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Posts Tagged ‘tempo’

franca1Strana la mia storia, cioè la nostra. Io e Lei. Cioè questa è la nostra canzone. Oggi. Canzone che nemmeno ricordavo. Sono state altre a farci… ballare. Altre ad essere un pretesto ruffiano. Superfluo. Sono state altre a farci del male. Da continuare a ricordare. Una storia fra le storie. Una canzone che sembra raccontarci. Raccontare noi come tanti di quella generazione. Generazione di ragazzi; la prima. L’ultima? spero di no. Non sta a me dirlo. Una stagione da ignari protagonisti. Da zingari felici. Da navigatori. Da erranti. Con gli occhi assetati di mondo. Ignari di tutto. Persino di noi. E dell’amore. Ma forse l’abbiamo già raccontata. Forse è simile ad altre storie, ma è la nostra. E il pudore non basta.
Già! l’amore. Quel mistero di allora. Che ancora un po’ rimane. E incanta. Com’eri bella. E le parole mi riuscivano difficili. Poi leggere. Poi fluivano. Non riuscivo a fermarle. E poi l’imbarazzo. E allora cercavo di mostrarmi sicuro. E il suono delle tue parole ti faceva molto più bella. Tutto era facile. Tutto era naturale. Finché non abbiamo affogato i nostri timori in un bacio. Lo ricordo come ora. Quella sera. E tutte le mie ansie. E la consapevolezza che la vita mi avrebbe portato via. Mi avrebbe strappato dalle mie cose. Dagli affetti. Dagli amici. Dalla calle dove cercavo le tue braccia. Ma si ha vent’anni una volta sola. E avere vent’anni è un dramma quando si hanno per la prima volta. Purtroppo il tempo non ripete le sue filastrocche. Una volta li hai e poi se ne vanno. E tutto cambia. E tutto è cambiato. Quello che dicevo non era quello che speravo. Eppure sentivo che qualcosa di noi ci apparteneva per sempre. Non si è mai abbastanza stupidi a quell’età. E’ da allora che mi son conservato un “Scusami”.
Sapevo che si consumava una fine. Allo stesso tempo non volevo crederci. E’ per quello che non ci siamo salutati come avremmo voluto. E che per dar credito alla vita abbiamo dovuto perderci. Le parole non nascondono nulla. E’ tutto molto semplice. Non ho voluto legarti a me e allo stesso tempo ho sperato che tutto durasse per sempre. Sapevo tutto ma non volevo credere che l’amico più caro potesse rubarmi quel sogno sapendolo. Ed è così che le tue parole mi hanno colto comunque di sorpresa. Non le ripeto perché le soffro ancora. A sbagliare in due non è più facile rimediare.

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La luce filtra appena, un leggero pulviscolo quasi dorato, impercettibile. Il mattino è come una dolce stanchezza. Non è facile liberarsene. Gli occhi che affaticano. In bocca un sapore insistente. Ieri sera devo aver mangiato un po’ troppo abbondante. E con entusiasmo. L’ho bagnato di vino. Non che ci fosse qualcosa da festeggiare. Tornare alla realtà è un percorso pigro e minuzioso. Si trascina stancamente. Penso a noi, lei è qui accanto. Precedo il suono della sveglia. Da un po’ mi succede sempre più spesso. Una volta tiravo diritto. Sono altre le cose. Lentamente ho imparato che non sono quelle le cose importanti. Ho imparato la pazienza. Non si può ridurre tutto a questioni di principio. La vita non è una lotta. I piccoli screzi sono inutili. Perché provare il bisogno di affermare? Non che sia un segno di saggezza. Forse di stanchezza. Vivere in due non è necessariamente un continuo misurarsi. Si può qualche volta cedere senza perdere di dignità. Fingere di non vedere. Di non sentire. Soprattutto adattarsi. E’ un processo lento. Alzarsi per prendersi il bicchiere, senza bofonchiare. Estrarre le ciabatte da sotto il letto. Piegare i pantaloni prima di coricarsi. E chissà quante ne potrebbe ricordare lei. Non sempre conta avere ragione. Si può anche concederla senza perdere di dignità. Non sono queste le cose importanti. Non cambia il mondo. Le priorità alla fine sono altre. Ed è bello liberarsi dei propri vizi. Di quella certa arroganza. Del bisogno di… di… primeggiare. Vorrei dire sopraffare. Non che lei abbia un carattere facile. Ma ho imparato che mi costa così poco accontentarla: quest’estate la porto al mare, in Puglia. Mi chiamo Anselmo e a parte il nome mi sento tranquillo. Un po’ tutto questo mi fa sembrare che siamo diventati un po’ più estranei. E’ così che mi sono accorto d’essere invecchiato. La guardo e nemmeno lei è rimasta la stessa. Non sta proprio dormendo. Il tempo passa per tutti. Il suo corpo s’è appesantito. Rilassato. Le rughe allargano la loro invasione e si fanno un intrico sempre più complesso. La sua mano mi cerca mentre ancora il sonno tenta di resistere. Si accerta solo che sono ancora qui. Devo abbandonare questi pensieri. E’ ormai ora di andare a farmi la barba. Scivolo dentro il giorno.

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Il segno della paceC’era una canzone a cui Lei era particolarmente affezionata. Non sono certo di ricordare il perché. Forse perché avevamo ballato anche quella assieme stringendoci in quella nostra ultima festa. Era A whiter shade of pale (Procol Harum). L’ha rintracciata in quel diario. E’ sopravvissuta come le altre, più delle altre, al tempo. E alle nostre stupidità. Ma è facile essere stupidi a quell’età. Ed è una stupidità che si può perdonare. Anche quando ha fatto tanto male. E vorrei cominciare da quella. Per non cominciare con una nota triste: Se stasera sono qui (Wilma Goich). Anche perché non ho mai creduto di aver nulla da dimenticare. Né tanto meno da perdonare. Ma è Lei che ha voluto ricordarlo con quelle canzoni. E in fondo è stato bello. E’ bello. E’ bello ricordare. E la vita è fatta anche e soprattutto di questo. E poi questo non è nemmeno un post. E solo un commento riuscito troppo lungo ed eccessivo e sottosopra.
In realtà era il 1967, o meglio stava finendo pigramente, e le canzoni erano quelle di quell’anno. La vita era la piazza. Anzi la Piazza. Da bambini ci trasformavamo in ragazzi e ci credevamo uomini. Pensavamo di vincere e di cambiarci per cambiare. Leggevamo molto. Parlavamo troppo. Era la rivolta permanente. E ci accompagnavano i Nomadi con Dio è morto. Senza paura. Per non lasciare nulla come prima. E Donovan, quello di Mellow yellow, era un giullare che raccontava sogni delicati. Per una scorza di banana. Era l’altra faccia del grande Bob. Ma anche la sfida. In realtà non tanto antisociale, quanto anticonvenzionale. Questa era la parola. Ma non c’era nulla di eroico. E la rivolta era nell’aria. La rivoluzione solo una parola. E non conosceva il dolore. E quella pazzia. Tutto sarebbe arrivato dopo. E in fretta. E allora Fragole ancora, come per i Beatles di Strawberry fields forever. Fragole e sangue.
Non metto note perché le dovrei mettere a bizzeffe. Chi ha la nostra età può ricordare e comprendere. Ai più giovani chiedo scusa e pazienza a tutti. A dirla tutta io parteggiavo per i secondi. Questo non faceva alcuna differenza. Naturalmente a quel tempo preferivo i Rolling. Più irriverenti. Più arrabbiati. Più blues. Più“negri” (se mi si consente il termine). E allora… Na… na… na… «(Oh my) – I’m going red and my tongue’s getting tied (tongues’s getting tied) – I’m off my head and my mouth’s getting dry. – I’m high, But I try, try, try (Oh my) – Let’s spend the night togheter – Now I need you more than ever – Let’s spend the night together now» …na… na… na… (E non parlo di quella e delle alter nostre notti. Non lo faccio per pudorte e perché non avrebbe valore). Poco importa se qualcuno ci guarda; come due pazzi. Dicevo… preferivo gli Stones. O i Who di Happy Jack che cantavano già nel futuro ma non ricordavo nemmeno un verso. E nemmeno Lei. Anzi Lei ricordava vagamente che erano un gruppo. Importava poco, anche se erano stati loro i primi a cantare della nostra generazione. Cercava di venirmi dietro. E ce ne andavamo come fossimo soli. Senza nemmeno la vergogna per tutti gli anni passati. Per aver lasciato che le cose ci invecchiassero. Forse anche un poco più di quanto sarebbe stato loro permesso. Ma era quella la storia di cui eravamo curiosi e che ci volevamo raccontare.
Che noi volevano ritrovare. Noi a parlare di cose viste, ormai lontane. Del nostro girovagare Qui e la (Patty Pravo). A ricordare. Con un sorriso e il piacere di ricordare. Con gli occhi persi nel sole. E di sole. Tanto tempo era passato da allora. Tanto da non sapere se eravamo ancora noi. Un mese dopo essere tornati assieme mi ha portato per mano a Ponza; a conoscere il suo sogno. A mano camminavamo e nemmeno ce ne accorgevamo che cercavamo di rintracciare le melodie e le parole di allora. E tutto fu facile. Cantare insieme Dove credi di andare di Sergio Endrigo e capire che quelle parole ci erano di piccolo imbarazzo. No! in fondo non eravamo andati lontano. Non eravamo andati da nessuna parte. Avevamo continuato ciechi a cercarci. Ma forse anche no. Se guardi il passato, a volte, te lo puoi immaginare come vuoi. Puoi persino riscrivertelo su misura. Ed eravamo stai noi a inventare la musica. Per vivere. Per sognare. Anche per ballare. Per andare tutti al Bandiera gialla (Gianni Pettenati) a sgranchirci le gambe. O al Piper. Che poi a ballare non è che proprio ci piacesse tanto. Ci piaceva esserci, come gli altri. Stare tra quelli come noi.
E oggi?… Noi a tornare a parlare d’amore. Perché se è vero che E’ dall’amore che nasce l’uomo (Equipe 84) non era mai stato tanto vero come per noi. Noi. Due ragazzi nel sole. (Insomma… come due ragazzi), nel sole eppure. Con I sentimenti (Françoise Hardy) nudi. Cosa ne sapevamo allora dell’amore? E tutto aveva corso così in fretta. Ma Lei lo sa che io con lei festeggio anche i mesiversari (Lei stessa ha coniato allora il vocabolo con sorpresa). Nel tempo s’è diluita ormai quella sorpresa. Avremmo anche potuto non parlare. Avremmo anche potuto non aver bisogno di parole (se sapessimo vivere serenamente di silenzi). Delle canzoni, delle nostre canzoni, non possiamo assolutamente fare a meno. Certo erano molte e molte di più, quelle canzoni. Alcune avevano solo la consistenza di un sorriso. Di un abbraccio. Della gioia di condividere. Di cercarci la mano. Di provare la stessa emozione. La stessa leggerezza. La stessa fuga. O il sapore di un chewing-gum. Perché quella canzone di aveva spiegato che Il cammino di ogni speranza [Caterina Caselli] si ferma un momento e poi se ne va. Anche se tutta la nostra filosofia si poteva anche trovare in una canzoncina commerciale che sfruttava l’aria del momento, che pure era il lato B del disco: quella C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones [Gianni Morandi].
E questo momento mica vuole essere esaustivo. Avrei bisogno di ben altro spazio. E non solo quello avevamo in comune. C’erano i romanzi, la poesia, molti interessi e le nostre curiosità. E quella voglia di vivere e di correre. E allora dai [Giorgio Gaber]. Non era certo la fiducia o la speranza a farci difetto. Andavamo a muso duro. Avevamo forse il coraggio dell’incoscienza. E da raccontare una storia che non avevamo ancora scritto. Rifiutavamo tutto. Certo non ci potevano fermare quelle Pietre (Antoine). Ce l’avevano venduta come farina del suo sacco (cioè di Gian Pieretti). Era una sorta di riproposizione di una del grande Bob. Ancora lui. E allora mica le chiamavamo cover. Spesso non si sentiva l’originale. A trovare i soldi per il disco si faceva fatica. Il mondo si muoveva ancora a 45 giri. Ed è difficile far capire oggi che quella era un’altra povertà. Forse sarebbe più facile da capire per quelli che arrivano da Lampedusa. Avevamo poco e ci sembrava abbastanza. Il resto era solo da cambiare.
Inseguivano una strana fiaba. Tutti dietro ogni pifferaio. Allora anche il signor tamburino, pazzo, [Mr. Tamburine Man (Byrds. Dylan; ancora lui)] ci accompagnava per le strade del mondo e per quelle della notte. Ed era tornato per accompagnarci nel nuovo viaggio. Un viaggio che questa volta avevano iniziato assieme e assieme avremmo proseguito. Così è stato. E ci dicevamo: “Ti ricordi? E questa”? Certo non avevamo bisogno di rimpiangere [Piangi con me (The Rokes)]. In fondo ci accontentavamo di poco. Ci bastava sentirle assieme. Anche con la pelle. Anche odorarle. Gustarle. E poi cercare di cantarle. Di accennarle. Di mugugnarle. Nessuna ci aveva lasciato. Anche quelle con cui avevamo solo ballato come Winchester Cathedral (New vaudeville band). O che avevano accompagnato i nostri silenzi. In una sorta di gara con il tempo. Con quello che passa e quello che ci resta. Quello che credevamo non sarebbe finito. Senza porci domande. Per quelle vibrazioni che erano buone vibrazioni, appunto Good vibrations [Beach Boys]. Era così che non eravamo mai soli. Anche se abbiamo aspettato molto, troppo, per conoscerla la notte.
Certo non tutte le canzoni stringevano momenti di allegria e leggerezza, naturalmente. Anche nella loro malinconie o tristezza era bello ritrovarle. Molte di loro si sono rivelate premonitrici. Quasi volessero farci capire che poteva, che qualcosa sarebbe successo. Forse non abbiamo dato a loro retta. E’ strano trovarci ancora a cantare Ciao amore ciao pensando alla triste sorte di Luigi Tenco. Il mio non era quel viaggio. Era un viaggio. Sempre un viaggio. A guardare bene per molti versi simile. Non sarei tornato, non per noi. Andavo in un altro mondo. Non sarei tornato nello stesso. Ma tutto questo era solo dietro le spalle. Ce n’eravamo già liberati. Non serviva pensarci. Era tornato il nostro anno. Semplicemente. Era il… beat [The beat goes on (Sonny & Cher)]. Era già l’impegno. Era la pace. Era il sogno. Era la strada. Insomma…. Che ne so? Tutto torna e si confonde. Era tornato qualcosa. E una sorta di smania dentro. E la voglia di tornare a sognare. Ed era tornata Lei per me. Ed io forse non me n’ero mai andato. O almeno non avrei mai voluto farlo e averlo fatto.
Naturalmente non posto ancora una volta quella canzone, la nostra. Dovrei? Ne ho riempito le scatole a chi ci ascolta, che magari nemmeno la ama. Noi ce la teniamo; stretta. Noi ce la siamo portata dietro. Sulla voce di Patty ci siamo ritrovati a ballare con gli occhi gonfi di lacrime. E’ stato come se quelle note ci restituissero la stessa paura di perderci che avevamo provato quella domenica. Quella canzone non ci aveva mai lasciato. Io non sapevo di Lei e Lei di me. A perderci, allora, c’eravamo riusciti. Con molta fatica ma c’eravamo riusciti. Certo non ne conoscevamo il prezzo. Non lo sapevamo prima. L’abbiamo elaborato lungo tutti questi anni. Oggi lo sappiamo. Allora credevamo di avere tutto davanti: una vita, un futuro, i sogni e le illusione. Credevamo di esserne padroni e padroni del mondo. E’ sempre così a quell’età. Vai e non sai nemmeno dove e perché. Ma tutto questo l’abbiamo detto fino alla noia. Per favore perdonateci e non ascoltateci. Bisogna imparare ad affrontare anche quello che non ci fa bene sentire [La donna dell’amico mio (Roberto Carlos)] Ma nemmeno è necessario. La vita vive ugualmente. Ma tutto fa parte di noi.
Annastella nel momento ha detto che le sembra di passeggiare attorno ad un Juke-box. Ve le ricordate quelle macchine, un incrocio tra un frigo e un videogame, che riempivano le nostri estati e i bar di musica? Preferivamo quelle in italiano, di canzoni, più facili da cantare per noi. In inglese qualche verso e molti mugugni su un’aria che cercava di somigliare all’originale o a come le ricordavamo. Tornavano così come loro volevano. Anche un poco disordinate. E allora mando gli ultimo pezzi in ordine sparso: [Put Spell On You (Alan Price), Sunny afternoon (Lovin’ Spoonful), Stasera mi butto (Rocky Roberts), Chain of fools (Aretha Franklin)]. Proprio come un juke-box. Ultimi perché le dita sono stanche. Ed è finito lo spazio. E la pazienza. Mentre noi continuiamo a cantare. E le canteremo sempre, quelle canzoni. E le altre che non hanno trovato spazio. Qui e nella testimonianza di questo frettoloso momento. Lei ha più memoria. Io sono stato meno distratto, cioè né ho viste (cioè sentite) di più. Non ne ho dimenticata nemmeno una. Semplicemente le parole tardano a soccorrere la memoria. Vorrei chiudere con una canzone d’amore: Dite a Laura che l’amo (Michele). Anche se Lei non si è mai chiamata Laura. E’ solo perché non è stata ancora scritta una canzone d’amore col suo nome. E dire una cosa che ho pensato solo ora anche se avrei avuto tutto il tempo di farlo prima: è bello accorgersi che Lei è stata, ed è, anche la mia migliore amica.Una figlia dei fiori

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Griseide aveva un esse strisciata da principessa nella voce. Capelli lunghi fin troppo lunghi che non si erano mai visti così e una linea del naso armoniosa e arrogante. Tutte le parole che lui trovava esprimevano silenzio, forse un leggero fruscio nella sua testa; null’altro. Sulle spalle gli pesavano tutti i consigli di quelli che avevano tempo. E’ sempre difficile camminare sospesi ad un filo a centoventi metri dal suolo. (Comunque anche fossero centimetri non cambierebbe molto.) Sarebbe passato ancora e ancora se non l’avesse scorto; era deciso. Gli disse di quanto i suoi occhi… e di come le sue labbra… e di quello che avrebbe voluto fare e che aveva bisogno di tempo e che quel tempo con lei… e anche della festa per quella sera. E le disse tutto dentro un semplice e inatteso “Ciao!” falsamente distratto. Lei rivendicò il suo rango ma per un attimo lo barattò con la realtà e uscì dal castello. Gli occhi le divennero solo occhi. La voce una cosa miserabile che batteva sull’apparecchio d’argento. Fu lei a trovare quel coraggio che gli mancava, ma restò disperato quando vide l’immenso vuoto che aveva dentro e non gli fu sufficiente il suo sorriso. La sera, mentre l’accompagnava e la sentiva al suo fianco, si accorse di distrarsi pensando ad altro.

 

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Merda! non c’è niente da fare; non intende proprio saperne di voler partire”. Sbatté la portiera e tirò un calcio di stizza sul copertone. “Le macchine italiane”.
Per un attimo si lasciò al panico privo di conforto, anche se questo non era da lui: “E adesso cosa facciamo? Quando le cose non vogliono andare non c’è verso. E anche trovare un taxi a quest’ora di questa sera neanche a parlarne.” –e di quella sera poi.
Lei era ammutolita; quelle poche volte in cui l’aveva visto così, anche se solo per un attimo, in difficoltà e come privo di risorse, non era riuscita che a restarsene in silenzio. “E’ sempre così!” –ma poi la fissò e non disse altro.
Lei aveva controllato tre volte che i bambini dormissero tranquilli e almeno mille se era proprio in ordine. Aveva chiuso, aperto, chiuso, aperto e richiuso il gas e la bambinaia ormai ne aveva ben oltre il sopportabile delle sue raccomandazioni.
Aveva acceso la televisione per poi spegnerla, controllato tutte le finestre, inserito e disinserito l’allarme e fuori della porta si era ricordata di non sapeva cosa, poi aveva dimenticato la borsetta e al terzo tentativo era uscita in pantofole.
Per poco non era ruzzolata per i gradini. Era sempre così quand’era in ritardo, anzi quando doveva andare da qualche parte perché, con lui o da sola, non gli era mai riuscito di arrivare per tempo ma forse era meno colpevole giacché arrivava sempre trafelata.
Lei aveva rincorso una macchina sul ciglio della strada nella speranza che si fermasse; inutilmente. Ed era anche una delle ultime poiché il traffico a quell’ora diradava e la gente si infilava già nelle case con tutta la loro allegria sottobraccio. Guardò a destra e a sinistra la strada desolatamente vuota.
Cercare di raggiungere la fermata del tram voleva dire attraversare mezza città; ecco la bellezza della villetta bifamiliare nel verde della tranquilla periferia. Lui pensò di chiamare qualcuno ma chi avrebbe potuto trovare? e poi non era disposto a una figura simile. Non c’era niente da fare: sarebbero arrivati con un mostruoso ritardo se anche riuscivano ad arrivare.
Solo allora lui si ricordò che in qualche angolo doveva ancora esserci, piuttosto che restare lì senza neanche provare, e allora lo tirò fuori, sporcandosi di quella polvere grassa che poi si fatica a togliere. Non sopportava di sentirsi così imbrattato di quello sporco appiccicoso; questa era la cosa che lo metteva più a disagio, forse l’unica.
A lei sembrò solo una grande tavola finché lui non la poggiò orizzontalmente per terra. Più che un carretto era una specie di zattera fatta in legno dolce, di cassette di frutta, di quand’era ragazzo, con quattro piccole rotelline da mobile, fragile e con un che di posticcio e raffazzonato.
Assieme lo portarono fuori dal garage e lo misero in acqua, per così dire, davanti al cancello. Gettarono sopra lo spumante, ma di quello buono, e il dolce e vi si accomodarono alla bell’e meglio. Lei era estremamente cauta per la paura che si infrangesse sotto i suoi piedi.
Su di un fazzoletto di carta lui tracciò la rotta meticolosamente con tratti sicuri usando il rossetto di lei. Forse non era il tragitto più breve e diretto, anzi tutt’altro! questo era certo; era comunque quello più scorrevole e privo di insidie. “Speriamo bene” –disse.
Ma ci voleva pur qualcosa per far muovere quella carretta e anche in questo fu rapido nella soluzione: la sfiorò solo, come in un gesto fuori luogo ma delicatamente. Lei non ebbe neanche il tempo di fraintendere.
Issò allora le sue mutandine come una vela. Queste erano un indumento tanto piccole da non trattenere neanche uno dei luccichii del suo abito da cioccolatino e tanto leggere da non poter avere colore eppure, appena lui incitò il vento e queste lo presero e si gonfiarono, l’imbarcazione si mise a correre come un puledro imbizzarrito e allegro; più del vento stesso.
Con le mani le tratteneva in tensione e ne orientava la direzione; aveva una sorriso di soddisfazione che gli allargava il viso. Si sentiva come colui che aveva salvato il mondo. Così presero ad allontanarsi per arrivare.
Quella specie di barca traballava nella corsa e le piccole ruote sobbalzavano sul terreno scosceso; sembrava fossero i sentieri angusti a mantenere la direzione, coi loro ristretti margini, anche se così non era: non si lasciava indirizzare che dalle mani sicure e conosciute dell’uomo.
I cappelli e la minigonna di lei sventolavano come vessilli, garrivano fruscianti, mentre tentava di ripararsi dall’aria dietro al marito, inutilmente. La brezza le rinfrescava il viso e le imporporava le guance. Lui, al timone, offriva il petto al vento.
In realtà non sentiva freddo ma anzi il vento la rendeva come febbricitante, da sotto riceveva una strana smania, le gambe senza calze e con quella gonna che sbatteva impazzita, una sensazione speciale le saliva dal basso ventre denudato.
Tutta la sua pelle, interamente, era come arrossata, attraversata da una diffusa scossa elettrica. Avrebbe avuto solo voglia di mollare tutto e quella avventura e tornare a casa a fare all’amore fino ad essere esausta per alla fine abbandonarsi alla propria pigrizia.
Incontrarono un treno; ne avrebbero incontrati altri in quel viaggio. Uno mise fuori la testa con l’intenzione di gettare una bottiglia di vetro di acqua minerale ma il suo sorriso beffardo gli si spense fra le labbra quando s’avvide di essere in aperta campagna e che non c’erano che loro, comunque troppo lontani.
Il piccolo occhio della sigaretta sfavillava controvento. Allora quello gridò con forza un “Buon’anno!” che gli fu ricacciato in gola; a stento lo deglutì perché ne rimase quasi soffocato. La caracollante barca passò oltre.
Ormai il treno era sparito alle loro spalle e si era portato via anche il suo sferragliare, aveva solo gridato un’ultima volta in lontananza e presto restarono solo le rotaie nude e poi neanche quelle. Per un tratto corsero parallelamente ad esse.
Le rotaie invitavano come sempre alla morte; lui lo sapeva bene: ci aveva pensato più di una volta e anche non molti giorni prima in occasione dell’arrivo del dott. Sibilla, quando era rimasto a fissarle anche dopo che era passato un espresso che sembravano ancora vibrare e scivolare e allora si era chiesto come possono sfuggire i giovani a quell’impulso di suicidio.
Lei non pensava; tanto a che sarebbe servito? Eppure il treno restava per lei la partenza, l’emozione, la promessa e la meraviglia; fin da quando bambina i genitori la portavano per le stazioni e vedeva arrivare e partire tutti quei volti sconosciuti e non se ne sarebbe mai andata di là se non su uno di quei vecchi treni sferraglianti e sbuffanti che per lei erano così pieni di fascino.
Anche i suoni della stazione le mettevano allora allegria; anche quella voce misteriosa che parlava quel linguaggio metallico per lei incomprensibile. E la gente che si salutava quasi strappandosi brandelli di cuore.
Dove il sole non conosceva le stesse regole il sole batteva ormai la mezzanotte e Lei disse come se ne fosse preoccupata: “Non arriveremo comunque mai in tempo”.
Lui si lagnò per i suoi dubbi dell’ultima ora e di tutti i tredici anni di ritardi passati assieme tra una scusa e l’altra, sempre più inverosimili, eppure lei sapeva che se c’era una cosa che lui odiava era arrivare tardi ma come sempre non si perse d’animo e con il suo solito sangue freddo inventò su due piedi una soluzione proprio mentre le rinfacciava compito: “Forse non sarebbe sufficiente neanche se il tempo corresse all’incontrario”.
Spostò le lancette e rimise l’orologio indietro di un’ora con un sorriso soddisfatto, anche se non si dovrebbe farlo a cavallo di quella mezzanotte, infatti quando telefonò che stavano arrivando nessuno rispose dall’altro capo; poi guardò verso l’orizzonte. Fu così che per ore sentirono battere la stessa ora.
Gli alberi si chinavano riverenti. Canali, fiumi e mari si aprivano al loro fianco e in fretta si richiudevano. Acque diverse, qua calme e là rabbiose, non sempre sottomesse al vento. Scivolarono con uno splash morbido su una vasta pozza fangosa e gli spruzzi furono schizzati all’intorno e risero. Ma quella sera avrebbero dovuto attraversare anche un largo fiume, largo quanto non ne avevano veduti mai, e alcuni torrenti e nei pressi delle rapide le onde angosciosamente affaccendate gli avrebbero soffiato dosso il loro sottile vapore d’acqua.
Le ombre dei monti incutevano rispetto e intimidivano, come sempre. Il ponte si ergeva su di un vero abisso che faceva paura guardare giù. Infatti lei non guardò. Sul cielo che cambiava una larga massa nuvolosa scivolava silenziosa verso nord-nord-est. Quanti cieli avrebbero visto in quella loro grande avventura, nel loro viaggio sulle orme di Fogg.
Si annunciavano via via raggruppamenti di case, villaggi e città attraverso i campanili che spuntavano lì infondo, nella direzione in cui stavano andando. Erano città quasi prive di suoni anche in quella notte.
Ma cosa può restare dopo un viaggio come quello? Solo piccole impressioni, paesaggi rapidi e frettolosi: immagini. La sensazione principale era data da un senso di vuoto.
Traversarono quattro piazze, sette semafori e una paninoteca quasi deserta tra gente distratta e nemmeno Alice fece loro caso. E’ strano come ormai il mondo stia diventando deserto. L’uomo preferisce sempre più restare nascosto nella sua tana e in qualsiasi ora della giornata ormai le folle sono passanti frettolosi. Nessuno era nemmeno incuriosito dalla velocità con cui gli sfrecciavano accanto.
E attraversarono posti dove i bambini stavano ancora giocando e altri nei quali si apprestavano ai giuochi. Due di loro, un maschietto e una femminuccia, non ancora ragazzi, parlavano d’amore ma non conoscendone le parole cinguettavano e pigolavano già infelici. Luca, così almeno lo richiamò la madre, scavalcando una margherita vi inciampò e cadde bocconi.
Un pescatore assorto nel tentativo di ripescare i propri sogni da una bottiglia di vino buio non si distrasse un solo attimo; gl’occhi ormai assonnati continuò a cantare una canzone fatta di nebbie col volto scuro volto alla luna.
Una pia vecchia si batteva il petto settemilatrecentoundici volte sperando di non dimenticare nulla mentre la morte, ormai impaziente, si appoggiava all’acquasantiera imprecando come un turco per la fretta.
Il turco non imprecava, soddisfatto di aver potuto sottrarsi a quel compito ingrato e gravoso, avendo trovato chi lo sostituiva in ciò. Aveva lunghi mustacchi neri, il turco, e un mantello di un blu tenue sotto la luna e non aveva mai fumato in vita sua.
Eppure, in quella lunga corsa, ne incontrarono di personaggi strani. E esseri di tutte le età. E’ singolare come a volte si scoprono cose non conosciute quanto si pensa ad altro e si è distratto dal proprio viaggiare.
Al mercato del pesce ormai chiuso i gabbiani impettiti zampettavano, fra i banchi vuoti e il forte odore che emanavano, completamente padroni del campo e becchettavano e si azzuffavano e spettegolavano tranquilli. Facevano un brusio da mercato.
Un solitario turista istruiva un tassinaro annoiato sul percorso per rintracciare la propria malinconia e cercava la via più breve per evitare di risultarne imbrogliato. Il trentasette si fermò e non ripartì più in una nauseabonda pozza d’olio.
Un mendicante gettò la sua povertà fra le immondizie del giorno assieme alla vecchia fisarmonica che continuava a suonare quello sgangherato motivetto sempre uguale e sempre approssimativo e al piattino di ottone; timbrò il cartellino e staccò, anche lui si preparava alla festa.
Un giovanotto lasciò il lampione e un biglietto per la sua bella che non avrebbe mai letto: se ne andava in silenzio fra le braccia di un’altro lasciandosi dietro l’innamorato deluso e le stoviglie del vecchio anno. E l’altro le toccava il culo come fosse cosa completamente sua.
Un uomo trascinava violentemente sua moglie per un braccio e lei si lasciava trascinare come rassicurata. Più in là volò anche un ceffone ma si nascose dietro i primi botti. Lei gli disse “Scusa.” –e– “Grazie”.
Per quanto corressero nel verso inverso le ore passavano inesorabilmente e passavano perché non sapevano comportarsi altrimenti e allora, per non saper fare nulla di diverso, passavano contandosi con la più macabra pazienza.
Solo così arrivarono puntuali, non un minuto dopo, ma con un anno di anticipo e non se ne poterono subito rendere conto. Suonarono alla porta ma nessuno venne ad aprire. Gli amici attendevano impazienti e non vedevano arrivare nessuno.
Nemmeno lui poteva certo immaginare cosa era successo e quello che questo implicava: gli altri non potevano sentire ne lo scampanellio ne il loro bussare e anche se avessero aperto l’uscio, per una qualsiasi remota ragione, non avrebbero potuto vederli perché l’anno precedente avevano trascorso quelle ore in una discoteca, così ne loro ne gli amici c’erano gli uni per gli altri.
Ovvero erano là nello stesso identico momento, camminavano gli stessi passi, avevano la stessa apprensione e la stessa ansia, parlavano quasi lo stesso linguaggio ma non si potevano vedere ne sentire; li separava solo una porta e un maledetto anno.
In questa astrusa commedia in due atti il secondo cominciò solo allora e non riservava loro meno sorprese del primo. Stapparono lo spumante, ma di quello buono, da soli e soli lo bevvero su quel pianerottolo per non perdere l’istante che fuggiva. Passavano altri inquilini e questi li guardavano con meraviglia e perplessità pur senza vederli.
Nella donna il sottile aroma salì per il naso e si fece rossa e tentò come di starnutire portando le mani davanti al volto e finendo con l’arrossire: ora era sicura che meglio sarebbe stato se fossero rimasti a casa, magari a fare all’amore fino a stancarsi.¹


1] Scritto il 20 marzo 2002

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pittura informale nero su bianco con macchia rossaLa musica gli aveva messo tristezza e malinconia. Per fuggire i pensieri che lo inseguivano provò a condurla attraverso un valzer o quello che credeva un valzer. Ricordava che anche quella sera… L’immenso lampadario di cristallo non aveva pietà, non dava vie di fuga, non permetteva nessuna menzogna. Solo non aveva ancora voluto ascoltarlo e crederci. Aveva continuato a farlo con sempre maggiori difficoltà. O forse aveva solo coltivato quel bisogno di lei. Nemmeno di lei ma del suo corpo. Ne provò vergogna; non era gentile nemmeno nei confronti di Gloria. Come se stesse girando un film per l’ennesima volta pur sapendo come sarebbe finito anche questa volta. Chiuse gli occhi e contò i passi: uno, due e tre; uno due e tre; e ancora. Lei non riusciva ad abbandonarsi al suono né lui a condurla. Non era mai stata una brava ballerina, come non erano mai stati una grande coppia. Lei aveva il viso di una donna stanca. Una ciocca di capelli le era caduta sul volto con l’ombra di un taglio netto. Il collo era ornato di perle e di un intrico di rughe sottili. Si accorse di come, nonostante fosse pronta per uscire e l’abito, avesse il profumo dolciastro della morte. Non capiva come avesse fatto a non accorgersene prima e cercò di accontentarla.

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E’ già agosto. Veramente sono in ritardo. Un paio di giorni non sono poi la fine del mondo. Di quel mondo se n’è andata la metà. Dicono. Le strade e gli uffici sono vuoti. Per fare caldo fa caldo. Proprio come fosse agosto. Come in quel 2 agosto del 1980. Come passa il tempo. Scappa via. E sono trent’anni. E guardo i treni passare. C’è ancora da aspettare per le ferie. Una strana sensazione. La vita corre veloce. Mi sembra di stare lì a guardarla passare. Proprio come quei treni. Forse è una questione d’età. La sensazione che tutto scappi tra le dita. Vorresti fermare il tempo. Come in una sorta di piccola paura.
Vorrei poter dire eravamo in tanti. Era una umanità variopinta. Una piccola umanità. Una fetta di umanità. Ma c’erano posti vuoti. E nemmeno pochi. E genti diverse. Certo c’era Patti Smith per il Live again Emergency. Per noi era più importante festeggiare la riapertura dell’ospedale di Lashkar-gah. Era quello il vero motivo. Ma piazza S. Marco aveva la magia di sempre. Delle sue notti. E la notte ci cullava dolce. E’ proprio vero che se non ti senti vivo non lo sarai mai. E comunque c’era Patti Smith. Come dice Wiki la sacerdotessa “maudit” del rock. Un pezzo di quel passato. Un pezzo di quel noi. Magari dei nostri fratelli più piccoli. Quelli con dieci anni di meno. Ma chi ha vissuto quegli anni non si perde per così poco. Ha continuato a cercare la buona musica. Le buone sensazioni. E poi è pur sempre quella di “Because the night”. Non sarò cresciuto con lei ma ci siamo incontrati già grandi. Più o meno siamo coetanei. Potrei portarla a vedere quei treni.
Io con la mia maglietta rossa “Io non ti denuncio”. Chi ne capisce me la invidia. Me la vorrebbe rubare. Ne sono orgoglioso. Siamo in tanti ma non abbastanza. E a guardare vedi come molto è cambiato. Quasi tutto. Ci sono giovani. Ci sono i sopravvissuti. Con tutto quello che è passato attraverso loro. Lo so che sbaglio. Cosa ci posso fare? Chi si aggrappa testardamente al passato mi pare patetico. Come quelli che protestano per farci sedere. Lo sanno che è un concerto? Ci vuole un po’ per scaldare gli animi. Rossana accenna ad accendere una fiammella. Veramente la luce flebile del palmare. Le faccio ricordare come si faceva con l’accendino a tutto gas. Per un attimo. Siamo i soli a farlo. Un attimo. Ci rinuncio. Seguo quei pochi versi che conosco e ricordo. Cita i Rollings. Interpreta una Gloria. Proprio la nostra musica. Quella di quegli anni. E’ da vecchi commuoversi. Stasera non ne ho il tempo. E poi tutto è cambiato e niente è cambiato. E’ bello finire cantando “People have the power”. Ma cosa è rimasto. E io chiedo troppo spesso perdono ai nostri figli. E pensare che avevo cominciato tutto questo per parlare d’altro. Solo per guardarmi intorno in questo inizio di agosto.

Ero immersa nei miei sogni
di una apparenza brillante e corretta
e il mio sonno è stato interrotto
ma il mio sogno rimaneva chiaro
sotto forma di vallate luminose
dove si sente l’aria limpida
ed i miei sensi si sono riaperti
Mi svegliai (sentendo) l’urlo
che la gente ha il potere
di redimere l’opera dei pazzi
fino alla mitezza, alla pioggia della grazia
è stabilito, è la gente che guida
La gente ha il potere
La gente ha il potere
La gente ha il potere
La gente ha il potere

Gli atteggiamenti vendicativi diventano sospetti
e rannicchiarsi come per ascoltare
con le braccia protese in avanti
perché la gente ha le orecchie
e i custodi e i soldati
giace sotto le stelle
scambiando ideali
e abbassando le braccia
per disperdere / nella polvere
per diventare / come vallate splendenti
dove l’aria pura / si percepisce
e i miei sensi / (sono) di nuovo aperti (al mondo)
Mi sono svegliata piangendo
La gente ha il potere
La gente ha il potere
La gente ha il potere
La gente ha il potere

Dove c’erano deserti
ho visto fontane
l’acqua sgorgava come crema
e noi andavamo a spasso là assieme
e non c’era nulla di cui ridere o da criticare
e il leopardo
e l’agnello
dormivano assieme realmente abbracciati
io speravo nella mia speranza
di riuscire a ricordare quello che avevo trovato
io sognavo nei miei sogni
Dio sa cosa / una visione ancora più pura
fino a che non ho ceduto al sonno
Affido il mio sogno a te
La gente ha il potere
La gente ha il potere
La gente ha il potere
La gente ha il potere

Il potere di sognare / di dettare le regole
di lottare per cacciare dal mondo i folli
è promulgata la legge della gente
è promulgata la legge della gente
Ascolta:
Io credo che tutto quello che sogniamo
può arrivare e può farci arrivare alla nostra unione
noi possiamo rivoltare il mondo
noi possiamo dare il via alla rivoluzione sulla terra
noi abbiamo il potere
La gente ha il potere …

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