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Posts Tagged ‘sterminio’

1. Altai[1] è il capro espiatorio
Chi è Emanuele. E’ il capo espiatorio in mezzo ad una storia più grande di lui. Di noi. Di tutti. Come il più famoso di tutti, il primo che ricordo, Benni, il buon Benjamin Malaussène, che ne ha fatto una scelta, un’arte. Che ne ha fatto il gesto di campare. Lui, quest’ultimo, l’ultimo, così sapientemente disegnato da Daniel Pennac. Calato nel suo mondo di una Parigi dei sobborghi. Eroe di quella Belleville così simile a tante periferie urbane. Così’ incredibilmente contaminata tra realtà e sogno. Adoro quel ciclo e lo scrittore francese. Ma questa è un’altra storia in mezzo ad altre storie. Assolutamente non coincidenti.
Andiamo con ordine e torniamo al romanzo. Venezia: 13 settembre 1569. L’Arsenale va a fuoco. La Repubblica, per mano del suo Consigliere Bartolomeo Nordio, ha bisogno di un capro espiatorio e lo sceglie in Emanuele de Zante (alias Manuel Cardoso). Ha tre colpe gravi: essere un servitore fedele, essersi innalzato ad un posto di prestigio, ma soprattutto, essere nel corpo un giudeo. Davanti ai suoi fedeli amici, Gualberto Rizzi e Marco Tavosanis, ne ha anche una quarta: essere stato il loro benefattore. E’ questo a condannarlo e quegli amici diventano nemici. Bisognerebbe appuntarsi la data.
Non senza peripezie, come sempre in questo genere di avventure, Manuel scappa dalla repubblica Serenissima e ripara a Costantinopoli accolto e protetto da quello che era il suo acerrimo nemico nonché quello della stessa Venezia: Yossef Nasi (Giuseppe Nasi alias Joao Miquez). Sa fare una cosa sola: la spia, e quello continua a fare; semplicemente cambiando padrone. In realtà il romanzo lo costringe a fare al meglio tutt’altro, cioè il cronista, la voce, l’occhio di una grande storia. Di una leggenda di quel tempo sospeso nel tempo, di quando inizia un altro viaggio e altri viaggi ancora. Di quando Venezia era il cuore dell’umanità e le strade del commercio cercavano una lingua comune per abbattere il mito di Babele e del volere di dio.
E’ lo stesso Nasi a dirlo in un mirabile incontro: «Voi conoscerete senz’altro l’episodio biblico della Torre di Babele. Ebbene, molti credono che il Signore disperse le lingue degli uomini per punirli, ma e l’esatto contrario. Egli vide che l’uniformità li rendeva superbi, dediti a imprese tanto eccessive quanto inutili. Allora si rese conto che l’umanità aveva bisogno di un correttivo e ci fece dono delle differenze. Cosi i muratori, di costumi e fedi diversi, devono trovare un modus vivendi che consenta di portare a termine l’edificio. E per questo non serve una tolleranza concessa, ostentata, com’e quella che viene dal potente, bensì una tolleranza esperita, vissuta ogni giorno, con la consapevolezza che se essa venisse meno, la casa crollerebbe e si rimarrebbe senza riparo. Tahammul, signori.»[2]
2. L’Isola di Sion
Di questo mirabile affresco, fatto di luoghi, di emozioni e di uomini con le loro storie, è fin troppo facile rintracciare la storia. Invitando a leggerlo mi voglio limitare a soffermarmi sul fondo della storia dove Yossef Nasi, ebreo anch’egli, insegue il grande sogno della popolazione della diaspora: una terra per il popolo di Israele. La sua “Isola di Sion” doveva essere Cipro. Quella Cipro ancora oggi divisa a metà e contesa come un baluardo tra oriente e occidente. Così nelle pagine esprime la sua rabbia verso quel popolo l’Abercassi: «–Vermi, topi, questo siete! Avete passato la vita a fuggire, a nascondervi, a blandire i potenti. Vi siete comprati la fuga a peso d’oro. Avete finto e mentito, tutti quanti. Per voi ho solo disgusto.»[3]
