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Posts Tagged ‘Summertime’

[nella realtà è stato scritto a 2 anzi più mani]
musicaUn pò di Jazz e un po’ NO e un po’ di tutto. Si parlava e un po’ ho come perso il filo. Cioè si parlava non qui ma in quel mondo strano e complesso che è Facebook (la Faccia del Libro o Il Libro di Faccia). Insomma io lascio andare i pensieri liberi, i ricordi balbettano ma, metto quattro parole e mi torna la musica. Il pretesto lo ha creato un amica ed era quasi una provocazione. Per i pezzi jazz mi rammarico solo perché in quasi tutti i casi non mi è stato possibile reperire l’incisione che avrei voluto. E si sa come particolarMente nel jazz questo sia importante. FondamenTale. DiversaMente non resta niente. Il un pensiero balbetta. Insomma solo un fiume che scorre. Insomma…
Un’amica dice: Non perché io ami il Che talmente tanto… Amo piuttosto Jan Garbarek, che ha fatto un capolavoro
Jan Garbarek – Hasta Siempre

E un’altra risponde: bella lotta, (nome)… diciamo che sono entrambi favolosi? ….grazie.
Risposta: …io opterei per il “lupo” Jan
Terza amica: i love him
Risposta [e andrebbe ancora tutto bene]: …I too, [nome]… un sassofono di velluto. Ed era da stamattina che avevo bisogno di musica
Io [incautaMente]: IO amo anche il Che. E questo è Charlie Haden con la sua “Liberation Music Orchestra (in realtà come si può vedere l’incisione è tratta da Crisis di Ornette Coleman) Song for Che:

Amica: …però, gli strumenti a fiato hanno un fascino
Lei (occorre precisare?): Sapessi quanto amo la voce del sax
Amica: …sei un’intenditrice
Io [la voce del sax… SIC, c’è qualcosa, dio, più banale?] a Lei: (Nome), ascolta Charlie Haden, un bassista che fa da propulsione a grandi artisti. Cosa mi dici di una tromba, esempio questa (come sai colonna sonora di un grandissimo film) Miles Davis – Ascenseur pour l’Echafaud (ho sempre amato questo pezzo e magari Lei non sa):

Lei: Oruni Bird… e chi se lo scorda.
Io resto interdetto: Oruni?
Lei: Vedo che non ricordi come lo chiamava Jak Kerouac in “On the road (notare il titolo del romanzo di culto in originale).
Io imperterrito: Intendi questo? E ci piazzo un bel [Charlie Parker in Ornithology]:

Io che pure insisto: O lo vuoi più intimistico (mi piace provocarla e soprattutto, quando possibile, vincere) E Rimetto il grande Charlie in Summertime (qui non si bada al risparmio, è tutto gratis):

Lei (ostinata): Vuoi dire che non era Davis ma Parker ad essere chiamato Oruni Bird? [ma io sto chiacchierando assieme alla musica, non insegno niente perché non so niente]:
Io (e va beh!): E perdona la mia immensa ignoranza. Per la memoria sai che… non c’è [figuriamoci poi si mi posso anche arrabattare in citazioni] e riaffermo: Miles mai stato chiamato Bird… Ma la memoria… ribadisco Maestrina.
Ma Lei è Donna e non si potrebbe mai dare per vinta, va da sé che… non si piega la testa: Va beh ti perdono, ma quel libro, proprio quel libro, lo sai che significa eh? [così a nessuno può sfuggire che siamo sessantottini cioè la nostra età cioè che diamo fiato alle parole di due vecchietti]:

P. S.
e poi magari ci ritroveremo ancora a parlare di musica e di altra musica.

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Cara Rossana
bustaOra come allora. Lettere che si inseguono. Che ci cercano. Questo siamo stati. Questo siamo ora. Ah! Le nostre canzoni. E anche quelle che non lo sono mai stateInutile spiegare a noi. Proprio a noiInutili le domande che chiedono e non vogliono risposte. E quelle che nemmeno chiedono. Inutili i giochi col tempo. Quelle carte della cabala. Il tempo non parla. Il tempo non insegna. Il tempo. E le sue cose. C’era un tempo. C’è sempre un tempo. E ti dici che non può essere più. E sai già che sarà ancora lo stesso. Perché non c’è un tempo che insegni. Né un tempo che ci difenda da noi. Il tempo è immobile mentre trascorre. Allora. Perché parlare ancora di allora? Perché noi siamo di quella materia e di quel passato. Perché pensiamo di venire da una qualche parte. Di avere un destino. Di andare in qualche luogo. Non accettiamo. Non ci rendiamo conto di essere immobili. Forse siamo solo delle pagine di un libro già scritto. Com’eravamo? Forse siamo solo noi capaci e incapaci di tradire noi stessi. E non ho bisogno di altri dubbi. So solo quello che sono. Che credo. Ora. Adesso. E più spesso siamo noi a non poter decidere. Così io non potevo non partire. Allora. «Non andare via». E la canzone, quella canzone, lo gridava con noi. Per noi. Dentro di noi. Ed era troppo presto. Doloroso e troppo presto. Doloroso di quel dolore che non si cancella. Doloroso in un abbraccio. Che ancora soffoca. Doloroso che nemmeno quell’abbraccio lo poteva lenire. Doloroso senza un vero addio. E tutto stava finendo. Si stava lentamente consumando. Ammalando. Un mondo intero. Si stava corrompendo. Lacrime le lacrime che annegavano i sogni. Che toglievano la luce. Che ci raccontavano oltre a quello che il pudore permetteva. Nel dolore. Nel pianto. Oltre ogni barriera. Più di quanto noi avremmo voluto. E testardi non volevamo mostrarle, quelle lacrime. Le abbiamo pagate. E abbiamo pagato la nostra ignoranza. E la nostra arroganza. Dove tutto si paga. Nel silenzio. Nel vuoto. Ancora. E ancora.
E poi una vita si può raccontare in una infinità di modi. Dire “non sapevo”. Fingere di non aver saputo. O semplicemente di non voler capire. Leggere i minuti da soli. Dialogare di niente. Cercare un alibi. Perché siamo solo distratti viandanti. E non abbiamo mai smesso di parlarci. Nemmeno quando lo facevamo nel silenzio. Non certo quando il dolore si cangiava di rabbia. Non quando ancora potevamo guardarci negli occhi. Non quando il suono di ogni parola si tingeva in una offesa. Suonava di rancore. Ci strappava la pelle a brandelli. La mia rabbia. Il tuo torto. Il torto di aver creduto. Creduto troppo. Di esserti lasciata ingannare. E non volerlo ammettere. Tradire lentamente. Di piccoli frammenti quasi insignificanti. Di sillabe. Di ammiccamenti. Di false promesse. Di promesse nemmeno promesse. Non dette. Di dubbio. Di dubbi insinuati. Mal riposti. Riscritti. Riportati. Semplici dubbi che si fanno corrosivi. Che non ti aspetti. Non in quelle labbra. Che diventano architettura. Timore. Poi paura. Bisogno. Gran brutto male la solitudine. Gran brutta compagna. E i bisogni. Il bisogno di esser giovani. Sentimenti contrastanti. Il bisogno di crescere. Di sentirsi grandi. Accettati. Voluti. Amati. Desiderati. Semplicemente accarezzati. Di andare. Nulla può garantire per la novità. No! non eri noia. Non hai fatto a tempo ad essere abitudine. Sapere è ricordare. Sapere e ricordare. Se è questo è anche quello. Se tu sapevi lo sapevi. E sbagliavi decisa a sbagliare. Se la memoria ricorda lo sapevamo; entrambi. L’abbiamo tradita entrambi. Allo stesso modo. Nello stesso momento. Colpevoli di colpe che non avevamo. Colpevoli solo di non conoscere colpa. Colpevoli in quanto nudi. Colpevoli eppure. E la tenerezza si era ormai stemperata nella disperazione. Il piacere nel bisogno. E anche il bisogno s’era fatto timore. Timore del futuro. Timore di ciò che non si conosce. Di quello conosciuto come ignoto. L’ignoto dentro di noi. Del chi siamo? A guardare chi eravamo, cosa, viene tenerezza.
Persino una canzone. Persino una stupida canzone. Anche una canzone sapeva quello che non volevamo sapere. Ora che lo sappiamo tutto sembra stupido. Puerile. Ora. E non è ancora tardi. Non voglio più essere Michele. Nemmeno non essere.
Michele

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