Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘spia’

Dietro la finestra. Nessun suono. Con gli anni Claudia aveva imparato la pazienza. E a guardare la gente. A riconoscerla. A raccontare le loro storie. Storie che diventavano anche un poco sue. E quel giorno era un venerdì. Normalmente il venerdì Giovanni non riceveva nessuno. Forse quello non era nemmeno il suo nome. Non gli aveva mai rivolto la parola. Gli piaceva immaginare che si chiamasse così. Come l’ultimo degli evangelisti. Ultimo anche in quello. Ebbe un dubbio, ma era proprio venerdì. Ed era mattina quando quella donna entrò. Parlando lei gesticolava molto. In maniera esagerata e insolente.
Stava quasi per andarsene quando lei gli allungò uno schiaffo. E lui la spinse lontana. Peccato non fosse ancora abbastanza caldo. E le finestre fossero chiuse. Doveva frenare la sua immaginazione. Cercò di celarsi dietro la tenda. Aspettava di assistere ad un dramma famigliare. Ne succedono tante e di ogni genere dentro le quattro mura. Cercò inutilmente di leggere il labiale. Probabilmente lei lo aveva apostrofato con uno “Stronzo”. Son cose che si dicono. Che sfuggono. Il rimmel le colava con le lacrime. Lei s’era pulita con la mano. Continuavano a fronteggiarsi. Aveva frugato nella borsetta probabilmente in cerca del coltello. Sicuramente il colpevole era lui. Lei fece per andarsene. Lui gridò qualcosa. Li separava il tavolo. Lei si fermò. Si stava condannando da sola. La prese per un polso. Si divincolò. Lo guardò con furore. La sua bocca si chiuse in una morsa di disprezzo. Quel Giovanni strinse ancora i pugni con fare minaccioso. Stava per scoppiare la tragedia. A Claudia non era mai capitato, in tanti anni, di assistere ad una scena simile.
Fu tentata di chiamare il 113. Non sarebbero arrivati in tempo. Pensò a dove poteva aver messo la macchina fotografica. Non poteva togliere gli occhi dalla finestra. Era sicuramente l’unica testimone. Avrebbero dovuto darle ascolto. Lei gli gettò il vino rimasto nel bicchiere in faccia. Lui si asciugò con la manica della camicia continuando a fronteggiarla. Sicuramente le aveva sputato in fatta: “Puttana”. Lei scosse i capelli. Scoppiò n una risata isterica. Gli sputò in faccia una serie di insulti. Alzò nuovamente la mano per colpirlo. Invece sbottonò un bottone della camicetta, poi un secondo, poi si mise a nudo un seno. Giovanni parve interessato. S’ammutolì. La sua espressione si rilassò. Sorrise a quella donna. A quel gesto. Girò attorno alla tavola e la spinse sulla stessa. Claudia guardò l’orologio incredula. La moglie non sarebbe rientrata che nel tardo pomeriggio. Con la scusa delle lezione in casa il vecchio professore… Si baciavano con furore. Lo stavano per fare in cucina. Lui fece scorrere la mano sulla coscia fino a sollevarle la gonna. La donna sotto non aveva messo mutandine.
Lei lo aveva scritto alla poveretta. E più d’una volta. Forse non aveva ricevuto le lettere. Certo le aveva ritirate lui dalla cassetta. Oppure la picchiava; anche lei. E lei s’era rassegnata. Comunque non riusciva a capirla. E si trovava senza altre spiegazioni. E quella non era mica la sola. Comunque i due amanti si davano da fare, così, in cucina, e con passione. Doveva fare qualcosa. Doveva smetterla il vecchio porco di portarsi le donnacce per casa. Ma nessuno sembrava volerla ascoltare. Intanto i due amanti si erano un po’ calmati. Lui l’aveva aiutata ad alzarsi e così com’era, con i pantaloni a mezz’asta e tutto fuori l’aveva accompagnata verso la camera. La fedifraga aveva finito di sbottonarsi la camicetta e sembrava divertita. Zoppicava perché le si era sfilata una carpa. E lo seguiva accondiscendente. A Claudia non sfuggiva un solo particolare ma non poteva vedere proprio bene tutto. Le finestre erano troppo distanti. Doveva ammettere che lui era un bell’uomo. Anche se un po’ avanti con l’età. Aveva mantenuto un certo fascino. Continuava a non capire come quella donna, le donne, potessero cadere in tentazione, subire le sue lusinghe. E come detto non poteva esserne certa per la distanza tra i due palazzi. Si spostò incuriosita nell’altra stanza per continuare a tenere i due concubini sotto controllo, ma i due avevano le tende accostate. Delusa andò a farsi un caffè nell’attesa di rivederli in cucina.