Per me che mi interesso della sorte di quel popolo a cui è stata rubata, da coloro che sono stati spesso i perseguitati, la terra e ogni diritto, cioè del popolo della Palestina, mi sembra che quel dio abbia sempre più fattezze umane; da una grande agenzia immobiliare. Dove finisce la storia e inizia la credenza è un problema secondario; almeno per me. Il richiamo alla data è stato fatto dopo aver sentito per troppe volte collocare il sogno del sionismo, come parte del più vasto fenomeno del nazionalismo moderno, a fine ottocento col primo Congresso Sionista Mondiale, che si tenne a Basilea dal 29 al 31 agosto 1897, in modo da costituire un movimento permanente. Poi al 2 novembre 1917 con la dichiarazione Balfour. E infine, il fatto storico più mentito, come conseguenza della catastrofica e non dimenticabile shoah cioè della persecuzione degli ebrei da parte delle dittature nazi-fasciste con le deportazioni di massa, i famigerati campi di concentramento e lo sterminio pianificato. Di questo dramma tutto l’occidente conserva ancora il senso di colpa. E allora trovo bello inserire questo passaggio sui richiami alla fede: «Quando il profeta parlerà per nome del Signore e la cosa non accadrà, quella parola non l’ha detta il Signore, l’ha detta il profeta per presunzione: di lui non devi avere paura.»[4]
Già da allora il sogno era fatto del ferro dei cannoni: «– A cose fatte continueremo a mantenerci in buoni rapporti con il Sultano. Pagheremo il tributo annuale e gli riempiremo la cantina di ottimo vino, ma ci difenderemo da soli e ci manterremo indipendenti. Cipro diventerà la base commerciale degli scambi tra l’impero ottomano e l’Inghilterra. E quando il progetto di Sokollu di tagliare l’istmo di Suez verrà realizzato, il nostro regno sarà il crocevia degli scambi di tre continenti –. Mi appoggio le mani sulle spalle. – Ricchezza, forza, libertà. Dovrebbero campeggiare sui nostri stendardi.
Abbassai lo sguardo sul cannone, lo sfiorai con le dita. Yossef Nasi mi aveva appena dimostrato che i suoi progetti non erano plasmati con la materia dei sogni. Erano forgiati nel ferro inglese. »[5]
E il sogno si vende ad un infido alleato troppo potente; allora. Niente mi sembra più attuale di quel passato. Ma quel popolo, che non è mai stato un popolo, la popolazione come detto della diaspora, pronto a vestire tutti i panni cercando di scordare i propri, prono, era come quelle anatre, era: «Molti autunni prima dell’Egira, durante la migrazione verso le terre calde, una famiglia di anatre fece sosta nelle acque di un fiume al confine con l’Absurdistan. Gli animali del luogo avevano ognuno un proprio territorio, e le anatre non facevano in tempo a posarsi che subito arrivava un serpente o un ranocchio a reclamare il posto e a cacciarle via. I poveri uccelli stavano per riprendere il viaggio senza riposare, quando videro un grosso tronco galleggiare sull’acqua. Era verde di alghe e muschio, e poiché nessuno lo reclamava, le anatre lo elessero a dimora, starnazzando contente, e subito iniziarono a litigare su chi avrebbe occupato le posizioni più comode. Erano talmente impegnate a discutere, che soltanto una di loro vide il tronco spalancare la bocca, ma non riuscì a fuggire. Un attimo dopo raggiungeva le sue simili nella pancia del coccodrillo.»[6]
3. La battaglia di Lepanto e la fine di Utopia
Un grande cantore di venezianità la racconta così: “In Adriatico che lote, le navi torna a casa rote, spense rabiosi i infedeli, che vol robarne i monopoli[7]. Ma allora, allora, il sogno di infranse sulle acque delle isole Echinadi, in quella che viene ricordata come la battaglia di Lepanto, e lì persero anche la vita gli eroi omerici di quella grande carneficina: «– Animo, amico –. Stese la mano verso il mare aperto. – Vedi? Laggiù ci sono tutti i migliori capitani. C’è Ucciali, il calabrese. C’è Caracoggia, c’è il comandante Scirocco. C’è il figlio del Muezzin, il coraggio non gli manca di certo. E ci sarà anche Mimi Reis, all’anima di chi v’ha mmuerte.
Puntai lo strumento di Takiyuddin sulle navi cristiane. Le galeazze avanzavano per prime. Vennero lasciate sole, molto più avanti del resto della flotta. Sei grasse esche per eccitare la sete di vittoria di Muezzinzade Ali.»[8]
Cosa voglio dire? in fondo nulla. La storia parla solo a chi la vuole e sa ascoltare. E a volte la trovi persino in un romanzo. Anche mentre cerchi altro. Lascio, come sempre, ad ognuno trarre le proprie opinioni. E poi parlo solo di una storia che fa da sottofondo alla storia; o forse no? Cinquecento e oltre anni dopo i destini di quel popolo, che non è mai stato popolo, si fondano ancora sul ferro (e sul fuoco) inglese, anzi americano. Sulla culatta dei cannoni. Ora le vittime si sono trasformati in carnefici, e se ne sentono autorizzati. Ma questa è solo una mia riflessione di chiusura. E io non sono imparziale: amo spassionatamente il collettivo Wu Ming.


