre. Ma quella notte lei non dormì per niente bene né tranquilla. Le orecchie tese. L’attesa che pareva non finire mai. E aveva la testa piena di domande che non sapeva se poteva formulare. Ed era sola in mezzo a tutta quella confusione. Perché quella notte non ci fu solo il solito silenzio. Ma il re continuò a dormire di un sonno profondo che pareva morto. Doveva essere, data l’età, anche un po’ sordo. Non si può negare che la più piccola fosse impaziente il giorno seguente, e lo trascorse piena di curiosità e di agitazione. Le ore sembravano non finire mai. Gli armenti da custodire le davano noia; tutti i suoi doveri. L’orto, se quello si poteva chiamare orto. Benedetta ragazza; era con la testa altrove. Finché finalmente giunse l’imbrunire e apparecchiò la tavola per la cena. In verità si mise davanti a quel dovere ben prima del solito. E finalmente la più grande le disse: «Ecco, ieri io mi sono coricata con nostro padre: facciamogli bere del vino anche questa notte e va’ tu a coricarti con lui; così daremo vita a una discendenza da nostro padre». Si domandò perché le dicesse quello che già sapeva. Avrebbe desiderato chiederle altri particolari. Non lo fece. Nella foga versò persino del vino fuori del calice del padre. L’altra la invitò a pazientare. Faceva presto lei a dire. Fortuna che Lot amava il vino ma non ne reggeva troppo l’effetto e dopo un po’, con uno sbadiglio, e un sospiro liberatorio di quella figlia, si alzò per andare a coricarsi; barcollante. Forse i re hanno un sonno diverso. Ancora una volta quel povero re non si accorse di nulla, né quando lei si infilò sotto le sue coperte, né quando abbandonò il talamo che già il sole cominciava a diradare le ombre della notte. Era stata una notte molto lunga e senza un attimo di silenzio, né di tregua. La piccola era sempre stata di indole ribelle e dispettosa. Parola del Signore.
Dio volse lo sguardo da un’altra parte e non volle sapere nulla di quella e delle notti successive e del consumo di vino. Fu Lei, curiosa, a tenerlo informato in seguito, anche se non nei minimi dettagli per non farlo inquietare. Ma Lui ebbe una riflessione degna di un Dio come Lui era: se quel sacrificio era costato a quelle pie donne tanta sofferenza e pena perché allora lo avevano portato tanto a lungo, e perché quelle loro grida che parevano più di giubilo e di gradimento. Non ci si raccapezzava; parola di Dio. Non ci si raccapezzava mai con le donne. A volte ha un prezzo immane la Gloria del Signore. Così presto fu evidente lo stato delle due figlie e il padre restò senza fiato. Fu da quella notte, o quelle notti, che la maggiore partorì Moab e la minore un figlio che volle chiamare Figlio del mio popolo. Già da allora ci si ingegnava ad inventarsi i nomi più bislacchi. Magari senza riflettere sulle conseguenze. Lui non ebbe nemmeno il tempo di lusingarsi. E qualcuno fu subito pronto a chiamare quella donna Moglie del popolo. Quella grotta ne vide di cose che cento occhi non potrebbero vedere e mille bocche non potrebbero raccontare. Il silenzio non fu più lo stesso e presto il bosco pullulò di vita. Dal figlio della più grande ne discesero i moabiti, da quello della più piccola gli Ammoniti. Mica si possono tramandare queste cose ai bambini; agli innocenti. Parola del Signore.
Pare ci fosse anche qualche bastardo, ma quello non generò nessun popolo e fu guardato con diffidenza e sgarbo. L’autore sostiene che qualcuno si sia lasciato andare anche a qualche libertà poetica. Il fatto è che allo sgomento di Dio si univa lo sgomento degli uomini, non è facile guardare con ironia cose tanto ignobili da sembrare un non-senso. Da essere da loro stesse scherno. Da parere sarcasmo. Lo scontro “filosofico” tra i tolleranti, cioè Lei, e i moralisti, cioè Lui, e Lui, e Lui, e tutti i Lui, divenne aspro. Non se ne veniva a capo. Lui La pregò di ritirarsi nelle sue stanze, ma Lei non aveva stanze. Né aveva la bontà dell’obbedienza. Non era grano facile da macinare. S’accorse solo allora: quella che indossava più che una tunica si poteva definire al massimo una maglietta. La copriva e non La copriva niente. Non è che quella Donna avesse inventato i costumi? E anche la costumanza? Caldo faceva caldo. Lei si allontanò con un’alzata di spalle. Lui la guardò attentamente allontanarsi. Gli parve di sentire un “Babbei!” ma non ne ebbe mai la certezza. Santa Pazienza.

