Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘stupidità’

Una tazzina di caffèNon saprei dire dove nasce il nostro amore per il caffè. Forse è sempre esistito con noi. E’ il luogo. Il momento. Il rifugio. E’ l’angolo consolatorio. Si possono scrivere tante storie su questo amore. E tante di tutti i generi. Io stesso, o meglio il mio io narrante ne ha scritte. Storie di tutti i generi. Tra vita e finzione. Da quelle più brevi ad alcune da lasciare il segno. Dal sacro al profano, fino al più profano. Il nostro mondo vive seduto davanti ad un tazza di caffè. Corre, su8da ma quando si ferma e per sedersi davanti ad una tazzina di caffè. Quando proprio il tempo non lo consente: in piedi ma sempre con la tazzina in mano. Tutto è riconducibile ad “un caffè”?
A volte quel caffè riporta ricordi d’infanzia, lontani, persino quando sono amari. Quando quei ricordi rischiano di far perdere il gusto per il caffè. Lo stesso suo odore rammenta quei vecchi ricordi. Rende certi incontri indelebili. Il caffè è una cerimonia. I vecchi amici si ritrovano davanti ad un caffè. Si cementifica un incontro. Si plaude all’amicizia proprio perché è la scusa per sorseggiare un buon caffè. O, al diavolo tutto, solo per lo stesso pretesto. Si fa tutto per un caffè. Tutto tranne ammazzare, o forse no. Ma il caffè è sempre fraternizzante. E’ la vera droga.
Ci si ripromette un caffè con un amico lontano. Che speri di incontrare, o tornare ad incontrare. E allora la scusa di sedersi attorno ad un caffè è la più naturale, anche se la più banale. Sia liscio che corretto. Ci si consola dopo un lutto. Persino quando ti trovi in mezzo intrigato anche senza volerlo. E non sai come toglierti dall’impiccio. Che magari dopo il lutto e le condoglianze, dopo tutto, prima di andare, lo prenderesti anche quel caffè. E capita che la vedova sia tanto sconsolata da scordarselo. E ti resta l’amaro in bocca. E mica puoi aggiungerci qualche cucchiaino di zucchero. Quello resta.
Il caffè è proprio il massimo. E’ il rifugio per nascondere un imbarazzo. Perché ad una signora mica lo puoi dire. Figuriamoci se può farlo lei. Perché le donne non sono tutte come Caterina detta Tina disposte a chiederlo senza giri di parole, papale papale. Così con Lidia alla fine non l’ho mai preso quel caffè. Spesso è solo appunto quel pretesto, magari per un’avventura fugace. Perché penso che quella volta Eva in verità si sia fatta circuire per un caffè. All’inizio non capivo certe sottigliezze. E’ un mio difetto di fabbrica. Mi sembrava assurdo che Carla si spogliasse praticamente nuda per chiedermi se avevo voglia di un caffè. Che Giovanna usasse quella scusa per invitarmi a salire. Ma frequentando si impara. E’ la vita. E oggi, quando vado da Irene, glielo dico subito che “il caffè me lo prendo dopo, a casa”. Diversamente come potrei spiegarlo a mia moglie.
Impari appunto ad usarlo come fosse una metafora. Per dire qualcosa che non puoi o non sai dire. Perché noi maschi siamo fatti così. Per sembrare sembriamo tutti leoni. Spacchiamo il mondo. E poi ci inteneriamo davanti ad un sorriso e una svelata lusinga. E’ stata lei a dire sulla porta: “Posso offrirti un caffè”? E io ottuso: “L’ho appena preso, grazie”. E lei caparbia e indignata del mio rifiuto: “Ma allora sei proprio stupido”. Al che io, che lo avrei preso volentieri quel caffè, ma anche per malsana educazione, non mi volevo contraddire: “Come preso”. Ero proprio stupido, allora. Ma ero solo poco più di un ragazzo. Sopra la sua risata ho cercato di salvare capra e cavoli: “Magari un’altra volta. Magari più tardi”. E lei spazientita: “Mi spiace, sto uscendo”. E doveva ancora truccarsi e finire di vestirsi. Son tornato con la voglia del caffè.
Come con quella mignotta, ma questo molto dopo, che si è sentita lusingata; che ha trovato romantico che le chiedessi: “Posso offrirle un caffè”? Solo che alla fine esistono perfino donne che non ci mettono malizia. E di quelle è meglio diffidare. E allora è meglio precisare: “Non ho nemmeno il tempo per un caffè”. Solo che Sonia mica s’è arresa. Mi ha risposto: “Non penserai veramente che ti ho invitato a prendere un caffè solo per prendere veramente un caffè”? Meglio non pensarci. Non seriamente. Ne sento ancora l’odore in bocca. Un caffè prima di ogni battaglia. Non c’è donna né altra diavoleria che possa togliere all’italiano il gusto per il caffè. Il caffè resta tutto. Il mattino, ogni mattino che il buon dio, o chi per lui, manda al mondo, la vita stessa inizia con un caffè. Col suo borbottio sul fuoco. Fino a diventare poesia. Perché, come si diceva fin dall’inizio non c’è nulla che funzioni meglio che rifugiarsi in una tazza di caffè. Ormai è la nostra filosofia di vita. Cosa viene in mente anche davanti alle più grandi venture se non: “Pazienza, dai. Prendiamoci un buon caffè”? Il massimo è quando lei me lo porta a letto.

Read Full Post »

franca1«Cammino piano per non fare rumore». A guardarlo bene è stato semplice. Come un bacio. Come quel bacio. Spiati dalla luna. Una luna puttana. Quanto si può essere stupidi? Un bacio negato. Ripetutamente. Rimandato. In fondo… solo un bacio. Per capire quello che non volevamo capire. Per capire quello che tutti avevano sotto gli occhi. E noi: unici ciechi. Troppo presi a cavalcare sogni per riconoscere il sogno più grande. Il sogno. Sopra un ponte. Ai piedi di quel ponte. In una Venezia che ci voleva stregati. Di sé e di noi. Eppure lo sapevo. Averti tra le braccia era una magia. Era essere parte dell’universo. Timidi. Impacciati. Soprattutto… stupidi. Ma ora ho il coraggio anche delle parole. E quelle parole hanno un suono dolce. Diventato persino agevole. Consueto. Perché il male che ci siamo voluti oggi non è nemmeno rimpianto. Perché essere in due è poter afferrare il mondo. Quasi sentirsi invincibili. Che mai avrei pensato di poter dire queste parole. Di avere il coraggio di questo noi. Di poter vincere anche l’ultimo pudore. Perdona solo che non ho che queste poche e povere parole. Se ho capito tardi ora so. E ora è per sempre. Nemmeno il dubbio mi può sfiorare. E allora più di quarantuno anni sono solo una parentesi sulla strada di questo immenso Noi. Alla mia dolce Resistente: TI AMO.

Read Full Post »

Franca subito dopo quel noi. Peccato, era bellissima.Forse inopportuna per festeggiare una donna e tutte le donne. Forse fin troppo vera, nel mio caso. Ci sono canzoni, e questa è una di quelle, che a volte senza un perché, ma non è questo il caso, che quando sentivo la loro musica di distruggevano dentro, mi straziavano il cuore, anche quando la nostra era una storia finita. In fondo fanno ancora male ma questo è un tributo ad un amore: il nostro. Hanno accompagnato molte mie ore. E mi hanno fatto sempre pensare a te. E’ strano ma non pretendo tutte le risposte, so solo che è. La dedico a te per quello cha ha rappresentato e a tutti quelli che hanno avuto un amore sfortunato e a quelli che ora hanno un amore felice. Non provo nessuna vergogna ad essere romantico. Ci sono sicuramente cose peggiori nella vita. E non ho altri pudori: TI AMO.lei sta con te..lei vuole te
e ti dirà che tu sei stato il primo che ha mai amato..
ma tu non sai niente di lei…
se ti amerà come tu vuoi ricorda che lei l’ha imparato da me…
lei sta con te…lei vuole te
se piangerà senza un perché..allora ricordati che lei pensa a me…

Read Full Post »

matrioskaPRIMA STROFA: A tutti quelli che non sanno le cose e allora te le spiegano; che per caso o per distrazione non c’erano ma è come se loro ci fossero stati e delle parole, che non hanno sentito, sanno anche il tono. A tutti quelli che credono o non credono in un dio, e alla domenica corrono alla messa perché, caspita, domenica è domenica, ma che comunque credono fermamente nella verità e quella verità loro ce l’hanno; al loro arrogantemente benevolo porgere di quella verità (del verbo) dall’alto di una saggezza di cui non devono rendere conto nemmeno all’età. A tutti quelli che hanno bisogno di un capo, di un presidente, di un segretario altrimenti la sera, a casa, non riescono a scopare; e poi ogni sera devono uscire perché hanno un incontro importante con il capo o il presidente o il segretario. A tutti quelli che si sono fatti una cultura origliando dietro le porte; che conoscono l’uomo ed è per questo che l’hanno sempre evitato; che conoscono bene le donne e lo sanno che l’unica cosa di intelligente che hanno sono quelle misure, come dire le taglie, e non ci hanno messo un niente a capirlo; che hanno dei grandi ideali e masticano la storia e la politica alta però, si sa come vanno le cose, alla fine tutto finisce a cosa vuoi? Che mi dai? A tutti quelli che, caspita, coglioni sono tutti gli altri. A tutti gli eccetera che dovrei mettere e non metto perché non mi va di dilungarmi.
Oggi è domenica. Dovrei postare qualche amenità tanto per far opera di presenza. Non mi và. Non passerò davanti al sagrato. Non intingerò le dita nell’acqua. Mi fermerò al bar. Oggi è domenica, mi prendo un giorno di vacanza. A tutti quelli di cui sopra una sola preghiera: Se mi vedete continuate a fare a non vedermi. Faccio festa anch’io. La sento arrivare, la primavera.
CANTATO: Sei come un angelo per me. Sei come un diavolo per me. Fammi sognare e sognare ancora tra le tue braccia come la prima volta.

Read Full Post »

yin-yangLascio in coda quello che mi va poco di fare. Credo sia un classico. Credo sia per tutti così. Ad esempio ci sono cosa che stanno lì da mesi. Che non trovano mai il loro adesso. Certe pratiche antipatiche del loro. La disdetta dell’abbonamento. Certa corrispondenza. Eppure lo so che le devo fare. Giro per le stanze. Apro il frigo per vedere cosa mi ha lasciato per stasera la donna. Guardo qualsiasi cosa per distrarmi. E rimando: lo farò dopo. Per quelle cose, per quella telefonata, per quella mail, cioè per quella persona o quel problema c’è sempre un dopo. Un dopo che non arriva. Hai mai visto un dopo che non abbia a sua volta un più tardi. Non c’è un più tardi solo quando si è a letto o pensi lo possa essere la persona che cerchi di evitare. O comunque farlo non sarebbe adatto all’ora. L’ultimo dopo è che dovrei invitare Alice a cena ma s’è fatto tardi. Sarebbe da veri cialtroni invitarla a cena dopo l’ora di cena. Magari lei poi pensa ad un dopocena; un dolcetto, un bicchierino, un digestivo, un po’ di musica, ginnastica della mente, e non, non è proprio il caso. Ci mancherebbe che questa. Era la volta buona che avrei potuto fare una grassa porca figura. L’arrosto era quello che si chiama arrosto. Col vino si sposava una meraviglia. Già! si sposava bene. Rimandando rimandando sei sotto le coperte. Mica puoi dirle di raggiungerti direttamente in pigiama. Magari ti prende sul serio. Magari lo fa. Magari prende un taxi e fa in un attimo. Te la vedi arrivare prima ancora di abbassare il ricevitore. Mentre stai ancora parlandole al telefono. Magari di toglierlo in ascensore; il pigiama. Vestita solo di cinque gocce di Chanel n. 5. L’ho già sentita. E poi te la riesci ad immaginare? La Alice, con tutte le sue arie, senza trucco, slavata? Senza tacchi? Col culo che scopa terra? E le ginocchia rosse? E te ne stai lì al calduccio. Ci pensi. Glielo avevi promesso. Ti coccoli. Magari ci aveva anche creduto. Sperato. Magari dirle di restare lì sulla porta. Guardarla per bene finché lei non lo capisce. Da come fatichi a trattenere una risata. Sarà per domani. Anche in questo caso c’è sempre in domani in cui rifugiarsi. Lo pensi e già non ci credi.
A proposito di donne ieri ci mancava proprio lei. Proprio il giorno adatto. Con tutta quella cataratta di pioggia e lei che chiama. Sono Valeria. Quando ho visto il numero sul display sono stato tentato di non rispondere. E’ stato un attimo. Ho fatto male a non ascoltarmi. Il suo ultimo viaggio. La sua ultima fiamma. Lei ne ha sempre una ultima. Tra l’ultimo e il prossimo. E gli acciacchi della madre. Con l’età che ha è normale. Sua madre ne ha sempre una; povera donna. Si potrebbe riempire un’intera biblioteca. Non si fa mancare nulla. Che poi il suo vero male è che è da sola. L’ho conosciuta. Ha bisogno di parlare. Di sentirsi pietire. Di confidarsi con qualcuno. Certe cose è certo che se le inventa proprio. Solo per dirle. Hanno bisogno di parlare; madre e figlia. Ciao Valeria. Vorrei proprio esserci. Sentire quando lo fanno tra loro. Quando ogn’una rovescia sull’altra la propria esondazione di parole. Sfoga la propria libidine del raccontare. Dove trovano tanta fantasia? Solo una donna può parlare quanto una donna. Quando comincia non finisce più. Non ha pietà nemmeno per la segreteria telefonica. E’ che quest’ultima non ha una pazienza umana. E’ una macchina. Un nastro. E’ temporizzata; a scadenza. Le sue registrazioni finiscono tutte con una parola a metà. Di un discorso monco. E’ Stata una vera fatica; un lavoro. Lei parla e mi accendo una sigaretta. Non la finiva più. Mentre parla mi ricordo di Selmo. Dovrei proprio chiamarlo. Glielo devo. Questo lo devo proprio fare. Non si scappa. Ci dovevamo vedere per un aperitivo. Quand’era? Il fatto è… da quando s’è lasciato con Marina, insomma è stata lei, non fa niente. Il fatto resta. Non fa che parlarne. Non si parla d’altro. Lei qui, lei là. Lei è là, con quello. Lo so che non è facile. Ma non riesce a farsene una ragione. E’ insopportabile. Devo ricordarmi di prendere il pane. Se non lo prendo alla solita ora rischio di scordarmene. E’ stato lui a insistere. Siamo saliti. Non aveva nemmeno srotolato il tappeto. Parlavo piano per non alzare polvere. C’era da per tutto la mancanza di lei. Della stronza. Ormai la chiama solo così. Quasi. Poi lì a rimpiangere. A giù con Fagottino. E Marina diventa un sospiro. Il nome diventa una preghiera. Una invocazione. L’amore che ottunde. Fortunato quando il discorso non finisce con le lacrime. Dice che non è vero ma continua ad aspettarla. Lei s’è portata via persino il cardellino. Che una volta era anche un bel parlare a parlarci.
Puttana, lei, lo è sempre stata. Magari di fretta. Come con me. Senza perdere tempo. Tra un ti va? e un ne avevo proprio bisogno. Cosa vuol dire? Quasi bastasse. Quasi fosse sufficiente. Quasi fosse un buon motivo. Che poi il suo cara diventa persino imbarazzante. Avrei dovuto dirglielo. Fargli aprire gli occhi. Ma come fai a dirlo a uno che non vuole sentirselo dire? Che non vuole sapere? Rischi di non essere nemmeno creduto. Certo che siamo tutti uno diverso dall’altro. Mi stai ad ascoltare? Fossi pazzo. Ma certo che ti ascolto. Sono qui. Mi sono perso quando ancora stava disfacendo le valigie. O forse quando ha cominciato a spiegarmi quanto lui è carino. Nemmeno lo conosco. Non sono abbastanza veloce per tenermi aggiornato. Stavolta è stata a Sherm el Sheick. Sai che novità? Ormai ci vanno tutti. E’ anche il tono della voce. Valeria è micidiale. Come fa poi a fingere così tanto bene un eccesso di entusiasmo? Sarà la sua decima volta. Col rischio di trovare la stessa vana umanità di tutte le mattine; che incontri al bar. Come fai a far credere ancora dell’entusiasmo? Come può pretendere che le si creda? Solo lei può pretendere che sia tanto stupido. E poi che me ne frega che lui sia stato galante. Che sia arrivato con i fiori. Che ne so? Forse Valeria vale un mazzo di fiori. Io non posso giudicare; la conosco dalle medie. E’ una maledizione che mi porto da sempre. Allora non le aveva ancora. Sparisce e poi ricompare. All’improvviso. La stronza. Ha sempre fatto così. E non sente nemmeno il dovere di chiedere scusa. Tanto per tutto avrebbe quella buona; scusa. E come la vedessi. Scuotere la testa e far dondolare i capelli. Sorridersi soddisfatta. Sorridere; come potesse prendersi gioco assieme a te del mondo intero. Orgogliosa di tutto e delle sue tette. Dondolare sui tacchi. Dobbiamo proprio rivederci. Uno di questi giorni. Fare una bella rimpatriata. Ti ricordi… Quando s’era ancora assieme, cioè quando ci si vedeva più spesso, se le toccava più lei di quanto lo lasciasse fare a me. Strana donna, Valeria. Ogni volta pretendeva mille gentilezze. Gli piaceva essere corteggiata. Poi, se tardavi un po’, se perdevi l’attimo, eccola subito là: cosa c’è? Non ti va proprio, oggi? Che poi cosa poteva pretendere. Mai stati una vera coppia. Solo due amici. Due amici che lo facevano. E poi nemmeno così spesso. Forse ieri aveva l’ambizione di farmi ingelosire; povera cocca.
Il ricordo comincia a latitare. Certo che averla al telefono è peggio che averla davanti, di persona. Molto peggio. Al telefono non sai come limitarla. Come chiuderle le fauci. Fortunato se non ha qualche malumore da sfogare. Da riversare irritazione o rabbia su qualche presunto torto, o sgarbo. Su qualche rivale. Solitamente sono le ex. Alla fine ho cenato alle dieci. Ecco perché continui a rimandare certe cose. Ne esci sfiancato; affaticato, ti lasciano il segno. Rimandi tutto ciò che non ti da direttamente piacere. Rimandi tutto ciò che puoi rimandare. La fretta non è mai una buona confidente. Il subito non funziona quasi per niente. Rimando Alice, rimando Valeria, rimando Selmo; nel caso di Valeria è un caso a parte. E’ lei che chiama, Non la puoi rimandare. Ci sono riuscito si e no un paio di volte. La scusa sono occupato, ti richiamo dopo ha funzionato. Si può usare solo con parsimonia. E’ una scusa che però con Filippa non attacca. Lei non si fa rimandare. Devo decidermi a dirglielo. Non ho più l’età per certe stupidaggini. Per stare al telefono a sentirle fare l’eterna ragazzina. La fidanzatina. A chiedere mi pensi? Cosa gli vuoi dire? Ma certo che ti penso. Non faccio altro, da mattina a sera. Come non avessi altro da fare. E quanto mi pensi? Non faccio altro che pensare a lei e a come togliermela dalla testa. Tanto. Tanto quanto? Al diavolo tutto. Come si può essere così stupidi. Niente riesce ad essere più stupido di una donna stupida. Di una donna così. Certo che quando sono stronzo sono proprio stronzo. E mica glielo posso dire a come la penso, quando la penso. Non sarebbe educato. Magari domani chiamo proprio lei. Mi rompe le palle andare a quella presentazione da solo. Infondo è decorativa. Vada per Filippa. Domani. Potessi rimanderei anche quello. Farò bene a ricordarmi di passare a prendere un po’ di contanti, prima. Mi rode solo sentirla continuamente dire, con quel tono chioccio, Piacere Filippa. Sono la sua fidanzata. E nessuno mai lì pronto a rapirsela. Guardare la guardano. E’ da guardare. La guardano e forse pensano al rapimento del giorno dopo. Vada per Filippa. Domani. E’ lavoro. E il lavoro, quello, mica lo puoi rimandare. E’ l’unica cosa che non mi posso permettere di rimandare. Avrei proprio bisogno di qualche giorno di vacanza. Però potrei disdire il contratto del fisso; domani.

Read Full Post »

Alla televisione danno
un mare di panna di detersivo
e un massaggio leggero che ti culla,
che ti massaggia le tempie.
Alla televisione danno
un messaggio alla nazione:
a cosa ti serve una risposta
se puoi vivere senza domande
“?
Alla televisione danno
le loro certezze che non saranno mai
e ti daranno quello che non è
come se potesse un giorno divenire.
Alla televisione oggi danno,
a puntate, l’invasione dei nuovi alieni
vestiti di stracci e miserie,
lasciati affogare in un mare troppo grande per braccia umane.
In un cassetto ho conservato un vecchio sasso
e quella stessa rabbia di allora
ma nessuno pare ricordare a cosa serve
e non c’è nessuno con cui lanciarlo.

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: