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Posts Tagged ‘stupro’

Uomo anziano fa ballare una bambina al parco. Foto in B/NOdio le principesse. Lo zio Augusto mi veniva prendere a scuola. Avevo detto a mamma che non volevo. Che preferivo farla in bici. Diceva che la strada era lunga e pericolosa. Che dovevo dirgli grazie. Che ero un’ingrata. Che pericoli può nascondere una strada di giorno? Mica ingoia le cose. Di lui invece nessuno aveva saputo più nulla. Sembrava un segreto. Si sussurra sia stato a lavorare all’estero. Come fosse una colpa. Era riapparso festeggiato e senza domande, e io avevo e non avevo undici anni.
Lo zio Augusto era simpatico a tutti. Faceva incredibili giochi con una moneta, sulla fronte, sulla spalla. La faceva sparire. E anche con le carte. E altre cose da diavolo. Aveva il sorriso sempre gorgogliante e sembrava conoscere tutte le storie. Così mi faceva salire sulle ginocchia e me le raccontava, quelle storie. Credo che qualcuna se l’inventasse. Le diceva con voce calda, quasi in un sussurro; come me le confidasse in un orecchio. Come un segreto. E in tutte o quasi c’era una principessa. E lui finiva allegro spiegandomi che ero io la sua principessa. Nessuno mi avrebbe creduto. Lui andava e veniva e nessuno gli chiedeva dov’era stato. Probabilmente fuggiva per un po’ finché qualcuno dimenticava.
Con due fratelli l’avevo imparata presto quella differenza. Eravamo spesso soli in casa. Era soprattutto Rolando, quello subito prima di me. Mi aveva anche spiegato che era solo un gioco, e che non era un gioco, perché ai maschi piace che una ragazza sia carina con loro. Perché quelle cose piacciono agli uomini. Si sentiva già maschio e uomo. E mi ripeteva che ero cretina. Che ero solo una bambina. Che avrei capito, col tempo. Che mi insegnava cos’era la vita. Che avrei dovuto dirgli grazie. Ma nemmeno lui le sapeva bene le cose. Voleva solo darsi arie. Era solo un ragazzetto che aveva fretta di crescere. Se protestavo o provavo a scappare mi riprendeva e diceva: “Sei solo una sudicia mocciosa”. Mi chiamava sempre così mio fratello Rolando quando voleva insultarmi: “Sudicia e mocciosa”.
Un giorno mi ha costretta ad andare con lui. “Riccardo se l’è lasciato scappare”. Mi ha portata a spiare l’Elvira che lo faceva con Riccardo, mio fratello più grande, sulla paglia della stalla. Mi sentivo confusa e colpevole a guardare gli altri di nascosto. E non capivo i versi che facevano. Me li ricordo ancora. Li ho qui davanti agli occhi. Così Rolando, per prendermi in giro, ha cercato di spiegarmi. E di dirmi che ci sono molti modi per far felice un uomo. Anche senza restarci. Era la prima volta che vedevo due grandi fare all’amore. Dopo abbiamo spiato anche la mamma. Non avrei mai creduto allora che anche la mamma facesse quelle cose. Non era possibile. Ma in fondo le nostre erano quasi solo parole. La sua curiosità di ragazzo che cambia. Quel leggero prurito. Quel fingersi adulto. Anche l’imbarazzo inconfessato del disagio. Dell’immaginazione che corre troppo veloce. Stavamo crescendo insieme.
Con zio Augusto era diventato diverso. Lui era un uomo, e un uomo grande. Sapeva di tabacco e di sudore; di poca pulizia. Mi diceva come stavo diventando grande. Che mi stavo facendo una vera signorina. E bella. Avrei voluto credergli. Provare orgoglio. Per quanto cercassi non mi vedevo bella. Lui intanto continuava a parlarmi. E io ero stretta sulle sue ginocchia. Mi teneva la mano e con la sua mi insegnava come muoverla. “E’ il nostro piccolo segreto”. “Non devi dirlo a nessuno”. E io avrei voluto gridare. Dirgli che non mi piaceva quel gioco. E che non mi piacevano i segreti. Non ero mai riuscita a conservarne uno. Ma lui chiudeva gli occhi beato e mi diceva: “Sei la mia piccola principessa”. E che dovevo guardare. E vedere cosa succedeva. Cosa fanno le donne agli uomini. Ma se si sporcava i calzoni se la prendeva con me. Si arrabbiava, ma gli passava subito in una soddisfatta risata di rimprovero.
Le prime volte era stato già dentro la macchina. Mi porgeva un fazzoletto. Mi diceva che ero proprio brava e lo facevo felice. Cercavo sempre di non restare sola in casa con lui. Inventavo delle scuse. Nessuna scusa funzionava. Allora mi rintanavo nella mia cameretta. Mi chiudevo a chiave. Mi prendeva inquietudine già quando sentivo i suoi passi pesanti sulle scale. Dopo poco arrivava e mi costringeva ad aprire. Mi accarezzava i capelli come per consolarmi. Mi chiedeva perché ero triste. “Prova a dargli un piccolo bacino”. Mi faceva orrore. Lo zio Augusto sapeva odore. E più che un segreto mi sembrava una limega. Ma la sua grande mano sulla testa era molto convincente. Era molto più forte di me. E quella mano mi accarezzava sotto le gonne. E io mantenevo quel maledetto segreto perché mi vergognavo a dirlo. Perché avevo visto lei, mamma, quella volta con lo zio Augusto. Mi avrebbe detto che ero una piccola vipera. E bugiarda. E mi avrebbe punita.
Lo zio si fermava spesso a cena e lei rideva alla sua allegria. Guardavo quell’uomo che si comportava come un padre e incredula capivo che poteva avere tutte le donne che voleva. Quelle sere, quando se ne andava, prendeva l’uscio sempre barcollando per il vino. E salutava mamma con una grande pacca sul sedere: “Mi sembra che ci stiamo allargando”. Lei gli diceva che era un cretino, ma glielo diceva compiaciuta. Come se avesse detto anche a lei principessa. Poi rigovernava canticchiando tutta presa nei suoi pensieri. E io l’aiutavo e finivo di asciugare le stoviglie. Non ho mai capito se mia madre non sapeva o non voleva sapere. Avevo orrore dei miei giorni e mi consolavo pensando al futuro. Per fortuna a scuola me la cavavo bene.
Tutto questo prima che lui sparisse l’ultima volta. E prima che lasciassi casa senza dare veramente il mio indirizzo. Mi sono iscritta all’università e ho cambiato città. Lavorando per pagarmi gli studi e la stanza. Non era stato difficile imparare ad arrangiarmi da sola. Il posto era piccolo e buio ma a me bastava. Mi credevo che questo fosse solo il mio passato. Non lo avevo mai dimenticato perché non si può dimenticare, ma avevo provato a vivere. Finalmente ero uscita dal mio incubo. Tutto era cambiato, persino gli amici. Ho ritrovato la mia serenità. Mamma telefonava qualche volta per sentire come stavo. Non proprio spesso. Certe sere nemmeno mi andava di sentirla. Se voglio notizie le chiedo ai miei fratelli. Con loro ancora qualche volta ci si vede. Soprattutto con Rolando. Ho veramente voluto lasciarmi tutto dietro. Ho sempre saputo che anche il peggior incubo finisce col mattino. E non ho mai creduto alle favole.
Poi una sera sento bussare. Vado ad aprire e me lo trovo davanti, lo zio Augusto. Lui non parla, io non dico niente. Poi istintivamente lo spingo con energia e rabbia per il petto e precipita giù per le scale. Lo osservo, senza emozioni, ballonzolare gradino per gradino. Si trascina fuori. Sarà la mamma a dirmi che all’ospedale ha raccontato che è caduto in casa. Non ci crede ma non sa cos’è successo e non lo può immaginare. Dice che “Poverino, un dramma permanente. Zoppicherà per sempre”. Le spiego che no! non andrò a trovarlo all’ospedale. Lo odio e preferirei fosse morto, ma questo non lo dico a lei. I segreti sono segreti per sempre. Cerco di essere convincente col mio distratto mi spiace. Le chiedo notizie di tutto il resto. Lei mi parla ancora solo di lui per dirmi che ora gli sarà ancora più difficile trovare un lavoro. A che gli serve se si fa “prestare” i soldi dai miei?
Il mio ragazzo non sa. E’ paziente e gentile. Capisce solo che qualcosa non va. Mi dice che saprà aspettare. Non pretendo possa capire; è un uomo. Per andarmi anche mi andrebbe. Gli voglio bene veramente. E’ solo che la voglia passa subito. Il sogno svanisce in un istante. Dopo il primo bacio mi prende qualcosa, una sorta di angoscia. Non so far altro che ritrarmi. Chiudermi in me. Eppure certi giorni mi pare proprio di riuscirci. Subito restiamo delusi entrambi. Lui dice che non vuole sforzarmi. Crede di capire. Gliene sono grata. Lo adoro, anche se quasi solo per telefono. Comunque senza toccarci. Quando mi tocca scatta quel qualcosa. Le sue mani sono quelle dell’altro. Le sue mani sono orribili, anche se non lo sono. Mi invento delle scuse. Che non mi sento sicura. E’ solo che lo zio Augusto non è mai uscito dalla mia vita. Devo andare a cercarlo e chiudere quella storia. Zoppicando viene ad aprirmi. Resta sorpreso sulla porta. Lo spingo dentro: “Come stai, vecchio”?
Vive in una stamberga che puzza di alcol, di fumo e di fritto. Non deve essere stata rigovernata da anni. I piatti inondano il lavello. Uno schifo. Proprio come lui. Lo spingo sul letto. Non ci avevo pensato prima ma decido in quel momento. Mi spoglio nuda in piedi, davanti a lui. Pretendo i suoi occhi su me. Sono molto cambiata. Più di quello che vede. Mi guarda ed è lui ad aver paura. Quasi mi fa pena. E allora ricorro al ricordo. “Cosa c’è? Non ti piaccio più, vecchio? Ora sono una donna. Non sono più quella bambina”? Salgo sulle coperte luride. Lo sfido con rabbia: “Che c’è, non ce la fai”? Fatico a restare nella parte. Lo odio ma non mi è mai stato facile essere cattiva: “Non sono più la tua principessa”? Forse pensa di rispondermi, poi preferisce tacere. Respira a fatica. I suoi occhi mostrano terrore. Mi nutro di quel sentimento e mi da forza. Sono decisa di me. Gli do un calcio sulla gamba offesa.
Non è più troppo grande. Allora ci prova e mi chiede scusa. Mi chiede perché. Vuole saperlo. Sentirselo dire. Come se da solo non lo sapesse. Come se almeno lui fosse riuscito a dimenticare. Mentre mi domando quante volte lo spiego a lui: “Voglio fuggire e diventare finalmente una donna. Avere una famiglia. Dei figli. E voglio che quei figli possano andare e tornare da scuola in bicicletta”. Sono parole che mi ero preparata da tempo. Passo la corda intorno al collo e al lampadario e lo costringo a tirarla da solo finché l’istinto non cede ed ha bisogno d’aiuto. Ho già pensato a tutto: sparirà di nuovo e anche questa volta nessuno si chiederà né dove né perché. La vita è proprio assurda, quasi ironica, che mi verrebbe da ridere; proprio mentre esala il suo respiro gli torna la boria. Per un istante torna a sentirsi uomo. Lo faccio come un addio e godo mentre lui muore. Eppure stavolta il senso è di liberazione. E’ la mia prima vera volta ed è piacevole; è rivalsa. E quando trovo quel quaderno a righe con quella grafia incerta so chiaramente cosa fare: scrivo una cartolina d’addio a nome suo e la concludo con “Alla mia principessa”.