Annunci

Read Full Post »

Non potendo prenderlo sulle ginocchia fu lui a accomodarsi su quelle del padre. Non l’aveva mai fatto salire quand’era piccolo e non si sentiva più un piccolo. Cercò la novella che ricordava. Voleva dedicargliela e dedicargli la lettura. Sapeva che non avrebbe capito ma ci voleva sperare. Avrebbe dovuto ascoltarlo. Non aveva altra risorsa che quella di illudersi. Le parole dirette gli costavano fatica. E lui non le avrebbe accettate. E temeva se ne potesse sentire offeso. Son così strani i grandi. Aveva sempre cercato di camminare con delicatezza sui sentimenti degli altri. Che poi per capire non serve essere studiati. Si accorse che l’emozione gioca scherzi ingiusti. Il suono di quelle parole incespicava come per ulteriore pudore. Improvvisamente persino quel piccolo contatto divenne imbarazzo. E la novella era… banale, c’entrava meno dei cavoli. Forse la scelta era stata una scelta affrettata. Ed è così complicato il gioco delle parti. Quel libro parlava di ombre e della paura del buio e di amori della sera. L’ombra che lo seguiva e perseguitava era grande e grossa. Quell’uomo, suo padre, aveva sempre detto che più erano grossi e con più soddisfazione se li sarebbe mangiati a colazione. Che era un motivo in più per abbatterli e che la loro caduta avrebbe fatto più rumore. Anche lui era stato grande e grosso ed era stato giovane. Si accorse che i suoi occhi si erano abbassati e che si era abbandonato ad un sonno tranquillo.

Read Full Post »

Quella notte si svegliò improvvisamente. Cercò il tepore morbido del suo corpo. Trovò il desiderio.
La prese e stranamente non aveva fretta; solo con dolcezza. Si riaddormentò subito dopo soddisfatto e dormì tranquillo.
Al mattino era allegro. Lei non capiva quella sua allegria.¹


1] scritto il 4 aprile 1991

Read Full Post »

Alessandro non era mai stato violento, semplicemente ne era incapace. Per quanto fosse attento gli sembrava sempre che qualcosa lo potesse sfuggire. Quel silenzio era pieno di grida e lui riusciva a sentirle. Erano assordanti come lo sfrigolare di certa carta regalo appallottolata tra le dita. Il dolore maggiore era quello che aveva letto. Una notte si svegliò in preda ad una paura senza ragione, privo di un ricordo. Guardò la donna che gli dormiva affianco, Elisabetta, e si sentì comunque al sicuro. Nel buio aspettò il mattino e le sue conseguenze. Il suono di quelle campane era comunque lugubre. Tra le calli l’acqua saliva e ricopriva le pietre.

Read Full Post »

raccontiLa sua memoria gli faceva strani scherzi. Si ricordava di quando scriveva su fogli a quadretti, con una grafia minuta; ora digitava variando il Times new romans e l’Arial con qualche digressione nel Californian FB. Si rammentava cose lontane che credeva perdute: ricordi di quand’era bambino e di imbarazzi e di piccola e spicciola povertà. Momenti che avevano ormai perduto valore. Provava uno strano piacere anche al solo tenere in mano il libro e sentire sotto i polpastrelli quella carta ruvida. Ascoltava quei turbamenti e quelle sensazioni come cose nuove, che lo distraevano sulle parole. Si rese conto che tutto quello lo aveva sottratto dalla lettura. Lei si girò sul fianco. La luce sul comodino infastidiva il suo sonno. Protestò di una protesta grugnita di parole tradite e bofonchiate che non avrebbe ricordato. Recuperò il segnalibri che era caduto e lo infilò all’altezza della pagina precedente. Uscì dalle coperte perché doveva andare al bagno. Sentì un treno viaggiare da lontano, per il completo silenzio. Ebbe come l’impressione di essere l’unica persona viva in un universo di persone morte. La cosa non lo scosse ma l’affascinò e gli diede una leggera allegria. Non aveva nessun altro pensiero. Poi improvvisamente fu assalito da un impellente e irrefrenabile desiderio di donna. Fu quello il momento in cui si sentì veramente completamente solo, ma non durò che un attimo.

Read Full Post »

deserto15 gocce di un ansiolitico generico cioè equivalente permettono di sopportare i massacratoriDiCoglioni e le sfighe, pubbliche e private.
20 gocce aiutano a dormirci sopra.
Mi addormento e penso: Domani mi sveglio in un paese migliore, in un Italia senza Berlusconi. Mi sveglio nel bel mezzo del deserto.

