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Posts Tagged ‘Stormy six’

Il realtà lui si chiamava solo Carlo Di Francesco. Suonava in un complesso jazz. Erano ormai relativamente conosciuti nel giro. Si faceva chiamare Charlie Fanciscotown. Era volato a Roma per una serata. Lui amava volare. Salire sul palco e esibirsi. Lo faceva sentire bene. Era la cosa che sapeva fare. E l’esibizione era andata bene. Non si poteva lagnare. E non si poteva lagnare nemmeno delle compagnie femminili. Si sa che il palco affascina. Anche quella sera, alla fine, un paio di ragazze giovani lo avevano aspettato fino alla chiusura. La più furba e svelta era riuscita a infilarsi nel sul letto. Era molto carina, ma nemmeno ricordava il nome. Ormai era quasi parte del suo stesso lavoro. Suonava, si faceva qualche birra, qualche spino, quando c’era, loro sotto il palco lo adoravano, non lui ma l’artista, e lo aspettavano fino a notte. Se lo bisticciavano. Spesso sotto gli occhi dei loro compagni. Avevano grandi fantasie se avevano necessità di una scusa. Cercavano di approcciarlo anche nei luoghi più improbabili.
Le prime volte ne era orgoglioso, poi sempre meno. Qualcuna era rimasta anche tra i suoi ricordi. Ricordava, ad esempio, una delle tante, non più troppo giovane, con marito al seguito. Una, che non voleva perdere tempo, dietro al palco. Quella bionda scatenata che era solo una ragazzina e per un po’ lo aveva seguito in giro per le date. In particolare Jessika che, per una ragione che non comprendeva, gli era rimasta appiccicata dentro più delle altre. Cose così. Niente che durasse più di qualche settimana. Ma certe sere se lo chiedeva se la vita gli aveva dato tutto o niente. Gli capitava certe notti in cui si trovava solo e si lasciava prendere da una sorta di malinconia. Perché in fondo lui si ritrovava da solo. Tutti quei visi, e quei sorrisi e il loro indaffararsi, erano di passaggio. Probabilmente nemmeno loro si ricordavano di lui. Era solo il musicista sopra al palco. Forse un po’ figo, un po’ tipo, con la sua giacca con le frange, forse nemmeno quello. E ci si trovò a pensarci anche al ritorno dall’esibizione di Roma.
In quei momenti invidiava Tommaso che alla sua stessa età aveva già messo su famiglia, e aveva già due figli. Giordano con la sua favola cominciata alle superiori e che durava ancora. Cosentino tutto preso dalla sua carriera in comune. Con loro aveva iniziato, ma loro avevano messo in soffitta i loro sogni per cose più concrete. Ora loro avevano qualcuno che li aspettava quando tornavano a casa. Avevano un posto dove tornare. Anche quella sera doveva suonare, al «Pappagallo verde»; strano nome per un pub. Era stata un’esibizione senza lampi, senza pregi né difetti. Una sera come tante altre. Forse anche la sua musica cominciava ad essere stanca di quella vita. Alla fine era uscito dal retro con una sgrinfia di cui nemmeno sapeva il nome. L’aveva baciata e poi le aveva rifilato una pacca dietro. Lei se n’era andata verso la notte ridendo tutta contenta e soddisfatta. Una scena che aveva già visto. Era sparita nel buio della stradina e da quel buio era apparso Giordano. Che ci faceva là a quell’ora? Lo stava aspettando? Lo stava aspettando ed era strano il modo con cui si avvicinava. Sembrava fuori di sé.
Quando gli fu davanti ebbe la certezza che fosse infuriato, e lo era con lui. Era tanto che non si sentiva apostrofare col suo vero nome. Quello lo affrontò a muso duro. Non ebbe nemmeno il tempo di dirgli un “Ciao!” che l’amico lo colpì violentemente alla bocca e si trovò seduto per terra. Cazzo che botta. Il sangue gli scendeva copiosamente dal labbro ferito. Era frastornato e senza un perché. Non lo ricordava nemmeno mai arrabbiato; era un tipo mite, Giordano. Non l’aveva mai visto così deciso e non lo faceva così forte. E il compagno di tante avventure da ragazzi, il suo primo batterista, gli sputò un faccia con rabbia la sua verità: “Sei solo un lurido bastardo, fallito. Puoi avere tutte quelle che vuoi; e allora perché? Perché con lei? Ti avverto: stai lontano da Loredana”. Scuotendo la testa cercò di realizzare cosa era successo mentre gli aveva già voltato le spalle, allontanandosi con le spalle curve e i pugni ancora stretti. Ci capiva sempre meno. Loredana non era certo il suo tipo. Ad essere onesti non era nemmeno molto bella. Non aveva nulla di attraente. Era simpatica ma una come tante. In un certo senso l’aveva presentata lui a quel rompiballe. In quel momento uscì un cameriere e corse ad aiutarlo a rialzarsi. Gli chiese cos’era successo. Lui gli rispose: “Non è nulla. Non è successo niente”.
Aveva lo stomaco sotto sopra. Per quanto ci pensasse era certo che non ci fosse stato mai niente tra loro. Andò a piedi per schiarirsi le idee. Salì da Giovanna ma lei non c’era. Per un po’ Giovanna aveva suonato con loro. Anche la sua era una storia vecchia. Una storia che forse aveva distrattamente buttata al vento. In bagno si fece la prima pera.

