Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘sorpresa’

img_7029Stavo radendomi quando lei è entrata. Maledetta promozione. Si è accovacciata sulla tazza: Scusa, faccio in un attimo. Non potevi aspettare? Non ce la facevo più. Ero infastidito di non poter stare tranquillo nemmeno là. Ma forse solo un po’. Più che altro ero stato preso alla sprovvista. Non mi sarei mai immaginato. La sento farla. Il rumore della pioggia dorata. Come niente fosse.
Se la cosa non fosse tragica sarebbe ridicola: E bussare? Decisamente lei è incredibile: Sapevo che c’eri solo tu. Stai buonina e fammi finire. Fai finire anche me. Fai pure. Che c’è ti vergogni? Non è quello. Ti vergogni oppure?… Non fare la bambina. E allora non guardare. Son cose cheE nemmeno… tanta, bambina.
Se uno dei due non si sbriga potrebbe finire in una catastrofe. Io lo so bene com’è fatta lei. E poi chi entra entra sarebbe comunque perlomeno imbarazzante: Ti manca tanto? Mi manca quello che mi manca, non mettermi fretta anche tu. Debbo fischiettare? Non serve, grazie. Potevi almeno dare un giro di chiave. Così chissà cosa avrebbero pensato. E così? L’ho detto che mi scappava la pipì. Dovevi proprio dirlo? Che male c’è? è l’ha verità. Le cose si possono non dire. Si asciuga con cura. Viene da ridere anche a lei: E’ la verità tutta la verità, nient’altro che la verità, lo giuro. Comunque non servivaInsomma: è la verità, o quasi; che c’è di male? Non è quelIl male è nella testa degli altri, se c’è.
Si alza e usa il bidet. La guardo attraverso lo specchio. La cosa continua a divertirla: Ti sembra il caso? Perché no? Ne sono, a dir poco, stupido: Perché non è cosìSono di là. E noi siamo qua. E allora? Ci metto un secondo, non mi piace sentirmi sporca; che sarà mai. Manca solo che ti sogni di farti la doccia. Non sarebbe una cattiva idea, anche se l’ho già fatta prima di venire; nel senso di arrivare. Dicevo per dire. E io per fare. Devi essere pazza. L’hai già detto. Già! Allora non la faccio? Non credo che… Si sganascia: Scherzavo, però non era una cattiva idea. Meglio. Meglio cosa? Meglio se tuGuarda che non c’è niente da vedere. In verità avrebbe ragione. E’ stata molto attenta. Quasi pudica, ma… chi ci crederebbe? Non è nemmeno quelE’ solo che io credo che tu cerchi di sbirciare. Non è vero. Sei un bugiardo, o un villano.
Mi aspetto di vederla arrivare da un momento all’altro. Mi prendo ugualmente una pausa. Ormai cerco di sembrare tranquillo. Mi sciacquo il viso. Che sia quello che sia. Ho fatto del mio meglio: Avevamo detto una cena. Che importa se ci prendiamo il dopo cena prima della cena. Avevamo detto una sera. Va bene, è pomeriggio, cosa cambia? Siamo a casa mia. Lo so. Ci sono gli ospiti. Lo so. Tutto l’ufficio. So anche questo. Tu sei pazza. Facevo per dire; senza fretta. Non possiamo stare qui in eterno. Che usino l’altro. Che discorsi sono? Se vuoi ti tolgo io… dall’entusiasmo. Non essere stupida. Credevo fossi tu ad aver fretta, ma posso anche aspettare. Non devi credereSei stato tu a fare il birichino e ad invitarmi, o sbaglio? Vero maVedi; e senza ma. Volevo essere cortese. Lo sei stato e ora non lo sei.
E’ anche colpa mia. Forse non dovevo darle troppa confidenza. E’ che quando siamo in ufficio non riesco a pensare solo al lavoro. E’ anche efficiente. E’ anche così giovane. E’ anche così… Ha finito. Ho finito: Fai la brava. Ancora un secondo. Cosa ti manca ora? Sistemo il trucco. Fai pure. Mica posso uscire spettinata. Ti aspetto di là. Guarda che li hai aperti. Cosa? I pantaloni e che cosa? Mi fai… confusione. Per così poco? Sembra aDevo chiamarti capo? Non essere stupida. Allora capo… ti farei vedere io come si fa a toglierli. Non è cambiato niente. Che dici: ci facciamo un selfie? sarebbe divertente. E’ proprio incredibile. Dove le va a pensare?

Annunci

Read Full Post »

E noi, davanti a questo mare
–fetida pozza d’acqua
sepolcro delle nostre vergogne,
ossario–
cerchiamo di dimenticare,
ma se sappiamo ascoltare
il silenzio in silenzio
allora potremmo sentirlo,
con onde solo placide all’apparenza,
ancora raccontare di storie lontane
e magari finanche di velieri e imprese
e dell’orribile pesca temiamo
le membra straziate
poiché non c’è pace se non è di tutti
e non c’è libertà se non per tutti
e non c’è giustizia nel sonno pasciuto
giacché non c’è futuro senza lotta,
e a riva porta il corpo del pesce,
questo mare,
e resti di vecchie parole
e persino gesti stanchi
rassegnati
e allora tutto è perduto
ma infuria tra le onde
di rabbia la sete di giustizia
e nuove grida si staccano dal silenzio
non c’è perdono per i carnefici,
non ci sarà,
sbarca a riva la miseria
e il mare si lascia alle spalle
per una nuova speranza
ché il mondo è stato creato senza frontiere.

