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Posts Tagged ‘Tenco’

politicaNon per cavalcare l’onda. Cosa è cambiato? Tutto. Nulla. Per quanto mi riguarda ho solo quarant’anni di più; circa. Mi sembrano una vita. Il ricordo si fa confuso. I capelli non sono più lunghi, a dire il vero sono anche molti di meno. Gli occhiali li porto non per vezzo da intellettuale. Forse più consapevolezza, non ne sono certo. L’energia è la stessa, sembra strano ma forse di più. La rabbia è la stessa, una uguale rabbia che come allora va canalizzata, va espressa in progetti. Le ingiustizie sono le stesse, per quantità. Ci sono ancora troppi sudditi. Allora c’era una classe politica di sottile preparazione, oggi sul palco c’è una compagnia di subdoli buffoni. Il paese aveva venduto la sua autonomia. Mangiava pane fatto con farina pagata al 60% dagli americani. Devo, allora, averci scritto un testo per una canzone mai cantata. Stonato lo sono sempre stato. A questo ci si può far poco.
L’America è ancora l’America e non ancora l’Amerika. E’ l’America che ci ha regalato la nostra intelligenza uscita dal fascismo. E’ L’America che ci raccontano, quella di Steinbeck, del rock’n’roll, del bebop. Siamo ancora al mito americano; alla frontiera. Il romanzo più letto è “sulla strada“, simbolo di libertà e di ribellione. E’ una America con alla guida, per la prima volta, un presidente cattolico; cattolico e democratico. Per dirla tutta la nostra è un’America un poco datata; a cavallo tra, soprattutto, quella della depressione, che ci racconta la Biblioteca del Congresso, e quella di fine anni ’50 primissimi anni ‘60. Woody Guthrie: This land is your land. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Woody Guthrie – This land is your land.mp3”]Cazzo! Ognuno aveva una storia diversa ma avevamo tutti uno stesso senso di frustrazione. Quella sorta di impotenza che prende davanti a certe situazioni, soprattutto quando vorremmo fossero diverse. Qualcosa montava dentro. Io provenivo da una famiglia Comunista; resistente. Avevo solo curiosità di capire. Il loro Comunismo, della mia famiglia… non mi piaceva. Il mio ’68 comincia forse nel ’63, forse prima. La televisione era ancora in bianco e nero. Per quanto ricordo era ancora in osteria. Le prime occupazioni, ero ancora alle medie. Cercavamo una nostra storia. Ormai le notizie ci portavano in ogni posto. In ogni angolo. I nostri orizzonti perdevano confini. Nostra patria è il mondo intero. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/xVVAA – Nostra patria e il mondo intero.mp3”]Magari confusamente. Magari infarcita di passato e di anarchismo. Miti che in realtà non ci appartenevano. Storia della Storia. Addio Lugano bella. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/xVVAA – Addio Lugano bella.mp3”]Qualcuno, giovane oggi, pensa che tutto sia esploso all’improvviso; così gliel’hanno raccontata. E che tutto è stato solo bello, facile, avventura. In realtà non è mai iniziato questo mio ’68, come in realtà non è mai finito. E’ la resistenza che non vuole arrendersi. E’ il nuovo che avanza. E’ una eredità che già pesa. C’era la corsa alla conquista dello spazio. Stava finendo l’illusione che in Russia ci fosse una Russia che non c’era. Una zanzara si insinua nelle scuole. Tutto ciò ch’è nuovo fa paura. Invece fa simpatia Chruščёv che picchia la scarpa sui banchi delle Nazioni Unite. Ricordo le veglie contro le condanne a morte. Cuba. Ricordo come eravamo i figli di una grande idea di libertà che non sapevamo afferrare. Ricordo che eravamo fratelli minori ed ero poco più di un bambino. Per quanto mi posso ricordare inverno fretto quell’inverno. A pensarci oggi era il 1960; avevo solo 12 anni quell’anno e già mi sentivo uomo. Ascolto parlarne gli altri, quelli più grandi, gli uomini. Fausto Amodei: Per i morti di Reggio Emilia. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Fausto Amodei – Per i morti di Reggio Emilia.mp3”]I ricordi accorrono lenti, confusi. Anche contraddittori. Eppure più trovo parole più mi sembra di avere altro da dire. Non voglio annoiare. Non c’è rimpianto. Non è mia abitudine soffermarmi a guardare dietro. E non c’è niente di eroico, non ero che un ragazzo di quindici anni. E’ l’anno in cui “nascono” i Beatles; Prima la musica era solo Sanremo. Il Vajont. Nel dolore ci si sente tutti fratelli, solidali, italiani. Subito si comincia a capire che non è marcio solo quel monte. Che la vita non è quotata in borsa. Nel dolore ci si vergogna. Esattamente il 22 novembre 1963, a Dallas, quel presidente, il presidente dei diritti civili, della guardia nazionale che permette l’accesso nelle scuole alla gente di colore, John Fitzgerald Kennedy, come tutti sanno, viene assassinato. Richie Havens: Freedom. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Woodstock 1-03 Freedom.mp3”]Iniziano timidamente le prime proteste; le proteste contro la guerra ed era la guerra del Vietnam. Sì! è il 1964 quando, dopo da beffa del golfo del Tonchino, l’America interviene in Vietnam. Il quel paese così lontano che prima nemmeno sapevo ci fosse. E’ dello stesso anno la rivolta degli studenti americani a Berkley. Avevo i calzoni corti, ma erano simbolo di un benessere non ancora raggiunto. Quelli lunghi non sarebbero arrivati per l’età ma con il nuovo lavoro di mio padre. Mia madre avrebbe smesso di girare i cappotti che erano stati del nonno e degli altri maschi della famiglia. Alla quarta volta, per quanto la giri, la stoffa è ugualmente consunta. La povertà di quegli anni la ricordo in un immagine di mio padre che teneva le cicche, raccolte in ufficio, in una scatola da scarpe per soddisfare il suo vizio. Luigi Tenco: Ballata dell’eroe. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Tenco – Ballata dell eroe.mp3”]Spero di non toccare alcuna suscettibilità. Anche gli stessi ambienti cattolici erano in fermento. Fermenta qualcosa che non è contenibile ne relegabile in un solo ambiente. Siamo servi di uno stato straniero sempre più imperialista. Siamo servi di una chiesa che non ha voluto vedere, che non sa parlare nemmeno al suo “gregge”. E’ una democrazia fin troppo limitata, controllata, che sta stretta. Forse non sono mai stato estremista. Forse un po’ lo sono diventato già da allora. Forse nemmeno estremista, solo leggermente intollerante. Parliamone. Lo slogan “Dio è morto” girava negli anni ’60 negli ambienti alternativi USA (la canzone è del ’65). L’avvio del brano, come più volte ricordato, fa il verso alla poesia del poeta Beat Allen Ginsberg: Urlo. La si doveva ascoltare dalla radio vaticana poiché una radio suddita di stato, la RAI, l’aveva censurata nel timore di incappare nelle ire della santa sede. Nomadi: Dio è morto. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Nomadi – Dio e_ morto.mp3”]Il mondo cambia. L’America cambia. E’ finito il sogno. Il 21 febbraio del 1965 “viene sparato” Malcolm X, leader dei mussulmani neri; dei “neri cattivi”; di quelli che sono stanchi di aspettare, di subire, che la parità vogliono prendersela. E’ l’America dei Fratelli di Soledad. L’orgoglio afroamericano e la rivolta nera formano i loro leaders nelle prigioni dove, soprattutto, se sei nero, per scontare un anno puoi rimanere dentro tutta una vita. I Black Muslims, basco nero, guanti neri, vigilano nei loro quartieri scorazzando in macchina, armi alla mano. Difendono i loro territori. E’ l’America delle contraddizioni, e le contraddizioni scoppiano, soprattutto nei ghetti. E’ l’America della rossa Angela Davis.
Strana generazione la nostra, in un certo senso senza padri, a studiare per diventare consumatori. Che vogliono far studiare a fare gli americani. Una generazione che si esprime attraverso tutti i linguaggi. Con una colonna sonora che accompagna i suoi passi. La musica è un mezzo semplice per sentirsi insieme. Le prime riviste musicali parlavano di linea verde e linea rossa. Cazzo! come odio queste etichette del cazzo. Non credo sia la prima volta che ricordo che alle manifestazioni la più “gettonata” era We shall overcome. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Joan Baez – We Shall Overcome.mp3”]La voce è quella di Joan Baez, e sono le migliaia di voci della giovane contestazione. Tra le pareti di casa si ascoltava dalla stessa voce Where have all the flowers gone. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Joan Baez – Where have all the flowers gone.mp3”]Ma è anche la generazione che accorre in massa a dare un aiuto commovente a Firenze dopo l’alluvione. Quei ragazzi affondano le mani nel fango. C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling stones è di quel 1966. Allora si diceva: “è la grande industria discografica che cerca di cavalcare il disagio, la rabbia, la protesta”. Oggi fate un poco voi. A me non sono rimaste risposte ma solo domande. La canzone è stata scritta da un giovane, appunto di estrazione cattolica, Mauro Lusini, ma viene portata al successo da Gianni Morandi. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Gianni Morandi – C_era un ragazzo che come me.mp3”]Anche Contessa è del 1966. A suo modo profetica, il suo ritornello diventerà la colonna sonora delle piazze negli anni a venire. Per chi la sa ascoltare è una netta critica all’allora Partito Comunista. Un partito che già a quel tempo è incapace di rinnovarsi. La prima fa parte, naturalmente, di quella che chiamano linea verde, la seconda della linea rossa che ha un altro mercato o non ha mercato. Queste canzoni non si imparano sui dischi ma nelle stesse piazze. Colui che la canta è Paolo Pietrangeli. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Paolo Pietrangeli – Contessa.mp3”]Potevano dire quello che volevano, la Resistenza non era ancora finita; era lontana, anzi, da finire. Il fascismo permeava ancora la nostra società. I libri di scuola tardavano a disfarsi del marciume. Erano pieni di patria e di propaganda stantia, di un assurdo e falso eroismo che ci aveva coinvolto in una guerra persa, combattuta dalla parte sbagliata. Se andava bene di un lacrimevole deamicisismo. Ho ricordi da incubi. Eravamo, difficile crederlo oggi, ancora un popolo di migranti; persino i fratelli maggiori sembrano dimenticarlo. Solo che migravano i poveri. Come prima della grande guerra. Come tra le due guerre. Non partivano ancora solo le nostre migliori intelligenze. Partivano dal sud per raggiungere il nord, in molti casi per andare anche oltre. Stranieri in terra straniera anche quando quella terra era ancora Italia. Per trovare lavoro in fabbrica. Per fuggire la fame. Gualtiero Bertelli: Emigrazione. [Audio “http://se.mario2.googlepages.com/GualtieroBertelli-Emigrazione.mp3”%5DIl domani era confuso. Continuavano a dirci che dovevamo consumare, ma io non avevo più suole sotto le scarpe da consumare. Non si sapeva dove andavamo ma sapevamo che dovevamo andare. Venezia sembrava allora il centro del mondo. Scoprii in seguito che lo era; almeno un poco. Il futuro che ci era riservato non era certo roseo. Tanto valeva mettere tutto in discussione e provare a cambiarlo. Come dice lo stesso Gualtiero Bertelli in Vedrai com’è bello non ci erano lasciate molte alternative. Volevamo solo un futuro. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Gualtiero Bertelli – Vedrai com_e bello.mp3”]Un anno prima, nel ‘67, il 7 febbraio a Pisa veniva occupata l’università. Infondo c’è sempre qualcuno che non rispetta gli appuntamenti. Chi poteva immaginarlo che arrivava il ’68. Tenco si spara durante il festival di Sanremo. E’ golpe in Grecia; quello dei colonnelli; quello di “Z l’orgia del potere“. A La Higuera (Bolivia), il 9 ottobre, viene trucidato quello che sarà uno dei grandi miti di tutti gli anni a venire: Ernesto Rafael Guevara De la Serna per tutti solo Che Guevara. Buena Vista Social Club: Hasta siempre comandante Che Guevara [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Buena Vista Social Club – Hasta siempre comandante Che Guevara.mp3”]Eccolo il ‘68. Arriva quando vuole. Come in ritardo. Il 5 gennaio scoppia la “Primavera di Praga” (finirà il 20 agosto, annegata nel sangue dai carri armati sovietici); Guccini ricorda il sacrifico di Jan Palach nella sua canzone intitolata appunto “Primavera di Praga“. Il 4 aprile a Menphis viene ucciso il leader nero pacifista Martin Luther King Jr. Il sogno dell’Amerika ha, ancora una volta, la sostanza del piombo. A Roma gli studenti si scontrano con la polizia davanti alla facoltà di architettura, a Valle Giulia. E’ il vero inizio del ’68 italiano. Gli studenti francesi mettono Parigi a ferro e fuoco. Scoppia il maggio francese. Uno dei tanti slogans è “la fantasia al potere“. La Sorbona è una fucina di nuove idee. Noi ci si interroga sul caso Braibanti. La mostra del cinema di Venezia viene violentemente contestata, si contesta l’industria della cultura. Anche l’apertura della stagione della Scala viene accolta a colpi di grida e uova. Così anche alla Bussola; e si spara. Nascono riviste, cambia tutto e tutto è rimesso in discussione. De Andrè ricorderà così lo spirito di quei giovani e di quei giorni nella Canzone del maggio. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/De Andre – T042-Canzone del maggio.mp3”]A fare il conto dei morti e dei feriti che la “democrazia” ha lasciato per terra nei giorni della mia storia si perderebbe il conto; ci vorrebbe troppo tempo. Non è solo il ’68 degli studenti, inizia anche quello che sarà il ’69 e siamo ancora appena all’inizio del ‘68. A Milano, gli operai della Pirelli-Bicocca contestano violentemente gli accordi raggiunti dai sindacati. A Valdagno gli operai della Marzotto resistono alle cariche della polizia e danno vita a una battaglia in tutto il paese. Viene abbattuta La statua del conte Gaetano. Si spara sui braccianti a Avola.
Il 12 ottobre si inaugura la XIX Olimpiade: iniziano i “giochi di Città del Messico“. Tommie Smith e John Carlos salgono sul podio scalzi, basco nero in testa e la mano guatata di nero che saluta il pubblico a pugno. In verità i giochi iniziano il 3 ottobre quando la piazza di Tlatelolco (ribattezzata piazza delle Tre culture) viene ricoperta da centinaia di morti: quasi tutti studenti. A ordinare la feroce sparatoria è stato il presidente Gustavo Diaz Ortaz. L’esercito ha sparato dagli elicotteri e dai tetti del ministero degli Esteri.
Io invece il ’68 l’ho passato quasi tutto in vacanza, a spese dello stato, a fare il militare. E anche l’inizio del ’69. Allora le indicazioni della sinistra, vecchia e nuova, era di andarci. Paura dell’esercito professionale in una Italia che faceva le prove di colpo di stato. Mi sono perso qualcosa? Credo di no, anche se me ne stavo infagottato nei panni ridicoli dell’artigliere. Provavano a prepararci contro eventuali sommosse, a movimenti di piazza, per l’ordine pubblico. Tanto che dovevamo farlo meglio creare documentazione. Meglio organizzarci. Mettere in piedi qualche sciopero dentro le caserme. Magari con fare circospetto. Farli sentire meno sicuri. Meno arroganti. Non eravamo disposti a sparare, ma se proprio lo si doveva fare allora avremmo rivolto le armi solo ed esclusivamente contro chi si credeva di poterci dare gli ordini. A chi pretendeva di farci giocare a fare i soldatini. L’America, nel frattempo era diventata l’America di Nixon. Rudy Assuntino: Le basi americane. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Rudy Assuntino – Le Basi Americane.mp3”]Alcune delle riunioni le facciamo in parrocchia, nello spogliatoio del campetto da calcio, prima della partita, all’insaputa del parroco. Non c’è posto più sicuro anche se ci mettiamo un po’ troppo per cambiarci. Altre le facciamo a casa di amici. Quando ci torno, in una di quelle case, a Roma, il ’69 è sul finire. Una sera mi accorgo che stiamo parlando piano. E’ l’effetto Piazza Fontana, l’effetto Valpreda, in realtà di Merlino. Serpeggia la consapevolezza che non è più un gioco, se mai lo è stato. Una consapevolezza che non era mai venuta meno. Ma è già l’Italia che canta in Piazza a “Nixon boia, Nixon boia, giù le mani dal Vietnam. Il Vietnam è comunista, ti ricordi Dien Bien phu“. Davanti all’indignazione tutti sembravano diventare comunisti, anche quelli che non lo sarebbero mai stati. I nostri fratelli più piccoli invece vanno a giocare il futuro in piazza proprio come nelle parole ricordate di De Andrè. Incuranti, come fosse la bella avventura. Se il futuro è fabbrica gli studenti vanno a incontrare chi patisce quel futuro che vogliono cambiare. Vanno per capire. Vanno a volantinare. A dare solidarietà. Vado a conoscere il mio mondo. A ritrovare l’orgoglio. Gualtiero Bertelli: Ingranaggi. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Gualtiero Bertelli – Ingranaggi.mp3”]Magari a qualcuno più giovane qualche nome non dirà nulla. Non sempre la storia ha memoria. E poi ognuno ha la sua storia. E ci sono cose che si ama dimenticare. Altre ritenute minori. Ho ricordi recenti. Genova resta una ferita profonda, una dolorosa cicatrice. Il mondo è cambiato l’11 settembre; quale? Ancora una volta vorrei capire. Un altro 11 settembre. E’ il 1973. Davanti al palazzo della Moneda cade, sotto il colpi del golpe militare, Salvador Allende. E’ un’altra fine. Non ci saranno Brigate Internazionale. I tempi della Spagna sono lontani. La repressione dei compagni sarà durissima. Alcuni li ho incontrati perché hanno fatto a tempo a rifugiarsi, esuli, da noi. Anche quelli erano migranti. Torna l’incubo del colpo di stato. Ivan Della Mea: Ringhera. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Ivan Della Mea – Ringhera.mp3”]Ancora un 11 settembre, un venerdì. E’ il 1975, sono le 13,25, una terribile esplosione distrugge la Flobert, una fabbrica che produce proiettili d’arma giocattolo e fuochi artificiali. Tanti di tante morti bianche che ancora continuano. In questo siamo nei primi posti al mondo. Si continua a morire di fabbrica. Per salari da fame. Finirà mai questa guerra? Quell’11 ce lo ricorda il Gruppo operaio e zezi: ‘A Flobert ma è quasi ormai un giorno come un altro. Non ho mai imparato a rassegnarmi. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Gruppo operaio e zezi – A Flobert.mp3”]Infondo non c’è mai stato un ’68. E’ per questo che non può finire.

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Parliamo di guerra cioè parliamo di pace. Ne parlo anche per un problema del tutto personale: le domande che spesso mi rivolgo, perché non vivo nel mondo che vorrei ma in un mondo reale. Davanti a certi episodi della storia temo che una risposta gandiana sia quantomeno difficile. Ciò che mette in crisi il mio “pacifismo” è che la pace si costruisce in un accordo tra tutti mentre basta uno tra i tutti per trasformarla in guerra. E, forse, questa nostra pace si fonda sul tentativo di ignorare e rimuovere le guerre in corso e quelle che ci sono passate davanti agli occhi, anche appena fuori della porta di casa nostra.
Qui abbiamo già parlato della canzone francese e del debito che tutta la nostra canzone d’autore, e non solo quella degli inizi, ha con tale canzone, e lo abbiamo fatto parlando di due canzoni storiche: Les amants d’un jour e Ne me quitte pas. Qui, ora, ricordiamo il meno conosciuto dei grandi francesi Boris Vian con la sua canzone più nota: Le déserteur.
Poche parole sul grande poeta anarchico e libertario autore anche di una decina di romanzi e musicista e musicofilo jazz. Di uno di questi romanzi, la “schiuma dei giorni“, vale la pena leggere quello che ne dice Daniel Pennac che lo definisce un romanzo da leggere almeno più volte nel corso della vita.
La canzone viene incisa dallo stesso autore nel 1954: Le Déserteur

Tradotta per la prima volta da Luigi Tenco, il quale la intitolò “Padroni della terra“, ma rimase inedita. Della traduzione di Luigi Tenco mettiamo in coda al post sia la testimonianza sonora (anche se la qualità è quella che è, ma è pur sempre una documentazione) che il testo.
La canzone fu ripresa poi da Ivano Fossati che la incluse nel disco del 1992 Lindbergh (Lettere da sopra la pioggia) con il titolo Il disertore. Il disertore

Le déserteur

Il disertore

Monsieur le Président
Je vous fais une lettre
Que vous lirez peut-être
Si vous avez le temps
Je viens de recevoir
Mes papiers militaires
Pour partir à la guerre
Avant mercredi soir
Monsieur le Président
Je ne veux pas la faire
Je ne suis pas sur terre
Pour tuer des pauvres gens
C’est pas pour vous fâcher
Il faut que je vous dise
Ma décision est prise
Je m’en vais déserterDepuis que je suis né
J’ai vu mourir mon père
J’ai vu partir mes frères
Et pleurer mes enfants
Ma mère a tant souffert
Elle est dedans sa tombe
Et se moque des bombes
Et se moque des vers
Quand j’étais prisonnier
On m’a volé ma femme
On m’a volé mon âme
Et tout mon cher passé
Demain de bon matin
Je fermerai ma porte
Au nez des années mortes
J’irai sur les cheminsJe mendierai ma vie
Sur les routes de France
De Bretagne en Provence
Et je dirai aux gens:
Refusez d’obéir
Refusez de la faire
N’allez pas à la guerre
Refusez de partir
S’il faut donner son sang
Allez donner le vôtre
Vous êtes bon apôtre
Monsieur le Président
Si vous me poursuivez
Prévenez vos gendarmes
Que je n’aurai pas d’armes
Et qu’ils pourront tirer
In piena facoltà egregio presidente
le scrivo la presente che spero leggerà
la cartolina qui mi dice terra terra
di andare a far la guerra quest’altro LunedìMa io non sono qui egregio presidente
per ammazzar la gente più o meno come me
io non ce l’ho con lei sia detto per inciso
ma sento che ho deciso e che diserteròHo avuto solo guai da quando sono nato
e i figli che ho allevato han pianto insieme a me
mia mamma e mio papà ormai son sotto terra
e a loro della guerra non gliene fregherà

Quand’ero in prigionia qualcuno mi ha rubato
mia moglie, il mio passato la mia migliore età
domani mi alzerò e chiuderò la porta
sulla stagione morta e mi incamminerò

Vivrò di carità sulle strade di Spagna,
di Francia e di Bretagna e a tutti griderò
di non partire più e di non obbedire
per andare a morire per non importa chi

Per cui se servirà del sangue ad ogni costo
andate a dare il vostro se vi divertirà
e dica pure ai suoi se vengono a cercarmi
che possono spararmi io armi non ne

Padroni della terra[Audio “http://se.mario2.googlepages.com/Padroni.mp3”%5D

PADRONI DELLA TERRA

Padroni della Terra,
vi scrivo queste righe
che forse leggerete
se tempo avrete mai.

Ho qui davanti a me
il foglio di richiamo:
io devo ritornare
in caserma lunedì.

Padroni della Terra,
non lo voglio più fare,
non posso più ammazzare
la gente come me.

Non è per farvi torto
ma è tempo che vi dica:
la guerra è un’idiozia,
non ne possiamo più.

Da quando sono nato
dei figli son partiti,
dei padri son caduti
davanti agli occhi miei.

Ho visto mille madri
che han perso tutto quanto
ed ancora vanno avanti
senza saper perché.

Al prigioniero poi
han rubato la vita,
han rubato la casa
e tutto quel che ha.

Domani alla mia porta
verranno due gendarmi,
verranno ad arrestarmi,
ma io non ci sarò.

Lontano me ne andrò;
sul mare e sulla terra,
per dire no alla guerra
a quelli che vedrò

E li convincerò
che c’è un nemico solo:
la fame che nel mondo
ha gente come noi.

Se c’è da versar sangue
versate solo il vostro;
signori, ecco il mio posto:
io non vi seguo più.

E se mi troverete,
con me non porto armi:
coraggio, su, gendarmi,
sparate su di me.

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Perché quella notte del 27 gennaio 1967 l’ha fatto, o l’hanno fatto per lui, resta a perdersi tra i tanti, infiniti, misteri. Quello che è sicuro è che da quella stanza dell’Ariston Luigi esce morto sparato.
Luigi Tenco aveva portato a Sanremo una canzone a suo modo truffaldina: il motivo era già stato scritto (come Li vidi tornare) dall’anno precedente. Nuovo era solo il testo (Ciao amore, ciao) che parlava di emigrazione; dei problemi di quella Italia davanti a cambiamenti epocali, in pieno boom, che si preparava al sessantotto, o meglio già in pieno sessantotto; ma quelli erano anni in cui al festival venivano portati anche motivi smaccatamente frutto di plagi.
Luigi vuole far parte di quel mondo, anche se fatica a mettere in musica quello che gira intorno. Infondo lui è un introverso, un intimista, un ottimo musicista che proviene, appunto, da una canzone intimista. Come succede spesso usare la cronaca in arte gli riesce molto difficile, quasi impossibile. Ne risente la sua musica. L’intera sua opera. I suoi stessi passi. Gli riesce meglio parlare del privato, di sé, tanto da mettere in gioco la sua stessa vita. Infatti un’altra cosa che sappiamo per certo, di quella notte, è che la sua canzone viene bocciata e che è l’ultima notte.
Luigi lascia una serie di splendide canzoni piene di malinconia e della sua fatica di vivere. Potrei farne un elenco ricordandone almeno alcune, come quella richiamata dal titolo. Spero che la curiosità spinga chi non lo conosce bene a ricercare, a rintracciare la sua eredità. Vorrei ricordarlo semplicemente con una sua sentita canzone d’amore: Ho capito che ti amo[1].


 [1] Non sono particolarmente innamorato, ma è assolutamente un caso che, ancora una volta, la canzone che avevo nella punta della lingua, questa, fosse una canzone d’amore? Se qualcuno, passando per Siena, vedrà un pezzo di cuore è pregato di lasciarlo dove si trova; è buona norma farsi gli affari propri. E poi è solo un piccolo frammento. D’altro canto, per fortuna, c’è ancora e sempre qualcuna, nei mie pensieri, a cui donerei una rosa.

Luigi Tenco: Ho capito che ti amo

[Audio “http://se.mario2.googlepages.com/Hocapitochetiamo.mp3”%5D

Ho capito che ti amo
quando ho visto che bastava
un tuo ritardo
per sentir svanire in me
l’indifferenza
per temere che tu
non venissi più
Ho capito che ti amo
quando ho visto che bastava
una tua frase
per far sì che una serata
come un’altra
cominciasse per incanto
a illuminarsi
E pensare
che poco tempo prima
parlando con qualcuno
mi ero messo a dire
che oramai
non sarei più tornato
a credere all’amore
a illudermi a sognare
Ed ecco che poi
Ho capito che ti amo
e già era troppo tardi
per tornare
per un po’ ho cercato in me
l’indifferenza
poi mi son lasciato andare
nell’amore.

 

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