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Copertina del romanzo: Il nazista & il barbiere di EDGAR HILSENRATHSembra banale ma è meglio precisarlo: chi ha provato la frusta non se ne libera mai. Chi è stato vittima prima o dopo torna ad esserlo. Trova sempre qualcuno pronto a frustarlo. Anche quando le sue ambizioni sono quelle del carnefice. A volte anche per proprio per questo. Anche quanto i suoi desideri vanno oltre. Quella vittima che è stata gli resta appiccicata addosso. Come fosse un’aspirazione. Come se non ambisse ad altro. Resta impressa nella pelle. La si porta dentro. Naturalmente questo è anche il caso di Itzig Finkelstein, una volta Max Schulz. Non è possibile liberarsi del proprio passato, anche dopo essere stato massacratore, in lui qualcosa lo spinge a tornare vittima. A riassaggiare il nerbo. Ad accettare. Qualcosa lo trattiene legato a quella sofferenza. In fondo l’amore è anche sempre un po’ odio. E la donna è sempre un po’ strega. Non che lui abbia rimorsi, i rimorsi non vengono più ospitati in questo mondo. La guerra non ha delicatezze. Quando hai conosciuto il grande orrore tutto il resto sono dettagli. E in ogni donna cerca sua madre, Max Schulz, anche ora che è Itzig Finkelstein. Quella grassa puttana di sua madre Minna Schulz. Benché il passato lo abbia lasciato alle spalle e ora sia solo Itzig Finkelstein quando sorride il suo sorriso è d’oro. I suoi denti sono d’oro. Sono i denti strappati agli ebrei in campo di concentramento. Prima di ammazzarli. I suoi denti sono i denti di Max Schulz. In fondo a lui continua a vivere un po’ di quel tedesco con la faccia da ebreo. Con gli occhi da rospo.
Ha imparato ad uccidere Max Schulz e lo ha imparato per uccidere gli ebrei. Erano ordini, non solo piacere. Gli ordini non si discutono. E’ tutto così semplice quando si sono sconfitti i dubbi. Quando si riesce a farne tranquillamente senza. E ora che ha imparato uccidendo ebrei lo farà per difenderli. Il mondo è di chi lo sa attraversare. Di chi sa nuotare. Di chi si sa adattare. Gli ebrei hanno vinto e ora nei suoi abiti vive Itzig Finkelstein. Lo stesso che lui stesso ha ammazzato. Ammazzato assieme alla famiglia. E lui e Itzig, come meglio non potrebbe lo stesso Itzig, ma non riesce a smettere di essere anche Max Schulz.
Ve l’ho detto? No! non era necessario. Questo ve l’ha già detto l’autore. In un altra vita sono stato sterminatore; ma quella era un’altra vita. Io ero allora Max Schulz. Figlio di Minna e di cinque padri. Cinque padri e un patrigno. Cinque padri e un patrigno dal pene enorme violentatore di bambini. Un libro è fatto per essere letto. La pigrizia non giustifica. Non mi piacciono le cose una seconda volta. E non provo simpatia per l’uomo con gl’occhi da rospo che si chiamava Max Schulz e oggi è Itzig Finkelstein. Ma non è necessario provare simpatia per qualcuno. Nemmeno per sé stesso. E la simpatia è una bene superfluo. Molto superfluo. E forse nemmeno un bene. E’ una catena. E la realtà è una catena. Quando non si può cambiare. Ma io la posso cambiare. La parola è magica; può tutto. E io sono un uomo che è stato morto. E con me porto tutti gli uomini morti. Anche quelli. Loro non sanno che li ho uccisi io. Nessuno più lo sa. Ho i documenti in regola. E porto quei morti viventi. E tutti gli altri, che torneranno a vivere. Piantando le radici nella sabbia del Negev. Un albero per ogni morto. Perché questa oggi è la mia terra. E i morti oggi parlano un’altra lingua. Nessuno mi può più condannare. Perché ho imparato a volare. Perché non si può ammazzare più di una volta un uomo, per quanto colpevole esso sia. Perché non c’è riscatto. Anche se io morissi non farei tornare in vita quei sei milioni. Nemmeno i miei duecentomila. I morti non tornano mai indietro.

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Dentro me vive uno strano tipo. Indossa i miei abiti. Mette le mie scarpe. Allo specchio sembra me. A volte penso proprio che sia me. Incostante ma fedele. Solitamente finiamo per sopportarci. Per sovrapporci. E anche Giovanna ci sopporta entrambi. Ma la pazienza di Giovanna è cosa a tutti nota. Dice che sono pazzo, cioè eccentrico, cioè buffo e pieno di manie. Non sono dello stesso parere. Sono solo un tipo attento. Io non ho grandi pretese. Mi basta che non mi leggano il giornale. Non ho ancora trovato qualcuno che lo sa fare senza spiegazzarlo tutto. Mi basta che non mi usino lo spazzolino. E altre piccolissime cose. Diversamente riesco ad andare d’accordo anche col diavolo.
Ma in amore sono esigente. Naturalmente me ne sono innamorato a prima vista. Anche se l’avessi scritta io l’avrei fatta differente. Lo so che a qualcuno può pensare che sono volubile. Giovanna non è gelosa. E la passione ti prende quando meno te l’aspetti. Forse questo modo di esprimermi non è il più corretto. Qualcuno potrebbe pensare chissà che. Non è sesso il nostro. In verità mi sono innamorato di Lisbeth Salander al primo incontro. Ma naturalmente non ci siamo veramente mai visti. In un certo senso non sarebbe possibile. Lisbeth vive solo nelle pagine di “Uomini che odiano le donne”. Il suo alter ego cinematografico l’ho incontrato solo più tardi. Ma non mi è piaciuta allo stesso modo. Non era la stessa cosa. Non era e non poteva essere lei. Non sembra nemmeno la stessa donna. E ormai ero perso per quella ragazza nel libro. Per i suoi silenzi. Per la sua determinazione. E poi me la potevo immaginare come volevo. In parte; almeno. Così era più mia. Certo che il male è duro a morire.
Un po’ ce l’ho con lui, con l’ho scrittore, quel Stieg Larsson. Fosse per me l’avrei fatta soffrire meno. Molto meno. Anche se questo fa parte del suo carattere. Cioè forse è proprio quello che fa lei. Che la rende intrigante e affascinante. Cioè anche quello. Lei è così giovane. Eppure mi è proprio piaciuta per come ha sistemato quell’orribile sadico di Nils Bjurman, e mi intrigano i suoi sentimenti e le sue preferenze. I suoi amori e le sue passioni. Sì anche Miriam Wu. Forse me la rende più affascinante, intrigante e segreta. Non che io ami i giochi erotici e le complicazioni affettive; ma ancora quello che non capisco è perché sia andata con quell’inutile Mikael Blomkvist. Noia? Indolenza? Curiosità? Pigrizia? Lo sbattersi contro? Lo stare in stanze comuni? Il voler soddisfare l’ego di lui? Il bisogno anche di un misero affetto? Per tenerezza? Per generosità? Lui non è nemmeno un investigatore. Nemmeno un poliziotto. Come può proteggerla? Non è altro che un giornalista. E secondo me nemmeno tanto bravo. Senza grande talento. Infatti… Una ragazza come lei. Senza passione, senza amore, senza alcun motivo. Anche quando… spero che nemmeno lei sia gelosa. Credo di no. Naturalmente non gliel’ho mai chiesto. Mi piace pensare che non lo sia, ma anche che sappia imparare ad essere fedele.
Certo è lei che continuo a guardare e preferisco e amo anche quando si dedica al suo amore saffico cioè a Miriam Wu, ormai è parte della mia vita. Una parte importante. Anche se non è che ami particolarmente i tatuaggi o i piercing, né ne so molto di informatica. La amo come donna, per i suoi sentimenti, per ciò che riesce ad esprimere, per la sua personalità, insomma per tutto. E poi piercing e tatuaggi. Mi dicono che oggi si possono togliere. Non ci ho mai pensato. Non sono un esperto al riguardo. Mi debbo informare. Ma come si può non amare una ragazza così? Anche per tutto quello che ha passato. E sono certo che ama l’uomo. Miriam è solo una distrazione. Per farsi vedere più interessante. Per provocare. E per provocare mi ha provocato. Anche se non sono facile a farmi intrigare. Comunque preferirei lei. Solo lei.
Lei non teme niente. Ce ne fossero state altre come lei. Ci fossero state altre donne come lei quelli non sarebbero più esistiti. Una vera vergogna. All’orrore proprio non c’è mai fine. La credevo finita. Non avrei mai e poi mai creduto che anche lì, in Svezia, ce ne fossero. Certo che da famiglie come quella famiglia è meglio starne distanti. Sadici. Che dire di più? Sadici e criminali seriali. Assassini. E di donne. Alla fine finisce che mi sento spesso in colpa. Anche per non averla potuta aiutare. Ma se la sa sbrigare da sola. In colpa per tutto. Proprio io. Io che cerco certezze ma poi sono io il primo a sbagliare. Come potrei essere fedele. Me lo riprometto spesso. Ogni volta. Sempre. Per me è sempre amore. Poi apro le pagine di un altro libro. E quel libro mi inghiotte. E allora tutte le mie promesse vanno a farsi benedire. Strano modo di dire, questo. Ma ve le immaginate le promesse in fila indiana che vanno a farsi benedire? Nemmeno la signora Clarissa, che veramente si chiama Claretta. Nemmeno la mamma di Giovanna, la signora suocera. Ma ve lo immaginate? Ma stavolta sarà per sempre. Aspetto con ansia di ritrovarla nel nuovo libro.

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Quello che nel romanzo non si dice è che:
Copertina del romanzo: Il nazista & il barbiere di EDGAR HILSENRATHDopo aver ascoltato la voce del grande affabulatore, del nuovo messia, Itzig Finkelstein quando era ancora Max Schulz, ariano purissimo, tornato a casa non fu più lo stesso. Guardandosi attorno vide: non più la vittima ma una nuova fierezza di sé. Ogni passato è un peso enorme da portarsi dietro e soprattutto lì e in quei giorni. E i banditori, i salvatori, gli imbonitori e tutti quelli regalano un sogno a quelli che nella mente coltivano incubi o miseria, a tutti i derelitti, agli scontenti danno una fede. E lui, Itzig Finkelstein, quando era ancora Max Schulz, era stato illuminato e credeva e aveva bisogno di credere. Aveva un mondo nuovo. Fu per questo che si prese un caffè, naturalmente di cicoria, e poi entrò silenziosamente e strangolò suo padre Anton Slavitzki senza un attimo di esitazione. Lo aveva colto assopito dopo il solito niente con ancora quel suo enorme coso fuori che ancora gocciolava per aver pisciato nel lavandino di bottega. Gli tolse la vita avvolgendogli attorno al collo la frusta gialla e stringendola con tutta la sua forza. «Maledetta sia la frusta nella mano del falso padrone. Ma quando la frusta cambia padrone e il nuovo padrone è il vero padrone, che sia sacra» –gli era stato annunciato sul monte degli ulivi. In realtà Anton Slavitzki, che era un vero ariano nonostante il cognome che portava, non era nemmeno il suo vero padre perché non era nemmeno uno tra i suoi cinque padri. Questa era fatta –pensò.
Non aveva mai meditato che potesse essere così facile ma anche così faticoso, né che un morto avesse quell’orribile e inutile attonito aspetto, era la sua prima volta. Chiuse bottega mettendo il cartello “TORNO SUBITO” e chiamò Minna con voce stentorea e autoritaria. Lei portò il suo grande peso e il suo enorme culone lentamente e lo fissò negli occhi e parve capire subito le intenzioni del figlio. Si era limitata ad esprimere la sua inutile domanda solo con gli occhi. Certo, Itzig Finkelstein, che era ancora Max Schulz, non era dotato come Slavitzki, lo stupratore di bambini, ma bastava e avanzava. E Gli era bastato mostrarlo nel pieno del suo orgoglio perché aveva già quel pensiero in testa: “Oggi è un nuovo giorno, non ci sarà più nessun Slavitzki. Chi ha osato ha pagato, e la vittima è diventata padrone del suo destino e del destino del paese ed è per ciò che Max, perché era ancora Max Schulz e non ancora Itzig Finkelstein, oggi fotterà sua madre”. Lei si era limitata ad alzare la veste e ad allargare le gambe senza nemmeno togliersi quella pidocchiosa vestaglia.
E così fece sul letto e in ogni luogo in cui lei era giaciuta con colui che ora era il cadavere di Anton Slavitzki. E per affermare la sua nuova autorità pretese anche di farlo allo stesso modo che piaceva tanto a Finkelstein, e che lui aveva subito dolorosamente, e anche a lui la cosa piacque, e anche in ogni altro modo. Sua madre, la puttana rispettabile e onorata cioè la puttana perbene, l’enorme Minna Schulz, lo aveva lasciato fare senza nemmeno un gemito, come se la cosa non la riguardasse; si sarebbe detto che si stesse persino annoiando, durante. Non aveva battuto ciglio nemmeno quando si era sfogato con rabbia sul suo enorme culone, eppure ci aveva messo tutto il suo impegno e il suo rancore per farla gridare e per sentire che era viva. Ma lui, Max Schulz che non era ancora Itzig Finkelstein, non si arrese né desistette, doveva farlo e lo fece, seppur irritato, e non aveva nemmeno paura dei denti di sua madre, di quei due quintali di puttana perbene che era Minna, proprio come il macellaio Hubert Nagler, uno dei suoi cinque padri, che a dirlo lo diceva ma poi adorava le labbra sensuali di Minna e anche particolarmente quei suoi denti forti e bianchi. Ora che Max, non ancora Itzig, aveva ritrovato l’onore ed era divenuto padrone della sua vita e della storia si sentiva meglio, ma non come avrebbe creduto. Era forse solo un po’ più sicuro di sé, nonostante gli occhi da rospo e il naso a becco che lo facevano tanto sembrare uno di quelli che lui odiava così tanto, proprio all’opposto del suo grande amico Itzig Finkelstein che era biondo e con gli occhi azzurri che pareva lui l’ariano. Non l’aveva mai fatto, né con sua madre, la puttana Minna, né con nessun’altra donna e forse era stato per questo che aveva tanto insistito: per esserne certo e non potersene scordare. Anche questa è fatta –si disse già dopo la prima volta, e dopo ogni volta.
A lei sembrava continuare a non interessare, all’enorme Minna, proprio come quella prima volta, e a lui la cosa diventava col tempo sempre meno influente. E’ la prima quella che veramente conta –concluse. Ma lo si sa che la vita deve andare avanti e la sua non era certo una vita per palati fini. Lui Max Schulz, ariano purissimo, che non era ancora Itzig Finkelstein, a suo modo un precursore anche se i libri e la storia si sarebbero scordati di lui di lì a poco se non subito e durante. In fondo nulla del suo aspetto era cambiato nemmeno dentro quella splendida divisa, e in verità la Goethestrasse e la Schillerstrasse non erano mai state veramente la sua casa; un rifugio.
«Io, Max Schulz lo sterminatore, ho baciato la terra. Ho la bocca piena di sabbia. Mi alzo, sputo la sabbia, noto che anche Hanna Lewisohn, accanto a me, sta sputando sabbia, poi, improvvisamente la vedo girarsi: mi butta le braccia al collo e dice: ‘Itzig… siamo tornati a casa

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pittura con tecnica mista su cartone telatoLa violenza a Londra è una violenza diversa. Senza il caldo asfissiante delle storie metropolitane della città degli angeli o di Frisco. Questa è la grande, sostanziale differenza, ma lì nemmeno sembra violenza a parte alcune storie un poco più trucide. Lì si esplica in quelle sere con la nebbia appiccicosa, meglio se accompagnata da quella sottile pioggerellina fitta. Anche a Milano è così o nella bassa padana. Forse è proprio il buio a renderci diversi e poi che importa se a volte è la realtà ad essere diversa? E’ una ben strana città quella che noi viviamo in tempi in cui non si muore più di guerra ma di paci. Anche in quel caso non si erano accontentati dei soldi ma avevano voluto offendere e picchiare lui, offendere e sporcare lei. Ma i morti sono tutti uguali dopo, anche quelli degli assassini. Mentre si accanivano sulle cose, forse credendole simboli, il padrone di casa era riuscito a raggiungere la pistola. I loro occhi non volevano credere a quello che vedevano ed erano rimasti spalancati e increduli. Il sangue rosso aveva inzuppato il prezioso persiano ed era schizzato sui muri. Lui non lo ammise mai, ma ciò che lo aveva più offeso era che gli avessero svaligiato il frigorifero, oltre ad averlo deriso. Il commissario era troppo esperto per lasciarsi ancora incantare dal suo coraggio o affascinare dalla loro meticolosa preparazione come dalla stoltezza o dalla sfortuna. Non poté che ammirare la moglie che restava in silenzio e piangeva e non aveva ancora avuto il tempo per rimettersi completamente in ordine. Forse era proprio solo quello il loro vero sbaglio cioè che nella grande città, e comunque da quelle parti, i crimini vanno consumati nel silenzio scivolando poi nelle nebbie. Anche di occhi è fatto il pianto di chi soffre.

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Immagine di donna dopo una violenza«E’ già un po’ di giorni ch’è strana. Che la vedo strana. Non può farmi salire e poi trattarmi così. Un sacco di chiacchiere, inutili. Un sacco di bla bla e bla blo. Di io qui e io là. Di capricci. Di io non credevo. Io non volevo. Cosa crede che sia venuto a fare? Appunto. Per i suoi begli occhi? E no, cara! Sa che mi piace andare al sodo. E l’uomo è uomo. E il suo bel culo mi fa dare di matto. Sono pazzo di lei. Gliele scaldo io le mutandine. Cos’è: è tornata pudica. Cazzo! cosa vuol dire non ne ho voglia? “Cosa vuol dire non ne ho voglia”? Mi fa andare la mosca al naso.
Io la voglia ce l’ho adesso. Cosa c’entra s’è mattina. Non quando va alla tua testa matta. E poi con chi ti vuol bene. Che discorsi sono? Sono il tuo uomo. Tua madre non torna fino al pomeriggio. Sono venuto apposta. Per stare soli. Te lo faccio io battere il cuore. Altro che balle. Altro che romanticismo. Un uomo non può essere sempre solo dolce. Sempre essere paziente. Va bene il rispetto, ma… Ha bisogno delle sue soddisfazioni. Un uomo. Ha bisogno che la sua donna lo faccia sentire uomo. E dammi questa mano. Adesso te lo do. Mi hai fatto venire voglia. Sei stata tu. Lo so che ti piace. Come piace a me. Anche di più. M’è venuta voglia prima ancora di vederti.
Vuole solo farmi incazzare. Quando è così lo fa apposta. Noi ci vogliamo bene. Le dico “Ti amo”. Lei continua testarda. Cos’è cambiato da ieri? E dall’altro giorno? Non so cos’è questa novità. Non ha mai fatto la ritrosa. Sei stata tu ad allungare la mano. O no? Quella volta. Perché ti piace come il mio. Bello e vivo. Tu ne vai pazza. Ammettilo. E io ti faccio diventare matta. E’ inutile che protesti, tanto non ti può sentire nessuno. E poi in fondo cos’è? Una in più o una in meno. E poi con me? Quando c’è l’amore. Quando c’è l’amore la voglia c’è sempre. Cosa ti sei messa in testa. Guarda che io ti sposo.
Cosa vuol dire? Non ci si può lasciare dopo quello che c’è stato. Tra noi. No? Mica si fa così. Sei la mia donna. Garda che… no! Te lo faccio dentro. Così impari. Vai a piangere per il mondo. Dove vai dopo con un bambino? Dove vai dopo con un bambino a fare la puttana? Perché tu lo sei per vocazione; puttana. Ma a me piaci così. Io non sono mica come quelli che ne approfittano e poi spariscono. Io non ho preteso di essere il primo. E adesso fai queste storia. Non sono forse stato buono? Non ho avuto pazienza, con te? E poi… insomma sei la mia donna. La mia donna. Niente balle. Non c’è nulla di cui dobbiamo parlare. Domani andiamo in centro e ti prendo un bel regalo.
Questo è il mondo dei più forti. Cerca di essere carina. In fondo me lo merito. O no? Stai ferma. Stai buona. Vedrai che dopo la voglia viene. Te lo tolgo io quello sguardo di sfida. Te li faccio abbassare, cazzo, quegli occhi indomiti. So io come piegarti. A colpi di questo. Di cazzo. “Adesso te lo do. Mi hai fatto venire voglia. Sei stata tu a provocarmi”. E vallo a dire a qualcun altro. A qualche fesso. Che non volevi. Si vuole i due. E poi cos’è questa storia. Questo “dovremmo parlare”. Non c’è molto da dire. Mi va. E se non ti va te la faccio venire io la voglia. Lo so che sei porca. Che sei porca dentro. Dovevi pensarci prima. Quando una donna va con un uomo è di quell’uomo. Cosa sono queste storie? Ti sei alzata con la luna storta? Sei indisposta in testa? Ma vuoi prendermi per il culo? Sai che così… non farmi essere cattivo.
E apri queste cazzo di gambe. Come se fosse la prima volta. Con tutte le volte che l’abbiamo fatto. L’uomo ha bisogno della sua soddisfazione. Sai che ne ho diritto. Come se non sentissi. Lo sento che ti stai già bagnando. Non è bello. Lo vuoi proprio. Guarda che me lo tiri fuori. Anche se non l’ho mai fatto. Anche se deve essere la prima volta. Vuoi prenderti uno sganassone? Non essere testarda. Sai quanto mi piace. Dai che sei brava. Vedi che se fai la brava… Cazzo sono quelle lacrime. Ecco! Basta che stai ferma. Faccio tutto io. Vedi com’è bello. In fondo ci amiamo. Dillo che piace anche a te. Tanto lo so. Non fare la testarda. Ammettilo. Siamo uno per l’altra. Dove lo trovi uno come me? Sono proprio della misura giusta. Solo un attimo. Uno che ti vuole così bene. Vedrai che faccio presto. Guarda che scherzavo. Starò attento. Fai la brava. Così! Se una non vuole non vuole. Non c’è verso. Così vuol dire che volevi. Vedi che avevo ragione. “Un uomo è un uomo”.»

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Tecnica mista e acrilico su cartoncinoPerché lo faccio? Non lo so. E’ solo un ragazzo. Uno come tanti. Non può avere molto di più di diciotto anni. Forse meno. Non ho avuto coraggio di chiederglielo. Soffre già abbastanza. E’ chiaro che ama ancora quella ragazza. Perché continuo in tutto questo? Dovrei avere almeno pietà per le persone. “Mi è stato detto che era il ragazzo di Silvana”.
Diversamente dall’altro non è in grado di sostenere il mio sguardo. Abbassa gli occhi. Come fosse in colpa. Eppure so che non ha nessuna colpa. Non lui, almeno. “L’ex. Solo ex. E’ finita un paio di mesi fa”.
Anche questa era una cosa che sapevo. Ho chiesto in giro. E’ stata facile da scoprire. Lo chiedo perché da qualcosa dobbiamo pure cominciare. Vorrei farlo sentire a suo agio. So che non può esserlo. Sono solo un idiota. “Perché”?
Ha un piercing al naso. Non mi da nessun fastidio. Sono affari suoi. Mi hanno detto che è uno di quelli che scrivono sui muri. Questo gli potrebbe causare qualche guaio. Non siamo qui per questo. Spero che gli vada sempre tutto diritto. La sua voce prende un tono ancora più amaro. “Non lo so, commissario. E’ stata lei. Mi ha detto una delle solite cose. Ho sentito dire… ma sono solo voci”.
Dovrei finirla qua. Non so ma non ci riesco. Mi sento di merda. “Non ha pensato di chiedere spiegazioni”?
Ed eccolo un briciolo di rassegnazione. “Non mi sono mai fatto illusioni. Sapevo che doveva durare quanto doveva durare. Era anche troppo bella, per me. Ci conoscevano fin da bambini. Quando se ne andata me ne son fatta una ragione. Era come se me l’aspettassi. Se lo sapessi che prima o dopo sarebbe successo. Se posso dirlo però non credevo sarebbe stata così dura.” –il ragazzo sembra sul punto di piangere. Si trattiene a stento– “Naturalmente non me l’aspettavo. Che finisse così. Non se lo meritava”.
Intanto mi portano il caffè. “Riesce a darsi una ragione? Gliene aveva mai parlato”.
Mai. Era una persona solare. Sembrava felice anche di quel niente. Credo mi amasse. Quando stavamo assieme. Poi l’ho vista perdere quella luce. Ho capito che qualcosa non andava. Gliel’ho chiesto. Credo sia stata felice con me. Di averla fatta felice. Almeno per un po’. Almeno questo pensiero mi consola. Ho cercato di restarle amico. Ma ci siamo persi un po’ di vista. E doveva esserci qualcosa di cui non mi voleva parlare. Forse un altro”.
Certo un altro. “Lei conosce l’ingegner Garbin”?
Quello? E chi non lo conosce. Qui. Il campione. E’ rimasto il campione del mondo. Qui è il padrone di tutto. E’ figlio del padrone. Era il padrone anche di ogni goccia del suo sudore. Ma poi lei ha lasciato quel lavoro. Non lo so perché. Me lo sono chiesto. E anche come faceva. Lei lo sa che non poteva contare su casa. Una famiglia mica ce l’aveva. Aveva solo i suoi sogni. Forse troppo grandi. Non ho capito ma quando è finita c’era qualcosa che non andava. Era strano Mi ha detto che non voleva finire così. Restare povera. Che non ce la faceva più. Che si meritava un’altra vita. Non la stavo più ascoltando. Lei mi capisce? Una donna che ti ha appena lasciato. Credo volesse dire che le cose stavano cambiando. Doveva essere felice e invece non lo era. Bisognerebbe chiederlo a lei ma a lei non lo si può più chiedere; credo”.
E’ possibile che loro due… cioè che si vedessero”?
Mi guarda perplesso. Se non lo è lo sa fare bene. Ne dubito. Eppure deve sapere. Forse nemmeno lui ci vuole credere. “Intende dire che ci fosse qualcosa? E che ne so. Lui non mi piace. Non credo. Non ne abbiamo mai parlato. Lei era ancora così giovane. Quasi una bambina. Non c’è stato niente tra noi. Niente di importante. Mi capisce? Qualche bacio. Niente di più. Un amore puro. Cose da ragazzi. Certo che quando lo incontravamo la guardava in quel suo modo. Che pare che tutto sia suo. Forse… credo di ricordare… penso mi abbia accennato qualcosa. Che una sera l’aveva invitata per un aperitivo. Un aperitivo. Silvana si può dire che nemmeno sapeva cos’era. Si fa per dire. Offrire un aperitivo a una che a stento ha di che mangiare. A una sua operaia. Allora m’è sembrato semplicemente ridicolo”.
E’ perfettamente inutile mettergli altri dubbi. O mettergli in corpo del rancore. Si vede: è già pieno di ricordi. E di amarezze. E di rimorsi. Si sta chiedendo cosa ha fatto. E temo se lo stia chiedendo da molto tempo. Forse c’è anche qualcosa da cui vorrebbe tornare indietro. “Non volevo dire quello. Semplicemente non so perché gliel’ho chiesto. Vorrei capire. E il Garbin mi sembra uno che le chiacchiere le fa fare. E le fa. Uno che le cose le sa. Ma ripeto: era una domanda come tante. Nemmeno a me piace. Scusi se mi permetto. So che non dovrei. Scordi di avermelo sentito dire”.
In fondo è solo il ragazzo di una che dopo averlo lasciato ha deciso di annegarsi nel Brenta. Di una che per quanto bella adesso sta sotto un lenzuolo. Nel bigliettino che abbiamo ritrovato, vergato di suo pugno, quella ragazza aveva lasciato detto «Lui non è come Riccardo. Credo di aver sbagliato tutto. Sono solo tanto stanca». Vorrei consolare quel ragazzo. Dirgli che lei lo aveva amato. Che quello era amore. Non so se faccio bene. Alla fine decido di tenere quel segreto per me.

Primo lo trovo al bar il giorno dopo. E’ lui che mi ha detto tutto quello che non sapevo. Ma parla mal volentieri. E lo vedo da me che ci sono cose che non vuole dire. Forse per pudore. Forse per salvare un ricordo. Forse perché sono troppo difficili da dire. “Si diceva che stava diventando la più bella che si fosse mai vista per le nostre strade”.

Certe conclusioni non stanno proprio a me. Sono solo un magistrato.
Qui la storia finisce. Se una storia come questa trova mai una fine. Ma tranquilli: non c’è nessuna Silvana; non ancora, almeno.

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Tecnica mista e acrilico su cartoncinoForse dovrei chiederlo ad Enrica. Ma lei non può averlo mai visto. Non mi piacerebbe comunque vederla guardarlo come lo guardano tante mogli di tanti che poi sono così riverenti con lui. E lui deve essere considerato un gran bell’uomo. Non so con che occhi guardano le donne ma ci potrei scommettere. Ed è sempre perfetto come si è presentato. Lasciando il suv parcheggiato davanti al portone. Cravatta in tono, non una piega. Capelli pettinati perfettamente. Un dopobarba insinuante. Occhi profondi e imbarazzanti anche se in questo momento sono a riposo, imbarazzati loro. E all’erta. Un tipo intendo preciso e sempre composto. Il classico bravo ragazzo diventato uomo importante, l’ingegnere. Un tipo che mi piace poco. Anzi non mi piace nulla. Intanto parlo come parlassi con me. Come pensassi a voce alta. “Non era molto alta. L’altezza non è tutto. Avrebbe potuto avere un futuro davanti. Lei conosceva la Bibiani”?
Era stato un campione nazionale. Cosa che in un posto come questo ne fa automaticamente un eroe. Una celebrità. Quando aveva smesso aveva ripreso gli studi. E si era laureato. E aveva avuto sempre tutti gli occhi delle donne addosso. Soprattutto in un paesino come questo. Ne giravano di chiacchiere. Come in ogni piccolo borgo. Tutto è provincia. Qualcuna diceva che era così bello che non sarebbe stata affatto sorpresa scoprendo che era gay. E subito aggiungeva un “non lo è, per fortuna”. Era cioè il sogno di ogni donna, maritata o no. Anche dopo il suo matrimonio. Anche dopo che sua moglie aveva avuto quei due bambini. E aveva l’invidia e la deferenza anche di tutti gli uomini. Parevano non vedere. Risponde fin troppo in fretta: “No! come tanti altri. Di vista. Ci si conosce tutti”.
Già! ci si conosce tutti. Non suda. Non mostra imbarazzo: “Scusi se glielo chiedo: quanti anni ha sua moglie”?
La voce è suadente con una lingua lenta ma tranquilla. Con parole che possiede perfettamente e che sembrava preparate; già pensate. La mano in tasca per darsi un’aria rilassata. Una tranquillità che non ha. Vorrei prenderlo per il collo. Non ne ho nessun diritto. Tutto lo ha sempre protetto. Per quel padre. La legge lo protegge. Non è stato lui. Non in quel modo. Fa parte di quelli che possono uccidere con un sorriso, ma loro le mani non le sporcano mai. Al massimo, per casi estremi, le fanno sporcare agli altri: “Venti… Perché? Cosa vuole intendere con questa domanda commissario”?
La fabbrica di scarpe è sua. Del padre. E hanno casa a Montecarlo. E a Cortina. E molte in paese. Uno così non te lo fai mai nemico. E il nodo della cravatta sembra disegnato da un architetto: “Niente. Assolutamente niente. Dicevo. E poi non sono commissario”.
Comunque non abbassa la guardia. Ma sembra doversi giustificare: “Una ragazza carina. Non lo nego. Non so cosa va a pensare; ma lei mi vede. Lo sanno tutti: potrei avere tutte le donne che voglio. Ma sono fedele. Fedele alla mia Cinzia”.
Aveva sempre trovato chi sistemava le cose. E poi uno così non sbaglia. O sbaglia poco. Il minimo. E c’è sempre quello. Un avvocato; naturalmente il più bravo. Il papà. Qualcuno pronto a dire la vera verità. Un viaggio all’estero. Si dimentica presto per uno come lui. Non sopporto nemmeno l’odore del suo dopobarba: “Solo una ragazzina. Poco più di una bambina. A lei piacciono giovani o mi sbaglio”?
Ha la sfrontatezza tipica del padrone. Ma perde un po’ della compostezza. E’ così che noto che il suo argomentare si fa solo un po’ confuso: “Guardi che sono loro. Come le dicevo. Sono le donne a ronzarmi torno. Non le saprei dire se conta l’età. Mai fatto caso. Nemmeno le vedo. Non è colpa mia. Chieda. Chieda in giro. Pensi che una volta… Meglio non dirlo, sono un galantuomo. Sfacciatamente. Con mia moglie là. E sembrerebbe tanto una signora. Meglio non parlarne. Bocca taci. Una cosa… imbarazzante; le dico. E mica è stata la sola volta. Pensi che ho dovuto perfino minacciare delle diffide. Come le dicevo sono fedele a mia moglie. E’ per questo che non me ne devo occupare. Non può rimproverarmi nulla”.
Vorrei averti per cinque minuti tra le mani. Non le sopporto più queste ipocrisie. Dovrei essere qui per questo. Per scoprire. Dove c’è da scoprire. Ma oggi ho le mani legate. Non ci posso fare niente. Vorrei almeno fargli paura. Vorrei… è solo che tutto questo mi fa star male. “E’ stato visto con lei. Non una volta”.
Entra nelle difensive. Sa che non posso fargli nulla. Pensa che io sappia qualcosa. Qualcosa che gli può far comunque male. Deve essere curioso. Curioso di capire dove voglio andare a parare. Se non ha una morale, e non ce l’ha, avrà almeno dei dubbi. “Due chiacchiere, tra compaesani. Come diceva lei era solo una bambina. Niente che possa averle detto. Ho solo cercato di essere gentile, con lei. Non so cosa si possa essere messa in testa; se si è messa in testa qualcosa. Certo non le ho fatto promesse”.
Per la prima volta si è tradito. Non posso approfittarne. E’ già tanto quello che faccio. Se si ricorda che può tranquillamente alzarsi lo fa. E se ne va. In fondo non può essere nient’altro che una chiacchierata. Come tra amici. Anche se non lo siamo. E non lo saremo mai. Non c’è nessun reato. Non posso provare niente. Niente tranne quello che sanno tutti. Ma lui non ha paura della verità. Lui la sa la verità. Non può averne paura uno che ha poco da temere anche dalla legge. “Cosa si prova con una ragazzina? Me lo chiedo. Me lo saprebbe dire lei? Io la conoscevo. La conoscevo di vista. La guardavo e mi metteva allegria. Non ci ho mai parlato. Quello che mi ispirava era tenerezza. Solo tenerezza”.
Sta per reagire ma ritrova il controllo. Ho perso prima di sedermi. Ho perso anche il buon senso. Dovrei trovare l’intelligenza di liberarmene. Di licenziarlo, da questa chiacchierata. “Anche a me”.
Per cui tra lei e la signorina Bibiani non c’è mai stato nient’altro… mi conferma che la conosceva solo come una semplice conoscente”.
Certo che lo confermo. Dovrei chiamare il mio avvocato? E poi non ci posso fare niente comunque se lei ha deciso di finirla così. Mica è stata spinta da nessuno a fare quello che ha fatto”.
Un suicidio non è mai un delitto. Dopo un suicidio chiudi il fascicolo e lo lasci lì. Al massimo cerchi di sottrarti alla stampa. Non hai giustificazione. Non hai niente da dire. Hai solo voglia di mettere la parola fine. Di tacere. Soprattutto per una vita così breve. Sfoglio l’agenda. Faccio finta di leggere: “Ci sarebbe anche quell’episodio. Di quella… come si chiamara… Clara. Anche lei ancora una bambina, molto di più; non ne conviene”?
Solo cattiverie. Nient’altro. Invidia. E poi sono solo chiacchiere. La denuncia è stata subito ritirata. Lei mi offende, commissario. Vuole rimproverarmi per qualcosa”?
Non sono commissario e poi si dice accusa, non rimprovero. Quello lo lasciamo alle mamme. Si fa per dire. Per chiacchierare. Altrimenti non saremmo qui a parlare così. Diversamente l’avrei convocato in ufficio. Mi piacerebbe sapere che ne pensa. Alla fine, come dice lei, sono solo chiacchiere. Non c’è più alcuna denuncia. Il fatto, come si dice da noi, non sussiste. Invece è stato… archiviato”.
Cosa vuole che ne pensi. La penso esattamente come lei”.
Per un attimo sto per perdere il controllo. “E io come la penso? Me lo dica. Vorrei saperlo anch’io”.
Meglio che la faccia finita con questa pagliacciata. Tanto meglio per lui. E per me. Non aspetto che lui parli. Gli stringo la mano. Le mie parole sono solo un invito affinché liberi la mia vista dalla sua presenza. “Lo so. Ma so anche che sto male. Lei non mi può capire. Non credo. E’ stupido quello che dico. Lo so da solo. E poi dirlo proprio a lei. E’ come se l’avessi spinta anch’io. Se l’avessimo spinta tutti. E se qualcuno in particolare… mi capisce. Non voglio dire… mi sento strano, a disagio. E’ un suicidio, questo è chiaro. Solo che la testa mi dice… come se qualcuno l’avesse… come dire? invitata a farlo. Le avesse detto: accomodati pure. Le avesse spiegato che non c’era posto per lei. In questo mondo, intendo. Che non aveva speranze. Ma credo che ci vedremo ancora”.[Audio “https://sites.google.com/site/semario2/UnMazzoDiFiori.mp3”%5D
Continua…


Per il brano musicale scelto a corredo si tratta della canzone “Un mazzo di fiori” di  Lucio Dalla dall’album Anidride solforosa del 1975.

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Tecnica mista e acrilico su cartoncinoNon fosse cronaca potrebbe essere una favola, una favola triste. Ma sono stanco di queste cose. Ne ho già viste troppe. E poi il destino ha chiuso la pratica ancor prima di aprirla. Non potevo farci niente ma non riesco a non fare niente. Dentro la miseria non c’è legge.
Io la conoscevo la Silvana. Fin da bambina. Una come tante. L’ho vista crescere. E farsi bella; una bella ragazzina. Veramente bella. Nonostante tutto. Dovrei non pensarci. Una storia avara, la sua. Queste storie di paese sembrano spesso uguali. Sembrano avere un destino fin dal loro inizio. A guardarti intorno sembrano sempre gli stessi come una condanna.
Veramente conosco tutti i protagonisti. Gambarare è un buco. Un posto che definirlo piccolo è dargli importanza, valorizzarlo. In fondo due strade e una piazza. Nemmeno un paese. Che poi certe cose sembrano naturali. Le ho sapute dopo. Solo in queste ore. Le ho sapute per averle chieste.
La madre era stata ricoverata. Non aveva resistito. La testa. Quando sono andati a prenderla era un fantasma. Tutta pelle e ossa. Nemmeno si vedevano gli ematomi. Cosi mi dicono.
Mi raccontano che era chiusa nel suo mutismo assoluto, non parlava già più da un paio d’anni. Gli occhi parevano non saper vedere nessuno. Vagavano senza metà. I capelli già bianchi tutti arruffati. Una cosa da far pena. Sporca come quelle che una casa non ce l’hanno. La loro era piccola e vecchia, ma c’era l’acqua nel pozzo.
Allora avrà avuto sei o sette anni, Silvana. La guardò portare via con gli occhi sgranati. Sembrava non capire. O capire fin troppo bene. Forse solo non volere capire. Cercare di cancellare. Per salvarsi. Ma lei era diversa. Sembrava non doversi sporcare di nulla. Che lo sporco non la potesse proprio sporcare. E dentro si portava il suo dolore.
Quella storia era sua e la teneva solo per se. I suoi incubi riapparivano la notte. Il padre era un orco di poche parole. Ma tra tante chiacchiere non si sa mai dove si nasconde la verità. Comunque quello che è certo è che Silvana la vita l’ha conosciuta presto. Troppo presto.
A scuola non andava bene. Forse non era una cima, ma come si fa a pensare alla scuola in quelle condizioni? Quando tutto sembra remare contro? Quando la testa non ti segue? Comunque non si è mai trovato niente. E sul niente non si costruisce niente. Niente tranne quello che si definisce un teorema. Solo teoria. E cose a cui la gente non vuole credere.
Eppure era una ragazzina solare. O almeno pareva. Era il suo modo di reagire. Di difendersi. Aperta con tutti. A modo suo cercava di sopravvivere. Di non farsi rubare il sorriso. E aveva trovato lavoro in un calzaturificio.
Lavoro duro. Le bastava per stare distante da casa. Per liberarsi del bisogno. Per fuggire. Da quello. Dall’orco. E dai fantasmi. E dai ricordi. Avrà quindici anni, non più di sedici. E li dimostrava tutti. Non ne potrà contare altri. Forse sta meglio dov’è. E’ amaro dirlo.
Quando la vedevo la vedevo sempre col naso attaccato a qualche vetrina. Vicino a Piazza Vecchia. O direttamente a Mira. Per lei vie del centro. Con gli occhi rapiti, sempre gli stessi, quelli di una bambina. Ci passava delle ore, lì davanti. A guardare quello che non avrebbe mai potuto comparsi. E mica potevo immaginare che ci sarebbe andata anche l’ultimo giorno. E poi perché avrei dovuto?
Non le ho mai parlato. Avrei voluto. Parlo spesso con le persone. Per conoscerle. Per capire e convincermi di dove sono. Per vincere la loro diffidenza. Magari bevo un gotto con loro. Ma lei era cosi giovane. E innocente. Sembrava appartenere ad un altro luogo.
Stupidamente pensavo che le mie parole avrebbero potuto offenderla. Che sarebbero state inopportune. E inutile. E lo sarebbero state. Perché non si può cambiare il destino delle persone. Sono quello che vogliono essere, le persone. O quello che possono. Da qui non si esce; mi sono sempre detto.
E’ la storia più vecchia del mondo. Un segreto che non è segreto per nessuno. Piccoli pettegolezzi. Non li ascoltavo. Pensavo non potessero appartenerle. A volte servono per sentirsi vivi. Per questo quotidiano. E questa monotonia. Ché nemmeno mi interessano le storie di corna. Quelle cose lì. Magari nascondono il dramma. Ma prima, e il più delle volte, quel dramma resta dentro casa. Tra quelle quattro mura.
Non è compito nostro. Non siamo né i confessori ne quelli che debbono parlare all’anima. L’inferno è solo qui, nella terra. Una donna può decidere per quello che vuole. Ma non è proibito sognare. E lei non era ancora donna.
Pensavo a quel suo sguardo fisso sulle vetrine. Certo che lo sapevo. Lui l’aveva sporcata, e poi uccisa ma non c’era delitto. Aveva ucciso solo i suoi sogni. Era stata lei a togliersi le scarpe e le calze. A ripiegare il vestitino, che si era comprata il sabato prima in una svendita, per non stropicciarlo. A lasciarsi infine scivolare nel Brenta. Ma la borsetta di Carvis era vera.
Continua…

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Anche questo mio è un caso, come dire, insolito. E non trovo una parola migliore per definire quello che mi è successo. Se non ricordo male tutto è cominciato non più e non meno di circa sei mesi or sono. Sei mesi; mesi lunghi o corti a seconda della prospettiva in cui si guardano, ma sei mesi importanti. Sei mesi che hanno cambiato la mia vita; e non solo la mia vita come si vedrà. Come sarà mia premura esporre da qui in avanti.
Ogni venerdì sono sempre andata dalla mia parrucchiera, la stessa ormai da anni, per dargli una regolatina, ai capelli, beninteso. E così avevo fatto anche quel fatidico venerdì. Solo una accorciatina. Una cosa da niente. Dunque, ero andata per tagliarmi i capelli. Ma… poi, si sa come son fatte le donne, mi era venuta voglia, anche vedendo un’altra cliente, di cambiare qualcosa in quell’immagine che mi rifletteva lo specchio. Proprio così, un capriccio, improvviso, uno di quei capricci a cui le donne non possono resistere altrimenti non sarebbero donne.
Così, per quel capriccio improvviso, li ho anche tinti. Più che schiariti, anzi; sarebbe meglio dire. Ma sempre tinti. Tinti di biondo. Tinti di un biondo, come dice mio marito, quasi bianco. Tinti in questo benedetto, così pieno di luce, colore che ho ancora. E la parrucchiera mi aveva fatto i complimenti. Si era, così, fatta i complimenti. Era veramente contenta del risultato su di me. E contenta di una gioia spontanea e non forzata.
Mi ero guardata allo specchio e mi piacevo. Aveva avuto ragione lei. Era stata una brillante idea, la mia. Certo l’abito non era il più adatto. Ma ripeto, era stato un capriccio improvviso. Quando ero uscita di casa non avevo pensato che sarei tornata così cambiata. Cioè che sarei rientrata poi così diversa. E l’abito, perciò, non era il più adatto ma doveva andare solo per il tempo di tornare a casa. E per giunta non avevo nemmeno dietro un fazzoletto da testa. Pertanto, più che convinta, avevo fatto buon viso davanti alla nuova situazione. Si deve ricordare che, a parte l’effetto abito, mi ero proprio piaciuta.
E’ stato quello un giorno molto importante per me. Forse per questo ricordo ancora tante cose così chiaramente. Potrei anche soffermarmi a dire quale tipo di giornata era, ma questo non è importante. Certo che era un venerdì! questo è naturale. Era un venerdì col sole. Era una giornata di sole. Una di quelle giornate di sole che mettono allegria; non so se mi spiego. No! questo forse non era privo di importanza e conseguenze. Questo forse qualcosa ha influito nella mia decisione di allora.
Stavo dicendo: sono tornata diritta a casa. Forse il tempo per il pane; ma niente di più. E così sono tornata, dicevo, diritta a casa; anche frettolosamente, se così si può dire. E a casa ho cambiato subito abbigliamento. Ho messo un vestito azzurro, d’un azzurro pieno. Un vestito morbido d’un colore vivo. Mi sembrava perfetto. Il risultato era eccellente. Mi guardavo continuamente allo specchio. Ero quasi ammirata da quella donna bionda. E poi bionda, almeno così, non ero mai stata. Anzi, forse il risultato non era proprio perfetto; se poi si può dire perfetto. Ma che ci potevo fare? Già da allora mi ero resa conto che avevo ben poche cose da mettermi con quel colore. Ma quell’abito azzurro, diciamo così che, poteva andare. Non stava proprio male, se proprio vogliamo, insomma.
Come dice Lui, mio marito intendo, è sempre difficile stabilire il limite, a volte sottile, fra la persona e l’immagine. Ma non pensavo allora a queste cose. Certo che spesso ha ragione, sempre mio marito, ci mancherebbe anche altro. E quando uno ha ragione io sono sempre disposta a dargliela. Sono fatta così; cosa ci posso fare? E poi, altrimenti, perché mai l’avrei sposato. Perché io, accidenti, amavo veramente quell’uomo. E, indubbiamente, lo amo ancora; non dobbiamo farci trarre in inganno dal resto. Nel cambiarmi d’abito mi ero compiaciuta a osservare la differenza tra il colore precedente e il biondo che potevo sfoggiare.
Se mi interrompo rischio di perdere il filo e di non ricordarmi più dov’ero arrivata. E allora: dov’ero arrivata? Ah si! Ecco; certo. In poche parole quando tornò a casa mi guardò in uno strano enigmatico modo. Mi chiese cosa avessi fatto ai capelli. La cosa poi era talmente evidente dal non poter essere ignorata. Quale marito non l’avrebbe chiesto? si sa anche come sono fatti i mariti. Ne conosci uno e li conosci tutti. Di complimenti sempre zero; anche quando te li aspetti. E poi anche certo che il volto era cambiato, come sosteneva lui; questo lo vedevo da me. Non ero sicuramente diventata cieca all’improvviso. Ora che ci penso non capisco ancora se ne era stato contento o se invece scontento. Non disse se gli piacevo di più o di meno. Disse solo che ero diversa.
Certo avrei voluto anch’io che mi spiegasse in che senso diversa; e forse tutto in seguito, e ora, tutto sarebbe stato più semplice. O forse no. Bastava solo qualcosa di più che un banale “diversa”. Si! ero cambiata, ma non era questo che volevo? Ma, allo stesso tempo, non ero cambiata. Andiamo, le persone non cambiano così semplicemente. Non basta certo una tintura dei capelli. Bastasse quello. E quello che ti cambiano gli anni; allora? E poi quello che lui definiva cambiamento era in fondo solo un mutamento marginale e poco significativo. Anche se sosteneva che il cambiamento se in fondo era poco avvertibile nei particolari lo era enormemente nell’insieme. Ma quel colore continuava a sembrarmi fine. Così fine… Non avevo avuta la prontezza di riflessi di chiedergli e in seguito non ne avrei mai più avuto occasione.
Il suo atteggiamento mi parve, e mi sembra ancora, una vera e propria esagerazione. Non che non vi fosse, ancora una volta, del vero. Cominciavo a notarlo anch’io. Forse grazie alle sue parole. Forse perché dopo quelle parole mi guardavo con più cura e più attenzione. Forse per qualcosa d’altro che non so e che non credo poi abbia questa grande rilevanza. Certo che un po’ di ragione ce l’aveva anche Lui; povero caro. Un’altra po’ ce l’avevo certamente anch’io: una donna deve piacersi e basta. Non ci sono mezze misure.
Gli occhi avevano la tendenza a farsi piccoli e a sparire. Il candore della pelle, della mia pelle così liscia e delicata, si era fatto pallore e trasparenza. Apparivo quasi smunta come poco in salute. La bocca si era fatta piccola. Anche se questo può sembrare un pregio a volte non è sempre vero, e si era fatta troppo piccola. E poi anche il viso si era allargato senza diventare più allegro. Sembravo d’improvviso sovrapeso. E a causa delle sue parole, inopportune e forse anche un po’ indelicate, avevo preso a piacermi meno. Sempre meglio di prima, certo, ma meno di come durante in quelle ore mi ero vista allo specchio. Era vero.
Ma fra questo e dire, come faceva Lui, che faticava ad abituarsi a quella donna. Che anzi non ci riusciva. E oggi non so dargli torto, ma è facile dirlo oggi. E poi allora poteva ancora fare un po’ più di quel niente. Era solo un’inutile esagerazione la sua. Era troppo facile così. Anche se io ero, e ormai lo vedevo, come una cosa incompleta. Non finita e lasciata a metà. Io ero certo migliore di quella prima. E anche, per molti versi, più interessante. Direi più intrigante.Ecco… si! quella è proprio la parola giusta.
E la nostra vita proseguiva uguale a sempre e monotona ma gli ero un po’ più estranea. Solo un poco: valli a capire gli uomini. Ma come si può parlare così della propria moglie? E poi dirlo proprio a lei; quando poi si è anche in parte responsabili della cosa? Se almeno fosse stato zitto. Poi mi sembra, ma non ne sono sicura, dovette assentarsi, nei giorni successivi, più a lungo del previsto e più del solito. Sempre il suo maledetto lavoro. Mi sentii abbandonata. Ma, lì per lì, niente di rilevante mi sembrava fosse avvenuto. E forse infatti nulla di importante era avvenuto o almeno, come sono portata a pensare oggi, non ancora avvenuto. Affrontai la situazione prendendo il toro per le corsa, mi si scusi il paragone, e mi feci coraggio da sola. Nel momento del vero bisogno gli uomini mancano sempre.
Si sa come siamo fatte noi donne. Un poco frivole, e un poco instabili. E’ questo il bello. Ma quando serve caparbie. E cercai di risolvere quel mio piccolo caso; perché così proprio non mi piacevo. Non ci riuscivo. E allora mi ci misi proprio d’impegno, di buzzo buono; mi ci intestardii sopra. Ma, qualunque cosa facessi, non riuscivo a venirne a capo. Cosa c’era che non andava? Io sapevo abbastanza bene, credo, cosa andava. Se non mi piacevo l’abito non ne aveva troppa colpa. Con altri era anche peggio. La pettinatura? anche quella andava. Cosa c’era che non andava? O meglio, anche questo lo sapevo bene, era in me qualcosa che non andava; ma allora come risolverlo? Forse da sola non ci sarei mai riuscita. Questo è certo.
E’ strano come a volte la soluzione è così vicina che non si riesce assolutamente a vederla. Ce l’hai lì, a portata di mano, lì proprio sotto il naso eppure… Ma dopo, e solo dopo, allora ti chiedi come hai fatto a non accorgertene, ma dopo è facile, come avevo fatto a non capirlo subito, a non accorgermi? Era il trucco che non andava più bene con quel mio nuovo colore di capelli. Con il mio nuovo look; adesso si usa dire così. Avevo dovuto aspettare di sentirmelo dire dall’estetista prima di capire quello che avevo davanti agl’occhi in ogni istante. Certo che era il trucco. Come potevo pensare di fare lo stesso medesimo trucco se ora i miei capelli erano così biondi. E poi di quel biondo.
Nei giorni successivi non avemmo modo, come si dice, di vederci molto, anzi niente; succede col suo lavoro, oggi è qua, domani è là. Anzi, per dirla tutta, succedeva che oggi era qua e domani era là. Ed era più spesso là. Mi ero anche un poco sentita abbandonata davanti ai miei problemi. Sola con le mie angosce. Con i miei dubbi. Come forse ho già detto. Forse per fortuna perché mi ero fatta irascibile. Penso sia comprensibile quando si è davanti ad una questione di cui non si riesce a venirne fuori. Che non si riesce a sbrogliare. Di cui non si sa venire a capo. Ma bisogna anche capire la mia situazione di allora. Si rischia di diventare matta quando si è così sola, come ero rimasta io, e non si ha neanche nessuno con cui sfogarsi.
Si trattava, infine, solo di adattare il trucco del viso. Niente di più facile. Per il resto c’era tempo. Ma in quel momento la questione importante era adattare quel trucco inadatto; impersonale e scialbo. Può far miracoli più di quello che si può credere un trucco appropriato. A volte basta niente. Come cominciai a cambiare il colore della matita, scegliendone uno più scuro, e a ingrossare il tratto già si notava, con molta evidenza, la differenza. Gl’occhi son sempre una parte importante di una donna.
Non per darmi importanza, o per non essere modesta, ma gl’occhi, quei miei occhi chiari che erano sempre stati un po’ slavati, un po’ anonimi, presero subito lucentezza, presero profondità. I miei occhi chiari, anzi non abbastanza chiari ne abbastanza scuri, impararono a sorridere naturalmente. Per lui acquistarono anche malizia, come mi disse in seguito; ma questo non mi sembra proprio che si possa dire e non è argomento del contendere.
Non che tutto possa riuscire facile al primo colpo. Ci volle un po’ di tempo. Ebbi bisogno di un po’ di prove per trovare il risultato giusto. Per giungere al risultato finale che ancora oggi si può ammirare. Fui costretta a procedere a tentativi, ma nessuno nasce maestro; certo. Un rossetto d’un rosso un poco più carico. Un poco più rosso. Anzi un rossetto d’un rosso carico fino ad allargare la bocca e a farla sembrare più carnosa. Le sopracciglia sottolineate; irrobustite. Un velo, ma solo un velo, di fondotinta. Una spenellata ad affusolare il viso. Tanto per dare un po’ di colore. Tanto per togliere quel bianco cadaverico. Il mascara nero o blu.
Per il vestire fu diverso. Non è così semplice come andare in una profumeria e acquistare l’occorrente per poi fare le prove a casa che tanto se sbagli non è per gran che. Basta che ti strucchi e ricominci. Era anche difficile, all’inizio, spiegare che volevo cose che mettessero in risalto la mia figura senza con questo essere troppo sfacciate. E i commessi poi, pochi sanno fare il proprio mestiere. E’ una categoria dove ci sono troppi improvvisati. E non sanno nemmeno quello che hanno in negozio. E cose morbide e corte quel tanto da scoprire leggermente le mie gambe; volevo.
Il nero poteva andare per la biancheria. Certo! Con molti pizzi; meglio. Cose eleganti veramente, naturalmente; di classe. Trovai anche dei graziosi completi blu elettrico lucidi e altri color carne che sembravano non esserci ma cosi delicati e con merletti come sussurri. Sono quelle cose che ti viene la voglia di accarezzarti da sola. Cose che sotto gli abiti spesso scompaiono e sono preziose anche per questo. Alcuni slip erano piccoli come non pensavo si potessero fare, altri erano a coulotte con gamba larga. I reggiseno, grandi e piccoli, dovevano confermare la morbidezza perfetta delle mammelle. Avrei anche potuto farne ancora senza. E a volte lo facevo e lo faccio, come oggi, ma se lo metto deve almeno esaltare le forme.
Le calze solo un velo o a rete. Riga dietro naturalmente. Scurette e naturalmente sempre più spesso le giarrettiere. Non si poteva proprio farne senza; oramai. Io, d’altronde, ho gambe che posso anche mostrare. Di cui non mi devo certo vergognare. Le gambe sono sempre state una delle mie parti migliori. Anche se neanche il resto… Le mie sono gambe che cantano. Quante donne me le guardano e me le invidiano? E anche il resto naturalmente. E poi non sta certo a me dirlo. Mi sembra di non aver proprio bisogno di doverlo dire da me.
Ma per gli indumenti sopra, esterni per così dire, dovevo per forza essere più esigente. Meglio evitare risultati che possono poi sembrare melodrammatici o anche funerei. Per scarpe e vestiti non fu così semplice. Volevo appunto cose piene di garbo pur non restando anonime. Eleganti. Evidenti ma non appunto sfacciate. Appunto: senza apparire sfacciata volevo essere guardata. E quale donna non lo vorrebbe? eppure non mi sembrava di chiedere molto. E non è certo facile trovare cose di quel genere. Una se ne accorge solo nel momento in cui le cerca.
No! non c’erano altri problemi. Anzi, era anche molto che non compravo qualcosa di veramente bello per me. E ne avevo proprio bisogno. Le donne si intristiscono quando non hanno niente di nuovo che gli piaccia da mettersi addosso. E poi hanno bisogno ogni tanto di andare a fare spese. Magari solo per comprare anche qualcosa che non gli serve a niente e poi lasciarla là. Ma di comprare eppure qualcosa. Questo semplice gesto ridà sempre loro serenità; riporta in loro il sorriso. La vita è già abbastanza grigia per conto suo. Credo sia stato inventato per loro, e per questo, l’andare a negozi. Le mie scelte si indirizzarono prevalentemente verso il rosso acceso, il nero e il blu e tendevano a evitare i colori non precisi. Comunque erano tutte cose corte sopra il ginocchio e attillate; con scarpe a tacco alto.
E poi ci mancherebbe altro che, con la nostra posizione, con la nostra situazione, mi avesse rinfacciato anche quello. Ma se non avevamo mai avuto nemmeno il
più piccolo problema finanziario. No! questo, devo dirlo, non è mai successo. E non deve succedere; ci mancherebbe altro. E poi non dovrebbe essere orgoglio anche del marito avere una moglie bella ed elegante? Io l’ho sempre pensata così e niente potrà mai cambiarmi da questa idea. Così persi del tempo per i negozi ma non era tempo veramente perso. Ma se persi del tempo sapevo fin dall’inizio che non sarebbe stato per niente, che il risultato mi avrebbe completamente ricompensata. E già andando mi sentivo appagata; con il solo andare. E’ sempre così. E avevo ragione, alla fine mi sentivo veramente soddisfatta di me. Mi sentivo completamente realizzata. E’ una sensazione che si può solo provare. Per il resto niente di importante era veramente cambiato nella mia vita.
Come dicevo non ci siamo visti molto in quei giorni. Anzi, per nulla. Mi sembra proprio, se mi ricordo bene, che Lui sia stato in giro per lavoro tutti quei giorni; senza mai rientrare neanche la sera. Sempre e solo in giro ininterrottamente. Poi quando tornò, mio marito, sempre Lui, mi disse solo qualcosa del tipo “Guarda lì la dolce mogliettina, e chi l’avrebbe mai detto?” e niente più. E forse questo a Lui doveva essere sembrato un complimento. Per un momento fui delusa ma passò in fretta.
Forse quel mogliettina, soffiato così, suonava un po’ osceno. Ricordo ancora il sorriso con cui disse quelle parole. Un sorriso che ancor adesso non so qualificare. Se mio marito si trovava, dopo tanti anni, sposato con una donna diversa… In questi giorni sono dieci anni che stiamo assieme. Dieci anni senza il minimo screzio. Solo quelle piccole cose prive di importanza. Dieci anni ad andare d’accordo. Stupida non lo sono mai stata. Dal punto di vista estetico penso non abbia mai avuto nulla di cui rimproverarsi ne di cui rimproverare la sua scelta. Dieci anni anche senza stanchezze; almeno apparenti. Se mio marito si trovava, dopo tanto tempo, sposato con una donna diversa sembrò, dicevo, adattarsi subito. D’altro canto credo che dovrebbero augurarselo tutti.
Anche lui cambiò e in maniera non minore della mia. Perché è facile giudicare, è facile condannare quando si tratta degl’altri. Più avanti gli chiesi cosa era successo. Tornai spesso, insistentemente, sulle sue parole di quei giorni. Certo che non fu facile ma io glielo chiesi lo stesso. Lui mi rispose allora che non sapeva. Che gli sembrava che qualcosa fosse cambiato di me. Era come se qualcosa si fosse così volgarizzato nei miei tratti. Anzi, non proprio volgarizzato; anche per Lui era difficile da spiegare. Si era, come definire quella trasformazione? era diventato più licenzioso. Proprio così disse; più o meno. Certo che ora il cambiamento piaceva anche a lui; lo convinceva appieno.
Prima parlò di malizia, poi di licenziosità. Forse ad un certo punto usò anche il termine lasciva o qualcosa di simile ma non ne potrei essere certa. Licenzioso, disse, del mio aspetto; e intendeva parlare certamente di qualcosa che aveva a che fare col sesso. Lo capii subito. Per certe piccole cose, noi donne, abbiamo un sesto senso. Anche se Lui, quando vuole, è uno che sa parlare. Che con le parole porta a spasso. Non uno scemo qualsiasi, voglio dire. E’ per questo, forse, che Lui con le parole, per fortuna, e per fortuna bene, ci mangia. Mica sempre io lo riesco del tutto a capire; questo lo devo ammettere. Forse doveva fare l’intellettuale. Ed è per questo, forse, che è un tipo così strano. Affascinante e strano. Strano che a volte sembra confuso. Non bello, no! affascinante.
Per farla breve, certo è che dopo cena volle andare subito a letto. Può sembrare una cosa normale, naturale; con una donna come me. Ma normale non era. Almeno non era così tra noi. Bisogna aggiungere, per la precisione, che era mercoledì e non succede spesso, anzi mai, che mio marito rinunci alla partita. Solo così si può capire l’importanza della cosa. Infatti quella era la prima volta che lo faceva. Tanto che io credetti di essermi sbagliata e che non fosse mercoledì. Guardai anche il calendario. Invece era proprio mercoledì. Non che io mi intenda qualcosa di calcio. Non me ne sono mai interessata e non mi importa nulla. E lui rinunciò al suo mercoledì per quel mercoledì che Lui, che ha la mania dei films, direbbe “un mercoledì da leoni”. Anzi, non accese per niente la televisione.
E fu proprio un mercoledì da leoni; devo ammetterlo. E poi è giusto dare a Cesare… insomma quella cosa lì. E io non voglio certo sminuirlo davanti agl’occhi di nessuno. Dirò di più: niente era mai stato così come quella sera, cioè, non era mai stato, per me, mai come fu quella sera. Non avevo mai creduto che l’amore, nel senso di fare all’amore, potesse essere così bello e così intenso. Era stato proprio il massimo.
Aveva trovato forze che mai avevo creduto possedesse. E mi è piaciuto tanto. Ma tanto quanto? tanto tanto. Mi è piaciuto veramente tanto. Tanto che mi sono trovata a chiedermi: e allora cosa avevamo fatto prima? Prima fino a quella sera? In tanti anni? Ma c’era anche il sentimento. Quello s’intende. Prima; cosa? forse l’entusiasmo. Qualcosa doveva pure essere mancato. Naturalmente, qualcosa doveva essere mancato. Ma quanto entusiasmo; è difficile descrivere. E credo mi sia persino, spero mi sia scusata la volgarità, scappato di gridare.
Mio dio! non avevo più energie. Neanche mezza. Ero restata lì senza fiato. Senza fiato ne respiro. Ero solo restata lì tutta sudata e guardavo l’uomo. Quell’uomo che non era mai stato tanto uomo come allora. Ero tutta molle. Le ossa erano molli. Come fossi una bambola di pezza. Come uno straccio senza alcunché che lo possa sostenere così che pencola e si affloscia. Insomma ero così. E lui si è alzato per andare a fumare in salotto. Ed è andato a fumare in salotto. Mi ero tutta bagnata di sudore; a dire il vero, anche se provo ancora vergogna nel riferirlo, vergogna come una scolaretta, sudore ed eccitazione.
Ma prima di uscire dalla stanza, intendo dalla nostra camera, si fermò presso il comodino per raccogliere le sigarette e l’accendino. Da sotto la lampada raccolse sigarette e accendino e pose i soldi. Li appoggiò e uscì. E io li guardai e in un primo tempo non capii. Quando rientrò mi disse che ero stata brava e che erano per me, proprio e solo per me e me li porse. Allungai il braccio e li presi distrattamente. Li guardai distrattamente e stavo per riporli.
Ma poi guardai quanti erano. Non erano molti. Per prendere qualcosa non erano in verità molto. Mi sembrarono invece, in quel momento, parecchi. Per niente erano sicuramente parecchi; questo mi sembrava allora. Ma stranamente la cosa non mi parve strana. Era solo che ancora non riuscivo a capire. E neanche dopo che me lo spiegò non riuscivo a capire. Allora ero stata brava. Molto brava? Lui diceva di si. Era stato molto contento di me. Eppure mi sembrava assurdo essere pagata e pagata poi per una cosa che mi era piaciuta così tanto.
So che questo può sembrare puerile. Forse anche sciocco, soprattutto detto oggi. Ma quelli furono, ne più ne meno, i miei primi pensieri. Ma torniamo ai soldi; i miei primi soldi, perché questo è importante. Li infilai sotto il cuscino e dormii tranquilla. Ci dormii sopra. Ma cos’erano infine quei soldi? Forse un segno. Forse un pegno; e io non lo avevo capito. Forse Lui credeva che questo gli avrebbe dato un qualche diritto. In base a quale strano disegno o ragionamento non lo sò proprio e non potrei perciò dirlo. Un segno che, quello si, cambiò la vita di entrambi. E quanto l’avrebbe cambiata solo ora posso dirlo.
Oggi, se ci penso, anzi… no! sarei bugiarda se dicessi così, e in questa storia certamente nessuno più di me ha interesse che tutto sia chiaro: E io voglio che tutto in questa benedetta storia sia chiaro; sia preciso. Da quella volta mio marito non fu mai più trattenuto fuori. Ne il lavoro ne altro lo trattennero più fuori nemmeno una sera. Certo guadagnava meno ma ogni sera era con me e ogni sera era come quella sera. Come quel mercoledì sera. Non che me ne dispiacessi; anzi. Lui guadagnava meno ma quel che guadagnava per noi era sufficiente e inoltre io, per così dire, guadagnavo di più. Avevo soldi solo miei, solo per me. Cominciai a racimolare un bel gruzzoletto che quasi avrei dovuto cominciare ad occuparmi di come impegnarli.
E ogni sera lui ripeteva quella sera, e ancora meglio, se fosse stato possibile. Aveva scoperto una fantasia di cui fino allora sembrava privo. Superava perfino il ricordo. E ogni sera lasciava i soldi sul comodino; naturalmente. E ogni sera, senza ormai chiedergli più niente, senza più aspettare, li infilavo sotto il cuscino. Oppure, se Lui era lì, che mi guardava con lo sguardo negl’occhi un poco spento e un’espressione soddisfatta, e questo succedeva, e se avevo qualcosa addosso, li infilavo sotto il reggiseno o sotto la sottoveste, fra i seni, a contatto con la pelle con un senso di profonda soddisfazione. Quei soldi erano proprio miei e solo miei.
Ma, devo aggiungere, in verità, anche che, prese a pretendere da me prestazioni che non si era mai permesso di chiedere. Non vorrei qui entrare in particolari; sono pur sempre cose delicate. Sono cose tra marito e moglie. Insomma! quelle cose che si fanno fra due che si amano. Che si dovrebbero sempre fare tra il marito e la moglie. Che spesso si fanno ma di cui non si parla che fra donne. O fra uomini; credo. Che sembra sempre facciano solo gli altri. E che troppe volte si fanno solo al buio. Insomma le cose dell’amore. Sono certa di essere capita.
E Lui sembrava avesse proprio perso la testa. Anzi, poverino, come si può dire? a volte pretendeva più di quello che poteva. E io, è naturale mi sembra, in fondo non è forse mio marito? e io credo che ogni donna si dovrebbe comportare così, e non c’è niente da vergognarsi in questo, e allora io cercavo in tutti i modi di accontentarlo. Ero sempre pronta. Sempre pronta per lui e per soddisfare ogni suo desiderio. Tutti.
Queste sono cose di cui una signora non parla con piacere. C’è sempre un po’ di pudore. C’è sempre un poca di vergogna. C’è sempre della riservatezza. E poi non si parla e basta. Certo che è ridicolo ma è così. Non che mi dispiacesse; certo. Non che fosse per me un vero sacrificio. Anzi era tutt’altro che un sacrificio. Devo ripetere ancora che anzi mi piaceva. Che continuavo a chiedermi cosa avevamo fatto prima di quella sera? e come avevo potuto accontentarmi di meno con Lui? Ma, già! le cose non si possono credere se non dopo che si sono conosciute. E io come potevo sapere? O forse solo non ci avevamo pensato. Cioè fino ad allora non avevo nemmeno pensato che si potessero fare. Temo ci siamo molte coppie che hanno un menage, come si dice, una…, possibile che non mi venga un termine italiano, Una routine stanca. Magari solo non lo vogliono ammettere. Ah si! ecco… un’abitudine.
Non che prima ci fosse qualcosa che non andava. Anche a voler guardare bene. Eravamo solo un po’ mosci. Solo non ci avevo mai pensato. Semplicemente non ci avevo mai pensato. E poi Lui non me lo aveva mai chiesto. Non so perché, so solo che Lui non me lo aveva mai chiesto. E forse ho sempre pensato che non dovevo essere io. Eppure è tutto così naturale. Non c’è niente di male quando si fa all’amore. Nulla dovrebbe essere vietato quando si fa all’amore. Non ci si dovrebbe vietare nulla. Perché, come dicevo, non c’è nulla di sporco. Ma, ci mancherebbe altro, in questi casi dovrebbe essere Lui, il marito, l’uomo insomma. Ma mancherebbe altro! ma dove andremmo a finire?
Quando, per esempio, la prima volta me lo chiese, non ebbi nessun problema, e perché? avrei forse dovuto? per prenderglielo in bocca? Non ci trovavo niente di sconveniente. Era così naturale. L’unica cosa che potevo rimproverare a quella preghiera, a quella sua richiesta, a quella sua pretesa, poteva solo essere sul perché non l’aveva fatto prima. Molto peggio è quando ci si mente. O quando si ricerca un piacere che non è lo stesso per entrambi. Lo sapevo già da allora e lo avrei scoperto ancor più in seguito. Ma non ne feci parola; in quel momento è meglio non parlare.
E glielo presi in bocca. Tutte le donne lo fanno. Tutte le donne ne parlano apertamente con disprezzo. Come se loro no; mai! scherziamo; le altre paiono a dir poco sfrontate. Tutte le donne lo fanno. Altro che scherzi. E come me ci trovano gusto. Altroché se ci provano gusto; e tanto anche. Da un senso di potenza, di imperio; ma da dove mi vengono certe idee? comunque può solo sembrare strano che non lo avessimo ancora mai fatto. Comunque, al dunque, problemi zero. Anzi amavo sentirlo sul palato. Amavo e mi sentivo potente. E amavo ancor più, o forse no, la sua bocca su di me. E hanno un bel dire le donne, ma quale donna non ama sentire l’uomo pendere dalle sue labbra.
Forse mi sono un po’ lasciata trascinare, più di quanto avrei voluto, io che sono sempre stata così riservata. Ma ormai quello che è detto è detto e poi per spiegare le cose bisogna pur usare delle parole. Spero di non aver esposto niente di sconveniente. Soventemente sono le parole che volgarizzano le cose. Ed era come se, con Lui, lo avessi già fatto. Se lo avessi sempre fatto. Ero brava e anche sicura. Anche lui me l’ha detto. E anche le altre cose. Come quella volta che aveva voluto che lo facessimo sulla lavatrice mentre quella era accesa e io mi ci sono seduta sopra. Onestamente fu lui a farmi capire quanto ero un’amante… meravigliosa. Non che avesse poi tanta fantasia. Non che avesse scoperto improvvisamente chissà quale fantasia. Non credo poi ci sia ancora molto da inventare a riguardo. Forse solo all’inizio lo pensai come un buon insegnante e gli fui grata; piano piano ebbi la giusta misura dei limiti delle sue conoscenze al riguardo e della sua fantasia. E forse Lui, in fondo, è un metodico; e anche un poco noioso. E qualche volta aiutavo io la sua fantasia. Ma lasciamo stare questi particolari che non ci portano a niente. Che non servono a niente. Che dovrebbero rimanere riservati. Ne ho parlato solo per far capire che non aveva nulla di cui lagnarsi.
Parlavamo meno, questo si, questo è certo, e solo prima di cena. Proprio per questo; avevamo meno tempo. Meno tempo per noi, intendo. E io non mi sono mai interessata di politica. Non ne ho mai capito gran ché. Di sport non avevo mai voluto capirci e non intendevo farlo da allora. Non riuscivamo neanche a parlare, come prima, dei fatti della giornata. In un certo senso aveva come fretta. E nei primi tempi non parlavamo mai di quello che mi avrebbe fatto. Non che non gli avrebbe fatto piacere. Penso invece che si! che gli avrebbe fatto piacere. Anzi lo so per certo, come vedremo in seguito, ma andiamo con ordine. Ho però sempre rispettato, anche forse troppo, forse in modo eccessivo, quello che Lui voleva; i suoi desideri. E sembrò che, d’un tratto, quanto riguardava l’amore non avesse alcun rapporto con il resto della nostra vita assieme. Non dovesse avere più nessun contatto. Anche perché inseguiva quei momenti in modo febbrile. Solo una volta mi disse “Preparati, stasera voglio farti impazzire.” e poi, al dunque, la sera mi chiese “Cosa vuoi che ti faccia?” e io mi sentii autorizzata a dirglielo senza imbarazzo. Ma proprio quella volta andò, per dirlo con delicatezza, meno bene del solito. Escludo di aver preteso troppo. Che siano state le ostriche? non sò! certo quelle o altro se l’era proprio voluta.
Bastò poco e ci affiatammo in modo incredibile. No! non aveva nulla di cui non essere soddisfatto; ne sono certa. Certo, nemmeno io, ma Lui meno che meno. Certo che mi pagava. Come mi sembra ora assurda la sorpresa e meraviglia di quella prima volta. Certo che mi pagava ma era naturale che mi pagasse. Forse non mi guadagnavo quei soldi? Non ero brava abbastanza? Ero molto brava; non c’è possibilità di smentita. E Lui era molto contento; molto contento e soddisfatto di me. Di quella donna che gli dava più di quello che Lui riusciva a immaginare; e sognare. Di quella sua donna che Lo chiamava coi nomi più turpi; come avevo imparato a fare in seguito. E si fosse accontentato anche solo del “chiamarlo”… Che si definiva, come a Lui piaceva, con gli epiteti più turpi e più tonici. Che lo faceva sentire uomo, ma veramente uomo. E questo, si può dire quello che si vuole, ma questo non ha prezzo. E avevo ormai acquistato una confidenza, una completa confidenza con quella parte di Lui. E Lei con me. E nemmeno questo mi sembra poco.
Certo me li guadagnavo quei quattro soldi che lui mi dava. E allora perché avrebbe dovuto essere differente; con lui. Non mi pagavano forse anche gl’altri? Già! questo a lui poteva anche risultare nuovo. Se qualcosa c’è da dire, su questo ultimo particolare, è solo che non sò ancora oggi se all’inizio, quando cominciai a farlo, con gl’altri intendo, inseguivo, anche con loro, quel piacere che per me era ancora nuovo, che avevo appena scoperto, e che con loro però dovevo in qualche modo dissimulare, trattenere, oppure se, invece, cominciavo ad apprezzare quel poco (ma poi non tanto) di benessere in più che i soldi così guadagnati mi davano.
I soldi? Certo, i soldi non ci erano mai mancati, ma ha un altro sapore possedere soldi propri. Soldi che, bene o male, non si devono chiedere. E’ così! Anche quando non si devono chiedere espressamente. Anche se non avevo mai avuto modo di affrontare spese che ci sbilanciassero tanto. Anche se, al limite, mi bastava staccare un assegno. Nelle mie condizioni uno può sempre un giorno sognarsi e chiedere per cosa quell’assegno o quell’altro. Ha un altro senso, comunque, togliersi i propri capricci con soldi propri. Con soldi guadagnati da sé. Ci si sente anche meno mantenuta, non nel senso cattivo del termine. Più libera. Più donna. Meno inutile. E poi i soldi erano il meno. Con gli altri inoltre era anche differente e in più era anche un po’ colpa sua. Aveva cominciato e chiedermi le cose prima e a prometterle, ma più chiedeva e prometteva meno manteneva. Pagava ma cominciava a faticare. E forse chiedeva e prometteva solo per aiutarsi.
Avevo avuto il fiuto di cominciare questa nuova attività nel momento giusto; di cogliere l’attimo in fuga. Credo di aver sempre avuto il fiuto per gli affari ma forse non mi era mai interessato. Fui anche spronata; si! anche questo è vero, ma non fu questo a risultare decisivo. Ho sempre destato… interesse. Ma avevo anche sempre pensato all’amore come sentimento. E ancora oggi non mi sembra questo un peccato grave. Da ragazza ti fai ben strane idee e poi, ripeto, come potevo prima immaginare che fosse così? Forse non avevo mai considerato come così tante persone abbiano bisogno di affetto e quante si sentano nel profondo sole. Non che mi consideri una benemerita perché non c’era sacrificio in quello che facevo.
Acquistai allora un appartamentino non molto lontano da casa. Anche se non si guadagnava moltissimo non ci si poteva lagnare. Così presi questo appartamentino. Una cosa piccola s’intende. Senza esagerazioni. Senza sfarzo ma ben arredato. Piccolo e coccolo. Una spesa che non cambiava gran ché. In un condominietto dove provvedono a tutto. Non so perché ma non mi andava l’idea di farlo in casa. Di portare estranei dentro casa nostra, forse sono solo manie ma io ci tengo al decoro e poi amo siano distinti i luoghi. Non mi piaceva farlo in casa. Non mi sembrava carino. Non mi sembrava serio. Anzi mi sembrava quasi una mancanza di rispetto nei suoi confronti; quante delicatezze sprecate invano. E non potevo ormai più certo farlo in macchina, non solo per comodità, ma anche per decoro. E poi, insomma, non potevo proprio. Inoltre era proprio tempo che mi sistemassi anche sotto quel profilo.
Sì! non è la stessa cosa. Da questi nuovi rapporti sociali che avevo allora cominciato a instaurare capii presto i loro limiti. Scoprii quanto poca in fondo fosse la sua… fantasia, come ho detto. Certo che ci misi anche del mio ma questo mi fu utile sicuramente perché non si inventa niente. Ma non gli ho mai fatto pesare ciò ne, se vogliamo dirla tutta, il fatto che fosse anche un po’ impacciato, anzi proprio imbranato. Certe cose forse a lui non sarebbero nemmeno mai passate per l’anticamera del cervello e lasciamo stare i suoi limiti… diciamo dove non arrivava. Sopperivo con la tenerezza e poi non mi mancavano ormai certo le alternative. Dal quel momento ebbe, se è possibile, una moglie migliore perché erano rapporti diversi, vissuti diversamente; perché mi completavano e mi rendevano più soddisfatta di me.
Certo poteva succedere anche a me, a volte, di essere stanca. No! non posso rimproverarmi proprio nulla neanche da questo punto di vista. Non avevo cominciato a trascurare nulla; anzi. Avevo preso da allora una donna delle pulizie che mi aiutasse nei lavori di casa. E la casa era anche più in ordine di prima, se questo fosse stato possibile; beninteso. Era una signora anziana, la signora Giovanna. Un nome così comune dalle nostre parti. Un nome da donna delle pulizie. Ma era brava la Giovanna. E arrivava sempre puntuale. Era una signora anziana con due figli e i figli sono figli, oggi come oggi. Ma era brava e puntuale. E poi sapeva fare il suo mestiere e stare al suo posto. E’ stato buffo scoprire che uno dei suoi figli, il maggiore naturalmente, veniva a spendere da me quei soldi che io davo alla madre; che davo a quella povera donna. Ma anche molto tenero. E io alla madre non ebbi il coraggio di dire nulla.
Non era per niente invadente ne curiosa, la Giovanna. Aveva ormai le chiavi e quando rientravo la casa era tutta in ordine. Linda e pulita come nella favola. Un nido d’amore per due innamorati. Tanto che è ancora con me. Ripeto che non mi posso rimproverare niente neanche per la casa. Imparai anche, sempre dalla Giovanna, alcune ricette. Di quelle ricettine da leccarsi i baffi; e anche tutto il resto. Io ero orgogliosa di me. E lui non poteva non esserlo. Mangiava come un re e amava come un principe e come un villano, ovvero amava da doversi dichiarare soddisfatto pur nei suoi limiti.
E poi no! non che non ci siano altre spese; anzi, tutt’altro. Anche per stampare cinquemila bigliettini da visita. A proposito; cosa ho scritto? “consulente”. E cosa dovevo far stampare? Non mi è venuto niente di più appropriato. Massaggiatrice mi sembrava inadatto, fuori luogo, falso, volgare e abusato. E poi bisogna prestare la massima attenzione anche ai minimi particolari. Gli uomini non riflettono mai a sufficienza. Vedono, poveri ciechi, solo il risultato complessivo e finale. Ma prendiamo ad esempio un cappello a falda larga di foggia leggermente maschile. Non si può immaginare quanto sia intrigante un cappello. Quasi tutte le donne ne trarrebbero vantaggio. Quasi tutte possono incuriosire con un cappello. E lasciamo perdere la personalità e il portamento; quelli mica si comprano facilmente.
E’ questo che non riesco a capire: Lui non poteva avere proprio nulla per essere scontento. Aveva una donna disposta a tutto. Una donna che lo accontentava in tutto. Una donna anzi che aveva ancora da insegnarli tante cose. Ed ero anche comprensiva. Perché, qualche volta si sa, non sempre va come si vorrebbe. E allora una donna comprensiva è sempre un porto dove rifugiarsi. E poi, non una donna comune. Non faccio per dire ma credo che un corpo come il mio, così perfetto e morbido, un corpicino perfetto e senza nessun cedimento, non sia poi così facile a trovarlo. E io ho cura di questo mio corpo.
Ed era contento di me. E allora perché? mi chiedo ancora oggi. Non era forse vero che avevo continuato a cercare di accontentarlo sempre? Non era pur vero che i nostri rapporti non erano cambiati? Anzi erano decisamente migliorati? Che gli facevo sempre da mangiare? Che aveva sempre continuato a trovare le sue camicie pulite e stirate; e tutte le cose in ordine? E non dimenticavo quello che gli piaceva? E anzi, come ho già detto, la mia arte, anche in cucina, era in quei giorni migliorata. E allora cosa poteva desiderare di più? Io credo niente.
Ma questo dover raccontare le nostre cose mi emoziona e mi imbarazza; per questo faccio questa confusione terribile. E non è forse vero che, qualche sera, per quanto stanca potevo essere, e sicuro che ne avevo le mie buone ragioni per esserlo, stanca, e qualche sera lo ero veramente stanca, e stanca da morire, e mica per niente; ma non è forse vero che non gli avevo mai detto di no? E allora? Certo che è vero. Vero come il fatto che sono qua. Vero come è vera tutta questa assurda storia.
E’ per questo che non riuscivo a rendermi conto perché improvvisamente quella sera, proprio quella sera e non un’altra sera, improvvisamente, e solo lui, avesse deciso di non pagarmi più. Non se ne era dimenticato. Me lo disse anche. Non si era semplicemente dimenticato di mettere i soldi nel comodino. Aveva proprio deciso così. Perché naturalmente, dopo il primo momento di comprensibile imbarazzo, anche per Lui, perché poi queste cose non sono belle per nessuno, io glieli avevo chiesti. Ma Lui si era detto deciso. Ma Lui si era ostinato. All’improvviso si era ricordato che ero sua moglie. Cosa vuol dire? Che a una moglie non si a da portare rispetto, forse?
E poi per quell’assurda argomentazione che non voleva pagare ciò che a lui sembrava spettargli di diritto. Che non lo trovava più giusto. Ma poi per quale strano e bizzarro diritto? Ma dove le scova certe idee? No! così a me non poteva proprio più andar bene. Quale diritto? Ma questo non può essere un motivo valido. Dovrei anche aggiungere e dire che il suo era, ormai, un …prezzo di favore. Un prezzo su cui, solo per delicatezza, non ero tornata. Che era quasi offensivo. E’ vero che l’avevo fatto per tanto tempo così con Lui. Tutt’altro. Mi si perdoni il termine. Ma mi ero fatta, ma si! lo devo proprio dire, sbattere abbastanza per niente. E dire che per Lui facevo anche un’eccezione: lo facevo in casa.
E poi era già da un po’ che volevo ritoccare, adattare quel prezzo. Così, non per cattiveria ma, si può capire, sono stata costretta ad essere chiara. Sono stata proprio, da Lui, tirata per i capelli. E allora, anche la persona più buona, più santa al mondo… cosa può fare? Ero stata chiara: ne avanzavo una e da quel momento non l’avrebbe più avuta finché non si fosse ravveduto. Finché non fosse tornato regolarmente a pagare. E prima pagare quella arretrata, ben inteso. E pagare anche prima questa volta; perché quando una persona con un minimo di cervello è rimasta scottata una volta naturalmente cerca di non esserlo più. E’ non c’erano balle che contassero. E pagare quello che pagavano tutti. Fine dei prezzi di favore.
Lui invece ha perseverato in quella sua decisione. In quella sua assurda e offensiva, direi, pretesa. E’ incredibile e mi vergogno dirlo; e fra marito e moglie poi. Ma è vero; non ho più visto quei soldi. In parole povere il debito non è, ancora a tutt’oggi, stato, mi sembra che si dica così, onorato. Continuo a vantare nei confronti di mio marito quel debito sul quale, si certo, avrei potuto anche benevolmente sorvolare, anche perché per una volta, non mi avrebbe rovinato di certo, sarei rimasta quella signora lo stesso, ma questo, oltre tutto, avrebbe creato un precedente e poi ormai era diventata una questione di principio anche per me.
Non è per avidità; beninteso. No! Non sono mai stata, io, attaccata al denaro. Poi potrei anche lasciarglieli quei maledetti quattro soldi. E poi quante volte non gli ho preso qualcosa con i miei soldi. Anche la cravatta che indossava ieri, solo per fare un esempio, gliel’ho presa con i miei soldi. E con quali altrimenti? Ma quei soldi erano e sono miei. E quei soldi Lui me li deve dare. E poi fra noi che eravamo sempre andati d’accordo. Fra noi che non c’era mai stato il minimo screzio. E anzi non eravamo mai andati bene come in quei momenti. Perché voleva rovinare tutto per così poco?
Ero ancora certa che si sarebbe convinto, che avrebbe capito, che si sarebbe ricreduto. Che sarebbe tornato da me chiedendomi scusa. Ma mi sbagliavo. Si era talmente intestardito che era disposto a rinunciare a me piuttosto che cedere. Non lo facevo così deciso. Non lo facevo così testardo. E questo mi da un grande senso di sconfitta e di frustrazione. Credevo di valere qualcosa di più per Lui. Ma come può un uomo rinunciare a una come me per due miseri franchi? Rinunciare a tutto questo… ben di dio? O sono io a non capire o il mondo si sta rovesciando.
Ci sono tante cose che rendono i rapporti con il coniuge diversi, questo è vero. Anche è vero che non ci sono le stesse spese, che tutto , con gl’altri, era ed è a spese mie. Ciò non toglie che ora penso, ritengo con ciò di essere stata ingannata, profondamente ingannata, gabbata. Tornando a quel rapporto il pagamento era condizione naturale. Il pagamento era semplicemente una clausola che, tacitamente accettata, doveva essere considerata come condizione vincolante senza la quale sarebbe sicuramente venuto a mancare il mio consenso.
E in realtà se solo avessi appena appena saputo che mio marito aveva anticipatamente cospirato al fine di non pagare per la mia prestazione. Ovvero, se avessi sospettato che lui, alla fine del rapporto, avrebbe trovato anche solo da ridire sulla forma con cui doveva essere regolato. Che, improvvisamente, chissà per quale maledetta e disgraziata riflessione… anche se poi era giunto a quella decisione solo dopo… certo allora non avrei assolutamente acconsentito. Che andasse pure dove voleva. Che tornasse pure ad andare fuori con quel suo lavoro. Che lo infilasse dove voleva. Che si arrangiasse pure da solo, al bagno, come un ragazzino. Mi vergogno di me e di tanta volgarità che non mi è certo naturale, lo posso giurare, ma il suo atteggiamento incomprensibile mi ha fatto proprio perdere le staffe; andare il sangue agl’occhi.
Questo a prima vista può anche sembrare un problema banale. Quante coppie non hanno problemi in casa? Ma in realtà la consenzienza della donna ad un rapporto di tipo sessuale resta elemento fondamentale per la definizione di quello stesso rapporto. Pertanto o mio marito recede dalla sua posizione e sana la sua condizione debitoria. Oppure, anche se la cosa mi ripugna, in questo caso, pur non in presenza di vera e propria violenza, anzi, per il resto, ci mancherebbe altro, si è sempre comportato bene, da signore intendo, anche con gentilezza, non mi ha mancato mai del minimo rispetto, forse un poca di freddezza, devo onestamente affermare che non si può che parlare di vero e proprio stupro.¹


1] Questo racconto, nato per la raccolta “Linguaggi”, di cui si potevano fare più post e forse era una soluzione più “gestibile”, è stato scritto non dopo il 19 marzo 2002.

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