Read Full Post »

pittura con tecnica mista su cartone telatoE cerco me
in tante vite vissute
e cerco me
in tante vite perdute
frammenti sono
che la memoria tradisce
quando si avvina il tempo
per dar spazio alle memoria
e lacrime pensanti appaiono
in questa ricerca vana
per le persone vive
che son rimaste foto
e per le immagini che non sono
e non saranno più.
E’ quel più a far paura
sul fare della sera
quando certi silenzi narrano
e certe narrazioni si tacciono
per cercare me, anche loro
e frugare in cassetti nascosti
per non fare attenzione,
il rubinetto gocciola
echi ossessivi
che non puoi cancellare
che gridano note dissonanti,
e allora…
cerco me per non trovarmi
in questo gioco che consuma vita:
cerco me tra le tue braccia
dove nascondo la smorfia di quelle immagini
dove il viaggio si fa veleno
mentre la vita si inventa da sé
apre la porta e fugge
cerco me dove non sarò mai

Read Full Post »

Da Fiorenzo Fiorito senza la sua autorizzazione, e senza punteggiatura
Il sonno del mio respiro
si confonde con le voci della strada
certi incontri appiccicano
come resina d’albero giovane
raccontano di occhi e capelli
fra pensieri che migrano
da una vita a un altro ascoltatore
in questo parlare a volte discreto
a volte no
in questa fatica senza tempo
le perle di sudore
gelano al vento di promesse fuori tempo
fra il mio cuore e la strada
il futuro
teso
come corda d’arco
non mi lascia dormire
per l’impazienza di nuove conquiste
Ecco cosa succede quando dentro un amico brillante, gigione, simpatico, scopri poesia, e di cui ha taciuto; persino il titolo diventa arbitrario. Chiamo a testimonianza il bravo e generoso amico Stefano, proprio affinché troppo buono: l’attore dovrebbe essere un abito, e limitarsi a vestire la parole altrui. Magari declamare un grande poeta arabo e che so io? Ci vorrebbe un’immagine a suggellare il gusto e l’incontro, ma non l’ho. Ne scelgo una e non è nemmeno mia che dice quanto dobbiamo ancora imparare ad ascoltare. Ci vorrebbero parole altrettanto precise e lievi. E alla fine ripetere un abbraccio. Proprio per quella fatica senza tempo, per le ore che sono sempre troppo brevi, per inseguirlo ancora e ancora. So che ci aspetta ancora un piatto caldo e un buon bicchiere di vino.
e vi regalo una canzone:

Read Full Post »