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Lettera agli amici.
923483_10201165708725508_1862353943_nBene o male di anni e strade ne ho attraversati abbastanza. Come dice la canzone: «Ho visto bombe di stato scoppiare nelle piazze, e anarchici distratti cadere giù dalle finestre». Di santi e profeti ne ho conosciuti quanti basta. Sono rimasto agnostico, in tutto, nonostante le grandissime verità che mi sono state rivelate. Non posseggo quella Verità e anzi le grandi verità mi spaventano; coltivo il dubbio e ho sempre una domanda su tutto, forse anche una in più. Cerco di mantenere indipendente il mio agire, il mio pensare, il mio giudicare. A volte ci riesco, altre non lo so. Ammetto sono umano, fallibile e tra i tanti vizi ho anche quello del fumo. Solitamente non amo parlare, preferisco lasciarlo fare a chi ne ha più autorevolezza o ne ricava una maggiore soddisfazione. E’ anche una lontana scelta politica, non per questo mi sottraggo, quand’è necessario, ad esprimere il mio pensare. Qui è uno di quei casi in cui mi sento tirato per i capelli nel ribadirlo poiché, pur non chiedendo giustificazioni all’agire degli altri, queste giustificazioni mi vengono richieste per il mio sostegno alla causa palestinese. In realtà non sostengo la causa palestinese, sostengo la Giustizia, la Resistenza, i Diritti umani, la “Pace”. Ho sempre cercato di essere dalla parte degli ultimi. Tra i tanti miei “compagni di strada” abbondano le “anime pure”; ammetto di non esserlo. Preferisco il fare alle parole. So di non essere il solo. Non per propria aspirazione la Palestina si è trovata ad essere “esemplare” in questa Lotta e nel dar voce a questi Diritti; negati. Me lo ha ricordato un “amico” che mi manca: Vittorio Arrigoni. Non mi credo depositario del suo pensiero. Lavoro portando avanti solo una sua idea: «Restiamo umani». Per tutti quegli altri, li rimando ai mie raccontini sperando ne traggano piacere.
Non ho simpatia per il “pensiero unico”. Nel mio fare cerco di avere dei punti fermi, magari pochi ma chiari. Grossomodo girano attorno a pochi concetti, molto semplici poiché non sono un grande indagatore da vaste praterie di elaborazioni filosofiche. Allora parliamo di «Resistenza». Ne so poco ma da quel poco credo sia una cosa di una certa piccola complessità. Parliamo della nostra breve Resistenza di cui vado, e spero andiamo, ancora fieri. Sì! quella della «Bella ciao». Così m’è stata raccontata nei libri in cui ho frugato. Quella “nostra” Resistenza è durata due anni, anzi due stagioni poiché in montagna d’inverno fa freddo. Il primo anno le operazioni belliche sono state soprattutto dirette da Resistenti in divisa. Uomini, e ripeto Uomini, che avevano disertato l’esercito regio italiano per una scelta diversa, quella della dignità e dell’opposizione alla sudditanza al mostro nazista e alla barbarie. Da istruzione militare l’ingaggio contro il fascismo è stato provato in campo aperto, appunto con strategia militare. I risultati sono stati disastrosi per i Resistenti. E’ anche su quella lezione che le forze Resistenti hanno iniziato quella campagna in cui si usava una tecnica che molti anni dopo sarebbe stata chiamata di «Guerriglia» (non so se a qualcuno il nome del Che ricorda qualcosa?).
