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Posts Tagged ‘stanze’

III. Le fortune capitano sempre alle altre. Giuro che a me non è mai successo. Eppure le ho provate tutte. Non va più fuori di casa. Sta lì tutte le sere ad aspettarmi. Si è allontanato anche dagli amici. Trascura persino il calcio. Aspetta sperando che torni con qualche novità. Ma non tutte le sere può essere così. E allora mi interroga. Insiste. Non mi crede. Eppure lui ci riesce una volta alla settimana. In casi eccezionali due. Non può pensare che Guido sia disponibile per me tutte le sere. Che ha anche una moglie, che lo aspetta. E, non gliel’ho mai chiesto ma, credo che qualche scappatella ancora, se si presenta l’occasione, non se la lasci scappare. Anche se non vorrebbe darlo a vedere perché ha il mito di essere quello ma anche lui ha i suoi limiti. E certe sere sono veramente stanca. Anzi mi va sempre meno.
Potrei finire di confonderli: Alfio con Guido o Guido con Alfio. Lo so che non sarebbe possibile e non è possibile. Debbo tutto a Alfio. Con lui sono diventata grande, un’altra. Ho imparato a credere nel futuro. Ad assumermi responsabilità. Una vita fatta di fatica ma anche di obiettivi. La sua è una sorta di forma di voyeurismo delle parole. Come una malattia. Per lui sono più desiderabile perché mi sa desiderata. E questo gli mette più voglia, più fretta, ansia. Però, se è possibile, è anche più frettoloso. Di più pretese. Più superficiale. Ama le mie tette e tutto di me attraverso il mio racconto di come le gusta un altro; l’altro. Senza quel pensiero non riuscirebbe a desiderarmi. Senza vedere le mani dell’altro su di me. A cercarmi. A frugarmi. A provocarmi emozioni intense. E nella sua testa è presente. Vuole imitare. Vuole competere. Vuole il suo posto in platea e sul palco. Per lui conta più quello che le mie parole gli suggeriscono, quello che riescono ad infiammare nella sua mente, che la realtà che ha davanti. Ma io non sono uno psicologo. Non sono in grado di analizzarlo. Mi salvo solo la vita.
Ma debbo tutto a Guido. Lui mi ha ricordato che ero donna. Mi ha fatto sentire donna. E me lo ricorda. Anche se forse non posso dare tutte le colpe a lui. Forse sono stata proprio io l’artefice di tutto. Forse aveva ragione Alfio e sono una puttana. Forse lo sono sempre stata, senza saperlo. La verità è che con Alfio non è mai stato così bello. Ma forse è proprio perché è Guido. Perché non ho obblighi. Perché non debbo farlo. Perché ci lavoro, ed è a portata di mano. Perché è iniziata per caso. Nel modo più stupido. Come una rivendicazione. La risposta ad una debolezza. Ad un torto. O perché sono le due facce di una medaglia. E quella medaglia sono io. O almeno ero perché alcune cose si trovano e molte si perdono. Andare con Guido, cioè fare all’amore con lui, o meglio, diciamo le cose come stanno, scoparci mi imbarazza. Non tanto per quanto, dal momento che sono stata come spinta fra le sue braccia proprio da mio marito. E’ come se fosse diventato un dovere contravvenire al dovere. Insomma mi sento confusa; dentro in testa.
Guido stava diventando quasi un altro marito. All’inizio con lui, sembrava diverso. L’inesperienza? La stupidità? Il fatto che non ci credevo? Che non mi riconoscevo? E in testa mi ero detta: allora è questa la passione? Per loro, gli uomini, la libido? E’ questo che fa di una donna una puttana? Un’amante? –cercando di ripetermi che era solo sesso. Che non mi potevo lasciare coinvolgere. Ed era come se con lui c’era un’altra donna. Poi è diventato abitudine. Noia. Ho avuto l’impulso di dire basta. Cominciavo ad averne abbastanza. E non sapevo come uscirne. E Alfio, per mostrarsi più uomo, di quel loro stupido gareggiare, è diventato ancora meno attento. Meno ricco di premure e più di frette. E a ben guardare anche Guido. Nonostante la sua sciolta prosopopea. Le sue arie. Le sue certezze. Quel pelo di arroganza. Anche con Giudo è cambiato, me ne rendo conto. E’ finita la meraviglia; la sorpresa. Ora è come se fosse normale. Se glielo dovessi. Ormai siamo amanti. Gli spetta di diritto. Il prezzo degli amanti. Strano, come ho smesso subito di provarne vergogna.
Dopo quella prima volta, per un po’, è stato un crescendo di esigenze e di richieste. E poi, pian piano, tutto è diventato ripetitivo e monotono. Lui che si slaccia i calzoni. Io che mi tiro giù le mutandine. Tutto alquanto meccanico. Altrettanto squallido. Quasi privo di fantasia. Ed erano solo ricordi quei primi giorni. O le mie solo illusione. Quello che credevo. Che mi ero messa in testa. Forse quel desiderio irrefrenabile, irresistibile, lo vedevo solo io. Forse per lui ero solo la soddisfazione della preda. Il suo modo di farmi sentire abbietta. Infedele. Sapendomi la donna di un altro. Il suo sentirsi più uomo. Ero disponibile a tutte le sue fantasie e richieste come se non ci fossi. Se il mio corpo non fosse più mio. Se gli appartenesse. Mi sentivo lusingata ma il resto, l’incanto, è finito quasi subito.
Una sera, dopo la chiusura ha voluto in ufficio. Mi ha detto che non poteva più resistere. Che il mio profumo da solo lo faceva perso. Che era tutto il giorno che mi guardava e che mi desiderava. Che aveva rischiato di fare una stupidaggine. Lì per lì ne sono rimasta compiaciuta come una stupida. Aveva fretta anche perché lo aspettavano a casa. E mi ha presa sulla scrivania. Ed è stato scomodo e estraneo; mentre lui mi spiegava quanto ero brava e quanto lo facevo godere. E mi riempiva di epiteti irripetibili. Strappandomi anche le calze. Mi ripromisi che questo non lo avrei raccontato a Alfio. M’era sembrato troppo… squallido. Me ne vergognavo troppo. Ad Alfio ho raccontato solo dopo qualche sera il fatto della macchina. Ma non anche la fine. Ho evitati i particolari che mi sembravano troppo imbarazzanti. E troppo personali. E che avrebbero anche un po’ messo in cattiva luce il mio amante.
