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Posts Tagged ‘speranza’

Era uscito, quella mattina, emozionato. Aveva un appuntamento con la storia. Aveva messo il vestito buono. Non sapeva se i grandi eventi badassero anche dell’aspetto. Si sentiva in dovere di sopportare l’imbarazzo della cravatta. Si guardava torno guardingo. Pensava che tutti potessero vedere la sua emozione. Affrettava il passo. Temeva che tutti potessero arrivare prima che suo arrivo. Non sopportava i ritardi; men che meno i propri. Lo rendevano nervoso. Mancava altro che si mettesse a sudare. Accese un’altra sigaretta. Cercò di rilassarsi mano a mano che si avvicinava. Lesse i grandi titoli nelle locandine affisse. Potevano essere quelle del giorno prima o del giorno dopo. Senza che nulla potesse cambiare. Sentì la speranza come una cosa con carne e ossa. Come se la potesse toccare allungando una mano. Si mise in bocca una mentina. Fece un respiro profondo e salì le scale. Sapeva che non sarebbe stato da solo ma non si aspettava che fossero tutti là. L’aria si fermò immobile. Proprio quel giorno. Non era in perfetta forma. Doveva aver mangiato qualcosa che era rimasto per troppo tempo in frigo. O che forse era troppo fredda. Quando avevano chiamato il suo nome era dovuto andare al bagno.

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yin-yangEra piombato nella sua vita, quell’uomo che sembrava avere una storia da raccontare. Aveva corso sempre per fuggire al suo destino, lui, poi un giorno l’aveva incontrato. La sua storia era fatta di piccoli segni minuti; l’aveva scritta nel viso. E poi rughe che lo facevano più vecchio. E quei silenzi che sembravano fatti di mille altre cose da dire. Nella sera si stemperava la sua gentilezza. Lui, come aggrappato a quell’istante. Come se fosse nell’atto di annegare. E Rossana era incuriosita da quel volto. Di quelle poche e dolorose cose. Dalle ombre che sembravano affollare i suoi occhi. Dai piccoli lampi nelle tenebre. A lei piacevano le storie belle, quelle con un finale triste. Non si era mai risparmiata. Non aveva mai lesinato. Un vago senso di confusione le si insinuava in petto. Delle domande affioravano, pensava che non avrebbe più cercato una risposta. In fondo era bello ritrovarsi ragazzina. Non pensare ad altro. Riandare con la mente. Illudersi di poter dimenticare. Ogni donna si sarebbe lasciata affascinare. E lui a perdere i suoi occhi dietro al fumo della sigaretta. Il passato non serve che a riportare fantasmi. Non amava quel passato. Non amava il passato. Come avrebbe potuto?
Pensò a come aveva creduto di fuggire. Non era la prima volta che provava a farlo. Era stata stupida a pensarsi più vecchia. A pensare che gli poteva essere madre. Si sentiva inadeguata, eppure quello era il suo posto. Ancora una volta il suo destino aveva deciso per lei. Ancora una volta gli era andata incontro. Aveva raccontato di essere stanca e ormai rassegnata. Pensava a lui e a come era finita. Forse pensava che non si può vivere tutta la vita a tavola con un dolore. Cenare e avere già paura della notte. Girare quelle stanze senza trovare il sonno. Infondo era lei a chiedergli aiuto. Le donne in nero hanno una loro dignità e gesti parchi. Forse cercava semplicemente il modo in cui potersi tornare ad illudere. Si era rifiutata di chiederselo. Era solo una piccola emozione confusa. E poi le cose non si sanno mai prima. Così nemmeno quella volta il suo addio era stato così fermo da non nutrire un dubbio mai detto. La reazione di quell’uomo era stata violenta. Non aveva accettato il gesto di lei. Ma era tutto passato. Ancora. Ora eccolo là, davanti a quella cena. Ospite improvviso e improvvisamente gradito. Per entrambi c’era qualcosa a cui aggrapparsi. Lei pensava di non saperlo. Si sarebbero sentiti ancora o forse per l’ultima volta. Poi se n’era andato, in silenzio, com’era venuto. In un saluto cordiale, da amici. Le sue sfortune lo guidavano ed erano la sua fortuna. Era tornata, in cuor suo, a sperare. Una donna non può resistere mai alle lacrime¹.


