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Posts Tagged ‘spocchia’

raccontiVedeva quello che avveniva alle sue spalle, attraverso la vetrina, nell’immagine riflessa, speculare. Come amava quella parola. Il manichino era impeccabile, pronto per una notte di festa. Non era proprio il suo genere. Di soldi non gliene restavano molti. Era distratto. Pensò succedono tutte a me. Una piccola folla si era radunata. Sentiva quella voce incerta. Ancora non capiva cosa stesse succedendo. Aveva voglia solo di andarsene e nessun posto in particolare dove andare.

Avevano fatto tutti i loro conti, alla fine gli avevano dato lo stesso quel nome, anche se non era nato quel giorno. Gente pratica, contadini, non usi a perdersi in futili chiacchiere. Ormai avevano deciso e perché tornarci? Vorrà dire che sarà augurale. E a prenderci ci avevano preso. Però forse li avevano sbagliati quei conti.
Si sa com’è quel giorno, la Domenica è quasi sempre così, gran brutta bestia cioè giornata, la Domenica. Si presenta dal mattino. Spocchiosa, solitamente promette senza sapere se può mantenere. Il più delle volte delude. Irritante; quasi come se fosse un giorno diverso dagli altri. Solo perché l’ha deciso da sé. Si gonfia tronfia facendosi annunciare; irritano tutte le sue campane, la Domenica. Quelle campane e quelle non richieste. Mica ti puoi distrarre. Magari c’hai anche da fare, la Domenica. Ha deciso ch’è festa. Magari vorresti non fare. Startene lì qualche attimo di più. Persino quel dio s’è dovuto adattare. Forse è per quello che, che che se ne dica, e insista il sacro pontefice, deve aver fatto un gran casino quel giorno; il giorno che ha diviso i sessi ops… i generi. Continuava a contarli: uno, due, due, due. Insomma a fermarsi a quel due il conto non gli tornava. Uomo (Adamo pare), donna (Eva naturalmente), e poi… Beh! Vedrò il da farsi. Poi gli deve essere passato di mente, causa la Domenica; la Domenica di mezzo. Sì! me ne sono convinto: s’era dovuto mettere fretta per quella causa della festa, della Domenica, appunto.
La Domenica Domenico era un tantinello indisponente, ma non è che per gli altri giorni fosse meglio. Fin da bambino si sentiva predestinato. Si ergeva a giudice. Per precisione di cronista ad unico giudice. Le parole faticavano a srotolarsi nella sua bocca, ma questo non lo faceva desistere; almeno così dicono. Le accumulava. Le addossava le une alle altre. Le sceglieva con la massima cura. Certo che a volerle cercare ce n’erano di parole. Persino in una sola lingua… da perderci il conto. Alcune poi lo facevano proprio andare in solluchero. Amava, ad esempio, in modo particolare il termine concettuale. Avrebbe voluto essere lui stesso l’Essere che lo aveva coniato. Invidiava con tutto il suo disprezzo quell’uomo. Ma farse lo aveva fatto e al momento non se ne ricordava. Più erano tronfie, le parole, più gli sembravano opportune. Se ne, sempre si narra, pasceva. Infondo non era che uno di alcuni per i quali la forma vale ben più della sostanza. Eppure era nato da gente che conosceva la terra; ma di questo s’è detto. Solitamente quella gente bada al sodo; ma anche di questo s’è detto. Forse non proprio modesta, ma almeno pratica. Vagamente però sembra che ci fosse uno zio.
Non era, Domenico, per le banalità. Dato per assodato che erano tutti gli altri che sbagliavano lo annunciava con grande spreco di misericordiosa pazienza. Qualche volta pure con misericordiosa impazienza. E qualche volta anche perdendo un po’ le staffe, ecchediamine! e maledicendo il padre e anche lo spirito santo; quasi come se anche lui fosse umano. Non sopportava gli errori altrui. Anche quando non era vero. Se non lo avevano fatto, di errare, certamente lo avrebbero fatto, o prima o poi. E poi perché cavillizzare o andare per il sottile, le grandi verità, le annunciazioni, mica hanno bisogno di certi umani riscontri. E soprattutto non tollerava l’ignoranza. Certo che ad essere pedanti qualche volta sbagliava pure lui; non l’avrebbe mai ammesso. Magari succedeva proprio con le parole più semplici, quelle d’uso comune. Le usava così di rado. Forse era per quello. Sono quelle le più carognose, dove ci si incespica, le parole semplici. Forse perché si da per scontato. Forse perché si usano da sempre. Non ci si sta tanto a pensare.
A fare il saggio aveva imparato perfettamente le mosse e i vezzi. Certo che continuare a dare poesie alle rape non doveva dare grandi soddisfazioni. Forse era quello. Forse le rape hanno bisogno di acqua, quando la terra è troppo secca. Per la poesia sono poco portate. Le sue rape non erano certo un bel vedere. Non erano nemmeno da portare in tavola. Meglio lasciare la terra. E poi il suo habitat naturale era la città. La grande città, mica quelle piccole cittadine di provincia. Quella proprio grande, dove passano per strada le persone, e le opportunità. Dove puoi sempre trovare qualcuno che è disposto a starti ad ascoltare. Meglio se eterna. Piena di storia e di cultura. Quella statua, Marco Aurelio, gli dava grande soddisfazione. Lo stava paziente ad ascoltare. Era un gran bel pontificare, lì, nei pressi dell’altro pontefice, quello col cupolone, in testa e sopra la testa. Così gli piaceva: non essere interrotto per stupide stupidità.
Solitamente si invitava alle feste a fare l’ospite d’onore, naturalmente. Un giorno è uscito distratto. Mica s’era vestito quel giorno. Era proprio nudo (ma guai a cercare di farglielo notare, di dirglielo) cercando di mettere le mani in tasca per darsi il contegno. Nudo anche di una nudità un po’ passatista. Gli occhi pieni di luce che suggerivano intelletto. Si fermò come a riflettere. Qualcuno lo vide fermo e si fermò. Raccontò a quei passanti la venuta di un altro cristo. Stavolta di quello vero. Perché non credergli se lui ne era tanto convinto. Perché disilluderlo. Ma si sa come son fatti i bimbi. In quel caso una bambina. Non proprio una bambina. Nemmeno una ragazzetta. Nessuno riuscì a trascinarla oltre. Curiosa era curiosa. Birichina come sanno esserlo solo loro. Non che non ci fossero stati precedenti. E’ quella mattina che interessa. Nemmeno quella volta era Domenica. Certo si preparava una festa. A voler ricordare era un lunedì. Un inutile e tedioso lunedì. Di quei giorni che sono come se la gente non avesse nulla da voler fare. Forse era anche per quello che si era fermata. Forse era anche per quello che gli aveva fatto, la ragazza, l’improvvida domandina: “Perché te ne stai lì tutto nudo ad arringare e con così piccoli argomenti“. Che non fosse troppo rispettosa di suo lo era sempre stata, la ragazza. Lui cercò di convincerla che proprio piccoli non erano. Lo so che il racconto sta scadendo nel licenzioso. Lui cercò di dar colpa alla vista. Certo quella giovane donna doveva, a suo dire, aver bisogno di buoni occhiali. E buone e pazienti orecchie, si vuole aggiungere. Altri si unirono ad ascoltare. Tra questi qualcuno volle anche dire la sua. Per tutti nudo era nudo. Pare stia lì ancora a spiegare come la sua nudità sia nudità di esteta, di dio. Sia parvenza di nudità. Sia vestita di mille cose che l’occhio non allenato non sa cogliere. Anche al cronista parve nudo. Si adattò alla propria ignoranza. A tanta eloquenza non poteva corrispondere una così povera verità. Decise che si sarebbe limitato semplicemente ai fatti, ma a lui sembrava proprio come quel re; nudo.
Che poi va bene il verbo, ma si dovrebbe pure declinarlo. E a dire le cose o ad ascoltarle è una cosa, ma a capirle e ben altra cosa. Ma io, blasfemo, non mi posso lagnare. Io che per giunta mai sono stato nemmeno simoniaco (qui il termine, per essere pedante, è usato per adoratore di immagini sacre; frega niente se deriva da Simon Mago). Che poi le citazioni danno quell’aroma di dotto, erudito, e sono gratuite “e a un dio fatti il culo non credere mai“. Si dice che Domenico sia ancora lì a parlare, ma che man mano la folla s’è diradata. Si dice stia riflettendo se incamminarsi verso piazza del Campidoglio. Se ne dicono tante.
Naturalmente questa è solo letteratura. Ogni persona o fatto o cosa è frutto di pura fantasia.

Dopo, ma solo dopo, venne l’uomo. Quell’uomo venne da lontano. Venne dal tempo e dallo spazio. Inconsapevole, come ogni nuovo giunto. Dispose le sue cose con ordine, ma questa è un’altra storia o almeno è la stessa storia ma vista da altri occhi o la stessa storia solo che scritta sui bordi delle pagine.

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