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Posts Tagged ‘tedesco’

ResistenzePassavano in silenzio. In fila indiana. Corvi. Privati della loro arroganza. Cercavano di mostrala, inutilmente. Le loro divise non facevano più paura. Si ascoltava la radio. Le notizie cominciavano a circolare. Le armate del duce… e quelle del re… e la grande superbia della grande macchina da guerra. S’erano impantanate nel Don. Ormai le voci circolavano. Chi diceva che era solo questione di tempo. Chi diceva che ci voleva pazienza. Chi, negli ultimi istanti, cercava ancora di mostrare la sua rabbia. Qualcosa si stava organizzando in città. E la città li guardava con occhi diversi. Con occhi di biasimo. A Venezia non piaceva la guerra. Non era mai piaciuta. Non piacerà mai. Per tutta la sua storia. Venezia non è una città di guerra. I soldati che marciano in riva al canalasso sembrano solo una antinomia. Gli scarponi di quei soldati suonano sordi sui masegni. Paiono marionette. Qualcosa che pare quasi bizzarra. Vanno verso la stazione. Li aspetta un treno militare. Li aspetta altra follia. Li aspetta… solo un grande nulla. E gli occhi dei veneziani li guardano increduli. Quegli occhi sono come sputi. Nora ha quindici anni. E’ venuta a vederli con la madre. E’ venuta a vedere la loro rassegnazione. Curiosità. In cuor suo gioisce, non si chiede se è bene o male, gioisce della belva ferita. Non le piacciono.
Gliel’ha insegnato l’Alberto. Chissà dove sarà l’Alberto. Risalgono la fondamenta di S. Simeon piccolo, i soldati della Wehrmacht. Se ne vanno. Forse sì. Forse no. Guardano dove calpestano. Poi uno si stacca. Rivolge lo sguardo perso verso loro. Ha il viso di un bambino. Ha gli occhi di un bambino. E gli occhi implorano, dentro la divisa del grande soldato. Sotto l’elmetto di ferro. Sua madre gli fa un cenno con la mano. Nora gli dice : “Vieni”. Lui parla solo un’altra lingua, ma capisce lo stesso. S’infila in calle dei Bergamaschi. Cerca di mescolarsi a loro. E si affrettano. Quello strano gruppo sgaiattola tra calli, ponti e callette; l’improbabile squadra. Frettolosamente. Mentre lui, quel tedesco, cerca di farsi piccolo, di sparire. Cosa diranno a Umberto. Loro non pensano a nulla. Non son momenti in cui hai il tempo per pensare. E poi lui capirà. Lo spingono nella corte. Poi dentro il portone. Ha occhi chiari come l’acqua, quel soldato. Quel ragazzo. Gli fanno ancora il cenno e lui ancora una volta capisce. Nora invece non capisce: perché la guarda così, con quella faccia stupita, ogni volta che cerca di parlarci; perché allarga le braccia. Ma Nora è solo una ragazzina. Non può dirgli che un sorriso intimidito.
In casa loro non è mai entrato nessuno con una divisa addosso. Meno ancora i porci con la divisa nera. Che quelli capiscono quello che gli dici. Hanno la stessa lingua. Dovrebbero capire le tue sofferenze. Ma per quanto lo guardi lui non è un soldato; è un ragazzetto come lei. Ancor più impaurito. Raggomitolato su se stesso che sembra volersi inghiottire. E si guarda intorno con quegli occhi chiari sgranati. Guarda la cucina. Guarda la grande sala. Si vede che ha fame. Lo nascondono dentro il cortiletto. Assieme alle galline e l’oca. Con gli occhi implora e la sua voce dice qualcosa. Con le mani che gesticolano porta due dita alla bocca, chiede una sigaretta. Ma loro due, donne, non fumano. Il dito di Nora rotea: “Mio padre”. Si sente sciocca, e lui si sforza di sorriderle. Forse ha capito e aspetterà.
E’ Nora che gli porta da mangiare. Lui se ne sta solo lì. In silenzio. E mangia come non avesse mai mangiato. Prova a parlare, poche parole, ma emette solo suoni astrusi, e brutti. Che contrastano con la sua faccia. Ha l’aspetto trasandato, e poca carne sulle ossa. Due peli di barba perché non è ancora uomo. Se ne resta rintanato in quella stia per tre giorni e due notti. La terza gli aprono la porta e lui va, sparisce nel buio, e mentre va sussurra: “Tanke”. Nora si chiede cosa avrà detto, ma crede di immaginarlo. La mamma le dice: “Brava Nora. Anche se sono carogne sempre cristiani sono. E la morte è una gran brutta bestia, anche a guardarla. Anche negli occhi degli altri, nella loro paura”.
Nora non sa se crede in Dio, ma le sembra di aver fatto la cosa giusta. Nora lo sa che sua madre ha ragione, ma non può non continuare ad aver paura dei soldati. E seguita ad odiare quelli con le divise nere: i fascisti. Quelli si son presi lo zio Alfonso. E anche Antonello. E la guardavano così… Quelli… avevano la faccia brutta. Brutti ceffi, diceva suo padre.
Poi gli anni passano. Nora diventa una bella signorina. Poi donna. Poi madre. Poi… semplicemente il tempo passa. Il ricordo quasi svanisce. Nora non racconterà mai a nessuno di quel giorno. Non sa capire. Hanno fatto solo quello che quel momento ha dettato loro. Quello che dovevano. Solo quando è nonna se lo lascia scappare. Col suo nipotino. E vorrebbe spiegargli. Non trova le parole. Non ha studiato molto, Nora, ma sa scrivere il suo nome. Ormai cosa importa. Vorrebbe, ma non sa dirgli quello che vorrebbe. Non la ricorda nemmeno più la paura, ma Nora continua ad odiare quelle camicie nere. E questo sì glielo sa spiegare, a quel bambino; in modo molto semplice: “Sono brutti”.

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