1] Naturalmente tuti i personaggi di questa “storia infinita” sono puramente immaginari. Ogni riferimento a fatti realmente accaduti, o a persone, è fortenente e decisamente perseguito; con una certa compiaciuta approssimazione.

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melaAnche questo è amore. Anche questo con Teresa. E’ facile star lì e giudicare. Io non lo faccio. Ho anni di allenamento. Naturalmente la sto aspettando. Sì! la sto aspettando. Lei si fa sempre aspettare; quando arriva, se arriva. Sono passate le sette, lo vedo nel display. Se arriva so già che ha una scusa molto carina e che sarà carina. Se non arriva lo farà per ragione buona. C’è solo un’altra donna seduta ad un altro tavolo. Anche lei, continuamente, volge lo sguardo fuori, oltre la vetrina. Lei invece controlla l’orologio. Mi sa che anche lei aspetta. Le sue gambe dondolano nervose. Io ho atteso e poi ho preso un caffè. L’ho bevuto amaro prima che si freddasse. Comincia ad affievolirsi la speranza. Lei, l’altra donna, rigira il bicchiere sudato di una bibita tra le dita. I suoi occhi paiono non accorgersi d’altro. Rimette gli occhiali da sole.
Lei, Teresa, è brava a fare le fusa. Allunga la mano con facilità e naturalezza. Prende la mia e mi stempera l’animo. La sua mano è sempre stata molto confidenziale. Ricordo la prima volta. E’ buffo come il ricordo sia un ricordo evanescente; prossimo a svaporare. Non può sapere che so. Ma lei ha vent’anni e io no. Lei ha vent’anni: è libera come l’aria. Non può conoscere quella canzone. Era troppo giovane allora. Mi ha detto “Sono come te. Neanch’io cerco una storia. Cerco la storia. Voglio la favola“. E l’ha detto facendo le fusa. Come mi confidasse il suo segreto. E l’ha detto in un sussurro. Io non glielo avevo chiesto. Perché? E’ bello stringerla tra le braccia. Volerle credere. Vorrei essere romantico e non so non esserlo. Se la guardo negli occhi i suoi sembrano sognare. Io perdo il filo. Le parole vengono a mancare. Ho sempre aspettato molto. Forse non c’è più posto per uno come me. Mi odio quando lo devo dire. Infondo è ancora bello sognare.
La continuo a cercare ancora anche se so che non è lei. “Tu sei la mia storia, sei la favola, grazie“. E’ strano come suona sgradevole quel “Grazie“; come fa male. Eppure sembra sfuggirle come un bisogno dalle sue labbra rosse di rossetto violento. Lei che mi bacia la guancia. Poi mi pulisce con il fazzoletto; ridendo. Comincio ormai a pensare che non arriverà. Che è stata trattenuta. Infatti. Suona. Sul cellulare mi annuncia che s’è dovuta proprio fermare, un’amica. Nulla di grave: un leggero malore. Il messaggio dice: 1amica. Scusa. Nn arrivo +. Odio il linguaggio dei messaggio. Non che ormai non lo avessi capito. Mi sembra di averlo già letto. E poi quel + che tipo di più è?
La sconosciuta se n’è andata. Sognare non è un vizio, è un bisogno. Sognare la notte. Pensare senza prendere il sonno; sprimacciando il cuscino. Guardando il soffitto nel buio. Alzarsi da questo tavolo di questo bar e non sapersi rassegnare. Capire e non volere capire. Pagare solo per una consumazione. Dirmi mentendomi che questa sarà l’ultima volta. Ricordarmi che non ho più vent’anni. Avere la pelle sensibile e le cicatrici di questo tempo trascorso. Trovarsi improvvisamente vecchio. Temere gli occhi alla cassa. Fuori s’è fatta la notte. Torno a casa. Accendo il lettore. La canzone suona come una nota ironica. Il male non è mai male abbastanza. Eppure lo so, Teresa, non posso avere di più, e, come dice la canzone, mi basta quello che mi dai.
Sergio Endrigo: Teresa [Audio “http://se.mario2.googlepages.com/Teresa.mp3”%5D

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politica3Tiziano le tocca a Manuela. Per non sentirsi l’unico cretino ci prova anche Diego Vergassola. Naturalmente, con quella faccia, gli va buca, o forse ce lo ritroveremo in un fuori onda. Insorge la Raffaella (nazionale) Carrà (infondo è lei la prima donna): a me il solo «Boncompagni lo ha fatto 47 volte». Da donna precisa ne ha tenuto il conto. Evitiamo noi, per pudore, in quanto gentiluomini, di ricordare cosa le ha toccato Roberto Benigni. Allo stesso modo evitiamo di ricordare il trattamento riservato da Luciana Littizzetto al povero Pippo Baudo. E’ impossibile individuare la più manipolata anche limitandoci alla tv. Anna Tatangelo se le è fatte pompare che ora sì sono un bel vedere. Aveva preso, poverina, una maglietta scollata, tanto caruccia e non le stava proprio bene. O forse, faticando a trovarle, non gliele toccavano abbastanza spesso per entrare in classifica. Poi spunta quella nessuno di Sheyla Hershey e torna a farle sembrare piccoline, quelle della volonterosa Anna. Lei, Sheyla, non ha due seni, ha montato due mongolfiere. Se gliene scoppia una potrebbe essere una catastrofe immane, mai vista. La Rodriguez invece presenta l’altra faccia della Rodriguez. Come dire: Belen presenta il retro di Cecilia. Quattro ganasce sono meglio di due e generosamente “dette” sono comunque un gran bel vedere. Storia ormai antica di quando Kay Rush, davanti alle telecamere, l’ha toccata, l’altra faccia della luna, ad un modello; con tranquillità e cura. Lui non ha trovato certo la cosa sconveniente ne nulla da dire. Come Lei, Key, e la stessa Littizzetto insegnano non sono sempre e solo gli uomini ad essere “maneschi”. Che poi quelle sono notizie che non richiedono nemmeno la fatica di leggere, basta guardarle; lustrarsi gli occhi.

Le feste son finite e sono andate come sono andate. Non è la neve che blocca le strade del nostro nord. Non sono i raid sulla striscia di Gaza, per quanto si affannino gli Israeliani, che per affannarsi si affannano, e giù a massacrare; le nuove non sono migliori delle precedenti. Non è la riproposizione della minaccia di lasciarci senza gas in questo inverno gelidamente polare. Per quanto si impegni Alitalia no! non sono queste le notizie che appassionano gli italiani. Arriviamo a mettere in secondo piano persino la fine di Adriano (mi scuso per la rima non cercata). A fregarcene se magari c’è qualche calciatore gay. Che poi il campionato è fermo. Da buoni italiani preferiamo parlare di seno & affini. Siamo stufi ingrifati di cattive notizie. Non so se è questa la follia di cui parla l’amico Gians a cui non so rispondere. Certo è un mondo di lupi. Hanno un bel dire: non fatevi prendere dal panico. E’ crollato persino il consumo di carta igienica. D’altro canto se mettiamo meno in bocca…

Siamo davanti alla più grande crisi economica che si ricordi, ma, italiani bella gente, gaudiosa, possiamo sempre sperare nel Festival di Sanremo. Finché c’è vita c’è speranza.

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Non fidarti se torno è solo mare
e in tasca hai un foglio di sola andata
pagato vendendo tuo padre
e il padre di tuo padre.
Non fidarti della parola dell’uomo,
anche se non c’era altra scelta.
e non avevi altra speranza che la morte.
Ti stringeranno al collo una cravatta.
La stringeranno ancora più stretta
– l’hanno fatto anche con me,
io che non venivo da così lontano
io col mio finto orgoglio
figlio di un uomo figlio di navigatori –
e ti daranno la libertà di aver paura
di non avere una terra ne una certezza
e ti spiegheranno che sei libero
finché non cercherai di uscire dalla loro prigione,
e ti prenderanno le impronte
per la loro sicurezza, per la loro tranquillità.
E’ questo il sogno che ti hanno venduto.
E’ questo il paradiso che tu cercavi?
Distratta terra:
sono stati proprio loro a uccidere il futuro.
E’ certo che a un dio
fatto dagli uomini non si può credere.

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