Ormai da anni la vita degli altri era la sua vita. Che lei ricordasse, da sempre. Cercò disperatamente di mettersi nei panni di quella donna, senza riuscirci. Con una estrema confessione cercò anche di togliersi quei panni come la donna sconosciuta. Una cosa la colpì allo stomaco, sospesa tra un languore e un colpo al basso ventre. La caffettiera cominciò a borbottare. Certe volte s’erano incrociati casualmente, e lui l’aveva guardata in quel certo modo. Lei gli avevo mostrato tutto il suo disprezzo. Convenne che non era poi così vecchio. Forse aveva pochi anni più di lei, anzi erano sette; lo sapeva. Ma lei era una signora a modo, di quelle che una volta chiamavano signore per bene, donne serie. Lei non era mai andata con i mariti delle altre. Non lo avrebbe ammesso ad anima viva: nel dubbio non era mai andata, o quasi. Solo quella volta, che lei ricordasse. Ma lui le aveva detto che in casa non andavano d’accordo. Senza che lei glielo chiedesse. Intanto quei due sembravano non stancarsi mai e ancora si si vedevano. Veramente lei aveva anche un bel seno, doveva ammetterlo. Non riusciva ad essere contenuto in una mano. Ma ora aveva le sue faccende da sbrigare. Non poteva indugiare in quei pensieri dove non trovava nemmeno conforto. Lei era la vera guardiana di quel piccolo mondo. Intanto la televisione andava ad alto volume. L’abbassò anche se dubitava che ci sarebbe stato qualcosa da sentire. Lei la faceva andare la tele ma non riusciva mai a restarne affascinata. Non era come quelle che seguivano ogni programma con gli occhi appiccicato sullo schermo quasi che il mondo fosse quelle. Lei non ne era interessata e non si beveva quelle favole.
Tra i caffè e i pensieri s’era distratto un attimo; quello giusto. I due si stavano salutando sulla porta e nel frattempo s’erano ricomposti e riassettati come se nulla fosse successo. Ma a lei non era sfuggito un attimo, o quasi. Lei lo sapeva che quello del terzo frugava nella posta e leggeva le lettere degli altri inquilini. Che Stefano aveva attaccato nel proprio garage elettrodomestici alla luce condominiale. E credeva che quel piccolo vano fosse un laboratorio di falegnameria. Come potevano non sentire la sega e il trapano che andavano di continuo? Sapeva che il figlio dei Ciabottini succhiava la benzina dalle auto in sosta. Prima o poi l’avrebbero preso, anche se non avevano mai preso in considerazioni le sue segnalazioni anonime. Quel ragazzo sarebbe sicuramente finito male. E poi si faceva anche gli spinelli. Non che la madre si potesse considerare una donna irreprensibile. E dov’era finito suo marito, se mai l’aveva avuto un marito? Povero ragazzo. E lei sapeva che e come il signor Gaetano facesse gli occhi dolci alla signora del quinto, quella Pernilla che si dava tutte quelle arie. Anche quella era destinata a non finir bene. E sapeva anche chi c’era dentro quando l’ascensore si bloccava e non arrivava mai. E chi lasciava le immondizie fuori dal bidone. E non era un mistero per nessuno che il tanto distinto ragionier Bonifazi era fallito. Aveva perduto lo studio e poi la moglie. Non i polli da spennare. Era tornato a spassarsela bene. Una sera l’aveva invitata. Aveva detto per un drink con gli amici. Fossi matta, s’era risposta. Lui non aveva insistito e non glielo aveva più chiesto. Ma era certa che la guardasse dietro.
Quando c’era del marcio lei era incapace di tacere. Lei era una che si faceva gli affari suoi, ma il troppo è troppo. Non poteva vedere le cose e starsene buona a subire. Prese carta e penna e si mise a scrivere l’ennesima lettera alla moglie di quel Giovanni. Stavolta l’avrebbe infilata nella cassetta il mattino presto, prima che uscisse per andare in ufficio. Poi avrebbe scritto alla finanza, la macchina nuova del caro ragioniere Carlo era un offesa per tutti quelli a cui aveva fatto perdere i soldi. Non se la poteva permettere nella sua posizione. Sicuramente era il frutto di una truffa. Infine si sarebbe liberata di quel segreto che la tormentava da tempo: avrebbe confessato ai Carradori che il Di Carlo, che la signora trovava tanto simpatico, si puliva le scarpe sul loro zerbino. Perché tutti la ascoltavano tranne chi avrebbe dovuto? Non era invidia la sua ma bisogno di giustizia. No! non avrebbe voluto essere nei panni della donna e trovarsi tra le braccia di quel Giovanni. Certo avrebbe voluto sentire le cose che s’erano detti. Lei le sue occasioni le aveva avute. Non era certo mossa da invidia. Certo qualche sera si sentiva sola. Un giorno un signore distinto le aveva anche chiesto se aveva esperienze e se le sarebbe piaciuto fare l’indossatrice.