Il fatto è stato che anche lui, come tutti gli uomini, o almeno i pochi che ho conosciuto, dopo i primi giorni ha smesso di ricordarsi di me preoccupandosi solo di sé. Per me è diventa una cosa tecnica. Mi sento usata. Toglitele. Fammela vedere. Apri le gambe. Ancora un po’. Fai così. Mettiti cosà. Oggi ciò questa fantasia. Questo Ghiribizzo. Quello che ho raccontato al curioso cornuto, perché è giusto chiamarlo come si merita, è che una sera, tornando, ancora in macchina, a Alfio è venuto uno dei suoi soliti capricci. Non ce la faceva nemmeno ad aspettare di arrivare a casa. E così… ho voglia delle tue labbra. Non ero ancora del tutto abituata a tutte le sue stravaganze. Lì per lì nemmeno avevo capito. Me l’ha fatto intendere senza nemmeno troppa delicatezza. E qui mi sono fermata con il racconto perché il suo piacere è stato solo il mio disgusto. unicamente un conato di vomito. Ho soddisfatto il desiderio di sapere di Alfio con un “Sì! Abbastanza. Forse; è stato bello”. E me la sono cavata dicendogli che ero molto stanca quando avrebbe preteso di farlo allo stesso modo. Due volte in una giornata, e con la parmigiana sullo stomaco, non sarei riuscita a trattenere il rigurgito.
Quando ho incontrato Samuele mi è stato tutto chiaro all’improvviso. Quasi non l’avevo riconosciuto; era da allora. Era cambiato molto. Un po’ di pancetta. Molti meno capelli. Gli occhiali sulla punta del naso. La stessa timidezza di allora. A pensarci bene tutt’altro che affascinante. Ma ci siamo incrociati, dopo tanto, per puro caso. E come un fulmine ho capito. La persona giusta, comunque la persona che passava al momento giusto. A casa aveva una moglie e due bambini. E un lavoro privo di soddisfazioni e di certezze.
Così ci perdiamo un po’ in chiacchiere. Andiamo a prendere un caffè. Debbo insistere. Non ho molta pazienza. Debbo inventarmela. Per me è tutto chiaro. Ma il mondo di ognuno è diverso. Dopo tanto tempo due dovrebbero avere molte cose da dirsi. Non mi sembra. Fatico anzi a trovare argomenti. Lui ha un sorriso opaco. Non scrive più poesie. Non si ricordava più nemmeno di averne scritte. Penso a noi due. La nostra storia è stata breve e nemmeno molto intensa. Soprattutto è stata molto virtuale e assolutamente innocente, cioè platonica. Qualche bacio. Se ci penso ha provato timidamente ad allungare le mani, anche lui poco convinto. E molto impacciato. Gliele ho tolte. Com’ero stupida. Sempre stata. E lui mi ha chiesto persino scusa. Mi aveva solo sfiorata. Ora quella storiella banale mi sembrava bella.
Ho preso il coraggio a quattro mani. Anche se… perdio: sono io la donna. Possibile che… eppure allora… Ho interrotto il fiume di parole con cui cercava di celare l’imbarazzo e gliel’ho chiesto direttamente io, senza perifrasi e senza stare nemmeno troppo attenta al tono della voce: “Sam, starei a parlare con te per giorni interi. Lo sai. E sai che quello che ti dico non l’ho mai detto e non lo direi mai. Mi conosci. E nemmeno è facile ma… Scusa se te lo dico. Non è che ne ho voglia. Per dirla tutta nemmeno ci pensavo. Ma come ti ho visto me n’è venuta. Voglia. Il nostro ricordo mi fa impazzire. Perdere la testa. Se non andiamo subito finisce che ti salto addosso qui. Davanti a tutti. Scusa, ma ho voglia di scoparti”.
Ma io”…
Cerca incredulo di sottrarsi o almeno tergiversare. Lo metto all’angolo con un classico del genere «o ci stai o ti sputtano cioè libido e terrore»: “Non puoi dirmi di no. Hai presente Meg Ryan in Harry ti presento Sally ”?¹
Ma io”…
Era allibito: “Nessun problema. Ce l’ho io il posto”.
E non avrei detto di Samuele né a quel buono a nulla di Alfio né a quello stronzo di Guido. Doveva restare un segreto tra me, Sam e il mondo. E dopo la prima gli ho concesso anche il bis che, poveretto, è rimasto senza fiato. E mi sentivo libera, finalmente libera. Libera e innamorata. Disinibita. Scatenata. Era quello l’amore ed era fin troppo facile. Ce l’avevo a portata di mano; povera stupida. Bastava prendere l’iniziativa. Dirlo per prima. E non lasciargli il tempo di replicare. Del dubbio. Della paura. Del rimorso. Gli uomini sono esseri, in fondo, molto semplici. Basta sbatterli in un letto e togliergli le brache. Anzi, a volte nemmeno quello. A volte basta togliersi le mutandine o far vedere che non le hai messe. Anche solo mostrargli un po’ di pizzo. Appena l’attaccatura di una tetta. Basta un certo sorriso. E si mettono in trappola da soli. E con lui ora ci vediamo ogni martedì e ogni venerdì; i giorni in cui dovrei essere a yoga.
E nel tempo mi son fatto furba. La storia con Guido langue, è quasi finita. Ci si vede sempre più raramente. Sono io che ho cominciato ad evitarlo prima che sua moglie si insospettisse. Ci mancherebbe altro… Alle numerose e ossessive curiosità di Alfio rispondo con la fantasia e… Nel frattempo ho anche letto “Memorie di una gheiscia², e altro. Il che aiuta. A lui va bene e nemmeno se ne accorge anche se riciclo cose passate e già raccontate. Gli basta il niente ormai per eccitarsi. E a volte nemmeno il tutto funziona. Mi sono accorta di aver sempre sognato questa vita. E anche lui ha quello che ha sempre anelato. Una moglie sempre pronta, quelle poche volte. Brava a fingere. E un bel paio di corna in testa. Mi dice che sono porca. Forse è vero. Lui mi voleva porca e porca sono diventata. Mi dice di peggio ed è tutto vero.
Samuele alla faccia della pancetta, dell’incipiente calvizie e della sua aria svagata e da sognatore squattrinato non ne ha mai abbastanza. Se ha una pausa basta e avanza la mia fantasia. Gli ho dato tutto e anche di più. Anche quella soddisfazione che avevo sempre negato a tutti. A tutto il resto ho smesso di pensare. In fondo si tratta della mia vita. E se ho voglia di qualche distrazione me la prendo. Senza tanti rammarichi. A cuor leggero. Non so cosa ne pensa lui, Samuele, non gliel’ho chiesto. Per dirla, l’unica cosa che facciamo poco è parlare. Lui non è mai stato troppo loquace. Io solitamente vado di fretta. Non arrivo all’appuntamento per rifarmi una cultura. Vado solo per riempire questo buco dentro. Per sentirmi meglio. Soddisfatta. Appagata; in tutto. E poi il suo parere non avrebbe nessuna rilevanza. Sono una donna libera. Alla faccia di Gloria. Della sua invidia. Della sua perfidia. Ora che avrebbe di che parlare è in malattia e all’oscuro di tutto.


1. Harry ti presento Sally (When Harry Met Sally…) film di Rob Reiner; 1989.
2. Memorie di una geisha di Arthur Golden. Tea editore 2008.

Le foto sono state trovate, come tutte le altre, nella rete e non hanno nessuna relazione con quanto poi si racconta.

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Era da un po’ con non lo vedevo. Avevo letto il suo messaggio; ero di fretta. Poi mi cadde lo sguardo su quel necrologio. Perché avesse mosso la mia curiosità non lo so? Forse per l’età? Forse perché non lo facevo tipo? Forse perché era la prima persona vicina che mi veniva a mancare. Forse per quelle cose che ti ruminano dentro e non sai spiegare? Nessuno degli amici ne sapeva molto. Alcuni evitavano persino di parlarne. Alla fine ho saputo quella che pareva essere la verità: si era tolto la vita. Continuavo a chiedermi perché senza trovare una sola risposta. L’ultima volta sembrava un uomo felice. Tutto preso dalla sua nuova storia. L’ultima cosa che ricordavo era un brindisi.
Ci ripensai più volte prima di decidermi. Tutti i pretesti che mi ero inventato mi sembravano banali. Alla fine conclusi solo di andare. Mi vestii alla bisogna, come si conviene per una visita di cortesia. Rispolverai cioè la mia giacca e una vecchia cravatta che mi ero fatta prestare scordandomi di restituirla. Sembravo un liceale alla presentazione alla famiglia. Pettinato con attenzione. Mi sentivo ridicolo. Ero così anonimo. Così uguale a tante foto ricordo e alle immagini per i documenti. Sarei andato anche per un funerale, o un matrimonio. Mi sono ricordato che non si deve mai lasciare a casa la maschera. Mi accompagnai ancora con tutti i miei dubbi. Vincendo quell’insolita resistenza. Non mi capita mai di interessarmi agli affari degli altri. Avevo preferito non informare della mia visita. Riflettei se era il caso di presentarmi con dei fiori ma convenni che non lo era. Passai anche diritto davanti alla pasticceria. Non avevo il minimo sospetto di cosa aspettarmi.
Cercai nel marmo la targhetta d’ottone: avv. Sereni. Mi annunciai al video-citofono: “Sono un amico di Lorenzo”. Dopo un lungo attimo un suono secco mi avvisò che era aperto il portone. La voce all’apparecchio, un po’ meccanica, mi indicò il piano. Preferii salire con l’ascensore. Mi aspettava all’ingresso. Allontanò rapidamente un interrogativo. Rinnegò quell’impaccio che ci vedeva in piedi a guardarci, a studiarci. Mi invitò ad entrare con un sorriso cortese e un gesto della mano: “Prego”. Mi sentii di accedere in un altro mondo, di invadere uno spazio confidenziale. Mi pentii della mia decisione, ma non potevo scappare. Provai un senso di vigliaccheria e di mascalzonaggine. L’aria era immobile e inodore. Priva di suoni. Così le nostre voci tintinnavano nel vuoto. La sua mi sembrò al primo istante caramellosa. Carica di ricercata ma forzata cortesia.
Mi porse la mano: “Possiamo darci del tu? vero. Non ti da fastidio”? Le sue dita si abbandonarono tra le mie, fragili. Le stringi delicatamente come per paura di romperle. Il suo sguardo diretto moltiplicava la mia inadeguatezza: “Maddalena, giusto”? Di lei avevo saputo quasi solo il nome. Dall’inizio della loro storia ci eravamo visti sempre meno. Avevo letto la sua soddisfazione dagli occhi e da piccoli segnali. Per varie ragioni non si era mai soffermato troppo su lei. A quel tempo non aveva destato la mia curiosità. Ero solo contento per lui. Poi la tragica notizia. E quel qualcosa che non si incastrava. Le disgrazie succedono, ma lui non era tipo da cercarle o costruirle. Ed era un tipo innamorato.
Non sembrava né sorpresa né confusa. “Scusami. Non aspettavo visite”. Solo avvicinandosi aveva un sapore agro-dolce. Camminava su quei tacchi con diligente perizia e i tappeti occultavano i suoni dei passi. Mi faceva strada. La seguivo da presso. A rifletterci quegli spazi promettevano una percezione di angoscia. L’individuo si sentiva perso. Piccolo. E le voci trascinavano con sé un tenue eco. Pareva mancare il senso delle proporzioni. E tutto sembrava fin troppo in ordine. Lei stessa lo era. Si accomodò su un ampio divano e mi fece accomodare davanti a lei. Sprofondai in una inaspettata comodità. Non avevo la più pallida idea da dove potevo cominciare. Non avevo nemmeno sospetti, solo un senso di malessere; confuso. E lei era donna da destare curiosità. Nemmeno seppi afferrarne il motivo.
Ti scoccia se restiamo qui”? Sembrava stesse aspettandomi. O forse aspettava qualcun altro. Il tè era ancora caldo: “Limone, vero”? Lo versò e aggiunse i due cucchiaini di zucchero, proprio come piace a me. Sorrise. Lo mescolò lentamente guardandomi negli occhi. Mi porse la tazzina. La tazzina oscillò sul piattino. Lei lo prese con il latte. Facendo attenzione a non lasciare tracce di rossetto. In quel preciso momento squillò il cellulare. Controllò il numero, mi chiese scusa e uscì dalla stanza per rispondere alla chiamata. Al ritorno spense il telefonino davanti a me spazientita con un gesto marcato a mio beneficio: “Non voglio che ci disturbino”. Poi lo appoggiò sul tavolino. Riprese il suo tè. Lo portò nuovamente alle labbra con attenzione, senza distogliere gli occhi. Ne ricavò una smorfia schifata e tornò a posare la tazzina. Probabilmente nel frattempo s’era freddato. “Allora… cosa volevi sapere”?
Ebbi la netta sensazione che lo sapesse. E non c’era nessun mistero. Nulla da scoprire. “Cerco notizie di un amico”. La cosa mi appariva ancora così… inverosimile. Mi accorsi che di tanto in tanto frugalmente si controllava nello specchio che avevo alle mie spalle. Quando lo faceva ne usciva perlopiù soddisfatta di sé. Piccole cose che non sfuggivano alla mia attenzione. Ancora non riuscivo a inquadrare quella donna. E non mi sembrava la donna adatta per lui. Qualcosa strideva. Non era come me l’ero aspettata. Non avvertivo veri sentimenti. Cercai di rompere quel mieloso incanto. Ero andato per quello: “Lorenzo aveva idee a modo suo, ma non era cattivo. Un po’ così. Da artista. Ma lui era un artista”.
La cosa più incredibile era che s’era trasformato tutto in bianco e nero. Lo realizzai solo in quel momento. I colori erano sfumati lentamente, s’erano dissolti. Tutto come un vecchio film. Con una fotografia curata. Con i dettagli eppure nitidi. Ma era come insapore. Mi sentivo finto. E la sentivo finta. Eravamo la schermaglia attenta di due persone che si esplorano. Che si cercano senza avere un vero desiderio di conoscersi. Distaccate quel tanto che basta per restarsi estranee. Diffidenti. Almeno io lo ero. E quella casa era piena di domande a cui non sapevo rispondere. Pensai alle cose più improbabili per rompere e superare quella patina di distacco. Per scuotere quella presunta saggezza. Quel finto buonsenso. L’aria da persona per bene. La sua attenzione per non provocare vere reazioni. Veri sentimenti. Impulsi. Tutto quello faceva sembrare normale l’assenza di colore. Lei riusciva a controllare ogni minimo particolare. Era solo la copertina di una rivista patinata: “Per lui sembrava tutto così importante. Ma se ci pensi”.
Restai sorpreso quando aggiunse che non aveva lasciato niente. Era un tipo sempre in preda delle sue fantasie. Un tipo estremamente creativo. Non riuscivo a crederci. Non me lo raffiguravo con le mani in mano. Ad ogni incontro non riusciva a trattenere l’entusiasmo per il nuovo suo ultimo progetto. Mi riempiva di parole e di eccitazione, persino di frenesia. Ed era curioso di tutto. La osservai attentamente senza capire. Non la sentii quando mi disse che non aveva spiegazioni. Ricordo solo che non mi parve disperata; nemmeno dispiaciuta. Era solo una sensazione. Mi sembrava passato troppo poco tempo perché fosse già tornata così padrona di sé. E la sua cortesia rasentava quasi il corteggiamento. O almeno la disponibilità al corteggiamento. Ma forse son sempre stato un briciolo moralista. “Se mi posso permettere, io penso che non si possa pretendere di più. Il problema è nel sapere accettarsi. Nell’essere quello che siamo”. Certamente sbagliavo tutto. E lei senz’altro non se lo meritava. Eppure non percepivo distinti sentimenti nelle sue pose, nella sua voce. Mi aspettavo… non so cosa, ma qualcosa di diverso. Speravo di non trovare disperazione, ma era un pensiero egoista. Certo avevo immaginato una sorda tristezza. Un muto sconforto. Di non sapere in che formule rifugiarmi. All’estremo di non essere ricevuto. Dovrei governare questa apprensione e il vizio di immaginare le cose. Di volerle anticipare.
Accennò di sfuggita a com’era bella la concordia: “Vedi questa casa”. Criticava quelli che avendo meno non sapevano accontentarsi. “Sono cose della vita. Non trovi”? Non volli contraddirla. La lasciai proseguire distrattamente. La sua voce era solo un suono. Avevo un dubbio, ma mi sembrò che quello non posso il posto adatto per esprimerlo. Nemmeno il momento. In realtà provai la percezione che quello fosse un posto dove potevano alloggiare solo certezze. E fuori non era un grande idilio. Era solo che in un qualche modo che non aveva risposta le coscienze erano assopite. E il racconto della sofferenza era semplicemente diventato indecente. La povertà vergognosa. La miseria un crimine. L’ultimo dolore rimasto era quello del cuore. Si poteva ancora morire d’amore. Se avesse continuato a parlare credo che quelle sarebbero state le verità che mi avrebbe spiegato: come governare la dignità nel silenzio.
Spesso le mie cose riesco a tenerle per me. Non mi piaceva che qualcuno avesse una parte scritta che avrei dovuto interpretare. Nemmeno io ritenevo consolatorio che alla fine bene o male c’è la possibilità di una comparsata per tutti. Non mi interessava la notorietà, non era il mio scopo e non rispondeva ai miei disagi. Ma erano loro, i miei disagi, ad essere fuorilegge. Nego che siamo tutti uguali e tutti tesi ad un fine che è quello di curarsi solo di noi stessi. Ma non vado a sbandierare le mie idee in giro come faceva lui. Ed era quel plurale che mi avrebbe denunciato. Eppure dovetti confessare che la prima impressione non le rendeva giustizia. Il tono della voce, i riflessi degli occhi o il mondo di guardarti diritto negl’occhi, le sue pose sempre attente, i gesti calcolati, il trucco curato, il corpo che si poteva intuire sotto, quell’aria disinteressata e poi attenta, il rossetto, una sorta di magnetismo, l’insieme delle cose ne facevano una donna affascinante. Non era facile distrarsi da lei. Era come se fossi sempre interessato al momento successivo. Ad avere qualcosa di più.
Scusami, ma parlarne mi mette ancora un po’ a disagio. E’ come sé fosse… Magari mi riuscirà più facile tra un po’. Con una maggior confidenza. Non mi aveva parlato”…
Provai un bisogno impellente di fumare. “Fuma pure. Qualche volta anch’io. Una o due. E’ l’unico vizio che mi concedo.” –si illuminò di un fugace sorriso malizioso– “Insomma… quasi. Soprattutto dopo… capisci?” –e spinse verso me un posacenere immacolato che non avevo notato. Gliene porsi una: “Non dovrei”. Mi ringraziò, la prese e gliela accesi. La fumò con lenta voluttà. Socchiudendo a tratti gli occhi. Trattenendo il fumo in bocca, assaporandolo con piacere per poi soffiarlo fuori con un lungo sospiro. “Non pensare che”… Avevo fissato tutta la mia attenzione su un quadro. Prima non l’avevo notato. Spense la cicca ripetutamente quasi con crudeltà, come si dovesse rimproverare di aver ceduto a quella debolezza. Fece il gesto di cercare di sentire l’odore del fumo nel suo alito. Trattenni l’istinto di sorridere. Notai le unghie perfettamente laccate. E affilate come rasoi. Sospettai che dietro quella patina si nascondesse una belva. Fu il pensiero di un attimo. Ammorbidì i tratti del suo volto: “Resti per cena, vero? Non puoi… Faccio in un attimo. Intanto ti faccio vedere la stanza”.
Ora che ci penso non credo di aver visto in tutta la casa un libro. Né un gatto. Né segni del passaggio di bambini. Non in quelle stanze. Sembrava un set. Persino la cena era stata ottima ma non c’era nessun odore di cucina. Ed era stata fin troppo veloce. Di proposito ero stato attento a non eccedere col vino. Lei mi incoraggiava ma io volevo mantenermi lucido. Diffidavo. Solo una certa circospezione in fondo a me. Il bisogno di sentirmi rassicurato. Una casa troppo grande. Degli agi a cui non ero abituato. Tutto troppo facile. Il rimpianto per un amico. Un letto soffice. Una donna che non era mia. Abbassai la luce. Mi aspettai di sentirla bussare alla porta. Forse lo sperai. Di sentila scivolare nella stanza. Immaginai il modo. I suoni. Mi illusi che lei si aspettasse che fossi io a cercare la sua stanza. Ammetto di esserne rimasto dolcemente deluso. Tornai a sentirmi stupido. Non riuscivo ad aver voglia di dormire.
Trovai alcune pagine di diario in fondo ad un cassetto. Era un diario stranamente a più mani. Erano storie che si reiteravano, tranne piccoli particolari erano tutte uguali. Il senso di vertigine da agorafobia. Come imprigionato in un sotto vuoto spinto. La mancanza d’aria. L’incontro con una sorta di propria immagine riflessa. Storie dell’incredibile ripetute come tanti paragrafi sbagliati. Una stampa che riproduceva più volte uno stesso capitolo. La cosa mi incuriosiva ma non riusciva ad affascinarmi. Potevano essere prove di scrittura. Lo scorsi finché non riconobbi la sua calligrafia. Mi apprestai concentrato alla lettura. Le ore correvano più veloci di quanto lo potessi avvertire. E poi la sentii anch’io, la voce. Ed ero ancora perfettamente sveglio: “Rilassati. Non resistere”.
Fu solo allora che mi decisi veramente. Percorsi il corridoio in assoluto silenzio. Non feci alcuna fatica a trovare la sua camera. Ammirai il corpo di quella donna fasciato nella vestaglia, sprofondato nell’enorme letto. La sollevai tra le braccia con cautela e attenzione. Lei non sembrò svegliarsi o almeno seppe fingere perfettamente un sonno quieto. La sporsi dalla finestra e solo allora lei aprì gli occhi e mi sorrise. Allargai le labbra e la lasciai cadere. La osservai precipitare senza emettere un solo grido, nel completo silenzio tranne il tonfo sulle pietre del marciapiede. Era ancora notte. Cercai la chiave e la trovai nel cassetto del comodino. Riordinai un po’ le cose cercando di cancellare ogni segno del mio passaggio. Mi chiusi la porta dietro le spalle e me ne andai mentre ancora tutti dormivano.

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Quando sono andato a stare a casa di Maddalena credevo di aver realizzato il più grande dei miei sogni. Avevo imparato ad amare profondamente quella donna ed ero certo che nulla avrebbe potuto dividerci. Era stata lei e chiedermelo. Non ci ho pensato un attimo. Ho raccolto le mie cose ed ero già in quella sorta di immenso appartamento che mi appariva una reggia. Stanze dopo stanze e tutte luminose e spaziose. Ricordo che mi chiesi come avremmo potuto permettercelo, anzi come lei poteva. Lo so che può sembrare un pensiero fin troppo meschino. Decisi semplicemente di non pensarci. E forse questo fa parte della mia condanna. Forse sono sempre stato un po’ avventato, e un po’ superficiale. Ma almeno inizialmente tutto sembrava volermi far vivere come in una favola.
La magione occupava un intero piano di un vecchio palazzo in stile impero. Mi perdevo continuamente tra sale e corridoi. E provavo continuamente la sorpresa di una prima volta. Non ho mai avuto un gran senso dell’orientamento, ma pensavo che sarebbe stata una sensazione solo transitoria, che sarebbe passata col tempo. Certo fin dall’inizio una cosa aumentava il mio senso di disagio: la presenza di chi aveva abitato in quegli ambienti prima di me. C’erano qua e là foto di altri uomini. Di alcuni degli uomini che erano stati i compagni nella vita di Maddalena. Soprattutto uno. Credo avesse avuto un posto speciale nel suo cuore. E che un po’ lo mantenesse nei suoi ricordi. Provavo una sorta di invidia e di stizza anche se non sono mai stati geloso in vita mia. Certo con lei è stato tutto, fin dall’inizio, diverso. Ma sorvolavo su quelli che mi sembravano meschini turbamenti, specialmente quando lei rientrava e mi era vicina. Lei era molto attenta e anche molto appassionata. Non ne parlammo mai. Perché avrei dovuto? Per sentirmi semplicemente dire con un sorriso quanto ero stupido?
Da una stanza un po’ più piccola delle altre avevamo ricavato uno studiolo per me. Ci passavo gran parte delle mie giornate. Poi tornavo a immergermi in quell’universo e a perdermici nella sorpresa che non smetteva mai. La mia era un’attesa di lei. Non uscivo mai e non ne avevo il motivo. Eppure giravo portandomi appresso quella stessa inconsistente angoscia che mi aveva accolto fin dall’inizio. Più volte decisi di dirlo ma sempre all’ultimo ci rinunciavo trovandolo ridicolo. Non c’era nulla che non andava e, come detto, quando arrivava la sua sola presenza cancellava ogni mio malumore. Intanto non riuscivo ad essere soddisfatto di nessuna mia idea. Il mio lavoro non procedeva. Tutto mi appariva banale. Scartai l’idea di fare un ritratto di lei o di qualcuna delle persone di quelle foto. Quando gli chiedevo del suo passato lei in qualche modo sviava la conversazione. Non riuscivo mai ad avere risposte esaustive, nemmeno approssimative. Solo qualche vago nome. Qualche riferimento ad un viaggio, ad un anno lontano.
Lei si dimostrò anche una bravissima cuoca. Avevo da mangiare e da bere e tutto quello che mi poteva occorrere. Quando mi annoiavo accendevo la televisione ma poi non la guardavo. Finché non mi prese una smania strana di uscire, ma dopo aver faticato a trovare la porta mi accorsi che era chiusa. Certo doveva averlo fatto sbadatamente. Ecco perché non mi aveva detto nulla. Certo era persona da avere mille riguardi e anche qualche apprensione in più. Mi aveva confessato di aver già ricevuto la visita di ladri e di essere stata derubata. Mi scordai di chiederle se c’era un’altra ragione per la quale si chiudesse la porta dietro le spalle. Né di farmi fornire una copia delle chiavi. In fondo era una smania strana e tra quelle mura non mi mancava niente. Eppure cominciai a sentire come se mi mancasse l’aria. Mi affacciavo alla finestra ma arrivavano pochi rumori attutiti di macchine. Erano rari i pedoni che transitavano e che guardavo dall’alto passare schiacciati sul marciapiede. La costruzione dava su di una via poco frequentata. Eravamo isolati ed ero isolato. Non erano finestre che raccontassero qualche storia. Era cose se si affacciassero sul niente. Oltretutto non ho mai ricevuto molte telefonate, non sono tipo da stare a parlare a una persona che non c’è, con qualcuno che non posso guardare negli occhi. Vengono proprio a mancarmi le parole. In più la linea era staccata. Ormai tutto il mio universo era circondato in quelle pareti. E continuavo a ripetermi che tutto andava bene. In verità cosa avrei potuto desiderare di più?
Ero tranquillo, immerso nel silenzio. Potevo inseguire solo le mie ispirazioni, solo che quelle non venivano più. Ero ormai un artista senza la sua arte. Frugavo in me senza trovare nessun filo, nessun bandolo della matassa. Ne uscivo nervoso ed estenuato. Le giornate si dipanavano una uguale all’altra. Erano solo attesa, ma il lavoro la impegnava sempre più. E la sera avevo preso ad accendere la luce prima di entrare in ogni stanza. Mi dava angoscia il modo in cui si allungavano le ombre sui mobili. Quel silenzio e quel buio. Persino l’odore di quel legno. La proiezione di quell’attaccapanni con le giacche appese. Non mi restava che aspettare il suo ritorno. Poi la passione pian piano si attenuò. Io continuavo a desiderarla, ma per qualche stanchezza o per i motivi più banali era sempre più difficile avere dei momenti tutti per noi; di intimità. Non ricevevamo visite. Il mondo restava fuori. Si può dire che vivevamo appartati. Ma lei lavorava molto e rincasava sempre più tardi e sempre più affaticata. Semplicemente quando mi coricavo lei era sempre già addormentata. Mi limitavo a farmi vicino e inebriarmi del tepore che emanava dal suo corpo. Quell’amore si stava trasformando in una deliziosa adorazione. E in quei nostri momenti le avrei perdonato qualunque cosa.
Ma avevo ripreso a faticare prima di prendere il sonno. Ero preda dei più strani e intricati pensieri. Mi sembrava di buttare le mie ore. Poi mi spingevo a fare un riassunto della giornata e lì non c’erra nulla. Questo non mi consolava. Mi sembrava di sfiorare qualche idea, anche buona. Persino di afferrarla. Mi sentivo in preda alla vena creativa. La pigrizia mi imprigionava a letto. Facevo ricorso alla pazienza. Di solito il sonno tardava più del dovuto. Oltre quanto è immaginabile. Credevo di sentire fuori i primi timidi rumori del mattino. Di intravvedere la luce dietro le bugie. E poi sognavo. Sognavo i sogni più strani. Intricati e tumultuosi. Ho sempre sognato molto. La maggior parte non mi lasciavano ricordi al mattino. Non li hanno mai lasciati. Tranne qualcuno che tornava ripetutamente, sia durante le ore di sonno sia poi nella giornata. Non ci avevo mai dato importanza. Una cosa però aveva cominciato ad invadere quelle notti, un’ossessione reiterata. Ora sopra i sogni c’era una voce suadente, che li sovrastava, che mi ripeteva: “Rilassati. Non resistere”. Una voce fuori campo. Non capivo quelle parole ma mi lasciavano al mattino una sorta di leggera angoscia: “Rilassati. Non resistere”.
Finché non cominciai ad avvertire un’altra presenza in quella casa immensa. Qualcuno o qualcosa che non riuscivo ad incontrare. Non ho mai creduto ai fantasmi o a cose simili e mi sentii stupido. Cercai di occupare la mente con altri pensieri. Aprii un armadio e ci trovai alcuni indumenti che non ricordavo di aver mai posseduto. C’era qualcosa di molto strano in tutto quello. Poi spalancai una porta e me lo trovai davanti. Lo fissavo e lui mi fissava. Aveva la mia stessa altezza. I miei stessi occhi. Stessi capelli. Stessa cicatrice sopra il labbro, ricordo di un incidente di bicicletta da bambino. Mi pareva di guardarmi in uno specchio. Quell’altro era la mia copia perfetta. Ero io. Scossi il capo per l’incredulità. Feci per parlare ma dalla mia bocca non uscì suono. Lui scoppiò in una risata fragorosa probabilmente vedendo la mia meraviglia: “Sì! io sono te”. Mi avvisò che doveva uscire e mi chiese se mi serviva qualcosa: “Di uscire”. Rise nuovamente: “Questo non è possibile. Non c’è niente fuori. E tu non sei ancora pronto”. Non mi serviva che la mia libertà, ma cos’era la mia libertà? Spazientito gli chiesi quando sarebbe tornata Maddalena. Parve deluso: “Allora non capisci, lei non torna. Non almeno finché non smetti di resistere”. Riconobbi la voce. Cercai di avere spiegazioni: “Devi imparare a non pensare. Non c’è altro mondo. Né altro modo”. Dentro me lo mandai affanculo, gli girai le spalle e lo lasciai lì. Accesi la tele, davano il telegiornale. Ero certo di averle già viste quelle notizie. Girai e in ogni canale la stessa voce non faceva altro che ripetere le stesse parole.
A rifletterci meglio una cosa c’era che non andava: lui, l’altro me, era mancino. Mi chiesi se lei ne era innamorata. Innamorata della mia coppia. Come avrei potuto ribellarmi? E mi tornarono nella mente le parole che sovrastavano i miei sonni. Non avevo altra spiegazione che nel biglietto che trovai e che mi aveva lasciato sul comodino: “Ogni pensiero rompe la meravigliosa armonia dell’universo”. Mi stropicciai gli occhi. Niente aveva senso. Controllai su televideo ormai senza speranza. La mia attenzione venne richiamata da una notizia dell’ultima ora da parte del ministero delle comunicazioni. Su quelli che venivano definiti piccoli e sporadici gruppi di resistenza di quattro gatti, di filosofi e poeti: “Dissentire è oltre che inutile insensato. Cosa vogliono di più in questa società perfetta”? I nostri leaders erano fiduciosi in una veloce opera di bonifica di quella obiezione incomprensibile, anzi astrusa, ed erano certi che presto anche l’Italia si sarebbe allineata con tutti gli altri paesi civili e democratici. Non mi chiesi perché la notizia mi avesse gettato nell’ansia. Semplicemente spensi la televisione. Scrissi in un biglietto un laconico: “Ti amo” –per lei. Non mi importava cosa ne sarebbe stato di lui, del mio altro io. Mi chiusi in bagno e mi immersi nell’acqua. Affondai la lametta nel polso e incisi verso l’alto per essere sicuro, poi mi misi ad attendere.

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tazzina di caffèSenza una precisa ragione si trovò a pensare a quel ragazzo di ieri. O forse per quella lettura. O forse era solo per la crudele interferenza nella sua vita di quella miope burocrazia ricattatoria? Quella lettera gli recava confusione, come un turbinio in testa. Ci sono cosa da cui non ci si può difendere. Una era il nulla di quella spietata stupidità. Incomprensibile. Strano. Non c’era una ragione precisa. Forse semplicemente perché fuori si faceva sera. Pensò al Castello. Troppo peso nella sua coscienza. Nella sua misera cultura. Quel ricordo. Un Castello di carte. Cosa era rimasto? Di quel ragazzo, si intende. Cosa era cambiato. Lo trovava puerile. Puerile e anche un poco stupido. E lui lo conosceva bene quel ragazzo; per averne vestito i panni. E forse perché li vestiva ancora. Piccoli entusiasmi istantaneamente sbiaditi. Sogni, sempre di piccole dimensioni, e dosi. Ideali. Forse come tanti ragazzi. A vent’anni si è costretti ad avere vent’anni. E anche oltre. E lui era così; sì! lo sapeva bene. Era stato solo un ragazzo. Qualunque. Stupido e forse anche un poco vigliacco. Un ragazzo dal quale, per uno strano destino, per una assurda alchimia, perché veniva in un quartiere che era il centro del mondo e alla stesso tempo la sua stessa periferia? Un ragazzo dal quale tutti si aspettavano qualcosa. Ma cosa? Persino i suoi ricordi soffrivano di una leggera forma di balbuzie. Un ragazzo un po’ taciturno. Con la testa vuota e confusa. Un ragazzo che pensava a un futuro. Da cui tutti, come detto, parevano aspettarsi qualcosa. Un ragazzo che con pervicace testardaggine riusciva a deludere tutti; pienamente. A deludere ogni aspettativa. In una sorta di inseguimento all’annullamento. Un ragazzo che non era mai riuscito ad amare nemmeno se stesso. Con la paura di amare. E il suo doppio. E il suo contrario. E ora una tazza dove il caffè si era freddato.
Pronunciava con un certo pudore, e un po’ di vergona, quel pronome: io. Troppo rumoroso. Roboante. Fin troppo frequentato di questi tempi. Avrebbe semplicemente voluto non essere. Si accoccolò sulla poltrona e riprese a leggere; Ritorno a Haifa. Forse non era rilevante. L’Italia non stava cambiando. Semplicemente si aggravava quella sua malattia. E si sentiva come parte di quella metastasi. Dopo non si può far tesoro di quello che non si è fatto. Non si può menar vanto dei propri insuccessi. Degli appuntamenti mancati. Dei fallimenti. Di quell’estraniarsi. Cosa importa quello che si sarebbe potuto essere? Quando la vita è scappata… come sabbia tra le dita. E gli era scappata. Dissolta. Aveva solo fragili ricordi. Una catasta di non fatto. E non era certo nemmeno di quelli. Che fossero. Alla fine che cosa aveva realizzato? Si era limitato a registrare le nascite e le morti degli altri. Semplicemente un contabile scrivano all’anagrafe. E a pensarci bene tra quelle due date non c’era nessun segno di vita. Nei suoi libri. Nel programma informatico dell’ufficio. Solo nato e una data. Morto e una data. Forse questo e solo questo era il sintomo del suo fallimento. A ripetere nomi di sconosciuti e a elencarli. E quando trovava qualche nome che aveva incontrato non riusciva nemmeno più a sentire una qualche partecipazione. Sì! Luisa aveva avuto un bambino. E allora? Era importante quando il fatto che lui stava festeggiando da solo il suo cinquantesimo compleanno. O forse era il cinquantunesimo. Di un fallimento non con gli altri ma con sé. Di una vita sperperata tra un campari e il tifo per una squadra che inseguiva testardamente –anch’essa– l’insuccesso. Rimandando gli appuntamenti. Solo che ora sentiva che era ormai troppo tardi. Tardi persino per i rimpianti. Mica si può tornare indietro. La vita continuava a restare fuori. Dietro le tende che sarebbero state da lavare.
Si risvegliò con ancora il libro sulle ginocchia, in un equilibrio precario, e gli occhiali sulla punta del naso. Si risvegliò e nulla era cambiato. Solo alcune parole pendevano ancora sospese al soffitto con fili invisibili. Tra quelle c’era il suo nome. Si risvegliò uguale a quando s’era assopito. E con il ricordo di un sogno: quel telefonino nuovo era uno strano attrezzo nella sua mano. Un mezzo che non riusciva a usare. E lui aveva bisogno di comunicare. Si risvegliò con il sintomo di un grido in gola taciuto eppure impellente, con quel senso di angoscia nel petto. Guardandosi intorno come un estraneo, a tutto. Cercando di capire. Di raccapezzarsi. Dove non c’era più nulla da capire. Nell’impossibilità di sentire una voce. I piatti nel lavello. Un silenzio che faceva male. Una leggera tachicardia. La bocca secca. Il naso chiuso. La sua voce afona risuonava per le stanze vuote con un pronunciato eco. Pareva che tutto il mondo lo avesse lasciato. Come lo aveva lasciato lei. Nello stesso identico modo. Semplicemente girandogli le spalle, delusa. Prendendo la porta. E non aveva nessun diritto di protestare. Semplicemente si era negato qualsiasi diritto. Guardò l’ora e accese la televisione: era in ritardo anche per quell’appuntamento. Si ricordò di non avere appetito.

Pastty Pravo in una diversa versione con diverso testo (forse migliore) della stessa canzone:

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poesiaCon molta delicatezza entro in queste stanze
facendo attenzione, guardandomi torno; cauto.
Ogni oggetto sembra d’una fragilità allarmante
come tessuto da ragni che tessono cristallo
sottile come brina che vibra anche ad un alito di respiro
pronto a frantumarsi anche ad uno sguardo distratto;
a stento sussurro pensieri leggeri e circospetti, a stento.
E leggo i suoi che le ciglia cercano di nascondere
– volano le ciglia come applausi disarmati –
non voglio interrompere questo silenzio pieno di parole
non voglio interrompere il disegno di dita di mani sottili
dita che si celano nella mia mano, nei miei dubbi;
collo sottile, al collo una collana di perle di terracotta. Alla parete una foto sbiadita, di famiglia, volti di nebbia
la luce tenue non riflette che ombre di polvere.
Lei che trattiene un sospiro, un sospiro accennato; inudibile
solo un orecchio ben allenato lo sente estenderle appena il seno
mentre porta lentamente la tazzina fumante alle labbra
tazzina di porcellana, labbra di porcellana; non oso
nemmeno il cucchiaino osa tintinnale nel suo girovagare
sulla libreria è rimasto aperto il libro su una pagina muta
un altro e rimasto aperto sul tavolo del salotto e un’altro
ancora; come in attesa di lasciarsi a pettegolare, tra loro.
Una bambola di pezza racconta della sua recente infanzia
ma racconta una bugia e una piccola debolezza; ha guancie rosse
e uno sguardo sbarazzino, la bambola sullo scaffale
e trecce di fili di lana, e scarpe grosse; ma è solo una bambola.
La penna ha chiacchierato solo segni senza senso, sul foglio bianco
hanno distratto il candore che non può essere mai più abbagliante

Allungo una carezza senza peso
e infrango un diafano sorriso.
Non si è mai cauti abbastanza.

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