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Angeli & cherubiniDovevo immaginarlo che non la potevo farla franca. Mi hanno sgamato subito. Quasi nemmeno il tempo di rassettarci. Gli angeli sono come noi. Cambiano ma li riconosci all’istante. Come tutti. Mica hanno le ali o almeno le nascondono bene, sotto le giacche. O forse se le fanno spuntare quando hanno assolutamente bisogno di volar via per fare in fretta. Anche se sembrano non averla mai, la fretta. E cosa più incredibile ancora è che possono essere anche donne. E vedono tutto anche se paiono così beati, quasi noncuranti. Proprio come una specie di polizia, ma disponibile e cordiale. L’unica cosa a renderli differenti è il fatto che sono qui da molto prima di chiunque altro. Nel mio caso si presentano due maschietti, a dire il vero dall’aria un po’ anonima. Guardano con severità la mia Dar’yana, ma sono palesemente venuti qui per me. Uno ha un registro molto voluminoso, l’altro una penna.
Guardano e consultano. Per un po’ il loro sorriso sereno s’incupisce in una smorfia di rimprovero. Quello a destra sembra conoscere le norme a menadito. Mi spiega che non dovrei essere là. Che non ne ho acquisito il diritto. E che non dovrei essere con lei. Che lui capisce, ma che sarebbe vietato farlo. Non mi posso ancora innamorare di una del livello superiore. Sono ancora dichiarato come incapace di governare i miei sentimenti, geloso e possessivo. Cerco in qualche modo una giustificazione che non trovo. Balbetto pretesti presunti. Non posso negare l’evidenza e di avere una preferenza per lei. Lei non sa se essere divertita o dispiaciuta nel vedermi così in imbarazzo e se la ridacchia. Poi alza le spalle e si allontana cercando di sistemarsi le vesti. Lasciandomi da solo davanti alle mie colpe. La guardo mentre si incammina orgogliosa tra le nuvole. Ha un gran bel portamento. La preferivo nuda.
Mi invitano a seguirlo con ostentata gentilezza. Non posso sottrarmi. Il paradiso è fatto così, mica lo puoi cambiare. Puoi avere tutte le donne che vuoi, ma non ti puoi innamorare, almeno finché non raggiungi la prima autostima. E comunque trascurare le altre e considerato un gesto di arroganza e scortesia. E tutte quelle donne sono belle e possono scegliere la loro età migliore. E anche le meno belle debbono essere belle agli occhi dei visitatori e dei residenti. Così entro al cospetto del Supremo a capo chino. Consapevole dei miei errori e delle mie colpe; ma anche un poco colpevolmente fiero di me. L’occhio di Dio sembra uno smartphone. La mia, in fondo, non è una colpa tanto grave. Ne deve vedere tante e di ben peggiori. Forse ha troppo da fare, poveretto. Un poco anche lo capisco. Mi lascia al giudizio di un’angela magistrato.  I miei occhi si lustrano di lei e i suoi sbrilluccicano.
Non posso che ringraziare il Signore. È la mia fortuna. Lei è molto indulgente. E molto ma molto carina. Con un tono di rimprovero, ma con una voce canagliesca, mi elenca nuovamente le mie colpe. Nel momento vorrei esternare i miei dubbi: se una donna resta soddisfatta, che c’è di male? In fondo sono stato educato che il rispetto e la fedeltà sono virtù. Conosco già la risposta: gli educatori sulla terra sono degli incompetenti imbecilli. Magari mi verrebbe data con altre parole. I suoi occhi mi giudicano e soppesano. Non ho mai capito le donne. Nella terra sono state un vero disastro. In paradiso le cose sembravano andare meglio, molto meglio. Nessuna più a dire di no. Nessuna a darmi buca. Mi sento proprio in paradiso. E ho un’energia che non è nemmeno mia. E… mi innamoro immediatamente e perdutamente di una Angela.