Era giovane allora. Come poteva “con tutto quello che ciò da fare”. Allora le aveva lasciato il suo bigliettino. Ma la Luisella, quella smorfiosa, che era presente, lei sì c’era andata. L’aveva scritto a quel gran signore che della Luisella non ci si poteva fidare, che ha l’alito pesante e non si fa troppi scrupoli, nemmeno per quello. Cioè che era chiacchierata, non che si sapesse qualcosa per certo ma si diceva, e visto come si vestiva e si veste non è difficile da credere, che avesse avuto una certa relazione e fosse una facile da convincere. In testa d’altronde non aveva granché. Erano rimaste amiche ma lei non aveva potuto tacere. Non solo perché non aveva molta simpatia per Luisella, in fondo lei aveva vissuto la sua occasione, gliel’aveva rubata, ed era solo svenevole davanti al primo uomo. E poi cosa c’è di male nel dire la verità. Lei, la Luisella, gliel’aveva anche chiesto ed era stata Claudia a dirle di andare pure, ma le persone debbono sapere. E in verità lei aveva solo chiesto un parere: se a lui sembrava opportuno. Mica gli aveva messo in bocca una risposta.
Inutile rivangare i tempi passati. Allora prese in mano il telefono e lo chiamò il signor Giovanni, ma quando la sua voce rispose lei non riuscì a dire nulla. Certo aveva una bella voce, e doveva essere una persona convincente. Era ormai ora di infornare l’arrosto. Chissà se lui amava la buona cucina.

Annunci

Read Full Post »

ResistenzeA Padova, dopo l’uscita del Concetto, il professor Marchesi, ci si studiava con sospetto. Non per quel suo invito, certo. Solo perché i tempi si facevano ancora più bui. Tutto stava finendo ma tutto non voleva finire. Il vecchio regime mica voleva mollare l’osso. I colpi di coda dell’animale ferito. La rabbia. Ci si guardava le spalle. Avevano chiuso anche il giornalino clandestino. E ne avevano presi un po’. Anche il Simonelli che era ancora un ragazzino. Proprio un ragazzino. Non era nemmeno ancora iscritto. E Barnaba era troppo entusiasta. Era troppo ciarliero. Forse nemmeno lo faceva apposta, ma c’era qualcosa in quel suo parlare. Il quel suo chiedere, a tratti insistente, tra un silenzio e un imbarazzo. Per quel suo voler partecipare. E poi non mi era mai del tutto piaciuto. Troppo impettito. Troppo figlio di papà. E di un papà che era stato fin troppo in affari. Era sempre lui a cercarmi. Era ancora solo lui a credere che la nostra fosse vera amicizia: “Hai sentito di quelli della redazione”? E io spesso facevo a non sentirlo. “Chissà che gli faranno, adesso? Poveri ragazzi”. Io alzavo le spalle: “Chi? Studio chimica. Non ne so di queste cose”. Finiva che ci credevo anch’io. Non parlavo con nessuno. Preferivo starmene sulle mie e il silenzio.
Cosa dici? Per me il Duce è finito. E’ tornato ma non è più lui. E’ finito. Ti dico. Dobbiamo pensare al domani. A un nuovo giorno per la nostra Italia. In fondo li ammiravo quei ragazzi. Vorrei avere il loro coraggio. Vorrei dare anch’io il mio contributo. Se solo sapessi come fare”. Intorno a lui stranamente si faceva il deserto. Del suo corso erano rimasti in pochi. Prima o subito quelli che parlavano con lui, stranamente, venivano presi. O li vedevi seguiti. Muoversi con gli occhi addosso, in attesa di un gesto, del pesce più grosso. Che li conducessero dai grandi. Da chi comandava. O forse era solo una mia impressione. Ma stavo male. Si dubitava di tutti. Persino dei nostri giornali. E così dicevo quelle frasi mozze cercando di dar a vedere che ci credevo veramente: “Se uno comanda è perché è lì per comandare. Penso solo che lo dovrebbero lasciar fare”.
Hanno detto che il Cartini non sembra nemmeno più lui. E non può tornare in facoltà. Non ci tornerebbe comunque ma… proprio male. Sono andati duri e di brutto; con lui. Non c’è nessuno che alla fine non parli. Sembra abbia fatto qualche nome. Perché non ne poteva proprio più. Non si sa se tornerà a vedere da quell’occhio. E anche di peggio. Perché non poteva farne a meno. E poi… Nomi che glieli mettevano loro in bocca”. Intanto arrivavano notizie dal fronte. Alcune buone e altre meno. E io pensavo che chi voleva se le doveva cercare per conto suo. E a sentire quelli invece si stava vincendo. Ed erano baldanzosi vicino ai tedeschi: “No! non l’ho nemmeno mai incontrato. Vedrai che alla fine tutto torna come prima. Era a legge”?
E lo guardavo con attenzione. Ci pensavo su, a volte. Anche di notte. Leggevo i comunicati e poi li distruggevo subito. Si invitava a creare le cellule per domani. Io andavo molto cauto. Certe cose, in certi momenti, non si scrivono sui muri. O si scrivono sui muri ma solo di notte, e quando nessuno vede o può vedere. E da soli. Ero molto isolato. Colpa proprio appunto di quei giorni.
Prima parlavo con il Giulio, con mille precauzioni. Poi aveva passato i suoi guai anche lui. E allora… meglio stare in campana. Ascoltavo le voci. Annusavo l’aria. Non si poteva fare molto di più. E del poco meno si parlava meglio era. Certo consegnavo i pacchi della propaganda. Facevo il palo. La strizza comunque era tanta. Dopo sono eroi ma prima sono uomini. Tenevo una mauser ma tra le radici d’un platano. Sotto un bel po’ di terra. E Barnaba continuava a dire: “Bisognerebbe fare qualcosa”. E io: “Cosa? Meglio lasciar fare a chi sa fare. Per quanto brutta sia meglio non rischiare che potrebbe essere peggio”. Lui era testardo ma pareva pian piano rassegnarsi. Punzecchiava altri. Veniva e andava. Per un po’ spariva. Diceva di essere comunista. Un altro giorno di avere simpatie anarchiche. Ogni giorno una. Ad ascoltarlo si capiva che non sapeva di cosa parlava. Confondeva i Socialisti con quelli Giustizia. E quelli di Giustizia coi Badogliani.
Poi un giorno abbiamo visto Stefano ficcare frettolosamente volantini in una borsa. Era stato svelto e speravo che l’altro non se ne fosse accorto. Non lo stimavo niente, per me era un idiota. Ho cercato di distrarlo facendo anch’io finta di non essermi accorto. E ho evitato di salutarlo, a Stefano. Quella sera non ho nemmeno acceso la radio. Dopo due giorni sono andati a prenderlo a casa, Stefano. E Barnaba mi ha detto: “Hai sentito di quello? Credo si chiami Stefano Albrighi”. E io: “Stefano chi”? Così lui capisce e lascia stare. Io lascio un paio di appunti su alcuni testi, quelli convenuti. Il sabato sera ci si trova tutti al corso. Ognuno sembra bighellonare per sé. Aspettiamo il buio e poi si va. Lo si aspetta davanti a casa. Ci si tira su il fazzoletto, rosso, e giù botte. Piange, borbotta, impreca e prega. Chiama in soccorso tutto il fascio e ogni dio che conosce. Chiede cosa ha fatto. Poi non gli resta più voce. Gli do un calcio prima di andare. Facendo attenzione di non sporcarmi le scarpe di sangue. E si va ognuno per la sua strada.
Niente e delicato in giorni come questi. Anche i buoni debbono farsi cattivi. Un mese dopo vado a trovarlo all’ospedale. E’ ancora immobile e fatica a parlare. “Cos’hai fatto? Perché ti sei voluto immischiare? Sai che con quelli non c’è da scherzare. Soprattutto in questi giorni che sono più cattivi che mai”. Mi cerca di dire: “Non son stati quelli del fascio”. Gli spiego: “Chi vuoi sia stato? Solo loro sono così bestie. Magari hai fatto qualcosa e nemmeno lo sai. Non sei il primo. Non sarai l’ultimo. Forse. Credimi sono stati i camerati”. Gli lascio la scatola di biscotti. Il giorno dopo ho preso il treno e sono andato verso Roma. Lì si ricominciava tutto. Ormai il Partito aveva lanciato il comunicato: Compagni è il momento della lotta.

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: