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hg_raindance-select-300-overhead-shower-woman-showering_730x411Alla fine mi sono deciso e ho telefonato a Erika, dall’ospedale. Un messaggio non mi sembrava adatto. Ero solo. Il mio vicino se n’era andato durante la notte. Nemmeno me ne ero accorto. L’infermiera era già passata riempiendomi di piccole. Ha risposto al terzo squillo. Non sapevo come cominciare. Cosa dirle. Poi le parole sono uscite con facilità. Semplicemente. Senza rabbia né rancore. Come a ricominciare una conversazione lasciata in sospeso con una vecchia amica. Però sapevo che non c’era niente di facile e di normale. Lei mi ha riconosciuto immediatamente: “Ciao, come stai”?
Gliel’ho detto subito: “So tutto. Ho visto in chat”.
Non si è mostrata sorpresa; almeno all’apparenza. La sua voce non ha cambiato tono. Era normale. Era come se se lo fosse aspettato. Più che sorpresa sembrava in pieno controllo delle proprie emozioni. E allo stesso tempo veramente rammaricata: “Io non volevo. E’ stata lei. Ha insistito tanto. Volevo dirle di no. E subito dopo mi sono pentita. Mi spiace. Mi dispiace tanto. Ma tu come stai”?
Io sto bene e tu”.
Grazie”.
Credevo di avere molte cose da dirti”…
Parliamo un po’. Mi fa piacere”.
In quel preciso istante me la sono rivista davanti agli occhi. Così. Come l’ultima volta. Sotto la doccia. Carina. Anzi bella. Anzi splendida. La mia voce ha avuto un sussulto. Mi rendo conto che ha cambiato suono: “Credo anch’io che noi dovremo parlare; comunque… Rivederci”.
Non sarà pericoloso”?
Perché dovrebbe”?
Lo dico per te”.
Se non sono morto la prima volta… Eri bella… Comunque… Guarda che ora sto meglio. Non mi piace lasciare le cose a metà”.
Credo che lei abbia capito: “E lei? Lo sa che mi stai chiamando? E’ lì? Ne hai parlato? Ti ha detto niente? Vi siete chiariti? Non vorrei che alla fine… Oppure mi stai chiamando di nascosto? Dimmi la verità? Pensaci bene. Non essere affrettato. Imprudente. Non è detto… Magari ti vuole ancora bene. E’ ancora una bella donna”.
In un certo senso… Sei stata tu. Un po’ è anche colpa tua. E di tua madre. Me ne hai fatto… Non ci avrei pensato… Me l’hai fatto sognare. E come si dice: l’acqua passata non macina il grano, o qualcosa di simile. E poi”…
Sei sicuro”?
Credo di provare qualcosa… Lei è solo passato. Tranquilla. Dimmi solo perché”?
Non sarà l’infarto? Ma credo anch’io… Perché? Per tutto e per il Guttuso. Non l’ho fatto solo per quello, ma mi ha promesso di lasciarmi la casa al mare. Però… stai attento”.
Ma non era più facile… Lasciamo andare. Comunque… Quella te la posso dare io”.
Sono stata una cretina. Temeva che le sarebbe costato troppo di avvocato. E così sarebbe stato molto più semplice. Secondo lei. Le ho detto che a me sembrava un’idea… stupida. Una cosa da non fare proprio perché… stupida. Ma lei era decisa. Certo. Se avesse funzionato. E ancora non ti conoscevo”.
Avrei voluto regalarle subito tutto il resto della mia vita. Ero già certo che lei sapesse quello che provavo. Quasi certo che lo provasse anche lei. Non solo un briciolo di senso di rimorso. E di gratitudine per quanto ero comprensibile, nei suoi confronti. E un po’ era nelle mie mani. In balia. Ricattabile. Ma non era quello. Il mio sentimento era vero e puro: “Avremo modo di conoscerci”.
La sua voce sembrava entusiasta di quel noi: “E’ quello che spero”.
La richiamo subito dopo il pranzo. E’ così spoglio, così impersonale, così poco accogliente un ospedale. Mi mette i brividi. Mi mette a disagio. Mi fa sentire fuori posto. Imbarazzato, sempre. E la luce è fredda ed estranea. Ho fretta di rivederla. Voglio il meglio per noi. E voglio cominciare nel modo migliore. Preferisco essere chiaro: “Non qui. Qualsiasi posto ma non qui. Magari vengo a prenderti io. Non voglio che ci vediamo all’ospedale. Potremmo tornare alla casa al mare. Staremo comodi. Comunque non in questo posto”.
Ma lei mi ha proposto: “Meglio da me. Va bene da me. Passiamo stare qui. Tranquilli. In questi giorni sono sola. Sola e libera. Fammi dare una sistemata. Ti aspetto. Ho fretta anch’io”.
Devo portare qualcosa”?
Porta i tuoi occhi”.
Dovevo prendere le mie precauzioni: “Guarda che non voglio solo vedere”.
Stavolta non ti dovrai accontentare solo di guardare”.
Non te ne pentirai”.
Non sono disposta a farlo”.
Cinque sei giorni sono il minimo per uno stent[1]. La pazienza non è mai stata la mia dote migliore. Sono giorni lunghissimi e terribili. Alla fine finalmente mi dimettono. E torno a casa. Non ho altro pensiero per la testa. Non è neanche solo per la vendetta. Anche se incavolato lo sono. Ma più che altro sono impaziente. Mi sento fiacco, ma non molto. Solo leggermente. Prendo le medicine. E due capsule di integratori, eccitanti, senza ricetta, poi altre due. Mi sento in piena forma. Ho aspettato che Ortensia uscisse per andare in ufficio e sono corso da lei. A riscuotere quella promessa: “Sono qui sotto. Davanti alla tua porta”.
Non ti aspettavo così presto. Scusami, ero sotto la doccia”.
Non volevo restare troppo davanti al portone. Mi preoccupavo per lei. Ed ero un po’ impaziente. Poi ho avuto un’idea: “Lasciami la porta aperta e torna dov’eri. Così ricominciamo da dove avevamo lasciato. Comunque… Non voglio lasciare niente in sospeso”.
E così lei ha fatto. Ho salito le scale a due gradini alla volta. Sono entrato in quell’appartamento che non conoscevo. Piccolo ma ordinato. Ho attraversato le stanze seguendo la sua voce che mi chiamava. E l’ho trovata sotto la doccia come l’avevo pregata di fare. Splendida. Che dire di più? Ho preso una sedia e mi sono seduto ad ammirarla senza aggiungere una parola. Lei ha civettato con gli occhi e mi ha chiesto divertita: “Ti piace quello che vedi”?
Non è colpa tua, ma hai un corpo che lascia senza respiro. Che è un’arma pericolosa puntata al cuore”.
Puoi passarmi il sapone, qui? E sulla schiena”?
Fammi riprendere fiato”.
Non farmi scherzi”.
Prometto. Nessuno scherzo”.
Vieni qui sotto anche tu”.
Non è un modo di dire, ma sarei rimasto a guardala per delle ore. Così vicino. Pacificamente seduto. Mentre gli schizzi mi venivano addosso e lei lo sapeva e questo la rallegrava. Avevo conservato un ritratto molto preciso di lei. E l’avevo sognata. Ma era stato tutto così breve. E doloroso. E poi era diverso. Quando l’avevo vista, quella prima volta, era stato un sotterfugio. Un’immagine rubata. L’avevo spiata per pochi istanti. Tutto troppo frettoloso. Ora potevo ammirarla con calma. Con il suo consenso soddisfatto. Ora potevo anche dirle quanto era bella. E bella era bella. Sognavo già una vita solo per noi due. La pregustavo: “Fatti guardare ancora un po’”.
Restando lì seduto la metto al corrente dettagliatamente dei miei piani. Solo la morte può convincere un uomo a rinunciare alla vita: “Voglio farglielo proprio sotto il suo naso”.
Lei le cose le capisce al volo. Non ha bisogno di ulteriori chiarimenti. Mi legge nei pensieri. La cosa cominciava a piacerle. Ad entusiasmarla: “Sei proprio… proprio… proprio un diavoletto. Il mio bel diavolotto. Diabolico. Come facciamo”?
Mi sono procurato dell‘aconitina. La chiamano l’erba del diavolo”.
Ma ha un sapore molto pungente e aspro. Se ne accorgerà. E poi è così poco solubile”.
Non ho avuto troppo tempo ma spero di aver pensato a tutto: “Si scioglie facilmente nell’alcool. Ci ho pensato. Comunque… La facciamo bere abbondantemente. E poi gliela sciolgo dentro una buona dose di whisky. Lei a quello non dice mai di no. Non se ne accorgerà nemmeno. La festa della mia ritrovata salute. La festa in cui vi ritrovate dopo i lunghi giorni della paura. Devi convincerla”.
Lei è sempre carina e delicata. Si preoccupa anche per lei: “Non soffrirà troppo”?
Solo un po’. Qualche crampo violento, giusto il tempo di vedere tutto, o almeno l’inizio del nostro amore, ma poi perderà completamente coscienza. Tutto ha un prezzo. Non si può avere la moglie gravida e… In fondo se l’è cercata. Se l’è meritata. Comunque… Non credi”?
Forse sì, ma un po’ mi dispiace. Ma poi cosa facciamo”?
Non è il momento per essere carino: “Poi ci amiamo. Dopo averlo fatto mentre lei guarda e ci saluta? Diciamo che… che cosa ne sappiamo? Un malore. Che facciano i medici il loro lavoro. Tanto non potranno trovare nulla. Nessuna traccia. Sarà il delitto perfetto e non è nemmeno un delitto. E’ un atto di giustizia. E’ la nostra libertà. Comunque… Nemmeno possono sospettare. Tutto testimonierebbero che il nostro era una grande amore. E sono sempre stato un marito fedele. Il commissario è anche mio amico. Forse per un po’ dovremmo rinunciare a vederci. Forse. Io è come… E’ come non ci conoscessimo. Noi due. Un po’ è anche vero. E poi… Mica è amore il nostro. E’ solo passione. Attrazione. Poi se da cosa… Non ti offendere. E poi me lo devi. Non ti sarai già pentita”?
Non mi offendo. E’ solo”…
E così abbiamo fatto. Senza lasciare passare troppo tempo dopo la sua seconda doccia. Una cena. Organizzata dalla stessa Ortensia, anche se su suggerimento di Erika. Non so, e probabilmente non saprò mai, cosa le ha detto per convincerla. Forse che avrebbe finito il lavoro che aveva cominciato al mare. Forse semplicemente aveva fatto passare l’idea quasi distrattamente. Semplicemente come un’occasione interessante. Per distrarsi. Per ricordare le ore passate in spiaggia. Forse un solo: Sarebbe bello. Le ipotesi sono e valgono come le bugie. E poi le puoi spendere doviziosamente, senza risparmio, ma non ti daranno mai una risposta; la verità. E abbiamo deciso per quel sabato.
Lei, Erika, aveva continuato a provocarmi per tutta la sera. L’avevo guardata ma non ancora nemmeno toccata. Quella sarebbe stata la nostra prima volta. Mi auguravo di molte altre. Era tutto così perfetto. Si era presentata con un abito che copriva poco e non lasciava niente alla fantasia. Corto che più corto sarebbe stato solo una corta maglietta. Con una scollatura che non tratteneva niente e gliele faceva scappare fuori, all’aperto, a ogni movimento. Come se non bastassero gli spacci sulle spalle che le lasciavano sempre in piena mostra. Ortensia l’aveva criticata divertita. Faticava a capire, e io non riuscivo, né volevo, toglierle gli occhi di dosso. Pregustavo già il dopo. Quello che avremmo fatto. Alla fine aveva bevuto l’amaro bicchiere dell’ultima staffa.
Lei continuare ad aggrapparsi alla vita senza capire cosa stava succedendo. Ho dovuto metterle una pezza un bocca per non sentire i suoi lamenti, ma ero ricompensato dai suoi occhi sgranati. Ogn’uno deve pagare per le proprie colpe: “Sei stata crudele”. Ora poteva vedere con i suoi occhi cosa mi faceva la sua cara amica. E l’impegno che ci metteva. Non avevo fretta. Volevo che guardasse bene e vedesse tutto. E osservare l’una e l’altra. Con calma. Con attenzione. Non volevo rischiare di nuovo. Ritrovarmi in un letto d’ospedale. Con quella vecchia arpia al mio fianco. Che mi faceva falsamente la paternale. Ma stavolta sarebbe stato diverso. Nemmeno lei sembrava avere fretta. Erika mi sussurrò all’orecchio: “E il Guttuso”? Mia moglie sembrava non volere morire mai. Le ho tolto il cencio dalla bocca per poter sentire le sue ultime parole. Se qualcuno potesse sentirla dalle labbra della vittima scoprirebbe sempre una verità diversa.

[1] Protesi che viene posizionata all’interno di un dotto o di un’arteria al fine di mantenerne pervio il lume.

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news_50690_donna-morta-spiaggia«Scusate, debbo proprio andare. Non mi posso trattenere oltre. Il dovere chiama. Le ritrovano al mattino. Stavolta è stato un turista che portava a passeggio il cane. Sembra genovese. Ci ha chiamato subito. Devo accorrere sul luogo. L’assassino del bagnasciuga ha colpito ancora. Maledetto. E sono quattro. Tutte belle ragazze. Giovani. Le lascia nude appunto in quella sottile linea invisibile dove finisce il mare e comincia la sabbia. Strangolate. Tutte nello stesso tratto di spiaggia. Le onde pigre non le spingono. Non riescono a portarle via. Cancellano però tutte le tracce. Non c’è ancora nessun elemento da cui partire. Non una pista.
La spiaggia è già una bolgia. C’è un gruppo di ragazzi giovani. Ragazzi e un signore di una certa età. Porta abbastanza bene gli anni che sembra avere. Mostra di essere uno che ci tiene a mantenersi in forma. Anche se deve trattenere il respiro. Gli stanno tutti intorno, i ragazzi. Fanno una caciara infernale. Con le birre in mano. Sulla terrazza. Quasi si azzuffano per la partita e la formula 1. Ognuno sostiene che la sua squadra è la più forte e difende un torto. Poi interrogano l’adulto. Chiedi chi erano i Beatles? Ma è vero? Come facevate quando non c’erano i cellulari? E la parabola? Non mi sarei avvicinato se non fosse che il corpo era lì vicino. Pensavo che potevano aver visto qualcosa. Mi avvicino e scoppia il pandemonio. Parlano tutti insieme. Chi accende la miccia della confusione e proprio l’uomo. L’anziano: Non sono stato io. A fare cosa? Commissario. Non sono commissario. Volevo dire… E allora dica. Quello che cercate? E cosa cerchiamo? Non lo so. E allora perché? Volevo collaborare, rendermi utile. Cercate di parlare uno alla volta. Parlo io per tutti. Perché? Non fate casino.
L’uomo cerca di essere al centro. Poi parlano anche i ragazzi: Guardi che noi non sappiamo niente. Questo lo verificherò. Sempre con noi ragazzi. Per un po’ d’erba. Cosa c’entra l’erba? Non è per quello. E’ per uso personale. E’ stata uccisa una ragazza. Una ragazza? In questa spiaggia? Ecco perché il lenzuolo. E tutti quei curiosi. E le divise. Pensavo una retata. Ve l’avevo detto. Noi si beveva una birretta. Noi non sappiamo niente. Di una ragazza. E come? Non posso dirlo. Strangolata. Come fa a dirlo? Il nostro Giovanni è un drago. E io che credevo?… Ma è stata proprio ammazzata? Non sarà stato un malore? Non mi andrebbe di vederla. Anche a me fa un po’… Volevamo solo farci un bagno. Ora me n’è passata… Per così poco. Che sarà mai? Appuntato, faccia qualcosa. Provveda. Faccia fare un po’ d’ordine.
Maledetti giornali. Passano la notizia alla televisione. I ragazzi alzano gli occhi. Per un attimo tacciono. Poi uno la riconosce: Ma quella è Greta. Come fai a dire che è Greta. Sì che è Greta. Guarda i capelli. Non sei mica cieco? Due come le sue non te le regalano mica tutte le ragazze. Greta? Sì, Greta Veronelli; ma non è di Verona. Nata e vissuta dalle nostre parti. Era con noi ieri sera. E non vi siete accorti?… Sa com’è. Che non c’era? Un po’ s’era bevuto. E un po’… Non ci abbiamo fatto caso. Io veramente… stamattina… ma mi credevo fosse scesa prima. Insomma nessuno s’è accorto?… No, nessuno. Veramente io… Saresti? Sarei il suo ragazzo. E allora? Dovrei dire ero? Che ne so? come vuoi. Mi sembrava mi mancasse qualcosa. L’anziano: Sono bravi ragazzi. Lei non si intrometta. Non hanno fatto niente, sono i miei ragazzi. Parli quando sa qualcosa. Allora vado a farmi un bianchino. Intanto vada, ma non si allontani.
Appuntato, faccia qualcosa. Maledizione, provveda. Faccia fare un po’ d’orine. L’ultima a vederla dovrebbe essere stata Katia. Si dicono tutto. Dov’è Katia? Ragazzi, dov’è Katia? L’ho già chiesto io. Era qui un attimo fa. E’ sempre qui. Non si allontana mai da sola. Forse è andata a fare un bagno. S’è appena messa la crema. Sai come lei. Era qui un attimo fa. L’ho vista andare con il signor Giovanni. Sei sicuro? E dove sono andati? Che ne so. Sì, s’è allontanata con lui. Maledetto signor Giovanni. Sempre tra i piedi. Forse aveva sete anche lei. Gli avevo detto di non allontanarsi. Saranno nei paraggi. Appuntato, se ne occupi lei. Io intanto cerco la… ragazza. Cioè la testimone. Questa Katia. L’accompagno. Vengo io. No, lei resti qua.
La vado a cercare. L’avevo notata subito. La riconosco immediatamente. La trovo stesa spersa. E’ una bella ragazza. Notevole. Anche così, senza trucco. Imbrattata di sabbia. Gli occhi sognanti. Il sole li abbaglia. Si scherma il viso con una mano. La voce impastata. Leggermente stridula. Eppure sognante. I capelli spettinati. Si sistema in bikini, minuscolo. Rinfodera meglio un seno. Sorride verso l’orizzonte. Sbatte le palpebre. La guardo e non mi riconosce. Nemmeno mi vede. Dannazione. Prima che possa dire una parola sussurra con una voce melodiosa, come fosse rapita: Sì, Giovanni. Non sembra sobria. Forse per il caldo. Mi insospettisco. Non sono un novellino.
Ci avrei giurato la promozione: Cos’ha consumato? Una birretta? Solo una birra? Sì, una. Sicura? E… uno spinello, di maria? Solo uno? Credo. Continui? Lei è proprio curioso. Non è uno scherzo. Lo posso dire? Lo deve dire. Non lo dirà a quella? A chi? Alla signora. Non ci sono signore… La moglie. Cosa c’entra alla moglie? E il signor Giovanni. In che senso? Me l’ha data lui la roba. E’ tutto?… E il signor Giovanni. Sempre lui; sia più precisa? Insomma, come ha detto lei. Cosa ho detto io? Con quella parola. Non mi faccia perdere la pazienza; quale parola? Ho consumato il signor Giovanni. Cosa vuol dire? Insomma… Dica. Tra due capanne. Qui? Non sarà un delitto? No! certo che no; però… No, ma… Il signor Giovanni, posso chiamarlo Giovanni? è stato proprio carino, un vero birichino. L’ha fatto per l’erba? Sì e no, solo un po’. Le sembra prudente? Mi scusi ma sono confusa. Mi dica quello che sa. Non molto, è stato bello; ma perché me lo chiede? Non mi interessa quello. E cosa allora? Una sua amica…
Sento gridare alle mie spalle: E’ lui. E’ stato lui. Prendetelo. Se non intervengo le cose si mettono male. Anche peggio. Si affollano tutti intorno all’uomo di mezza età. Quel tale Giovanni. Ancora lui. I loro gesti e le loro grida non sono per niente benevoli. Il povero personaggio sembra impaurito: Non sono stato io. Prego tutti di mantenere la calma. Invano: Chi ha visto qualcosa s’avvicini. Io non ho visto niente. Poverella, poverella. Io non posso dire… Ho sentito dire. L’ha detto lui. L’ho visto io. Si faccia avanti. Si alza in punta di piedi. E’ un uomo con due bambini a fianco. Ancora tutto candido. Solo le gote paonazze. Occhiali in punta di naso. Capelli pochi e spettinati. E un paio di bermuda improbabili. Canottiera. Infradito ai piedi. L’ho visto bene, coi miei occhi. Venga qui.
Lascia i bambini ad una donnetta che non avevo notato nel mezzo della folla. E’ alta un soldo di cacio. In compenso è larga altrettanto. E ha un costume intero pieno di palloncini colorati. L’aspettava fuori dalla discoteca. Come fa?… Non riuscivo a dormine e sono uscito, ma non facciamoci sentire dalla mia femmina. Mi spieghi meglio. Non c’è molto, lei è uscita con quello che sembrava il suo ragazzo. E poi? E poi… sa come sono? sono ragazzi. Venga al dunque. Dopo… sa cosa voglio dire? Prendiamolo. State fermi; no che non so cosa vuole dire. Sa come sono i ragazzi… dopo… Dopo cosa? Lui, voglio dire il ragazzo, se n’è andato. E allora? Forse avevano bevuto, camminavano come se avessero bevuto. Come? Dondolavano. E allora? Si è avvicinato lui, quell’uomo. Si sbrighi? Lei sembrava averlo riconosciuto. E’ sicuro? Li ho visti bene. E cosa ha visto? Lei l’ha chiamato per nome, Giuseppe o qualcosa di simile. Sicuro che non abbia detto Giovanni? Sì, forse proprio Giovanni; è importante? E dopo? Dopo si sono appartati. E dopo? Dopo niente, non ho visto altro. Sicuro? Sicuro.
E’ chiaro che mente: E lei dopo cos’ha fatto? Sono tornato. E’ sicuro? Insomma… insomma lui non camminava come loro. Camminava? Camminava come uno zombie, lentamente, tutto rigido. Venga ai fatti. Li ho seguiti. Li ha seguiti? Sì! E allora?… Non è un reato? Non ancora. Solo per… Bene, vada avanti. Parliamo piano; le ha messo una mano sulla spalla. E allora? Mi lasci dire. E allora dica? Ha allungato le mani, quel vecchio porco. E’ sicuro di quello che dichiara? Li ho visti bene, c’era una luna grande come un mappamondo. Vada avanti. Sembravano cercavano intimità. E la ragazza? Anche lei quella in televisione. Hanno già visto tutti quel notiziario. Prosegua. Si sono appartati. Bene. Credevano di non essere visti, ma io li vedevo bene. La prego di procedere. Non c’è molto altro, poi le ha stretto le mani intono al collo e l’ha strozzata. Ne è certo? Come che sto parlando con lei. Poi cos’ha fatto? Prima si erano dati molto da fare. Non faccia commenti. Come vuole, si è preso il bikini e se n’è andato senza voltarsi. Lo sa che quello che dice è molto grave? E non per dire, era proprio piccolo. Cosa? Il bikini; un niente.
Quel tale Giovanni sembra allibito. Intanto alla folla s’è radunata altra folla. Come sempre. Cos’ha da dire lei? Lui mente. A che proposito?… Non sono stato io. Mi sembra poco. Non sono stato io a strozzarla. Chi le ha detto che è stata strozzata? La televisione. Non mi sembra… Insomma è stata strozzata o no? Le domande le faccio io. Va bene. Dica quello che sa. E allora sto zitto. Ora deve parlare. Taci tu cretino. Cesira? Non dire una parola. Cosa ci fai qui? E lei signora?… Il signor Giovanni non è sceso con noi. Fate i bravi, ragazzi. Non può essere stato lui. Era con me, a letto con me. Scusi chi è? La moglie. Signora Cesira? Nonna? Ti ho detto di non chiamarmi così. Anche lei qui? Non l’avevamo vista. Chi preparerà per cena? Ti sembra il momento? Allora dica lei. Ma signor Giovanni… La bruttina che ha parlato è una certa Graziella. Un fuscello sgraziato. Il ragazzo che ha apostrofato la donna come nonna l’ha appena chiamata così e la tiene per mano. Diversamente nemmeno l’avrei notata. Non ha niente che corrisponda al suo nome. Commissario. Non sono commissario. Come le dicevo… Andiamo con ordine. E’ sempre stato al mio fianco. Abbiamo un testimone… Dovrebbe mettere gli occhiali. Come si permette? E tu stai zitto. Ho visto tutto. Vede commissario… Non sono commissario.
Dannazione, anche l’appuntato è sparito. Si dice sempre così: Andiamo con ordine. Ne è certa? Certo che sono certa? L’ho visto anch’io, era lì fuori che aspettava. Sembra che l’abbiano visto in molti: Ne è certo? Io l’ho visto, ma lui non mi ha visto. Improvvisamente più d’uno ritrova la memoria. Intanto la scientifica continua nel suo lavoro. Hanno trovato anche un mozzicone di sigaretta. Lo analizzeranno. Quella che parla si accompagna all’altro e indica un punto non lontano: Ha ragione Massimo, era proprio là. Guardava diritto e sembrava non vedere nessuno. Questo non vuol dire niente. Lasci fare a me, signora. Ma potrò pure dire quello che debbo dire. Al tempo. Non lo volevo dire ma glielo dico: la verità è che Giovanni soffre di sonnambulismo. Come di sonnambulismo? Ti giuro che non volevo. Mica lo sa quello che fa mentre dorme. E allora?… E allora non può essere colpevole. Come fa a dirlo? Lui è come un bambino. Un bambino? Non mi tradirebbe mai; non certo poi con una ragazzina, non le sembra? La ragazzina non era poi da disprezzare. Cosa c’entra? Lasci trarre le conclusioni a me. Forse non so, sono confuso. Ti ho detto di tacere che peggiori le cose.
E’ sempre un’ottima tecnica investigativa. Cerco di prendere la donna di sorpresa. Fissandola negli occhi e con fare autoritario: Dove sono i costumi? Credevo fossero dei ragazzi. Dica solo dove sono? Li ho sistemati, naturalmente, li ho lavati. Come li ha?… Ho fatto la lavatrice proprio stamattina; prima che i ragazzi si alzassero, mica potevo lasciarli in giro. E non ha pensato? Come potevo? certo era strano che fossero finiti nel nostro cassetto. E dove sono?… Appesi ad un filo. Che confusione. Adesso chi lo dice al padre? Per cortesia… Se non la strozzava lui l’avrei fatto io. Ma Cesira… Mi dica perché. Perché, perché, non si sapeva comportare. Chi, la vittima? E chi se no? Cosa vuole dire? Con tutto quel ben di Dio. Non mi sembra una colpa. E le sembra giusto? Moderi i termini… Non cercava certo di nasconderle. Era la mia ragazza. Voi tre, anzi voi cinque, anche tu che la conoscevi meglio, seguitemi in caserma. Come in caserma? Dobbiamo finire questa chiacchierata. Cosa c’è ancora? Dobbiamo fare chiarezza certa e verbalizzare. Ma io non volevo? Questo l’hai già detto al commissario, cretino.

Dichiarazione rilasciata dal signor Giovanni Gasparello: Volevo solo vedere Katia fare il bagno.
Dichiarazione rilasciata dalla signora Cesira Antonia Taradassi in Gasparello, già vedova Ansaldi: Lui è fatto così. Non succede spesso. S’addormenta e poi si alza e se ne va in giro senza sapere dove va. Non vede e non sente niente e nessuno. Non bisogna svegliarlo. Sarebbe pericoloso. Poi non ricorda nulla. Ma non ha mai fatto del male a nessuno.
Dichiarazione rilasciata da Sabatino Crescioni, nipote: Niente di rilevante.
Dichiarazione rilasciata dal medico che segue il signor Gasparello Giovanni: Da quanto appurato non è una persona pericolosa. Soffre solo di una grave forma d’insomma. Cioè deambula nel sonno di notte. Gli ho prescritto dei farmaci che ha sempre preso. Se posso dire… il Crescioni è altresì un soggetto iperattivo. In quel senso. Non so se mi spiego? Almeno di notte. E’ stata la moglie, la signora Cesira, a lagnarsene con me. Anche se con un po’ di vergogna. Povera donna. La capisco. Ma il medico e come un confessore.
