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Posts Tagged ‘surreale’

Enrico Mazzucato 10629723_805711462812848_3665383877747300851_nMi guardo intorno allibito. Mai vista una cosa simile. E’ naturale. Le nuvole sono come panna molliccia ma consistenti ed elastiche. Premo il piede ma non ci si affonda, come mi sarei atteso. In verità non mi sarei mai aspettato nulla di tutto questo. Sopra c’è solo un azzurro niente. Quello che prima era su ora ce l’ho sotto i piedi. Intendo dire il cielo. E siamo in tanti. Anzi siamo tutti. Intorno a me c’è un brulicare di mondo. Le persone si spingono. Si litigano. S’insultano. Due quasi vengono alle mani. La tensione e il nervosismo salgono. E salgono proteste. Chi reclama il posto. Chi finge di sentirsi male, uno svenimento o è in ansia. Chi previdente si è portato una sedia. Chi sostiene che deve tornare in ufficio. Chi dice che in casa cucina lui e ha lasciato la pasta sul fuoco anche se sono solo le nove del mattino. Quello del “Lei non sa chi sono io”. Quello del “tanto mi sbrigo presto. Non ho nulla da confessare.” mentre furtivamente si mette in tasca il portafoglio e l’orologio del vicino. Per un attimo mi sembra che non sia cambiato niente. Che molti non si siano ancora resi conto di dove siamo e di che cosa sta succedendo. Tuona una voce come da un enorme megafono che non vedo per richiamare alla calma, inutilmente.
Mentre aspetto penso che l’inizio della fine sia stato proprio quello: l’uomo senza ideologie muore, anche se solo pensa di essersene liberato. La gente era confusa. Disposta a dar retta a qualsiasi cosa. Sarebbe meglio se riuscissi a smettere di pensare, e darmi ansie. Certo la morte è un evento naturale, come la vita. Ciò non toglie che lascia un bel po’ scioccati e perplessi morire tutti senza motivo, semplicemente smettendo di vivere, e nello stesso istante. Trovarsi in questo contesto senza sapere in quale coda sono finiti i propri cari. Prima ancora di essersi chiesti e sapere di quale malattia dobbiamo morire. Comunque a tutto questo non posso né ribellarmi né eclissarmi. Ho solo la possibilità di accettarlo. Non mi sento morto ma non sono più vivo. Sono… non lo so bene ancora cosa sono. Mi tasto in tasca, ho pochi spiccioli e un biglietto da cento. Sono un’anima anche se non so com’è fatta un anima. Avrei un po’ di sete. Non lo so se qui li prendono gli euro. Anche questo… credevo che un’anima non potesse avere né fame né sete. Chiedo al più vicino, longilineo, trent’anni, ma nemmeno lui sa più di quello che so io: un bel niente.
Mi incanalo nella mia fila: Bianchi-Europei-Italiani-Maschi. Mentre sto buono come in processione cercando di mantenere e difendere il mio posto, spinto di qua e di là, abbasso gli occhi su un mondo senza mondo. Dopo quella che ho chiamato da subito “La grande ramazza” mi guardo giù ugualmente attonito. Tutto è irreale. Le strade vuote. Le città che così non sembrano più città. Le macchine e i tram fermi dove si trovavano in quel momento. Nessuno che va al lavoro o ci torna. Nessun gesto frettoloso. Le immondizie ancora da ritirare e che non saranno mai più ritirate. Non un rumore di una radio o una televisione. Nessuno con il cellulare appiccicato all’orecchio. La vecchia signora non è alla finestra dietro le veneziane. Non un’anima cioè una persona in giro. Solo vento. Il deserto più deserto. Una mela cade dall’albero e fa “flop”. Non un cane che sia un cane che la fa contro un tronco. Le campagne senza nemmeno un grido di uccello. Il giogo senza buoi e la porta della stalla rimasta aperta. L’odore del fieno. L’odore del catrame. Il vino senza ubriaco. La colazione sulla tavola imbandita. Il caffè ormai freddo. L’insalata a marcire negli orti. L’abbandono.
Finalmente arriva il mio turno. Chiedo solo per curiosità perché il tribunale del settimo distretto e mi viene spiegato che è quello per i casi meno importanti, in un certo senso per i peccatori dilettanti. Mi lascio a un sospiro di sollievo. Quello mi scruta burbero. Me lo sarei aspettato più vecchio. Con lunghi capelli e barba bianchi. Forse solo un’immagine della mia fantasia stereotipata. Faccio silenzio per non interrompere il silenzio. Sembra una cosa alquanto molto solenne. Se non fossi così… distaccato, quasi rassegnato a tutto, mi verrebbe da ridere. Non so che dire. Vediamo, e mette lo sguardo su un librone spesso come il manuale dei desideri mentre me ne resto in piedi. Lo sfoglia rapidamente e trova il punto. “Vediamo… Vediamo… Posizione Trecento-ventinove-milioni-settecento-dodicimila-e-sette, scriva stenotipista e faccia attenzione. Ha scritto tutto o devo ripetere”?
Non aspetta nessuna risposta: “Le va bene di comparire in quest’aula come Malaussène? Benjamin Malaussène? Dica di sì”. Scuoto la testa: “Rienzo, –ripeto al giudice di settima classe aspirante cherubino– Rienzo meglio conosciuto come Due-volte-Enzo. Rienzo Padoan ma non di Padova, di Treviso, per la precisione provincia; provincia di Treviso. Da non confondere con Renato Padoan con cui non siamo nemmeno parenti”. Lui non alza gli occhi: “Ne è proprio sicuro”?
Più che sicuro”.
Sembra spazientirsi e mi guarda indagatore con due occhi che sono già una condanna: “Guardi che le… Comunque… Contento lei, ma”… (silenzio) Poi: “Scriva anche questo stenotipista… il qui presente eccetera eccetera davanti a questa corte eccetera eccetera in qualità di, questo lo aggiungiamo magari dopo, rifiuta l’offerta compassionevole, no! meglio indulgente, di comparire come Malaussène Benjamin eccetera eccetera, ma deciso afferma di voler essere presente solo come eccetera eccetera, lasci uno spazio vuoto, dopo lei fornirà cortesemente le proprie precise generalità al… collega per la precisione della trascrizione. Meglio correttezza e completezza di precisione. Mi scusi e la prego di voler provvedere alla sostituzione con una lacrima di bianchetto. Magari dopo rileggendo se vede qualche… Insomma faccia lei. Preso atto, visto e firmato eccetera eccetera”. (lungo attimo di silenzio)
Cosa mi dice di suo padre e sua madre”?
Cosa potrei dire? “Che erano già morti quando siamo stati chiamati a morire”.
Non faccia dell’inutile sarcasmo o dell’ironia”. (silenzio)
Comunque le colpe dei genitori non possono ricadere sui figli, se questo la può tranquillizzare. Padre vedovo. Madre orfana. Ottimo. Allora… Leggo qui che… ahh! Ahhh! lei ha rubato ovvero si è appropriato illegalmente e furtivamente di altrui proprietà o bene o oggetto o che dir si voglia. Cos’ha da dire”?
Assolutamente no. Posso negarlo con certezza”.
Qui c’è scritto diciassette aprile 2022. Debbo leggerle il resto”?
Ma avevo sei anni”.
E allora? Davanti ad una violazione o mancanza non possiamo stare qui tutto il giorno a cavillizzare o sofisticare eccetera eccetera. Semplicemente non è una cosa bella e non si dovrebbe mai fare. Non crede”?
Una monelleria. Una corbelleria. Senza importanza. Una merendina”.
L’importanza la stabilisco Io, anzi Noi. Non è su questo che siamo qui a giudicare. Allora ammette? Certo che ammette, è scritto qui. Procediamo con ordine. Devo anche osservare una sua carenza di voglia di migliorare eccetera eccetera onde avanzare eccetera eccetera e questo non è propriamente irrilevante ai fini del giudizio perché la signora… Al tempo. Mi segue”? (silenzio)
Passiamo ora a cose ben più serie. Cosa mi dice a proposito del «non commettere adulterio» poi derubricato nel meno grave «non commettere atti impuri» ovvero non indulgere in gesti di onanismo, sebbene a me sembri un’attività meno che scorretta ma non sono io a stabilire le regole. Le ricordo che l’età non può essere riportata a giustificazione valida e che nel caso specifico si può e si deve intendere intrattenersi con se stessi? Ha capito la domanda”?
Ho sempre odiato anche le interrogazioni in classe e odio le domande a raffica: “Da ragazzo come tutti i ragazzi”.
Non ci faccia perdere tempo che qui il tempo è prezioso. Non cerchi di fare il furbo con me in questa corte. Sappiamo che di più e più a lungo eccetera eccetera cioè quasi in eccesso e fino in non più tenera età, in età adulta ma nei posti più riservati, ammette i fatti che le vengono addebitati? Non mi dica che non sapeva e non le è mai stato detto che non avrebbe dovuto spargere il suo seme invano. Vorrei sentire delle donne a riguardo ma di questo avremo modo di parlarne ampiamente più avanti. Viene omesso e derubricato il fatto cioè l’atto quando è commesso da mano terza, come nel caso ad esempio di tale Dar’yana che sentiremo a parte e che lei si ostina a chiamare Daria e su cui torneremo in seguito, perché non costituisce danno o difetto o quasi tranne però quando che la stessa era allora in giovane età ovvero ancora minorenne”.
Ero un ragazzetto anch’io. Ho aspettato prima di sposarmi”.
Questo lo vedremo dopo. Allora… con tale suddetta già appena citata Dar’yana… per altro immigrata clandestina da paese non nell’unione, ne è rimasto soddisfatto e quanto? dopo segnerà nell’apposito schema con una crocetta se: ottimo, molto, più che buono, abbastanza, sufficiente, poco, per niente; ripetendolo per ogni incontro, cioè in questo caso per solo tre volte. Abbia pazienza. E’ la prassi. Non le sarà di troppa fatica. Era di sera, per quanto vedo, e anche due volte di pomeriggio di cui una all’aperto. Ma… e lei. Le sembra un modo corretto di comportarsi? Andiamo oltre. Allora… lei ha desiderato la donna degli altri, vedo che ne ha profittato cioè la legge dice precisamente ed esaustivamente che non si deve desiderare la casa del tuo prossimo, la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo”. (silenzio)
Allora… lei ha fornicato ovvero ha avuto rapporti sessuali peccaminosi ovvero vietati ovvero si è intrattenuto in incontri di tipo sessuale al di fuori del matrimonio o con uomini o con animali eccetera eccetera”.
Reagisco offeso e indignato: “Questo no! Solo con donne, sua eminenza, anzi con donna. Una sola volta. Tranne mia moglie, naturalmente”.
La prego, si rivolga a me solo come Signor Giudice. Il resto verrà se verrà”.
Mi scusi, come le dicevo”…
Vedo… vedo… Noi vediamo tutto, Noi sappiamo tutto. E’ tutto scritto. Sua moglie per ora non deve essere nominata in quanto non si può a giusta ragione ritenere a tutti gli effetti donna d’altri in quanto è stato stipulato e sottoscritto un regolare contratto di matrimonio che poi verrà aggiunto agli atti anche se poi è stata e si è rivelata anche come donna d’altri. Torniamo a noi. Già! tre volte e solo tre volte e scarsamente ripetuti benché ne avesse tutte le possibilità non meno tutte le capacità, o quasi. Ha qualcosa da rimproverare a qualcuno se non a se stesso”?
Non ricordo bene. Non ne sono sicuro. Forse sono tre. Solo tre. Se lo dice Lei deve essere vero”.
Mette in dubbio quello ch’è qui accuratamente scritto? La verità? Appunto… solo tre. Questo è il punto”.
E’ grave”?
Mi sono lasciato scappare un “Tutto qui?” ricevendone in risposta uno sguardo severo.
Vedo qui che per la precisione si è intrattenuto e ha anche dopo lunga e paziente attesa giaciuto brevemente con la stessa Dar’yana, ricorda ora? Poi con una certa Giuseppina, in questo caso molto meno brevemente ma non troppo. E in fine con la ben nota Carlotta Senisi, anche in questo caso in un solo un paio di occasioni o pochissime di più, Senisi che poi si è dedicata alla professione. Non a causa sua. Certamente. Eccetera eccetera. A sua discolpa o a suo carico, poi vedremo, è sempre stato lasciato ovvero sono sempre state le succitate donne a interrompere il rapporto. Risulta anche che la Giuseppina, lei pensi solo a scrivere, era a quel tempo già da tempo maritata e per giunta col suo amico, o dovrei dire caro amico? Amilcare Giovinazzo che sentiremo in seguito a parte”.
E’ grave”?
A parte il Giovinazzo che della cosa non dovrebbe mostrare sorpresa? Più che grave è assolutamente insolito. Cosa crede? Crede di essere stato dotato degli organi per farne un così raro e parsimonioso uso. In altra sede verrà sentita anche sua moglie, la signora eccetera eccetera in Padoan eccetera eccetera di età eccetera eccetera e di bella presenza eccetera eccetera, sarebbe così cortese di lasciare anche il numero privato del cellulare della signora, per cortesia, e qui parliamo anche nella violazione che cadrebbe sotto la norma di «Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo.» ma lei signore, mi permetta di dirglielo, è anche un pessimo bugiardo, ma torniamo all’atto di congiungersi cioè di unirsi carnalmente eccetera eccetera come sopra riportato perché anche con lei, la di lei moglie”…
Ammetto tutto”.
Vedo che non mostra pentimento ma quasi orgoglio. Come sopra detto e scritto la sua frequentazione con soggetti di altro genere ovvero di sesso femminile, tra questi nel suo caso si deve qui comprendere anche la sua stessa consorte il cui nome e cognome verrà ancora naturalmente trascritto in seguito per una questione di speditezza nell’accertamento dei fatti, e per dare alle donne in questione, moglie compresa, la possibilità di enumerare accuratamente le sue mancanze e le sue assenze e le giustificazioni adottate, è stata più che parsimoniosa tanto da ricadere sotto la normativa riguardante i peccati di avarizia”.
Lo nego”.
Nega come negano tutti gli uomini, i soggetti maschi, il che è umano ma irrilevante. In fondo, ma molto in fondo, il Figlio si è sacrificato anche per lei. Dico solo tre più una. Non siamo al mercato. Non è un’offerta promozionale. Debbo fornirle un conto preciso? La moglie in tale conto conta sempre qualcosina meno per ovvie ragioni. Il dovere coniugale. Mi capisce? Secondo il mio modesto parere i cosiddetti incontri cioè per essere più specifico e non essere frainteso gli amplessi ovvero i congiungimenti ovvero i coiti con la moglie proprio in quanto leciti e obbligatori per quel contratto sopraggiunto e anche in quanto naturali e non doverosamente richiesti o anche se richiesti ma all’interno del talamo coniugale in quanto spesso la moglie lo fa per quell’obbligo mentre capita che vorrebbe essere altrove o con altro soggetto a cui magari anche pensa proprio nel preciso esatto momento del non completamente gradito congiungimento poiché la vita non è sempre fatta solo di abitudine dicevo che dal mio punto di vista dovrebbero essere detratti dal computo totale. Sarebbe in questo caso più che una catastrofe. Arriveremmo a temperature siberiane”. (silenzio)
Comincio a temere, viste le accuse e il contesto tutto, che mi si possa commissionare una pena di un’eternità o anche due: “Non mi spetta un avvocato”?
Qui ha la facoltà di difendersi da solo”.
Vorrei parlare con qualcuno… con un suo superiore”.
Non ha tempo, non mi sembra ci siano gli estremi e per queste cose c’è l’ufficio reclami”.
Allora chiedo stizzito ma in modo cortese di essere rimandato da dove sono stato inavvertitamente tolto proprio nel momento in cui mia moglie mi stava per fare il suo massimo complimento mettendomi nella condizione di apparire alla corte senza cinta che sono costretto a sostenermi i calzoni con le mani. Inoltre chiedo che nell’essere rimandato indietro mi sia concesso di ritornare nella stessa medesima condizione magari con cinque minuto indietro. Lo so bene che dovrebbe essere in loro potere il fare qualsiasi cosa compreso l’impossibile e le iperbole. Si tratterebbe solo di un piccolo e semplice miracolo come se ne sono raccontati tanti. Mi specifica tutto serio nella sua dignità e in nome delle mansioni in cui è delegato che non esiste un ascensore che possa portare indietro. E allora chiedo cosa fa tutta quella gente in quella lunga fila davanti alla sua porta? Mi dice che è gente che come me non vuole abbandonare la speranza; ma che qui non c’è nessun posto per nessuna la speranza. Strano mondo il mondo dopo del mondo.

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tazzina di caffèL’allegria che barattavano era colma d’ipocrisia. Nel fumo stagnante lui li guardava senza poter essere visto. Avevano avuto gli occhi ma avevano scordato come servirsene. Come molto altro ma ormai era tardi; finalmente. Stava finendo il tempo degli uomini. Niente era servito. Niente aveva potuto insegnare loro. Anche quando ai chedrani erano state tolte le ali. Anzi loro avevano provato a volare anche senza ali. Così convinti. Così adoranti la loro bellezza che anche le zasove [mitiche figure di luce] si potevano innamorare del loro aspetto. Perché Arox li aveva forgiati e si sarebbero detti lui. Ma sarebbe stato possibile ciò forse solo ad un occhio distratto. Eppure gli era stato dato tutto. Compreso l’amore. E la capacità di discernimento. Ma da quando avevano assaggiato il sapore del sangue non avevano più potuto rinunciarci. Ormai era stato deciso. Ormai erano troppo pieni di rancore. Troppo assetati di dolori. Avevano imparato a farne spreco in pubblico e in privato. Avevano abbattuto anche le mura che loro stessi avevano innalzato. Annegato i figli credendosi immortali. Bruciato i migliori di loro, temendo la verità. Non c’era più spazio in quel censimento. Tutto così tragico. Tutto così avvilente. E loro ancora si credevano gli unici esseri solo perché erano visibili. Il tempo gli aveva fatto scordare che ormai erano visibili solo tra loro. Idrogone si alzò, l’odore della loro vanità e di quella carne in decomposizione gli stava premendo lo stomaco. Non riusciva nemmeno a provarne compassione.

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Uomo sommerso dalle carteProvo quasi vergogna a parlarne. In questa Italia allo sbando, allo sfascio, parlare di un proprio diritto, mentre li stanno togliendo a tutti, provoca questo: pare quasi di muovere ad indignazione. Siamo tutti cassintegrati, siamo tutti precari, siamo tutti a rischio e appena piove siamo anche tutti alluvionati, e io aspetto la pensione. E sono in mano al dio della burocrazia. Oltre a tutto ho vissuto nella parte “fortunata” del paese e nell’epoca fortunata dove ancora si trovava lavoro senza impossibile fatica. Lo so è colpa mia. Io questo stato e le sue “carte” non lo capirò mai. Ho fatto il militare e se non glielo dico pare che lui lo ignori. Ma questo è il meno. Nemmeno vale la pena parlarne che nessuno mi dice che basta una telefonata e invece mi avrebbero mandato a Udine dopo avermi fatto cercare carte di 42 anni fa che probabilmente loro stessi mi hanno sottratto. Torniamo alla pensione. Alla mia età chi non ha lavorato per almeno quarantanni è un alieno o un figlio di un dio maggiore. Io ho imparato a lavorare nel privato ed ora me ne sto al caldino del pubblico impiego, nel mio comune. Metà del lavoro privato naturalmente risulta in nero, così andava, si sono mangiati i miei contributi. Nel 1985 chiedo la ricongiunzione all’Inps almeno di quella metà. Occhio alle date. Nel 2001 mi rispondono che mi sono stati riconosciuti i contributi, che ho pagato tutto e non mi resta altro da dare. Nel 2009 mi risollecitano la stessa cosa. Alla fine delle lettere c’era scritto che se non firmavo per accettazione mi decadeva quel diritto da me chiesto. Probabilmente non sono mai arrivato a leggere fino alla fine. Ho osservato quello ZERO e mi son sentito tranquillizzato. Pare paradossale ma ora manca la mia firma. A un mese dalla pensione manca quella maledetta firma. A tutto fatto e a conto alla rovescia iniziato si accorgono all’ultimo che manca quel dettaglio che dettaglio per loro non è. Ci si aspetterebbe che l’unica cosa che occorre sia una maledetta penna: “Datemi questo maledetto pezzo di carta che vi metto la vostra maledettissima firma e che sia finita”. “E poi andate fanculo”! No! siamo italiani. Si ricomincia da zero. Rifaccio richiesta che era stata evasa nel 1985. Richiedo la riconversione e tale richiesta sarà onerosa, ovvero pagherò per quello che ho già pagato e che mi spetterebbe se avessi messo quella firma. Tutto riparte da zero. L’Inpdap chiede verifica e conteggi all’Inps. Resta in attesa di risposta. Dopo mi scriverà per raccomandata che debbo accettare quello che gli ho chiesto. Dovrò restituire l’accettazione, sempre per raccomandata, debitamente firmata. I tempi di tutta questa titanica invenzione sono… speriamo. E io mi sento già tra i fortunati. Ragazzi… non so proprio cosa vi aspetta.

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La grande manifestazione di Roma

Foto di Elena Bellini

Tra i tanti video “amatoriali” sugli scontri del 15 ottobre a Roma in uno c’è una frase sulla quale ho soffermato in particolare la mia attenzione. E’ rivolta ai “violenti” tra i “dimostranti” da un “poliziotto” in tono di spregio e di sfida: “…mi fate schifo. Siete tutti cagasotto”. Perché mi soffermo su questo poche e povere parole di astio che non rappresentano nemmeno chissà quale novità? Forse rappresentano solo ignoranza e intolleranza. Mi soffermo considerando che la piazza non è unita, è anzi frantumata. Ci si unisce solo nella piazza, dentro al vocabolario degli slogan, anzi ci si divide in una semplificazione tra chi vuole utilizzare gli strumenti del pacifismo e chi invece crede nella necessità dello scontro anche violento. Onestamente mi sembra una inutile semplificazione. Quel poliziotto è un frammento di uno stato frammentato. Certo che finché si tollerano interi settori degli apparati dello stato che deviano dallo stesso ordinamento statuale, come è sempre stato, interi settori con profonde matrici fasciste, nessun confronto è possibile tranne quello della Resistenza, qualsiasi Resistenza portata attraverso qualsiasi forma si renda possibile. E’ però sconsolante il modo in cui la sinistra, nelle sue organizzazioni, non ha capito quella piazza andando completamente in confusione. O diamo delle risposte progettuali o rischiamo una deriva autoritaria come risposta.
Io non credo, in tutta onestà, nel grande complotto. Non ho mai creduto in una regia occulta. Credo che un corpo disordinato produce sia gli effetti dello scontro sia una situazione di instabilità che porta la “paura” (che destabilizza) e la conservazione (la richiesta di ordine come sicurezza). Quella piazza ha bisogno di una leadership? Non se ne esce allo stato attuale. Non vedo apparire figure significative al di sopra di quelle divisioni. Ma perché non una “intelligenza” diffusa, una scienza multipla? Ma queste domande mi portano fuori tema, non sono un teorico. Cerco di dire solo alcune cose piuttosto pratiche. La rivoluzione come cambiamento radicale della società può passare attraverso strumenti difformi. La storia ci insegna che è passata attraverso la lotta armata come attraverso un movimento popolare pacifista. Unico dato comune è in quel “popolare”. Ora abbiamo Pacifismo e pacifismo e Violenza e violenza. Non starò qui a soffermarmi in analisi, magari altrove o un’altra volta. Mi sembra solo che la situazione attuale sia piena di incognite ma anche di speranze. Mi pare sia alquanto complicata. Io credo che un “movimento” dovrà inventarsi nuovi strumenti di lotta. E che nulla dovrebbe essere trascurato. E’ pur vero che la mia visione, che può apparire utopia, mi spinge a sostenere che solo una lotta “pacifica” di massa può portare quel cambiamento radicale costruendo contemporaneamente una nuova concezione di struttura statuale. Solo un paese di uomini liberi sarà un paese realmente libero. La domanda in fondo è ancora la stessa: Ma chi aveva interesse a non far arrivare quel mare di folla nella “loro” Piazza?

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Roma dopo gli scontriRoma: 15 ottobre 2011. Arriviamo in piazza della Repubblica con moltissimo anticipo. Ci metto un po’ per capire dove siamo. Anche la politica è un’arte. Questo movimento (15-M più conosciuto come “indignados”) è un soggetto multiplo, una sorta di idra dalle moltissime teste. In grossa parte dice niente bandiere. La traduzione di quella parte è: nessuna bandiera di appartenenza, di partito; tutti sono responsabili di questa crisi. La totalità la riconosce come quella famosa crisi strutturale. Alcuni si spingono persino oltre l’utopia e vorrebbero mettere in piazza assieme destra e sinistra. Nella realtà in piazza già troneggia un enorme striscione: “Falce e martello”. Subito dopo arrivano in pompa magna, con tanto di gazebo e bandiere, quelli di SEL. Come dire che spuntano all’improvviso quelli che fino a ieri erano solo fantasmi impalpabili. La rete dopo si divide tra chi nega il diritto a queste presenze e quelli che soffrono della mancanza della destra. Non sono certo sbigottito: non c‘è piazza, almeno di questo tipo, in Italia possibile senza la sinistra e nel corteo la sinistra rappresenterà una presenza se non totale molto maggioritaria. Quella dietro le proprie orgogliose bandiere di appartenenza e quella, come noi, dietro istanze specifiche come, appunto, la richiesta di giustizia per la Palestina (ma di ciò ho più che parlato). Di cosa vogliamo parlare allora?
Alcune osservazione schizofreniche, altre di assoluta improvvisazione priva di veri strumenti di analisi, altre ancora solo parziali o funzionali e comunque davanti ad un fatto di tale rilievo richiederebbe lo sforzo di cercare di capire. Sospeso tra chi condanna incondizionatamente quella violenza (e forse tutta la violenza), chi a giochi fatti ancora continua a cavalcarla e glorificarla e quelli che condannano per pavidità qualsiasi espressione ancor ferma ma pacifica. Vorrei provarci almeno su alcune piccole cose senza la presunzione di riuscirci perché a volte è sottile la frontiera che passa tra eversione e sovversione, cioè può sembrare quasi labile. Riparto allora da un piccolo messaggio di accompagnamento ad una testimonianza fotografica trovato in rete: “qua colgo l’occasione per ringraziare pubblicamente l’esemplare servizio d’ordine svolto dai compagni del “Cafiero” di Roma, senza i quali difficilmente avremmo portato le chiappe più o meno incolumi”. E’ naturale che dopo la violenza le anime candide la condannino in toto e ne prendano le distanze e venga criminalizzata qualsiasi forma di violenza fino alla resistenza. Che cosa c’è in gioco, a mio avviso, in quella manifestazione: “la possibilità di dare da sinistra «una prospettiva, una piattaforma, un progetto» alle variegate proposte di quella indignazione spontanea e generalizzata fatta di mille anime”. Il tempo ci dirà chi ha partecipato agli scontri e, se c’è, chi li ha provocati e fomentati.
Parte una caccia alle streghe contro gli anarchici e gli antagonisti che va respinta. Io non condanno nessuno soprattutto i compagni né accetto di entrare nella logica della delazione. Onestamente io non ho ancora elementi per parlare almeno con approssimazione di responsabilità e credo sia sbagliato criminalizzare un intero movimento. Però dobbiamo andare a fondo prima di una sollevazione indignata in difesa generalizzata dei coraggiosi. Il primo arrestato, o tra i primi, il lanciatore di estintore, si dimostra essere un ragazzo bene estimatore di Hitler. Non corro in soccorso di questo tipo di “compagni”; scusate ma dopo una pausa qualche domanda dovremmo porcela. Come dicevo certo FB è uno strumento schizofrenico se il 18.10 trovi commenti come questo da parte di una persona non giovanissima di cui è inutile fare il nome non essendo un caso singolo: “sarò considerato una merda ma sabato godevo come un riccio…” quando la stessa persona sabato 15, di ritorno, per esempio non solo li definisce teppisti ma va oltre esternando così il suo pensiero: “NON BLACK BLOC… QUELLI VESTITI DI NERO CON I CASCHI E IL TATOO S.P.Q.R. SONO FASCISTI …e Alemanno li conosce…”. A questo punto si tira in ballo il Che, la Resistenza, i tupamaros fino ai fedain, tutte figure (o figurine?) su cui si può tornare e probabilmente tornerò ma non ora perché renderebbe il post eccessivamente lungo. Mi preme dire che sono stati richiamati tutti, a mio avviso, in modo improprio e inopportuno. Comunque non mi nascondo certo che in momenti simili ci possano essere quelli che possiamo definire “danni collaterali”. Non è questo il posto idoneo, ripeto non è questo, per parlare di “guerra per bande” o di “guerriglia urbana” o di “strategie insortive”. Non credo alle notizie che ci vendono i giornali e le televisioni. I primi obiettivi colpiti non erano certo strategici. Nessun centro del potere ha tremato, tutt’altro. Nella manifestazione oceanica c’erano donne, bambini e invalidi, con loro si sarebbe dovuta prendere e difendere quella Piazza. Sono stati messi in pericolo. Molti in quella piazza, me compreso, nemmeno ci sono mai potuti arrivare. Non i pavidi. I numerosi e organizzati Compagni del PMLI nemmeno sono partiti, nella pratica. Tutto stava finendo ed erano ancora davanti alla stazione Termini. Quale politica si nascondeva dietro quelli scontri che sono almeno inizialmente sembrati come semplici atti di vandalismo? Difendiamo i Compagni ma non evitiamo i distinguo. Col senno del giorno dopo dobbiamo capire cosa abbiamo ottenuto e cosa abbiamo perso. Non posso finire che con: “niente finisce, tutto continua”. ORA E SEMPRE RESISTENZA.

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Forgone polizia incendiatoRoma, 15 ottobre 2011. Mi è stato chiesto di raccontare la mia esperienza. Naturalmente ero sul posto, in pancia alla manifestazione, assieme alla mia Compagna e a vecchi e nuovi amici. Separati da nostro figlio e dalla figlia di un’amica e da altri nostri amici. Credo che non lo farò perché l’ha già testimoniato fin troppo bene Lei e perché nessuno ha visto nulla. Cioè ognuno ha visto solo un piccolo frammento di un film che mi pare, a me sessantottino, di aver già visto sgradevolmente più di una volta. Mettere insieme i frammenti è alquanto difficile e forse ancora presto. E guarda caso si torna a parlare di strategia della tensione. A questo gioco non ci sto. Dicevo: ero nella pancia della fiumana incredibile e interminabile di quella manifestazione di cui nessuno da ancora numeri, almeno approssimativi, più verso la testa che al centro, anzi quasi in testa. Ero a testimoniare la presenza della Freedom Flotilla e la nostra attenzione al problema della Palestina. Allora, se non un resoconto molto personale, cosa posso raccontare? Vorrei fare solo una piccola premessa su quel fiume in piena e poi narrare una storia che in quanto storia è frutto solo di fantasia, forse un po’ surreale, come sembravano essere quelle figure nere che abbiamo visto. Incutevano una certa soggezione ma più che paura si trattava di un senso di incredulità, di figure appunto surreali, da un altro mondo. Ai pochi che abbiamo visto gli abbiamo gridato inutilmente dietro. Io è pochi altri li abbiamo anche apostrofati in malo modo. Non hanno fatto caso a noi. Avevano qualcosa di più importante da fare: andare alla loro guerra che era solo loro. Mi spiace perché sarà solo quella e poche l’altre l’immagine che resterà di questa grande protesta mondiale.

Noi, io e Lei alla manifestazioneOra proviamo ad analizzare da chi era composta quella manifestazione. Chi va in piazza e in quella piazza, come me, non ci arriva mai? La manifestazione è indetta, in modo spontaneo (spontaneo?), in varie parti del mondo dal movimento 15-M più conosciuto come “indignados”, fin qui è aria fritta. Un movimento apartitico; circa 900 (novecento) piazze nel mondo scendono a protestare. Si vede dal mattino che l’utopia di mettere insieme, sugli stessi obiettivi, un popolo che va dall’estrema sinistra “disubbidiente” all’estrema destra “eversiva” è appunto solo utopia. Nessuna bandiera, s’era detto, si intendeva nessun simbolo di partito. Io Comunista ero stato un po’ emarginato pur non avendo tessere o referenti in una sinistra che mi riempie di perplessità; nella quale stento a vedere un progetto. Di bandiere e simboli di partito è piena la piazza fin dal primo mattino. Una manifestazione senza quella sinistra non è realtà nel nostro paese e di questo ero orgoglioso seppure io rappresentavo un’istanza particolare. Comunque la parola d’ordine era in estrema sintesi “Noi il debito non lo paghiamo”. Uno slogan in sé sovversivo che potrebbe scardinare (finalmente) dalle basi questa società “borghese”. Una parola d’ordine per “abbattere” lo “sfruttamento dell’uomo sull’uomo” di questo “capitalismo” e della “finanza”. Il resto è contorno. Mi chiedevo è mi chiedo se su questo, che credo si incarni nel tessuto stesso di qualsiasi elaborazione marxiana, la sinistra sia in grado di elaborare risposte, di prospettare un futuro, di incarnare un progetto; questa sinistra confusa e nebulizzata. Qui finisce la mia premessa con l’ultima mia considerazione più volte ripetuta in rete: “Ecco il coraggio e la lotta in cui credo. Ci vogliono più coglioni a fare da scudo umano che a sfasciare mille vetrine”.

Immagine di Vittorio ArrigoniOra la storia e scusate se non è una storia molto originale. Questo è solo un racconto di pura fantasia. Personaggi e altro sono solo frutto di una mente malata che si lascia all’immaginazione. Da giorni c’è un via vai strano per la città, un indaffararsi che passa quasi completamente inosservato. C’è tensione ma nessuno può né vuole crederci. La paura non può fermare la manifestazione. Il meccanismo è già in moto, entrambi i meccanismi. E’ mattino presto ma non prestissimo. Un capitano vicino alla pantera parla con alcuni individui. A vederli sono inquietanti, sanno di quelli che chiamano “black blocs”, eppure sono tranquilli, intenti nel loro chiacchiericcio. Non puoi covare sospetti, sono così disinvolti, quasi normali. Non si può tramare gli ultimi dettagli così alla luce del sole. C’è il teorema Kossiga a fungere da vademecum; credo sia inutile ripeterlo per l’ennesima volta. Sono storie di un’altra Italia e quando sono vere il gioco si fa pesante, si mette in gioco la vita. Sono storie di un Italia dove c’erano parti dello stato “deviate”, golpiste. Sono uno stupido sessantottino. E la marea parte e non parte perché siamo in troppi e i più sono ancora in Piazza della Repubblica. Da un furgone scendono quegli individui ed altri. Alcuni sono poliziotti in borghese ma stranamente sembrano i cattivi della nostra storia. Da un’altra parte sbucano quelli, i cattivi veri, un misto di ultras della curva e di fascisti che sono usciti da Casa Pound, che poi un po’ sono la stessa cosa e comunque non si può notare la differenza. Si muovono sicuri, sono addestrati, si vede. Sanno che troveranno ragazzi, la maggior parte molto giovani, con in corpo un carico di adrenalina senza controllo facile da far infiammare. Raccolgono il loro armamentario che avevano in precedenza preparato e nascosto e precedono il corteo. Solo una piccola parte cerca di entrarci da uno slargo. Sistematicamente iniziano la distruzione di qualsiasi cosa si trovano davanti, non si danno nemmeno cura di accanirsi su quelli che si potrebbero definire simboli di opulenza o almeno obiettivi simbolici. Spargono la voce che ci sono disordini, che la polizia carica. Lontano si comincia a vedere una grande e alta colonna di fumo. Le prime auto sfasciate e quelle incendiate. Si trascinano dietro questo seguito di giovani che sognano l’avventura e la grande lotta. Si muovono verso la testa del corteo per invitare i manifestanti ad unirsi a loro. Il corteo li respinge coraggiosamente quanto decisamente, li sfida e li apostrofa pesantemente. Li riconosce, cioè li riconosce nell’ideale che incarnano: gli grida fascisti. La piccola parte infiltrata esce dal corteo senza averne mai fatto parte, cacciati dallo stesso corteo. Stampa e televisioni sono già state invitate alla festa, a quella della distruzione indiscriminata. Uno di loro si stacca dal branco e si accanisce contro gli arredi di una chiesa. La polizia lascia un furgone al centro della piazza, aperto, e loro gli danno fuoco, fa parte dall’inizio della sceneggiatura. Gli strani individui che sono apparsi all’inizio di questa storia tranquillamente se ne vanno. Alcuni si permettono di salutare romanamente ormai paghi del lavoro e certi dei risultati. Lasciano nella piazza quei ragazzi che si son riusciti a trascinare dietro e che credono che quella sia la rivoluzione. Lì lasciano in preda alle forze dell’ordine (ordine o disordine?) disorganizzate, in preda alla paura, impreparate. Scoppia la battaglia delle vittime. Il capitano è davanti alla televisione e sogghigna soddisfatto: le immagini son quelle di una battaglia. Nessuno bada più alle tante centinaia di migliaia di persone che hanno cercato qui, come in quasi tutto il mondo, di cambiare la storia e la società. Silvano è tutto orgoglioso dice che gli ha gridato che gli avrebbe spaccato il culo e che questa volta gliele hanno date. Umberto ha due costole incrinate e un occhio nero e gonfio e tornando a casa circospetto improvvisamente si sente defraudato. Uno stormo di trolls si accanisce in rete intorno a quelli che erano stati nei giorni precedenti i luoghi di organizzazione della protesta. Intanto una voce fuori campo invita alla delazione. Partono i titoli di coda. Propongo di farli accompagnare dall’Internazionale e di aggiungere alla fine: ORA E SEMPRE RESISTENZA.

Un aspetto della manifestazione: il camion rosso.

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Violetta è personaggio liberamente tratto da una persona che gli autori non hanno mai incontrato. Forse frutto di fantasie malate. Eppure Violetta esiste e Violetta amava Giorgio; nessuno o pochi riferimenti a cose precedentemente scritte. Lo amava proprio perché lui non la amava. E non l’avrebbe potuta amare. Ma avrebbe voluto, Violetta, essere amata. Giorgio la tradiva e Violetta lo sapeva. Violetta non avrebbe voluto essere tradita da Giorgio. E da nessun altro. Ma era con Violetta che Giorgio tradiva. Personalmente non ho mai incontrato una donna che sia riuscito a capire. Lei non avrebbe mai preteso che lui fosse solo per lei. E un poco non le importava. Solo che le notti, i giorni, le ore in cui erano separati parevano non finire mai. E quel ragazzo non si fermava mai alla sua porta. Cioè è la vita che ti spiega che le idee non hanno gambe. E che la realtà a volte è cruda e a volte dura. E lei non si chiedeva quello che avrebbe voluto. Si teneva quello che aveva.
Tutto sembra confuso e forse lo è ma non c’è ragione nelle cose. Violetta aveva imparato a non amare. E ad amare altri. E ad amare senza amore. Si possono imparare molte cose, col tempo; anche le più improbabili. E aveva smesso di amare la donna che era in lei. E si era scordata come si pronuncia un “per sempre”. Eppure aveva la testa piena di “mai”. Come avrebbe amato le rose Violetta se quelle rose fossero state per lei. Se le rose non avessero avuto le spine. Se non avesse ricevuto solo quelle, le spine. E guardava gli altri amare. E a volte invidiava quella leggerezza. Ma non l’avrebbe mai detto a Giorgio. Semplicemente perché lo avrebbe sempre taciuto a Violetta. Invece alla fine aveva ceduto nel dirglielo. Ma nemmeno quel “per sempre” poteva durare per sempre. E poi non credeva che gli altri amassero perché non era certa di cosa volesse dire. E soffriva e faceva soffrire senza accorgersene. Siamo tutti troppo presi dalla nostra stessa immagine. E lei era bella.
Dell’amore Violetta aveva conosciuto tutto tranne che l’amore. Ma che cosa aveva conosciuto? Aveva conosciuto la paura fin da ragazza. E il deserto. Non è mai facile essere giovani. Magari poi li rimpiangi, quei giorni. Mentre li vivi non ti accorgi che scorrono. A volte vorresti fuggire e altre che passassero in fretta. Non si era mai liberata di quella paura. Aveva imparato che ci si nasconde. Aveva imparato la provvisorietà e il dolore. Il disprezzo, ma solo in forma lieve. Anche il più grande dolore. E tutti i piccoli dolori. E a dire (ma non proprio bene quel sì). Aveva imparato a spogliarsi e a nascondersi. E a non chiedere; mai. E a non spogliarsi mai veramente, cioè completamente. Certo che vivere può essere molto complicato; anche con se stessi. Soprattutto in una grande città. Ma nella sua storia non c’era solo Violetta. E anzi c’era troppa poca Violetta. Di questo dovremmo darle atto. Conosceva quel minimo di vanità solo in quei giorni.
In precedenza aveva già imparato il panico. Non era mai cambiata. Era rimasta quella ragazza. Nuda non era mai stata a suo agio. Spesso si era trovata ad esserlo, nuda. La pelle morbida e liscia, a suo modo fragile. Succede che proprio mentre credi di ribellarti hai la sensazione che stai collaborando, che le catene ti si stringono più forte ai polsi. E lei un figlio non l’aveva voluto. Non aveva mai potuto averlo. Per quell’amore sbagliato. Il suo fisico era cambiato ma solo per lei. Ma di questo scordava facilmente il rimpianto. Non le capitava spesso di sentirsi sola per quello. Si sentiva sola del silenzio che c’era in quella stanza. Che si portava dentro. Come una malattia. Ma capiva che era in lei la malattia, non nelle cose. Nella complessità. Un po’ Margherita e un po’ Marinella, proprio quelle delle canzoni. Come tutti un po’ angelo e un po’ diavolo. Ma anche Barbara o Veronica e altre. Come tutti nello stesso momento. Confusa in un unica canzone.
Poi altro tempo. Avrebbe voluto strapparlo quel diario. Che le ricordava. Povere pagine. Se non l’aveva mai fatto… si era limitata a scordarlo in soffitta. Lui e le foto di come era cambiata. Gli anni non si fermano per nessuno. Aveva sempre amato quell’esperienza a Beirut, perché lì si era sentita utile. Aveva scordato quel suo malessere. Basta poco, in fondo. Non sarebbe mai voluta tornare, ma sapeva che l’avrebbe fatto. Gli amici a chiederle. Non aveva piacere di parlarne. Preferiva il silenzio. Provava un gusto strano. Come avrebbero potuto capire. E tutti questi non erano ormai che ricordi legati al passato. Come petali di margherita. In teoria, ma solo in teoria, avrebbe potuto anche scegliere solo quelli che le aggradavano. Avrebbe potuto barare. Se lo faceva lo faceva senza determinazione, in buona fede.
A questo punto la storia non sarebbe completa e mai potrebbe esserlo ma è inutile dire come Astolfo amava Violetta, anzi l’aveva amata. Servirebbe solo ad aggiungere confusione alla confusione. Lui, Astolfo, l’aveva amata quando lei, Violetta, non vedeva che quel suo Giorgio. E l’aveva amata di un amore disperato senza speranze. Oggi l’uomo giace in un ufficio del catasto. Altro non c’è dato di sapere. Solo si sa per certo e per chiacchiere che quando lei decise, dispettosa, di tradire il tradimento lui non c’era, non era rintracciabile. All’anagrafe risultava avesse cambiato la vecchia residenza per una più piccola ma più vicina al lavoro. Non aveva lasciato nemmeno un recapito telefonico.
Per lo stesso motivo è altrettanto inutile soffermarci su come e quanto Adelaide si era perdutamente invaghita dello stesso Giorgio, ma anche di Astolfo. Senza altresì aggiungere che quella Adelaide da sempre era affascinata dall’impossibile. E Giorgio non si era reso conto di quelle attenzioni. Anche perché il suo palato non era abituato all’aglio e a nessun altro filtro. Insomma in questa storia ci sono sempre state più vittime che vincitori. Ma forse Adelaide è una donna incapace di dimenticare. Vede sempre matura l’uva che non sa raggiungere. E se potesse lo farebbe e forse lo fa. Ora guarda Galeno e Federico Giovanni ma anche Ignazio e Alessio Gregorio, ovvero continua a guardare, con occhi sgranati. Ancora oggi che ha una villa a Montecarlo. Ma pecca chi lo fa non chi lo pensa e oltre ai pensieri non sappiamo. Non siamo qui per dar retta ai pettegolezzi e alle calunnia. E’ quella una leggera aria per noi priva di fascino. Noi che badiamo solamente ai fatti.
La morale di tanti fatti e la nota dolente è che possiamo cercare di trarre una sintesi dal passato, e una lezione di vita. Alla fine vince lei, la vita. E’ un gran guazzabuglio di istanti, di emozioni, di tutto. E’ il caos che si autogenera. Violetta è in vacanza sul mar Caspio. Ha un nuovo amore, un amore di giorni e da giorno. Lo esibisce orgogliosa lungo la spiaggia d’inverno. Racconta che è il primo e l’unico, primo e unico vero amore. Le difetta la memoria e il ricordo. E non lo fa con cattiveria. E’ tutto in quella sintesi che si è impietosita. Lei ci crede veramente. Pensa che sarà per sempre e si sente felice. Lui si gira a guardare una bella bagnante. Ha un corpo imbarazzante, imponente e un costume ridottissimo, la bagnante. Violetta pensa solo che non potrebbe più mettere un costume simile. E che è… sconveniente. Quando erano andati a Lisbona, lei e Ulisse, davanti all’oceano, ne indossava uno più piccolo e non portava la parte superiore. Ma sono passati dieci anni e non lo ricorda. Non può ricordare tutto e perché dovrebbe.

Nota dell’autore: se mi sento guardato da una bella donna, per strada penso mi stia confondendo con un altro, sull’autobus la imploro nel silenzio della mia mente: “Ti prego, non cercare di cedermi il posto”.

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Terra fuoco e gas (50*70) 4 aprile 2010La nostra è una comunità che non ha bisogno di importare immigrati poveri, magari di colore, dal terzo mondo, per ricordare a sé stessa l’etica del dolore e della carità. Non ci si faccia trarre in inganno dalle apparenze, nonostante le infervorate prediche del parroco nella chiesa del centro durante la funzione della domenica mattina, anche qui, come in tutto il ricco e florido nord-est, la vita ce la si suda.
Lei ne era il classico esempio e la conferma. Negli studi si era sempre più che distinta ma dopo la maturità e il dottorato, superati con ottimi voti, aveva faticato a trovare un impiego. Per tre anni si era adattata a fare qualsiasi lavoro, anche i più umili. Era stata in fabbrica con tempi di pendolarità notevoli; aveva distribuito tonnellate di pubblicità per le cassette postali di tutta la città, inimicandosi più di qualcuno; si era fatta sfruttare da un ragioniere con studio da commercialista e da un Architetto con villa dal parco immenso e annesso studio; aveva custodito bambini, compreso il servizio notturno, e bavosi anziani tremanti e incontinenti ma solo in orari diurni, naturalmente; gli era anche stato offerto agosto in un calendario 35×70, e finalmente aveva trovato il posto fisso. Come si dice: si era sistemata.
Infatti, Alessandra detta Kika ormai anche dai famigliari, era diventata uno dei sei spazzini di ruolo del Comune; o netturbini se si preferisce, o meglio ancora, con dizione corretta come si usa in tempi recenti, “operatori ecologici”. Tre definizioni sono più che sufficienti per indicare un servizio che poi è di una semplicità rara. In verità, al di là di tutto, questi sofismi non cambiano la sostanza lasciando inalterati il ruolo, le mansioni e soprattutto la retribuzione.
Benché il nomignolo potesse far pensare a una giovane minuta o comunque graziosa ma piccolina Alessandra era una bella ragazza alta più di un metro e settanta, con un fisico da indossatrice e con un bel portamento che la faceva stare bene anche con la divisa verde. Perché poi Kika allora è presto detto: il soprannome gli fu affibbiato da qualcuno, di cui si è persa traccia nel tempo, come sempre avviene, semplicemente perché ricordava nel suono l’inizio di una delle sue frasi più celebri e ricorrenti di approccio.
Era stato per lei come una lotteria e con il primo stipendio aveva offerto da bere ai colleghi e poi agli amici, aveva pagato qualche debituccio, si era comprato un paio di scarpe, che guardava ormai da tempo, e aveva fatto un regalo ai suoi: un tele colori stereo con tanto di parabola e videoregistratore. Non gli era rimasto molto, alla fine, ma a sufficienza senza sprechi e aveva pensato che non prendono poi male gli spazzini. Subito dopo aveva fatto il grande passo: si era impegnata per i seguenti dodici mesi con un motorino tutto argento metallizzato. Non un impegno pesante, anche perché gli permetteva di risparmiare l’abbonamento, ma pur sempre il suo primo di un certo valore; quasi il segnale del passaggio alla sospirata indipendenza.
Forse non era il massimo che ci si può aspettare ma con un poco di spirito di adattamento e cercando di non pensarci, perché lei aveva pur sempre un titolo di studio, si arriva a capire che c’è di peggio; ti lasciava il tempo per pensare, gli orari erano appetibili, poteva sempre dare delle ripetizioni e non era poi così pesante come si può pensare. Modesto questo sì, ma anche i lavori più umili alle volte sono necessari e devono trovare qualcuno disposto a applicarvisi e così fischiettando spazzava i marciapiedi, e raccoglieva i sacchetti neri, con la sua scopa lunga quasi quanto lei dalle setole che graffiavano l’asfalto.
Anche se non abitava precisamente in quel quartiere lei riusciva ad essere gentile, quando se ne presentava l’occasione, e presto prese a salutare tutti e non tardò a farsi anche le prime amicizie. Già dopo due settimane, alle dieci e trentadue di ogni giorno, puntuale come un orologio svizzero, prese a prendere il caffè, con un craft, assieme al signor Giovanni, postino della corrispondenza ordinaria. Ormai anche i più tenaci si erano stancati dei loro pochi lazzi, lanciati dai finestrini aperti, forse stimolati anche dal fatto che non è proprio sovente vedere una ragazza, e anche carina, impegnata in mansioni simili, solitamente riservate a uomini. In quei casi lei era riuscita a trattenere in gola le parole della sua giovanile esuberanza, che pure erano in lei veloci, e solo raramente la sua mano guantata di quei guanti, enormi e rigidi che gli erano stati forniti con tutto il resto, si era lasciata sfuggire un gesto rapido col dito teso.
In una sola occasione un vecchio traballante, con un piccolo cane a guinzaglio e un sacchetto d’umido gocciolante, tanto pesante che faticava parecchio a trasportarlo, nelle prime ore del mattino, prima che lei potesse offrirsi per aiuto, gli sibilò un apprezzamento pesante. Rapidamente era tutto passato, anche l’imbarazzo dei primi giorni, forse delle prime ore, e ormai era diventata famigliare e c’erano persino signore che mentre lavorava gli chiedevano e davano consigli anche sulle cose di cucina e un poco su tutto. E’ vero che il rapporto con lo spazzino oggi, grazie ai raccoglitori esterni, è diventato più impersonale eppure era entrata nelle simpatie di tutti anche se c’è sempre qualcuno o qualcuna che si lava il becco dietro le spalle perché questo fa parte della vita. Solitamente piccole donnicciuole con molto tempo a disposizione e poche soddisfazioni dentro casa, con qualche taciuto rimpianto, o qualche segreto anziano spasimante che sarebbe rimasto segreto per sempre.
E del quartiere cominciava a vedere e sentire quei piccoli segreti che sono il sale delle discussioni sussurrate e delle sedute dalla parrucchiera: L’andirivieni di quel civico centotrentasette del corso, la galanteria del signor Paroli, i ragazzi della scuola che si nascondevano nell’androne del Palazzo Acida, che avevano soprannominato Fottiti, a fumare nascosti o che nascondevano lo zaino in garage e prendevano il buss per andare da tutt’altra parte, ecc… ma niente di veramente degno di nota e si sentiva realizzata. Si fece scattare una foto in divisa per metterla nel suo album personale, con la scopa tenuta ritta in mano e il suo sorriso più semplice.
Tutti la chiamavano per nome, anzi con quel soprannome, ormai. Aveva lineamenti fin troppo fini e un poco duri, capelli biondi lunghi, raccolti in una coda morbida durante il servizio, e occhi chiari e dita affusolate; eppure quando sorrideva il volto ne riceveva una luce mansueta. Curava la sua divisa come un abito da festa, mai una piega tratteneva un che d’ombra e sembra anche che se la fosse fatta leggermente adattare ma i pantalonacci restavano larghi, ed era un peccato, e la giubba non si abbandonava di certo sofficemente ad accompagnare le forme ne i movimenti. Chiunque, fin poco prima di allora, sarebbe riuscito ad immaginarsela vestita da hostess, al massimo da vigile urbano. Più di qualcuno, sottovoce e di nascosto, la chiamava “la principessa”.

Ma quel mattino, dall’Ufficio per le Risorse Umane, ex Ufficio per il Personale, attraverso il messo comunale gli avevano comunicato, a firma del Segretario Comunale, con letteratura fredda e impersonale, che non aveva superato il periodo di prova, cosa questa più unica che rara in tutto l’impiego pubblico, e che pertanto la Signoria Vostra sarebbe stata dimessa dallo stesso servizio con decorrenza dal mattino seguente prossimo venturo primo maggio, per altro festività nazionale; come ben tutti sanno.
Non che Chicca si fosse distinta per assenteismo, avesse mancato in qualche modo davanti a qualcuno o a un proprio dovere, ne che facesse male il suo lavoro; forse semplicemente lo faceva troppo bene. Lei spazzava le sue strade come avrebbe pulito le stanze della sua casa e come dovrebbero pulire le brave madri di famiglia, le massaie che non si trovano più, senza trascurare un angolo che sia uno ne cercando di nascondere lo sporco ma semplicemente cancellandolo. Tanto che gli abitanti avevano persino preso a farsi riguardo di portare giù il cane e o lo accompagnavano fino alle strade che non cadevano sotto la sua responsabilità o almeno aspettavano le ore in cui lei non era in servizio.
Certo, per far ciò, per eseguire il suo servizio con tanta meticolosa cura, il turno non era mai sufficiente e, nonostante lei non guardasse i dieci minuti, riusciva così a spazzare e liberare solo una parte della zona che gli era stata assegnata. Ecco, se c’era qualcosa che gli si poteva rimproverare era che puliva talmente bene che si vedeva a occhio la differenza fra le strade curate da lei e quelle invece dove erano frettolosamente passati i suoi colleghi ma non riusciva che a fare da Corso Calligola a Viale Yahoo, massimo la vicina Via Luther Blissett, e a destra Vicolo Il suonatore Jones e a sinistra Galleria Bettie (Betty Page); niente di più e niente di meno. Certo non la finiva, ma questo cosa vuol dire? La zona era certo troppo estesa per una lavoro fatto per bene e cosa ne possono capire i burocrati comunali?
Per un momento si sentì salire dal più profondo il pianto ma lo deglutì, gli occhi ebbero il tempo di arrossarsi leggermente ma nessuno si accorse di nulla, lo ricacciò da dove cercava di uscire e cominciò a pensare cosa fare, cosa dire e ancora cosa avrebbe potuto fare. Incontrava le persone e come in un qualsiasi giorno feriale con loro si comportava. Lei era gentile come ogni giorno e loro erano come ogni giorno gentili e rispettosi; più di ogni giorno, quasi cari: erano i suoi utenti, i suoi nuovi amici, una grande famiglia.
Continuò il suo servizio come lo aveva sempre fatto, come prima e meglio di prima ma all’ora di staccare non lo fece, continuò come se non avesse un orario da rispettare, come se non sentisse il bisogno di recarsi a mangiare, senza stanchezza. Aveva sentito dire che in Russia, tanto tempo fa, un uomo aveva fatto una cosa simile. Pian piano le macchine cominciarono a diradare il loro passaggio e a scendere le prime ombre della sera. Il rumore che lei faceva diveniva sempre più nitido e sempre più la sua unica compagnia; gli chiese per pura gentilezza il macellaio mentre chiudeva. “Ancora in servizi Alessandra, a quest’ora? Ve li fanno guadagnare quei quattro soldi quelli del comune”. Ma non sapeva e tiro giù la saracinesca con grande frastuono.
Dopo i lampioni anche dietro le finestre si accendevano le prime luci, cominciavano a trapelare i primi rumori delle televisioni e dei preparativi per cena, poi le strade si fecero vuote e nessuno poteva più fare caso a lei, ombra fra le ombre che continuava a lavorare. Si passò il polso sulla fronte, spostando un ciuffo che si era ribellato, e guardò verso il cielo che si trasformava in un tetto solido.
Continuò nonostante le difficoltà che la notte aggiungeva, gli angoli in ombra, una pur comprensibile apprensione che il buio non si limita di dare solo nei bambini e con accresciuta meticolosità rese quelle strade pulite come non si era mai visto e come non si sarebbe potuto vedere mai; tutte quelle strade, fino a tutta Via Vash The Stampede, prospiciente il municipio, l’intera zona che le era stata affidata, anche quelle che non aveva, fino ad allora, mai conosciuto e frequentato; di un pulito persino maniacale. A quel pulito avrebbe potuto aggiungervi anche la cera, se solo non fosse stata certa che si sarebbe rivelata pericolosa per il traffico e per gli stessi pedoni; e per un attimo ci aveva pensato e ne era stata attratta.
Non un granello di polvere doveva restare al suo passaggio. Spolverò anche tutti i lampioni e ne lavò i vetri; spolverò anche le serrande, ogni cosa ricadesse sotto la sua giurisdizione o si affacciasse su quelle sue strade e spolverò persino gli alberi, quei loro tronchi nodosi, fino ai rami più alti e più sottili assicurando, non si sa come, le foglie affinché non cadessero così da intralciare e minimizzare la sua opera. Particolare attenzione pose attorno ai cassonetti; dopo il suo passaggio, per la prima volta, riflettevano qualsiasi luce vi si posasse contro. Allineò le foglie alle siepi. Giunta allo stretto fiumiciattolo, che costeggiava nervoso il retro del più grande condominio del posto e rappresentava il confine del suo territorio, passò lo stracciò che ne cancellò anche le onde; ogni ruga e ogni pensiero di quell’acqua marcia.
Alle prime luci dell’alba era ancora lì a compiere e completare il suo dovere e a portare a termine la sua vendetta. Si fermò solo quando potè ammirare finalmente con soddisfazione il lavoro fatto e finito. Proprio, come si suol dire, mancava solo la cera. Poi si avviò per lasciare davanti alla porta del magazzino comunale gli attrezzi, i suoi attrezzi, e tornarsene finalmente a casa. Sentiva il sonno e la fatica, l’odore del sudore e crebbe la voglia di togliersi gli abiti e stendere le gambe ma non lasciò tutti gli attrezzi sul muro scrostato di quel magazzino: riprese la scopa in mano, per un momento pensò di cavalcarla verso chissà dove. Sapeva comunque solo che non poteva semplicemente abbandonarla.
Nessun’altro l’avrebbe potuta usare dopo di lei. La impugnò e con tutta la forza della rabbia per il torto subito, dell’umiliazione che le covava dentro, della cialtroneria che condizionava il suo futuro, della ribellione che faticava a trattenere e soffocare e non ultima dell’orgoglio per il compito che aveva portato a termine, e la lanciò a conficcarsi diritta nel grugno di quella pallida luna che si infranse, scomparve e lasciò il posto al giorno. Poi si avviò per andare a riposare e riposò serena di un sonno robusto e tranquillo.¹


1] scritto il 24 novembre 2000

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raccontiSulla carta era tutto semplice, lineare. Aveva cercato di descrivere tutto minuziosamente, il più fedelmente che gli era stato possibile. Scegliendo i termini più precisi, più corrispondenti. Anche per descriverlo per sé. Inseguendo l’arroganza di capire. Guardando fuori invece si rendeva conto che era impossibile non accorgersi: fuori era diverso, era vita. Sulla carta era un’altra cosa. Le parole restavano sulla pagina come rondini a riposare, in ordine, su un filo della tensione. Tensione… Erano immobili e insapori. Non avevano odori. Non avevano suoni che quelli che gli ripetevano nella sua mente. Per quanto limasse, cercasse di emendarle, quello era l’unico, misero, risultato che riusciva ad ottenere. E lui era un uomo preciso, di quelli che cominciano ad alzarsi presto una settimana prima della fine dell’estate per riadattarsi ai tempi e ai ritmi dei giorni del lavoro. Se ne era quasi dimenticato.
Cercò una sigaretta senza trovarla, aveva smesso da sei mesi, ma in quel momento ne subì un desiderio quasi impossibile da non ascoltare. Nella casa vuota non aleggiava che il silenzio di quel racconto di parole silenziose. E lui cercava di non parlare di sé, di tacere quello che lo riguardava, ma ogni sillaba andava a ricordargli qualcosa, sembrava solo un riferirsi a; già da prima che prendesse forma scritta. Non riusciva ad uscire dai suoi abiti. Ma dove prendeva corpo il suo disagio? Nel fatto che non voleva accettarsi per quello che era diventato? Anche. Ma il problema vero consisteva nel fatto che si rendeva conto che, tra le parole scritte da lui e quelle lette nella logorrea altrui, strava diventando sempre più aderente ad uno di quei personaggi; e quei personaggi erano lineari, squadrati, semplificati; o generosi o reticenti, o nobili o peccatori, o signorili o cafoni. Anche loro non potevano che essere non veri e così lui. Era diventato un uomo di carta. Con quella cravatta di carta, sempre la stessa, sempre al collo; anche d’estate. Con delle idee di carta e, quel che era peggio, dei desideri di carta. Eppure avrebbe dovuto ormai essere assuefatto al quel silenzio, a quella solitudine. Non era forse vero che, infondo, l’aveva voluta e cercata? Non ne era più tanto sicuro. Non voleva ammetterlo ma era anche a causa di una sua fragilità sempre repressa. Dell’incapacità di sostenere realmente gli sguardi e i giudizi degli altri. Se aveva fatto del male non era voluto, era stato solo per difendersi dalle cose, per innocente egoismo. Chi non lo è, infondo, un poco, egoista? Ma non gli era rimasto che quel vuoto cavo e, in quel istante, non sapeva se aveva fatto proprio la scelta giusta. Escludere gli aveva comportato anche chiudere le imposte sul resto. Ora non aveva più una vera realtà se non quella finta realtà che traeva dai libri e dalle notizie o che si inventava. Il suo volto era come costruito con fogli di quotidiani. Gli pareva quasi di sentirsi addosso quell’odore inconfondibile. Non aveva più obblighi ma nemmeno scuse. Alla fine le sue parole non potevano trovare vita. Forse avrebbe voluto avere ancora Ernestina lì accanto. Era la prima volta che ne soffriva l’assenza. Veramente quasi una prima volta.
Strana donna Ernestina sempre così invadente e allo stesso modo assente. Non le sembrava lavoro il suo. Per lei lavoro e solo quando provoca sudore che bagna la fronte, che si vede, che si porta a nudo in quelle piccole gocce. Maniaca dell’ordine. Della pulizia. Delle cose al loro posto. E di ogni posto per ogni cosa. E delle puntualità. E, naturalmente, della casa. Delle serata davanti alla televisione. Ma alla televisione dei programmi che amava lei. Si! aveva fatto bene, la loro storia era già finita prima. Ancora una volta era stata mancanza di coraggio. L’aveva trascinata a sopravvivere, quella storia, quando ormai non avevano più nulla da dirsi. Odiava anche come si vestiva. Persino, ormai, il profumo della sua pelle. E le sue pretese. E il desiderio che era diventato, ma forse era sempre stato, dovere. I morti della catastrofe erano solo nomi di un casellario senza senso. Non soffrivano certo più, come chiunque è morto, ma non erano nemmeno carne, e sangue; non facevano parte di un vero dramma. Cosa voleva dire veramente: poveri resti? Forse avrebbe dovuto andare sul posto per tornare a sentirsi vero. Ma lui era semplicemente inadeguato. Eppure in redazione aspettavano il pezzo.
Solo alcuni anni prima avrebbe raccontato di aver preso il foglio, di averlo appallottolato e gettato nel cestino. Semplicemente aveva cancellato il file e, per non avere un secondo ripensamento, lo aveva fatto anche dal cestino; un cestino che non c’era, che era solo una memoria virtuale. Lo aveva cancellato definitivamente. Era stanco. Erano giorni che evitava di chiedersene la ragione perché semplicemente una ragione non c’era. Non c’era una ragione per nulla.
Aveva preso il suo passato, lo aveva appallottolato e poi gettato dalla finestra. Solo per un attimo si era sentito come liberato, leggero. Un attimo. Poi, tardivamente, aveva capito che il passato era tutto ciò che gli rimaneva. Era sceso in strada ma del suo gesto, forse frettoloso, non era rimasto nulla. Nel frattempo era giù passata la macchina dell’azienda comunale che raccoglie le immondizie.

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