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Posts Tagged ‘Spigone’

Michele sorride. “Questo posto mi piace proprio”.
Silenzio. A volte il silenzio dice tutto. Lui non è mai stato bravo, a stare in silenzio. Non era bravo nemmeno con le parole, dette. Per quello nemmeno a raccontare bugie. Mai stato bravo. Ed era come se gli mancasse qualcosa. Non c’era mai stato, ma era come se conoscesse quei posti. Forse perché quei posti, in fondo, son tutti uguali. Forse solo perché erano quei fantasmi che sfioravano quelle foglie, in quel leggero rumore come di sciabordio; quel fantasma. Forse più semplicemente perché lei ne aveva parlato. E scritto. Ma lui non era bravo, e a volte le parole gli scappavano.
Cercava parole gentili. Per questo l’aveva detto. Solo per compiacerla. Come una carezza. Il posto non aveva nessuna colpa. Il posto era bello. Gli piaceva veramente. Lui era felice. Felice di stringerla tra le braccia. Di cercarla in un bacio. Di essere finalmente con lei. Ma c’era un passato a rimestargli nello stomaco. Avrebbe voluto gridare: “Pazza”! Gridare: “Fermati”! Gridare con tutto il fiato che aveva in corpo; nei polmoni. Come se avesse il potere di tornare indietro. Di cambiare il passato. Come un pazzo mago del tempo. Ma era tardi. Irrimediabilmente tardi. Non puoi gridare ieri. Quale leggerezza? Nel momento che era lì avrebbe voluto esserci sempre stato. Liberarla di sé. Che lei non fosse sola. No! non era sola. Peggio. Era solo sola con le sue paure. Col suo segreto che non voleva uscire dalle sue labbra. Con quel rancore a cui non aveva mai trovato tregua. Con la sua incapacità di perdonare. Chissà se ne sarebbe mai stata capace? Il dopo cambia le cose. Troppo facile guardarle così. Ma forse lui sapeva solo sbagliare. Non poteva capire. E questo serviva solo a rendere ancora più difficile tutto.
Certo che era una pazzia. Certo che era inutile. Lo sapeva da sé. Lo avrebbe capito chiunque. Non poteva farci niente. Non in quel momento. E le ferite restavano aperte. E non riusciva a perdonarsi nemmeno le colpe che non aveva. I pugni in tasca. Già! i pugni in tasca. Esserci. Gli anni di mezzo. Strana generazione la loro. Avevano vissuto una rivoluzione che non c’era mai stata. Avevano sognato e trovato la paura dei sogni. Tutto cambiava intorno, ma troppo in fretta. Loro erano incapaci di cambiare così in fretta; di cambiare comunque. Ma loro non erano più. Semplici sopravvissuti aggrappati a gravidi rimpianti. E non lo voleva più. Non voleva essere che se. Che il proprio passato. Non era onesto ricordare quei ricordi. Ricordi non suoi. Gli occhi a scivolare su quegli spazi. Solo per fuggire i suoi. Stringerla con quella tenerezza che non aveva potuto. Che poi ognuno decide per se. E decide per tutti. E condanna anche gli altri; incolpevoli.
Mica lo puoi sapere, prima. Sei sballottato in mezzo. Tra sensazioni e sentimenti e, appunto, rabbie. Credi di possedere le cose. Di, appunto, poter decidere. Tu sola sei (ed eri) il mondo. Nemmeno gli amici più cari ti possono portare via da te. Ti possono fare compagnia. Gli regali solo la tua apprensione. E loro a soffrire con te la tua sofferenza. Senza poter intervenire nelle cose. Perché sono amici. Perché se vuoi sentirti dire un “auguri” non possono dirti “mi dispiace”. Non possono chiederti “sai cosa fai”? Perché non lo puoi sapere. Mica ti è mai successo. Lo credeva facile. Cominciava a capire quanto è doloroso. Avrebbe voluto cambiare e cominciava a capire che non si può. Anche lui non poteva essere che lui. Non sarebbe stato mai nulla di diverso. Lo era già in quel primo bacio. E gli amici non possono che mostrarsi felici della tua finta felicità. Che darti quel senso di vicinanza. Che cercare di renderti tranquilla. In fondo la vita va anche sfidata.
Già allora. Quell’uomo, allora. Già la prima volta. La loro prima volta. Succede. Non era stato bello; ma mica lo puoi raccontare. Niente era stato bello. Non come avrebbe voluto. Non come aveva pensato. Forse non lo è mai, bello. Forse è così la vita. Forse è questo amare. Forse perché ci si aspetta di più; troppo. E lei si aspettava. Almeno quello lo sapeva: non lo avrebbe rifatto. Ma non poteva tornare indietro. Un uomo può anche farsi perdonare. Certo non lo aveva fatto. Non era più in tempo. Ormai. Ma quanti no avrebbe dovuto dirle? Certo che le cose le doveva fare lei. La vita era la sua. 33 anni e non sentirli. Pessima età. Chiedetelo al cristo. Era veramente finita. In quel momento. Poi sarebbe ricominciata. E Michele avrebbe voluto gridare “Basta”! Anche per quello era tardi. Mica era colpa del posto.
Questo posto mi piace proprio”.

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poesiaDi silenzi
erano fatti quei boschi
e passi, leziosi
passi senza peso
scivolati nel vento.
Ah! le parole difficili
E quelle facili.
E quelle foglie, quelle frasche
e quegli stessi passi
conservano il segreto
(che non è più)
e scordano il ricordo
perché è facile aver pietà
tra tanta pace
anche di sè
per non girarsi indietro;
senza girarsi indietro.
Cosa c’è dietro?
Chi lo sa?
solo la voglia di non volgersi
e una promessa mal riposta,
per chi non ha orecchie,
e una filastrocca da imparare.
E cosa c’è davanti?

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