FINE

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lempertz-1041-62-photography-christer-stroemholm-puta-palma-de-mallorcaQuesta è una vecchia foto. Quello ritratto sono io. Lei è quella che sarebbe di lì a poco diventata mia moglie.
L’anno lo ricordo perfettamente Naturalmente per forza. Era il millenovecento-sessantanove. Ricordo tutto come fosse ora. Il nostro grande amore ha conservato indelebilmente ogni momento e ogni ricordo.
La vedo ed era bella. La chiamo: mi scusi signorina… Lei mi guarda, sorride, e mi risponde come si vede. Mi sembra una proposta allettante. Voi cosa avreste fatto? Quello che ho fatto io è stato semplicemente seguirla senza pensarci. Su per quelle vecchie scale. Lei è la madre dei miei figli. Abbiamo tre bambini. Dopo le prime due femmine è arrivato il maschio. Il Signore ha voluto così e così ha benedetto la nostra unione.
Allora ero solo uno studente spiantato. Genova non era quella che è oggi. Era ancora, come si può vedere, in bianco e nero. Non avevo ancora imparato da Gilberto Govi a fare il vero pesto genovese. Lei ha sempre avuto il sole negli occhi, ma in cucina non è mai stata nemmeno mediocre. Le riesce solo la parmigiana di melanzane, se la prende già fatta che basta passarla al microonde. Sul brodo mi ci mette ancora i piselli. E per formaggio prende solo la mozzarella. Dice che il grana va solo con gli spaghetti. Insomma, saliamo e ha solo una stanza riempita quasi esclusivamente dal letto. Si stende sopra e credo che non si senta bene. Glielo domando e lei ride e mi dice: Vieni un po’ qui mio bel giovanottino.
Mi sembra simpatica e anche un pochino strana: Mi dice che si chiamerebbe Concettina ma che si chiama Salomè: Vieni dalla mammina. Per essere mia mamma sarebbe un poco troppo giovane. E poi la conosco la mia mamma. E so che non è lei. Però trovo che sia carina. E gentile. Insomma, non mi sembra il caso di protestare. Preferisco starmene zitto. Forse non la dovevo importunare. Non sono stato corretto. Però… forse è stato anche un bene. Ho l’occasione di conoscerla.
Le dico che voglio diventare architetto. Non so cosa la diverta del fare l’architetto. Non le ho detto che sogno di fare il saltimbanco. La stanza non è più di tanto pulita. Direi proprio che è trasandata. Mamma ha detto che è ora che mi trovi una ragazza. Credo di averla trovata. Credevo di dover fare più fatica. A trovarla. Di dover parlare prima di tante cose. Di tutte quelle cose. Di doverla rassicurare. Non so molto sulle donne. Forse mi sbagliavo. Lei mi ha messo subito in confidenza. Si è persino sfilate le mutandine per mettermi a mio agio. Magari pensa che questo mi aiuti. In verità mi mette in imbarazzo. Dovevo farmi spiegare meglio. Salomè è proprio bella. Ed è gentile: Non fare il timido.
Si sorprende per la mia voglia di parlare. Si preoccupa di non piacermi. Mi piace, eccome. Le racconto che sono militesente. Quando insiste perché mi tolga i calzoni, trovo che sia un poco troppo intraprendente. Che in tutto sia leggermente frettolosa. Però lo faccio. Torna a invitarmi e stavolta mi stendo al suo fianco. Ora comincia l’incredibile, so che nessuno mi crederà. Mi fruga e me lo prende in mano. È allegra. Ride e si diverte. Temo si accorga che per me è la prima volta. Perdo la testa e le dico subito quanto la amo. E le chiedo immediatamente quando ci possiamo rivedere. Lei dice che non abbiamo ancora iniziato. M’invita a non fare lo sciocco e non correre troppo.
Quello che ho detto è la pura verità. Poi tutto è un poco confusione. Il primo bacio me lo darà il mese successivo. Il quel momento me lo nega, risoluta. Dice che non può, ma io non so perché. Quello lo so: fra fidanzati ci si bacia. Comunque lei ne sa molto più di me. Credevo che il bacio fosse la prima cosa. Non è nemmeno la seconda. Perché quando ha finito di giocarci esclama: E adesso fai il bravo e mettilo al suo posto. Come? Non è un problema. Non ci capisco. Non lo so, ma mi guida lei. E la lascio fare. Forse è una bugia, ma fa vedere che le da piacere. Lo fa vedere anche troppo. Con tutti quei versi qualcuno ci potrebbe sentire. Ma per lei deve essere proprio bello, perché le scappa anche qualche volgarità. Tipo: Coraggio, fottimi tutta, mio bel stallone.
Poi mi invita a sbrigarmi. Per quanto ne so lo stallone dovrebbe essere un tipo di cavallo. Meglio se me ne sto zitto. Però all’improvviso mi sento salire un sacco di calore al viso. E mi succede qualcosa che non mi era mai successo. Mi dice Bravo. e credo di aver fatto quello che mi chiedeva. E anche di essermi abbastanza sbrigato. Insisto per sapere quando la posso rivedere. Mi spiega che posso passare di là quando voglio. Mi chiede qualche soldo, anzi mi dice la cifra precisa. Poverina, deve avere proprio bisogno.
Insomma, questa è stata la nostra prima volta. E anche la seconda e la terza. E tutte le altre. Ma dalla quarta mi ha restituito i soldi. Poi si sono assomigliate tutte. Finché non le ho chiesto di diventare mia moglie. Lei non mi voleva credere dalla gioia. Ha protestato perché avevo un paio d’anni meno di lei. Mi sono scusato che non è colpa mia. Che se voleva potevo passare più tardi. Avevo insistito che non mi sembrava un problema. Abbiamo fissato per marzo il giorno delle nozze. Il tredici che porta buono. E lei in bianco era ancora più bella. E abbiamo trovato casa vicino a quella dei miei. Temo che alla mamma non sia mai piaciuta molto. A me però è piaciuta fin da quel primo momento.
La prima notte non mi sembrava vero. Nella nostra casa, nel nostro letto. Veramente non è stata niente di speciale. Tutti a ridere e prendermi in giro. Quella notte era tanto uguale ai nostri pomeriggi. Ma io queste cose non le vado a raccontare. E quando ho preso il portafoglio mi ha chiesto se son matto. Sei mesi dopo aspettava già Evelina. L’ho detto che è una donna impaziente? Dal lieto annuncio ha cominciato a stare di più in casa. Usciva meno spesso e mai alla sera. Io lavoravo da un geometra e ora ho uno studio mio. Non so se l’ho detto.
Non portavo a casa molto e non lo porto nemmeno ora. I clienti non sono in coda fuori all’uscio. Ma lei se li è sempre fatti bastare. Ha anzi sempre saputo risparmiare. È con quei risparmi che ho aperto un ufficio tutto mio. Non so ancora come ci sia riuscita. Spesso passano suoi amici che diventano anche miei clienti. Anche questo ci aiuta. Sono anche persone a modo che riesco ad accontentare facilmente. E poi ci sono stati i bambini. La seconda e infine il terzo.
Lei è rimasta la splendida donna di sempre. Quasi nemmeno una ruga. Io la amo come il primo giorno. Ma non proprio tutti i giorni. A volte è solo perché è affaticata. A volte è perché sono stanco io. È sempre affaccendata ed è spesso fuori. Non che lavori, non ne ha mai avuto bisogno. E per quello ci sono io, suo marito. È solo che è piena di amiche e di parenti. E molti hanno bisogno di lei. E lei è sempre disponibile. E ha un cuore grande. Antonio dice che sa lui cosa ha Tina di grande. Lo dice come si racconta una barzelletta divertente. Lui non sa proprio un bel niente. Se non conosco io mia moglie chi la conosce meglio?
Come dicevo all’inizio quella foto può ingannare. Potrebbe sembrare una che se la tira. Non ha messo su un etto e poi ha anche smesso di fumare. Indossa sempre lo stesso colore di rossetto.