[1] © 2009 by Wu Ming – © 2009 by Giulio Einaudi Editore s.p.a., Torino [www.wumingfoundation.com e www.einaudi.it]
Published by Arrangement with Agenzia Letteraria Roberto Santachiara. Si consentono la riproduzione parziale o totale del racconto e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta.
Per sostenere con una donazione la nostra politica di copyleft: qui. L’intero romanzo è scaricabile in formato PDF all’indirizzo: http://www.wumingfoundation.com/italiano/Altai_def.pdf
[2] Pag. 122
[3] Pag. 55
[4] pag. 265
[5] pag. 285
[6] Pag. 367
[7] Alberto D’Amico: Venessia patria mia dileta (seguito di una storia iniziata con: Ariva i barbari); parole nel mio dialetto che spero nonb abbiano bisogno di traduzione.
[8] Pag. 388
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Logo di Diritto al ritorno rappresentante un muro con dei bambini davantiSiamo alla vigilia e si prospetta un sabato pieno, affollato. Sembra si siano dati tutti appuntamento lo stesso giorno. Ecco qualcuno di questi appuntamenti sperando di non dimenticare nessuno, almeno fra quelli più rilevanti:
■ In vista della sessione delle Nazioni Unite del 20 e 21 settembre in alcune città italiane, come Milano, Torino, Roma, si organizzano manifestazioni o presidi in favore della Palestina davanti ai consolati e alle ambasciate americane per “il diritto al ritorno”. A loro abbiamo dedicato l’immagine introduttiva a questo avvenimento. Mi raccomando: non mancate a questo importante appuntamento.
■ Quelli che si definiscono “Indignati” chiamano a raccolta gli italiani con lo slogan: Tutti a Roma in piazza Montecitorio a sostegno di Gaetano Ferrieri” con la speranza di dare una spallata al governo e a tutto il sistema politico richiamandosi alla primavera araba, alla Spagna e soprattutto alla Finlandia. Auguri di cuore a tutti e all’Italia, anche a quelli che non vorrebbero la partecipazione dei compagni. Senza ironia, né pregiudizi né polemica. Chi può non faccia mancare la sua presenza.
■ A Venezia per domenica si preannunciala solita calata barbara della lega con la solita carnevalata di tutti gli anni. Si prepara una accoglienza cordiale, com’è costume del nostro popolo, riempiendo la città di tricolori di benvenuto. Ma il sabato, questo stesso sabato, veneziani e italiani si danno appuntamento perché vorrebbero mandare il messaggio, attraverso una manifestazione, che farebbero volentieri a meno della calata di questi zotici un po’ fascistoidi e un po’ xenofobi. Ci vediamo là.

Avrei voluto dire tante cose e parlare di tutto. Il tutto non esiste, non si può parlare di tutto. Ma oggi è anche l’anniversario dell’ignobile sterminio nei campi profughi palestinesi in Libano di Sabra e Chatila. E’ l’occasione di un altro giorno della memoria. Ancora oggi, nessuno ha mai pagato per questo crimine. Il 31 dicembre 1983, il Presidente Sandro Pertini, dopo essere stato sui luoghi del massacro, rilasciò questa dichiarazione: Io sono stato nel Libano. Ho visto i cimiteri di Sabra e Chatila. E’ una cosa che angoscia vedere questo cimitero dove sono sepolte le vittime di quell’orrendo massacro. Il responsabile dell’orrendo massacro è ancora al governo in Israele. E quasi va baldanzoso di questo massacro compiuto. E’ un responsabile cui dovrebbe essere dato il bando dalla società”. Ero molto più giovane allora, ma ricordo ancora le drammatiche immagini. Non vi erano resistenti nei due campi profughi che avevano avuto l’assicurazione dell’Onu. Per tale assicurazione quei resistenti avevano lasciato i campi stessi. C’erano solo donne, vecchi e bambini. L’esercito sionista di invasione aveva circondato le aree e sotto la sua tutela armata aveva mandato i suoi sgherri libanesi. Erano cristiane le milizie dai sionisti armate che sono entrate per compiere quell’immane massacro (qui molto ben ricordato). Uno di questi giorni vorrei fermarmi un attimo per parlare di chi sono i veri terroristi. Che dire ancore se non che quelle immagini non potrò mai più cancellarle e mi danno ancora angoscia e vergogna. Ricordiamo quelle vittime che sono vittime di tutti noi e della vigliaccheria. RESTIAMO UMANI.

Uomini che reggono lo striscione Per non dimenticare Sabra e Chatila

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Bandiera palestinese crivellata e grondante sangueQuesto post mi è stato suggerito dalle confidenze di un compagno e amico che non citerò perché non so se posso farlo. Sono orgoglioso della sua amicizia e delle sue confessioni. Credo che anche questa sia una voce molto credibile e importante non solo sulla questione israeliana-palestinese. In linea di massima cercherò di rispettare in tutto il pensiero espresso in una “conversazione” che era nata per una maggiore conoscenza reciproca, non per farne un documento, ma la sua testimonianza mi è parsa così bella che mi sembrava una bestialità non dargli spazio qui, non condividerla. Anche questa è storia, anzi questa è la storia. RESTIAMO UMANI:

«Io vengo da una famiglia ebraica… da questo il mio cognome buffo. Mio padre, e a sua volta suo padre, sono stati anarchici… la mia famiglia e stata decimata dai nazi-fascisti… mio nonno e stato ammazzato a S. Babila (forse il compagno voleva riferirsi alla risiera di S. Sabba a Trieste), l’unico campo di concentramento con forno crematorio fatto dai fascisti italiani. Come anarchici non siamo mai stati inseriti nelle comunità ebraiche anzi siamo stati cacciati… Mio padre nel ‘58 e andato in Germania dove poco dopo e stato arrestato per politica sovversiva… Dopo 7 anni e uscito … vivendo tra la Germania il nord Italia e la Sicilia… Ho avuto la fortuna di un esempio concreto nella mia vita… ora lui non ce più… Mamma e l’unica persona che mi resta… Mio fratello ha deciso di trasferirsi in Spagna dove vive e non ha più voluto far ritorno in Italia… Ho lavorato come operatore socio sanitario… ma per essermi occupato di sindacato son stato licenziato… Ora vivo come precario con contratti di tre mesi, quando li trovo. Continuo a lottare continuamente per la mia libertà e per una causa di libertà. La vita non e stata misericordiosa con me, ma sono felice di tutto. Potevo andare a vivere in Israele perché come figlio di ebrei avevo la possibilità di farlo, ma dovevo rinunciare tutta la storia della mia famiglia perché non è consentito ad anarchici o comunisti fare ingresso in Israele. Ma sono fiero di aver rinunciato a derubare un mio fratello arabo del suo pezzettino di terra. A gennaio volevo andare a Gaza per occuparmi di bambini. Ho fatto richiesta del visto ma mi e stato rifiutato perché dicono pericoloso per meRastrellamento nel ghetto di Varsavia

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Ebrei contro l'occupazione alla manifestazione di Roma a sostegno della Freedom Flotilla 2Volevo inserire qui un post sereno, di incontro, perché io sono una strenuo sostenitore di pace, da per tutto e per tutto. Volevo, dicevo, ma poi vengono dei momenti davanti ai quali non ti sai sottrarre. E non posso fingere di non capire le presunte argomentazioni di chi difende le ragioni dell’invasore, di una politica miope e di sterminio etnico. E non posso nemmeno capire il silenzio di notizie e degli stati cosiddetti civili. Gli interventi dell’ONU disattesi che non danno più nemmeno una speranza vana.
Quelli che difendono quelle ragioni ti chiedono perché non parli degli atti di terrorismo. Non è mai bello fare il conto delle vittime e non servirebbe a nulla e a nessuno. Ma invece di strombazzare una voce di parte perché non leggere le pagine che Vittorio ha dedicato in questo martirio ai cittadini di Gaza in: Restiamo Umani. Lui è italiano e non si può certo accusare di terrorismo; ha dato la vita per i suoi ideali di pace. Lui racconta una guerra mai dichiarata: la cosiddetta operazione “Piombo fuso”. Carri armati e bombardieri contro civili inermi armati solo delle loro mani e nemmeno di quelle. Certo è vero che non è stato ucciso dal piombo Israeliano, almeno così c’è stato raccontato. Non ci sono riusciti. Lo hanno affondato due volte mentre era su pescherecci; non su cacciatorpediniere. Lo hanno ferito e imprigionato portandolo in Israele. Lo hanno trascinato con la forza nelle loro carceri e poi condannato per immigrazione illegale.
Ti raccontano che quella terra è loro, degli ebrei, e che ne hanno diritto. Se cerchi di spiegare quello che racconta la storia allora la storia non è vera. E allora qualcuno mi ha detto che quella terra era la terra promessa. Da chi, dagli inglesi? E’ stato lo stesso terrorismo sionista a cacciare gli inglesi. E un altro però mi ha detto che dal 48 non si può parlare ancora di storia, perché ci vogliono almeno cent’anni. E per ciò è solo cronaca e la cronaca non è veritiera. E’ tutto vero tranne le ragioni degli altri, tranne i diritti degli altri, tranne il diritto di esistere dei palestinesi.
Sembra non interessare a nessuno veramente di loro. I checkpoint sono aperti. Certo. Trascuro il fatto che mi chiedo con che diritto si creano barriere a casa degli altri o in casa di tutti. Con che diritto si fermano navi di aiuti in acque internazionali. Ma se ci fosse un diritto, e ripeto se, quei checkpoint sono aperti quando vogliono i soldati, dove vogliono i soldati, e si passa solo se lo vogliono e quando vogliono i soldati. E quei soldati altro non sono che un esercito di invasione. Non esiste uno stato di Israele, esiste uno spazio chiamato Caserma Israele. Quello che noi chiamiamo popolo di Israele non è un popolo ma un esercito, anche nell’espansionismo dei coloni. La loro è una politica razzista. Certo non tutti gli ebrei la pensano allo stesso modo, nemmeno tutti gli israeliani. Come non tutti i palestinesi sono terroristi.
Mi viene spiegata la grande umanità di Israele, che gli ospedali israeliani curano anche palestinesi. La Palestina non può avere uno stato, non ha ospedali. Sono stati cancellati dall’esercito aguzzino. E negli ospedali anche i palestinesi curano gli ebrei, se gli ebrei si lasciano curare da uno sporco palestinese. Ma gli ospedali sono sovraffollati. Una politica meno miope cercherebbe la prevenzione, se non si stermina un popolo non ci sarebbero così tante vittime, e tante persone ferite; da curare. Gaza è la più grande prigione a cielo aperto. La Palestina vive in guerra da sessanta anni e non vede ancora nessuna speranza. Come sono generosi gli assassini e poi si vantano di tanta generosità. Lo so che non dovrei lasciarmi alla rabbia.
Cosa potrei rispondere se un amico mi raccontasse la verità: “Avevo una casa, me l’hanno rubata. Avevo una terra, me l’hanno tolta. Avevo un nome, è diventato una bestemmia. Avevo dei figli, erano il mio futuro, sono morti sotto il loro bisogno di sicurezza, ancora bambini. E’ doloroso vedere morire i propri figli prima di te. Vago senza una speranza; vestito di stracci. Anche i topi hanno un buco dove nascondersi, io no. Non in ospedale, non mentre prego, nemmeno in cimitero mi lasceranno tranquillo. Poi mi hanno costruito un muro tutto intorno. Mi lasciano uscire se vogliono e quando vogliono. Mi hanno spiegato che non posso essere più un essere umano, che sono con disprezzo solo “Quello”. Non vivo, sopravvivo. Lo faccio ormai solo perché non so fare altro. E vivo se arrivano gli aiuti. E devo dire grazie di quel pane. Io non posso guadagnarlo. Non posso seminare il grano. Non posso farlo con le mie mani. Sono solo un pericolo, un possibile obiettivo. Ora mi chiedono di amare la pace. Io ho sempre amato la pace. E’ difficile non odiare dopo tanto dolore”.
Io non posso dire di più di un ebreo che era imbarcato nella flotilla e la cui testimonianza ho rintracciato in un bellissimo sito. Certo quell’ebreo sarà considerato un pericoloso terrorista palestinese. E allora mi limito a aggiungere solo una poesia (che ho trovato in quest’altro splendido sito) lasciando parlare il cuore del poeta.

Dedico questa poesia ai bambini palestinesi
Che di loro rimanga memoria

A Buchenwald nel corso della guerra mondiale, come in altri campi di
sterminio, vennero uccisi molti bambini. Questa poesia li ricorda.
di Joyce Lussu

C’è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede
ancora la marca di fabbrica
Schulze Monaco
c’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio
di scarpette infantili
a Buchenwald
più in là c’è un mucchio di riccioli biondi
di ciocche nere e castane
a Buchenwald
servivano a far coperte per i soldati
non si sprecava nulla
e i bimbi li spogliavano e li radevano
prima di spingerli nelle camere a gas
c’è un paio di scarpette rosse
di scarpette rosse per la domenica
a Buchenwald
erano di un bimbo di tre anni
forse di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto
lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini
li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l’eternità
perché i piedini dei bambini morti
non crescono
c’è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald
quasi nuove
perché i piedini dei bambini morti
non consumano le suole…
(da Pietro Ancona – resistenza_partigiana@ 27.1.2007)

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Giovane ebrei e palestinese abbracciati«Quello che quel giorno vidi, era quanto di più vicino al paradiso e lontano dall’inferno potesse esistere: una striscia di spiaggia isolata, a pochi chilometri dalla miseria di Gaza, dove le onde si infrangevano sulla riva. Probabilmente non sembravamo molto diversi da qualsiasi altra famiglia sulla spiaggia; i miei figli e le mie figlie guazzavano nell’acqua, o scrivevano i loro nomi sulla sabbia. La giornata fredda, il cielo di dicembre rischiarato da un pallido sole invernale, il Mediterraneo risplendeva, limpidissimo. Ma sebbene guardassi i miei figli giocare fra le onde, la preoccupazione mi attanagliava.
Poco più di un mese dopo, gli israeliani avrebbero bombardato Gaza e buttato all’aria la mia vita.
Quel giorno eravamo tutti in casa: i miei otto figli, i miei fratelli, le loro famiglie. Dove potevamo andare se neppure ospedali e moschee venivano risparmiati dai bombardamenti?
Giocavo con Abdullah quando ho sentito l’esplosione nella stanza delle ragazze.
Ho perso le mie figlie, e nonostante la rabbia e lo sconcerto, so che non odierò

dalla seconda di copertina del libro Non odierò di Izzeldin Abuelaish

P. S. Credo non ci sia molto da aggiungere, tranne un silenzio che diventa rispetto, per uno che come me crede in una vera pace. RESTIAMO UMANI.
Posterò appena la trovo una testimonianza da parte israeliana di chi crede alla vera pace e non alle bombe, allo sterminio e alla prepotenza delle armi. FREE PALESTINA.Disegno di un bimbo palestinese e di una penna che lacrima di notte in attesa di quella pace di Vauro

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Soldatino su base in legno e sfondo dipinto a macchie di colore vivace; atc.Notte di silenzio e di luna piena. Sulla spiaggia erano tutti intorno al falò. Tutti intorno a vent’anni. Ancora bagnati di mare e di quel senso di libertà. Le volute della fiamma incidevano indelebili i profili di quei giovani. Volti scavati, barbe accennate e indecise, occhi curiosi, nasi orgogliosi e capelli lunghi, tranne le ragazze.
Di loro Sara si era addormentata sulla sua mano destra e aveva un respiro tranquillo. Anche Samuele le si era assopito accanto dopo l’amore. La sfiorava solo un tenero ricordo. Adamo era nudo, si era arreso e aveva smesso di cercare i vestiti. Cercava di asciugarsi di quel fuoco. Giacobbe spingeva gli occhi dietro le ombre titubanti e rollava distratto. Dolores voleva ritornare a casa perché era attesa, troppo giovane per essere là, per poi decidersi come in un dispetto e sfilarsi la maglietta. Mostrava quello che non aveva e che nessuno cercava di vedere. Non avevano tempo per altro. Christo, il bulgaro, cercava di cucinare la carne infilzata in un lunga ramo secco. Vicino a lui Maria lo coccolava con gli occhi; aspettava un figlio ma lo sapeva solo lei. Elena singhiozzava sottovoce, tornava da un brutto viaggio. Ulisse aveva una casacca che aveva comprato in india, a Delhi o a Bhopal, e una collana di conchiglie.
Francesco suonava la chitarra e cantava le sue canzoni. Per dovere di cronaca fu interrotto mentre intonava “We shall overcome”. Ettore baciava Diana e la cercava. Michele si limitava a guardare il mare e il guizzare dei riflessi pallidi sulle onde, dondolava al fruscio della risacca e della musica. Mugugnava sordo cercando di seguire il testo che si perdeva in un quasi sussurro. Doveva scrivere un libro e nel libro imprigionare una storia, la loro storia; quella. Con un tizzone Efesto cercava di scoprire la provenienza di quell’estraneo leggero rumore. Susanna faceva il mestiere ma nessuno ne sapeva nulla, l’aveva accompagnata Francesco. Era intenta nei suoi pensieri e nelle sue tristezze. Le erano già stati rubati i suoi vent’anni; non le sarebbero più stati restituiti. Avrebbe voluto provare a cercarli. Semplicemente Lilith avrebbe voluto essere maschio e chiamarsi Arturo e odiava quel suo seno e il senso di tutto quello. Narciso aveva una erezione mistica e una fedina di oro falso al mignolo.
Arrivarono all’improvviso da dietro le dune. Non dal mare ma da dietro le dune e la rada sterpaglia. In silenzio. Ombre fra le ombre, profili di niente, invisibili; fruscii. E spararono nel mucchio sputando raffiche di vampe veloci, con piccoli crepitii di secchi tuoni. Sicuri sulle gambe spararono finché tolsero anche all’ultimo l’ultimo respiro. Anche a Maria e al suo futuro. E ancora. Senza un solo attimo di dubbio, ma loro imbracciavano la verità. Alla fine del loro mestiere calpestarono il fuoco senza riuscire a domarlo. Chi li comandava prima di andarsene sputò sul corpo esangue di Francesco. Spiegò agli altri che non avevano palle. Li lasciarono lì bocconi, riversi sulla sabbia. Le onde intimidite si spingevano sempre più avanti nella rena. Il silenzio si impossessò del mondo.

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Foto BN di bambini dietro il filo spinato di un campo di sterminioTorno sul 27 gennaio come giornata della memoria. E’ una deroga ma una deroga non è un peccato mortale. E in fondo è una cosa che mi ha sempre affascinato. Ci torno per piccole riflessioni. Il 26, mercoledì ho guardato su La7 il programma di Marco Paolini: Ausmerzen. Sabato scorso, 29 gennaio, ho assistito al teatro Goldoni allo splendido spettacolo Shylock il Mercante di Venezia in prova; centesima rappresentazione. Alla fine Moni Ovadia e Shel Shapiro hanno chiamato il pubblico a dare sostegno al lavoro di Emergency. Fino a domenica mi sono lasciato coinvolgere in una, anche aspra, discussione sulla questione Israele-Pelestinese. Non torno per ragionare sulla disputa sulla politica in quell’area. Sarebbe stupido cercare di farsi qui una ragione o stabilire chi ha più torti tra le posizioni espresse in quel piccolissimo attimo di vita di rete. Mi sembra semplicemente giusto riflettere su quella che a me sembra una novità ricordata dai due spettacoli, soprattutto dal primo.
Il 27 fa parte di quei giorni atti a ricordare, così come l’otto marzo, il primo maggio, il 25 aprile, etc. Date tutte degne di rappresentate un momento importante della storia o una questione o a ribadire un principio; senza, da parte mia, voler fare una graduatoria. Certo in qualche modo servono anche per metterci in pace con la nostra coscienza. Certo un giorno simboleggia ma non è esaustivo. Voglio dire che per me tutti i giorni dell’anno sono adatti a ricordare. E in tutti i giorni si dovrebbe rispettare la libertà, la dignità, la vita, etc. Non ho fatto che incasellare ovvietà; lo so. Ma torniamo al 27.
Il 27 gennaio è nato inizialmente per ricordare l’olocausto, lo sterminio “scientifico” degli ebrei da parte del nazifascismo (di pogrom non parlo perché purtroppo ne è piena la storia così come di altre pagine dolorose e vergognose). Credo resti necessario ricordare e rispettare la memoria della Shoah, ma non mi sembra si faccia offesa se in tale ricorrenza si ricordano anche altre vittime. Di vittime si sono riempite incalcolabili fosse. Paolini racconta una storia a cui è più difficile ancora sottrarsi perché iniziata prima, finita dopo e che ha attraversato tante culture, non solo quella tremenda dittatura. Anche questo ha moltissime analogie con la lunga storia della persecuzione degli ebrei nel mondo; dell’ebreo errante. Lui racconta la storia delle vite che non hanno dignità di essere vissute. Sempre una storia di diversi.
Quella pagina, quella dei campi di sterminio, è certamente la peggiore, ma sarebbe troppo facile far passare il messaggio che sia stata l’unica. Così come non è storicamente una novità la politica di pulizia etnica o quella dello sterminio di un popolo e di una fede. In fondo in quei campi sono stati sterminati circa sei milioni di Ebrei, numero di per sé spaventoso, ma anche altri sei milioni e mezzo (secondo le stime più ottimistiche¹) di altri esseri umani (russi, polacchi, zingari, gay, etc.). Al di là di qualsiasi ideologia sono dalla parte delle vittime, soprattutto di quelle innocenti. Scusate la crudezza delle due immagini: Vorrei solo coniare una sorta di parola d’ordine: “Rispettiamo i morti e salviamo i vivi”.

Manifesto sulla strage nei campi profughi di Sabra e ChatilaQuesta immagine, che ricorda la strage nei campi profughi di Sabra e Chatila, non è stata presa a caso ma vuole ricordare come i palestinesi siano e siano stati vittime di molti carnefici, così come gli ebrei sono stati vittime di innumerevoli nemici.


1] Secondo stime più pessimistiche i morti non ebrei furono ben 9.970.000.

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