Dai rilevamenti della scientifica: La vittima, una giovane ragazza, presenta attorno al collo i classici segni dello strangolamento. Nessuna impronta rilevata. Si notano altresì ecchimosi e lividi vari, presumibilmente dovuti a un’intensa attività sessuale pre-morte. Non è dato sapere se la stessa vittima era cosciente ed era consenziente, ovvero se si sia trattato di uno sfortunato caso di sesso estremo. Non aveva altri segni evidenti che possano determinare con assoluta certezza che la stessa deceduta abbia opposto resistenza o abbia tentato di difendersi dal suo presunto assalitore. Le unghie non erano spezzate e sotto non c’erano frammenti di pelle. La stessa espressione facciale della vittima non mostra paura né sottomissione. Se mi è permesso il termine è più la smorfia di chi se la sta spassando. Certo è che la permanenza nell’acqua salata e l’effetto delle onde hanno avuto modo di cancellare la maggior parte delle tracce d’analisi. Il corpo si presentava ancora come magnificamente intatto.
Dichiarazione rilasciata da Maicol Seibezzi, il fidanzatino della presunta vittima: Posso solo dire che Greta era una ragazza abbastanza affettuosa. Molto seria. Anche un po’ troppo. Una che si sapeva comportare. Non certo una sprovveduta. Quella sera volevamo festeggiare. Era un mese che si era assieme. A pensarci bene… dopo… Col senno del poi. Avevo notato che gli occhi del signor Giovanni mostravano interesse per la mia Greta. Cioè erano sempre sul suo reggiseno. Non mi sembrava sconveniente. Non era il solo. Greta era una brava ragazza che si faceva notare. Non mi sarei certo mai potuto immaginare. Credo che non tornerò mai più in questo posto.
Altra dichiarazione della signora Cesira, eccetera: Le ragazze di notte farebbero bene a starsene a letto

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blogger-image-948893101Quell’anno, al mare, Ortensia invitò anche Erika, una sua collega di dieci anni più giovane di lei. Non eravamo soliti avere ospiti per le vacanze, ma avevamo una cameretta libera e il caso non poteva portarmi più che piccoli fastidi, pensai. Fin dal primo sguardo notai quanto fosse carina, ma immediatamente distrassi la mia attenzione. Ortensia è sempre stata tutto per me. Per di più i primi giorni se ne andarono da sole al mare, non volevo essere scortese, ma dovevo finire quella maledetta relazione. La sera si mangiava assieme e si beveva qualcosa sotto la luna ed erano entrambe una gradevole compagnia. Alla fine lo finii il maledetto rapporto. E lo mandai per mail.
Era un’estate veramente calda. Anche se io in spiaggia mi annoio e non sopporto leggere e sentirmi tutta la sabbia appiccicata addosso decisi di accompagnarle. Presi con me Cent’anni di solitudine. Per me è sempre un gran libro. Un capolavoro. Certo che glielo chiesi: “Che ne dite ragazze se oggi vengo con voi”? Erika si mostrò subito entusiasta e mi rispose solo con un radioso sorriso: “Finalmente”. Ortensia si mostrò meno contenta. Si limitò a un quasi rassegnato: “Va bene”. Ma lei è sempre stata una persona di poche parole e gelosa dei suoi sentimenti. Però si infilò il libro e le sigarette in borsa e uscì per andarsi a preparare. Se ne uscirono entrambe in pareo pronte per levare le tende.
Ricordo che Ortensia stava leggendo un’indagine del commissario Montalbano. Ci scherzai sopra, per la strada. Avevano due parei che sembravano non esserci. Leggeri come un soffio di vento. Sottili come una bava di lumaca. Insomma era come se fossero con il solo bikini. Pensai: Come tutte, o almeno credo. Cercavo di non sentirmi in imbarazzo. Ed ero ancora bianco come un lenzuolo. Ed era già agosto. Erika invece non amava molto la lettura. Diceva che voleva solo spiaggia. E rideva.
Improvvisamente non avrei voluto più arrivare. Inventai anche la storia di prendere un altro caffè. Mi ci volle un bel po’ per convincerle. Come se ci fosse fretta. Ero contento di girare con loro due, di averle al mio fianco. Ero seccato di essere lì, per strada, e in quello sgangherato pulmino, con loro. Ma l’estate, al mare, è spiaggia. E ci ritrovammo sulla spiaggia. A stendere gli asciugamani. A prepararsi a prendere il sole. Io, naturalmente, sotto l’ombrellone. Dopo aver coperto il bianco della pelle con uno spesso strato di bianco di crema solare.
Ortensia era ancora una bella donna. Nonostante l’età. Mi resi conto che non mi piaceva vedere come tutti la guardavano. Credo di aver cominciato a odiare la spiaggia. E a odiare i bagnanti. Quella confusione. Quella sorta di libertà. Però era strano: Trovarmi geloso anche di come guardavano Erika. Ma in fondo loro due erano con me. Entrambe. E quando trovai gli occhiali era tardi. Speravo di trovare un po’ di tranquillità. Di isolarmi. Di immergermi nel libro e ritrovarmi come da solo. Ma ero distratto. Continuavo a guardarmi intorno. E continuavo a guardare Ortensia, che è anche il nome di un fiore. E continuavo a guardare Erika, che non credo faccia fiori. E la guardavo guardingo. La guardavo e non la guardavo. Come di sfuggita. Rapidamente distogliendo lo sguardo. Avrei voluto poterle vedere solo io. E che l’amica non vedesse che la guardavo. Emozioni e sensazioni che non avevo mai provato. Non era da me.
Quando decisero di togliersi il reggiseno sprofondai in un abisso d’imbarazzo. Non loro ma io. A loro sembrava naturale. E si muovevano con naturalezza. Avrei voluto ammazzarli tutti. Le vedevo come potevano vederle tutti. Non era la prima volta eppure mi sembrava che quegli occhi frugassero nella nostra intimità. Sarò un cretino però… E poi è quello che provavo. Non si può sempre decidere cosa si vuole provare e pensare. Non si può sempre razionalizzare. Nemmeno io ci riesco sempre; come quella volta. Ed Erika era decisamente carina. Non era solo la sua età a essere bella. Non aveva solo un bel sorriso. E dei bei denti. E gli occhi del colore dei suoi. Non sono poi così vecchio. E le sue erano come di marmo, non tremolavano affatto.
Naturalmente al ritorno più che scottato mi ero arrostito. Ero rosso come un’aragosta. La mia Ortensia dovette ricorrere a una buona dose di crema doposole. Facendo molto attenzione. La cosa sembrava rendere allegre le mie due compagne. Cioè mia moglie e la sua giovane e carina collega. E si scambiavano battutine. Come se non fossi là a sentirle. Alla fine stavano massacrando la mia immagine e prendendosi gioco di me. Mi dipingevano come un tedioso intellettuale poco adatto a una giornata al mare. Così cenammo tra lazzi e spiritosaggini varie e qualche pettegolezzo che non potevo capire. Parlavano di uomini e di colleghi.
Dopo un paio di grappe Ortensia era stanca. Il mare e il sole affaticano sempre. Si alzò e si andò a coricare per prima dicendo: “Ti aspetto”. Mi ritrovai da solo a parlare da solo con Erika. Non era poi così stupida. Non avevo ancora molto sonno e nemmeno lei. Amava il cinema e non si era persa nessuno degli ultimi film. Mi raccontò di alcune mostre che aveva visitato. Poi prese a parlarmi del suo passato. Della sua vita. Dei suoi. Degli studi. Di un paio di amori finiti. Di uno non che era mai cominciato. Di quello che non avrebbe voluto che fosse finito. Di quanto amava le immersioni. Delle nozze della sorella. Sapeva descriversi in modo affascinante. Sarei stato per ore ad ascoltarla. Anche solo ad ascoltare la sua voce. Io non trovavo altrettanti argomenti.
All’improvviso si era alzata e aveva detto: “Vado a farmi un’altra doccia; Vieni”? So che per lei era puro divertimento e che si stava prendendo gioco di me. Racconto tutto così come lo ricordo. Dico: “Vai pure, io sparecchio”. Dice: “Non c’è fretta”. Dico: “Ortensia mi aspetta. E non voglio che domani si ritrovi con questo disordine”. Ride: “Falla aspettare. E poi si dice per dire”. Dico: “Abbiamo una doccia sola”. Ride più sguaiatamente: “Ma c’è posto per due, se ci si stringe”. Dico: “Mi faccio l’ultimo goccio”. Dice: “Come vuoi.” –e si allontana. Aggiunge “Contento tu”.
Ho portato le tazze in cucina. Le ho messe nel lavello. Ho fatto scorrere l’acqua. Sono tornato a riempirmi un bicchierino. Mi girava un po’ la testa. Per l’alcool e per il sole. Ho Preso la bottiglia e il resto. Sono passato per il corridoio. Di tutto questo ne ho buona memoria. Si era scordata di chiudere e la porta era rimasta aperta. Lei era sotto la doccia come aveva detto. Mi ha visto e mi ha sorriso. Non aveva niente addosso. Era proprio tutta nuda. All’improvviso udii un forte dolore alla parte sinistra del petto. Lo riconobbi subito: era un infarto. Solo il tempo di chiedere aiuto. Solo il tempo che Erika uscisse dalla doccia. Solo il tempo di vedere accorrere Ortensia a controllare cosa succedesse. Solo il tempo di dire: “Ragazze, ascoltate, questa sì che è musica. Si sente il sapore del mare e le onde”.

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In agosto, sdraiato con le palle al sole, lo scrittore ha la sua crisi narrativa. Non una vera e propria mancanza di ispirazione ma un mancanza di ispirazione. O una extra ventilazione. Sarà per quel poco che dicono i giornali, e per il tanto che tacciono. Perché anche i cervelli più prolifici sono in vacanza o comunque a riposo, almeno più del solito e del dovuto. Saranno le bibite ghiacciate e la vivacità che da il sole ai colori. Sarà per la fatica che ha fatto per conquistarsi un posto e poi arredarlo per sopravvivere alla calura fino a sera. Al pensiero di poi dover smontare tutto per poi il giorno dopo ricominciare. Sarà perché ha scordato di portarsi il costume di ricambio e perché ogni giorno scorda qualcosa. Saranno le copertine delle riviste da donne che gli uomini spiano con una attenta noncuranza simmetricamente omogenea all’interesse. Oppure che quei commenti sulle stesse, stupidi e lapidari, che credono salaci non riuscendo a trattenerli all’ultimo, e per la sorpresa spaventata che provano per averli detti e per essere stati sentiti.
Sarà perché tutti quegli uomini restano a scarso di commenti, dato che il campionato non c’è, quando non possono parlare di donne, per esaurimento o per una vicinanza femminile più o meno famigliare. Sarà perché le parole e i giudizi cominciano ad essere sempre gli stessi e a lungo andare si annoiano da soli e le leggende rischiamo di morire per mancanza di linfa e di fiducia. Sarà perché molti hanno fatto i bravi la notte e fino alla prime ore ed ora agonizzano boccheggiati come pesci appena esposti sul banco.
Sarà per la cialtrona, più o meno spudorata, esibizione di tutte quelle carni nude con più o meno o differenti attrattive.
Sarà il fracasso che circola intorno, e per i vicini di ombrellone, o per la bruna nella sdraio che legge il giornale attraverso gli occhiali da sole, ma di sbieco alle lenti oscuranti spia e controlla il bagnino, ma si accontenterebbe anche di uno scrittore non proprio in forma, persino di un giornalista, pur di avere qualcosa da raccontare al ritorno. Magari solo qualcosa da raccontarsi e su cui aggiungere brani dalla propria fantasia. Sarà perché se la compagna dello scrittore si accorge e fa lo stesso percorso mentale a quella donna bruna gli strappa gli occhi. Sarà perché al mare è impossibile restare solo, e c’è pure il fracasso della musica da balneazione. Sarà perché dopo la decima sigaretta che infila e affonda nella sabbia non sa più dove mettere i piedi e accartoccia il pacchetto ormai vuoto, ma non sa dove buttarlo senza doversi alzare. E la sabbia intanto s’è fatta incandescente e fuma anche lei ma non per le cicche che le ha cacciato in pancia. Sarà perché lei, la sua compagna, si alza con la scusa del bagno e di un caffè, e se ne va sculettando e pretendendo che lui glielo guardi e quella pretesa la estende a tutti i presenti. Sarà perché non c’è niente di più banale della spiaggia in estate e di viziare e impigrire il proprio corpo all’ombra di un ombrellone.
Sarà perché all’improvviso, e con grande sorpresa, viene un’idea e poi sparisce com’è venuta, alla stessa velocità. Forse era solo il desiderio di una birra ghiacciata. Chissà? Sarà perché appena rimasto solo la stessa donna bruna all’improvviso si risveglia dal suo torpore e poggia il libro per quell’estate: “Ma lei.. per caso… non è… no! scusi, mi sbagliavo. E’ che gli assomiglia proprio”. Sarà perché per parlargli si è appoggiata sul gomito, la sdraio ha cigolato paurosamente e il reggiseno ha faticato a vincere la forza di gravità, e allo stesso tempo si è allungata, confondendosi a quella dell’ombrellone, l’ombra inquietante della compagna dello scrittore che proprio allora è tornata. Sarà perché, per una volta, lo scrittore ha la sensazione che no! non assomigliava a quello ma era proprio lui e ingoia una imprecazione assieme alla propria saliva. Sarà per quelli che giocano schiamazzando finché non cedono alla fatica grondanti di sudore, o per quelli che passano e ripassano e ripassano ancora senza interruzione in cerca di preda. Oppure perché la signora mora era un po’ oltre una ragionevole tentazione, e lo scrittore si accorge che mentre lui si controllava intorno, intorno controllavano la sua compagna, e con fin troppa attenzione. Sarà perché a quell’ora la spiaggia è fatta solo di carne, e altra carne ammassata.
Sarà perché i romani sono tutti un po’ ciacioni e piacioni e allo stesso modo cafoni e non si distinguono più dagli altri che chiamano rumorosamente burini ma semplicemente tra romanisti e laziali. E’ perché non si rende conto della ragione per cui, lui che è lombardo, deve finire in una spiaggia di Romani come quella che non è per nulla dissimile da tutte le altre. Sarà perché molto più stupidamente e banalmente quando ha la sabbia sulla pelle si sente come pronto per l’impanatura, e perché teme che arriva da un momento all’altro il momento in cui dovrà ricospargere di crema la sua compagna. Perché lo prende il panico mentre cerca di ricordare il nome di quella gentile e avvenente compagna che lo ha accompagnato in quel girone dantesco.
Sarà perché già comincia a spandersi l’odore di matriciana e va a mescolarsi al caffè colpendo direttamente gli stomaci più deboli ancora pieni della cena del giorno prima. E perché quando cerca di assentarsi, magari invocando la scusa un attimo di riposo, c’è sempre qualcuno che arriva per vendergli uno stormo di cose assurde ed improbabili che mai vorrebbe possedere. Sarà per la ragazzina che s’è slacciata il reggiseno per prendere il sole sulla schiena senza quegli orribili segni, e poi si è assopita sotto il sole, e poi s’è rigirata senza ricordarsi del reggiseno e senza smettere di dormire. Sarà per quelle tette ancora acerbe e perché tra tutte quelle volontariamente palesate queste sono intensamente quanto involontariamente confessate. O forse per l’atroce dubbio che la giovane non stia affatto dormendo e non ne sia affatto inconsapevole ma semplicemente nasconda gli occhi chiusi e una sorta di furbo e soddisfatto sorriso, anche lei dietro occhiali dalle lenti riflettenti. Sarà perché si chiede come mai non ha mai scritto un romanzo sulle tette, e perché si trova a confrontare quelle orgogliose e compiaciute della pischella con quelle rassegnate della signora i cui capezzoli, nonostante la fatica immane del costume, rivolgono lo sguardo decisamente a terra. Sarà per una ragione molto più semplice: che non ha mai sopportato il mare.

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I pensieri, quelli tornano. Si perdono e si ritrovano. Si nascondono e confondono. Vanno e ritornano, mai uguali. Si fanno strada, entrano ed escono. Si allontanano. Si consumano. Non stanno mai fermi. Cerchi di afferrarli. Di possederli. Hanno la consistenza del vento. Passano, ti scuotono e non si fanno imprigionare. Sono come donne capricciose, volubili, che rincorri inutilmente. Sono come il profumo delle rose. E quando li fuggi loro vengono a sedersi vicino. Bussano alla tua porta. Ti corteggiano. Si fanno ossessione.
I miei mi avevano fatto l’ultimo sgarbo, lasciandomi quella casa a Rimini. Io manco me ne ricordavo. Negli ultimi anni non c’era più andato nessuno. Loro troppo vecchi. Io troppo tutto. Ho sempre odiato quel posto di tutti e di nessuno. Con quel mio carattere. Con la stessa rabbia. E altre ancora. Con i miei problemi. Con Cinzia che non ne voleva sapere di mangiare. Con le rate e il mutuo. Con i suoi occhi stanchi. Soprattutto con quei versi che non riuscivo più a trovare. Non si diventa grandi, si diventa solo vecchi. E si cerca di crescere uccidendo quel bambino. Nascondendo i suoi giochi; i suoi sogni. Cercando di illudersi che non sei mai stato quello. Poi che è solo tutto passato. Infine che deve per forza vincere la vita. E i bisogni. Anche quelli che non servono a niente. Che ha ragione la televisione; solo perché è televisione. Che il condominio s’ha da fare. Che ci stiamo avvelenando tutti, ma le pesche sono più belle. E molto più grosse. Che sono io l’ultimo; l’unico che non ha capito. Che non vuole capire. Che solo le banane possono attraversare certe frontiere. Solcare certi mari. Circolare liberamente. Quel gioco non mi era mai riuscito bene. No! Non ricordavo quella casa, e non la volevo ricordare. Il problema è solo che lei l’ha saputo. E ora abbiamo una casa al mare, proprio nostra, vicino alla spiaggia di Rimini.
Lei dice: “Perché non approfittarne”? E’ il mio incubo fin da quand’ero bambino. Credo sia nato prima quell’incubo di questo pazzo esteta. Rimini è mediocre. Rimini è tutto quello che ho sempre e da sempre rifiutato. Ma lei non vuole sentire un’argomentazione. E io non ho una risposta. Come le posso spiegare? Che quella… Non c’è nulla di più banale di una casa a Rimini. E che io odio il mare. Soprattutto odio Rimini e tutto quello che Rimini è. Sarebbe come cercare di ricordarle che scrivevo poesie e che non ne scrivo più. Correndo il rischio che me lo chieda: perché non ne scrivo più. Certo che non le verrebbe mai in mente, di chiedermi perché ne scrivevo. Col timore che si ricordi. Con la paura che mi chieda il perché, il perché non ne ho mai scritta una per lei. Sarebbe tutto troppo difficile. Ho smesso da tempo di fare l’eroe. E anch’io sono un uomo stanco. Uno che vorrebbe la pensione. E cerco di convincermi e dirmi: “Che sarà mai”?
E così con la sua tirchieria, con la voglia di risparmiare, riempio la macchina, faccio salire lei e la bambina e le porto a Rimini. Certo è stupido non approfittarne. Buttare i soldi quando hai una casa al mare. E poi me l’hanno lasciata i miei. Certo alle ferie non si può rinunciare. Anche se abbiamo l’aria condizionata. E a Rimini fa un caldo bestiale. E anche se io ci ho scritto un libro sulla mia rabbia, quand’ero ancora quel ragazzo. Un libro che nessuno ha letto e che nessuno leggerà mai. Un libro fuori tempo. Un libro di parole che non voglio dire a nessun’altro. Anche se me lo ricordo bene quando hanno ammazzato Mara Cagol. Anche se è sempre tutto la stessa merda. E adesso di capelli non ne ho quasi più. E ho smesso di contare il numero delle repubbliche. E ho la congiuntivite cronica da fumogeni. E io come un coglione guido la macchina e vado a Rimini. E ci arriviamo giusti in tempo per correre in spiaggia all’ora di pranzo.
Piazzo le sdraio e il materassino di Cinzia e cerco di delimitare il nostro spazio; quello che a fatica ho conquistato. Dovrei difenderlo con le unghie e i denti? Nemmeno un attimo per prendere fiato. Il vicino d’ombrellone parla all’amico nell’ombrellone dall’altro lato del nostro. Parlano attraverso me. Come se non ci fossi. Mi arriva una pallina da due che giocano con i racchettoni. Nemmeno una scusa. Mi invitano a lanciargliela. Come invito è piuttosto categorico. Ci penso ma poi lo faccio. Alla bambina è andata la sabbia negli occhi. Frigna e la porto alle docce. Continuerà ad avere sempre sette anni? Ormai ha superato i dodici. E’ colpa della madre. Ma l’acqua è fredda. La sabbia scotta. Quella che ormai si sta sciacquando ha un bichini che nemmeno si vede. Dietro le si infila nella fessura. Si strizza il due pezzi cioè quel poco di stoffa. Appena sufficiente a farne si e no uno. E microscopico. Si toglie attentamente il sapone dalle tette. Infilando le mani nelle coppe. Non so se lo fa per me o per gli occhi del bagnino. Non c’è più pudore. Non puoi cercarlo al mare. Non è il posto più adatto. Senza ritegno mette in rassegna tutta la sua cellulite. E poi come bionda non è nemmeno bionda, il culo le struscia per terra e ha più anni di quelli che io potrei sopportare. E se non finisce di strofinarsi finisce che si consuma. E resta solo quel ridottissimo costume.
Quando arrivo la coca è già calda. Claudia, ma perché sempre la C? ha bisogno che le spalmi la crema. Altrimenti si arrossa. E poi chi la sente? Si rovina l’umore. E poi non riesce a dormire. E finirà col rigirarsi tutta la notte. Che ha già mal di testa. Solo che mi chiede dov’è ho lasciato Cinzia. Me ne dice di tutti i colori. Si sono inaffidabile. Sono uno schifo di padre. Irresponsabile. Me la sono persa. Torno a cercarla. E’ ferma che guarda una partita di pingpong. Stavolta la tengo per mano. E inciampo in una tavola da surf guardando la bionda, cioè la finta bionda, che lo fa alla luce del sole. Si sta rotolando sulla sabbia. Con un altro bagnino. Forse il padre di quello di prima. E lui le sta infilando le mani da per tutto. E lei se la ride tutta contenta. E cinguetta. E gli versa addosso una serie di cosa fai? E di non dovrei e non dovresti. Tutti molto pieni di gioia che sono un invito al partener per continuare. Forse un ordine. Non ne sono più molto certo. Non credo di ricordare come funzionano queste cose. Lui sembra impegnato, senza grande piacere, in un lavoro. Forse lo pagano anche per quello. Contemporaneamente cerca di trascinarla dentro una cabina. Non posso esserne certo. Forse è lei che cerca di trascinare lui. Non capisco, so solo che uno trascina e l’altro fa resistenza. Morti di Reggio Emilia…
Claudia s’è presa il giornale. Ha finito con le parole crociate. Il libro non le piace. Ha già capito chi sarà il morto. Poi si mette a riposare sotto quel sole. Cinzia legge il libro che le hanno dato per le vacanze. Sembra in verità assente, con la testa altrove. Non posso riprendere il giornale perché con quello Claudia si ripara gli occhi e il viso. Cioè ci dorme sotto. La disturberei. La sveglierei. E dopo chi la sente? Quello grasso, che il salvagente lo tiene addosso fin dalla nascita e che è sudato che piove sudore, con la bocca piena che gli cola il sugo e si vede la pasta, mi chiede se non ho un cavatappi. Vorrei dirgli di parlare piano. Sarebbe inutile. Noi abbiamo la casa a Rimini. Io non ho un maledetto cavatappi. Non me lo porto nel costume. No! lo tengo in cucina, nel cassetto. E poi come si fa a bere rosso caldo con questo caldo? Mi scuso. Claudia borbotta nel sonno.
Mi alzo e mi avvio pigramente. Triste. Senza dubbio il mare deve essere diritto davanti a me. Davanti al mio naso. Non ha rumore perché il suo rumore è coperto dagli strilli. Non ha odore perché il suo odore e coperto da quello del cibo, dei cosmetici e di odori ancora più nauseabondi di dubbia natura. E’ tutto uguale. So benissimo di non poter scappare. Passo vicino alla gente, in mezzo alla gente. Sopra la gente. Famiglie intere. Tribù vocianti. Col mangiare portato da casa. Con i bambini con i secchielli e la palla. Con i salvagenti incollati addosso che sudano gomma. Con la sabbia che brucia come piombo fuso. Coi frammenti di conchiglie che tagliano come lamette. Con l’inferno intorno. Dovevo portarmi le ciabatte. Quelle di plastica. Le infradito. Metto un piede in fallo. Scivolo su una signora di un quintale e rotti, ricoperta di crema abbronzante come panna. Nel chiederle scusa invado un campo di bocce. Uno di colore mi chiede se mi servono dei calzini da tennis. Ha anche orologi e accendini e bizzeffe di occhiali e collanine. Si accontenterebbe solo di un paio di monete. Almeno per un panino. Ho solo il costume. E nel costume il niente. A parte le palle rotte. Involontariamente scalcio un birillo.
Uno ascolta il calcio, il calcio d’estate. Uno il gran premio. Attraverso le loro notizie passandoci in mezzo. E’ vero che il calcio è l’oppio dei popoli, ma io non ho nulla contro le droghe. Sono un libertario. E un antiproibizionista. Cerco di ricordarlo. Più mi avvicino al mare, all’agognata acqua, è più la folla dirada. Non di molto. Magari in maniera impercettibile. Ma riesci a camminare evitando senza troppa fatica i corpi. Il sole e il cielo sono dipinti con colori troppo brillanti. Mi bruciano gli occhi. Passa un tipo abbronzato anche dentro le mutande e muscolato. Un gruppo di ragazzine lo scambia per un attore e pigolando cominciano a corrergli dietro. Una è proprio sicura che è proprio lui. L’amica più vicina comincia a spiegare e a cercar di dar voce ai suoi sentimenti: “me lo farei, anche qui”. Un’altra accetta la provocazione, la sfida: “Scommettiamo che me lo porto in capanna e me lo faccia prima di sera”? Usa un linguaggio leggermente più colorito. Non dice faccio ma scopo. Non c’è mai limite al peggio. Una terza, che non deve avere più di tredici anni, e se fosse per le tette ne mostrerebbe dieci, comincia a spiegare alle altre i suoi desideri entrando nei particolari. Ha una grande fantasia e già molta esperienza. Magari letta e sognata da racconti di amiche più grandi. Parla a voce alta. Parla in modo molto volgare. Come se fossero sole e non potesse sentirle nessun altro. Le guardo e quelle alzano le spalle. Il palestrato si gonfia di orgoglio. Una si accorge dell’errore e avverte il gruppo. Si fermano deluse e corrono assieme in un’altra direzione; ridendo divertite. Quella che aveva creduto di riconoscerlo prende della stupida e viene presa in giro: “Di spalle sembrava proprio lui. Giurin giuretta”.
Prima di entrare in quel cadavere di mare immobile mi brucio la pianta del piede su una cicca. Mi scappa una bestemmia. Una nonna mi guarda con disapprovazione. Il nipotino rovescia il secchiello di sabbia e inizia il suo improbabile castello. Non molto distante si accaniscono, su una pista tracciata per centinaia di metri, con le loro biglie. E gridano. E si canzonano. E’ pieno di bimbi e salvagenti e di quelli che chiamo animali da basso fondale. Ed è altrettanto pieno di gridolini. Uno parte di corsa per poi tuffarsi e nuotare vigorosamente verso il largo. Ha al collo una macchina fotografica anfibia. Uno ha una radio anfibia per continuare ad ascoltare anche in acqua la partita. Un ragazzino ha una copia del Titanic da far galleggiare. Di tanto in tanto, senza motivo apparente, la fa affondare, la tiene sotto in mezzo alle bolle d’aria, e poi la ritira su e fa colare l’acqua che l’ha riempita. Un paio di coppie si sono sedute proprio sul confine, sul limite, in riva. Dove l’acqua ti entra ed esce sotto il culo. Mi piove in testa la stessa pallina di quegli stessi che giocano a racchettoni. La pallina affonda e poi cerca di tornare a galla. La tengo sotto con il piede. Una zia mi chiede se le posso guardare il ragazzino un attimo che deve andargli a prendere il gelato. Le guardo il culo mentre si allontana. Non fosse zia potrebbe essere nonna. Giovane ma nonna. Rimini è un posto adatto alle famiglie. E a rimorchiare. Do la pallina al nipotino e mi avventuro nel mare.
Mi lascio tutto alle spalle. Vado avanti finché l’acqua mi arriva alle palle. Temo l’infarto. Non è della temperatura adatta. Saltello un punta di piedi. Aspetto di trovare il coraggio. Un ragazzino mi osserva dentro il suo canotto poi torna a pagaiare. Nel costume mi si è creata una bolla d’aria. Il freddo; mi scappa. Cerco di resistere, stoicamente. Un moscone mi chiede spazio; all’ultimo istante. Sopra c’è un ragazzo e una ragazza. Lui cerca di farsi vedere bello ed eroico. E pedala con vigorosa allegria. Lei non muove le gambe. Lascia che gliele spostino il movimento dei pedali. Poi mi accorgo che sdraiata c’è anche un’altra ragazza. Che prende il sole. Schiaccia il petto sul fondo perché s’è sfilata la parte sopra del costume. Non pare avere molto da schiacciare. Ha gli occhiali dietro la nuca. E il tatuaggio di una fragola all’interno della coscia. Lo vedo solo quando riprende il reggiseno del costume, se lo tiene stretto al torace e si gira per controllare gli amici. Gli dice qualcosa che non sento. Poi sembra alzare la voce come per iniziare una discussione, ma ancora non la senti. Vedo solo che pare arrabbiarsi. Schiaccio la bolla d’aria che fa il rumore di un pallone che si sgonfia.
Su quella tavola piatta si alza un onda anomala di un paio di metri. Forse un’ottantina di centimetri. Ho la prontezza per prenderla di spalle. Sono sempre sull’avviso. E’ il frutto dell’ilarità di una sirena taglia super forte. Mi sorride maliziosamente. Vado avanti finché il mare non mi arriva al petto. Un sub emerge e sputa fuori l’acqua. Poi torna ad immergersi. Per un po’ resta fuori il culo. Poi solo le pinne. Poi scompare nelle acque torbide. Va a frugare sul fondo. Un metro e mezzo sotto. A smuovere la fanghiglia. A frugarla. Ad una ragazzina gli sguscia fuori un seno. Non è niente male. Sono tentato. Faccio un paio di passi nella sua direzione. Non s’è accorta di nulla. Credo. La tetta galleggia come una gavitello. Dondola pigramente con le minute onde. Ha un piccolo capezzolo ritto come un dito a indicarmi, e un largo alone, quella tetta. Un capezzolo sottodimensionato. Forse non s’è accorta di nulla. Avevo già deciso di desistere. Si alza un fischio. Un giovanotto. Eppure sta guardando da un’altra parte. Lei, la ragazza dal costume bianco, si controlla. Rinfodera la sua arma di seduzione. Mi vede. Poi si tuffa e torna a nuotare parallela a riva. Scivola sulla superfice. E’ brava. E nemmeno il culo sembra essere male. Il ragazzo chiamava un amico. Si divertono come matti a buttarsi acqua addosso e a spingere la testa dell’altro sotto. La sirena con gli occhi sembra chiedermi se voglio vedere. C’è fin troppo da vedere e quasi nulla di nascosto. La ignoro senza smuovere il suo sdegno, senza offendere la sua vanità. Semplicemente interpreto la parte del distratto. Di quello che non si accorge del mondo né di nessun’altro disastro.
Vado avanti finché l’acqua non mi lambisce le labbra. E’ acqua cheta, stagna. Anche lei è pigra e non ha voglia di lavorare. Anche le piccole onde sembrano stanche e scivolare malvolentieri. Schiacciate. E’ salata. Penso a tutti quelli che ci pisciano dentro. E a quello che lo sta facendo proprio in quel momento. Facendo l’indifferente. Ho le dita dei piedi intricate tra una quantità enorme di alghe. Non ricordavo ci fossero anche le alghe a Rimini. Forse non ci sono mai state. Forse non sono alghe. Immergo per un attimo il viso. Riemergo mascherato di un brandello di una rete sottile di nailon. Appeso c’è un galleggiante, un sughero che pare un orecchino. Penso di apparire come uno di quei pirati. Oltretutto non riesco più ad aprire l’occhio destro. Mi brucia. E più lo strofino e più brucia. Decido di proseguire. E l’acqua mi entra in bocca. O arrivo in Jugoslavia o non arrivo. Saltello nuovamente per risalire e prender fiato. Ancora due passi. E due passi ancora. Poi mi rassegno. Non arriverò mai da nessuna parte. Mi rassegno e comincio a bere.

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tazzina di caffèOgni volta è un po’ come le altre. E’ per tutti così. E’ solo che non mi ero mai soffermata a pensare. Non che sia una lettrice comune. Credo. Non ho passione per quei romanzi d’amore. Prendo il libro e lo soppeso per le mani. Lo guardo e lo rigiro. Sempre un po’ affascinata e un po’ dubbiosa sulla copertina. E mi prende una sorta di impalpabile ansia. Sfoglio le pagine. Palpeggio la carta. Questa ruvida. Quella liscia. Gli occhi ubriachi dei caratteri. A volte piccoli. A volte leggibili con facilità. E mi interrogo. In quella sorta di sospeso dubbio e paura. In quella inquietudine c’è della speranza. E della paura. Spero che sia quello che cerco. Spero che mi faccia sognare. Che mi sia amico e compagno. Cerco una improbabile conferma nel piccolo estratto della quarta, se c’è. Non trascuro nulla. Passo alla seconda per il riassunto. Poi alla terza per avere notizie dell’autore. Sempre cercando di non farmi un’idea precisa. Poi inizio cautamente a leggerlo. Se mi prende con foga. Mi immergo e non esiste più il mondo. E’ lui il mio mondo. Non colgo rumori, non trovo resa alla stanchezza. E’ solo verso la fine che, che se mi innamora, patisco due sentimenti contrastanti. Non mi chiedo mai come va a finire. Semplicemente c’è la fretta di consumarlo e la delusione per quando sarà finito. Vorrei correrlo di un fiato e allo stesso tempo che durasse per sempre. Leggere è una esperienza che preferisco realizzare comoda. A letto, con la luce del comodino. Ho sempre pensato che la spiaggia sia il posto meno adatto. Che tolga un po’ del piacere. Sarà per la sabbia e il caldo. Sarà per il vento. E’ che a volte si è costretti a fare di necessità virtù. E’ il destino della storia iniziata, la curiosità che si insinua sotto la pelle. Non saprei resistere ad aspettare. E leggere è comunque un buon metodo, dottrina per passare il tempo. A volte scorre così bene che me ne accorgo in ritardo. Mentre sono immersa nella lettura quello che veramente mi infastidisce è sentirmi osservata.
Sentire il disagio di un’attenzione estranea è forse il disturbo che odio di più. Preferisco ignorare una voce; come fosse un rumore che appena ti sfiora, senza lasciare traccia. Non amo piegare gli angoli alle pagine come promemoria. Ho troppo rispetto dei libri. Un rispetto quasi maniacale. Solitamente porto con me un segnalibri. Le poche volte che me ne scordo uso le pagine di copertina. Diversamente memorizzo il numero di pagina a cui sono arrivata. Guardo di sottecchi. Quando un estraneo non ha l’educazione di non farti pesare troppo addosso lo sguardo non c’è rimedio migliore che ignorarlo. A tutto dovrebbe esserci un limite. Si spera sempre che l’altro si stanchi e s’arrenda a quella che mi pare palese come evidenza. Purtroppo non sempre è così. Lo guardo di sottecchi e torno all’esercizio di fingere che nemmeno esista. Insisto caparbiamente e anche lui insiste con la stessa caparbietà. La mia attenzione sulla pagina ne viene distratta. Paziento. Potrei uccidere una persona per così tanta stupidità. Non l’ho guardato. E’ abbronzato da far rabbia. Non è male. Gli occhi sembrano un gran bel paio di occhi. Chiari. Anche se li nasconde dietro i consueti occhiali. Un po’ privi di profondità. E’ abbastanza alto, almeno credo. E sufficientemente muscolato, ma non da dar noia. Il costume è un po’ poca cosa. Striminzito. Da cacciatore da spiaggia. Proprio il minimo indispensabile, anche meno. Nero. Alla fin fine è un bene che non trovi il coraggio. Ci mancherebbe solo quello. Nel medesimo tempo mi chiedo che voce può avere. Dov’ero rimasta? Sicuramente profonda. Altrettanto sicuramente non priva di inflessioni dialettali. Probabilmente priva di argomenti. Preda di una stupidità non scevra da cafonaggine. Sicuramente di quelle voci che credono di poter prendere. Aggredire. Affascinare. Fortuna che ho il naso tra le pagine. E non ho la minima intenzione di toglierlo. Forse dovrei mettere nuovamente la crema. C’è il rischio che mi scotti. Ho una maledetta pelle sensibile. Provo anche il fastidio di non poterlo fare. Sarei costretta a smettere di ignorarlo. Almeno a fingermi altrove. Con rischio che sia uno di quei cafoni che si offrono. Che con finta gentilezza chiedono se hai bisogno di aiuto. Se possono fare loro. Ho un po’ di avversione per questi tipi da spiaggia. Per la loro convinzione che possono tutto. Per tutta questa umanità dedita al divertimento semplice e veloce. Del tutto è possibile. Di queste generazioni che vanno di fretta. Mi chiedo per che tipo mi ha presa.