I pensieri, quelli tornano. Si perdono e si ritrovano. Si nascondono e confondono. Vanno e ritornano, mai uguali. Si fanno strada, entrano ed escono. Si allontanano. Si consumano. Non stanno mai fermi. Cerchi di afferrarli. Di possederli. Hanno la consistenza del vento. Passano, ti scuotono e non si fanno imprigionare. Sono come donne capricciose, volubili, che rincorri inutilmente. Sono come il profumo delle rose. E quando li fuggi loro vengono a sedersi vicino. Bussano alla tua porta. Ti corteggiano. Si fanno ossessione.
I miei mi avevano fatto l’ultimo sgarbo, lasciandomi quella casa a Rimini. Io manco me ne ricordavo. Negli ultimi anni non c’era più andato nessuno. Loro troppo vecchi. Io troppo tutto. Ho sempre odiato quel posto di tutti e di nessuno. Con quel mio carattere. Con la stessa rabbia. E altre ancora. Con i miei problemi. Con Cinzia che non ne voleva sapere di mangiare. Con le rate e il mutuo. Con i suoi occhi stanchi. Soprattutto con quei versi che non riuscivo più a trovare. Non si diventa grandi, si diventa solo vecchi. E si cerca di crescere uccidendo quel bambino. Nascondendo i suoi giochi; i suoi sogni. Cercando di illudersi che non sei mai stato quello. Poi che è solo tutto passato. Infine che deve per forza vincere la vita. E i bisogni. Anche quelli che non servono a niente. Che ha ragione la televisione; solo perché è televisione. Che il condominio s’ha da fare. Che ci stiamo avvelenando tutti, ma le pesche sono più belle. E molto più grosse. Che sono io l’ultimo; l’unico che non ha capito. Che non vuole capire. Che solo le banane possono attraversare certe frontiere. Solcare certi mari. Circolare liberamente. Quel gioco non mi era mai riuscito bene. No! Non ricordavo quella casa, e non la volevo ricordare. Il problema è solo che lei l’ha saputo. E ora abbiamo una casa al mare, proprio nostra, vicino alla spiaggia di Rimini.
Lei dice: “Perché non approfittarne”? E’ il mio incubo fin da quand’ero bambino. Credo sia nato prima quell’incubo di questo pazzo esteta. Rimini è mediocre. Rimini è tutto quello che ho sempre e da sempre rifiutato. Ma lei non vuole sentire un’argomentazione. E io non ho una risposta. Come le posso spiegare? Che quella… Non c’è nulla di più banale di una casa a Rimini. E che io odio il mare. Soprattutto odio Rimini e tutto quello che Rimini è. Sarebbe come cercare di ricordarle che scrivevo poesie e che non ne scrivo più. Correndo il rischio che me lo chieda: perché non ne scrivo più. Certo che non le verrebbe mai in mente, di chiedermi perché ne scrivevo. Col timore che si ricordi. Con la paura che mi chieda il perché, il perché non ne ho mai scritta una per lei. Sarebbe tutto troppo difficile. Ho smesso da tempo di fare l’eroe. E anch’io sono un uomo stanco. Uno che vorrebbe la pensione. E cerco di convincermi e dirmi: “Che sarà mai”?
E così con la sua tirchieria, con la voglia di risparmiare, riempio la macchina, faccio salire lei e la bambina e le porto a Rimini. Certo è stupido non approfittarne. Buttare i soldi quando hai una casa al mare. E poi me l’hanno lasciata i miei. Certo alle ferie non si può rinunciare. Anche se abbiamo l’aria condizionata. E a Rimini fa un caldo bestiale. E anche se io ci ho scritto un libro sulla mia rabbia, quand’ero ancora quel ragazzo. Un libro che nessuno ha letto e che nessuno leggerà mai. Un libro fuori tempo. Un libro di parole che non voglio dire a nessun’altro. Anche se me lo ricordo bene quando hanno ammazzato Mara Cagol. Anche se è sempre tutto la stessa merda. E adesso di capelli non ne ho quasi più. E ho smesso di contare il numero delle repubbliche. E ho la congiuntivite cronica da fumogeni. E io come un coglione guido la macchina e vado a Rimini. E ci arriviamo giusti in tempo per correre in spiaggia all’ora di pranzo.
Piazzo le sdraio e il materassino di Cinzia e cerco di delimitare il nostro spazio; quello che a fatica ho conquistato. Dovrei difenderlo con le unghie e i denti? Nemmeno un attimo per prendere fiato. Il vicino d’ombrellone parla all’amico nell’ombrellone dall’altro lato del nostro. Parlano attraverso me. Come se non ci fossi. Mi arriva una pallina da due che giocano con i racchettoni. Nemmeno una scusa. Mi invitano a lanciargliela. Come invito è piuttosto categorico. Ci penso ma poi lo faccio. Alla bambina è andata la sabbia negli occhi. Frigna e la porto alle docce. Continuerà ad avere sempre sette anni? Ormai ha superato i dodici. E’ colpa della madre. Ma l’acqua è fredda. La sabbia scotta. Quella che ormai si sta sciacquando ha un bichini che nemmeno si vede. Dietro le si infila nella fessura. Si strizza il due pezzi cioè quel poco di stoffa. Appena sufficiente a farne si e no uno. E microscopico. Si toglie attentamente il sapone dalle tette. Infilando le mani nelle coppe. Non so se lo fa per me o per gli occhi del bagnino. Non c’è più pudore. Non puoi cercarlo al mare. Non è il posto più adatto. Senza ritegno mette in rassegna tutta la sua cellulite. E poi come bionda non è nemmeno bionda, il culo le struscia per terra e ha più anni di quelli che io potrei sopportare. E se non finisce di strofinarsi finisce che si consuma. E resta solo quel ridottissimo costume.