Read Full Post »

raccontiOra insolita, normale che uno si preoccupi. Sei e trenta del mattino, solitamente uno dorme; da non credere. Io come quel uno a quel ora solitamente dormo. Qualcosa che mi rendeva nervoso non me lo aveva lasciato fare. Con gli occhi spalancati guardavo il soffitto. Alle sei e trenta mi telefona dio. Cerco la sveglia. Lo sbeffeggio. La faccio cadere, la sveglia. Realizzo: è il telefono. Stavolta lo apostrofo in modo ancora più pesante e non so ancora che è lui. Non mi risulta che avessimo nessun appuntamento. Mi chiede se qui sulla terra va tutto bene. Bene – dico. E quando mai c’è stato qualcosa che è andato bene. Prendo un attimo di tempo per dar sfogo allo sbadiglio. Guardo dalla finestra. Tutto mi sembra come qualsiasi altro mattino.
In un certo senso tutto come sempre. Guardo Claudia, lei mi chiede chi è, ma non si ricorderà di nulla. Beata lei, sta ancora dormendo. Continua. Continuerebbe comunque. E’ tranquillizzante la sua presenza al suo posto. E’ tranquillizzante perché naturalmente comincio a preoccuparmi. Mi sto già preoccupando mentre mi chiedo cosa ha combinato questa volta. Il soffitto è ancora sopra alla mia testa. La volta celeste è ancora oltre, e oltre il soffitto, al suo posto. Il lampadario nemmeno dondola. Mi dice che gli sembra che ci sia poca luce. Cazzo! E mi chiami per questo. Son tre giorni che non fa capolino nemmeno un pettegolezzo di sole. Le macchine ormeggiate sotto casa paiono lì lì per accidentarsi. Più che altro sconsolate. Mi dice: che dici di un po’ di luce? Prima che ne faccia qualcun’altra accendo il lampadario della cucina. Per quello so rangiarmi da me. Non serve essere un dio. E poi che gliene frega? All’improvviso mi ricordo che lui vede tutto. Speriamo che ieri sera avesse altro da fare. Speriamo in alternativa che sappia tenerlo un segreto. Se lo viene a sapere Claudia finisce che succede un casino. Non ne faccio cenno. Ormai è anche duro d’orecchi; con la sua età. Veramente non è nemmeno un problema d’età, ma tant’è. E poi meglio non svegliare il cane che dorme. A proposito di svegliare accendo il fuoco sotto la moka. Lo sento tacere e anche questo mi allarma, non e facile sentire il suono del suo silenzio, sorprenderlo senza parole che sporgono con una certa facilità, ma anche con una sicura, leggera, inutilità.
Cerco di consolarlo, per quanto mi riesce, manovrando con la sinistra per tenere il ricevitore all’orecchio con l’altra: “Non c’è nulla da fare. Anche se le stagioni avevano la loro ragione d’essere. Ora non ci si capisce più ma comunque il tempo fa quello che vuole o deve. Non si può pretendere“… Eccolo che ricomincia. Troppo bello che potesse durare. Lui ha sempre un argomento per insegnare, e sempre troppo poco tempo per ascoltare. Lui è lui. Qualcosa di impalpabile che ti colpisse proprio lì sotto. Ha sempre addosso questa fobia: di insegnare agli altri il loro mestiere. Di insegnare a stare al mondo. Come non fosse già così difficile. E in faccia non si fa vedere. Forse si diventerebbe pietra. Non lo so. Certo è che non conosco nessuno che l’abbia visto. Me lo raffiguro al mare, in calzoncini. L’immagine mi pare buffa, su due piedi. La giornata s’è già completamente guastata. Avrei potuto sonnecchiare ancora un po’, godermi il tepore delle lenzuola. Pigrire. Godere del piacere di non essere aspettato da nulla. Invece lui s’è dato questa pena di chiamare proprio me. Con questa cosa della luce. Teoria cosmica dell’elettricità. Cerco di dirglielo con garbo. Cosa potrei farci? Tirare festoni lungo tutto il cielo con lampadine a basso consumo? Per aspettare che il mattino si faccia mattino, che trovi la voglia d’essere e renda il paesaggio più leggibile, non resta che aspettare. Perché farlo con me, e al telefono? Verso una lacrima di latte nella tazzina.
Ti chiamo dopo per vedere come procedono le cose“.
Anche no“.
Non deve avere più molto da fare, povero vecchio, se mi disturba per simili sciocchezze. Forse si deve sentire solo, forse inutile, per mettersi a disturbare in giro, e a questa ora del mattino. Dovrebbe trovarsi qualcosa da fare che lo impegnasse poco. Magari qualcosa di facile. Sperando non si inventi una cosa che poi lo fa entrare troppo in quello che è. Ma bisogna aver comprensione per i vecchi. Infondo tutti siamo destinati a diventarlo. Spero di farlo riuscendo a mantenere il mio raziocinio. Controllo l’ora ma è ancora troppo presto per svegliare Claudia. Torno a pensare a ieri sera. E’ stato piacevole. Molto. E’ stato. Forse dovrei stare più attento. Forse persino rinunciare. Non posso dire di poterne essere completamente orgoglioso. Soddisfatto si. Lei è stata carina. Comprensiva. Anche troppo. Mi tratta come un principe. Forse troppo. E’ facile lasciarsi andare e montarsi la testa. E poi le donne sono sempre loro, hanno bisogno di convincersi, anche la storia più banale la debbono leggere come la storia. Accendo la tele per capire come sta il mondo.

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: