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Posts Tagged ‘stupro’

Uomo anziano fa ballare una bambina al parco. Foto in B/NOdio le principesse. Lo zio Augusto mi veniva prendere a scuola. Avevo detto a mamma che non volevo. Che preferivo farla in bici. Diceva che la strada era lunga e pericolosa. Che dovevo dirgli grazie. Che ero un’ingrata. Che pericoli può nascondere una strada di giorno? Mica ingoia le cose. Di lui invece nessuno aveva saputo più nulla. Sembrava un segreto. Si sussurra sia stato a lavorare all’estero. Come fosse una colpa. Era riapparso festeggiato e senza domande, e io avevo e non avevo undici anni.
Lo zio Augusto era simpatico a tutti. Faceva incredibili giochi con una moneta, sulla fronte, sulla spalla. La faceva sparire. E anche con le carte. E altre cose da diavolo. Aveva il sorriso sempre gorgogliante e sembrava conoscere tutte le storie. Così mi faceva salire sulle ginocchia e me le raccontava, quelle storie. Credo che qualcuna se l’inventasse. Le diceva con voce calda, quasi in un sussurro; come me le confidasse in un orecchio. Come un segreto. E in tutte o quasi c’era una principessa. E lui finiva allegro spiegandomi che ero io la sua principessa. Nessuno mi avrebbe creduto. Lui andava e veniva e nessuno gli chiedeva dov’era stato. Probabilmente fuggiva per un po’ finché qualcuno dimenticava.
Con due fratelli l’avevo imparata presto quella differenza. Eravamo spesso soli in casa. Era soprattutto Rolando, quello subito prima di me. Mi aveva anche spiegato che era solo un gioco, e che non era un gioco, perché ai maschi piace che una ragazza sia carina con loro. Perché quelle cose piacciono agli uomini. Si sentiva già maschio e uomo. E mi ripeteva che ero cretina. Che ero solo una bambina. Che avrei capito, col tempo. Che mi insegnava cos’era la vita. Che avrei dovuto dirgli grazie. Ma nemmeno lui le sapeva bene le cose. Voleva solo darsi arie. Era solo un ragazzetto che aveva fretta di crescere. Se protestavo o provavo a scappare mi riprendeva e diceva: “Sei solo una sudicia mocciosa”. Mi chiamava sempre così mio fratello Rolando quando voleva insultarmi: “Sudicia e mocciosa”.
Un giorno mi ha costretta ad andare con lui. “Riccardo se l’è lasciato scappare”. Mi ha portata a spiare l’Elvira che lo faceva con Riccardo, mio fratello più grande, sulla paglia della stalla. Mi sentivo confusa e colpevole a guardare gli altri di nascosto. E non capivo i versi che facevano. Me li ricordo ancora. Li ho qui davanti agli occhi. Così Rolando, per prendermi in giro, ha cercato di spiegarmi. E di dirmi che ci sono molti modi per far felice un uomo. Anche senza restarci. Era la prima volta che vedevo due grandi fare all’amore. Dopo abbiamo spiato anche la mamma. Non avrei mai creduto allora che anche la mamma facesse quelle cose. Non era possibile. Ma in fondo le nostre erano quasi solo parole. La sua curiosità di ragazzo che cambia. Quel leggero prurito. Quel fingersi adulto. Anche l’imbarazzo inconfessato del disagio. Dell’immaginazione che corre troppo veloce. Stavamo crescendo insieme.
Con zio Augusto era diventato diverso. Lui era un uomo, e un uomo grande. Sapeva di tabacco e di sudore; di poca pulizia. Mi diceva come stavo diventando grande. Che mi stavo facendo una vera signorina. E bella. Avrei voluto credergli. Provare orgoglio. Per quanto cercassi non mi vedevo bella. Lui intanto continuava a parlarmi. E io ero stretta sulle sue ginocchia. Mi teneva la mano e con la sua mi insegnava come muoverla. “E’ il nostro piccolo segreto”. “Non devi dirlo a nessuno”. E io avrei voluto gridare. Dirgli che non mi piaceva quel gioco. E che non mi piacevano i segreti. Non ero mai riuscita a conservarne uno. Ma lui chiudeva gli occhi beato e mi diceva: “Sei la mia piccola principessa”. E che dovevo guardare. E vedere cosa succedeva. Cosa fanno le donne agli uomini. Ma se si sporcava i calzoni se la prendeva con me. Si arrabbiava, ma gli passava subito in una soddisfatta risata di rimprovero.
Le prime volte era stato già dentro la macchina. Mi porgeva un fazzoletto. Mi diceva che ero proprio brava e lo facevo felice. Cercavo sempre di non restare sola in casa con lui. Inventavo delle scuse. Nessuna scusa funzionava. Allora mi rintanavo nella mia cameretta. Mi chiudevo a chiave. Mi prendeva inquietudine già quando sentivo i suoi passi pesanti sulle scale. Dopo poco arrivava e mi costringeva ad aprire. Mi accarezzava i capelli come per consolarmi. Mi chiedeva perché ero triste. “Prova a dargli un piccolo bacino”. Mi faceva orrore. Lo zio Augusto sapeva odore. E più che un segreto mi sembrava una limega. Ma la sua grande mano sulla testa era molto convincente. Era molto più forte di me. E quella mano mi accarezzava sotto le gonne. E io mantenevo quel maledetto segreto perché mi vergognavo a dirlo. Perché avevo visto lei, mamma, quella volta con lo zio Augusto. Mi avrebbe detto che ero una piccola vipera. E bugiarda. E mi avrebbe punita.
Lo zio si fermava spesso a cena e lei rideva alla sua allegria. Guardavo quell’uomo che si comportava come un padre e incredula capivo che poteva avere tutte le donne che voleva. Quelle sere, quando se ne andava, prendeva l’uscio sempre barcollando per il vino. E salutava mamma con una grande pacca sul sedere: “Mi sembra che ci stiamo allargando”. Lei gli diceva che era un cretino, ma glielo diceva compiaciuta. Come se avesse detto anche a lei principessa. Poi rigovernava canticchiando tutta presa nei suoi pensieri. E io l’aiutavo e finivo di asciugare le stoviglie. Non ho mai capito se mia madre non sapeva o non voleva sapere. Avevo orrore dei miei giorni e mi consolavo pensando al futuro. Per fortuna a scuola me la cavavo bene.
Tutto questo prima che lui sparisse l’ultima volta. E prima che lasciassi casa senza dare veramente il mio indirizzo. Mi sono iscritta all’università e ho cambiato città. Lavorando per pagarmi gli studi e la stanza. Non era stato difficile imparare ad arrangiarmi da sola. Il posto era piccolo e buio ma a me bastava. Mi credevo che questo fosse solo il mio passato. Non lo avevo mai dimenticato perché non si può dimenticare, ma avevo provato a vivere. Finalmente ero uscita dal mio incubo. Tutto era cambiato, persino gli amici. Ho ritrovato la mia serenità. Mamma telefonava qualche volta per sentire come stavo. Non proprio spesso. Certe sere nemmeno mi andava di sentirla. Se voglio notizie le chiedo ai miei fratelli. Con loro ancora qualche volta ci si vede. Soprattutto con Rolando. Ho veramente voluto lasciarmi tutto dietro. Ho sempre saputo che anche il peggior incubo finisce col mattino. E non ho mai creduto alle favole.
Poi una sera sento bussare. Vado ad aprire e me lo trovo davanti, lo zio Augusto. Lui non parla, io non dico niente. Poi istintivamente lo spingo con energia e rabbia per il petto e precipita giù per le scale. Lo osservo, senza emozioni, ballonzolare gradino per gradino. Si trascina fuori. Sarà la mamma a dirmi che all’ospedale ha raccontato che è caduto in casa. Non ci crede ma non sa cos’è successo e non lo può immaginare. Dice che “Poverino, un dramma permanente. Zoppicherà per sempre”. Le spiego che no! non andrò a trovarlo all’ospedale. Lo odio e preferirei fosse morto, ma questo non lo dico a lei. I segreti sono segreti per sempre. Cerco di essere convincente col mio distratto mi spiace. Le chiedo notizie di tutto il resto. Lei mi parla ancora solo di lui per dirmi che ora gli sarà ancora più difficile trovare un lavoro. A che gli serve se si fa “prestare” i soldi dai miei?
Il mio ragazzo non sa. E’ paziente e gentile. Capisce solo che qualcosa non va. Mi dice che saprà aspettare. Non pretendo possa capire; è un uomo. Per andarmi anche mi andrebbe. Gli voglio bene veramente. E’ solo che la voglia passa subito. Il sogno svanisce in un istante. Dopo il primo bacio mi prende qualcosa, una sorta di angoscia. Non so far altro che ritrarmi. Chiudermi in me. Eppure certi giorni mi pare proprio di riuscirci. Subito restiamo delusi entrambi. Lui dice che non vuole sforzarmi. Crede di capire. Gliene sono grata. Lo adoro, anche se quasi solo per telefono. Comunque senza toccarci. Quando mi tocca scatta quel qualcosa. Le sue mani sono quelle dell’altro. Le sue mani sono orribili, anche se non lo sono. Mi invento delle scuse. Che non mi sento sicura. E’ solo che lo zio Augusto non è mai uscito dalla mia vita. Devo andare a cercarlo e chiudere quella storia. Zoppicando viene ad aprirmi. Resta sorpreso sulla porta. Lo spingo dentro: “Come stai, vecchio”?
Vive in una stamberga che puzza di alcol, di fumo e di fritto. Non deve essere stata rigovernata da anni. I piatti inondano il lavello. Uno schifo. Proprio come lui. Lo spingo sul letto. Non ci avevo pensato prima ma decido in quel momento. Mi spoglio nuda in piedi, davanti a lui. Pretendo i suoi occhi su me. Sono molto cambiata. Più di quello che vede. Mi guarda ed è lui ad aver paura. Quasi mi fa pena. E allora ricorro al ricordo. “Cosa c’è? Non ti piaccio più, vecchio? Ora sono una donna. Non sono più quella bambina”? Salgo sulle coperte luride. Lo sfido con rabbia: “Che c’è, non ce la fai”? Fatico a restare nella parte. Lo odio ma non mi è mai stato facile essere cattiva: “Non sono più la tua principessa”? Forse pensa di rispondermi, poi preferisce tacere. Respira a fatica. I suoi occhi mostrano terrore. Mi nutro di quel sentimento e mi da forza. Sono decisa di me. Gli do un calcio sulla gamba offesa.
Non è più troppo grande. Allora ci prova e mi chiede scusa. Mi chiede perché. Vuole saperlo. Sentirselo dire. Come se da solo non lo sapesse. Come se almeno lui fosse riuscito a dimenticare. Mentre mi domando quante volte lo spiego a lui: “Voglio fuggire e diventare finalmente una donna. Avere una famiglia. Dei figli. E voglio che quei figli possano andare e tornare da scuola in bicicletta”. Sono parole che mi ero preparata da tempo. Passo la corda intorno al collo e al lampadario e lo costringo a tirarla da solo finché l’istinto non cede ed ha bisogno d’aiuto. Ho già pensato a tutto: sparirà di nuovo e anche questa volta nessuno si chiederà né dove né perché. La vita è proprio assurda, quasi ironica, che mi verrebbe da ridere; proprio mentre esala il suo respiro gli torna la boria. Per un istante torna a sentirsi uomo. Lo faccio come un addio e godo mentre lui muore. Eppure stavolta il senso è di liberazione. E’ la mia prima vera volta ed è piacevole; è rivalsa. E quando trovo quel quaderno a righe con quella grafia incerta so chiaramente cosa fare: scrivo una cartolina d’addio a nome suo e la concludo con “Alla mia principessa”.

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Copertina del romanzo: Il nazista & il barbiere di EDGAR HILSENRATHSembra banale ma è meglio precisarlo: chi ha provato la frusta non se ne libera mai. Chi è stato vittima prima o dopo torna ad esserlo. Trova sempre qualcuno pronto a frustarlo. Anche quando le sue ambizioni sono quelle del carnefice. A volte anche per proprio per questo. Anche quanto i suoi desideri vanno oltre. Quella vittima che è stata gli resta appiccicata addosso. Come fosse un’aspirazione. Come se non ambisse ad altro. Resta impressa nella pelle. La si porta dentro. Naturalmente questo è anche il caso di Itzig Finkelstein, una volta Max Schulz. Non è possibile liberarsi del proprio passato, anche dopo essere stato massacratore, in lui qualcosa lo spinge a tornare vittima. A riassaggiare il nerbo. Ad accettare. Qualcosa lo trattiene legato a quella sofferenza. In fondo l’amore è anche sempre un po’ odio. E la donna è sempre un po’ strega. Non che lui abbia rimorsi, i rimorsi non vengono più ospitati in questo mondo. La guerra non ha delicatezze. Quando hai conosciuto il grande orrore tutto il resto sono dettagli. E in ogni donna cerca sua madre, Max Schulz, anche ora che è Itzig Finkelstein. Quella grassa puttana di sua madre Minna Schulz. Benché il passato lo abbia lasciato alle spalle e ora sia solo Itzig Finkelstein quando sorride il suo sorriso è d’oro. I suoi denti sono d’oro. Sono i denti strappati agli ebrei in campo di concentramento. Prima di ammazzarli. I suoi denti sono i denti di Max Schulz. In fondo a lui continua a vivere un po’ di quel tedesco con la faccia da ebreo. Con gli occhi da rospo.
Ha imparato ad uccidere Max Schulz e lo ha imparato per uccidere gli ebrei. Erano ordini, non solo piacere. Gli ordini non si discutono. E’ tutto così semplice quando si sono sconfitti i dubbi. Quando si riesce a farne tranquillamente senza. E ora che ha imparato uccidendo ebrei lo farà per difenderli. Il mondo è di chi lo sa attraversare. Di chi sa nuotare. Di chi si sa adattare. Gli ebrei hanno vinto e ora nei suoi abiti vive Itzig Finkelstein. Lo stesso che lui stesso ha ammazzato. Ammazzato assieme alla famiglia. E lui e Itzig, come meglio non potrebbe lo stesso Itzig, ma non riesce a smettere di essere anche Max Schulz.
Ve l’ho detto? No! non era necessario. Questo ve l’ha già detto l’autore. In un altra vita sono stato sterminatore; ma quella era un’altra vita. Io ero allora Max Schulz. Figlio di Minna e di cinque padri. Cinque padri e un patrigno. Cinque padri e un patrigno dal pene enorme violentatore di bambini. Un libro è fatto per essere letto. La pigrizia non giustifica. Non mi piacciono le cose una seconda volta. E non provo simpatia per l’uomo con gl’occhi da rospo che si chiamava Max Schulz e oggi è Itzig Finkelstein. Ma non è necessario provare simpatia per qualcuno. Nemmeno per sé stesso. E la simpatia è una bene superfluo. Molto superfluo. E forse nemmeno un bene. E’ una catena. E la realtà è una catena. Quando non si può cambiare. Ma io la posso cambiare. La parola è magica; può tutto. E io sono un uomo che è stato morto. E con me porto tutti gli uomini morti. Anche quelli. Loro non sanno che li ho uccisi io. Nessuno più lo sa. Ho i documenti in regola. E porto quei morti viventi. E tutti gli altri, che torneranno a vivere. Piantando le radici nella sabbia del Negev. Un albero per ogni morto. Perché questa oggi è la mia terra. E i morti oggi parlano un’altra lingua. Nessuno mi può più condannare. Perché ho imparato a volare. Perché non si può ammazzare più di una volta un uomo, per quanto colpevole esso sia. Perché non c’è riscatto. Anche se io morissi non farei tornare in vita quei sei milioni. Nemmeno i miei duecentomila. I morti non tornano mai indietro.

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Dentro me vive uno strano tipo. Indossa i miei abiti. Mette le mie scarpe. Allo specchio sembra me. A volte penso proprio che sia me. Incostante ma fedele. Solitamente finiamo per sopportarci. Per sovrapporci. E anche Giovanna ci sopporta entrambi. Ma la pazienza di Giovanna è cosa a tutti nota. Dice che sono pazzo, cioè eccentrico, cioè buffo e pieno di manie. Non sono dello stesso parere. Sono solo un tipo attento. Io non ho grandi pretese. Mi basta che non mi leggano il giornale. Non ho ancora trovato qualcuno che lo sa fare senza spiegazzarlo tutto. Mi basta che non mi usino lo spazzolino. E altre piccolissime cose. Diversamente riesco ad andare d’accordo anche col diavolo.
Ma in amore sono esigente. Naturalmente me ne sono innamorato a prima vista. Anche se l’avessi scritta io l’avrei fatta differente. Lo so che a qualcuno può pensare che sono volubile. Giovanna non è gelosa. E la passione ti prende quando meno te l’aspetti. Forse questo modo di esprimermi non è il più corretto. Qualcuno potrebbe pensare chissà che. Non è sesso il nostro. In verità mi sono innamorato di Lisbeth Salander al primo incontro. Ma naturalmente non ci siamo veramente mai visti. In un certo senso non sarebbe possibile. Lisbeth vive solo nelle pagine di “Uomini che odiano le donne”. Il suo alter ego cinematografico l’ho incontrato solo più tardi. Ma non mi è piaciuta allo stesso modo. Non era la stessa cosa. Non era e non poteva essere lei. Non sembra nemmeno la stessa donna. E ormai ero perso per quella ragazza nel libro. Per i suoi silenzi. Per la sua determinazione. E poi me la potevo immaginare come volevo. In parte; almeno. Così era più mia. Certo che il male è duro a morire.
Un po’ ce l’ho con lui, con l’ho scrittore, quel Stieg Larsson. Fosse per me l’avrei fatta soffrire meno. Molto meno. Anche se questo fa parte del suo carattere. Cioè forse è proprio quello che fa lei. Che la rende intrigante e affascinante. Cioè anche quello. Lei è così giovane. Eppure mi è proprio piaciuta per come ha sistemato quell’orribile sadico di Nils Bjurman, e mi intrigano i suoi sentimenti e le sue preferenze. I suoi amori e le sue passioni. Sì anche Miriam Wu. Forse me la rende più affascinante, intrigante e segreta. Non che io ami i giochi erotici e le complicazioni affettive; ma ancora quello che non capisco è perché sia andata con quell’inutile Mikael Blomkvist. Noia? Indolenza? Curiosità? Pigrizia? Lo sbattersi contro? Lo stare in stanze comuni? Il voler soddisfare l’ego di lui? Il bisogno anche di un misero affetto? Per tenerezza? Per generosità? Lui non è nemmeno un investigatore. Nemmeno un poliziotto. Come può proteggerla? Non è altro che un giornalista. E secondo me nemmeno tanto bravo. Senza grande talento. Infatti… Una ragazza come lei. Senza passione, senza amore, senza alcun motivo. Anche quando… spero che nemmeno lei sia gelosa. Credo di no. Naturalmente non gliel’ho mai chiesto. Mi piace pensare che non lo sia, ma anche che sappia imparare ad essere fedele.
Certo è lei che continuo a guardare e preferisco e amo anche quando si dedica al suo amore saffico cioè a Miriam Wu, ormai è parte della mia vita. Una parte importante. Anche se non è che ami particolarmente i tatuaggi o i piercing, né ne so molto di informatica. La amo come donna, per i suoi sentimenti, per ciò che riesce ad esprimere, per la sua personalità, insomma per tutto. E poi piercing e tatuaggi. Mi dicono che oggi si possono togliere. Non ci ho mai pensato. Non sono un esperto al riguardo. Mi debbo informare. Ma come si può non amare una ragazza così? Anche per tutto quello che ha passato. E sono certo che ama l’uomo. Miriam è solo una distrazione. Per farsi vedere più interessante. Per provocare. E per provocare mi ha provocato. Anche se non sono facile a farmi intrigare. Comunque preferirei lei. Solo lei.
Lei non teme niente. Ce ne fossero state altre come lei. Ci fossero state altre donne come lei quelli non sarebbero più esistiti. Una vera vergogna. All’orrore proprio non c’è mai fine. La credevo finita. Non avrei mai e poi mai creduto che anche lì, in Svezia, ce ne fossero. Certo che da famiglie come quella famiglia è meglio starne distanti. Sadici. Che dire di più? Sadici e criminali seriali. Assassini. E di donne. Alla fine finisce che mi sento spesso in colpa. Anche per non averla potuta aiutare. Ma se la sa sbrigare da sola. In colpa per tutto. Proprio io. Io che cerco certezze ma poi sono io il primo a sbagliare. Come potrei essere fedele. Me lo riprometto spesso. Ogni volta. Sempre. Per me è sempre amore. Poi apro le pagine di un altro libro. E quel libro mi inghiotte. E allora tutte le mie promesse vanno a farsi benedire. Strano modo di dire, questo. Ma ve le immaginate le promesse in fila indiana che vanno a farsi benedire? Nemmeno la signora Clarissa, che veramente si chiama Claretta. Nemmeno la mamma di Giovanna, la signora suocera. Ma ve lo immaginate? Ma stavolta sarà per sempre. Aspetto con ansia di ritrovarla nel nuovo libro.

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Quello che nel romanzo non si dice è che:
Copertina del romanzo: Il nazista & il barbiere di EDGAR HILSENRATHDopo aver ascoltato la voce del grande affabulatore, del nuovo messia, Itzig Finkelstein quando era ancora Max Schulz, ariano purissimo, tornato a casa non fu più lo stesso. Guardandosi attorno vide: non più la vittima ma una nuova fierezza di sé. Ogni passato è un peso enorme da portarsi dietro e soprattutto lì e in quei giorni. E i banditori, i salvatori, gli imbonitori e tutti quelli regalano un sogno a quelli che nella mente coltivano incubi o miseria, a tutti i derelitti, agli scontenti danno una fede. E lui, Itzig Finkelstein, quando era ancora Max Schulz, era stato illuminato e credeva e aveva bisogno di credere. Aveva un mondo nuovo. Fu per questo che si prese un caffè, naturalmente di cicoria, e poi entrò silenziosamente e strangolò suo padre Anton Slavitzki senza un attimo di esitazione. Lo aveva colto assopito dopo il solito niente con ancora quel suo enorme coso fuori che ancora gocciolava per aver pisciato nel lavandino di bottega. Gli tolse la vita avvolgendogli attorno al collo la frusta gialla e stringendola con tutta la sua forza. «Maledetta sia la frusta nella mano del falso padrone. Ma quando la frusta cambia padrone e il nuovo padrone è il vero padrone, che sia sacra» –gli era stato annunciato sul monte degli ulivi. In realtà Anton Slavitzki, che era un vero ariano nonostante il cognome che portava, non era nemmeno il suo vero padre perché non era nemmeno uno tra i suoi cinque padri. Questa era fatta –pensò.
Non aveva mai meditato che potesse essere così facile ma anche così faticoso, né che un morto avesse quell’orribile e inutile attonito aspetto, era la sua prima volta. Chiuse bottega mettendo il cartello “TORNO SUBITO” e chiamò Minna con voce stentorea e autoritaria. Lei portò il suo grande peso e il suo enorme culone lentamente e lo fissò negli occhi e parve capire subito le intenzioni del figlio. Si era limitata ad esprimere la sua inutile domanda solo con gli occhi. Certo, Itzig Finkelstein, che era ancora Max Schulz, non era dotato come Slavitzki, lo stupratore di bambini, ma bastava e avanzava. E Gli era bastato mostrarlo nel pieno del suo orgoglio perché aveva già quel pensiero in testa: “Oggi è un nuovo giorno, non ci sarà più nessun Slavitzki. Chi ha osato ha pagato, e la vittima è diventata padrone del suo destino e del destino del paese ed è per ciò che Max, perché era ancora Max Schulz e non ancora Itzig Finkelstein, oggi fotterà sua madre”. Lei si era limitata ad alzare la veste e ad allargare le gambe senza nemmeno togliersi quella pidocchiosa vestaglia.
E così fece sul letto e in ogni luogo in cui lei era giaciuta con colui che ora era il cadavere di Anton Slavitzki. E per affermare la sua nuova autorità pretese anche di farlo allo stesso modo che piaceva tanto a Finkelstein, e che lui aveva subito dolorosamente, e anche a lui la cosa piacque, e anche in ogni altro modo. Sua madre, la puttana rispettabile e onorata cioè la puttana perbene, l’enorme Minna Schulz, lo aveva lasciato fare senza nemmeno un gemito, come se la cosa non la riguardasse; si sarebbe detto che si stesse persino annoiando, durante. Non aveva battuto ciglio nemmeno quando si era sfogato con rabbia sul suo enorme culone, eppure ci aveva messo tutto il suo impegno e il suo rancore per farla gridare e per sentire che era viva. Ma lui, Max Schulz che non era ancora Itzig Finkelstein, non si arrese né desistette, doveva farlo e lo fece, seppur irritato, e non aveva nemmeno paura dei denti di sua madre, di quei due quintali di puttana perbene che era Minna, proprio come il macellaio Hubert Nagler, uno dei suoi cinque padri, che a dirlo lo diceva ma poi adorava le labbra sensuali di Minna e anche particolarmente quei suoi denti forti e bianchi. Ora che Max, non ancora Itzig, aveva ritrovato l’onore ed era divenuto padrone della sua vita e della storia si sentiva meglio, ma non come avrebbe creduto. Era forse solo un po’ più sicuro di sé, nonostante gli occhi da rospo e il naso a becco che lo facevano tanto sembrare uno di quelli che lui odiava così tanto, proprio all’opposto del suo grande amico Itzig Finkelstein che era biondo e con gli occhi azzurri che pareva lui l’ariano. Non l’aveva mai fatto, né con sua madre, la puttana Minna, né con nessun’altra donna e forse era stato per questo che aveva tanto insistito: per esserne certo e non potersene scordare. Anche questa è fatta –si disse già dopo la prima volta, e dopo ogni volta.
A lei sembrava continuare a non interessare, all’enorme Minna, proprio come quella prima volta, e a lui la cosa diventava col tempo sempre meno influente. E’ la prima quella che veramente conta –concluse. Ma lo si sa che la vita deve andare avanti e la sua non era certo una vita per palati fini. Lui Max Schulz, ariano purissimo, che non era ancora Itzig Finkelstein, a suo modo un precursore anche se i libri e la storia si sarebbero scordati di lui di lì a poco se non subito e durante. In fondo nulla del suo aspetto era cambiato nemmeno dentro quella splendida divisa, e in verità la Goethestrasse e la Schillerstrasse non erano mai state veramente la sua casa; un rifugio.
«Io, Max Schulz lo sterminatore, ho baciato la terra. Ho la bocca piena di sabbia. Mi alzo, sputo la sabbia, noto che anche Hanna Lewisohn, accanto a me, sta sputando sabbia, poi, improvvisamente la vedo girarsi: mi butta le braccia al collo e dice: ‘Itzig… siamo tornati a casa

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pittura con tecnica mista su cartone telatoLa violenza a Londra è una violenza diversa. Senza il caldo asfissiante delle storie metropolitane della città degli angeli o di Frisco. Questa è la grande, sostanziale differenza, ma lì nemmeno sembra violenza a parte alcune storie un poco più trucide. Lì si esplica in quelle sere con la nebbia appiccicosa, meglio se accompagnata da quella sottile pioggerellina fitta. Anche a Milano è così o nella bassa padana. Forse è proprio il buio a renderci diversi e poi che importa se a volte è la realtà ad essere diversa? E’ una ben strana città quella che noi viviamo in tempi in cui non si muore più di guerra ma di paci. Anche in quel caso non si erano accontentati dei soldi ma avevano voluto offendere e picchiare lui, offendere e sporcare lei. Ma i morti sono tutti uguali dopo, anche quelli degli assassini. Mentre si accanivano sulle cose, forse credendole simboli, il padrone di casa era riuscito a raggiungere la pistola. I loro occhi non volevano credere a quello che vedevano ed erano rimasti spalancati e increduli. Il sangue rosso aveva inzuppato il prezioso persiano ed era schizzato sui muri. Lui non lo ammise mai, ma ciò che lo aveva più offeso era che gli avessero svaligiato il frigorifero, oltre ad averlo deriso. Il commissario era troppo esperto per lasciarsi ancora incantare dal suo coraggio o affascinare dalla loro meticolosa preparazione come dalla stoltezza o dalla sfortuna. Non poté che ammirare la moglie che restava in silenzio e piangeva e non aveva ancora avuto il tempo per rimettersi completamente in ordine. Forse era proprio solo quello il loro vero sbaglio cioè che nella grande città, e comunque da quelle parti, i crimini vanno consumati nel silenzio scivolando poi nelle nebbie. Anche di occhi è fatto il pianto di chi soffre.

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Immagine di donna dopo una violenza«E’ già un po’ di giorni ch’è strana. Che la vedo strana. Non può farmi salire e poi trattarmi così. Un sacco di chiacchiere, inutili. Un sacco di bla bla e bla blo. Di io qui e io là. Di capricci. Di io non credevo. Io non volevo. Cosa crede che sia venuto a fare? Appunto. Per i suoi begli occhi? E no, cara! Sa che mi piace andare al sodo. E l’uomo è uomo. E il suo bel culo mi fa dare di matto. Sono pazzo di lei. Gliele scaldo io le mutandine. Cos’è: è tornata pudica. Cazzo! cosa vuol dire non ne ho voglia? “Cosa vuol dire non ne ho voglia”? Mi fa andare la mosca al naso.
Io la voglia ce l’ho adesso. Cosa c’entra s’è mattina. Non quando va alla tua testa matta. E poi con chi ti vuol bene. Che discorsi sono? Sono il tuo uomo. Tua madre non torna fino al pomeriggio. Sono venuto apposta. Per stare soli. Te lo faccio io battere il cuore. Altro che balle. Altro che romanticismo. Un uomo non può essere sempre solo dolce. Sempre essere paziente. Va bene il rispetto, ma… Ha bisogno delle sue soddisfazioni. Un uomo. Ha bisogno che la sua donna lo faccia sentire uomo. E dammi questa mano. Adesso te lo do. Mi hai fatto venire voglia. Sei stata tu. Lo so che ti piace. Come piace a me. Anche di più. M’è venuta voglia prima ancora di vederti.
Vuole solo farmi incazzare. Quando è così lo fa apposta. Noi ci vogliamo bene. Le dico “Ti amo”. Lei continua testarda. Cos’è cambiato da ieri? E dall’altro giorno? Non so cos’è questa novità. Non ha mai fatto la ritrosa. Sei stata tu ad allungare la mano. O no? Quella volta. Perché ti piace come il mio. Bello e vivo. Tu ne vai pazza. Ammettilo. E io ti faccio diventare matta. E’ inutile che protesti, tanto non ti può sentire nessuno. E poi in fondo cos’è? Una in più o una in meno. E poi con me? Quando c’è l’amore. Quando c’è l’amore la voglia c’è sempre. Cosa ti sei messa in testa. Guarda che io ti sposo.
Cosa vuol dire? Non ci si può lasciare dopo quello che c’è stato. Tra noi. No? Mica si fa così. Sei la mia donna. Garda che… no! Te lo faccio dentro. Così impari. Vai a piangere per il mondo. Dove vai dopo con un bambino? Dove vai dopo con un bambino a fare la puttana? Perché tu lo sei per vocazione; puttana. Ma a me piaci così. Io non sono mica come quelli che ne approfittano e poi spariscono. Io non ho preteso di essere il primo. E adesso fai queste storia. Non sono forse stato buono? Non ho avuto pazienza, con te? E poi… insomma sei la mia donna. La mia donna. Niente balle. Non c’è nulla di cui dobbiamo parlare. Domani andiamo in centro e ti prendo un bel regalo.
Questo è il mondo dei più forti. Cerca di essere carina. In fondo me lo merito. O no? Stai ferma. Stai buona. Vedrai che dopo la voglia viene. Te lo tolgo io quello sguardo di sfida. Te li faccio abbassare, cazzo, quegli occhi indomiti. So io come piegarti. A colpi di questo. Di cazzo. “Adesso te lo do. Mi hai fatto venire voglia. Sei stata tu a provocarmi”. E vallo a dire a qualcun altro. A qualche fesso. Che non volevi. Si vuole i due. E poi cos’è questa storia. Questo “dovremmo parlare”. Non c’è molto da dire. Mi va. E se non ti va te la faccio venire io la voglia. Lo so che sei porca. Che sei porca dentro. Dovevi pensarci prima. Quando una donna va con un uomo è di quell’uomo. Cosa sono queste storie? Ti sei alzata con la luna storta? Sei indisposta in testa? Ma vuoi prendermi per il culo? Sai che così… non farmi essere cattivo.
E apri queste cazzo di gambe. Come se fosse la prima volta. Con tutte le volte che l’abbiamo fatto. L’uomo ha bisogno della sua soddisfazione. Sai che ne ho diritto. Come se non sentissi. Lo sento che ti stai già bagnando. Non è bello. Lo vuoi proprio. Guarda che me lo tiri fuori. Anche se non l’ho mai fatto. Anche se deve essere la prima volta. Vuoi prenderti uno sganassone? Non essere testarda. Sai quanto mi piace. Dai che sei brava. Vedi che se fai la brava… Cazzo sono quelle lacrime. Ecco! Basta che stai ferma. Faccio tutto io. Vedi com’è bello. In fondo ci amiamo. Dillo che piace anche a te. Tanto lo so. Non fare la testarda. Ammettilo. Siamo uno per l’altra. Dove lo trovi uno come me? Sono proprio della misura giusta. Solo un attimo. Uno che ti vuole così bene. Vedrai che faccio presto. Guarda che scherzavo. Starò attento. Fai la brava. Così! Se una non vuole non vuole. Non c’è verso. Così vuol dire che volevi. Vedi che avevo ragione. “Un uomo è un uomo”.»

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Tecnica mista e acrilico su cartoncinoPerché lo faccio? Non lo so. E’ solo un ragazzo. Uno come tanti. Non può avere molto di più di diciotto anni. Forse meno. Non ho avuto coraggio di chiederglielo. Soffre già abbastanza. E’ chiaro che ama ancora quella ragazza. Perché continuo in tutto questo? Dovrei avere almeno pietà per le persone. “Mi è stato detto che era il ragazzo di Silvana”.
Diversamente dall’altro non è in grado di sostenere il mio sguardo. Abbassa gli occhi. Come fosse in colpa. Eppure so che non ha nessuna colpa. Non lui, almeno. “L’ex. Solo ex. E’ finita un paio di mesi fa”.
Anche questa era una cosa che sapevo. Ho chiesto in giro. E’ stata facile da scoprire. Lo chiedo perché da qualcosa dobbiamo pure cominciare. Vorrei farlo sentire a suo agio. So che non può esserlo. Sono solo un idiota. “Perché”?
Ha un piercing al naso. Non mi da nessun fastidio. Sono affari suoi. Mi hanno detto che è uno di quelli che scrivono sui muri. Questo gli potrebbe causare qualche guaio. Non siamo qui per questo. Spero che gli vada sempre tutto diritto. La sua voce prende un tono ancora più amaro. “Non lo so, commissario. E’ stata lei. Mi ha detto una delle solite cose. Ho sentito dire… ma sono solo voci”.
Dovrei finirla qua. Non so ma non ci riesco. Mi sento di merda. “Non ha pensato di chiedere spiegazioni”?
Ed eccolo un briciolo di rassegnazione. “Non mi sono mai fatto illusioni. Sapevo che doveva durare quanto doveva durare. Era anche troppo bella, per me. Ci conoscevano fin da bambini. Quando se ne andata me ne son fatta una ragione. Era come se me l’aspettassi. Se lo sapessi che prima o dopo sarebbe successo. Se posso dirlo però non credevo sarebbe stata così dura.” –il ragazzo sembra sul punto di piangere. Si trattiene a stento– “Naturalmente non me l’aspettavo. Che finisse così. Non se lo meritava”.
Intanto mi portano il caffè. “Riesce a darsi una ragione? Gliene aveva mai parlato”.
Mai. Era una persona solare. Sembrava felice anche di quel niente. Credo mi amasse. Quando stavamo assieme. Poi l’ho vista perdere quella luce. Ho capito che qualcosa non andava. Gliel’ho chiesto. Credo sia stata felice con me. Di averla fatta felice. Almeno per un po’. Almeno questo pensiero mi consola. Ho cercato di restarle amico. Ma ci siamo persi un po’ di vista. E doveva esserci qualcosa di cui non mi voleva parlare. Forse un altro”.
Certo un altro. “Lei conosce l’ingegner Garbin”?
Quello? E chi non lo conosce. Qui. Il campione. E’ rimasto il campione del mondo. Qui è il padrone di tutto. E’ figlio del padrone. Era il padrone anche di ogni goccia del suo sudore. Ma poi lei ha lasciato quel lavoro. Non lo so perché. Me lo sono chiesto. E anche come faceva. Lei lo sa che non poteva contare su casa. Una famiglia mica ce l’aveva. Aveva solo i suoi sogni. Forse troppo grandi. Non ho capito ma quando è finita c’era qualcosa che non andava. Era strano Mi ha detto che non voleva finire così. Restare povera. Che non ce la faceva più. Che si meritava un’altra vita. Non la stavo più ascoltando. Lei mi capisce? Una donna che ti ha appena lasciato. Credo volesse dire che le cose stavano cambiando. Doveva essere felice e invece non lo era. Bisognerebbe chiederlo a lei ma a lei non lo si può più chiedere; credo”.
E’ possibile che loro due… cioè che si vedessero”?
Mi guarda perplesso. Se non lo è lo sa fare bene. Ne dubito. Eppure deve sapere. Forse nemmeno lui ci vuole credere. “Intende dire che ci fosse qualcosa? E che ne so. Lui non mi piace. Non credo. Non ne abbiamo mai parlato. Lei era ancora così giovane. Quasi una bambina. Non c’è stato niente tra noi. Niente di importante. Mi capisce? Qualche bacio. Niente di più. Un amore puro. Cose da ragazzi. Certo che quando lo incontravamo la guardava in quel suo modo. Che pare che tutto sia suo. Forse… credo di ricordare… penso mi abbia accennato qualcosa. Che una sera l’aveva invitata per un aperitivo. Un aperitivo. Silvana si può dire che nemmeno sapeva cos’era. Si fa per dire. Offrire un aperitivo a una che a stento ha di che mangiare. A una sua operaia. Allora m’è sembrato semplicemente ridicolo”.
E’ perfettamente inutile mettergli altri dubbi. O mettergli in corpo del rancore. Si vede: è già pieno di ricordi. E di amarezze. E di rimorsi. Si sta chiedendo cosa ha fatto. E temo se lo stia chiedendo da molto tempo. Forse c’è anche qualcosa da cui vorrebbe tornare indietro. “Non volevo dire quello. Semplicemente non so perché gliel’ho chiesto. Vorrei capire. E il Garbin mi sembra uno che le chiacchiere le fa fare. E le fa. Uno che le cose le sa. Ma ripeto: era una domanda come tante. Nemmeno a me piace. Scusi se mi permetto. So che non dovrei. Scordi di avermelo sentito dire”.
In fondo è solo il ragazzo di una che dopo averlo lasciato ha deciso di annegarsi nel Brenta. Di una che per quanto bella adesso sta sotto un lenzuolo. Nel bigliettino che abbiamo ritrovato, vergato di suo pugno, quella ragazza aveva lasciato detto «Lui non è come Riccardo. Credo di aver sbagliato tutto. Sono solo tanto stanca». Vorrei consolare quel ragazzo. Dirgli che lei lo aveva amato. Che quello era amore. Non so se faccio bene. Alla fine decido di tenere quel segreto per me.

Primo lo trovo al bar il giorno dopo. E’ lui che mi ha detto tutto quello che non sapevo. Ma parla mal volentieri. E lo vedo da me che ci sono cose che non vuole dire. Forse per pudore. Forse per salvare un ricordo. Forse perché sono troppo difficili da dire. “Si diceva che stava diventando la più bella che si fosse mai vista per le nostre strade”.

Certe conclusioni non stanno proprio a me. Sono solo un magistrato.
Qui la storia finisce. Se una storia come questa trova mai una fine. Ma tranquilli: non c’è nessuna Silvana; non ancora, almeno.

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