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Segue: Mondi paralleli
La crudeltà dei giorni pariLe cose erano andate bene, anche molto meglio del previsto. Però, come succede sempre, non per tutti. Era successo tutto molto rapidamente. Era cominciato un sabato. Un sabato primo agosto[1], mentre l’intera Italia era in vacanza. La parte telefonia aveva subito un crollo, preventivabile. Più che compensato dall’aumento delle pubblicità nelle reti televisive e nei social.
Questo l’aveva previsto solo lui. Il suo piccolo pacchetto azionario era diventato una fortuna. Per Dalia, la figlia del grande Damiano Damiani, e per la sua famiglia, era stato un tracollo spaventoso. Si erano dovuti liberare di tutto. Non gli restava altro. Era a rischio anche la loro storica e vetusta principesca villa. Non sarebbero riusciti a mantenerla ancora per molto. C’era una proposta del comune di trasformarla in biblioteca. Con quei quattro soldi pubblici avrebbero potuto permettersi solo qualche appartamento e nemmeno in zone troppo centrali. Almeno conservavano tutti un tetto sulla testa.
Ormai erano passati un paio d’anni dal loro incontro a Roma. Ferruccio non ci aveva più pensato. Ora a Roma ci si era trasferito. Ed era quasi del tutto all’oscuro della gravità della loro situazione. Sapeva che loro avevano scommesso nella parte avvelenata del gruppo. Proprio mentre la Raeg mollava la presa sugli Smartphone e i tablet per la troppa agguerrita e insostenibile concorrenza. Anche per la difficoltà di fornire la fibra a tutti. Non potevano più competere con i colossi giapponesi e americani, e con quelli avanzanti dei maledetti sempre presenti e ingombranti cinesi.
La telefonata di Dalia lo aveva colto di sorpresa. Era stata completamente inaspettata. Gli annunciava che era giusto da quelle parti. Era per quello che aveva pensato a lui. In fondo erano stati veri colleghi. Forse anche amici. C’era stato qualcosa. Della grande simpatia. Seppure…Comunque lui non poteva dire che non fosse stata carina con lui. Gli chiedeva, con una voce neutra ma prostrata, di vedersi. Sembrava un grido di aiuto. Cercò di dare un peso al termine carina. Ci rinunciò. Aveva solo un paio di cose da sbrigare, poi le poteva concedere qualche minuto.
I loro cinesini sarebbero intervenuti e avrebbero rilanciato. Ma non subito. A tempo debito. E con un marchio e una facciata tutti nuovi. Il ramo secco sarebbe comunque stato tagliato. Di questo era l’unico a esserne a conoscenza. Non si sarebbe potuto lasciar scappare una sola parola. Intanto enormi capitali erano andati in fumo nel giro di ore. I nuovi erano solo in via di conio. Sarebbe dovuto volare a Shenyang già il mese prossimo per gli ultimi dettagli dell’operazione. Il lungo viaggio già lo spaventava. Peccato perché Dalia un paio di parole in cinese le masticava già.
Era arrivata che era fradicia. Strano, quel temporale era durato solo un paio di minuti. Non se ne era nemmeno accorto. Ora non si vedeva più una nuvola in cielo. Era entrata con i suoi capelli, sempre curati, appiccicati al volto, e anche l’abito era zuppo. Provò un leggero senso di pena e di disagio. Quella volta non si sarebbe mai concessa di presentarsi così. Secondo Ferruccio era bagnata fino al midollo, persino nelle mutandine, e ancora. Forse l’acqua era entrata anche nel borsone. Lei chiese del bagno per sistemarsi per quanto possibile. Lui aveva freddezza nel tono della voce. La fece accomodare e attese che fosse lei a parlare.
Era solo un’intromissione fastidiosa. Carina sì, ancora come allora. Ma gli era piombata tra i piedi nel momento sbagliato. E, con tutta probabilità, con le domande sbagliate. Cosa poteva farci? Allora si erano chiariti. Lui era stato onesto. E non aveva voglia di ascoltare racconti di miserie. Lo aspettavano per un galà. Aveva avvertito Marianna che sarebbe stata una cosa elegante. Che prendesse pure quel vestito. Poi sarebbe passato lui a saldare. E prima di uscire doveva ancora controllare quei conti. E fissare un paio di appuntamenti per la mattina seguente.
Naturalmente lei cominciò fingendo di interessarsi a lui. Chiedendogli come se le passava. Se Roma era stata una città accogliente. Se nel frattempo si fosse sposato. E altre amenità, ma lui non aveva grandi novità. Più che altro si limitava ad ascoltare. Allora lei lentamente e con precauzione entrò in argomento. Cominciò a parlare di quello che le stava veramente a cuore. Si tradiva dal tono della voce. Non avrebbe mai potuto imbrogliarlo. Lui la aspettava esattamente in quelle parole. E lei gli confessò che quei due anni erano stati duri.
Iniziò a parlare delle vicissitudini di tutta la famiglia. Della sconsiderata reazione del padre che sembrava aver perso la testa. I genitori, nella delusione, si erano anche separati. Suo fratello era andato in Perù. Ferruccio lo sapeva che è proprio nel momento in cui cerchi affannosamente di salvarti dai guai che ti precipiti tra le braccia delle catastrofi. Gli amici non si facevano più sentire. Le banche gli avevano girato le spalle. Telefonavano tutte le ore chiedendogli di rientrare.
Erano tutte cose ben note a Ferruccio. Era tutto talmente normale da essere persino banale. La ascoltava sentendola appena. Anche queste parole le aveva esattamente previste. Come aveva previsto la fatica di Dalia nel mostrarsi avvilita. Sopravviveva in lei un briciolo di quell’insano orgoglio a cui molti di quelli che andavano alla deriva continuavano ad aggrapparsi. Non volevano lasciare la preda. Qualcuno preferiva affogare mentendosi ancora facoltoso e sprezzante. Lei non accettava di essere diversa. Nemmeno in quel momento, davanti a lui.
Decise di concederle ancora un po’ di tempo. Avrebbe voluto fare qualcosa, ma cosa? Qualsiasi intervento sarebbe stato contrario a tutti i principi. Sarebbe stato un’offesa nei confronti di ciò in cui credeva fermamente. Allo stesso modo sarebbe stato un’offesa per lei. Per tutto quello che aveva sempre voluto essere: la figlia del grande potente e prepotente Damiano Damiani. La donna a cui la vita aveva sempre sorriso. Quella che definivano: Quella che ce l’aveva d’oro. Ricordò sommariamente quanto era successo quella sera di due anni prima. Allora aveva cercato di parlare alla sua piccola arroganza perché i tempi erano proprio cambiati. Non c’erano più paracaduti per nessuno. Lei non lo aveva sentito. Ora era troppo tardi.
Infine la guardò e decise che sarebbero potuti andare a cena. Dalia non sembrava in grado di dirgli di no. Finalmente gli sembrava pronta a qualsiasi sacrificio. Non glielo chiese. Decise che non ne aveva bisogno. Pregare aveva finito di far parte del suo credo. Non lo metteva mai nemmeno in calce alle lettere. Prima si scusò e andò a telefonare dall’altra stanza. Diede disdetta all’appuntamento. Avrebbero potuto farne reciprocamente senza, lui e gli investitori. Li avrebbe convocati un’altra volta. Avvertì Marianna che si sarebbe dovuto fermare per un impegno improvviso. La pregò di scusarlo. Che si sarebbe fatto perdonare. Avvisò la segretaria e poi si rivolse a lei: Dove sei alloggiata? Come ti trovi? Vieni, ti porto a cena.
Lei lo osservò pescata completamente in contropiede. Il suo sorriso artefatto e quel cambio di umore erano stati del tutto inaspettati: Vorrei passare prima a cambiarmi, se non ti dispiace.
Lui voleva continuare a governare il gioco mentre stava vincendo. Non darle il modo per pensare alla prossima mossa. Per escogitare una qualche strategia: Non abbiamo molto tempo. E intanto mi sembra che tu ti sia già asciugata. Scusami ma vorrei sedermi subito per cena. Vorrei evitare di fare tardi.
Sarei Al barcarolo de noantri. Niente di speciale, ma… è a due passi, ma… Come vuoi tu.
Aveva deciso per un ristorante molto raffinato. Sapeva di ferirla: Non ti preoccupare. Sei mia ospite.
E l’aveva ferita ulteriormente quando l’aveva fatta salire nella sua nuova macchina. Poi aveva cercato tranquillità nella cena. Cortesia. Comprensione. Clemenza. Se ci pensava, un intero vocabolario con la C. Voleva solo mangiare tranquillo. Dimenticando tutti. Lasciando l’intero universo fuori. Ascoltare solo il suono della sua voce. Senza memorizzare le parole. E regalarle un attimo di pausa. In fondo lui non era capace di grandi crudeltà. Preferiva ferire, se doveva farlo, con un sorriso. Quando erano ormai al dolce Dalia era tornata ad invocare sommessamente clemenza: Cosa mi consigli? Sono venuta qui per questo. Non è stato facile.
Non poteva non tornare a pensare Al Caligola. Non gli era bruciato lo smacco allora come gli bruciava in quel momento. Cercò di usare lo stesso tono sommesso sottovoce che aveva lei quella sera. Un analogo sorriso di comprensione e compassione. Tenendo a freno le mani per non gesticolare e non richiamare così attenzioni di altri e altre curiosità: Anche se ora potessimo tornare per rimediare e mi facessi salire. Mi aprissi la porta e mi facessi entrare. Temo che sia troppo tardi.
Lei tentò di fingersi leggermente e dolcemente offesa. Pessima interpretazione: Non ti ancorerai ancora a… Guarda Ferri che non è stata cattiveria. Lasciamoci dietro quel passato. Non pensiamo Al Caligola. In fondo è stata solo una sera sbagliata. Ho sempre avuto una grande ammirazione per te, e mi sei sempre stato simpatico. Non mi eri indifferente. Credimi. Credo di avertelo sempre dimostrato. Proprio quella volta credo di aver contribuito per la mia parte. Ero solo stanca.
Cercò, in ultimo, di usarle indulgenza. Lo avrebbe rinfacciato anche a se stesso, se non l’avesse fatto: È questo il punto. In questo nostro mondo non possiamo permetterci la minima incertezza. Non possiamo essere stanchi. Ci si sciacqua il viso. Se c’è tempo ci si fa una doccia. E poi si riparte.
Sentì il piede di lei che dolcemente risaliva la gamba dei suoi calzoni. Ne fu solo indispettito. Ancora una volta sbagliava il momento. E il modo di entrare in scena. Non se la sarebbe mai immaginata così maldestra e ingenua. Le sorrise e poi con uno sguardo severo la dissuase. Non scosse la testa perché ormai non serviva. Lei si era leggermente imporporata e aveva smesso. Gli aveva persino regalato un cenno di scuse. Cercò di far ancora ricorso al suo rimanente frammento di fierezza: Tu lo sai che io sono una che se la sa cavare. Non sono qui per pregarti. Non avresti dovuto nemmeno pensarlo. Per me non va poi così male. Dalia se la sa sempre cavare. Sono preoccupata solo per la mia famiglia. Per papà. Ora che sono la signora Monteforte. Suona anche abbastanza bene.
Dovette disilluderla e lei accusò pesantemente il colpo. Ne fu costretto. Un’ombra grigia scese sulla faccia di lei e le cancellò il sorriso: Mi spiace, Dalia, hai puntato ancora una volta sul cavallo sbagliato. Ha giocato la sua carriera sull’ultimo modello. Un mare di pubblicità. Un investimento mai visto. Sconsiderato. Dev’essere un pochino distratto. Da quella mattina era solo il penultimo modello. Non troverà nessuno a cui aggrapparsi. Il consiglio ha già preparato la sua lettera di dimissioni. Entro domani la riconsegnerà firmata.
Lei gli prese la mano e la trattenne nella sua. Aveva gli occhi miti. Ferruccio le lesse in volto quanto fosse disperata. Dalia cercò di giocare l’ultima carta che pensava le restasse. In effetti cercò di rigiocarla, sperando che la prima volta lui fosse distratto. Che ci potesse aver ripensato. Convinta che non le restasse ormai che offrire se stessa. Accettando l’invito che aveva rifiutato allora: Potremmo salire per berci il bicchiere della staffa.
Dalia era bella, molto bella, ma era più bello, in quel momento, il sapore della rivalsa. Era sicuro di sé ormai. Era certo che alla fine gli avrebbe ceduto. Voleva farle bere l’amaro calice della remissività fino in fondo. Voleva ferirla. Voleva annichilirla. Fino a umiliarla. E voleva gustare anche l’ultima goccia del nettare della vittoria. Voleva permettersi anche di essere stronzo: Vedi, Dalia, non credo sarebbe una buona idea. Mi sentirei in diritto di provare a corteggiarti. Tu, probabilmente, ne saresti lusingata. Ma, fra noi, non potrebbe mai funzionare.
Lei si sentì sprofondare. La sua voce divenne solo implorante e i suoi occhi sembravano prossimi a liberare una tempesta di lacrime. Singhiozzò le parole con una esagerata fretta: Non mi puoi… almeno un piccolo aiuto…
Hai mai sentito di qualcuno che ha aiutato un altro in difficoltà? La tua mi sembra una pretesa assurda. Ma, visto che sei tu. Proprio in via eccezionale. In nome della vecchia amicizia. Forse ci sarebbe qualcosa che potresti fare per me.
Si aggrappò con tutte le sue rimanenti forze a quella speranza: Tutto quello che vuoi. Mio caro Ferri. Tutto. Dimmi
Forse ci pesava da due anni. Era arrivato il momento: Dovrai chiamarlo. Come si chiama?
Guido Monteforte.
Ecco, brava, dovrai chiamare il tuo Monteforte e dirgli che hai trovato chi lo può aiutare. Un’ancora di salvezza. Digli quello che ti pare. Basta che non fai il mio nome. Parlagli pure di un amico che però è un gran figlio di mignotta. Vedi tu. Gli spieghi che però in cambio c’è un prezzo molto alto da pagare. Per te. Scusami. Diglielo come vuoi. Magari gli puoi raccontare che… quell’amico… Che ha proprio perso la testa. Puoi essere delicata o brutale. A quell’amico dovrai concedere il sacrificio più grande che una donna può dare. Dai pure a quel tuo Monteforte il tempo per riflettere, ma dovrà darti una risposta per WhatsApp. Non che non mi fidi di te, ma un contratto è un contratto; anche se verbale.
Guarda che lui non conta.
Per me conta quello che ti dice.
Guarda che se lo facessi lo farei solo per te.
Lo so.
Cosa dovrei fare? Come restiamo d’accordo?
Se domani sera passi da me… anzi, no, scusa, dopodomani. Domani ho un appuntamento a cui non posso rinunciare. Ti prego, non passare in ufficio. Facciamo dopodomani, sabato dopo cena. Alle nove. Va bene? Se ti sento bussare e ti vedo vorrà dire che avrà accettato. Non serviranno altre parole, tra noi. Spero che ti vorrai fidare. Credo di poterti trovare un posticino nella mia equipe. Altrimenti vorrà dire che ci avrai ripensato. Tieniti libera per tutto il fine settimana.
Ferruccio non aveva dubbi sulla sua risposta di Dalia. Non l’aveva forse detto proprio lei che per sopravvivere bisogna essere sempre un po’ criminali e un po’ puttane? Come criminale non la vedeva certo bene. Come puttana era perfetta. Non ne aveva mai avuto alcun dubbio. È così che continua a girare il mondo degli affari.
[1] 2015

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Mondi paralleliÈ una banalità affermare che il mondo dell’economia è una vera giungla. Anche ieri un altro, il commendator Meneghello, s’è impiccato a una trave. Sono le vittime e i nuovi martiri di questi tempi. Gente che non ha mai conosciuto il mancare o che credeva di esserne uscita per sempre. Questi ultimi terrorizzati di poter tornare indietro, di dover rinunciare ai privilegi, alle dignità, di tornare a frequentare l’indigenza. Di ritrovarsi nel gregge. Ormai è una sorta di epidemia. È il terribile fardello di essere ricchi.
La grande imprenditoria italiana era stata spazzata via nemmeno tanto un poco alla volta. Dopo una dolorosa e breve agonia. Si potrebbe osservare che imprenditori in Italia non ce n’erano mai stati. Erano solo padroni, quando non erano veri e propri padroncini. Quasi tutte imprese a conduzione famigliare. Sostenute e gonfiate con la complicità della politica attraverso i soldi pubblici. Colpevoli o correi delle maggiori nefandezze del paese. Cercava di sopravviverne ancora una. E riusciva a mantenere anche la sua squadra di calcio.
La Reale Agretti Enterprise Group era il cuore pulsate di una vasta rete capillare di svariate realtà economiche. Fino a qualche anno fa sembrava inaffondabile. Un investimento sicuro. Ormai la gente preferisce il materasso alle azioni. Persino alle banche. Anche il mattone ha passato un momento di stasi. Inutile dire che la più piccola flessione della Raeg avrebbe come risultato enormi ripercussioni su tutto il sistema e anche sulla stessa economia del paese.
Nella selva delle innumerevoli attività della Raeg potemmo, per semplicità, dire che si occupa di trasmissioni e comunicazioni. Assi portanti ormai di qualsiasi grande impero finanziario. Un non marginale interessamento di capitali cinesi e, soprattutto, una violenta terapia aggressiva avevano favorito la ripresa dell’anno precedente. Era determinante riconfermarla per il prossimo esercizio. Diversamente gli effetti potevano rivelarsi spaventosi, se non fatali, anche nel breve periodo. Con ripercussioni planetarie. Urgevano interventi di strategie aggressive e drastiche.
Uno dei principali artefici di questa miracolistica impresa era Ferruccio, ma quello è un mondo senza memoria. Anche questo sarebbe superfluo da aggiungere. Ieri potevi essere un Dio per poi tornare oggi ad essere un niente, polvere. Lui, Ferruccio Bernardelli, poteva orgogliosamente affermare che si era fatto dal niente. Suo padre era stato un semplice caporeparto. Ma sapeva bene che doveva lottare per mantenersi a galla. L’economia non dà mai sicurezze. Dà aspettative e sogni e incertezze. È nata, cresciuta e continuerà sempre ad essere così. Lui stava rileggendo la sua presentazione. Fuori un terribile acquazzone imperversava sulle strade e sembrava non volere finire mai.
Dalia Damiani, per gli intimi Dada, aveva una storia diversa dietro le spalle. In fondo ne avrebbe dovuto far parte per eredità famigliari. La sua famiglia aveva sempre fatto parte dell’élite. Dal nonno del nonno del nonno. Erano sempre stati tra quelli che comandavano. Non si erano mai dovuti adattare a ubbidire. Già prima della grande guerra. Avevano partecipato alla realizzazione del grande polo industriale. Erano stati tra gli artefici del bum. Poi avevano dovuto assumere un profilo solo di poco più marginale. Ma, in seguito, per un breve periodo, erano stati tra i periferici protagonisti del miracoloso, ma passeggero, cosiddetto del sistema del nord-est.
Tornando a Ferruccio. A Fiumicino si erano persi il suo borsone, fortuna aveva portato la valigetta come bagaglio a mano. E aveva controllato centinaia di volte in tasca di avere la pennetta contenente i suoi preziosi fogli elettronici e la presentazione in PowerPoint. Senza quella sarebbe stato un vero disastro. Per il resto intanto avrebbe potuto prendersi un ricambio da qualche parte. Senza nemmeno inserirlo nella nota spese. In albergo avrebbe riordinato le idee. Era contento che ci fosse anche Dalia. Avevano l’opportunità di incontrarsi solo in quelle occasioni. Lei era una presenza gradevole. Aveva una voce gradevole. L’intervento di una donna, soprattutto come lei, poteva distrarre, ma rendeva sempre queste cose più facili.
Bussò alla sua porta per salutarla e accordarsi sui tempi della presentazione. Le stanze erano simili, se non uguali. Più che confortevoli. Non si poteva lagnare. Si potevano permettere ancora di trattarsi bene. Mentre lei era sgusciata in bagno per truccarsi. Si affacciò alla finestra sorpreso notando come era rapidamente cambiato il tempo. Un sole, persino sfacciato, illuminava le case. Forse era la stagione, forse era Roma. Gli sembrò di buon auspicio. Dalia fece presto. Si sistemò in un attimo. In fondo non aveva bisogno di ricorrere a troppi… sotterfugi. Avevano giusto il tempo per un aperitivo.
Alla riunione tutto era filato abbastanza liscio. Uscendo Ferruccio si era reso conto che la presenza di Dalia era stata essenziale. Durante la sua presentazione sembravano tutti deconcentrati. Forse distratti dalle avversità metereologiche, che erano tornate a mettersi al pessimismo, con gocce che sembravano sassi. Poi, ancora una volta, il tempo s’era messo rapidamente al bello. E lei aveva governato l’attenzione commentando le diapositive della presentazione, che lui stesso aveva preparato, per la nuova strategia, che lui stesso aveva messo a punto. Alla fine erano tornati, ognuno nella propria stanza, per prepararsi prima di cena.
Era tonato a chiamarla per scendere assieme. Ferruccio cominciava a insospettirsi e a stizzirsi. Sembrava che il tempo facesse le bizze e si volesse accanire proprio con lui. Era uscito dalla porta che era tornato a piovere. Alla finestra di Dalia c’era nuovamente il sole. Non aveva ricordo di giornate che cambiavano così repentinamente. Erano in anticipo. Lui le propose due passi per Trastevere, e lei accettò ben volentieri. La precedette per non metterle fretta. Giunto alla hall nuovamente pioveva. Chiese per favore il prestito di un’ombrella al personale. Non voleva rinunciare a quella passeggiata. Quando Dalia lo raggiunse scoppiò a ridere nel vederlo con quell’arnese stretto in pugno come un’ancora di salvezza. Fuori era tornato il sole. La prese sottobraccio e uscì ugualmente munito del parapioggia per precauzione.
A cena c’erano proprio tutti. Loro avevano un tavolo per due. C’era una buona dose di allegria ai tavoli. E spesso qualcuno si alzava per raggiungerli e complimentarsi con loro. Lei civetta un po’ con questo e un po’ con quello, senza impegnarsi con nessuno. Riuscendo sempre alla fine a sottrarsi. Era una vera maestra nel trarsi d’impaccio. Anche davanti a certe osservazioni un poco sibilline. Nascondeva il sorriso dietro la mano e accennava divertita di aver colto il riferimento in modo spiritoso. Solo un paio di volte aveva mostrato un leggero imbarazzo e aveva affermato di essere già in compagnia. Ferruccio si sentì quasi in dovere di invitare Dalia in camera per il bicchiere della staffa.
Lei aveva rifiutato seccamente ma con grazia. Alla successiva domanda di Ferruccio aveva risposto dettagliatamente anche se sottovoce e con un sorriso di comprensione. Forse di compassione. Senza gesticolare per non richiamare altre curiosità: Perché tu ti sentiresti in dovere di corteggiarmi. Io ne sarei di certo lusingata. Sei una persona cortese e gentile. Anche carino. Dirtelo mi costa fatica, ma fra noi non potrebbe mai funzionare.
Non continuare a riempirmi di perché. Lo dovresti capire da solo. Io ci sono sempre stata e sempre ci sarò. Tu potresti essere una meteora come no. Ieri esaltato da tutti, domani anche, dopo questa splendida presentazione. Per un futuro meno prossimo potresti entrare nell’olimpo o trovarti a dover rimpiangere le scelte fatte. Questa, come sai, è una guerra aspra e dura dove solo i veri combattenti sopravvivono. Bisogna essere sempre un po’ puttane e un po’ criminali. Voglio dire semplicemente avere la zolletta di zucchero in una mano e la pistola nell’altra. Non so ancora se tu ne hai la scorza. Per me le cose andranno sempre bene perché ho l’ottimismo della ragione. Temo che tu subisca i ricatti della paura dell’errore e dei dubbi. In parole povere temo che questa tua non sia nemmeno, come potresti vedere, una primavera, ma solo una pausa dove la sfiga è sull’uscio ad aspettarti.
Come oggi tu suoni e io ballo. Solo che è come lo facessimo sulle note di canzoni diverse. I nostri sono mondi paralleli destinati a non incontrarsi mai. Sono sistemi esclusivi che non possono convivere. Il mio è il mondo del sorriso. Il tuo quello dell’emicrania. Il mio è il mondo della passione. Il tuo quello del piccolo conto in tasca. Io semplicemente ce l’ho e tu no. Non ne verrebbe niente a nessuno. Comunque sei destinato a cadere, il tempo dirà se sarà un ruzzolone o un tonfo di ciclopiche dimensioni. Oggi c’ero io, domani chissà? Nelle mie giornate c’è sempre il sole. Per te ogni giorno la fine è solo rimandata. E io non voglio essere lì a guardarti in quel momento. Cerca di capirmi. Scusami.
Peccato, Dalia oltre ad essere un gran pezzo di gnocca era anche un cervello fine. La giornata non sarebbe terminata come aveva sperato. Lei era salita sull’ascensore e lui era tornato al bar in cerca di un compagno con cui bere. Fuori intanto aveva ricominciato a piovere.

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aA volte preparare da mangiare aiuta a rilassarsi. Così me ne resto spesso affaccendata in cucina.
Non so come spiegarlo, in giro per le stanze siamo sempre in tanti. Non si è mai soli. È quasi impossibile trovare un angolino, un poca d’intimità.
Per Paola e Francesco quello era il loro primo grande amore. Un amore sbocciato all’improvviso, tra le mura di casa. E loro certo non sono giovani di carta. Sono ragazzi in carne ed ossa. E il marito della poveretta è proprio uno zotico.
Quel Gianciotto te lo ritrovi sempre tra i piedi. Ed è sempre molto galante, crede lui, ma ha l’alito molesto. È sempre pronto con qualche apprezzamento insolente. Con tutte e anche con me. E con tutte allunga le mani, e anche con me. A ogni più piccola occasione. Persino a tavola. Rischiando di farsi vedere dal mio amore.
A volte anche mi metterebbe l’idea. A volte sarei anche disposta al sacrificio estremo per accontentarlo. Purché la smetta. Ma, come detto, è impossibile essere soli. E una donna dabbene ci tiene al proprio buon nome, al rispetto di se stessa. Su una cosa non accetto sospetti né compromessi: sulla mia onestà. Amo mio marito e non gli creerei mai scandalo.
Il sabato poi non sento ragioni, la cucina è mia. Almeno un angolo. Attenta a non incipriarmi di farina preparo i croissant. Infilo le dita nell’impasto con un vero sottile piacere. Non mi sognerei mai certo sporcare l’abito. Fosse per me mi metterei più comoda. Ma l’abito lungo è d’obbligo a pranzo. Soprattutto quando ci sono ospiti. E da noi quelli ci sono sempre. Sono indaffarata, e tutta agghindata, mentre Dio mi guarda le spalle. Spero che almeno lui apprezzi.
Nemmeno li sento entrare quei due. Gli occhi persi verso la finestra. Distratta. Sono stati solo un fruscio lieve. Forse dovrei essere più presente e attenta. Giovambattista me lo ricorda spesso. Dice che sono una principessa tra le nuvole. Loro, i due, nemmeno chiedono permesso. Li sento trafficare appena e mi s’infilano sotto. Spero mi si possa scusare una piccola volgarità: E ora… cosa cazzo staranno facendo per terra, dentro il mio vestito?
Guardo e sulla sedia ci sono i loro abiti, e comincio a preoccuparmi. Poi sento farmi un po’ di solletico. Potrebbero anche stare più attenti. Li sento bisbigliare. Li sento agitarsi. Li sento cospirare, e sospirare. Li sento e quelli che sento sono lamenti e gemiti di piacere. Anche una santa immacolata e vergine, a questo punto, avrebbe già capito cosa quei due pazzi ragazzi stanno facendo nascosti lì sotto.
E se dovesse entrare il cornuto? Quel caprone sempre infoiato del Gianciotto? Che per giunta è anche un bel po’ geloso? Non si potrebbe certo farmene una colpa. Sono nella mia cucina. Lavoro per tutti. Sono solo l’ignara testimone della colpa. Prego che questo non avvenga. E Dio m’è testimone. Non ho cercato io l’inghippo. Non ho mai fatto la ruffiana.
Poi sento lei esclamare entusiasta. La cosa non mi può che mettere curiosità. So come ci si comporta e come mantenere la calma. Sono una donna ammodo, ma non sono certo nemmeno di ghiaccio. E dico a Francesco: Riserva un ballo anche per me. E a lei: E tu, ragazzina, cerca di sbrigarti; non abbiamo tutto il giorno per stare qui. Non sarebbe colazione senza croissant, e di sante ce ne sono anche troppe.

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tazzina di caffèMentre guidava nel paesaggio diafano, con quel bisogno di dire, si ricordò di Moses E. Herzog; che poteva anche scrivere alle persone, sia che fossero o che non lo fossero più, anche se loro mai avrebbero potuto leggere quelle parole. Spense la radio e fu così che finalmente riuscì a dirlo a Carlotta “Non mi è mai piaciuto il modo in cui cucinavi il riso”. Se ne pentì subito e immediatamente si sentì come liberato. Poteva farlo. Le sue lacrime non lo ricattavano più. Gli scheletri degli alberi erano fragili figure quasi dello stesso vetro del cielo. Si chinavano tutti in una direzione “Non vorrei rubarle il suo tempo, per quanto lo ritenga frivolo, ma la sua teoria del riscatto mi sembra solo richiami per le allodole. Mi addolora”… Si sentiva leggero; era un po’ che non pensava a quel passaggio delicato in Haydn. “Le note restano sette e anche a voler essere generosi le alchimie si stanno esaurendo ma c’è un ma: sono i sentimenti quelli che contano”. Stava diventando pazzo? no! forse era solo quella sorta di ebbrezza che gli dava sapere che, quando sarebbe giunto, lo aspettava Simona. Che lo avrebbe accolto il suo sorriso radioso. “Puoi continuare ad allineare le tue cifre ma alla fine, come risultato, avrai solo il debito della loro aridità. Io non sono per essere solo il mille o mille volte mille”. Qualsiasi convinzione gli andava stretta. Lei almeno non sarebbe ricorsa al Martini; odiava il Martini. Certo non era la Pennsylvania Avenue. Fu solo un intervallo di breve durata “La sua scomparsa è stata unicamente un vero e proprio tradimento”. Al massimo avrebbe versato un bicchiere di Porto rosso freddo per entrambi. Si parla meglio con un bicchiere di Porto rosso fresco tra le dita. Simona aveva mani con dita lunghe e sottili. Mani che svolazzavano sempre in movimento. In fondo belle. Piene di piccole storie da raccontare. Voleva solo stare in silenzio e ascoltarle tutte.

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Ancora musica anni settanta. In realtà questo disco (In the court of crimson King) dei mitici King Crimson li anticipa perché esce nel 1969. Gran disco da ascoltare tutto intero in religioso silenzio. Un disco fondamentale con alla chitarra quel gran genio e maestro di cerimonia qual è Robert Fripp. E i testi sono dell’”esterno” Pete Sinfield che ha curato inoltre un originale ed efficace spettacolo di luci. La loro è musica che influenzerà molto e che risuona anche in alcune delle cose dei nostri New Trolls. Qui mi fermo perché mica voglio fare il saputello e travestire questa semplice rubrica di ricordi e inviti in una sorta di spazio critico e saggistico. Io ho continuato in quegli anni ad ascoltare musica, come e con che soldi mica lo so. Non posso ricordarlo. Forse frutto di una rapina. Mi sono trovato una casa da riempire dei miei dischi. Ora quei dischi li ascolta e li coccola mia figlia. Ho storie e leggende sulla mia musica, ricordo di averne regalata molta per poi ricomprarla, ma, essendo di “umili origini” e di altrettanto umili e testardamente misere finanze, non ricordo con quali costi sia entrata nella mia vita. Ricordo l’amore. Ricordo i primi 45 giri. La faccia del padrone quando mi recavo nel mitico negozio di Gabbia e chiedevo assieme le cose più strane. Fece un commento sorpreso quando lo pregai di farmi ascoltare, lontano 1963, in rapida successione i Rolling, il primo Dylan e Ivan Della Mea. Capitava che li sentisse per la prima volta con me. Allora non avevo ancora scoperto, e nemmeno c’erano, i negozi di importazione. La musica aiuta a vivere e insieme diventa emozioni e ricordi, ricordi che poi ho portato con me.

The wall on which the prophets wrote
Is cracking at the seams.
Upon the instruments of death
The sunlight brightly gleams.
When every man is torn apart
With nightmares and with dreams,
Will no one lay the laurel wreath
As silence drowns the screams?

 

Between the iron gates of fate,
The seeds of time were sown,
And watered by the deeds of those
Who know and who are known;
Knowledge is a deadly friend
When no one sets the rules.
The fate of all mankind I see
Is in the hands of fools.

 

Confusion will be my epitaph.
As I crawl a cracked and broken path
If we make it we can all sit back
and laugh.
But I fear tomorrow I’ll be crying,
Yes I fear tomorrow I’ll be crying.

Il muro su cui i profeti hanno scritto
Si sta spaccando alle giunzioni
Sopra gli strumenti di morte
Brilla la luce del sole
Quando ogni uomo è fatto a pezzi
Dagli incubi e dai sogni
Deporrà qualcuno la corona d’alloro
Mentre il silenzio affoga le urla?

 

Tra i cancelli di ferro del fato
Furono piantati i semi del tempo
Ed innaffiati dalle gesta di coloro
Che conoscono e sono conosciuti
La conoscenza è un amico letale
Quando nessuno fissa le regole
Io vedo che il destino dell’interà umanità
E’ nelle mani di sciocchi.

 

La confusione sarà il mio epitaffio
Mentre striscio su un sentiero accidentato e in rovina
Se ci riusciremo potremo tutti sederci
E ridere
Ma temo che domani piangerò
Sì, temo che domani piangerò

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