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Posts Tagged ‘Spinola’

Questa è una storia vera, potrei giurarlo sui figli di Armando che ne ha cinque. Pioggia o meno esco di casa per lusingare il lupo solitario che vive a casa mia. Mi reco alla solita caffetteria perché sono solito farlo pressoché da sempre. Entro e dietro un leggio una bionda anonima legge con voce di pochi colori, che si sofferma, pezzi brevi di prosa a poche persone che vorrebbero solo gustarsi un caffè. Certuni cercano almeno di darsi un tono. L’ascolta anche l’assessora con un sorriso soddisfatto che la fa sembrare persino più donna. Lei non mi vede né io la vedo. Non debbo nemmeno passare l’ordinazione perché ormai mi conoscono. C’è un che di imbarazzo in ogni persona e ogn’uno crede di dover dire sottovoce. Dal banco mi allungano la tazza, la pastarella e uno sguardo che pare spiegare “Porta pazienza“. E’ un’iniziativa, forse, meritoria. Metto solo un cucchiaino di zucchero ma il caffè è troppo dolce. Avrei preferito incontrare Annastella ma solo un pazzo può uscire con un tempo simile e mi preparo a tornare. I piccoli paesi di provincia sono sempre più colmi di insidie e pericoli.

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E’ tanto che non parlo di Spinola. Dalle elezioni, credo. Ho vinto anche se non ne sono proprio del tutto certo. Mi sembra non sia cambiato nulla. E poi è stata un’esperienza deludente. In giro si parla di amicizia. E’ stata un’esperienza non positiva proprio perché ho perso un amico. Tranquilli, niente di tragico, nessuno s’è fatto troppo male; semplicemente è finita un’amicizia. Un’altra. E io non amo pagare su questo piano. E allora torno a parlare di Spinola per tornare a parlare di Martino. Ve lo ricordate Martino? Non fa nulla. Lo trovate qui e qui e in altri posti del mio blog. Anche se non ne ha uno di suo è quasi sempre presente nel mio Diario di Spinola. Anche sotto mentite spoglie. Persino nei panni di un dio. Non quello. Un altro. Uno di seconda mano.
Era aprile, credo di ricordare. Comunque era una giornata calda e c’era il sole. Ci si conosceva di vista. Era seduto al Bar da Clara con Gerardo. Ora che ci penso è un po’ che non sento e non vedo Gerardo. Resto incorreggibile. Non posso scordarmi gli amici per strada. Devo farmi un nodo sul fazzoletto. Insomma si prendevano un caffè, o uno spritz, o quello che diavolo volevano. Ci si conosceva appena. Di vista. Ciao. Ciao. Niente di più. Incontri in sede politica senza entusiasmi. Ero stato avvertito di non fidarmi. Ma io sono come san Tommaso. Martino mi chiama per chiedermi perché lo evitavo. Mica lo evitavo, solo non lo cercavo. Non ne avevo motivo. Mi dice: “Perché non mi aiuti?”. Mi dice: “Si andrà alle elezioni.” -bella scoperta. Mi dice: “Sono il partito socialista.” -la modestia non è il suo forte; sapevo che erano pochi, non così. Mi dice: “Sono un leader. Mi manca solo un progetto”. -hai detto niente.
Come ho detto allora e non ripeto ora ero rimasto molto deluso. Avevo voglia di fare, ma non di fare più dell’umano. Avevo un sindaco un po’ fascistorso da cacciare. C’era la solita sinistra che fa a fare la bella addormentata. Come se non volesse partecipare alla competizione. Penso che la tensione elettorale gli faccia paura. Per farla breve non riesco a dire di no. Sostiene di essere socialista di sinistra e diverso. Già! è incapace persino di rubare. Apro tavoli di trattative e lui viene a vedermi trattare. Lo presento a chi ha cercato di dimenticarsi del suo nome e lui mi lascia fare. Garantisco per lui e lui annuisce. Lo faccio persino dentro il suo stesso partito. Lì si sbilancia. Propone il programma per i socialisti a livello provinciale: aprire un blog. Per inciso non sa fare nemmeno quello e non l’ha fatto: fatica a rispondere ad una mail. E non c’è nessuna cattiveria nelle mie parole. Tutto vero persino le congiunzioni. Brutti tempi per la politica.