Quella, come ogni Resistenza, è stata fatta da Uomini, e naturalmente Donne, non si voleva fare qui un discorso di genere, diciamo da «Esseri Umani», che non hanno coltivato tanto il gusto dei paroloni ma hanno messo a rischio le loro vite. E come ogni Resistenza è stata una cosa complessa, nemmeno priva di eccessi. Come qualsiasi “evento bellico” non è stata fatta da, e per, stomaci delicati. Bisogna essere bravi a contestualizzare gli eventi. Si lottava per la Libertà. In quella lotta è vero che molti hanno imbracciato le armi, e a loro va il mio enorme Rispetto e tutta la mia Riconoscenza. Uguale Rispetto e Riconoscenza va a tutti gli altri Resistenti. Non meno resistenti sono stati i tanti, i fuoriusciti, coloro che hanno dato vita alla stampa clandestina, senza magari mai sparare un colpo. A chi ha fatto da supporto ai “Partigiani” in armi, che li ha ospitati, nascosti, sostenuti e sfamati. Agli operai delle fabbriche in sciopero. Uguale Rispetto e Riconoscenza e Ammirazione va naturalMente alle staffette partigiane. Mi fermo qui nell’esprimere il mio pensiero su questo poiché spero di essermi spiegato abbastanza. Ricordo solo che tra i molti che hanno perso la vita la maggior parte lo ha fatto senza aver mai sparato un colpo. Ma di tutto questo meno se ne parla meglio è, l’importante è tenerlo a mente, farne bagaglio, ideale.
Ora, secondo il mio buon senso, mi risulta che qualsiasi Lotta non sia fatta solo e soprattutto di proclami. Il “mio caro padrone domani ti sparo” non è uno slogan ed un invito perché lui, il padrone, non tardi all’appuntamento e si faccia trovare pronto. Nell’ specifico è semplice ironia. Nella Lotta avvertire l’avversario non mi pare poi una delle strategie più innovative e astute. Ma tant’è e poi questo esula da quanto volevo dire. Volevo invece soffermarmi su un altro punto. Il mio avversario l’ho sempre cercato davanti, non tra i nostri ranghi. La forza di una Resistenza sta nell’unione e nel riuscire a trascinare dietro le proprie Idee grandi aree della società, quello che per anni si è chiamato Popolo. Nel muovere classi sociali e consenso; facendo ogn’uno la propria parte. Cosa posso io fare per la Palestina? Poco. Quel poco, per mia scelta sta nel dar voce ai Palestinesi. Non a questo o quel Palestinese, ma ai Palestinesi. Ammettiamo che i Palestinesi sono un Popolo, non un pensiero unico. Un Popolo fatto di Persone, di Idee, a volte diverse, di Emozioni. Sono un Popolo in Lotta. Non mi sono mai sognato di parlare a nome loro. Di ridurli ad un’unica voce, tantomeno la mia. E a più voci abbiamo dato spazio e modo di esprimere il loro pensiero. E posso fare solo un’altra cosa che da molti mi è stata chiesta: «Informare». Informare come… DIRE LA VERITA’. TESTIMONIARE quello che succede in quella terra martoriata. Questo noi di “Restiamo umani con Vik” cerchiamo di fare con tutte le nostre forze e nel limite delle nostre capacità. Tutto quanto non chiaramente espresso al riguardo nelle mie parole si può evincere facilMente, non risparmiando la propria intelligenza, tra le righe. Parlo a nome mio senza giudicare il lavoro degli altri e ai giudici vada il mio… Andate con dio.
Mario Dal Gesso

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ResistenzeSi chiamava Manlio ed era un porco. Era lungo lungo e secco, il Manlio. E ti guardava sempre come ti pigliasse per il culo. Con quella soddisfazione. Con quella insolenza irrisoria. E andava a puttane. Perché di donne per lui non ce n’eran molte. E il paese è piccolo. E gli piaceva picchiarle, alle donne. Certo non era l’unico, ma la sua faccia la ricordavo bene. Con gli uomini era solo un po’ meno coraggioso, quando era solo. E non gli piaceva molto stare da solo. Aveva sempre intorno quei suoi quattro servi. E quando siamo scesi lui era sparito. E gli altri erano sparito come lui. Per un paio d’anni non s’era più visto nei dintorni. Qualcuno aveva detto che se n’era andato in Germania. Qualcun altro in Francia. Forse non se n’era mai scappato più in là di Bergamo. Poi era tornato. Con una camicia bianca e una cravatta. Era diventato tutto casa e chiesa, un vero democrista. Come se nemmeno fosse mai stato lui. E s’è presentato per le elezioni. La stupidità non è mai troppa. E l’hanno fatto consigliere proprio del nostro quartiere. Sante è ancora zoppo per le sue percosse. Non si divertiva solo con le donne. Aveva cominciato con i gatti. E dalle bestie era passato ai cristiani. Aveva sempre fatto carriera. E lui, il Manlio, ha ritrovato quel suo vecchio sorriso. Anche se ora è nella repubblica. E racconta in giro, al mercato, che lui ci ha sempre creduto. Ma non gli servono delle scuse. E non gli mancano mai i denari, al Manlio, che non so da dove gli son spuntati. Aristide dice che son di ebrei che ha denunciato. E di quando hanno dato fuoco alla cascina. Ma mica gli hanno mai cercati quelli come lui, son topi che sanno mescolarsi al marcio. Son piccole bestie per cui nessuno si preoccupa. In fondo pare che non abbia mai ucciso nessuno. Forse ne ha ammazzati solo pochi. E la Marisa se l’è anche sposata, la sua carogna. E si dice che la picchi ancora. Ma solo quando ha alzato un po’ il gomito. E poi va al confessionale a pagare con le parole quelle botte. Non tutte le sere però sono uguali e quella sera si andava sbronzi verso casa. Ce lo siamo trovati davanti e gli siamo andati intorno per guardarlo bene. Io gli dico: “Ti ricordi di me, Manlio? Ti ricordi bene? E di Giannetta, ti ricordi? E di quando avevi il teschio sul fez”?
Ha un gran bel dire il Partito. Lui non è più tanto energico e cerca di sorridere ma non gli riesce bene: “E’ acqua passata, naturalmente, ragazzi”.
Lo guardo e non lo guardo. La balla mi passa in un baleno. Io alla Ginetta gli ho anche voluto bene. Non che fosse il grande amore, questo lo sapevo, anche se ero solo un ragazzo, era forse solo simpatia. Era come una sorella. Ci Ho imparato all’amore con lei. E non ho mai amato chi picchia le donne. Né ho mai imparato ad amare il nero. E me ne son dovuto andare, allora. Quelle notti al freddo. La fame e quel sentirsi perso. Il silenzio del bosco. Le notizie da casa che non arrivavano. Sopra il ponte il povero Carlone c’è rimasto. Per sei mesi m’hanno chiamato Lupetto. Mica era il mio nome. E guardo anche agli altri. Ora siamo tutti sobri. Le armi le avevamo consegnate. Non proprio tutte, ma le avevamo consegnate. E già c’eravamo pentiti. Non era cambiato molto. Non era cambiato niente. I carabinieri continuavano a nascere tutti dalla stessa donna. E non c’è verso quando i ricordi te li trascini addosso. Salvatore la roncola la porta sempre in tasca. Ci fa le fionde. Taglia i rami e si taglia il pane e il formaggio. Lui è esperto di funghi e i boschi non gli hanno fatto mai paura. E cerco di spiegarglielo, al Manlio: “C’è acqua che non passa mai”.
Non usa più le mani, il Manlio, è diventato bravo, e bravo con le parole. E poi le mani, dopo quella notte, non sono più le stesse. Gli servono a poco. Forse solo a raccogliere l’ostia. Quelle mani non picchieranno più nessuno. Io lo spiego ai compagni in fabbrica: “Chi nasce sorcio la rogna se la porta dentro”. E ci parlo ora, con il Manlio. Adesso che è diventato delegato sindacale. Ma chi ce l’ha mandato? Ci parlo perché lo devo fare. E lui quando mi parla abbassa gli occhi. Perché io l’ho visto cagar paura. Perché ora ha la bocca più grande. E il segno che gli attraversa il viso ci ricorda indelebilmente di quella notte. Lui lo sa e io lo so. E lo sanno solo quelli che c’erano. E lo chiamo sorcio, quando m’incazzo, perché a parlarci ci parlo. ma a ragionarci non c’è verso. Tanto a quelli io non li capirò mai. Fanno i prepotenti solo con i deboli. E succhiano golosi la loro paura. Se non hanno un padrone non sono contenti. E alla fine godono a chinar la testa e di uno schifoso signorsì. Come posso dirlo a questi ragazzi che credono di sapere tutto? Prendete quel biglietto del tram, e poi tenetelo sempre stretto in tasca. Può sempre servire. Ricordate Reggio Emilia; ci vediamo in piazza. “Acqua passata, un cazzo”! Via della Conciliazione è un posto dove non passo mai.