Quando arrivo la coca è già calda. Claudia, ma perché sempre la C? ha bisogno che le spalmi la crema. Altrimenti si arrossa. E poi chi la sente? Si rovina l’umore. E poi non riesce a dormire. E finirà col rigirarsi tutta la notte. Che ha già mal di testa. Solo che mi chiede dov’è ho lasciato Cinzia. Me ne dice di tutti i colori. Si sono inaffidabile. Sono uno schifo di padre. Irresponsabile. Me la sono persa. Torno a cercarla. E’ ferma che guarda una partita di pingpong. Stavolta la tengo per mano. E inciampo in una tavola da surf guardando la bionda, cioè la finta bionda, che lo fa alla luce del sole. Si sta rotolando sulla sabbia. Con un altro bagnino. Forse il padre di quello di prima. E lui le sta infilando le mani da per tutto. E lei se la ride tutta contenta. E cinguetta. E gli versa addosso una serie di cosa fai? E di non dovrei e non dovresti. Tutti molto pieni di gioia che sono un invito al partener per continuare. Forse un ordine. Non ne sono più molto certo. Non credo di ricordare come funzionano queste cose. Lui sembra impegnato, senza grande piacere, in un lavoro. Forse lo pagano anche per quello. Contemporaneamente cerca di trascinarla dentro una cabina. Non posso esserne certo. Forse è lei che cerca di trascinare lui. Non capisco, so solo che uno trascina e l’altro fa resistenza. Morti di Reggio Emilia…
Claudia s’è presa il giornale. Ha finito con le parole crociate. Il libro non le piace. Ha già capito chi sarà il morto. Poi si mette a riposare sotto quel sole. Cinzia legge il libro che le hanno dato per le vacanze. Sembra in verità assente, con la testa altrove. Non posso riprendere il giornale perché con quello Claudia si ripara gli occhi e il viso. Cioè ci dorme sotto. La disturberei. La sveglierei. E dopo chi la sente? Quello grasso, che il salvagente lo tiene addosso fin dalla nascita e che è sudato che piove sudore, con la bocca piena che gli cola il sugo e si vede la pasta, mi chiede se non ho un cavatappi. Vorrei dirgli di parlare piano. Sarebbe inutile. Noi abbiamo la casa a Rimini. Io non ho un maledetto cavatappi. Non me lo porto nel costume. No! lo tengo in cucina, nel cassetto. E poi come si fa a bere rosso caldo con questo caldo? Mi scuso. Claudia borbotta nel sonno.
Mi alzo e mi avvio pigramente. Triste. Senza dubbio il mare deve essere diritto davanti a me. Davanti al mio naso. Non ha rumore perché il suo rumore è coperto dagli strilli. Non ha odore perché il suo odore e coperto da quello del cibo, dei cosmetici e di odori ancora più nauseabondi di dubbia natura. E’ tutto uguale. So benissimo di non poter scappare. Passo vicino alla gente, in mezzo alla gente. Sopra la gente. Famiglie intere. Tribù vocianti. Col mangiare portato da casa. Con i bambini con i secchielli e la palla. Con i salvagenti incollati addosso che sudano gomma. Con la sabbia che brucia come piombo fuso. Coi frammenti di conchiglie che tagliano come lamette. Con l’inferno intorno. Dovevo portarmi le ciabatte. Quelle di plastica. Le infradito. Metto un piede in fallo. Scivolo su una signora di un quintale e rotti, ricoperta di crema abbronzante come panna. Nel chiederle scusa invado un campo di bocce. Uno di colore mi chiede se mi servono dei calzini da tennis. Ha anche orologi e accendini e bizzeffe di occhiali e collanine. Si accontenterebbe solo di un paio di monete. Almeno per un panino. Ho solo il costume. E nel costume il niente. A parte le palle rotte. Involontariamente scalcio un birillo.
Uno ascolta il calcio, il calcio d’estate. Uno il gran premio. Attraverso le loro notizie passandoci in mezzo. E’ vero che il calcio è l’oppio dei popoli, ma io non ho nulla contro le droghe. Sono un libertario. E un antiproibizionista. Cerco di ricordarlo. Più mi avvicino al mare, all’agognata acqua, è più la folla dirada. Non di molto. Magari in maniera impercettibile. Ma riesci a camminare evitando senza troppa fatica i corpi. Il sole e il cielo sono dipinti con colori troppo brillanti. Mi bruciano gli occhi. Passa un tipo abbronzato anche dentro le mutande e muscolato. Un gruppo di ragazzine lo scambia per un attore e pigolando cominciano a corrergli dietro. Una è proprio sicura che è proprio lui. L’amica più vicina comincia a spiegare e a cercar di dar voce ai suoi sentimenti: “me lo farei, anche qui”. Un’altra accetta la provocazione, la sfida: “Scommettiamo che me lo porto in capanna e me lo faccia prima di sera”? Usa un linguaggio leggermente più colorito. Non dice faccio ma scopo. Non c’è mai limite al peggio. Una terza, che non deve avere più di tredici anni, e se fosse per le tette ne mostrerebbe dieci, comincia a spiegare alle altre i suoi desideri entrando nei particolari. Ha una grande fantasia e già molta esperienza. Magari letta e sognata da racconti di amiche più grandi. Parla a voce alta. Parla in modo molto volgare. Come se fossero sole e non potesse sentirle nessun altro. Le guardo e quelle alzano le spalle. Il palestrato si gonfia di orgoglio. Una si accorge dell’errore e avverte il gruppo. Si fermano deluse e corrono assieme in un’altra direzione; ridendo divertite. Quella che aveva creduto di riconoscerlo prende della stupida e viene presa in giro: “Di spalle sembrava proprio lui. Giurin giuretta”.
Prima di entrare in quel cadavere di mare immobile mi brucio la pianta del piede su una cicca. Mi scappa una bestemmia. Una nonna mi guarda con disapprovazione. Il nipotino rovescia il secchiello di sabbia e inizia il suo improbabile castello. Non molto distante si accaniscono, su una pista tracciata per centinaia di metri, con le loro biglie. E gridano. E si canzonano. E’ pieno di bimbi e salvagenti e di quelli che chiamo animali da basso fondale. Ed è altrettanto pieno di gridolini. Uno parte di corsa per poi tuffarsi e nuotare vigorosamente verso il largo. Ha al collo una macchina fotografica anfibia. Uno ha una radio anfibia per continuare ad ascoltare anche in acqua la partita. Un ragazzino ha una copia del Titanic da far galleggiare. Di tanto in tanto, senza motivo apparente, la fa affondare, la tiene sotto in mezzo alle bolle d’aria, e poi la ritira su e fa colare l’acqua che l’ha riempita. Un paio di coppie si sono sedute proprio sul confine, sul limite, in riva. Dove l’acqua ti entra ed esce sotto il culo. Mi piove in testa la stessa pallina di quegli stessi che giocano a racchettoni. La pallina affonda e poi cerca di tornare a galla. La tengo sotto con il piede. Una zia mi chiede se le posso guardare il ragazzino un attimo che deve andargli a prendere il gelato. Le guardo il culo mentre si allontana. Non fosse zia potrebbe essere nonna. Giovane ma nonna. Rimini è un posto adatto alle famiglie. E a rimorchiare. Do la pallina al nipotino e mi avventuro nel mare.
Mi lascio tutto alle spalle. Vado avanti finché l’acqua mi arriva alle palle. Temo l’infarto. Non è della temperatura adatta. Saltello un punta di piedi. Aspetto di trovare il coraggio. Un ragazzino mi osserva dentro il suo canotto poi torna a pagaiare. Nel costume mi si è creata una bolla d’aria. Il freddo; mi scappa. Cerco di resistere, stoicamente. Un moscone mi chiede spazio; all’ultimo istante. Sopra c’è un ragazzo e una ragazza. Lui cerca di farsi vedere bello ed eroico. E pedala con vigorosa allegria. Lei non muove le gambe. Lascia che gliele spostino il movimento dei pedali. Poi mi accorgo che sdraiata c’è anche un’altra ragazza. Che prende il sole. Schiaccia il petto sul fondo perché s’è sfilata la parte sopra del costume. Non pare avere molto da schiacciare. Ha gli occhiali dietro la nuca. E il tatuaggio di una fragola all’interno della coscia. Lo vedo solo quando riprende il reggiseno del costume, se lo tiene stretto al torace e si gira per controllare gli amici. Gli dice qualcosa che non sento. Poi sembra alzare la voce come per iniziare una discussione, ma ancora non la senti. Vedo solo che pare arrabbiarsi. Schiaccio la bolla d’aria che fa il rumore di un pallone che si sgonfia.
Su quella tavola piatta si alza un onda anomala di un paio di metri. Forse un’ottantina di centimetri. Ho la prontezza per prenderla di spalle. Sono sempre sull’avviso. E’ il frutto dell’ilarità di una sirena taglia super forte. Mi sorride maliziosamente. Vado avanti finché il mare non mi arriva al petto. Un sub emerge e sputa fuori l’acqua. Poi torna ad immergersi. Per un po’ resta fuori il culo. Poi solo le pinne. Poi scompare nelle acque torbide. Va a frugare sul fondo. Un metro e mezzo sotto. A smuovere la fanghiglia. A frugarla. Ad una ragazzina gli sguscia fuori un seno. Non è niente male. Sono tentato. Faccio un paio di passi nella sua direzione. Non s’è accorta di nulla. Credo. La tetta galleggia come una gavitello. Dondola pigramente con le minute onde. Ha un piccolo capezzolo ritto come un dito a indicarmi, e un largo alone, quella tetta. Un capezzolo sottodimensionato. Forse non s’è accorta di nulla. Avevo già deciso di desistere. Si alza un fischio. Un giovanotto. Eppure sta guardando da un’altra parte. Lei, la ragazza dal costume bianco, si controlla. Rinfodera la sua arma di seduzione. Mi vede. Poi si tuffa e torna a nuotare parallela a riva. Scivola sulla superfice. E’ brava. E nemmeno il culo sembra essere male. Il ragazzo chiamava un amico. Si divertono come matti a buttarsi acqua addosso e a spingere la testa dell’altro sotto. La sirena con gli occhi sembra chiedermi se voglio vedere. C’è fin troppo da vedere e quasi nulla di nascosto. La ignoro senza smuovere il suo sdegno, senza offendere la sua vanità. Semplicemente interpreto la parte del distratto. Di quello che non si accorge del mondo né di nessun’altro disastro.
Vado avanti finché l’acqua non mi lambisce le labbra. E’ acqua cheta, stagna. Anche lei è pigra e non ha voglia di lavorare. Anche le piccole onde sembrano stanche e scivolare malvolentieri. Schiacciate. E’ salata. Penso a tutti quelli che ci pisciano dentro. E a quello che lo sta facendo proprio in quel momento. Facendo l’indifferente. Ho le dita dei piedi intricate tra una quantità enorme di alghe. Non ricordavo ci fossero anche le alghe a Rimini. Forse non ci sono mai state. Forse non sono alghe. Immergo per un attimo il viso. Riemergo mascherato di un brandello di una rete sottile di nailon. Appeso c’è un galleggiante, un sughero che pare un orecchino. Penso di apparire come uno di quei pirati. Oltretutto non riesco più ad aprire l’occhio destro. Mi brucia. E più lo strofino e più brucia. Decido di proseguire. E l’acqua mi entra in bocca. O arrivo in Jugoslavia o non arrivo. Saltello nuovamente per risalire e prender fiato. Ancora due passi. E due passi ancora. Poi mi rassegno. Non arriverò mai da nessuna parte. Mi rassegno e comincio a bere.

Read Full Post »

tazzina di caffèCaterina detta Tina entra ed esce dalla mia vita. A volte passano lunghi periodi senza che si faccia sentire. Magari presa nei suoi viaggi. Imprigionata nelle sue letture. Oppure chiusa nei suoi mutismi. O solo perché così le va. Poi per altri momenti, solitamente brevi, si fa sentire spesso. Entra tra le mie ore quasi invadente. Mi chiama al cellulare o ci lascia un messaggio. Magari per un film. Per una cena. Una inaugurazione. Solo per un po’ di semplice compagnia. Per due chiacchiere senza peso. Come se le mancassi. Oppure con una scusa qualsiasi pur di trovare quel po’ di compagnia per poi finire a letto. Succede.
Solitamente Caterina detta Tina quando chiama non dice mai il perché. Fissa solo l’ora e il posto. Non chiede mai niente. Nemmeno se posso. Mi è successo di mancare ad un appuntamento. E’ bastato un sms, anche all’ultimo momento. A volte mi parla di altri amici. Distrattamente. Non ha bisogno di certezze. Le trova e le smarrisce da sola. E’ completamente padrona del suo tempo. Fissa l’ora e il posto ed io ci vado. Senza aspettarmi nulla perché non c’è nessuna certezza. Lascio tutto a lei. A quello che al momento le va. Credo che solitamente nemmeno lei, quando chiama, sa cosa cerca veramente. Magari il film o la mostra vengono dopo. Al momento. Quando mi vede arrivare. Quando ci si vede. O perché vede una locandina. O si ricorda di qualcosa che credeva scordato. Di un invito. Non gliel’ho mai chiesto. Come potrei?
Con Tina preferisco così. Preferisco non chiedere. E’ sempre stato così. Fin dal nostro primo incontro. E così mi va. Non mi chiede di mia moglie. Non mi chiede dei bambini. Non le va di sentirmi parlare di lavoro. Non mi chiede nemmeno come va. O cosa mi va. Non mi chiedo cosa farò domani. Non mi dice cosa vorrebbe farne lei, di quel domani. Non sono nemmeno certo di sapere bene cosa fa. Credo lavori per una casa editrice. E nel volontariato. Lei è libera. E crede nella libertà. Anche in quella degli altri. Non so nemmeno dove sta. Se ha bisogno di un po’ di intimità solitamente cerchiamo una stanza d’albergo. O da un amico. O facciamo una corsa fino alla nostra casa al mare. Anche se questa sistemazione non la gradisce molto; e sempre me lo da a vedere. Un paio di volte che aveva fretta ci siamo dovuti accontentare della macchina.
Tina preferisce ambienti neutri. Posti senza storia. Senza legami. Luoghi dove non ci sono tracce di una vita nostra. Né mia né sua. Dove non ci sono foto. Né quadri. Né presenze nelle assenze. Abitudini. Spazzolini nel bicchiere. Capelli nei pettini. Vuole ambienti anonimi. Dove siamo solo io e lei. In quelle occasioni non abbiamo mai passato la notte assieme. Alla fine ce ne dobbiamo andare. E io, così, non ho mai avuto bisogno di una scusa. Ma lei è solo Tina. Niente di più e niente di meno. Non posso definire il nostro rapporto. E’ un non rapporto. Due persone che si incontrano. Una serie di incontri. Quasi come sempre una prima volta. Due estranei. Come due persone annoiate che si avvicinano per quella noia. Al bar. In un caffè. Durante una pausa. Disarmati. Anche se la cosa, nel tempo, mi ha dato attimi di vertigine. Perché io non sono così. Anzi non ero così. E stata lei a trascinarmi. Io, per me, sono metodico. Ho bisogno di cose chiare. Di sapere il prima e il dopo. Di dare un nome alle cose. Lei è solo Tina.
Non ho una foto di lei. Non ho una foto con lei. Una cosa è certa: non porta la fede. Né credo ce l’abbia, una fede. Non le da fastidio la mia. Mi prega solo di toglierla in quei momenti. Non è mai banale. Non è mai di cattivo umore. Se ne libera, nel caso, prima di arrivare. Non mostra mai nessun eccesso. Né entusiasmi né delusioni. Fuori di camera si comporta come una perfetta amica. In camera, cosa che avviene solo di rado, con disinvolta noncuranza. Come fosse pattuito. Come forse compreso in quell’amicizia. Forse per lei lo è. Non fosse ipocrita e poco veritiero dire come una moglie. Come mia moglie. O quasi. Magari prima chiede di vedere un po’ di televisione. O dopo. Magari ci portiamo su da bere. Qualcosa da mangiare, mai una vera cena. Mette il necessario in bagno ed è pronta.
Ho l’impressione che Tina lo tenga in macchina, il beauty-case. Insomma sempre a portata di mano. Ma non mi ha mai dato l’impressione che lo usi spesso. Non senza di me. Dico non spesso, evito di dire mai, perché mai è parola impegnativa e non corrisponderebbe al vero. Ripeto: lei non ne fa mistero. Non lo farebbe, comunque. Non ho diritti. Lei è libera. Non sono geloso del suo tempo senza di me. Non potrei. E’ solo che credo non le capiti spesso. Sono arrivato alla conclusione che preferisca le pagine di un buon romanzo. Che non le piacciono troppo gli uomini. Che la compagnia maschile un po’ l’annoi. Che per lei l’uomo sia un vago bisogno. Un raro istinto alla sopravvivenza. Un incidente. Una distrazione. In tutto questo non so classificarmi. Non so cosa sono. Dove mettermi. Non posso illudermi: forse sono anch’io solo un fragile svago. Una interruzione. Una pausa. Una voglia sfuggente e immotivata di cambiamento; per un istante. Per un niente.
Chiedo venia se mi dilungo su Tina. Credevo di non aver molto da dire. Niente. Se lo faccio è perché è successa una cosa strana. Che mi sembra strana. Strana per me. Forse non per lei. Ma strana. Cioè differente. Insomma strana. Che mi ha confuso. Insolita. Lei ha chiamato mentre ero al mare. Con Carla. Sono uscito in veranda. Non che Carla… ma per sentirmi più libero. Carla non mi ha mai chiesto nulla. Non c’è niente che potrei dirle. Non c’è niente per cui potrebbe dubitare. E’ solo che non so mai come ragiona una donna. Preferisco non dover dare spiegazioni. Tina è solo un’amica, ma in quel momento preferivo parlare lontano da orecchie. Forse anche per allontanarmi dal frastuono dei bambini. E poi Tina è Tina. Non saprei spiegare altro. Niente di diverso. Ma Tina al telefono non ha la solita voce. Pare agitata. E’ un’altra Tina. Mi dice solo: “Ho bisogno di vederti. Subito”. Sento che qualcosa non va. Non glielo chiedo. Non mi sono mai preso la libertà di chiederle nulla. Di frugare tra le sue cose. Nella sua anima. Mi son sempre limitato ad ascoltare. Ad aspettare.
Mi preoccupo, ma le spiego dove sono. Lei mi dice solo: “assolutamente”. Come se non mi stesse ad ascoltare. Come se non esistesse alternativa. Se non avessi mai avuto scelta. Come se possedesse quello stesso dovere. Se avessi un impegno. Ma lei è certo: ha bisogno di me. Arrischio di cercare di spiegarle le mie difficoltà. Una quasi impossibilità. Quasi le chiedo una ragione. Mi spiega: “Sono disperata. Ti aspetto da me. Fai presto.. Voglio farlo con te. Subito. Non mi va… non posso… Non con uno che non conosco. Con il primo per strada. Con uno qualsiasi. Non te l’ho mai chiesto. Non te lo chiederò più. Ho bisogno ora Ho bisogno di scopare”.
Quando salgo in macchina mi accorgo che non conosco nemmeno il suo indirizzo. Mi fermo. Rifletto. Non l’ho mai sentita così. Non mi ha mai parlato così. Scorro le sue parole. Ad una ad una. Non è nel suo linguaggio. E non mi ha mai invitato; da lei. Non sembrava neanche lei. Prendo il cellulare. La cerco tra le telefonate ricevute. Non risponde. Lascio un messaggio in segreteria: “richiamami”. Mi chiedo cosa fare. Resto lì come un cretino con il volante in mano. Cerco in internet il suo nome. Trovo un profilo. E nel profilo un indirizzo. Imposto il tomtom e metto in moto. Vado verso l’ignoto. So che non sarà più come prima. Che niente sarà come prima. Alla radio mandano un pezzo che non ho mai sentito. Una voce stridula di donna che grida.