Cerco di dirgli che un leader lo è perché lo riconoscono gli altri. Mi precisa che è un leader comunque. Lui, e solo lui, lo sa. Lo metto al corrente dei problemi del comune. Dei precedenti politici e delle precedenti esperienze. Lo proclamo capolista e lo incorono. Stendo un programma elettorale. Lo difendo davanti a quel grande pachiderma in letargo che è il PD. Trovo un candidato per le primarie. Un buon candidato. A lavorarci bene avrebbe anche potuto vincerle. Da indipendente. Ma questo senza tradimenti. Non con questi figuri. Gli presento le persone adatte per completare i posti vacanti in lista. Quelle che gli lasciano dubbi le scarto. Mi occupo di creare e persino di distribuire un minimo di propaganda. Manca solo che mi metta a scopare la sede del suddetto Partito Democratico. Alla fine mi accorgo che ci litighiamo sempre più spesso; e per un non nulla. Ho un sospetto. Affronto l’argomento. Me lo conferma: non si fida; ha paura che lo voglia fregare.
Se ne fossi capace ci sarebbe stato da ridere. Non ci riesco nemmeno ora. Avrei fatto tutto quel lavoro per lui, e su sua richiesta, solo per fregarlo. Nemmeno doveva apparire il mio nome, come sempre, in quella lista. Non mi avrebbe arrecato nessun vantaggio e non me l’ha dato. Naturalmente serve un pretesto per rompere e me lo offre. Presenta il tutto pubblicamente come opera sua. La cosa non sarebbe nulla solo che invece di presentare i socialisti come parte della lista e del programma presenta lista e programma come socialista. No! socialista proprio no. Oggi se ne vergognerebbe anche il buon Sandro. Per farla breve lo lascio fare quello che vuole. Non ho alternative. Ultima lite; quella definitiva. Ormai era diventato un tormentone. Fa l’offeso. Mi toglie persino il saluto. E lo toglie anche a Gerardo che nemmeno ha messo becco nella disputa. Per semplice solidarietà. A quel punto non posso fermare l’ingranaggio. Completo la lista. Mi ripeto che è l’ultima volta. E vado verso le elezioni amministrative.
Io non lo so… insomma… boh! Vinciamo, naturalmente. I risultati non contano. La lista (senza il mio nome) prende il 6%, sei per cento. Seconda a sinistra, quasi un punto in più dei dipietristi. Ma questo non centra. Il risultato dei superstiti socialisti nemmeno lo riporto. Uno zero prima della virgola e troppi dopo. L’ultima volta mi dicono di averlo visto graffiato, aveva litigato con se stesso mentre si faceva la barba. Nemmeno lui però sa se era una questione politica, di principio, importante, un pettegolezzo o se era indeciso per un cucchiaino o due nella tazzina del suo caffè. La verità è che non sopportava che a me riuscissero le cose di cui lui non era capace. La realtà era che non riusciva ad accettarsi; ad accettare i suoi limiti, la sua mediocrità. E’ ancora un leader ma non ha nemmeno la maggioranza del suo stesso corpo. Insomma alla fine, politicamente e umanamente, mi sembra che se non abbiamo perso almeno non ha vinto nessuno. Aiutatemi a spingere che il mondo si sta fermando.

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spinolaMagica è la notte ma nemmeno la politica scherza.
Se non s’è più parlato più di Spinola, qui, non è per una sorta di timidezza, o di diffuso pudore. Quelli che ne parlano lo fanno ai pettegolezzi. In fondo una città, seppure piccola, si riconosce anche e soprattutto per quelli; nei suoi vizi. E’ lì che riscopre la sua vera identità. Nelle storie di letto e di corna. Storie che non sono mai state troppo frequentate, qui. In fondo cos’è una macchina ferma in una piazzola, al buio? E’ nient’altro che una sorte di piccola poesia della memoria. Sono talmente rare che rischiano d’essere i posti più affollati. Tutto il resto sono case su case. Rumori e grida. Un formicolio cieco. Altro posto non resta se non il sagrato dopo le funzioni; d’altro canto il posto più adatto per denunciare i peccati e i peccatori. A prestarci orecchio ne escono di storie da raccontare. I mostri si annidano sempre dietro quattro mura, all’interno di un quadretto domestico. Dietro l’aspetto del bravo marito e del buon padre di famiglia. Sotto le vesti e, appunto, nelle mutandine dell’irreprensibile casalinga. Ma tutti sono in fibrillazione: in orgasmo per quella che chiamano ancora democrazia. Si vota. Beh! non proprio tutti. Qualcuno, come sempre, vive le cose di tutti in modo differente. E ne ha piene le palle. Ma sono gli altri a fare i rumori della città. Sembra quasi una città viva e vera. Invece è solo la parvenza di una città. Come dice sempre e ostinatamente Lei: solo un racconto ironico di una realtà parto della fantasia.
Gira da tempo un tipo strano. No! nulla di preoccupante. Per esserlo è innocuo. E’ solo uno di quelli che raccontano rodomontate. Che le spara grosse. A saperlo nemmeno ci si farebbe caso. Al massimo un alzar le spalle. Il fatto è che te lo ritrovi. Giri l’angolo ed è lì. Vai a vedere un balletto – il massimo della mondanità qui a Spinola – e ti appare nel palco con un opplà. Te ne vai a correre al mattino presto, un po’ per l’aria fresca e un po’ per startene in santa pace, e te lo ritrovi al tuo fianco. Vai al bar ed è sulla porta. Non che entri, non aspetta nessuno. Da appuntamento alla gente che non viene. Nasconde le mani. Poi dice che mica è stato lui. Poi dice che sì! che è stato lui ma che scherzava. Insomma un tipo così. Uno di quelli che cerchi solo se hai una figlia brutta, ma proprio brutta, che nessuno vuole, perché speri che ci caschi altrimenti ci giri al largo. Che se ti invita per il caffè inventi persino un lutto anche se di quel caffè ne avresti veramente bisogno. Ché se parla non c’è rischio, la catalessi è certa. Se non fosse una cosa troppo azzardata per lui lo penseresti testimone di Geova.
Sembra, ma le voci paiono tutt’altro che infondate, che lo stesso si sia messo in mente di fare il sindaco. Beh! nemmeno questa sembra sua. Gliel’hanno messo in testa. Almeno ci prova, cioè lo fanno provare. Lui finge di crederci e lo fa che lo diresti convinto. Da un po’ circola persino una sua fotografia, formato gigante (e senza lapide). Il nuovo che avanza; sorridente. Lì sorride e anche a sorridere ha quell’espressione ebete. Da bravo ragazzo che non sarà magari mai un genio, non avrà mai un lampo, ma almeno non si infila le dita nel naso. Al massimo lo fa assicuratosi che nessuno lo veda. E anche per foto dice lo stesso niente. Ma un niente garbato. Di quelli che se proprio devono almeno lo fanno di nascosto. Di quelli che glielo leggi in faccia quando cercano di fare quelli proprio furbi, perché l’espressione da furbo proprio mica la sa fare. Di quelli da cui non ti aspetti certo una marachella. Che si prendono la colpa al posto degli amici perché un aspirante colpevole così perfetto è persino raro trovarlo. Che anzi dicono in anticipo “sono stato io” che non si sa mai che qualcosa non resti mai impunito. Insomma non fosse fastidio sarebbe miserevole compassione. E lo riaccompagneresti a casa per timore che non ritrovi la strada o che resti in circolazione.
Certo che anche quella di Abigail Rose Clancy è stata grande. Che lui nemmeno sapeva che di secondo nome facesse Rose. E mica sapeva che, come per la favola, gli sarebbe cresciuto il naso. E poi tutti a riderci. Carina era carina, anche troppo. Troppo perché basti cambiarle il nome. Con lei era impossibile vederlo. Nemmeno se gli avesse parlato in italiano che è lingua che lei non conosce affatto e lui non mastica troppo bene. Certo non era farina del suo sacco. D’altronde quel sacco vuoto e stato lasciato da lungo in un cantuccio. E poi chi non si è mai fatto passare per una simpatia di una gran gnocca? Il gallismo italico. Siamo tutti tentati di raccontarla alla grande. “Pfui!!! Sai quella… Io… quante ne voglio”. Frasi così se ne sono sentite a uffa. Ci si ride sopra. Si finge di crederci. “Pensava di essere ad Arcore”. Le sue grandezze. O alla villa Certosa. Con tutto, cioè quel poco, all’aria. La trovata della povera, e bella, Rose è stata una grande trovata ma si sa che le bugie hanno le gambe corte. Certo non quanto quella di far scrivere una lettera senza che il mittente lo sapesse. Una lettera che invitava i cittadini, naturalmente, a dare la preferenza al suo schieramento. Ma lui non si sarebbe accontentato di così poco come farla scrivere senza che lo stesso mittente sapesse. La fa scrivere ad un verde per invitarlo a invitare a sostenere gli assassini anche dell’ultimo albero, dell’ultimo filo d’erba, se non vengono fermati prima. E alla fine potrebbe anche arrivare a sostenere che l’avrebbe avvertito, il mittente, cioè l’ignaro scrivente, non fosse che per il piccolo particolare quasi irrilevante: lo stesso scrivente risulta deceduto.