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Foto del 4 dicembre 2009 a Berlino di notte
Un post sulla notte. Ci sono notti e notti. Ci sono le notti del Liga. Ci sono le notti di Adamo. Ci sono una infinità di notti. Una per ogni bisogno. Certo c’è quello strano timore per il buio. A volte la paura. Che ti segue da quanto ancora non avevi la ragione. Da quando eri piccino. Accendevi la luce. Nascondevi gli occhi sotto le coperte. Trattenevi il respiro. Il buio è quello che non conosci. Che non puoi nè vedere nè controllare. Ma c’è qualcosa di più. E’ come se dietro l’ombra si nascondesse l’avventura. Sei attento. Tutti i sensi all’erta. E c’è quella cosa che credevi legata all’età. Solo all’età. Come una specie di impazienza. Di resistenza. E allora ti senti vivo. Più vivo che mai. Io ne ho vissuto tante di notti. A volte sono tentato di pensare troppe. Ne sono pieni i ricordi. Nessuno di quelli ricorda vivido il volto di Lei. Proprio Lei.
Lei non aveva quella libertà. Ma questo è argomento diverso. Quando sei giovane ti sembra di non capirli i grandi. Poi scopri che non c’era niente da capire. Che non si possono capire. Non avremmo voluto diventarlo mai, grandi. A raccontarlo oggi sembra incredibile quel nostro essere giovani. Lei non aveva quelle libertà che oggi si concedono anche ad un bambino. Io avrei potuto studiare ma era chiaro: a cosa serviva lo studio al figlio di un operaio. Operaio ero destinato a diventare. E nient’altro. Almeno questo non è andato così. Figuriamoci per una ragazza. Tanto la donna è destinata a sposarsi. Deve aiutare in casa. Ed è sempre un’altra donna a condannarti. Una mamma. Probabilmente solo per eseguire gli ordini di un padre-padrone. Ma quello non parlava, ordinava. E parlava anche troppo con le mani. Ed erano mani ruvide e pesanti, per lei. E c’era anche la cinghia, quasi non bastasse. E doveva essere a casa prima ancora che la notte avesse inizio.
Probabilmente, si dovrebbe chiederglielo, ci invidiava. Quando la sua giornata finiva per noi ragazzi era solo l’inizio. Sembrava che solo dopo cominciasse il divertimento. Non parliamo delle chiacchiere lasciate per le calli. Di quell’affannoso andare ad inseguire qualcosa che non si raggiungeva mai. Delle enormi bevute premessa di un’altra euforia indotta. A dirla tutta poteva finire male, cioè peggio. Ci vuole sempre un po’ di fortuna per essere ragazzi. Per poterla poi raccontare. Ed era vero che non c’era città migliore per vivere la notte della nostra città, Venezia. Con lei ricordo solo una notte dell’ultimo dell’anno. Finiva il sessantasette e poi aveva cominciato quello che avremmo scoperto diventare il sessantotto. Ma quella non vale. Poi c’erano le notti del sabato in cui doveva, ripeto doveva, andare a consegnare le schedine del totocalcio. Ne ricordo vagamente una. C’era Giovanni. Quello c’era sempre. Di quel periodo non ricordo una notte non finita ad aspettare il mattino con lui e la sua voce. C’eravamo io, Giovanni e Rossana, in quel sabato. Magari sono stati più di uno. Me ne resta solo un piccolissimo ricordo vago. Quasi solo una percezione, una sensazione. Una piazza San Marco con lei. Un’immagine che è rimasta solo proprio perché insolita. Sempre per quei strani giochi della memoria.
Che lei invidiasse un po’ la nostra libertà mi appare normale. Non ne fece mai cenno. Io ho sempre avuto molta libertà. Quando non mi è stata data me la sono presa. Anche troppa. Qualcuno non può più raccontarla per altrettanta libertà. Mi ha salvato una corsa improvvisa in ospedale. Pensavo che il mondo era lì, che aspettava di essere conquistato da me. E da quelli come me. Che dopo un’avventura me ne aspettava un’altra e un’altra ancora. Sì! sentivamo che stavamo cambiando il mondo. Certamente cambiavamo noi. O ci provavamo.
Ma poi lei è rimasta solo un ricordo. Come quello di quegli anni. Della mia giovinezza. Mi ha lasciato solo una canzone; sempre quella. Ma parlavamo della notte. Non so per gli altri ma per me è rimasto quasi tutto uguale. Col tempo quell’ansia se n’è a tratti andata. Oggi ho ritrovato Lei. Lei e una vita di ricordi. Venezia. Oggi che possiamo. E oggi ne abbiamo attraversato di notti. Assieme. Alcune anche prive di qualsiasi angoscia. Altre talmente piene di noi da lasciarci sorpresi, esterrefatti, senza fiato, distratti. Oggi che la sento lì vicina, dormirmi a fianco, mi scopro a sorriderle anche nel sonno. E quel sonno è certamente meno agitato. A tratti sento (o temo?) di esserne guarito. Poi all’improvviso quell’impossibilità di stare fermo, di dormire e abbandonarsi, di rinunciare mi riprende. Quella smania. Ma sono solo certe notti. Mi ritrova a girare la casa senza pace. A lottare con quella smania di vivere. E a rivivere ricordi e avventure. Non posso farci niente. Non posso ribellarmi. Parlo ai miei fantasmi. Abbraccio gli amici perduti. Cerco la strada. Perché la notte è la mia stanza ideale in cui vivere. E… c’è solo la strada su cui puoi contare. E c’è una band a suonare il nostro concerto. E un bicchiere di vino sempre pronto e sempre pieno.

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Alzò a fatica gli occhi profondati nei propri pensieri. L’aveva tanto maledetta ma ora che l’avevano chiusa era solo un capannone vuoto che metteva tristezza, non riusciva a non pensarci; era pur sempre parte di lui. L’altro si era seduto senza far rumore ed era lì come se non fosse passato nemmeno un giorno da allora. Non aveva più di diciannove anni quel 7 luglio e a guardarlo ne aveva ancora diciannove. Di che cosa, lui, si sarebbe dovuto vergognare? Avrebbe voluto chiederlo a quel ragazzo. Si guardarono senza bisogno di dirsi nulla. Non l’aveva mai visto se non in quella vecchia foto ma l’aveva riconosciuto subito o forse lo aspettava. Lui si chiamava Fogagnolo, proprio come quell’Umberto. Si era sempre chiesto se avrebbe avuto lo stesso coraggio e in quel pensiero era diventato vecchio. Certo non si può dire quando non ci si trova nella stessa situazione e lui preferiva dire le cose come stavano. “Lo so che cosa pensi e lo so che io sono morto e i morti non se ne vanno in giro a parlare e come vedi tu sei davanti al vino ma non l’hai ancora portato alle labbra e allora, è chiaro, non è quello”. Sul documento d’identità, dopo la voce Professione duepunti, aveva voluto che scrivessero: PROLETARIO. Vale sempre il prezzo del biglietto.

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Quella che facciamo in questa sede è un po’ un’operazione all’incontrario. Nei primi anni ’70 anche la nostra musica smette di essere semplicemente una riproposizione di brani stranieri (spesso malamente tradotti ed altrettanto banalmente eseguiti) e arriva, in alcuni casi, ad avere un respiro europeo. Dall’Europa trae linfa e riesce a trovare una propria autonomia e crescere.

012-muralesMurale realizzato da giovani di Spinea (Ve) e “rimbiancato” dagli anziani.

Sulla scena si diffonde quella che verrà etichettata come “musica progressive” e anche da noi si affacciano nomi interessanti. Inizieremo con un nome non proprio scontato di uno dei nostri complessi non abbastanza stimato. Si tratta degli Stormy Six in quello che io considero un loro piccolo gioiello, L’orchestra dei fischietti, compreso nell’album L’apprendista del 1977.
Il complesso che ha una lenta maturazione, mentre si affermano altri nomi come la Premiata Forneria Marconi, Banco del mutuo soccorso, Area, Osanna, Napoli centrale, etc. (su alcuni di questi nomi varrebbe la pena tornare), proviene da pallide esperienze beat, prima di approdare al successo con l’album L’unità del 1972 e affermarsi definitivamente nel 1975 con Un biglietto del tram che contiene il loro brano certamente più celebre, Stalingrado, che recita:
Fame e macerie sotto i mortai
Come l’acciaio resiste la città
Strade di Stalingrado di sangue siete lastricate
Ride una donna di granito su mille barricate
Sulla sua strada gelata la croce uncinata lo sa
D’ora in poi troverà Stalingrado in ogni città.

La memoria dimentica certe loro politiche evasioni leggere in una musica beat che si avvicinava ai cantacronache. Quasi più conosciuti ed apprezzati all’estero, come in Germania, che in Italia gli Stormy Six sono certamente tra i complessi più politicamente impegnati e sono molto “interni” ai movimenti che attraversano quegli anni. La loro è una musica più “cameristica” che “sinfonica” e si apre raramente ma procede a singhiozzi con insoliti riferimenti e cambiamenti di ritmo per quello che si scrive da noi.

L’orchestra dei fischietti

Quando meno te lo aspetti
è scoppiata la realtà,
è l’orchestra dei fischietti
che dà la sveglia alla città,
dà la sveglia coi tamburi
e nessuno dormirà,
scrive in rosso sopra i muri
e spacca il mondo in due metà.

Non è un coro di cherubini sul tapis roulant
salta e fischia con la forza del sogno
e con la semplicità del bisogno
Non è un coro di cherubini sul tapis roulant
salta e fischia con la forza del sogno
e con la semplicità del bisogno

Niente resta uguale a se stesso,
la contraddizione muove tutto.
Niente resta uguale a se stesso,
la contraddizione muove tutto.
Niente resta uguale a se stesso,
la contraddizione muove tutto.
Niente resta uguale a se stesso,
la contraddizione muove tutto.

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Dopo l’invasione dei primi anni 70, di quello che verrà definito come progressive rock, con gruppi come i Pink Floyd, Emerson Lake & Palmer, Yes, King Crimson, Jethro Tull, Genesis, Traffic, Van der Graaf Generator, Soft Machine, etc. anche in Italia si diffonde una fare musica che verrà etichettato come rock progressivo italiano, con gruppi (si noti che non vengono più chiamati complessi) come Premiata Forneria Marconi (abbreviato: PFM), Il Banco del Mutuo Soccorso (poi semplicemente Banco), Osanna, Perigeo, Le Orme, Area, New Trolls, Napoli Centrale, etc . alcuni dei quali si erano già fatti conoscere ed erano sulla scena da qualche anno. In realtà i nomi che si sarebbero dovuti ricordare sono una infinità ma per questioni di spazio ci fermiamo a quelli che per anni sono stati considerati i caposaldi del genere.
Le capacità tecniche si sono molto evolute rispetto alle formazioni degli anni sessanta e la loro proposta musicale cerca di trovare spazi autonomi e ha un respiro europeo. Un gruppo dei primi tempi evolve la sua musica in questo senso prima di affermarsi: gli Stormy Six. Il gruppo milanese, forse più famoso fuori dei nostri confini che da noi, attraverso continui cambiamenti di organico, propone una musica politicamente molto impegnata (con testi che oggi risulteranno datati, come quello presente), ma musicalmente molto raffinata. Mi riprometto di parlarne meglio altrove ma qui vorrei presentare il loro brano più famoso: quella Stalingrado (da quel grande disco del 1975 che è Un biglietto per il tram) che lascerà un segno indelebile nella musica italiana (Quel tram porta a piazzale Loreto).
[Audio http://se.mario2.googlepages.com/Stalingrado.mp3%5D

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Questo è il commento di Marino al post:

A proposito di Stormy Six, questo è il sito di Franco Fabbri, storico chitarrista degli stessi e docente di storia della musica, che ho avuto il piacere di conoscere personalmente: http://www.francofabbri.net/

N.B. Franco fabbri è l’autore del pezzo (che ricorda la vittoria dopo l’assedio nazista del 43 alla città) e della maggiornanza dei pezzi del gruppo e l’unico ad aver attraversato tutta la storia degli Stormy six.

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