Valerio dice che l’impazienza non è il peggiore dei miei difetti. Ma lui è così noioso. E geloso. Dice anche che dovrei smetterla di discorrere tanto con le cose. Non so se lo dice come difetto o come che. Questa attesa mi sta sfibrando. Mi angoscia. Mi ha fatto sete. Ci si sente sempre a disagio in situazioni simili. Un po’ curiose e un po’ squallide. Con la coda dell’occhio mi controllo. Tutto a posto. Niente fuori. Non mostro che quello che si può mostrare. Forse un po’ di più. Appena un pelo. Cioè… ho un attimo di panico. Mi sistemo lo slip. Il tempo sembra fermo come l’aria; rarefatta. In realtà paiono passati anni. Non può essere più che un attimo. Al massimo qualche minuto. Il sole rimbalza nelle sue lenti oscurate. La bocca disegna un sorriso che sembra beffardo. Io ingoio il mio, sorriso. Era scappato da solo. Involontariamente. Credo che avrei bisogno di una doccia. L’aria mi si appiccica addosso. Tutto si è fermato. Il brusio solito si tacita. Pare l’anticamera dell’esplosione di un temporale. Il cielo è completamente sereno. Di un azzurro impertinente. Sono nel libro e non ci sono. Non è possibile diversamente. Il silenzio tra noi ha preso un po’ di complicità. Persino quell’ignorarci sembra quasi un gioco condiviso. Comunque sembra interessato. Diversamente si sarebbe già arreso. Avrebbe interrotto quel gioco di niente. Di mutismi. E’ come se si fosse manifestato un segreto tra noi. Come se lui cercasse di leggere i miei pensieri. Come dovrei fare io con lui. Invece fingo di leggere il libro. Mentre non mi è più possibile. Ignorarlo diventa una palese affermazione che sono presente. Che ho cognizione di lui. Che mi sono accorta che è là. E’ come una sorta di attesa. Una sfida a chi cede prima. Ha un braccialetto d’oro al polso. Una cosa di un certo peso.
E’ assurdo venire in spiaggia e non fare nemmeno un bagno”. Alla fine si è deciso. Mi ha disturbata e mi ha interrotta. Mica posso fingere di non aver sentito. Forse alzo un po’ troppo la voce: “Com’è”?
Me lo rimangio subito. A volte sono impulsiva. Torno a ignorarlo sfacciatamente. Come supponevo la voce è calda. Dev’essere anche bella quand’è tranquilla. Ormai mi ero convinta che avrebbe rinunciato. E’ quasi un gioco per me. Non stacco gli occhi dalle pagine: “Naturale”.
Ormai ha vinto la paura. Superato quel primo scoglio. Il mare è tranquillo. E’ già meno timido. Secondo me non ha il vizio del fumo. Non riesce a trattenere lo sguardo sul libro anche se ha finito di cercare di leggerne il titolo: “Mi pare… prende”?
Gli concedo uno sguardo distratto e interrogativo e distaccato: “Una coke light, grazie”.
Per un attimo rimane senza argomenti. Si allontana scuotendo la testa come per chiarirsi le idee. Ha un bel culo.

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Insenatura a PonzaSi parlava stamattina, appena svegli. Nemmeno il tempo di aprire gli occhi e c’è già qualcosa di cui parlare. Mettiamo apposta la sveglia prima per non restare magari con una parola in sospeso. Dicevo, si parlava stamattina e tutto era nato da una frase di un’amica di blog: “ho comprato il mio primo bikini dopo 16 anni”. A parte la naturale e spontanea battuta ironica che m’era venuta e che naturalmente non ho postato: “Spero che nel frattempo avessi qualcosa con cui coprirti”. Comunque Lei mi parla del valore del bikini. Non è che io sia proprio un fulmine di guerra quando si tratta di capire. E poi non ho mai messo un due pezzi. Dopo “enne” tentativi ho il sospetto di aver approssimativamente capito di cosa volesse parlare. Mi spiega, con pazienza certosina, “Intendo il bikini come metafora. Pensa a…” e mi cita tre amiche blogger che, proprio in quanto blogger, non sono qui amiche reali ma valgono come prototipi di pensiero; e poi la loro attività di rete garantisce quell’anonimato necessario. Mi spiega che mentre la prima si chiede quando troverà il coraggio di indossarlo, una seconda fa circolare per tutta internet le sue foto al mare, appunto, in bikini, e la terza non lo mostra ma racconta che subito dopo la tal foto se l’è tolto per un’abbronzatura integrale. Accidenti, mancata per un paio di minuti. Devo ammettere che non ero al corrente della ricerca di quel coraggio da parte della prima. Le donne parlano tra loro e poi pretendono che noi si sappiano le cose. Ora lo so. Aggiungiamo che la mia compagna, cioè, come ben si sa Ross, voleva riferirsi al bikini come strumento di seduzione. Onestamente anche questo lo trovo un azzardo. Abbiamo incrociato al porto una giovane figura di donna, che sembrava uscita da una rivista di moda degli anni sessanta, che indossava una tutina, top e pantalone, bianca. L’ho rammentata perché il suo vestire certamente copriva meno della media dei bikini nazionali, mostrava anche il resto per una questione di trasparenza ed era usato assolutamente come strumento seduttivo. In realtà come richiamo per allodoli e uno doveva averlo già trovato perché, seppure attempato, le avvanzava accanto. Comunque la serata, fino a che mi è dato sapere, e scorsa tranquilla, fino ed oltre i fuochi artificiali che son stati sparati proprio sopra le nostre teste. Ora non so quando l’amica blogger troverà quel coraggio e se lo troverà. In spiaggia non mi sembrerebbe un grande azzardo, per andare ad una funzione religiosa o civile, magari in municipio, sì. Inoltre il bikini conta anche a seconda di come è riempito; credo. Nelle sue foto la seconda amica pare voler dire: “Guardate che gran pezzo di figa sono, cosa vi siete persi e vi state perdendo”. Nella realtà magari è solo una foto al mare ma stiamo chiosando liberamente. E anche La mia compagna sorride e condivide autonomamente questa riflessione. In realtà potrebbe aver ragione aggiungendo che una, o più, foto non mostra tutto. Sarebbe fin troppo semplice se la seduzione fosse legata esclusivamente all’abbigliamento. Verrebbe da dire: la seduzione no ma la provocazione e l’attrazione sì. L’abbigliamento può diventare un invito. Certo non mi sono mai sposato solo per il fascino di una, che ne so, scollatura. La parola scollatura, meglio precisarlo, non è precipitata in questo testo e in questo punto per puro caso. Qualcuna si lagna degli uomini che le sbirciano nella scollatura per qualcun’altra sono cafoni quelli che non lo fanno, ma non lo dice. Comunque, proseguendo, la terza nemmeno mostra, promette un domani migliore, anche spostato solo di pochi minuti. In quel caso veste in modo seduttivo solo le parole. Passa oltre e alla seduzione cerca di aggiungere la provocazione. Onestamente mi sono perso e onestamente mi chiedo cosa centri un bikini da poco comprato dopo lungo tempo. La risposta dovreste chiederla, a questo punto, a Lei. Però sorge un piccolo problema: Lei è praticamente priva di vanità, e non per una questione di possibilità o di età: almeno nei miei confronti i suoi occhi sono pieni di seduzioni. Pare, per quanto la conosco e per quanto Lei stessa confessa, ne sia sempre stata immune. Che anzi rifiutasse e rifuggisse lo stesso gioco e che male sopportasse anche le lusinghe dei maschi in tempesta ormonale. C’è da ammettere che la mia compagna, cioè, come ben si sa Ross, è un caso a parte, da analisi, ovvero, almeno in questo caso, una teste che non fa testo, ovvero un caso limite, più unico che raro. La vanità infatti è virtù diffusissima non solo fra le donne anche quando ben simulata. Se una giovin donzella afferma che vorrebbe essere bella come la tal dei tale è perché si aspetta che il suo lui le dica che lo è, anche se con un’acrobazia di grande virtuosismo grammaticale sull’etica e sull’estetica. Certo le occasioni non sono solo figlie dell’avvenenza e lo sono poche volte della seduttività. Parlo di occasioni anche quando la storia o l’avventura va a finire con il partner sbagliato. E’ facile sbagliare l’altro. Parlo cioè di quantità non di qualità, un sorriso ammiccante spara al mucchio ovvero solitamente e destinato a uno ma ad un tale. Solo il futuro saprà dire chi è quel tale. Che senso ha tutto questo? Semplicemente mi sono divertito. Se c’è un senso spero lo darà Lei cioè la mia compagna, cioè, come ben si sa Ross. In realtà c’è un secondo stato del post: anche questo post è una metafora: la metafora di un post. Il lettore, credo, io, per quanto mi riguarda, conto due lettori, compreso me. Dicevo che il lettore della rete quasi sempre cerca il chiacchiericcio anche leggermente pettegolo, vuole entrare nei fatti, per quanto dichiarati, delle persone. Vuole spunto per questa forma di amicizia virtuale e per parlottare. Argomenti per animare dialoghi che spesso sfociano in un conviviare da salottino del tè. Parliamo di corna? In realtà io mi intestardisco a postare racconti e raccontini che quasi mai hanno qualcosa a che fare con me o con una realtà vissuta. Oggi, con questo, spero di non perdere anche la mia unica lettrice, cioè la mia compagna, cioè, come ben si sa, Ross. Il mio timore è dato per la mia poca dimestichezza e piacevolezza nell’esprimermi su vizi e virtù di persone reali (o quasi). Mi rifiuto cioè qui di fare di fare il saggista dei sentimenti e delle debolezze. Preferisco farlo inventandomi dei personaggi. Osservando loro. Resta in sospeso la questione di un bikini: di che colore sarà quel maledetto due pezzi? E quanta superficie di pelle coprirà? E soprattutto riuscirà la nostra eroina blogger ad indossarlo in tempi ragionevoli? Le ho risposto che se porta il bikini noi le possiamo mettere a portata di bagno un meraviglioso mare.

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