Insomma non parlassimo di una città di fantasia, quando ci riferiamo a Spinola, non fosse questo un semplice racconto ironico e non ci si riferisse puramente a personaggi immaginari ci sarebbe di che preoccuparsi, ma così, come stanno le cose, non ci resta che ridere, oppure, come dice il povero comico, piangere, o almeno toccarsi affinché non capitino mai cose simili nella realtà.

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spinolaBuona la prima. Si affaccendano. Come api attorno al favo. C’è grande movimento, torno al Bar da Clara. Il tempo sta volando. Non è come per la foto. Non si può fermare. Qui restano sospesi; sorpresi. E’ il grande fuoco della politica. Forse, magari, per qualcuno, non è un angoscia nemmeno tanto nobile. Si sa che c’è sempre chi ci perde qualcosa. E chi ha qualche piccola ambizione da soddisfare. Tutti per il bene comune. Gira già un volantino. Dalla presentazione di quel candidato verrebbe da aggiungere “santo subito”. Maria Teresa di Calcutta era un nulla alla sua presenza. Davanti ai suoi impegni. Eppure si accontenterebbe di una sedia da assessore.

E’ che quel tempo scade. Dopo sarà troppo tardi. E’ l’attimo. Tutti con una cartelletta sotto braccio. Tutti a cercare di parlare con tutti. Ognuno che si informa dell’altro. Per cortesia. In realtà sperando che le preoccupazioni siano comuni. Anche che l’altro sia messo peggio. Abbia un ritardo maggiore. E tutti pronti ad offrirlo quel caffè. L’aria di sfida cavalleresca è palesemente finzione. Questo va. Quello resta. Quell’altro spera. Quell’altro ancora si propone. E quell’altro infine si candida. C’è anche chi ha tradito sapendo di tradire. Si! sono gli ultimi istanti per la presentazione delle liste. Nelle cartelline ci sono i simboli; i fogli firma; la carte burocratiche. Fermate il mondo…

Io li guardo e bevo il mio caffè. Ha il sapore dei miei giorni migliori.

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matrioskaIo non le scrivo, le favole. Non lo sapevo. E’ una scoperta recente. Recentissima. Le favole le vivo. Le porto negli occhi e nel cuore. Forse non diventerò adulto mai. E la stavo guardando. Non le riuscivo a staccare gli occhi di dosso. Era impresa impossibile. I suoi racconti, cosi freschi e teneri, legati a quell’età, cantavano, da apparire nonsense. Se non l’avessi visto stenterei e mi stupirei a crederlo. Lei, gli occhi limpidi. La pelle di porcellana, quanti pessimi narratori come me l’hanno descritta così? Con quegli anni che sono sempre belli. Con quella donna già donna in quel corpo di rugiadosa ragazzina. Già angelo e capace di volare. Con quella leggerezza che solo gli angeli più belli hanno. Sottile tanto da potersi flettere anche se è solo un sospiro. Lei era una nota disarmonica nel mezzo dell’armonia. Dov’è il tuo schiaccianoci innamorato? E quel tuo soldatino di stagno? Anche se non l’avessi vista ce l’avevo davanti agli occhi.
Se si può vivere anche a Milano con un piccolo sforzo si può cercare di farlo anche a Spinola. In quella città della fantasia che è Spinola. Fuori da qualsiasi libro. Persino dalla cronaca. Dove il deserto è fin troppo vario. Non c’è un palco. Non un vero palco. Quattro assi senza profondità e dietro un drappo da niente. Tela di tessitrici stanche e in pensione. Fatta per la polvere. E la musica stanca delle note metalliche e scordate di un carillon. E la luce ne cercava la sagoma, i contorni, di Biri. Piccola, giovane, fata, che entrava disinvolta nel mio mondo di fate. Angelo tra gli angeli, prima che io lo potessi sapere. Amata da chi ho amato e amo. Troppo uomo per capire. Un po’ schivo, impacciato, e un po’ ruffiano. Forse persino incapace di immaginare. Tra la polvere, senza polvere. Certo nessuno ricorderà che è avvenuto qui. L’uomo senza occhi ne cuore restava muto. Inconsapevole. Mentre tutto gli accadeva davanti. Ma la vita fa capolino, a Spinola, con appuntamenti lontani, interessati. Come animali di circo vengono a pavoneggiarsi quelli che credono di contare, o lo vorrebbero fare. Col vestito di festa. Che odora di muffa. Inutile farne i nomi. Sarebbe troppo onore. Lo fa troppo bene Lei. Io me ne stavo in silenzio credendo di tenere, e di nuovo, tutto il mondo in una mano. Io, vecchio pirata di mari mai navigati. Io, in viaggio per l’isola che non c’è. Io l’avevo già scritta una storia. Abbastanza tempo fa. Una storia fatta di polvere e malinconia. Una storia non nata per restare dentro uno stupido post. Una storia con gli occhi pieni di passato.
Lei invece il suo sogno lo aveva tutto davanti. Qualsiasi sia. Tutti i suoi sogni. Era la ballerina di ogni suo gesto. Quella di quella e di mille storie. Delle vere favole. Anche smessa la calzamaglia. Il busto ritto. Gli occhi non ancora sporcati. Privi di malizia e pudore. Non aveva bisogno di salire sulle punte. Con la forchetta e il coltello danzava sulla pizza. Ne straziava la carne con dolcezza. Ne traeva ogni sospiro. Infilzava le patatine facendole sanguinare di Checiap. Le mani a scriverne le note. Nessun gesto era inutile. Sarebbe stata ballerina anche se non avesse mai ballato. Era nata ballerina. La fronte fiera alla luce. Capelli di luce raccolti. Anche i battiti di ciglia si sarebbero trasformati in applausi. Nacchere di cicale. Si sentiva amata. Lo esigeva quell’amore, dovuto. E imponeva a tutti di guardarla. E nell’ascoltarla non coglievo le parole, ma solo suoni. Intanto il grande regista della vita si accingeva a scrivere una partitura tutta per lei.
Il mago del tempo, io lo conosco bene. Con lui ho contrattato. Da lui ho cercato di rubare qualcosa di passato. Persino lui, che credeva erroneamente di tenere i fili, si sbagliava. Non c’erano più affetti, né attori; restammo solo spettatori. Lei spense tutte le luci tranne una, con un gesto di saluto. Volteggiò attorno a quell’unica luce come una falena. Leggera come senza peso. Sospinta dagli ohhh!!! degli stupiti. E lasciò la sala restando in tutti dentro gli occhi. Anche in coloro che non ne avrebbero mai conosciuto il nome. Poco importa. Un nome è solo un nome. Forse uno vale l’altro. L’avevo ammirata stupito, non ero pronto per un’emozione. Mai ho desiderato tanto di saperle scrivere, le favole; anche quelle che non so immaginare. Lei mi aveva ricordato, ancora una volta, che l’importante, alla fin fine, è viverle.

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spinolaChe vi devo dire… qui non succede molto, anzi non succede niente. Se però lasciamo un attimo in un cantuccio la riservatezza e la modestia dobbiamo ammettere che anche Spinola ha una storia. Una storia magari relativamente vicina e con le gambe brevi ma pur sempre una storia. Terra di migrati e di urbanizzazione recente, spesso la memoria tende a tradire e quella storia si scopre storia altra, ma non è poi difficile accertare la verità.
In realtà noi, CiccoBello, ce l’avevamo già prima che quelli di Roma. Quello romano era nessuno quando il nostro era già qualcuno. C’erano ancora, allora, ai suoi tempi, le grandi sigle [DC, PCI, PRI, PLI, VERDI, che proprio sigla non è mai stata, PSI, etc. (Sembrerà impossibile ma c’era quasi un unico partito socialista e anche numericamente consistente)] e lui era in quota ai socialisti (lasciamo stare invece che quello romano può campare più diritti solo perché lui è passato attraverso tutte quelle sigle, se non ne ha dimenticata qualcuna, e grazie al fatto che riesce bene nelle vignette). E Zazà (ve lo ricordate Zazà?) correva, allora, a procurargli i voti, al CiccioBello nostrano. Per quello Zazà continua a correre, e corri oggi, e corri domani, a volte si fatica a evitarlo. Oggi non ha più una vera meta e te lo ritrovi da per tutto. Ma non voglio certo parlare male dei compagni socialisti. Non ho nessuna particolare acredine con loro. Per parlarne ci sarà modo di parlarne, anche presto. E per parlarne male si arrangiano da soli. E poi sono socialisti solo a parole, chissà perché se non hanno nemmeno più la tessera? I socialisti, quelli socialisti, qui, oggi, sono altri. Meglio? Peggio? Difficile dirlo.
Il nostro CiccoBello detto anche WaterSoToMama, ma forse è meglio rimandare il rimando alla genesi di questo secondo appellativo (chissà poi perché debbono essere proprio le madri, che l’hanno dato, a storpiare il nome dei figli?), è una parte consistente di questa storia. Politico raffinato, per queste parti, è stato sindaco dei tempi d’oro e ancor oggi, a grande distanza, per tutti non è solo il migliore ma “il Sindaco”. E lui esce di casa solo nelle grandi occasioni.
Erano quelli i tempi d’oro della politica. Magari non avevano mai una maggioranza ma, come si diceva allora, da soli non si governa, e lui le maggioranze se le sapeva creare, e anche cambiare. Erano tempi di sviluppo, i condomini crescevano come funghi, le cooperative cooperavano e parevano avere il ballo di San Vito tanto sbocciavano a batter d’occhio. Ma c’era ancora spazio per costruire, non come oggi che per una villetta nuova, non di quelle che crescono con la scusa di restauri conservativi e poi scopri che il vecchio garage in lamiera, conservato, ha sempre avuto l’anima, nonché lo spirito, di una villa, quando non di un intero condominio. Si diceva: non come oggi che per una villetta nuova si deve abbattere qualcosa perché non c’è più spazio nemmeno per fermarsi a chiacchierare.
A volte, CiccioBello, lo si può incontrare ancora, per le strade di Spinola, col suo sorriso bonario. Rimpianto dai molti; ha lasciato i suoi orfani che ad ogni tornata sognano o minacciano un suo ritorno. Esistevano, allora, ancora i comunisti e non si vergognavano di farsi chiamare comunisti. Vestivano come vestivano quelli della Piazza rossa e avevano lo stesso irrigidito portamento, come avessero infilato loro una scopa. Beh! ora molti di loro si sono accasati altrove, con quelli che hanno vinto, ma qualcuno sostiene ancora di esserlo, comunista. Se ne sta magari al calduccio, nel grembo dell’amministrazione, confuso oggi con gli forzaitalioti, con in tasca quella stessa tessera, ma di tanto in tanto, all’occorrenza, si ricorda di essere “comunista”. Misteri di questi strani anni. Che sia questa la fine delle ideologie?
Quelli erano tempi d’oro perché almeno sapevi di non sapere, non come oggi. Allora votavi da una parte e i tuoi voti potevano benissimo andare dall’altra. Metti che vincessero appunto quei mangiapreti dei comunisti, succedeva spesso e potrebbe succedere ancora, qui, a Spinola. Quelli, i mangiapreti, per prima cosa si ingraziavano le due parrocchie e poi, quasi sempre, il primo uno che alzava il dito per un qualche chiarimento, al primo accenno, anche niente di grave, potevi esser certo, che forti del senso di governo, zak! e metà dei consiglieri passavano sulle poltrone di fronte; a fare i democristi. Mica cambiava il sindaco, questo però è ancora così, nemmeno ora cambia il sindaco, proprio come allora, ma allora il gioco era semplice, semplicemente cambiava il colore del governo. Lo so che forse non sono stato chiaro ma provateci voi… avevi votato per la sinistra e scoprivi di aver votato per la destra. Si! ma gli uomini erano gli stessi; erano sempre quelli che avevi votato tu. E lì capitanava sempre CiccioBello. Questo ti faceva stare più tranquillo, o quasi. E poi i soldi e i mattoni non hanno mai avuto nessun altro colore e odore che il loro, cioè quello dei soldi. E i soldi sono rimasti soldi, schei, franchi, un vero colpo de culo.
Poi, una volta ha provato a mettere qualcuno al posto suo, ma la cosa non ha avuto un buon risultato. E’ stata una parentesi. Ha scelto una donna e quella s’era messa in testa di fare di testa sua. Che poi era anche donna. Figuriamoci. Valle a capire le donne. Ma questa è un’altra storia.
E poi allora, a sinistra, c’era un ricambio di quadri continuo; vuoi mettere… In quel grande partito che era il PCI non c’era proprio il pericolo di morire di noia. Solo quello di morire democristi ma con la mentalità di allora era quasi un augurio. Uno di meno.

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Gala cara (o economica?)
bustaTu lo sai che io amo le battute. E permettimi di prendermi queste confidenze come forse non dovrei. Mi spiace solo che tu ti sia fatta quella opinione anche se spero sia solo una licenza da blogstar. Non posso pensare che dietro la tua gentilezza ci sia qualcosa di diverso dalla gentilezza. Non ci fosse questo grave problema, di trovare parcheggio durante le ore più frequentate, non sarei costretto a lasciarla, come dici tu, dietro all’angolo. Anche causa la mia pigrizia la fermerei proprio lì davanti, la mia astronave. A questo proposito avrei piacere di potertela far visitare. Non è un granché. Certo, nel frattempo, sono usciti modelli nuovi, più funzionali, più veloci e anche più lussuosi. Per tutti i soldi sono quelli che sono. E’ un modello economico che consiglio anche a te. Mi permette di uscire da queste cose spaventose. E’ un vero problema per me quando molti faticano a credermi. Già è tutto così difficile. Aver vissuto così tanto e tante volte, e così intensamente. Essere l’erba che non avrebbe dovuto mai più ricrescere e invece trovare ancora aria da cui farmi accarezzare. Vigilare sul muro della vergogna (non ho mai avuto modo di attraversare le cose con ordine, dovresti saperlo). Scoprire l’America è poi scoprire che c’era già qualcuno (è stata la mia più grande delusione). Preferisco non dilungarmi che non sempre ricordare mi è piacevole. La cosa peggiore è discutere con lui, sempre così facile a lasciarsi prendere dall’ira. Non che io possa vantare una pazienza maggiore. E lui per dispetto dice che sono il diavolo e mentire affibbiandomi mille nomi. Sono pettegolezzi. Sono calunnie. Io sono una persona modesta: sono Satana e nient’altro; e non lo dico con l’aria di chi si vanta. Dall’ultima volta che sono morto, dalla mia ultima operazione, forse a causa delle protesi bioniche, forse perché me ne possono aver iniettata qualcuna non di grande qualità, insomma da allora, la mia facoltà di concentrazione è più faticata e sono ancor meno paziente; con tutti i pericoli che questo comporta. Non certo per te che sei sempre così cortese. E’ solo che i tuoi occhi e il tuo sorriso, e anche il resto, permettimi di non dilungarmi in particolari, mi ha distratto. Io non li vedo proprio. Quello che tu chiami professore, cioè Albio Trovati, ho avuto modo di conoscerlo ancora durante la missione di Cartagine. Essere inutile. Ancora ci si trova, tra reduci, a chiederci che sale ha sparso. Essere inutile, dicevo, ma noi non gli si è mai data troppa importanza. Lo si utilizzava solo per lavoretti di poco conto. Eppure ha sempre avuto questa sua capacità di trovare qualcono disposto ad ascoltarlo; da imbrogliare. Per tua completezza di informazione devo però correggerti perché è sempre stato riconosciuto come un perfetto stronzo, un rompi cazzo (scusa il francesismo) e soprattutto uno stupido integrale. Avesse conosciuto, come ho avuto modo io, quei due o almeno uno dei due, cioè Carlo o Antonio, non direbbe quello che dice. O forse si perché non sa quello che dice.
Non avessi tutte le età che ho avuto ti porgerei un galante baciamano ma restando con i piedi per terra ti chiedo scusa per l’impertinenza e spero di farmi perdonare con un abbraccio, anche se teletrasportato da Andromeda, cioè da M31 (da dove non mi sarà possibile rientrare prima di cena).
Beniamino

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