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Posts Tagged ‘storia’

varie2Fate che i pargoli vengano a me. Ora le storie sono storie anche per le loro orecchie. Qui non c’è nulla da nascondere. Tutto appartiene ad un Disegno Divino. Chi dovesse nutrire diffidenze e financo sospetti sarà soddisfatto. In questo capitolo la storia sarà divisa negli stessi capitoli con cui è stata tramandata. Qui non c’è nessun imbonitore né nessun illusionista. Tutto è più vero del vero. Qui si ricorda come un povero vecchio, più sordo di una campana, stesse per sopprimere il suo unico amato figlio. E come un angelo, forse lo stesso, gli fermò all’ultimo istante, giusto in tempo, la mano. Ma anche di come gli uomini odiassero gli uomini, cioè niente di nuovo. Parola di Dio.

20. Con Abimèlec il pasticcio l’aveva combinato quel vecchio pazzo. E Lui era venuto a saperlo per ultimo. Era riuscito a trattenere all’ultimo l’Ira divina. Trattenersi non era certo facile nemmeno per Lui; tuoni e fulmini. Abimèlec non aveva colpe, lui s’era invaghito della sorella di Abramo, non della moglie. Certo che, a guardarle, entrambe erano una bella donna. Non è poi un peccato così grave guardare. E anche lei aveva detto: «È mio fratello». Pareva lo facessero apposta, quei due. E non gli era sembrata contenta quando Lui aveva rimesso ordine. L’aveva guardato indispettita e come si guarda un impiccione. O almeno a Lui era sembrato così. Come aveva Abimèlec fatto a non fare se lo sarebbe chiesto per tutti i tempi dei tempi. Se lo chiedeva anche Lei. Non che potesse ritornare sui suoi passi, la parola di Dio resta la parola di Dio. Aveva rischiato di fare un bel pateracchio. Proprio una figura di… di… quella cosa. Abramo s’era scusato con il pretesto che era la sua sposa ma anche la sua sorellastra, anche se non sua sorella. Si sarebbe detto un bel paraculo dell’ultima ora. Si sarebbe detto che erano tempi in cui le famiglie erano strani tipi di famiglie. E la parentela era una grande comodità ma anche un grande pastrocchio. Avrebbe voluto dire caos, ma quella parola proprio non la sopportava. Certo che era un profeta, che la sapeva raccontare, ma a sentire non doveva sentirci molto bene e in quanto a coraggio ne aveva di più un coniglio, con tutte le scuse al coniglio.
21. E Dio non poteva ignorare che non tutto era come sembrava. Anche il vecchio aveva la sue colpe. Aveva combinato le sue marachelle. Certo, pensò Dio, qualsiasi cosa gli chieda, anche la più strampalato quello la fa. Sarà l’età. Non sapeva se era un bene o un male. Non aveva ancora deciso. Ma non poteva fingere di non sapere di Agar l’egiziana. Non poteva dar torto a Sara, anche se forse sarebbe stata l’ultima a poter protestare: «Scaccia questa schiava e suo figlio, perché il figlio di questa schiava non deve essere erede con mio figlio Isacco». Sempre con quelle questioni di eredità. Così i figli si scannano con i figli. Ma per Abramo e per Dio anche quello era suo figlio. Un po’ di deserto non gli potrà fare certo male –pensò. Aveva dei progetti anche per quel figlio illegittimo. Ora la confusione era proprio completa. Per un brevissimo attimo perse la sua calma divina: “Fate un po’ di silenzio. Se ognuno vuole dire la sua ecco che finisce tutto nel caos, cioè in una baraonda; Dio ce ne scampi. Bisogna mettere un po’ d’ordine per non trovarci nella confusione più completa. Poi è chiaro che si salta di palo in frasca e magari ci si dimentica di cose importanti”.
22. Il resto lo disse a sé ma il suo pensiero rimbombava come il tuono: “E’ così che nascono gli equivoci. Uno dice una cosa, Uno dice un’altra, e poi… alla fine magari anche Una dice la sua. Stiamo parlando della parola di Dio. Questa è la parola di Dio. E la parola di Dio poi diventa la Scrittura Divina. Questo dice questo, Quello dice quello, Qualcuno dice e non si sa, e poi finisce come finisce. Della storia di Isacco ne avevo già parlato, vecchio scimunito, non ricordo bene ma mi sembrava di aver detto abbacchio, non Isacco. E Lui, Abramo, lo chiamò agnello, e forse gatta ci cosa, o non aveva tutte le rotelle al posto giusto. Che poi… qualcuno qui non me la racconta giusta. Va bene che Io sono onnisciente ma magari ero indaffarato, o mi è stato riferito solo dopo, insomma… Onestamente: o il vecchio non la racconta giusta oppure… in realtà nessuno dei fratellastri mi sembra che somigli al padre. Non che sia un esperto ma sembrano figli di altri padri”.
Era pur vero che Lui poteva essere in cielo, in terra e in ogni luogo, vero verissimo, e anche Lui, e Lui, caspita che casino, e anche allo stesso tempo, ma se badava ad una cosa non poteva badare ad un’altra. Lui era Dio non quella cosa che aveva tante teste, lì. E poi se Lui aveva mandato i pellegrini chi aveva mandato gli angeli, e chi era andato di persona? Lei disse e non disse, com’era suo solito: “Perché non prendere esempio dai greci. Loro coniugano l’amore in molte più forme”… Nemmeno la lasciò finire, non voleva sentir parlare ancora degli dei: “Non parlarmi di quelli, incivili e… superati. Dei veri zotici. Bell’esempio. E poi… e poi… quelli sono politeisti, barbari bestemmiatori e… e… senza fede”. Sì! alla fine era dovuto andarci anche Lui per sistemare le cose. Che notte quella notte. A rileggere questa Sacra storia non era sorpreso meno del comune lettore. Si raccapezzava poco che nulla. A parlare tutti, cioè tanti e altri no, non poteva finire che così. E ancora una volta dovette pensarci Lui, sempre a Lui toccava, a mandare un angelo a fermare la mano di quel vecchio pazzo che aveva scambiato il figlio per un agnello e l’olocausto, cioè il sacrificio, per una grigliata all’aperto. Ma Lei gliel’aveva detto: “Devi smetterla di mettere continuamente alla prova quel vecchio rimbambito”.
Avrebbe voluto non essere Lui a dover dare quella notizia al povero vecchio. Certo un po’ d’invidia Abramo doveva pur averla provata. Lui con quella moglie giovane e bella e aveva dovuto aspettare, e poi lui era diventato padre senza nemmeno accorgersene. Mentre dormiva come un ciocco. Come morto. Di quel figlio, Isacco, di cui non andava nemmeno tanto fiero. E aveva rischiato anche di perderlo. Mentre suo fratello, sia fatto la gloria del Signore, Nacor aveva avuto dalla moglie Milca otto figli, non staremo qui ad elencarne tutti i nomi. E Persino la sua concubina Reuma lo aveva reso padre quattro volte. E questi erano solo quelli denunciati. Che nome era poi Reuma? ma dove l’avevano scovato? Lui si chiedeva cosa avevano trovato da dire all’anagrafe, quella massa di impiccioni, di quei nomi. Sospettò che alla fine l’avesse vinta Lei. Doveva proprio ricordarsene, quando aveva un attimo libero, prima o dopo, che avrebbe dovuto creare anche la racchia e la bisbetica. Di quelle donne non se ne poteva proprio più.
A dirla tutta se l’era vista arrivare con la sigaretta in bocca. Ma come? Decise che avrebbe fatto mettere anche nelle confezioni: “il fumo nuoce gravemente alla salute”. Sperando fosse solo tabacco. Ma quella era l’ultima delle sue preoccupazioni. E poi non aveva ancora deciso come organizzare le sue orde di fans. Certo che il vizio dilagava molto più che le virtù. Avrebbe dovuto inventarsi una soluzione. Magari la divisione dei generi, una specie di divisione dei compiti, di divisione del lavoro. Magari le donne di qua e gli uomini di là. Qualcosa insomma. Certo qualcuno prima o dopo troverà la scusa che un piccolo popolo circondato da nemici aveva bisogno di figli per poi mandarli in guerra, bella scoperta, ed ecco come giustificare …tutte quelle nascite… e quei continui casini. E tutti quei morti, che i morti non sono mai un bel vedere. In realtà a Lui sembrava che in quei momenti a tutto pensassero tranne che alla guerra. Era quasi certo che il piacere non l’avesse inventato Lui. Subito si alzò un coro di “Nemmeno Io”. Poi alla guerra ci pensavano per tutto il resto del giorno. Non li aveva fatti certo buoni. Ma non aveva nemmeno creato l’industria bellica, se era per quello. Erano fin troppe le cose… Parola di Dio.

Per la foto si ringrazia la pagina Facebook di Enrico Mazzucato

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fulmineNemmeno un attimo di tregua. Ancora si alzavano i fumi da Sodoma che già scorrevano i fiumi d’inchiostro. Ancora si piangevano i morti, i lutti e le assenze, ma anche i silenzi, che già rinasceva l’amore. Di questa specie di amore racconta ora la Sacra Storia. E di figli. Di figli anche di altri padri e d’altre madri. Tanti che i nomi generano enorme confusione. Ma nemmeno quando si acqueta la guerra e il re dorme, nemmeno allora, si stende in cielo e sulla terra la tranquillità. Genesi 19. Parola di Dio.

Mettete a letto i bambini. Ancora una volta, in questa puntata della Sacra Storia, ci sono cose che non possono sentire. Parole troppo dure per le loro tenere orecchie. Uomini che non amano le donne. Donne che amano gli uomini. E anche di peggio. Pasifae… No! lei no. Quel ch’è troppo storpia. Ma è bene ricordarlo per quelli altri, che si facevano chiamare dei. La carne come baratto, come commercio e come inganno. Purtroppo non è stata sconfitta la corruzione. Sono stati storpiati, sgozzati, sterminati, massacrati, fatti a pezzi e poi bruciati, molti peccatori, ditelo a quei figli, ma di empi resta ancora affollato il mondo. Certo una promessa è una promessa. E quella di Dio è ancora più promessa, ma Lui non avrebbe voluto vedere. E vederlo con i propri occhi. Deglutì a fatica. Se il gioco vale la candela avrebbe avuto bisogno di un’immensa quantità di candele. Perché non poteva essere come Tiresia e doveva vedere? Trovò da solo, subito, la risposta: perché Lui era Dio; Diobono! Ma Lei, dov’era finita? Quando non l’aveva sotto gli occhi aveva di che preoccuparsi. Dio gli disse: “Hai visto alla fine cosa hai combinato”? E Dio gli disse: “C’era da aspettarselo”. E Dio gli disse: “Non ho scritto certo io il capitolo 19”. E Dio aggiunse: “Solo un mucchietto di cenere”. E Dio rispose: “Vuoi vedere che va a finire che è solo colpa mia”? E Dio ribatté: “E di chi vuoi che sia”? E Dio: “Sai come son fatti gli uomini. Non sono che uomini”. E infine Dio Concluse: “E quando c’entrano le donne”… Ma a Lui nessuno dava retta. In tutta quella confusione finì per dimenticarsi di preoccuparsi di Lei. Era anche stanco di morti. Benvenuti in paradiso.
Benvenuti nel regno di Dio. Lui diventava irascibile quando gli uomini non l’ascoltavano. Qualche volta anche quando non capivano, o facevano a non capire. Lui aveva detto che tutti gli uomini erano fratelli; non che tutti gli uomini erano sorelle. E poi da dove veniva tanto rancore, e tanti ardore? Avrebbe lavorato in silenzio per scoprire chi aveva dotato l’uomo della bestemmia. E della brama. E pesino dell’adulterio. E persino dell’incesto; ma non era certo che si potesse proprio definire in quel modo. Anche il vocabolario avrebbe dovuto essere rivisto. E in tutta quella confusione di tutti quei vizi. Persino del vino. Voleva rimettere ordine nelle cose. Gliel’avrebbe fatto vedere Lui a Lei che diceva che era un gran disordinato. E a tutti gli altri Io. Allora i fatti erano andati così: Lot e le figlie, quelle figlie rifiutate che non avevano mai conosciuto uomo, fuggiaschi da Sodoma e poi da Soar, si erano stabiliti in una grotta in montagna. Il posto era umido, non certo accogliente, e lui, il re, era preoccupato per la moglie; temeva di ritrovarsi con un pugno di sale. Non era certo il posto dove portare due ragazze ancora giovani e piene di vita; questo va pur detto. Intorno pareva non esserci anima viva e il silenzio regnava ininterrottamente dal mattino al mattino successivo; giorno dopo giorno. Notti comprese. Le donne si occupavano di tutto e dovevano occuparsi anche del vecchio padre. Lui aveva imparato a fare solo il re, niente che potesse tornare utile. Era come se non ci fosse un uomo in casa. Nemmeno per le piccole cose, anche quelle più stupide. Parola del Signore.
Ora, cosa sognasse il re non è dato saperlo poiché nemmeno Dio può interpretare i sogni notturni. Forse Lei. Quei sogni vanno dove vogliono. Sono proprio bizzarri. Terreno delle più sfrenate e incontrollabili fantasie. Ramingano come senza senno. Sognava la povera moglie, quel re? Magari quand’era ancora giovane, e desiderabile? Le mogli degli altri? Gli altri? Sogni persino più licenziosi? Non si sa. Si sa solo che: certo il re era più sveglio che fosse stato sveglio. Non riponeva mai lo scettro, così pieno di sé e della sua arroganza. Forse, ma forse, solo meno vigile. E certo è anche che quel re doveva possedere un sonno ben pesante. Tanto da non restargli nemmeno l’energia per preoccuparsi del suo governo. Ma il sonno cancella anche le preoccupazioni. Con le fatiche del giorno. Con le preoccupazioni per quella pace e quella desolazione. Anche i re la notte dormono, più o meno, come tutti i mortali. Riposano. Almeno loro hanno un attimo di pace. Ma la notte è… birichina. Bisognerebbe essere sulla terra tutti come quello che dormiva con un occhio solo. Eppure nemmeno quello era servito. Certo che anche le figlie sono pezzi di cuore. Ma quelle due figlie, anche se non sapevano ancora delle cose della vita, erano anche dei gran pezzi di… figliole. Avesse potuto parlare la sua brava e paziente, l’attonita sposa, ne avrebbe avuto un gran mucchio di cose da dire. Non avrebbe voluto sentirla quella donna che lui chiamava solo donna perché nessuno gli aveva dato un nome. Invece per fortuna se ne stava zitta. Parola del Signore.
Ma le due ragazze erano preoccupate per il suo futuro, e anche per il loro. Che se ne fa il mondo di un re senza sudditi? In verità parevano preoccuparsi parecchio anche del loro presente. E si preoccupavano solo loro. Che se ne fa una ragazza senza nessuno che le spieghi, che la faccia diventar donna? Fu così che la maggiore, la più intraprendente, e intraprendente lo era, anche parecchio, chiamò vicino a sé la sorella e le disse: «Nostro padre è vecchio e non c’è nessuno in questo territorio per unirsi a noi, come avviene dappertutto. Vieni, facciamo bere del vino a nostro padre e poi corichiamoci con lui, così daremo vita a una discendenza da nostro padre». Alla più piccola la cosa non sembrò subito troppo opportuna. Pensò al decoro ma anche si domandò, allo stesso tempo, come aveva fatto a non pensarci lei. Pensò a quel “corichiamoci” e non le sembrò una parola esatta, cioè le sembrò e non le sembrò. Pensò a quel “corichiamoci” che voleva dire senza dire; e a tutto il resto. Lei era una ragazza; a volte faticava a tenere a freno la fantasia. Pensò a quel “corichiamoci” e poi a perché non prima lei, che era anche la più giovane, e la più bella, e dopo sua sorella. E perché lei dopo. Ma alla fine si convinse, anche velocemente, e acconsentì. Lei era una ragazza ragionevole e aiutò la sorella nel suo disegno ed entrambe esagerarono con il vino, nel colmare il bicchiere del padre. Fecero ad emularsi. Anzi la piccola era sempre con la brocca in mano; generosamente. Perché quelle due figlie erano pezzi di cuore ma anche due grandi zoc… due figlie molto affettuose. Anche troppo affettuose. Parola del Signore.
Per tutta la cena Lei, la piccola, era stata paziente, anche perché la maggiore non aveva mai smesso di farle da sentinella. Nemmeno aveva potuto allungare una mano che l’altra l’aveva fulminata con uno sguardo. Era solo per controllare; per accertarsi. Pura curiosità. Mica glielo portava via, il suo momento di gloria. E per vedere l’effetto del vino sul povero padre. Ma quella notte lei non dormì per niente bene né tranquilla. Le orecchie tese. L’attesa che pareva non finire mai. E aveva la testa piena di domande che non sapeva se poteva formulare. Ed era sola in mezzo a tutta quella confusione. Perché quella notte non ci fu solo il solito silenzio. Ma il re continuò a dormire di un sonno profondo che pareva morto. Doveva essere, data l’età, anche un po’ sordo. Non si può negare che la più piccola fosse impaziente il giorno seguente, e lo trascorse piena di curiosità e di agitazione. Le ore sembravano non finire mai. Gli armenti da custodire le davano noia; tutti i suoi doveri. L’orto, se quello si poteva chiamare orto. Benedetta ragazza; era con la testa altrove. Finché finalmente giunse l’imbrunire e apparecchiò la tavola per la cena. In verità si mise davanti a quel dovere ben prima del solito. E finalmente la più grande le disse: «Ecco, ieri io mi sono coricata con nostro padre: facciamogli bere del vino anche questa notte e va’ tu a coricarti con lui; così daremo vita a una discendenza da nostro padre». Si domandò perché le dicesse quello che già sapeva. Avrebbe desiderato chiederle altri particolari. Non lo fece. Nella foga versò persino del vino fuori del calice del padre. L’altra la invitò a pazientare. Faceva presto lei a dire. Fortuna che Lot amava il vino ma non ne reggeva troppo l’effetto e dopo un po’, con uno sbadiglio, e un sospiro liberatorio di quella figlia, si alzò per andare a coricarsi; barcollante. Forse i re hanno un sonno diverso. Ancora una volta quel povero re non si accorse di nulla, né quando lei si infilò sotto le sue coperte, né quando abbandonò il talamo che già il sole cominciava a diradare le ombre della notte. Era stata una notte molto lunga e senza un attimo di silenzio, né di tregua. La piccola era sempre stata di indole ribelle e dispettosa. Parola del Signore.
Dio volse lo sguardo da un’altra parte e non volle sapere nulla di quella e delle notti successive e del consumo di vino. Fu Lei, curiosa, a tenerlo informato in seguito, anche se non nei minimi dettagli per non farlo inquietare. Ma Lui ebbe una riflessione degna di un Dio come Lui era: se quel sacrificio era costato a quelle pie donne tanta sofferenza e pena perché allora lo avevano portato tanto a lungo, e perché quelle loro grida che parevano più di giubilo e di gradimento. Non ci si raccapezzava; parola di Dio. Non ci si raccapezzava mai con le donne. A volte ha un prezzo immane la Gloria del Signore. Così presto fu evidente lo stato delle due figlie e il padre restò senza fiato. Fu da quella notte, o quelle notti, che la maggiore partorì Moab e la minore un figlio che volle chiamare Figlio del mio popolo. Già da allora ci si ingegnava ad inventarsi i nomi più bislacchi. Magari senza riflettere sulle conseguenze. Lui non ebbe nemmeno il tempo di lusingarsi. E qualcuno fu subito pronto a chiamare quella donna Moglie del popolo. Quella grotta ne vide di cose che cento occhi non potrebbero vedere e mille bocche non potrebbero raccontare. Il silenzio non fu più lo stesso e presto il bosco pullulò di vita. Dal figlio della più grande ne discesero i moabiti, da quello della più piccola gli Ammoniti. Mica si possono tramandare queste cose ai bambini; agli innocenti. Parola del Signore.
Pare ci fosse anche qualche bastardo, ma quello non generò nessun popolo e fu guardato con diffidenza e sgarbo. L’autore sostiene che qualcuno si sia lasciato andare anche a qualche libertà poetica. Il fatto è che allo sgomento di Dio si univa lo sgomento degli uomini, non è facile guardare con ironia cose tanto ignobili da sembrare un non-senso. Da essere da loro stesse scherno. Da parere sarcasmo. Lo scontro “filosofico” tra i tolleranti, cioè Lei, e i moralisti, cioè Lui, e Lui, e Lui, e tutti i Lui, divenne aspro. Non se ne veniva a capo. Lui La pregò di ritirarsi nelle sue stanze, ma Lei non aveva stanze. Né aveva la bontà dell’obbedienza. Non era grano facile da macinare. S’accorse solo allora: quella che indossava più che una tunica si poteva definire al massimo una maglietta. La copriva e non La copriva niente. Non è che quella Donna avesse inventato i costumi? E anche la costumanza? Caldo faceva caldo. Lei si allontanò con un’alzata di spalle. Lui la guardò attentamente allontanarsi. Gli parve di sentire un “Babbei!” ma non ne ebbe mai la certezza. Santa Pazienza.

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Le parole che dico non han forma né accento, si confondono spesso all’odore del vento.
Così il mondo conobbe ancora l’Ira divina e furono distrutte Sodoma e Gomorra, e le altre tre città che non si ricordava perché. Rimaste anonime. Ma tutto quanto detto è solo la pura Verità.

fulmineEccomi qua”.
In casi come quello della storia, se storia è, si trova sempre il primo fanfarone a ricordare che si sarebbero mangiati anche i piatti. Quello che crede che così si sono inventati la pizza. E poi anche la birra, per digerirla. Era proprio fame; altro che bazzecole. D’altronde se procreavano invece di seminare dopo non potevano dire che si trattava di siccità. Magari non tutti gli anni sono uguali, ma bisogna saper provvedere anche al futuro. E quelli veramente per procreare mica lo facevano. E questo diceva questo e quello diceva quello. Che mondo stava diventando quel mondo. Nessuno che si facesse i fatti proprio. Lui li aveva creati, quegli amici, perché gli facessero della compagnia, magari per un consiglio, o due chiacchiere. Mica per tutta quella confusione. Pazienza Lei. Ma adesso tutti pensavano di sapere tutto. Col fatto che se li era fatti come voleva, e uguali, cioè simili. Certo eccola. L’aveva vista arrivare. Sapeva che sarebbero state ancora rogne. Mica faceva il guardiano di pecore. Mica stava lì a controllare quello che gli altri facevano. Che poi aveva il dubbio che quelli li avessero creati proprio loro, begli amici. Che ora si lavavano la bocca. Si toglievano dalle spese. Gli scaricavano tutto addosso.
E poi c’è un tempo per ogni cosa. Lui c’era da sempre e ci sarebbe stato sempre, ma sai l’affollamento. Finiva che nella città non si sarebbe proprio più potuto girare. Insomma se una cosa inizia deve anche, prima o dopo, finire. Come ogni storia che si rispetti. Certo che a invecchiare non fa piacere a nessuno. Ma nemmeno a essere giovani è uno status che non ha controindicazioni. Uno da giovane, c’è poco da dire, gli manca quella, l’esperienza. Bisogna pure scottarsi per saper stare alla larga dal fuoco. Intanto le fiamme di quelle città dannate ardevano ancora contro il cielo. Che splendida immagine da film. Solo un rammarico: peccato che nessuno, nemmeno Lui, avesse ancora pensato ad inventare il cinema.
Sarebbe stata un’inquadratura epocale. Bastava un piano sequenza, al limite un fermo immagine. Non servivano nemmeno le parole. Altro che la caccia alle streghe. Altro che il medio evo. Certo che se l’erano cercata. Un poco di pudore. Un po’ di intimità. Sempre a fare e dire. Un bel silenzio è pur sempre la migliore delle soluzioni. Si può sempre chiudere un occhio. Perché per vedere Lui vedeva. E ci vedeva ancora bene. E vedeva proprio tutti. Anche certe cose che avrebbe preferito… E poi erano angeli; mica… Insomma chi vuole intende. Un po’ era stata Lei a istigarlo. Cos’hanno loro che io… in fondo non aveva tutti i torni. E Lei… come donna gli era proprio anche riuscita bene. Bene era dire poco. Non fosse stato per il carattere. Solo che l’aveva fatta per fargli compagnia. Non in quel senso. Semplicemente compagnia. No! decisamente non aveva un carattere facile. Quale donna lo ha. Anzi aveva un brutto carattere. Ma di te… cioè davanti era messa meglio. Certo che qualsiasi cosa Lui facesse era subito sulla bocca di tutti. Va bene che Lui era Lui. Va bene che Lei era solo un’amica e immaginaria, ma le cose che immaginava avevano una loro presenza, carne vera. E non c’era niente di più vero delle sue forme, per di più sode. Non s’era ancora mai vista una donna come Lei. E lasciamo andare i discorsi sulle coppie di fatto. Erano solo amici. Certo che anche come amica era invadente non poco. Col suo sano realismo, come lo chiamava Lei; il suo pragmatismo. Ma cosa vuol dire pragmatismo?
Vivi e lascia vivere. Ma Lui era dio, mica poteva far finta di niente. Che poi c’erano quelli che già andavano a strombazzare ai quattro venti ogni suo sospiro. Cosa avrebbero detto? In fondo aveva Lui la responsabilità degli angeli. E della loro incolumità. Poteva anche essere vero che era meglio un poca di sana tolleranza di tutto quel disastro, ma era certo che avrebbero detto che si stava rammollendo perché era vecchio. Ci mancherebbe che uno è uomo e fa la donna quando gli salta a lui. O meglio ancora che pretenda che altri uomini facciano le donne. Anche quando magari non gli va. Meglio era che non si mettesse strane idee in testa, quella. Né quella né altre. Anche l’estetica ha bisogno della sua etica. E in tutto quel bailamme un po’ di ordine non poteva che fare bene. E poi cosa sono cinque città davanti a tutto l’universo? Sì! perché cinque erano, mica due sole. Cosa vuol dire?
Non faceva comunque bello tutto quel fumo. E quel disastro di rovine. Quel disordine. Si poteva comunque distrarsi, dire quello che si voleva. Se invece c’era Lei neanche a pensarci. Bisognava stare attenti ad ogni parola. Poi non l’avesse fatto li avrebbe sentiti. Era certo. Subito a dire che non aveva più autorità. Che si stava rammollendo. Ora che l’aveva fatto tutti a criticare. Figurarsi. Che Lui non ne era del tutto convinto. E quelli a dire che aveva esagerato. Che in fondo. In fondo un corno. Così era stato. Come in un incubo. Ecco! C’era da immaginarselo. Sul più bello arriva Lei. Con Lei tutto tornava difficile. Anche se stava solo a parlare. Eppure doveva essere proprio Lei, proprio Lei a saperlo. In fondo non né era stata forse, anche se indirettamente, e senza volerlo, Lei la causa? E’ troppo facile dopo dar la colpa agli altri.
Mi sembra impossibile eppure sembra possibile. Non lo avrei mai creduto ma lo vedo. E proprio con questi miei occhi. E anche bene. Tanto da non crederlo. E sembra anche che… ma a me… a me no… preferisco parlarci. Non è quella città la mia città. Credo che le vacanze andrò a farle altrove. Ora scusami”.
Cos’era tutta quella frenesia? Tutti come quelli che dicevano “famolo strano”. Quello avrebbero dovuto proiettarlo in seconda serata. Quando i bambini sono a letto. E’ normale che poi ci sia quello curioso. E quello con spirito di emulazione. E quell’altro. Tanta era la meraviglia di Lei che la voce s’era fatta un sussurro. Lo volesse il cielo (naturalmente si fa per dire). Così non era né un no né un sì. Non sembrava né carne né pesce. Ma anche Lui era rimasto meravigliato. Non poteva dire di no; negarlo. Non se l’era immaginato. Certo che gli uomini eppure li aveva fatti Lui. Ma non gli erano usciti proprio come li aveva pensati. E non aveva ancora deciso, qualunque cosa dicessero. Questo mica lo dicono quelli che dicono anche troppo. Che ora lo fanno sembrare fin troppo buono. E talora troppo cattivo. Che poi nessuno deve essere sempre uguale. E obbligato a esserlo. Anzi Lui era il meno uguale. Non aveva forse creato Lui il creato? E tutto. Allora doveva essere stato sempre Lui a creare l’amore, cioè loro. Se ne stava dimenticando. La colpa non era solo sua ma di tutti loro. Non è forse l’amore l’inizio della vita? Era confuso.
Era del tutto probabile, stando a ciò, che avesse creato anche il piacere. Cioè tutti i piaceri. Che anche la passione fosse piacere era un ben strano piacere. Ma non poteva negare, con assoluta certezza, lo fosse. Quando c’era Lei anche Lui sentiva un qualcosa. Non certo paragonabile a quello degli umani. Lui era pur sempre Lui. Ma pur sempre un qualcosa. Ma tutto ha un limite. E non sopportava quel suo sorriso. Cioè quelle sue risatine. Cioè da parte di Lei. Che poi era meglio così perché a Lui non piaceva, davanti alla sua autorità, che Gli fossero date le spalle. Che poi aveva fatto tutto Lei. Non Le aveva chiesto nulla. Figurarsi. Mica per mancanza di coraggio. Figurarsi. Non ci aveva pensato. E poi non li aveva fatti così per quello. Fosse stato uomo, cioè con tutto quello che ci vuole a essere umani, l’amore l’avrebbe fatto come si fa all’amore. Cosa c’entrava Lei? Cioè in ogni modo. In ogni caso. Anche senza pensare a Lei. Per lui l’amore andava fatto come si fa all’amore. Comunque.
La scoprì anche accendersi una sigaretta. Quella stava creando proprio tutti i vizi. Si fosse limitata a guardare altrove. Sempre così impicciona. Aveva il dubbio, dopo, di averle fatte tutte, le donne, come Lei, impiccione. Magari erano state proprio loro; le donne. A incitare tutti. A creare quel gran putiferio. Se l’erano inventata loro l’Ira di dio? O forse erano solo delle gran gelose. Non ci capiva niente. Che poi Lui si sentiva male. Certo era solo un momento. Ogni volta. Arrabbiarsi lo faceva sentire male. Gli prendeva un coccolone. Ma figurarsi se Lui ci pensava. Se non lo avesse detto Lei non ci avrebbe nemmeno pensato. E ora tutta la colpa la davano a Lui, ovvero a Loro. Perché ormai nessuno poteva chiamarsi fuori. Guardassero loro stessi che a raccontarlo avevano fatto diventare la Bibbia come il Kamasutra. Un libro da non dare in mano a quel bambino. Un libro poco educativo. A luci rosse. E sospettava persino che ancora non ci sarebbe stata pace per Lot.

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Come diceva quel saggio: “Posso spiegarti ma non posso capire per te”, allo stesso modo è difficile credere per chi non crede. Di creduloni ce ne son fin troppi e poi prestano credito alle cose più banali e infime. Qui stiamo parlando della grande Storia. Della vera Storia. Gli eventi sono quelli da cui tutti noi veniamo. Parola di un signore.

fulmineRiprendiamo la narrazione. Lui era andato perché doveva andare. C’era quella storia con Abimelek. Abramo non aveva detto una bugia, ma nemmeno la verità. E Sara era Sara. Temeva che potesse combinare un immane casino. Come quella Elena. Ma quella era un’altra storia. La loro storia. E a raccontare quella se l’era sbrigata velocemente. Se la sbrigassero tra loro. Era stata solo una stupida disputa. Su chi era più dio. Loro altro non erano che dei. Un po’ presuntuosi ma sempre dei. Pieni di vizi e poveri di virtù. Più simili agli uomini. E a uomini d’arme. D’arme e d’avventura. Sempre preda dei loro istinti. Solo un poeta cieco poteva perdere tanto a raccontare così povere gesta.
Una guerra. Un viaggio. Aveva già raccontato tutto lui, il poeta, l’aedo, il lirico. Lui, cioè loro, non aveva avuto bisogno del caos. Né di cori. Lui il mondo l’aveva creato per davvero. E dal niente. Senza indovini e oracoli e altri illusionismi. Tutta fatica del suo sacco. Lui non aveva bisogno di guerra. Se la vedeva da solo; era o non era un pacifista? Il primo. Bastava e avanzava l’ira divina per sistemarli. Un richiamo con voce tonante. Magari anche una cacciata. Un’onda un po’ più alta. Un’ordalia. Insomma quelle cose lì. E niente giochi. Niente finti cavalli. Niente maghe dagli occhi affascinanti. Gli sembrava tutto un gran bel romanzo. Con un linguaggio un po’ superato, passatista. Nient’altro che un romanzo. Quasi di cappa e spada. E che assurdità di quella città non lasciare traccia. Quasi a provocare chi ha il gusto dell’antico. Dal suo punto di vista era solo preistoria. Intanto tanto per essere precisi si sta parlando del 1850 a.C., ma ancora non si sapeva, per via di quel prima, o circa.
Avrebbe voluto tanto lasciare che se la sbrigassero. Ma non poteva certo fingere di non vedere. Così era andato suo malgrado. E fortuna che quello l’aveva presa bene. Ora non avrebbe accettato nessuna malalingua. «Non temere, Abramo. Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande». Era vero che Abramo era ormai vecchio. Che erano sposati da tanto di quel tempo che non facevano più ormai caso uno all’altra. Si passavano accanto, si sfioravano, e nemmeno si vedevano. Nemmeno ne faceva mistero. Esattamente non facevano più caso uno all’altra. Ma quell’altra avrebbe anche voluto, voluto e sperato, forse, che facesse ancora caso. O forse no. Forse solo voluto. Il povero vecchio non era del tutto arzillo. Almeno in quei giorni. E tanti viaggi non gli giovavano. Gli mettevano fiacchezza. Era sempre a lagnarsi. Sempre in compagnia di qualche dolorino. Tutto ciò era vero, parola di dio. Ed era altrettanto vero che Lui, come promesso, era andato a visitarla, cioè a visitarli. E Lei, quella donna, cioè Sara, non aveva nulla da ridere. Insomma loro niente, poi, dopo la sua visita, Sara aveva scoperto di aspettarlo. Quel benedetto figlio. Non c’era nessuna attinenza. Solo un caso. Il frutto della sua promessa. Niente di più. Lui non c’entrava, non almeno direttamente, con quella nascita. Che dicessero quello che volevano. Un miracolo è solo un miracolo. I soliti scettici. Anzi che si imparassero a tacerselo.
Ché Abramo non era uno che ci pensava due volte. Gli dicevi una cosa e lui già l’aveva fatta. Non un cuor di leone, ma anche un fifone può trovare il suo attimo di coraggio. E Lui aveva grandi progetti su quel vecchio. E in quel momento doveva preoccuparsi di tenerlo vivo. E magari con un po’ di dignità. Che se ne sarebbe stato di uno così con un sospetto. Che poi se Sara non era certo un esempio nemmeno era peggio di tante altre. Le fosse mancata la virtù si sarebbe confusa con i più. Così aveva deciso. Che continuassero a ridere. E raccontare dei tre pellegrini. Che era stato solo lui ad essere imprevidente. Quando si ha moglie meglio tenerla da conto.
La verità forse era diversa. Gli aveva detto, lo aveva detto a lui, di prendere di tutto da tre. una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un piccione. Non era sceso nei particolari dei tre pellegrini. Lui li aveva accolti davanti alla sua tenda. Lui era stato ospitale come si doveva. Anche troppo. E aveva sacrificato il vitello migliore. Nemmeno quando gli dissero: «Dov’è Sara, tua moglie»? si domandò perché chiedessero subito di lei. Lui lo aveva pure in qualche modo avvertito e quello si era addormentato. Valli a capire i vecchi, a volte troppo sospettosi, altre troppo fiduciosi. Mentre quelli contemplavano Sodoma lui, vecchio, dormiva della grande. Sarebbe potuto finire il mondo. Forse quello era il segno di Dio ma Lui stesso non ne era certo. E dopo quei tre partirono per andare verso la città. Insomma questi erano i fatti. E Lui voleva essere certo di cosa succedeva in quelle città. Aveva chiesto loro di essere i suoi stessi occhi. Nient’altro. Ne era certo. E il vecchio avrebbe dovuto solo essere contento. E soddisfatto, e orgoglioso. Uscito di quel sonno profondo. Ma il vecchio non lo era completamente. Almeno non lo fu quando seppe che sarebbe diventato padre e popolo quando aveva l’età per essere nonno. Ma Lei sogghignava sotto i baffi pur non avendoli. E Sara, con la acca o no finale poco importa, pareva aver ritrovato il buonumore. Eppure aveva la sensazione che la calma fosse solo apparente. Abramo se ne stava buono e in disparte privo delle forze che da tempo non aveva. E Lui era preoccupato di quello che gli avrebbero raccontato da quelle città. Se ne dicevano tante e le più diverse. Nessuna di buona. Nel bene e nel male si sarebbero ricordati tutti di quelle due città. Sebbene Lui fosse clemente non ne poteva più di tanto clamore. Cercava certezza di quello che già sapeva, perché il Signore è onnisciente.
Comunque inviò anche due angeli per avere ancora altre certezze. Lui sapeva che Lot era un giusto, lui e pochi altri. Troppo pochi. Ma in fondo era fiero dell’ardire di quel vecchio Isacco. E Lot cercò anche di difendere i suoi ospiti. Offrì in cambio il bene che aveva più prezioso: «Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori e fate loro quel che vi piace, purché non facciate nulla a questi uomini, perché sono entrati all’ombra del mio tetto». Ma gli angeli con viso d’angelo e quel loro sorriso angelico avevano invaghito gli uomini. O forse a quegli uomini erano più graditi gli uomini; proprio non se ne capacitava, non lo capiva. E così ebbero modo di conoscere l’ira divina. Sulla città si alzarono alte le fiamme. Salvò Lot per essere clemente con la supplica di Abramo ma lo stesso Lot si ritrovò con una moglie di sale. Mai che le donne riescano a dar retta a qualcuno. Non ci aveva potuto fare niente. Anche se era Dio. Un patto è un patto. E Abramo vide le città andare verso la loro distruzione. E poi solo rovine. E Lui si sentì stanco di quel fare e disfare. Certo sperava di essersi spiegato bene.
Voleva ripensare a quella storia. Niente era stato facile. E non voleva diventare lo zimbello di nessuno. Né di Lei né di sé stesso né di tutti gli altri Lui. Per ora Gli interessava il destino di Sara. Rimettere ordine. Scordarsi tutto quello che era successo. Fosse solo stato possibile. Teneva che ne avrebbero parlato e parlato per anni. Lui poteva fare quello che voleva ma distruggere due città era una cosa che non poteva passare inosservata. Sì! aveva salvato Lot, e le figlie, i generi no perché non avevano voluto credere, e quella moglie ormai solo un gran mucchio di sale. E nella confusione di città ne furono distrutte cinque, delle altre tre nemmeno si ricorda il nome. Di più non aveva potuto fare. Bastava che Lot fosse solo un poco più… venditore. Insomma convincente. Quelli erano un branco scatenato di anarchici senza Dio. Nemmeno nessun rispetto nemmeno per l’autorità. Avrebbero riservato lo stesso trattamento allo stesso Lot. Eppure era padre e aveva due figlie e perciò gli dovevano piacere le donne; a Lot. In che strana storia si era invischiato. Ma almeno di quelli si era liberato. Non avrebbe più dovuto vedere uomini che facevano occhi languidi ad altri uomini. O uomini a usare le donne come fossero uomini. Lei diceva che era un bieco moralista, solo un conformista; vecchio. Di quella modernità non sapeva che farsene. Meglio vecchio che così. Era quando vedeva Lei che si sentiva confuso.

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Dopo aver diviso gli uni dagli altri, e aver fatto crollare fragorosamente quella Torre, niente era stato come prima. Se mai prima era meglio. Così quel Dio si ritrovò a ricapitolare e a riflettere. C’era bisogno di un intervento energico. Cominciavano a mancargli le forze. Aveva perso l’entusiasmo. Tutto era stato inutile. Era stata tutta colpa dell’uomo. Magari non solo, ma anche dell’uomo. Ma forse anche di un tratto di rimmel. Di una strizzatina d’occhi. Non riusciva a togliersi dalla testa che c’entrasse Lei.

fulmineVa bene che era dio ma c’è un limite a tutto. Quel fatto che era, cioè erano, puro spirito. Ogni volta che Lei gli gironzolava intorno si sentiva agitato, sentiva quel languorino, quel pizzicorino. Non era stata una buona idea. Non era stata proprio una buona idea. Non sapeva cos’era quello che provava, quella sorta di confusione. In fondo lui era solo Dio. Onnisciente e perfettissimo ma solo Dio. Delle cose degli uomini non ne capiva. Era stato fin dall’inizio, si ricordava. Quella Eva; a proposito: niente male. Aveva fatto quegl’occhi enormi. E quello sguardo. Gliel’aveva visto indosso anche a Lei. E di più era tutta nuda: nel senso di Eva. Non poteva, cioè potevano, inventare prima l’abito e poi il monaco. Insomma era proprio nuda. A pensarci bene forse Adamo aveva le sue ragioni e poche colpe. Se fosse stato uomo… Non aveva mai creduto a quella favoletta della mela. E forse aveva ragione Lei quando sosteneva che non si può portare tanto rancore per tanti secoli per una mela. Ma perdinci! è l’ira divina. Se Dio s’adira s’adira; mica mette il muso e basta. Non era solo una mela. E poi non gli andava di essere contraddetto. A nessuno di Loro. Figuriamoci ad essere disobbedito. Era stato chiaro, chiaro e tondo. Ed era una questione di principio. E loro, loro, quei bellimbusti di Michele, Gabriele, Raffaele e Uriele che ci stavano a fare. Va bene che anche loro erano puri spiriti… anche su questo qualcosa non gli quadrava. Chi li aveva fatti, non si riusciva più a trovare un chi, da qualche parte si doveva esser preso delle libertà. Non lo convincevano del tutto. Non lo lasciavano tranquillo. Non gli garbavano. Con quelle ali. Quei boccoli. E quel sorriso angelico. Insomma… non proprio guardiani. L’idea non era quella. Se ne parla anche poco. L’idea era: visto l’uomo, e soprattutto la donna, meglio mettergli vicino qualcuno. Che riferisse. Che mediasse. Magari con un po’ di senno. Di quello se ne trova sempre poco. Che poi Michele avrebbe dovuto occuparsi di quelli, di quelli che dicevano di essere il suo popolo. Ma Lui aveva bisogno di un popolo? Mica era un politico. E nemmeno Michele era semplicemente un angelo, era un arcangelo, perdio! Se ne dava tutte le arie e poi le storie finivano così. Per questo lo aveva fatto arcangelo, perché fosse il suo angelo personale. Raffaele invece… non sapeva nemmeno da dove se ne fosse uscito. Ma chi gli aveva dato il titolo? Un po’ zotico era un po’ zotico. Non poteva fare tutto Lui. Ma tutta questa è un’altra storia. Divagava. Michele sarà stato anche il più bello ma quando c’era da azzuffarsi era il primo, e s’azzuffava. Tendeva ad essere litigioso. Qualche volta non era proprio un male, ma solo qualche volta. Non voleva proprio tornare a pensare a quella volta del drago. Era una storia infinita. Era stato da allora che s’era fatto dei nemici. Eppure Lui non aveva né colpa né pena. Aveva fatto tutto Michele. Che se era per Lui a quelli li avrebbe sistemati subito. Invece si trovava con i nemici vicini. Mandati a casa gli dei… di male in peggio. Proprio come il giorno e la notte. Che in fondo Lui era un pacifista; il primo pacifista.
Insomma angeli sì, angeli no, alla fine erano sempre in mezzo. Chiamò Lei ma il gesto gli restò tra le labbra. Si rese conto che non gli aveva mai dato un nome. E un fischio non era il massimo dell’educazione. Mica poteva chiamarla Dio. Si rifiutava. Era tutta una gran confusione. Intanto Lei era sempre davanti a quello specchio. Cercò di ricordarsi che qualità Le aveva imposto. Non ne ricordò una. Certo non la modestia. Non la discrezione. Bella era bella. Forse l’essere che gli era riuscito meglio. Anche fin troppo, bella. Distolse gli occhi che stavano scivolando indiscreti. Lui era Dio, non poteva lasciarsi andare a quei… a quelle… a certi pensieri. Non era da Lui. Cosa aveva voluto dirGli ricordandoGli la solita storia, sempre quella, con quel “ma allora non vuoi proprio capirlo”. Come se solo Lei potesse capire. Conoscesse le cose della vita. Sospettava che fosse un po’ gelosa di quella Eva. Eppure nemmeno a Lei mancava nulla. Ma forse aveva ragione. Almeno un po’. Ma forse era così. Lui era Dio, non poteva impicciarsi di tutti i problemi degli umani. Gli umani si creavano tra loro. Sospettò che questo facesse sì che non ci fosse più bisogno di Lui. Non era possibile. Un essere umano non è un animale, si disse, avrà sempre bisogno di qualcosa in cui credere; parola del Signore. Ma nemmeno questo lo mise tranquillo. Certo che a raccontare la storia diventa più lungo della storia stessa. Decisamente gli ci sarebbe voluto uno storico, un cortese narratore, un comico, un bizzarro, un profeta. Qualcuno insomma che lo togliesse almeno da quell’impiccio. Non gli andava di raccontarsi. Con tutto quello che aveva da fare gli sembrava a Lui un po’ tempo perso. E un po’ megalomane. Il mondo andava come voleva e a raccontarlo sembrava che fosse solo colpa sua, cioè loro; di tanto in tanto dimenticava di quanti fossero lì a darsi tutto quel daffare. Aveva fatto del suo meglio. Dai il libero arbitrio. Ecco cosa se n’erano fatti. Troppa libertà. Doveva essere stata Lei a creare il costume. E quelli non perdevano l’occasione di mettersi nudi. E’ normale che poi una cosa tira l’altra. Che poi a Lui non piaceva, cioè non è che gli garbasse vederli nudi, almeno gli uomini. Per le donne ancora poteva andare. Avevano una loro grazia. Non era un brutto vedere. Ma gli uomini… con quel coso che… lasciamo andare. Che poi anche gli impicciava. Se devi correre, se devi lottare, tirare di giavellotto, non era proprio comodo. Prendiamo quei tre pellegrini. No! questa storia magari la prossima volta. Era già fin troppo confuso. Però doveva annotarselo che bastava una Sara per rovinare la reputazione di un intero popolo. Le donne parlano troppo e quando tacciono rischia che è anche peggio.
Il diluvio era servito a poco che a niente. Come una goccia d’acqua. Il problema era sempre quello. Dopo il diluvio erano rimasti Noè: Sem, Cam e Iafet, ma a loro nacquero figli dopo il diluvio. E così i figli di Iafet: Gomer, Magog, Madai, Iavan, Tubal, Mesech e Tiras. E quelli di Gomer: Askenaz, Rifat e Togarma. E i figli di Iavan: Elisa, Tarsis; quelli di Cipro e quelli di Rodi. E avanti di questo passo. E anche di questo esempio. Il problema era stato che quelli andavano in giro e figliavano in ogni dove. Che i figli bisogna anche mantenerli. E secondo Lui lo facevano anche per qualche altro motivo. Sembrava che facesse loro piacere. La terra si stava trasformando in un formicaio. Ma non dormivano mai? Doveva ricordarsi di creare l’inappetenza. E la stanchezza. Perché proprio Lui? Che se le creasse Lei, se era tanto brava. Aveva fatto il malanno. Se lo risolvesse. Nemmeno quella storia di “Domenica chiuso” era andata a buon fine. Non erano mai contenti. Uno a dire: “Io la voglio al sabato”. L’altro a dire: “E allora Io al venerdì”. Che se la facessero quando volevano la loro benedetta festa. Bastava lo lasciassero in pace. A ogn’uno il suo giorno. Forse era anche giusto, tanti e tante feste. E Lei che pareva fare festa tutti i giorni. Già! sosteneva di lavorare in casa. Ma è un lavoro quello? E poi gli restava fin troppo tempo libero. Per far malanni. Stava diventando scorbutico. Ma quello che è troppo è troppo. Ed era tutta una Babele. E proprio lì in Israele, cioè in Palestina, era peggio che peggio. C’era posto per tutti ma ognuno voleva quello dell’altro. Non potevi uscire di casa che ti ci trovavi qualcuno dentro. Era possibile? Avrebbe dovuto fare qualcosa, ma quando l’uomo non vuole ragionare non c’è verso di farlo ragionare. Lui non era un agente immobiliare. Non aveva detto nulla di simile. Tutto era cominciato dalla notte dei tempi. C’era chi partiva, chi restava e chi tornava. Ma non dessero la colpa a Lui. Lui li aveva provati a dividere. Aveva creato le lingue e le razze. E forse non era stato un bene. Ma l’uomo vuole sempre quello che non ha. Si fa una famiglia e poi va in certa della donna dell’altro. Cosa ci troverà, poi? Prima o poi avrebbe dovuto dar loro delle regole. Almeno provarci.
Ma com’era possibile che Lei avesse sempre caldo? E fosse sempre allegra? Certo aveva uno splendido sorriso. E… come dire… ammiccante. E gli ronzavano in testa quelle parole: “dammi un po’ di tempo, noi due soli, e vedrai come te lo creo l’uomo nuovo”. Preferiva starsene in disparte. Aveva altre faccende a cui affaccendarsi. Si mescolava con gli altri. E ogn’uno si mescolava agli altri. Tutti uguali come fotocopie. L’idea del dio multiplo non era poi da buttare. E tutti nelle loro tuniche. Solo Lei con una tunica diversa ogni giorno. Che senso aveva? E poi anche quelle sempre più corte. Per mostrare le gambe? Anche adesso le mini. Come non fosse abbastanza nuda. Che era più nuda che senza vestiti. Certo le gambe erano un gran bel paio di gambe. E quando si sedeva veniva la tentazione di guardarci sotto. Senza farsi vedere; naturalmente. Era ormai certo. Era Lei che aveva creato il pudore ma anche il suo contrario. La civetteria, la tentazione, la provocazione, sicuramente persino la nudità. Che se ne facevano loro vecchi saggi creatori di tutte quelle cose? Pareva invecchiare solo lui, cioè loro. E Lei pareva restare giovane. Ormai pareva loro figlia. Tutta baldanzosa; di sé. Accidenti. Doveva avere anche un certo ascendente. Le donne sulla terra sembravano aver assunto tutto da Lei. Tutti i suoi difetti. Tutte le sue diavolerie. Era assatanata; nel senso che pareva più una seguace di Satana. Anche quello: contestazione globale. Rivolta continua. Ecco com’era finito. A ubriacarsi di notte. E Lei rischiava una sorte simile. Aveva provato a parlarci. Lei aveva riso e l’aveva chiamato Alfredo. Certo era stata ancora Lei a creare anche l’amore, non quello… quello fisico. Insomma… quello. Quella cosa che Lui non riusciva a capire. Sarebbe tanto più facile vietarlo. Meglio era non crearlo. Che poi ti trovi che ognuno lo coniuga come pare meglio a Lui. E allora trovi subito qualcuno che dice che bisogna farlo solo per fare figli. E così riempiono il mondo di piccoli mostri. Non trovi un posto libero nemmeno al bar. E allora trovi il furbo che dice che bisogna farlo solo per il proprio piacere. Piacere? E assisti a quelle scene non certo edificanti. Mai in due a dire la stessa cosa. Che almeno lo facessero solo in privato. E senza tanta pubblicità. Forse era stata creata anche la pornografia. Doveva essersi distratto un attimo. E quella di chi era la colpa? Mi sa che non finisce bene. A volte i pensieri di Dio sono come tuoni. Così chiamò, cioè chiamarono gli angeli a sé. Andate e moltipli… cioè… insomma… fate qualcosa. E state alla larga da quelle città; da Sodoma e Gomorra, che di guai ne abbiamo fin troppi.. Nel frattempo vediamo di vedere. Voglio proprio vedere come va a finire sotto quel tetto -pensò. Tra quel vecchio e quella… Sara. Voglio farci una… capatina.
Come Lui aveva detto «Terach aveva preso Abramo, suo figlio, e Lot, figlio di Aran, figlio cioè di suo figlio, e Sara sua nuora, moglie di Abramo suo figlio, ed era uscito con loro da Ur dei Caldei per andare nel paese di Canaan. Arrivati a Carran vi si erano stabiliti». Sara assomigliava in modo impressionante a Lei. E anche lei pareva avere delle idee tutte sue sul da farsi e su come andava il mondo. In fondo era stato Lui a dirgli di andare là. Pensava fosse per il meglio. Anche se la donna era sembrata dispiaciuta. I vicini erano diventati veloci di lingua. E tutti a guardarla. Le voci dicevano che aveva il ventre come un deserto. I beneinformati ridevano perché un deserto resta arido se non gli si da l’acqua. Non gli era chiaro ma non gli sembrava che fossero dei commenti benevoli. Così aveva pensato di torgliergliela, Sara, da sotto gli occhi. E da sotto qualunque altra cosa. Sapeva che la storia della sorella sarebbe durata neanche un battito di ciglia. Ma non si può mettere dentro il coraggio a chi non ha coraggio. Lui aveva semplicemente detto «Farò di te un grande popolo». Solo allora si rese conto di essersi assunto un gravoso impegno. E cosa potevano implicare quello parole. Le aveva dette a lui, mica a lei. Adesso lei era ricoperta di occhi. Nessuno riusciva a togliergleli di dosso. Nemmeno Lui. Non era stato proprio del tutto male. Si volse all’istante pensando “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore”. Ma si trovò banale. E tornò ad ammirare quella splendida creazione.

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Di confusione ce n’era già abbastanza. E diventa naturale che si perda il filo del narrato. Questa è la storia della creazione. La storia delle storie. Dio, o il suo interprete principale, cominciava ancora una volta a guardarsi intorno stranito. Non era certo che tutto quello fosse opera sua. Ovvero non si capacitava di essere stato così imprevidente. Tutto era cominciato dalla notte dei tempi, meglio dire: dal primo mattino. Non c’era inizio prima di quell’inizio. Non c’era niente. Prima c’era solo buio. Solo si era sentito solo e nemmeno era un pensiero del tutto suo. Mai fare le cose di getto, dettate dall’istinto. Cercava compagnia? Forse sarebbe stato meglio un buon libro. Poi tutto era come precipitato. Purtroppo il risultato ce l’aveva sotto gli occhi. E il tutto sembrava perdere i pezzi.

Rfulmineiprendendo. Non era il tempo a mancargli. Solo gli era sfuggito, il tempo. Beh! la memoria non era la suo maggiore qualità. Prima c’era solo il bene, cioè il male, insomma quello: il pensiero unico. Anzi non c’era nemmeno nessun prima. Poi gli amici. I sosia. Gli altri. Per essere dio era dio, non per questo poteva ricordarsi di tutto. E non è nemmeno facile fare il dio. Tutti lì pronti a giudicare. Tutti si aspettavano tutto da lui, come fosse un padreterno. Certo che era infallibile. Che la fallibilità è umana. Era solo che ci sono giorni che non tutto va per il verso giusto. E quella cosa lì ora era il creato.
Se all’inizio tutto era cominciato perché si sentiva solo, ora cominciava a sentirsi anche troppo in compagnia. Anzi era tutto un gran casino. Tutti che vogliono mettere la parola. Non come quella volta. E forse quella volta era stato anche un po’ troppo precipitoso. Così lo era diventato anche di più. Sopra e sotto. Un gran Casino. Certo la parola non era proprio carina, in quel momento non riusciva a trovare un termine più adatto. Confusione gli sembrava realmente poco. Certo che era dio ma il vocabolario era quello che era. E poi si doveva ancora stampare. Insomma delle lingue che si preoccupassero gli uomini. Lui era puro pensiero. Non che non volesse prendersi le sue responsabilità, ma quel che era troppo era troppo. E poi ormai tutti si sentivano dio. Certo li aveva creati a sua immagine e somiglianza. Loro. Non quelli giù. Quelli giù… beh! avrebbero avuto bisogno di una ritoccatina, anche più di una, ma ormai era tardi. Troppa approssimazione. E dire approssimazione era dire una bazzecola. Si guardò intorno. Erano proprio tutti uguali. Tutti con barba bianca. E quel triangolo. E l’abito lungo bianco fino ai piedi; che anche intralcia. Nemmeno lui sarebbe riuscito a distinguerli. Beh! non proprio tutti. Lei era Lei. Non ci si poteva confondere (Lei è un dio femmina, nota dell’autore per futura memoria). E poi con quelle cose, con quelle tette. E sempre a ostentarle. Così fiera di sé. Nemmeno fosse dio. Eppure non si ricordava proprio di aver fatto quell’uomo. “Certo quello l’ho fatto Io” – si sentì dire- “qualcosa che non va”? Per farla breve: tutto. Si chiese a voce alta “Perché”? E ricevette subito risposta: “Perché sono Dio”. Non ci vide più: “No! Sono Io Dio. E poi non lo voglio sentire più; dio c’è. Anzi ce ne sono fin troppi”. Ma prima una voce: “E no! Io sono Dio”. E poi un’altra: “Io sono Dio”. E un’altra ancora: “Io sono Dio”. E le voci si fecero coro: “Io sono Dio”. Qualcuno azzardò: “Io sono il vero Dio”. Un contestatore c’è sempre; un rompiballe. Era fuori di sé. Solo Lei taceva, chissà cosa aveva combinato questa volta? Ma di quello si sarebbe potuto occupare dopo. Ora aveva cose più urgenti. Una sorta di ribellione? Una rivolta bell’e buona? Erano veramente tutti uguali. Persino lui… ma come aveva potuto? Sono questi gli amici? Tutti pronti a prendere il tuo posto. A infilarsi nel tuo letto,. con la tua donna. Su quest’ultima osservazione meglio sorvolare. Se la tenne per sé. Così la cancellò dai suo pensieri. Ma quella tornava. Se di loro si fidava poco, di Lei punto. Si rese conto che il pasticcio era fatto. Irreparabile. Ormai non si poteva più tornare indietro. Lì, come dire, nella volta celeste, non c’era più un dio ma ce n’erano parecchi, anzi c’era un dio multiplo. E ognuno uguale e ogn’uno diverso. E tutti creatori. E tutti infallibili. E un po’ supponenti. Per ogn’uno: “Io sono dio”. La frittata era stata fatta, anzi Creato. Come avrebbe voluto lui, cioè lui, cioè lui, non ci capiva più niente, come avrebbe voluto potersene lavare le mani.
E quello cosa sarebbe?” –chiese guardando il figlio di colore di una coppia assolutamente ariana e sterile; che nemmeno sarebbe stata l’unica volta– “Cosa mi rappresenterebbe”?
Non sono stato Io”. “Non sono stato Io”. “Nemmeno Io”. “Figuriamoci se Io potevo fare una cosa simile”. “Non ne so niente”. Non c’era più religione. Nemmeno pudore. Non un briciolo di buon senso. Anche per la gente che vede. Era uno scandalo. Cosa avrebbero pensato gli altri. Come sempre quando qualcosa non andava non si trovava mai il colpevole. Mai nessuno che si prendesse le proprie responsabilità. Lei sorrise sotto i baffi: “Quello s’è fatto da solo, cioè”… e lasciò quei puntini di sospensione come se la sapesse lunga. Ora la preferiva com’era prima, quando se n’era stata zitta. S’indispettì, e cercò di non farlo vedere. “E quello con tutto quel naso”?
Ancora Lei: “Certo non è la cosa che mi è riuscita meglio, ma era una prova. Come dire? Un prototipo”. Ne aveva abbastanza, non ci mancava che Lei, e le sue tette che non si curava mai di nascondere, ma non era ancora abbastanza. E poi chi le aveva detto che anche Lei poteva creare? In fondo era solo una donna. Cioè purtroppo era proprio una donna. Indubbiamente una donna. Non ci aveva mai pensato. Già era fin troppo che Lei riordinasse le sue cose. Mettesse ordine (come per la volta celeste). Mettesse becco e lingua. Avesse delle idee autonome. Che anche si mettesse pure Lei a creare. Era il massimo. Il massimo dei massimi. “Ho provveduto subito” –continuò Lei femmina come nulla fosse, anzi orgogliosa– “Ne ho fatta una con la lingua lunga e sembra proprio funzionare. Allora ho fatto uno che non ha solo la lingua lunga, ma dubito che tu, cioè voi, possiate capire. Credete ancora di fare tutto voi. L’uomo è uomo”.
Quella donna era una vera maledizione. E si prendeva fin troppe libertà; fin dall’inizio. Finirà che qualcuno se né uscirà dicendo che dio è donna –pensò; anzi pensarono. E non stava mai a sentire. Testarda. Avrebbe voluto non ricordarsi che era stato proprio lui a crearla. Ma questa cosa di essere stato lui lo inorridì. Ma stavolta non poteva lavarsene le mani. Questa cosa delle mani lo fece riflettere. Gli sarebbe potuta servire. Magari in un altro momento. In un altro contesto. Cercava sempre di ricordarsi delle cose buone, di quello che poteva tornare favorevole. Gli restò una di quelle sue risposte giuste in gola. Non voleva essere volgare. Si morse la lingua. Con Lei era una guerra persa. Finì rassegnato: “Fate quello che volete ma ricordatevi che essere dio non è la cosa più facile di questo mondo. E fate almeno un po’ di attenzione. Non voglio più vedere cose come quella che non si capisce se è uomo, donna, un gobbo, un nano o un intellettuale. Che poi l’intellettuale non lo abbiamo ancora creato. Almeno non Io”.
Lei non lo stava già più ascoltando. Gli aveva rivolto le spalle e si stava allontanando. Stava andando a preparare la tavola. E aveva messo su anche qualche chiletto. Concluse che quella storia che era tutto spirito forse non era stata una genialata. Erano gli uomini a sua, cioè loro, immagine e somiglianza. Mica l’inverso. Soprattutto Quella era tutt’altro che solo tutto spirito. E pareva anche ad alta gradazione alcolica. Pensò che forse era il caso di indire un’assemblea. Di darsi un ordine. Solo la parola assemblea lo spaventava. Sapeva come poteva andare a finire. In fondo lui era dio. Che importanza aveva se anche lui era dio? E anche lui? Così tutti avrebbero potuto avere il proprio. Pensò alla torre di Babele. Aveva il sospetto che ormai fosse tutta una Babele, da per tutto, in cielo, in terra e in ogni luogo.
Decise che dovevano avere almeno delle regole. Dei punti fermi. Delle certezze. Appese fuori il cartello: «Domenica chiuso».
Adriano Celentano: Il ragazzo della via Gluck

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Ripropongo qui un suo vecchio post perché la Resistenza è sempre di attualità e la nostra storia non deve appannarsi nei nostri ricordi né nel nostro presente.

Che bello che sarebbe il mondo
Richiamata a viva voce dai precedenti post sulle Resistenze, mi sono sentita spinta a scrivere un post che racconta, attraverso le parole di una lunga filastrocca canora, divisa in quattro parti, la lunga storia della Resistenza della città di Venezia.
Questa canzone è scritta e cantata da Alberto D’Amico, uno dei componenti (con Gualtiero Bertelli, Luisa Ronchin e Silvano Bertaggia) del Canzoniere Popolare Veneto. Gli anni sono quelli della contestazione. Loro sono i menestrelli, che pur usando il dialetto veneziano, raggiungono l’obiettivo di raccontare una storia nella Storia. L’esistenza dei figli del popolo di fronte agli eventi più grandi di loro.

Arrivano i barbari
Arrivano i barbari a cavallo
hanno due corna per cappello
sono una valanga che si butta
hanno una fame arretrata
hanno bruciato tutto l’Impero
scappiamo che ci vogliono mangiare.

Scappiamo scappiamo portiamo le vacche,
gli stracci, i pidocchi, i gatti e le oche,
salite tutti in barche vi spingo col remo
state fermi però che ci ribaltiamo.
Sta buona Luisa non starti dar pena
ti trovo una casa fuori in barena,
stai buona Luisa una casa si trova
stanotte dormiamo sotto la prora,
sta buona e copri il bambino che tossisce
domani mangeremo polenta e pesce.

E con questa barca e questa laguna
tira la rete che è piena.
Fa piano Luisa che si strappa,
viene giù Venezia e il sole l’asciuga
Ma viene il temporale e i pirati
la nostra orata ci hanno rubata.

Con le squame si sono fatti una flotta veloce
con le lische gli archi, le lance e le frecce
dagli spalti ti buttano l’olio che bolle
il Capo Pirata si chiama: Doge.
Le statue, i marmi, le colonne e gli ori
è roba rubata ai greci e ai mori
le chiamano bellezze ma io ho paura
che un pezzo di marmo ci manda in guerra
nati dai cani sono pieni di soldi
ed io e Luisa mangiamo fagioli…

Venezia patria mia diletta
Venessia patria mia dileta
tu vai di furto e di rapina
sotto il vessillo di S.Marco
per questa Repubblica da “sbarco”
mi hanno mandato perfino in Cina
a rompere i coglioni a Gengis Kan.

Si parte dal mondo con una carovana
guarda Luisa che bella è la Cina
razzi colorati, bachi da seta,
la polvere pirica e la pancia di Budda.
Carica tutto, fa su la tenda
che il nostro padrone così ci comanda
Questa carovana non l’ho capita,
siamo cristiani e facciamo razzia.
Luisa che ladro è Marco Polo,
corri che i mongoli ci corrono dietro.

In Adriatico le lotte
le navi tornano a casa rotte
spingono rabbiosi gli infedeli
ci vogliono rubare i monopoli
Di là in Atlantico la Spagna
il nuovo mondo ha trovato.

Cristoforo Colombo aveva ragione
il mondo è rotondo come un pallone
con la Nina, la Pinta e la Santa Maria
lui si porta a casa l’oro e l’argenteria.
America, America terra preziosa
ma gli indiani son gente che è permalosa
arrivano i velieri e i cannoni spagnoli
gli Aztechi e gli Inca vengono massacrati
per cosa e perché dobbiamo uccidere
mi pare una falce sta cristianità.

Guarda Luisa che malanni
scoppia la guerra dei trent’anni
mi faccio fiato e grido basta
mi arriva in bocca una tempesta.
I fiumi portano le carogne
e l’aria ormai si è impestata.

Scappiamo, scappiamo che arriva la peste
raccogli le cose dentro le ceste
copri il bambino con i panni di lana
canta Luisa che faccia la nanna
canta che gli angeli buttino una corda
che ci tiriamo su da questa merda.
“Dormi bambino che andiamo sulle stelle,
domani la Madonna ti dà le caramelle,”

Che bello il mondo che sarebbe
Che bello il mondo che sarebbe
se non ci fosse la Turchia
per questi domini di oltremare
ci tocca sempre litigare
ma dopo infine gli ottomani
ci hanno fatto sbaraccare.

Si torna tutti a casa si torna dalle donne,
leviamoci le corazze che andiamo delle buone
Luisa fatti bella sono pieno di nostalgia
tu sei la migliore al mondo tu sei la patria mia.
Ma i nobili stanno male per la disperazione
le lacrime che bruciano agli occhi e vengono giù
abbiamo perso tutto, tutte le sostanze
ma in riva del Brenta chiamano le maestranze
si fanno fare le ville bianche di candore
e con questi fazzoletti si fan passare il raffreddore.

Nel settecento ero pulito (senza soldi)
e Pietro Micca poveretto
scoppia su una polveriera
io ho pensato fosse un’altra guerra
Ma qui Venezia è tranquilla
qui scoppia solo il Carnevale.

Zucchero e coriandoli piovono in Canalazzo
(Canal Grande)
Venezia è una frittella che si lecca il giovedì grasso
per strada c’è un’allegria di maschere e giocolieri
c’è una sarabanda di pifferi e tamburi
oggi non si tribola e nemmeno si macina
mangiamo e beviamo, domani è quaresima.
I conti e le contesse al ballo si sono invitati
poi si corrono dietro con le mutande in mano
così approfittando di tanta confusione
il ruffiano Giacomo Casanova scappa di prigione.

Se Casanova è un ruffiano,
Napoleone è proprio un disgraziato,
per fare la pace col tedesco,
ci ha venduti come fossimo un fiasco
e gli austroungarici ci bevono
…alla salute dell’Imperatore.

Leone, Leone, tu sei diventato
povero stecchito come un baccalà,
l’aquila borbonica ha due teste nere
e noi ci trasformiamo in remi da galere
il mare non c’è più la gloria è finita
per andare fuori dell’acqua si va in ferrovia
“ehi della gondola quali novità?”
ci dicono che l’Italia stavolta si è svegliata
Il boia di Radetzky si è ritirato
un secolo va via è un altro è arrivato.

Il conte Volpi di Misurata
dato che era un patriota
fa la guerra sulle barene
contro cicale di mare e seppioline
pianta nelle secche gli sbarramenti
e i pesci più non possono passare.

Scappate, scappate anguille, sogliole e paganelli,
le pompe tirano l’acqua, i asciugano i canali,
arrivano i barconi e scaricano la ghiaia,
dove c’era il mare adesso c’è Marghera,
I pesci fanno pena non c’è più rispetto
sono scappati tutti come a Caporetto,
Luisa è il progresso perché ti lamenti?
Marghera dà lavoro negli stabilimenti,
con la SAVE, la SIRMA e i profumi della Vidal
è nata la Prima Zona Industriale.

Quante ricchezze e quanto oro
abbiamo fatto con il lavoro,
io vorrei sapere con che diritto
loro ci hanno spogliato di tutto,
vorrei sapere perché se grido
mi rispondono col bastone.

Olio di ricino il Duce col bastone
l’Italia è nera come una prigione,
partono i legionari che vanno in Eritrea,
tornano con la scabbia, la sifilide e la diarrea
anche la Somalia è diventata italiana,
Vittorio Emanuele si mangia la banana
siccome siamo santi, eroi e navigatori
ci tocca andar in Spagna tutti volontari,
il maresciallo Goering gli aerei ha mandato
a Guernica ha fatto la prova generale.

[Con questo Benito e con Adolfo]
Con questo Benito e con Adolfo
il mondo brucia come zolfo
E dopo passa anche sta guerra
e arriva un’altra primavera
ma ne hanno fatte così tante
che non si può dimenticare.

Pareva un brutto sogno invece era vero
quella notte che ho visto in riva dell’Impero
ho visto coi miei occhi sette ragazzini
legati con una corda in mezzo a due lampioni
la gente di Castello gridava “pietà”,
una scarica di fuoco e gli occhi ho chiuso.
Aliprando Armellin, coi due fratelli Gelmi,
Bruno De Gaspari e Gino Conti,
Gerolamo Guasto e Alfredo Vivian
sono morti tutti gridando libertà.

Credevo di morire
e invece ballo il boogie boogie
la Repubblica ha vinto
abbiamo il Sindaco Gianquinto
ma proprio adesso sul più bello
il 48 è arrivato

Il 18 aprile le prime elezioni
ha vinto il Vaticano vanno su i democristiani
a luglio una mattina hanno sparato a Togliatti
ci hanno detto “ragazzi buoni e fermi tutti”
bisogna che la rabbia ce la mettiamo via
dobbiamo andare avanti con la democrazia
intanto loro rubano di riffa o di raffa
fanno i prepotenti e vogliono la legge truffa
con Scelba il bastone si chiama manganello
il nome è cambiato però è sempre quello.

Ci hanno fatto un maleficio
ci hanno chiuso il cotonificio
ci hanno fatto anche i tarocchi
e hanno chiuso pure lo Stucky
ci hanno suonato le campane a morto
e hanno seppellito l’Arsenale.

Scappiamo, scappiamo non c’è più lavoro
Venezia a poco a poco diventa un cimitero
è una città decrepita, marcia completa,
è una stracciona, una vecchia baldracca.
Luisa non ti dico quando viene l’acqua alta
il sangue mi si gela e il cuore si ribalta
e quando suonano le sirene mi metto gli stivali
e maledico questa acqua che non si asciuga mai
la gente scappa via, c’è l’emigrazione
la gente vuole le case con il termosifone.

Arrivano i barbari a cavallo
hanno due corna per capello
sono una banda di sfruttati
studenti, donne e operai
che a questo mondo di ingiustizia
vogliono darci un grande morso.

Arrivano i Visigoti, i Vandali e i Vichinghi
arrivano con le barche e con i capelli lunghi
scoppia il 68 come una vampata
viene fuori dalle tane la rabbia accumulata
arrivano gli operai, la lotta dei contratti,
guarda gli studenti che gridano come matti.
Luisa siamo tanti, insieme siamo forti
ci voglio far fuori, teniamo gli occhi aperti.
Ci hanno messo le bombe, ci vogliono fermare.
I padroni ci hanno fatto… le peggiori infamità.

Il 15 giugno, te lo giuro,
coi risultati mi viene duro
ma dopo mezza settimana
mi diventa una gelatina
quando sento le rogne che si trova
la nuova giunta comunale.

Debiti, debiti, magagne ci han lasciato
però teniamo duro, bisogna governar
questa crisi è una barca grande come il mondo
o ci salviamo tutti o tutti andiamo a fondo
In fondo non ci vado altrimenti è finita
dobbiamo andare avanti con la democrazia
Luisa il socialismo te lo giuro verrà
e adesso ti saluto… perché sono stufo di cantar…

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percorso informativo sul tema PALESTINA BENE COMUNE
Relatori dell’associazione: Restiamo Umani con Vik

A tutte le organizzazioni degli studenti medi
Ai giovani che ne siano interessati
Alle Associazioni che sono interessate ad un percorso di Pace

Fato di bambini disperati in pianto a GazaQuella che proponiamo non è una lezione scolastica. Nessuno deve insegnare o imparare nulla. La conoscienza è solo una trasmissione di saperi e una rielaborazione personale di quanto scambiato.
Partendo da questo presupposto il gruppo Restiamo Umani con Vik (e per Vik s’intende Vik Utopia alias Vittorio Arrigoni, morto il 15 aprile 2011 assassinato a Gaza) vorrebbe portare la propria esperienza sulla Palestina, mettendola a disposizione di tutti, perché la Palestina diventi un bene comune da salvaguardare. Perché in questa terra martoriata confluiscono tutti gli accadimenti terribili di un conflitto, della mancanza di libertà e dei diritti umani, dell’apartheid, del razzismo, dell’ingiustizia che qui si presentano contemporaneamente nello stesso luogo e ai nostri tempi, come se nulla del passato ci avesse saputo insegnare.
Insomma la Palestina come metafora delle ingiustizie che si accaniscono in molte parti del mondo, una specie di laboratorio per tentare quella che in molti definiscono una pace impossibile, e se non proprio pace, almeno l’inizio di dialogo.
L’intento di questi incontri è l’informazione e il tentativo di mettere in guardia da strade facili e superficiali di conoscenza, che portano ad accettare luoghi comuni e manipolazioni mediatiche della sostanza reale dei fatti. Per parlare assieme di quello che succede OGGI appena fuori dalle nostre porte, fatti che coinvolgono direttamente noi e il nostro vivere.
La scuola diventa oggi uno strumento carente di senso critico, non tendente o non sufficientemente attrezzata a rapportare lo studente all’attualità della storia onde stimolare una vera partecipazione cognitiva ed emozionale nei confronti della complessa realtà che ci circonda. Purtroppo non basta studiarla la storia, leggere i quotidiani e sorbirsi i telegiornali, ma bisogna affrontare una propria strada analitica che porta a consultare varie fonti, anche contrapposte, e a formulare una propria idea e visione del mondo, autonoma, per saper affrontare la vita con mezzi cognitivi indipendenti e non ricorrendo a una cultura predigerita, premasticata e precostituita. Bisogna ritrovare il piacere e la curiosità del proprio sapere.
Il nostro intento è di stimolare delle domande e cercare assieme le parziali risposte, aiutati anche da persone che il dramma lo hanno vissuto direttamente. Parziali risposte perché molto spesso non esistono risposte assolute. Ogni essere umano vive la storia dal proprio punto di vista, condizionato dall’educazione e dall’ambiente in cui è immerso, dal vissuto e dalle paure che gli sono state insegnate e a cui è stato ed è esposto.
Parlare di Palestina porta a dislocare un conflitto in un territorio sconosciuto, di cui poco si sa e quel poco è frutto di luoghi comuni e di pregiudizi, creati a loro volta, molto spesso, della cattiva coscienza di una o più collettività e/o società.
Tutto questo non dovrebbe sottrarre umanità, ma bensì aggiungerla. Dovrebbe creare un territorio fertile per un dialogo possibile per consentire, se non a quelli delle vecchie generazioni che troppe ne hanno viste e vissute, ma ai giovani, una vera possibilità di condivisione di idee e di modalità operative, strumenti che alle precedenti generazioni figlie dell’ultima grande guerra non sempre sono stati concessi. Magari per scoprire cosa possiamo concretamente fare per la Palestina.
Nell’incontro vorremmo parlare di Vittorio Arrigoni, un giovane attivista per i diritti umani, del suo impegno e la sua corenza, in difesa di una popolazione vessata, i palestinesi di Gaza, carcere a cielo aperto, luogo di paura e di punizione quotidiana. Vorremmo parlare del suo esempio e di quello che ci ha lasciato anche con il suo sacrificio. Conoscere Vittorio e la sua umanità di fronte all’immensa tragedia di Piombo Fuso e della morte violenta di 1500 palestinesi in quei drammatici 21 giorni tra dicembre e gennaio 2008-2009. Lui lì, sotto le bombe, ci esortava a restare umani, malgrado l’assurdità e il dolore di quel conflitto.
Incontreremo attraverso alcuni video le problematiche di questo territorio, avremo modo di capire come alcuni giovani si ribellano alla cultura conflittuale, vedremo come interi villaggi scelgono la resistenza pacifica ottenendo qualche risultato sul piano del riconoscimento delle loro ragioni e dei loro diritti. Piccoli passi, certo. Noi non crediamo ai miracoli, ma al lavoro. Parleremo di tante associazioni israeliane che fanno da interposizione tra esercito e popolazione palestinese. Gruppi di madri che hanno perso i figli negli attentati o per azioni dell’IDF (Israel Defense Forces) che cercano di dialogare e di spianare le grandi difficoltà per dare voce agli oppressi.
Mostreremo video musicali sulla rinascita di una nuova cultura di pace e di impegno dei giovani nei territori occupati. Parleremo con ebrei e israeliani che ci racconteranno le loro difficoltà e i loro punti di vista e coinvolgeremo anche volontari italiani che hanno cooperato in Palestina per rendere possibile un dialogo o almeno per poter garantire alla parte più debole una possibilità di sopravvivenza.
Cercheremo nel dialogo di trovare risposta alle tante domande, per quanto sarà possibile, e impareremo assieme i percorsi più utili, rapportandoci con voi su un piano paritario, dove nulla sarà scontato e tutto diventerà una scoperta reciproca. Nel tentativo che un sogno di Pace possa trovare percorsi concreti di attuazione. Strade di solidarietà a chi soffre in Palestina come in ogni altra parte del mondo.
Perché la Palestina diventi un bene comune da conoscere e da apprezzare e un paese lontano dai soliti pregiudizi e luoghi comuni, cercheremo di capire la sua storia e la sua cultura, la politica e la poesia come parte integrante di una popolazione che non vuole perdere la propria identità e che vuole ancora il diritto alla dignità e all’autodeterminazione. Perché noi crediamo ancora ad una Palestina Libera, Laica e Democratica.
Usciremo da questo percorso più ricchi di valori e di idee da condividere. Per essere con le vittime di oggi, per non essere le vittime di domani.

 

 

 

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Vorrei lasciare una firma: La vita è una bella avventura che vale sempre la pena di essere vissuta. Perché parlare di me? Per edonismo? Per presunzione? Niente di tutto questo. Perché è come parlare di un uomo comune. No! non ho una storia da raccontare ma tante piccole storie. Nessuna storia con la ESSE maiuscola. In un mondo, quello della rete, in cui esistono tante persone virtuali io sono entrato con il mio nome e con la mia faccia. Qualcuno ha creduto di conoscermi. Si conosce mai veramente una persona? Io sono questo e altro, come tutti. Difficile raccontarmi in poche parole. Cercherò di farlo cercando di essere il più possibile neutrale e onesto. Non ho nulla di cui andare fiero. Forse la mia prossima avventura: la mostra sui bambini di Gaza di cui ho più volte accennato, alla quale do, con entusiasmo, il mio piccolo contributo. Sono veneziano e provengo da una famiglia di sinistra, o per meglio dire Comunista. Anni pieni di entusiasmi quelli della mia infanzia. Non ho avuto altra scelta che essere a mia volta Comunista. Lascio presto la scuola, forse troppo presto. Essendo tra quelli che hanno compiuto i vent’anni nel 68, cosa potevo divenire se non un sessantottino e vivere la piazza e tutti quegli slogan e le occupazioni? Nei primi anni ’70 entro nel P.C.I. e vivo la segreteria Berlinguer, curo la FGCI; come sempre la mia attenzione è rivolta ai giovani. Dipingo un po’, scrivo un po’ di più; leggo abbastanza. Per molti motivi mi allontano dal Partito ma la ragione principale è che non voglio in nessun modo che i miei ideali diventino un mestiere. Mi piace dare idee e sudore e starmene nell’ombra. A farla breve a poco più di 40anni mi invento un Centro Sociale che presto diventa occupato: Marcos. Io 45anni circa e loro tutti 20enni. Grande spazio, grandi progetti. Naturalmente ci sgombrano. Allora con parte degli stessi ragazzi apriamo un circolo culturale in una struttura pubblica, una scuola: Icaro. Mi allontano perché considerato dall’amministrazione di centro sinistra un pericoloso sovversivo; per non creare problemi al gruppo. Torno a lavorare con quei ragazzi dopo un po’ di decantazione ad un progetto ambizioso, il recupero di un forte della prima guerra mondiale (Forte Sirtori), aprendo un Centro Sociale enorme non occupato cioè vincendo la gara d’appalto: Baracca e burattini. Dopo sei anni, sempre circa, una giunta di centro destra ci chiude quello che era per noi un grande sogno con tanti giovani. Cerco di difendermi durante i seguenti 5 anni di mobbing duro e di lottare. A 59 anni mia moglie, dopo 33 di matrimonio, chiede la separazione, poi otterrò il divorzio. Forse sono troppo sovversivo anche per lei. Mi invento per la quarta volta una lista elettorale e mando a casa quei politici di destra dai comportamenti un po’ fascistoidi: la lista ottiene il 6%, seconda della coalizione e torno a ritirarmi nel mio angolino. A 61, del tutto casualmente, ritrovo la mia ragazza del 68. E’ un incontro che non può non lasciare il segno, era stata una storia breve ma intensa e io avevo continuato a portarla nel cuore. Non può che tornare a divampare l’amore. Lei è la mia Compagna (in tutti i sensi). Il nostro rapporto ha un solo momento di crisi quando lei mi dice che economicamente sta abbastanza bene. Stupidamente temo che questo possa cambiarmi o averla cambiata. Con Lei ritrovo la mia città perché Lei ha una casa bellissima a Venezia. Veramente ne ha anche una per le vacanze a Ponza. Lo so: sono l’unico uomo che ha vinto alla lotteria senza nemmeno comprare il biglietto. E ora questa avventura della Mostra. Spero di non aver annoiato. Certamente non è tutto ma è una parte di quel tutto. Non si può mettere tutta una vita in un post. Che dire? non amo parlare di quello che ho fatto. Spero di aver sempre qualcosa da dire su quello che vorrei fare. Stare vicino a Lei è attraversare le cose con entusiasmo e serenità. Spero solo che Lei sia felice per tutto quello che merita e per quello che ha sofferto. Anche nel nostro rapporto cerco e cercherò di mettere tutto il mio entusiasmo e il mio impegno. Speriamo di mandarvi presto una cartolina dalla Palestina.

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Ebrei contro l'occupazione alla manifestazione di Roma a sostegno della Freedom Flotilla 2Volevo inserire qui un post sereno, di incontro, perché io sono una strenuo sostenitore di pace, da per tutto e per tutto. Volevo, dicevo, ma poi vengono dei momenti davanti ai quali non ti sai sottrarre. E non posso fingere di non capire le presunte argomentazioni di chi difende le ragioni dell’invasore, di una politica miope e di sterminio etnico. E non posso nemmeno capire il silenzio di notizie e degli stati cosiddetti civili. Gli interventi dell’ONU disattesi che non danno più nemmeno una speranza vana.
Quelli che difendono quelle ragioni ti chiedono perché non parli degli atti di terrorismo. Non è mai bello fare il conto delle vittime e non servirebbe a nulla e a nessuno. Ma invece di strombazzare una voce di parte perché non leggere le pagine che Vittorio ha dedicato in questo martirio ai cittadini di Gaza in: Restiamo Umani. Lui è italiano e non si può certo accusare di terrorismo; ha dato la vita per i suoi ideali di pace. Lui racconta una guerra mai dichiarata: la cosiddetta operazione “Piombo fuso”. Carri armati e bombardieri contro civili inermi armati solo delle loro mani e nemmeno di quelle. Certo è vero che non è stato ucciso dal piombo Israeliano, almeno così c’è stato raccontato. Non ci sono riusciti. Lo hanno affondato due volte mentre era su pescherecci; non su cacciatorpediniere. Lo hanno ferito e imprigionato portandolo in Israele. Lo hanno trascinato con la forza nelle loro carceri e poi condannato per immigrazione illegale.
Ti raccontano che quella terra è loro, degli ebrei, e che ne hanno diritto. Se cerchi di spiegare quello che racconta la storia allora la storia non è vera. E allora qualcuno mi ha detto che quella terra era la terra promessa. Da chi, dagli inglesi? E’ stato lo stesso terrorismo sionista a cacciare gli inglesi. E un altro però mi ha detto che dal 48 non si può parlare ancora di storia, perché ci vogliono almeno cent’anni. E per ciò è solo cronaca e la cronaca non è veritiera. E’ tutto vero tranne le ragioni degli altri, tranne i diritti degli altri, tranne il diritto di esistere dei palestinesi.
Sembra non interessare a nessuno veramente di loro. I checkpoint sono aperti. Certo. Trascuro il fatto che mi chiedo con che diritto si creano barriere a casa degli altri o in casa di tutti. Con che diritto si fermano navi di aiuti in acque internazionali. Ma se ci fosse un diritto, e ripeto se, quei checkpoint sono aperti quando vogliono i soldati, dove vogliono i soldati, e si passa solo se lo vogliono e quando vogliono i soldati. E quei soldati altro non sono che un esercito di invasione. Non esiste uno stato di Israele, esiste uno spazio chiamato Caserma Israele. Quello che noi chiamiamo popolo di Israele non è un popolo ma un esercito, anche nell’espansionismo dei coloni. La loro è una politica razzista. Certo non tutti gli ebrei la pensano allo stesso modo, nemmeno tutti gli israeliani. Come non tutti i palestinesi sono terroristi.
Mi viene spiegata la grande umanità di Israele, che gli ospedali israeliani curano anche palestinesi. La Palestina non può avere uno stato, non ha ospedali. Sono stati cancellati dall’esercito aguzzino. E negli ospedali anche i palestinesi curano gli ebrei, se gli ebrei si lasciano curare da uno sporco palestinese. Ma gli ospedali sono sovraffollati. Una politica meno miope cercherebbe la prevenzione, se non si stermina un popolo non ci sarebbero così tante vittime, e tante persone ferite; da curare. Gaza è la più grande prigione a cielo aperto. La Palestina vive in guerra da sessanta anni e non vede ancora nessuna speranza. Come sono generosi gli assassini e poi si vantano di tanta generosità. Lo so che non dovrei lasciarmi alla rabbia.
Cosa potrei rispondere se un amico mi raccontasse la verità: “Avevo una casa, me l’hanno rubata. Avevo una terra, me l’hanno tolta. Avevo un nome, è diventato una bestemmia. Avevo dei figli, erano il mio futuro, sono morti sotto il loro bisogno di sicurezza, ancora bambini. E’ doloroso vedere morire i propri figli prima di te. Vago senza una speranza; vestito di stracci. Anche i topi hanno un buco dove nascondersi, io no. Non in ospedale, non mentre prego, nemmeno in cimitero mi lasceranno tranquillo. Poi mi hanno costruito un muro tutto intorno. Mi lasciano uscire se vogliono e quando vogliono. Mi hanno spiegato che non posso essere più un essere umano, che sono con disprezzo solo “Quello”. Non vivo, sopravvivo. Lo faccio ormai solo perché non so fare altro. E vivo se arrivano gli aiuti. E devo dire grazie di quel pane. Io non posso guadagnarlo. Non posso seminare il grano. Non posso farlo con le mie mani. Sono solo un pericolo, un possibile obiettivo. Ora mi chiedono di amare la pace. Io ho sempre amato la pace. E’ difficile non odiare dopo tanto dolore”.
Io non posso dire di più di un ebreo che era imbarcato nella flotilla e la cui testimonianza ho rintracciato in un bellissimo sito. Certo quell’ebreo sarà considerato un pericoloso terrorista palestinese. E allora mi limito a aggiungere solo una poesia (che ho trovato in quest’altro splendido sito) lasciando parlare il cuore del poeta.

Dedico questa poesia ai bambini palestinesi
Che di loro rimanga memoria

A Buchenwald nel corso della guerra mondiale, come in altri campi di
sterminio, vennero uccisi molti bambini. Questa poesia li ricorda.
di Joyce Lussu

C’è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede
ancora la marca di fabbrica
Schulze Monaco
c’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio
di scarpette infantili
a Buchenwald
più in là c’è un mucchio di riccioli biondi
di ciocche nere e castane
a Buchenwald
servivano a far coperte per i soldati
non si sprecava nulla
e i bimbi li spogliavano e li radevano
prima di spingerli nelle camere a gas
c’è un paio di scarpette rosse
di scarpette rosse per la domenica
a Buchenwald
erano di un bimbo di tre anni
forse di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto
lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini
li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l’eternità
perché i piedini dei bambini morti
non crescono
c’è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald
quasi nuove
perché i piedini dei bambini morti
non consumano le suole…
(da Pietro Ancona – resistenza_partigiana@ 27.1.2007)

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