Read Full Post »

tazzina di caffèIl martedì per lei era un giorno normale. Un caffè di corsa. In silenzio, tutto al buio per non disturbarli, raccoglieva le cose che si erano messi il giorno prima e che trovava sparse per il pavimento nelle camere. Le metteva nel cestino della biancheria da lavare. Preparava la moka per Pino e i bambini e la lasciava sopra il gas. Preparava la tavola: tazze, zucchero, biscotti, marmellate; solite cose. Controllava che tutto fosse in ordine prima di uscire; finestre comprese. Non si sa mai cosa può fare il tempo quando si è fuori casa. Le restava giusto quel poco per controllare di essere in odine anche lei. Una lavatina, quel minimo di trucco, una pettinata, telefonino, borsetta, si infilava le scarpe e via; dopo aver dato un’ultima controllatina che tutto fosse in a posto. Le restavano giusti sette minuti per raggiungere la fermata dell’autobus e poi al lavoro.
Durante il viaggio aveva giusto il tempo per pensare se non si era scordata niente. Non era un lungo tragitto. Solitamente lo doveva fare in piedi. Sballottata. Sbirciava qualche titolo dai giornali che qualcuno leggeva. Se ne accorgeva spesso quando qualcuno la sbirciava. E allora aveva la tentazione di controllare se era in ordine. Il viaggio non era mai uguale. Spesso doveva fare attenzione. Si scostava per evitare contatti. Con qualcuno ormai si conosceva, solo come compagni di percorso. Magari qualche cenno di saluto. Appena accennato. Raramente c’erano volti che non aveva mai visto. O che credeva di non aver mai visto. A quell’ora si è sempre gli stessi. Poteva capitare che qualche volta, nella confusione, si sentisse qualche mano addosso. Ormai da qualcuno era abituata ad aspettarselo. Chi ha quel vizio tende a ripetersi. E lo vedeva avvicinarsi. Prendere posto con la scusa di mettersi comodo. Crearsi spazio. Mani più o meno leggere.
Qualche volta si sentiva in colpa, in colpa verso Pino, e se ne rammaricava. La città non è sempre gentile. Solitamente ne restava infastidita. Qualche volta lusingata. Come quella volta con… ma era così giovane. Ancora un ragazzo. Avrebbe potuto essere quasi suo figlio. Come l’aveva guardato lui se n’era vergognato. Era diventato un po’ rosso abbassando gli occhi. E l’aveva ritirata. A lei era dispiaciuto. Per lui. Ma poi la curva, uno scossone e lui era tornato ad allungare la mano. Forse il movimento del pullman aveva sbattuto lei addosso a lui. E lei, a quel punto, si era guardata bene dal rivolgergli ancora lo sguardo. Le sarebbe sembrato scortese e crudele, ed era così giovane. Le pareva un gesto di generosa benevolenza. Aveva lasciato che facesse finché non era dovuta scendere. Aveva avuto quasi l’istinto di chiedergli scusa. Ma era successo solo quella volta. Non l’aveva più visto. Certo che il viaggio le dava modo di pensare a ben strane cose. E il viaggio era sempre vario.
Ma non tutti i martedì sono uguali. Quel martedì, sarà stato perché il calendario diceva che era un martedì trenta, sarà stato perché le cose poi vanno come vogliono andare, ma quel martedì non voleva accettare di essere uguale. Nel trambusto aveva perso un bottone della camicetta; la gonna era tutta sgualcita, l’aria attraverso il finestrino l’aveva spettinata, era proprio un orrore. Però non erano queste le grosse novità, il fatto era che aveva scordato di mettere il pettine nella borsetta e, peggio, la calza si era smagliata. Per il bottone se ne diede un po’ la colpa, quella camicetta le stringeva un po’. Senza grande fatica si perdonò, anche perché non aveva troppo tempo per pensarci: doveva chiamare subito Pino altrimenti avrebbe fatto tardi. Lo svegli e lui era così irascibile quando veniva svegliato. Diventava proprio di cattivo umore, ma se non lo faceva, ogni santa mattina, lui non avrebbe sentito la sveglia e sarebbe arrivato in ritardo. Pensò al più grande che doveva fare compito di latino. Poi si sentì come se avesse contato lentamente tutti gli anni che aveva. Cominciavano a diventare grandi; quei figli. E lei i suoi anni li aveva anche se non li dimostrava, e li portava bene. Almeno a sentire gli altri. Certo che coi tacchi… si sfilò le scarpe sotto la scrivania.
Prese in mano la fattura della Edilcoop. Arianna arrivò solo allora. Se la sarebbe vista brutta quella ragazza se avesse continuato così. Anche la puntualità ha il suo valore. Soprattutto in un ufficio. Stava per prendere in mano il modulo precompilato per la riscossione di credito che le suonò il telefono. Era Marcello che la voleva vedere subito, e quando chiama il capoufficio bisogna correre. Non era una novità se non fosse stato martedì. Quell’uomo non era certo tra i più pazienti. Appoggiò lo stampato sulla scrivania, percorse il corridoio e bussò prima di entrare. A lei non dispiaceva quell’uomo sempre sicuro di sé e sempre elegante. Anche quella mattina ebbe modo di apprezzare quella grisaglia. Grigio antracite. E la cravatta. “Ti dispiacerebbe portarmi un caffè”? –anche questa non era una novità. Non che alla macchinetta fosse tra i più buoni. E ormai sapeva anche quanto lo volesse zuccherato. Ah! gli uomini; sono così… prevedibili. Essere gentile non le costava fatica. E poi ammirava quell’uomo ed era il suo capoufficio. Ma le sembrò subito che la sua bella voce, calda, avesse un tono diverso. Ci fece appena caso. Il bicchierino di plastica scottava.
Quando rientrò nell’ufficio lui la fece gentilmente accomodare. Si sistemò la gonna prima di sedersi. Sprofondò nella poltrona di pelle. Le capitava spesso che le volesse parlare, ma non che la facesse sedere per farlo. Solitamente aveva così tanto lavoro ed era sempre preso di fretta. Era imbarazzata per le calze. Se ne ricordò: aveva messo il reggiseno a balconcino. Lui aveva un sorriso diverso, più… cortese. Si prese il suo caffè e poi cominciò guardandola negli occhi: “Scusami. Inutile girarci attorno. Tra noi… sarò franco.” –non le piacque nulla quell’esordio; si mise in apprensione– “Sai i tempi che corrono. Voglio dire: come vanno le cose. La crisi e poi tutto il resto. Lo sai anche tu. Il lavoro è diminuito. I clienti si allontanano. Sempre meno. Nessuno vuole più spendere. Chi ce li ha se li tiene. Insomma è sempre più difficile”. Sì! lo sapeva. E in quel momento sapeva che non sarebbe stata una mattina come tutte le altre. Non avesse iniziato ad essere preoccupata sarebbe stata inquieta di vederlo così: titubante e insicuro. Con le parole che parevano costargli fatica. Così non lo conosceva; anche se lo conosceva ormai bene. Poteva anzi dire che tra loro ci fosse anche della confidenza. Sapeva che lui la apprezzava per il suo lavoro, ne era certa, e anche come donna. Era capitato che le chiedesse un parere. Se avesse potuto avrebbe provato a rendergli le cose più semplici, anche se anche quello faceva parte dei suoi compiti di manager.
Posò il bicchierino e lentamente tornò ad essere il lui che aveva imparato ad apprezzare: “Dov’eravamo rimasti? Ah sì! scusa. Ti dicevo. Anche se mi dispiace, proprio a te, ma non posso esimermi di… Insomma ci vediamo costretti a fare dei tagli al personale. Non vorrei ma… non c’è più lavoro per tutti. E… anche per i nuovi azionisti. Non subito, certo. Ma da fine mese dobbiamo rinunciare a te. Fai pure con comodo. Se hai delle ferie. Non so. Se ti posso in qualche modo aiutare. Chiedi pure. Cerca di capire la situazione. Anche la mia. Prova a metterti nei miei panni”. Si sentì morire. Come avrebbero fatto? Cosa avrebbe detto a Pino? Lui era così ansioso. Persino timoroso. E poi l’ufficio era diventato un po’ la sua vita. Si trovava bene lì. E con loro. E anche con lui andava d’accordo. Si rese conto che tutta la sua vita sarebbe cambiata. Si rese conto di non essere il tipo che ama le novità; i cambiamenti. Stupidamente pensò che doveva ricordarsi di prendere le cipolle per il sugo tornando a casa. Non sapeva se doveva rimanere o alzarsi. Sapeva di non potersene andare così, ma non era come le altre volte. Tornò a ricordarsi delle calze. E poi a chiedersi se aveva qualcosa che non andava.
In fondo la sua età comunque ce l’aveva. E aveva anche fatto due figli. Eppure molti sembravano non accorgersene. E anche lui. E lui aveva gusti raffinati. Anche se qualche volta strani, o almeno così sembravano a lei, e ripetitivi. Lui era un vero signore. E aveva quella bella macchina, che era anche comoda. E la villa al mare. Il successo guarda chi se lo merita. Lei si era ormai abituata a lui e lui aveva sempre la barba appena rasata. E quel buon odore di dopobarba. Che sapeva un po’ di cioccolata. Si accese una sigaretta, non capitava spesso che lo vedesse fumare: “Scusa se sono franco. Se sono diretto. Da quant’è che lavoriamo assieme? Noi due? Lo so che non sarà, che non potrà essere più lo stesso. Mi dispiacerebbe… Lo sai. Ti ho sempre apprezzata. Magari noi due, qualche volta, se ti va, possiamo anche continuare a vederci. E non è per questo che viene meno la mia stima nei tuoi confronti. Voglio dire: se ti va; naturalmente. Tu resti sempre una bella donna. E hai sempre un gran bel paio di tette”. –e si alzò in piedi. Per la prima volta ebbe un pensiero volgare di cui vergognarsi “Fanculo anche le cipolle”. Si inginocchiò davanti a lui perché sapeva come sarebbe andata a finire.

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: