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Posts Tagged ‘tenerezza’

Foto del 4 dicembre 2009 a Berlino di notteLa moglie raggiunse l’uomo. Lui, appoggiato al poggiolo, era intento a fissare la luna. E si perdeva nei suoi pensieri.
La luna era una cialda immensa sottile come brina, perfetta e perfettamente incisa nel nero. Il braccio della donna circondò il marito. Lo protesse e lo consolò.
La loro bimba ormai dormiva tranquilla nel grande letto; certamente cercando di riempirlo tutto.
Non c’era altro mondo intorno. Lui riscoprì quanto avevano perduto: distratti. Tutto quanto avevano perduto per sempre. Tornava a pretenderlo, ma lo implorava delicatamente. Intimidito dalla notte. L’immenso vuoto lo piegò.
E si baciarono. Con tutta la dolcezza di cui erano ancora capaci. Un bacio lungo e in quel bacio a lungo respirarono la stessa storia. Vissero assieme completamente solo di quel bacio.
In quel momento seppero che forse niente sarebbe stato ancora. Ma lei gli sfiorò gl’occhi. Eppure non si nascosero. Cercarono le parole. Poi furono soccorsi dai silenzi. E si incamminarono immobili tenendosi mollemente per mano. Era quella mano che li guidava.

E la luna li divorò.¹


1] scritto il 4 ottobre 1994

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Foto colori di donna a letto tra le braccia di un robotCara amica(che)
Seguivo la breve diatriba a seguito di Quando il sesso fa bene alla salute. Davo per scontato che l’unica risposta per quel “quando?” è “sempre!”, ma lo è? Ero stuzzicato ad intervenire in equilibrio incerto tra l’ironia e la seriosità, ma trattenuto da un certo riservo. Come seriosità pensavo ad una sorta di analisi di fatti. Come ironia pensavo alla splendida varietà e fantasia dei pettegolezzi e delle ciacole e ai tanti di già citati Rocco Siffredi in giro per i bar. Il punto è che in seguito allo scritto la strada si è fatta se non seria seriosa. E giocare sulle cose dei sentimenti diventa scorretto e indelicato. Non è solo per questo che mi prendo sul serio e faccio qualcosa di non mio uscendo da una scrittura mossa sola dalla mia fantasia. Certo non finirò a parlare di me. Non è di questo che sono curioso.
Nel post d’origine, forse causa certa pudicizia delle parole, si fa cenno al “sesso” ma mi sembra si finisca di parlare (almeno soprattutto se non esclusivamente) d’altro. O almeno di tutt’altro di quanto pareva nelle intenzioni della scrivente. Ci ricorda, anche se non servirebbe ricordarlo, Nichi Vendola: “Se priviamo la sessualità dei suoi significati più intimi, quelli che afferiscono alla tenerezza e al sentimento, etc. cioè: lasciamo che a vincere siano ipocrisia e prepotenza”. Sbaglio o è questo l’argomento attorno al quale ruota la discussione? Che si va imponendo?
Se è così allora i termini diventano altri, anche quelli di paragone. Dobbiamo ammettere che se non sempre quasi sempre le scelte sono poco dipendenti da noi quando non del tutto indipendenti. Si legano al caso e alle opportunità e ai piccoli momenti e ghiribizzi della vita e del “fato”. E’ impossibile non assumerci i rischi che la vita ci impone al di là di qualsiasi precauzione noi possiamo prendere.
L’uomo è un essere sociale ma non c’è relazione, sia essa amicale o parentale o di “coppia” ovvero sessuale, che possa garantire. Esperienze e cronache sono piene di esempi negativi. Il tradimento e qualsiasi delusione hanno un rapporto indipendente dal tipo di relazione. E più forte è il legame della relazione più la persona è nuda cioè tragicamente esposta. Eppure non possiamo sovrapporre, o ci è difficile farlo, i tipi di relazione ovvero un tipo di relazione non soddisfa (e non può soddisfare) anche il bisogno delle altre.
Se dovessimo entrare in merito ad una visione soggettiva è tutto relativo. Quello ch’è bello per alcuni può essere deludente per altri, quello ch’è poco per alcuni può essere troppo per altri. Ne possiamo concludere che il rapporto è deludente quando non sa rispondere alle esigenze-aspettative di quel singolo. Certo l’”argomento” non si esaurisce qui, ma credo che inizi da qui. Se non si parte con un inizio di analisi corretta e una corretta definizione dei termini ogni considerazione diventa imprecisa e approssimativa. Timidamente torno nel mio angolino con un silenzioso saluto agli amici perduti, agli amori passati e a tutti quelli che mi hanno voluto bene.
AmandoRoss

Sergio Endrigo: Dove credi di andare
Dove credi di andare
Se tutti i tuoi pensieri
Restano qui
Come pensi di amare
Se ormai non trovi amore
Dentro di te

Con tante navi che partono
Nessuna ti porterà
lontano da te
Il mondo sai non ti aiuterà,
ognuno al mondo è solo
Come te e me

Dove credi di andare
Se il tempo che è passato
Non passerà mai
Povere le tue notti
Se tu le spenderai
Per dimenticare

Il mondo non è più grande
Di questa città
La gente si annoia ogni sera
Come da noi
Dove credi di andare
Se ormai non c’è più amore
Dentro di te

Con tante navi che partono
Nessuna ti porterà
Lontano da te
Il mondo sai non ti aiuterà,
Ognuno al mondo è solo
Come te e me

Dove credi di andare
Se il tempo che è passato
Non passerà mai
Povere le tue notti
Se tu le spenderai
Per dimenticare

Il mondo non è più grande
Di questa città
La gente si annoia ogni sera
Come da noi
Dove credi di andare
Se ormai non c’è più amore
Dentro di te

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Cara Ross
Foto in BN della 17nne Franca con Venezia alle spalleQuesta è una storia che abbiamo raccontato e raccontato più volte. Ma non c’è stanchezza perché questa storia è la nostra Storia. Certo solo nostra eppure mi pare come un buon augurio. Certo può succedere. Così è successo. Sfiorando l’incredibile. Come una favola: la nostra Favola. Due anni, fa di questi tempi, proprio il 13 marzo, ma era un venerdì, alle 21.30 arrivava un messaggio in Facebook. Spero che mi perdonerai, anzi ne sono certo, se metto a nudo le tue parole nel raccontare il veramente com’è andata, senza un briciolo di pudore:
«Dal nome potresti essere un “antichissimo” amico di giovinezza, dipende quanti anni hai e se hai un fratello di nome …
Se così fosse, e parlo di quel fratello, potresti essere il Mario che conosco.
Non cercare di capire chi sono dal nome perché è evidentemente un nick.
Se vuoi rispondimi e se sei tu potremmo riaggiornare la nostra amicizia
Ciao Ross»
Dalla fessura aperta da questa mail è entrato subito un uragano. Difficile spiegarlo. Incredibile, è il termine più vicino alla realtà. Io Ti ricordavo così, come nella foto (anche se non una bella foto). O come in quella sotto (sempre una foto non proprio riuscita ma poteva una foto ritrarre la tua bellezza o almeno come Ti vedevano i miei occhi?). Nemmeno io, è stupido dirlo, ero rimasto lo stesso. E mi ricordavo molte cose, quasi troppe, forse tutte. Sono passati due anni e qui li voglio ricordare. I due anni più belli in una vita. E il nostro è un amore incredibile ma ancora giovane, nonostante noi. La cosa più incredibile è stata certamente che abbiamo ripreso il filo logico dei nostri discorsi come l’avessimo interrotto solo alcune ore prima. E c’era solo un grande bisogno di non tornare a interromperlo, nemmeno per un istante. Invece erano trascorsi più di quarant’un anni. Non sto scherzando: proprio 41. Non posso allora che dedicarti ancora una volta una canzone del grande Luigi Tenco perché in fondo non siamo mai stati veramente lontano. E quello che racconta il poeta-cantante l’ho veramente provato. Ed è difficile dirlo e capirlo ma non c’è mai stato un solo istante in cui tu non mi sia in qualche modo mancata. Eravamo cambiati e non lo eravamo affatto. Forse eravamo stati degli altri, diversi, ma in quel momento eravamo tornati a casa. Ci eravamo ritrovati. Ritrovati completamente. Auguro a tutte le persone che si amano un amore così grande. Pieno di serenità, di felicità e di passione. Lo auguro nel momento in cui ti dedico questo pensiero per il nostro anniversario. Mille di questi giorni mia cara Ross.

Foto in BN in cui Franca ha ancora una volta il volta di una figlia dei fiori tipico di quegli anni

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L’amore è pur sempre un senso di ebetudine. Nonostante le sue infinite colorazioni: ottunde.
Per lei: no! Il suo era certamente stato delicato e cortese ed era cresciuto di sé come cresce l’edera; sicuro.
Era nato quasi da niente, o da piccole cose: come profumo insinuante da una figura affascinante allontanatasi (l’immagine si fa fantasia o sospetto ma comunque resta meno che accessoria); evanescente. Ma coltivato con pazienza, in attese serene, in tremori impercettibili, in taciti sussurri. Silenzi.
All’inizio era stato un corteggiamento appena palpabile, sfumato quel tanto da confondersi con la gentilezza. Meno che un dubbio o un sospetto. Meno ancora che uno sguardo confuso.
Lui, davanti allo sportello: brevi domande poste con sorriso convenevole; rapide interrogazioni sempre meno giustificabili; un gioco di casualità fragili.
Poi attenzioni sempre più frequenti ma mai invadenti. Saluti lungo la via. Fiori. Non se ne era quasi ancora accorta finché quei mazzi di fiori, anche se di poco impegno, non sostituirono i suoi dubbi.
Di lì era nata la prima tenera simpatia. Non era più una ragazzina; non era donna ancora. Quell’andamento lento, senza strappi, sereno, aveva trasformato impercettibilmente quelle attenzioni in attese.
Lui sempre così composto, prese ad aspettarla finito il lavoro. Passeggiate lente e sempre meno frettolosi commiati davanti a casa. Anche a conoscerlo aveva imparato lentamente.
La prima volta che lo fece entrare apprezzò riservatezza e quel muoversi pieno di impacci. Fu una visita breve, come si conviene. Si salutarono sulla porta ma le mani per un attimo si trattennero.
A lei piaceva ascoltarlo parlare mentre passeggiavano, nella sera mite, tenendosi sottobraccio; anche lui sapeva ascoltare. Le regalava un senso di composta pace e di impudica confidenza; la sua voce.
Raccoglieva le preoccupazioni e esternava i dubbi, le proprie ansie. Seppure non si fosse certo fatta ciarliera parlava con piacere e varietà e lui era paziente, pronto a dedicarle complimenti, disposto ad assecondarla sul vestire e per l’acconciarsi. Sempre attento.
Si può dire che senza accorgersene cambiarono insieme e si cambiarono contemporaneamente. Ormai se un impegno li teneva lontani questo produceva una lunga attesa.
Non fu mai, come si legge, qualcosa che divampa. Le prese la mano e ritardarono finché le loro ombre non si furono allungate alla luce dei lampioni. La guardò incerto negl’occhi in modo mite eppure alle sue parole ella non seppe sottrarsi dall’arrossire e abbassare lo sguardo.
Si sposarono in maggio, in un lucente tepore, in un mare di fiori bianchi e gialli. Mai avrebbe scordato quell’istante. Mai! Lui: la sua pudicizia e quel bianco assoluto.
Il momento del sì fu forse la loro maggior emozione, poi uscirono a posare davanti alla facciata della chiesuola e ritrovarono il passo forzato delle loro passeggiate fra il ritmo dei rintocchi delle campane festose.
Cominciarono insieme quella nuova vita. Lei lasciò il suo posto al comune. Lei non si girò indietro. Lei imparò a curare meticolosamente la loro casetta.
Imparò, come si deve, ad aspettare il suo ritorno e si sentiva soddisfatta quando lui rincasava anche se questo si faceva precedere sempre da una leggera impazienza. Con lui non aveva mai fretta, le attese eppure non erano mai abbastanza brevi.
Eppure lui arrivava sempre puntuale, appoggiava il giornale piegato con cura, la salutava con un bacio leggero e si metteva subito le pattine e la giacca da camera aspettando paziente l’ora di cena.
Lei allora iniziava gli ultimi preparativi, affrettava i gesti e disponeva in tavola mentre lui alzava di tanto in tanto i suoi occhi dalla lettura per rispondere ai quesiti sulla giornata, per rinnovare la sua presenza.
Forse non esiste un amore più grande di quello che cresce di sé e si fa giorno per giorno. Pian piano passò dall’interpretare meticolosamente al precedere tutti i suoi desideri; persino i suoi silenzi.
Conosceva ormai ogni suo gusto, le parlava dei suoi sogni. La casa racchiudeva tutto il loro mondo e quell’amore continuò a rafforzarsi senza che il minimo screzio gli creasse nemmeno una pausa.
Decisero insieme e di comune accordo, anche se in modo quasi completamente taciuto, di non aver figli. Come se il rumore di un bimbo potesse inquietare quel loro sentimento ormai tanto cresciuto da farne una sola cosa. Quasi non ci dovesse essere suono alcuno a turbarli.
Solitamente la domenica il pranzo era un po’ più abbondante e ricercato; dopo andavano a passeggiare fino al parco, tenendosi la mano e lungo il fiume tacevano per lunghi tratti lasciando chiacchierare solo le esili onde e i rumori del silenzio.
Rientravano sempre prima dell’imbrunire. Le premure di lui non le erano mai venute a mancare. Lei accudiva alle dalie; le loro finestre erano sempre fiorite. Poteva scoppiare la guerra (e una guerra scoppiò, seppure distante, come tante) ma restava fuori dai loro confini.
Lui prendeva un bicchierino di brandy prima di coricarsi e ormai, tranne i periodi in cui lei era indisposta (solite cose di donne), non passava sera che non si amassero.
Dalla prima volta in cui lei aveva frainteso il piacere (non era stata quella prima notte, aveva amato in lui anche quell’averla saputa attendere), dalle prime volte in cui lei non aveva avuto bisogno di fingere vergogna, era scomparso ogni impaccio.
Ogni gesto era naturale, spontaneo, come sempre ma sempre atteso. Qualcuno potrebbe pensare al subentrare di un che di abitudine ma non nel loro caso. Non si erano lasciati tradire.
Si cercavano non come non rito, piuttosto come necessità; come se ogn’uno dei due traesse altra vita dall’altro. Come se nascessero ancora. Come esistessero per quello.
A volte lui amava vederla nuda prima, ammirarla e sfiorare il perfetto liscio corpo quasi senza toccarla; o solo guardarla.
Subito dopo lui fissava per un po’ il soffitto; a lei rimanevano gl’occhi lucidi e arrossati, il viso congestionato, si lasciava scappare lunghi sospiri. Poi, nel buio, si addormentavano abbracciandosi.
Qualche volta lui la cercava ancora, e lei non ne rimaneva sorpresa anzi si accorgeva di aver atteso il ritorno alle sue premure.
A volte lui amava guardarla dopo; le sue labbra fattesi più carnose nei baci, intumidite; i riccioli inumiditisi nel sudore che li appiccicavano alla fronte; i suoi occhi sereni. E si annegava nel suo dolce tepore.
La sera del loro decimo anniversario lei andò ad attenderlo al lavoro. Consumarono una cena leggera con sottofondo di musica barocca in un grazioso ristorantino. Lei aprì gaia come una bimba la piccola scatola e lo baciò forte con gratitudine lasciandosi a sonori segni di meraviglia. Lungo la via del ritorno si fermarono a guardare la grande luna, una cialda enorme e netta. E la luna li scrutò, finché le loro ombre non furono schiacciate in un perimetro circoscritto.

Quando si incamminarono nuovamente, con i lampioni a moltiplicare quelle loro ombre, a sfumarle e reinventarle, con le cicale a rifarsi il verso, fu bello tacendo passeggiare soltanto alzando gl’occhi, a tratti, sulle sagome buie dei palazzi. Pochi erano i passanti che incrociavano, ogn’uno nella propria direzione con la propria indifferenza. Pochi i suoni, forse un latrato ma indistinto; solo quello sfrigolio di fondo e il calore che le mani si trasmettevano. Una promessa.
Giunti in salotto, al gesto deliberato di lei (solo un sfiorargli la tempia) seguì, in entrambi, la consapevolezza che non avrebbero mai raggiunto la camera da letto; ogni altra attesa sarebbe parsa come una forzatura, una inaudita violenza, una modo di sfuggirsi o di mentirsi. Si spogliarono in fretta distribuendo gli abiti con disordine; gettandoli distrattamente tra un bacio e l’altro, senza staccarsi e soffocandosi in quei baci. La luce nella stanza giocava con quelle forme distratte.
Voleva essere sua ancora una prima volta, darsi, e darsi in un modo come fino ad allora, assieme, si erano negati; gl’occhi di lui rimandavano insoliti bagliori inquieti; i baci di lei non tradivano fretta, erano sempre più precisi ma delicati. La notte proseguiva a narrarsi.
Poteva solo immaginare il volto di lui ma lui era tutto su lei e lei lo sentiva mentre cercava di rintracciare il profumo della sua lavanda. Dapprima fu solo dolore, un dolore che la lacerava tutta, poi il suo dolore si confuse a un profondo piacere, comune e intimo (suo e loro), e non sapeva se era per l’uno o per l’altro ma le sfuggivano di gola ansiti e gemiti, grida. Lui sudava teneramente e la chiamava con dolci epiteti; abbracciati come un’unica cosa: a cercarsi ancora. Non sazi.
Non le parve come un sacrificio né una scoperta, tutto così naturale, niente di prestabilito, aveva deciso mentre si frugavano, mentre i momenti fuggivano fra baci appassionati, nel farsi automatico dei gesti d’amore e la passione era la vera scoperta di quella serata che né lui né lei avrebbero potuto scordare perché non si possono mai scordare le prime volte senza uccidere la memoria. Aveva voglia di dirgli grazie o di dimostrargli quella sua riconoscenza.
Lui si versò il suo brandy e lo bevve in un sorso, forse finse di non capire, poi lei attese che dormisse. Sembrava tranquillamente assopito, come spesso avveniva in taluni pomeriggi assolati quando il calore dell’aria aiuta quella specie di estraneazione, non in modo profondo eppure come un giovane intento in un sogno incorruttibile.
Lui non ebbe certamente possibilità di distinguere quel sonno ristoratore dalla morte. Il suo volto neppure mutò; quelle prime sottili rughe, da poco apparse, continuavano a disegnare un sorriso ininterrotto come a volte una cicatrice disegna in un viso un tracciato sereno di cui viene voglia con il dito di seguirne la trama.
Lei spense la luce e dormì completamente soddisfatta.
Lo divorò come in un grande rito. In ogni gesto c’era una cura precisa e una lentezza misurata per mantenere vivo il ricordo del gesto stesso e non sprecare nemmeno un minuto. E, con grande meticolosità, non trascurò nulla. Adesso, e per sempre, sarebbero stati come una sola cosa, come di più non era possibile; in modo assolutamente completo.¹


1] scritto il 6 maggio 1991

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Dove sono andati i bambini?
Gli abbiamo rubato gli occhi
e loro son rimasti bambini
e non hanno tradito quel sorriso
ma s’era fatto diafano
e intorno s’era sparsa la sera.
E noi lo sappiamo che la sera si rintanano nel ventre delle ombre.

Gli abbiamo rubato le mani
e loro non si sono ribellati
perché non avevano più perché
né più tane dove nascondersi
né un cerchio da inseguire.
Le loro biciclette non avevano più pedali né ruote né un posto da inseguire.

Gli abbiamo rubato la voce
ma quelli non avevano già più parole
e le campanelle ai polsi s’erano rotte,
muti hanno cercato eppure di gridare
ma nessuno li ha riconosciuti.
Hanno pianto per noi perché noi non avevamo più lacrime.

Gli abbiamo rubato l’innocenza
e allora loro più nulla hanno potuto,
non gli è restato che sparire nel vuoto,
rassegnati, nessun monito era bastato
e solo allora abbiamo capito.
Nel silenzio niente e nessuno cantava più per noi quel riso antico.

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Era bellaNo! non erano cambiati. Certo erano invecchiati. Più di quarant’anni non passano indolori. A Giovanni gli si inumidirono gli occhi. Quel piccolo uomo dalla voce bassa e roca era pieno di parole. Letteralmente straripavano. Anche se lui era un uomo di parole non aveva mai avuto bisogno di usarne così tante per così poco. Per parlare della sua meraviglia. Naturalmente Alvise taceva. Non è mai stato uno che ha un gran bisogno di parlare. Se ne stava in silenzio come troppo preso da chissà quali pensieri. Il suo bacio a Marinella non ha perso quella tenerezza. E poi tutti intorno a Rossana. E poi tutti intorno a me. Fino a farmi mancare il fiato.
Gabri non sa tacere, probabilmente aveva ancora la sua fantasia in testa. Eravamo tutti lì. Non proprio tutti. Mancava lui e qualcun altro. Nel suo caso semplicemente nessuno lo aveva invitato. Non per un riguardo a me, non ce ne sarebbe stato motivo. Tutti avevano il proprio motivo e tutti per quello che aveva fatto a Lei. Infondo tutti l’avevano amata Rossana. Tutti a modo loro e tutti nello stesso modo. Amata e ammirata. Forse ancora l’amavano. Ma per loro eravamo sempre stati noi la coppia. Ed eravamo tornati a sorridere in quel modo. In quel modo a guardarci negli occhi. “Giovanni, non per me”.
Per tutti noi eravamo restati noi. Non si stupivano. Ci tenevamo per mano, come due ragazzini, come allora. Non c’era stupore nei loro occhi. Ed eravamo rimasti gli stessi. Ancora tutti comunisti. Lui no; naturalmente. Lui si era fatto la barca. Aveva preso dell’idea quello che gli era tornato utile. Era l’unico ad averci guadagnato. Era l’unico che ora ci sputava. Un padano in più. Il coglione di sempre.
Allora chi l’avrebbe detto. Si mascherava che sembrava come gli altri. La mia copia ripulita. Lui. Il più amico tra gli amici. Quello che continuava a studiare. Quello che le bravate non le faceva. Che non faceva le cazzate. Quello che aveva promesso di stare vicino alla donna dell’amico. Quello che alla fine gli era stato fin troppo vicino. Per poi girare le spalle a tutti. Per poi, come sempre, sputare anche in quel piatto. Per me era stato solo passato. Eravamo ragazzi. Non avevo altre risposte. Non le avevo cercate. Adesso era diverso. A guardarla mi mancava nuovamente il fiato.
Non so perché”.
Certo non era più lei. Non sembrava più la stessa. Ingrassata. Invecchiata. Velatamente impigrita. Qualche filo bianco tra i capelli. Il colore ritrovato grazie al parrucchiere. Chiaramente intristita. Sudata. Il caldo è arrivato presto, quest’anno. Come sempre senza farsi preannunciare. Ma gli occhi avevano ancora quel fascino. La voce, dopo un primo momento, era la sua. Raccontava ancora le sue storie. Quelle emozioni. “Non ha nessuna importanza”.
Cose da ragazzi, avevo pensato. Continuavo a pensarlo. Non gli avevo mai dato importanza. Succede. E’ nelle cose. Ma quella ragazza rossa, la mia Rossana, non ero più riuscito a scordarla. Non ce n’era mai stato bisogno ma ora lo sapevo con certezza. Inutile cercare la ragione. Mi batteva il cuore. Si stringeva lo stomaco. Girava il soffitto. Ancora. Mi ero sempre portato con me quel ricordo dolce. E il suono dolce e amaro della nostra canzone. Di quelle parole. Di quel dolore. Dio com’era sempre stato difficile ascoltarla, quella canzone. E poi l’odore del profumo e un sapore di tenerezza. Perché non ho creduto abbastanza a quella canzone?
Era rimasta quello che era stata con me. Quello che era stata per me. Quella ragazza. In quell’amore da ragazzini. Un amore che non voleva trovare pace. Eppure una vita era passata. Una vita per tutti. Fatiche e prove. Gli altri erano rimasti assieme. Non succede spesso. Non succede quasi mai. Ma in fondo non avevo chiesto. In fondo non volevo sapere. A che mi sarebbe servito quel perché? Lei sembrava avere il bisogno di dirmelo. Di confessarlo. Si rendeva improvvisamente conto di doverlo fare. Di avere sempre sperato di poterlo fare. “Non mi ha lasciato ricordi. Non so perché. Ho scelto lui e pensavo a te. Continuavo a sognarti. Avrei voluto che restassimo almeno amici. Mi sei mancato”.
Non li aveva potuti conservare. Non li aveva voluti ricordare; i ricordi. Volevo crederle. Le credevo. Se non l’avesse fatto avrei sperato che me lo dicesse. C’è sempre il bisogno di credere in qualcosa. Non lo avrei mai immaginato. Non credevo che finisse così. “Lui non lo voleva né poteva e forse non ci saremmo riusciti”.
Avrei provato in qualsiasi istante la stessa voglia di baciarla. E i baci sarebbero stati la meraviglia che erano stati. Che sono. Che ricordavo. Mi sentivo colpevole. Colpevole per aver fatto di tutto perché loro potessero essere felici. Persino, povero stupido, perderla. Spingerla tra le sue braccia. Starle distante. Ora sembrava tutto così assurdo e lontano. Eppure tutto tornava. Anche quello che avevo ignorato. “Forse hai ragione. Lo so che è colpa mia. Sai, poi è diventato geloso. Si è mostrato presuntuoso. Le donne erano niente. Nessuno era come lui. Forse non gli importava di me. Tranne perché ero la tua donna. La donna di Michele. Mi ha tolto l’aria. Gli amici. Tutto. Alla fine anche i sogni. Mi ha lasciato solo la paura. E un grande vuota. E solo sfiducia. Sfiducia di me. E poi non poteva accettarlo. Accettare di essere lasciato. Proprio lui. Alla fine mi ha anche minacciata”.
Lui quella storia me l’aveva raccontata diversa. La sapevo diversa. Poi sapevo le altre storie. Anzi non le sapevo. Sapevo solo poche cose. E supponevo. La temevo triste. La speravo felice. Avevo cercato di liberarmi di lei. Non ne avevo più diritto. Avevo altre cose. Altri obblighi. Cristo se ne ho sempre avuto bisogno. Non si sa mai perché queste storie vanno così. Perché certe storie non finiscono mai. E poi, ora, quello che non avevo voluto vedere non potevo più ignorarlo. Improvvisamente avevo qualcosa da rimproverargli. E non potevo perdonarlo. “Non so perché. Me ne sono sempre sentita colpevole. Mi sono portata dietro un rimorso”.
Lo trovavo stupido. Trovavo stupido che si potesse rimproverare qualcosa. Io mi ero rimproverato tutto. Fin troppo. In modo che bastava per due. Ma lui allora era il mio più grande amico. Talmente grande da vederlo senza dubbio migliore di me. Più adatto a lei. A darle quello che si meritava. Non tornava più nessuna tessera di quel puzzle. Perché nessuno mi ha detto nulla? La verità era che nemmeno lei lo sapeva. Così mi sono reso conto che un poco, all’improvviso, mi infastidiva pensare che era stata tra le sue braccia. Gli altri naturalmente non avevano nessuna importanza. Era dopo una storia finita.
Di lui, irrazionalmente, provavo ora fastidio. Il male che le aveva fatto non si potrà mai cancellare. Mi promettevo in cuore di provare a farlo. Era stato meschino. Era solo un tipo meschino. Aveva presto scordato le promesse che mi aveva fatto. Allo stesso modo quelle fatte a lei. Era diventato quello che era sempre stato. Così diverso da noi. Così diverso da quello che si fingeva. Si può odiare con tanto ritardo?
Non so odiare. Provavo la cosa più simile che conoscevo a quel sentimento. Perché lui, l’amico, non se ne era innamorato. L’aveva corteggiata. Irretita. Illusa. Aveva recitato. E intanto mi raccontava di come lei mi amava. E di come lui era rispettoso di quel nostro sentimento. Si era fatto vittima. Aveva mosso e toccato l’animo di lei. Lui che non aveva conosciuto il vero amore. Perché le donne ci credono sempre a queste cose? Perché debbono correre in soccorso? Aveva cercato di cancellare in lei anche il ricordo di me. Ero solo un sognatore e sognare è stupido. Da stupidi. Comincio a nutrire qualche volta il sospetto che sia proprio vero che il migliore amico dell’uomo è il cane.
Glielo dico: “Ti amo”. Mi guarda come se non conoscesse quella parola.

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Fosse il più bel cielo del mondo,
sfarinato di stelle,
vorrei donartelo e fossi tu a darmi
la meraviglia di raccontarmelo
e vorrei darti la carezza che non ho
e che non hai ritrovato;
occhi grandi a guardarlo, quel cielo
e sperare farsi notte
come se gli occhi solo così sorridessero
immaginando il sogno ma
il sole è troppo forte per questa pelle
e le mani troppo ruvide di calli
e non so esser gentile come vorrei
per tradire la dolcezza che nascondo
come se di dolcezza si potesse provar vergogna.

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politica4Michele, dopo aver ritrovato lei, la sua città, una cena calda consumata senza fretta, un letto morbido, quegli attimi di tranquillità e fiducia, e poi tutte le loro canzoni, l’altra metà del cielo, e quella parte di se stesso, aveva impazienza di ritrovare tutto, anche i vecchi amici e quelli nuovi; ma su questo ci sarà altro spazio per ritornarci. Ormai era deciso a fermarsi e l’incontro era stato forse l’episodio più gustoso, in quanto tra i più divertenti se non il più, di quei giorni e da molto tempo a quella parte. Il tempo era corso veloce e ormai le ombre della sera si scioglievano tra le case e i palazzi che si affacciavano sul Canal Grande dando loro una trasparenza quasi irreale ed era bello tornare a parlare la propria lingua. Guardava il lento scorrere del rio e quel frammento di Canal Grande come un’ immagine che lo rendeva tranquillo e la loro euforia era contagiosa e lei, Rossana, come detto, aveva fretta di raccontarlo al mondo intero, e poi tutte le frette di cui era capace, mentre presto si sarebbero illuminate le finestre come occhi curiosi.
Dopo quel lungo fine pranzo erano saliti in altana, loro, perché del gruppo erano quelli che fumavano e tutti lo facevano con un impegno quasi maniacale come una professione; così erano saliti per rispetto verso lei e Gabri lo guardava come se vedesse un fantasma; trasformando gli occhi in sottili crepe, ma forse aveva ragione e un fantasma lo era. Ma non si sentiva un fantasma ma tutto aveva una sorta di inconsistenza e intorno tutto era soffice di ricordi lontano come se un giorno si fosse tornato a ripresentarsi, con quell’alone di soporosa incredulità e attraversava cautamente le attenzioni dell’amica. In fondo era quella che era cambiata di più ma anche quella che era rimasta più simile a se stessa: di quella ragazza aveva riposto la ribellione ed ogni asperità ma gli anni sembravano avere lasciato il suo volto quasi intatto o forse anche era entrata in possesso di una maggiore consapevolezza e luce, e la sua rabbia era diventata una rabbia di superficie.
Lui aveva usato tutte le gentilezze per quella donna che era stata ragazza, e incerta come si è incerti a quell’età, ma tra lui e Gabri era rimasto quel segreto irrisolto che stranamente si raccontava in modo ancora così nitido. Forse era vero e lui, allora, quando non è certo chi si è, non aveva la capacità di vedere, e poi non c’era che Rossana, e poi lui non sapeva che amare in quel modo, e poi non provava per lei, l’amica, che quella grande delicatezza e aveva tempo solo per altro tempo. Non capiva però perché lei ritenesse che quella vita le era stata avara: se era cambiata era perché aveva smesso di mentire, e in fondo tutti erano cambiati, ed ora era più consapevole di quello che in fondo era sempre stata e voleva essere, non di più e non di meno di una donna che non cantava più canzoni di lotta, e si coccolava il suo uomo paziente; chissà dove aveva lasciato la sua chitarra.
Ma tu e lei, e Rossana…”?
Forse le doveva quella spiegazione o forse la doveva a sé anche perché ciò che per lui era naturale per gli altri, per chi non sapeva, poteva a buon diritto non esserlo e non né aveva ancora parlato, ma pensava che gli si leggesse naturalmente dal suo sorriso e da quello di lei; e poi il fatto d’essere là e in quel momento, ma forse la domanda dell’amica era solo la domanda di tutti e che tutti avrebbero voluto fare. Piccolo uomo dalla voce roca di gigante, dai sussurri come grida, Giovanni detto comunemente Nane, naturalmente, aveva quell’aria, sempre la stessa, quell’espressione, e la raccontava come se lui lo sapesse già e l’avesse sempre saputo; anzi la sgolava, e ne era felice.
Certo, non vedi? Non poteva che essere così. E’ tornato per riprendersi quello che era suo. Sapevo che sarebbe successo. Quando mi ha detto della sorpresa, giuro, me la sono sentita. L’ho detto, a Diana, chiedile se vuoi, vuoi vedere che è tornato. Lei non ci credeva”.
Naturalmente era salito portandosi appresso il suo bicchiere di rosso fresco, felice sino alla commozione come se la storia lo riguardasse direttamente; felice per l’amico e di quel loro ritrovarsi e di quel loro amore. In realtà, allora, per un breve lasso di tempo, anche lui aveva amato Rossana; solo lui sa per quanto tempo si sia portato, in silenzio, quel suo sentimento e quel segreto, come l’abbia vissuto e come ne sia uscito ed era soddisfatto di essere stato lui, proprio lui, a farli incontrare. Il cuore gli scoppiava negl’occhi e non riusciva a tenere a freno la lingua né a starsene fermo ma altre mille cose avrebbe voluto dire perché nulla gli sembrava bastante. “Ti ricordi”…
Certo che ricordava tutto ovvero quel tutto e altre cose e frammenti: “Volete sentire la parte bella di una storia; interessa”?
Michele aveva pensieri che si allungavano come rilassarte cantilene ed era calmo e tranquillo, come se dovesse mettere ordine tra le cose. Ma non era quello il momento per denunciare ancora: “Se ne sono dette tante su questa seconda prima volta. Forse, anche, troppe” o forse troppo poche. Sembra sempre che anche gli altri debbano sapere certe cose che solo chi le vive può conoscere; è che sono così naturali che paiono scontate. Era così che non cercava in particolare gli occhi di nessuno ma solo di mettere ordine nei suoi pensieri e tra tutte quelle emozioni come fosse facile. E poi si dispiaceva di non avere ricordi più precisi; non sapeva se alla fine c’era stata ancora neve per i loro occhi e se poi aveva finalmente trovato il coraggio di dirle in faccia il suo ti amo; sciocchi ragazzi che avevano paura persino della luna, non c’erano posti che non avrebbe voluto vedere con lei, ma anche a Rawalpindi, ma lei conservava pagine di diario e allora avevano guardato un cielo azzurro, azzurro come una tavola compatta, come fosse una promessa altrettanto enorme e per sempre.
La sua memoria invece correva attraverso flash a volte nemmeno del tutto giustificati rincorrendo soprattutto attimi fuggiti ed episodi comuni senza particolari connessioni né particolari valenze, ma, anche attraverso quei percorsi, sapeva di averla amata. La verità che conosceva da solo era stata la sua impossibilità silenziosa, a volte dolorosamente persino confessata, di non aver saputo mai più scordarla del tutto che poi ad ogni incontro un turbinio di cose lo aveva macerato dentro. Tutto dovrebbe avere una seconda opportunità ma così sarebbe fin troppo facile; e quel primo attimo di quel primo nuovo incontro gli era rimasto stampato indelebile davanti agli occhi. Quando l’ho guardata mi sono detto «questa non può essere lei». Era stata lei a riconoscerlo e allora si era detto che lei era lei credendosi. Quando l’ho guardata negli occhi mi sono detto «questa non può non essere lei». Era molto cambiata, tanto da non essere più lei, ma non negli occhi, allora non girarsi al suo passaggio sarebbe stata una stupidità miope, ma questo Michele non lo dice agli amici, per pudore, rispetto verso di lei, e poi per non offendere l’amicizia che portano per quella donna che è la sua donna, gli piace dirselo nella testa perché quella è la verità, e questa è un’altra storia che Michele dovrà, prima o poi, decidersi a raccontare; anche se lui, sappiamo, le cose le dice e poi le pensa. Scopre che loro la vedono ancora bella e dice loro però che lei era intimidita e confusa da fargli tenerezza e, come in ogni favola, tutto è successo come se lo dovesse, con quella naturalezza, magia, e fretta, ed era stato come se il tempo non fosse passato, e che non sapeva che fosse anche una brava cuoca, e il vino era tornato a scorrere come allora, e sembrava lo stesso, mai abbastanza per dissetarli da quella eterna sete, e poi era parte del loro linguaggio, forse amico delle parole seppure non si sarebbe detto necessario, ed era Nane a mescerlo ora, senza parsimonia e con allegria; ma quell’uomo non chiedeva perché l’emozione era troppa e gli incrinava la voce, e a lui non piaceva dar a vedere che gli si inumidivano gli occhi, come se gli altri non lo sapessero. Michele avrebbe potuto mettergli in mano la vita, a quell’uomo, sicuro che l’avrebbe difesa come cosa sua; come s’era sbagliato allora e come l’aveva creduto superficiale, se serve tempo a ricredersi quello era stato tempo ben speso, e come si sentiva in colpa per averli dovuti dimenticare di silenzio.
Eppure quel tempo gli gravava addosso e non voleva pensarci, ed era anche questa indecisione a confondergli le idee, ma lui, Michele, era consapevole di dover loro qualcosa e forse molto di più. “Forse l’avete sentito dire, o forse ancora non lo sapete, perché me ne sono andato; allora. Oggi non ha più molta importanza. Ciò che conta è che sono tornato, e tornato per restare. Non per lei ma con lei. Sono tornato perché questo è il mio posto. Sono tornato per riprendermi quello che è sempre stato mio. Già! come si può non amarla? Ho una scatola e dentro la scatola un anello. Le ho già promesso di cancellare le sue rughe”. E lo sapeva, come lo sapeva lei, che se era stato l’unico, allora, ad essere amato tutti l’avevano amata, chi in silenzio, chi meno e anche chi senza il coraggio o con un sotterfugio e una buona dose di bugie, ma era tempo di smettere di pensarci; ma loro mica le potevano capire le tristezze e le angosce della vita di quella regina che trovava sempre un sorriso. Nemmeno lui le avrebbe potute immaginare, non così, prima di ritrovarle nelle sue parole e nei suoi racconti di vita vissuta; non poteva sapere cos’era stato e quanto difficile fosse stato, e poi quella decisione e poi quel figlio, Matteo, da far diventare grande. Certo che ritrovarla, e dopo tutto quel tempo, era stata la sua più grande fortuna, anzi una cosa da non credere; e poi come poteva credere come si poteva essere soli in mezzo a tanta gente. Eppure quella sua regina fragile sembrava in grado di affrontare e vincere tutte le sfide e poteva parlare di tutto di lei, perché era rimasta giù con gli altri ospiti, mentre resisteva a quel continuo bisogno di abbracciarla.
E’ che le storie si incrociano e si confondono, è sempre così, col rischio di perdere il filo e allora non c’è mai una storia sola e nemmeno era più certo che fosse veramente quella la ragione per cui se n’era andato, era passato troppo tempo, ma mai aveva smesso di pensarla e ora lo sapeva con precisione anche se da allora aveva continuato a pensarla persa; intanto anche il mondo era cambiato. Non aveva mai creduto alla storia come utopia, non si inventa niente e tutto è lotta, organizzazione, e gli sembrava di averli gettati tutti quegli anni, che non erano e non erano stati: i compagni cileni esuli in Italia e lui migrante del mondo; come una fuga; utopia, forse, ma la rabbia era rimasta la stessa, e anche in loro, sopravissuta, era convinto, infatti, che il suo AK-47 era ancora dove l’aveva lasciato, ingrassato a dovere; che coglione pensare di poter essere diverso. Ora sapeva che lei lo aveva aspettato, valle a capire le donne, e anche loro, ma lei mica lo sapeva, capita che le cose si sappiano dopo, abbiano bisogno del tempo, e aveva il dubbio che nemmeno la politica fosse tutto e solo non gli piacevano alcuni modi di ragionare di Alvise, no! non sarebbero mai stati uguali, non era possibile, ma ci si poteva sempre fidare di lui che poi lui era stato cresciuto nella violenza e non potrebbe mai rinunciare. Solo dopo, quando era tornato, aveva continuato a fare il fantasma per tutto quel tempo perché ormai sapeva che quello, il caro amico, era stato lui a tradirlo e lei, Rossana, che gli aveva creduto ed era diventata la donna di un altro, ma aveva anche capito, lei, Rossana, che la lotta è solo lotta dura; anni belli quegli anni ma anche anni grami e lontani ed improvvisamente seppe che non era mai stata così bella. “Non sono stato io. Non ho fatto niente, ma non per incapacità. Forse solo, ancora una volta, per stupidità. E’ stata lei, e molto il caso, a darci la fortuna. Se me lo avessero raccontato non avrei saputo crederlo. Poi tutto ha cominciato a correre come ci fosse una fretta sconosciuta. Come per sconfiggere quello che ci era sfuggito. Per perdonarci. E stringerla tra le braccia è diventato un bisogno; è tornato un bisogno. Ora sono tornato per rimanere”.
Michele pensava ancora a com’era successo e ancora non voleva rendersene conto, tutto quel tempo sprecato invano, quella che era sembrata allora una incomprensione e poi la stoltezza e la giovane età e un mondo che stava velocemente cambiando, ma non abbastanza, proprio come loro; ci pensava e non voleva pensarci, e si sentì vigliacco, vigliacco del proprio coraggio. Lui non c’era e non avrebbe dovuto esserci e non ci sarebbe mai stato, lui: il caro amico; aveva perso il diritto di avere anche solo un nome perché gli era rimasto addosso solo quello della colpa come un odore che non se ne va più e non puoi lavare; come per tutti i traditori. Pensava allora che tutto era stato conseguente, e non se ne dava pace, e sapeva già come sapevano tutti che questa volta sarebbe stato per sempre; anche perché aveva dimenticato in quale modo si può perdonare; ma non poteva e non voleva tornare a dire e non dire.
Le loro notti aspettavano il mattino in febbrile attesa, avevano paura di perdere anche un solo attimo; in quel momento era, se possibile, ancora più sua scrivendo lettere al futuro: “La cosa bella è che in questa storia non c’è una parte brutta”.

 

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raccontiI. Raccolse la foto che si staccò dalla piccola cornice d’argento. Riuscì a salvare il vetro ma quella gli cadde. La raccolse. Se ne sentì responsabile. Non sapeva se aveva il diritto di chiedere, ma lui non aveva mai imparato a trattenere le sue domande. Era sempre stata la sua condanna. Chiedere anche quello che avrebbe preferito non sapere. Inoltre l’aveva saputo a chi apparteneva quel volto. Ciò che non conosceva era tutto il resto. Lo frequentava spesso quel senso di disagio. “Chi è”?
La voce di lei s’era fatta amara. Solo un orecchio attento poteva cogliere come s’era appena incrinata di una impercettibile accoramento. “E’ il padre di Matteo. Ora non c’è più”.
Gli capitava sempre di pentirsi troppo tardi. Lo sapeva ma non poteva opporsi. Quando la domanda cominciava a farsi largo nella sua testa. Diventava opprimente. Un tarlo che esigeva il suo tributo. Si faceva ingombrante. Indiscreto. “Mi spiace”.
Non devi. Non è stato fortunato. Mio marito. Una cosa banale gli ha rubato la vita proprio quando cominciava a vivere. Anche lui si chiamava Michele. E’ strana la vita. Le coincidenze. Ma lui era molto più vecchio di me. Un’altra generazione. E’ strano come il tempo possa guarire di tutto, anche dalle migliori malattie. Il tempo. Eppure allora avrei creduto. Ne è passato del tempo. Poi… ma forse non ti interessa. Ora non è più un problema. Ora non ho più paura della notte e del sonno”.
Non era quello. Nemmeno avere lo stesso nome. Anche quell’uomo aveva il nome che lui per tutto il tempo si era portato addosso. Ma non sapeva che s’erano sposati. Nei ricordi tutto resta immobile. Pare che niente possa cambiare. Era una tra tutte le cose che non poteva sapere di lei. Che avrebbe voluto continuare a non sapere. Oppure sapere allora, quando sarebbe servito. E poi le storie vanno come vanno. Si rischia sempre di pensare che siano tutte uguali. Ritrovarsi dovrebbe essere accettare il passato. Si accorse all’improvviso di essere tornato ad essere di tutto curioso di lei. Del figlio, di Matteo, aveva saputo. Non ricordava chi glielo avesse detto. Forse proprio lei. Ma erano stati così pochi i contatti che aveva avuto. E tutti erano stati, in un qualche modo, dolore; anche se piccolo dolore. Le cose corrono e si perdono. E poi ci sono momenti in cui le parole non hanno padroni e posti in cui si liberano di ogni rimorso. Ora lo sapeva. Erano stati figli di quello sbaglio. Eppure sapeva che non né aveva alcun diritto. E poi poco importa l’età. Che lui fosse più vecchio. Era solo uomo. Non si è solo in misura della propria età. Non sempre sono gli anni a farti diverso. Michele provò tenerezza, per lei e anche per lui. Anche di lui. Se era stato assente, se le aveva fatto del male, certo non lo voleva. Se lo aveva fatto era stato il suo modo di amare. E la vita era stata avara soprattutto con lui. L’aveva persa prima di imparare ad amarla.

II.Questa è del giorno del matrimonio”.
Il suo silenzio era pieno di parole, le parole dei ricordi. Ricordi che avevano smesso ormai di essere vivi. E di farle del male. Ma ricordi. Ma erano quelli, ricordi, che non smettono mai. Che lasciano sempre qualcosa. E quella sorta di tepore, ma soprattutto di paura. Certe sere di gelo. Eppure non aveva di che rimpiangere. Aveva scelto. Ma aveva veramente scelto? A pensarci bene, nel dopo, nemmeno la trovi una ragione. Lo fai è basta. Lo fai per scappare. E scappi. Non puoi vivere tutta la vita il dolore. E poi non ricordava tutto. Anzi non ricordava che poche cose. Forse perché altri ricordi non erano abbastanza importanti da ricordare. Hai bisogno di due braccia. Di illuderti ancora. Di sperare. Lo fai perché te lo detta il cuore. Ma anche lui ti può mentire; si può sbagliare. Il cuore. O qualcosa dentro. Un vuoto. L’assenza. Qualcosa che ti manca. Nemmeno lo sai. Ti dici che infondo è gentile. Non ti chiedi se è abbastanza. Il cuore. Quella cosa che chiami cuore. Vorresti tornare a vivere. Ma chi non ha perduto non può capire. Chi non ha vissuto un dolore così grande non può sapere. E si era rimproverata di averlo letto, in certe ore, come una liberazione. Per quanto dura e difficile fosse stata; quella vita. Colpevole di tutto.
Dopo. In fondo era solo Raffaele. Lui non lo sa. Non l’ha mai saputo. E poi lui era così giovane. Troppo. Ormai non serve. Oggi si chiede di quale amore. Si è giovani a sedici anni. Giovani e stupidi. Poi si cresce ma quello che sei non cambia, te lo porti dietro. E dentro. Come una condanna. Ma questo te lo chiedi solo dopo. E’ dopo che ti chiedi di quale amore. E dopo è tardi. Magari è solo una storia stupida, ma solo dopo. Sarebbe rimasta troppo giovane per sempre. Non si impara mai. Un solo gesto di cortesia, quando hai bisogno almeno di un gesto di cortesia. Perché ti senti sola. Disperatamente sola. E sei lì, disposta ad aggrapparti a qualsiasi cosa. Non cerchi niente ma ti manca il respiro. Ti senti di annegare. Ti manca tutto. Non sei più niente. E ti sembra troppo tardi per vivere. Ma hai voglia di vivere. Non vuoi annegare in quel vuoto. Hai un figlio. Non puoi pensare solo a te. E ti sembra di aver sempre pensato solo a te. Infondo non lo fai nemmeno per lui. Non sai perché lo fai. Solo perché dopo la notte viene un altro giorno. Solo perché il letto è freddo. Solo perché. E credi ancora di poter dare.
Le notti, allora, si fanno giorno, e folla. Si animano e non ti lasciano più in pace. E poi eviti le domande. Quelle fanno solo male. Si fanno ingombranti pure loro. E non hai nessuna risposta. Mai. Così accetti tutto, e le notti. Le vivi. E le temi, e le vivi. Lo sapeva che è stupido. Chi non ha vissuto non può capire. E’ stupido ma ci si sente comunque colpevole. Si dice: se avessi fatto. Se avessi capito. Forse era solo una questione di attimi. Minuti. E’ che il tempo perso non torna. Come tra loro. Si cerca di correre contro il tempo ma è tardi. E’ sempre così, credeva; quando piangi una persona che è venuta a mancare, all’improvviso, e troppo presto. Inaspettatamente.
Forse era presto ma non aveva più bisogno del passato.
Ora poteva liberarsi di tutte le cose che erano rimaste ancora nell’armadio.

III. Se non amava la donna che era diventata nemmeno amava la donna che era stata. Nessuna di quelle donne. Sì! forse non si era mai amata. E così non si era mai perdonata. Ma gli altri. Tutti gli altri. Gli uomini. Lei aveva amato troppo e amato tutto. Forse anche male. Alla fine, dopo, nemmeno lei lo avrebbe creduto. Ogni volta era la prima volta. Lasciarsi dietro tutto e ricominciare. Ancora. Sperare ancora. Dopo aver rinunciato. E amare era darsi. E dare tutto. Senza chiedere. Non conosceva altro modo d’amare. E troppo era stata amata. Non voleva sapere perché. Non lo avrebbe accettato. Eppure ogni decisione era stata definitiva. Era diventata definitiva. Anche quella volta. E tutto sembrava semplice, e felice, allora. Quasi come la vita potesse essere solo una corsa. Lei, diversa. Libera. I suoi dubbi in silenzio. Le notti a guardare il soffitto. Ad immaginare. Ad aspettare. Alla fine non era successo. Non era successo niente. E in segreto portava quel ricordo. E l’aveva taciuto, quel ricordo. Non ne aveva avuto memoria. Non coscienza. Si era illusa di poter dimenticare. Com’è possibile dimenticare ciò che si è? E quella lametta. E quelle storie di ragazza. Non si può restare ragazza tutta la vita. Ma non voleva essere donna.
E aveva smesso di credere all’amore. Troppo presto. Continuando a chiedersi. A chiedersi se l’amore era tutto lì. Era solo quello. Quella piccola cosa. E se doveva sempre finire così. E ritrovarsi con le mani vuote. I capelli sparsi sul cuscino. E quel vuoto che lasciava lui. Lui che dormiva senza sapere. E ascoltare quel sonno, distante. Senza provare più niente. Lui che non era più nemmeno un corpo. Che era diventato solo silenzio. Scappare. Evitare anche le parole. Le avrebbe volute, quelle parole. Sapeva che non c’erano. Che non servivano più. Ma voleva capire quel vuoto. Anche se sapeva che nessuno glielo avrebbe potuto spiegare. Era un vuoto dentro. Che si portava dentro. E non aveva mai più imparato ad abbandonarsi. Ad ascoltare solo il rumore del suo cuore. E del proprio respiro; incapace di essere nient’altro che di respiro. Assente. Aspettando che finisse. Nemmeno il sesso era sesso. Era solo la paura di essere quella che non avrebbe mai voluto essere. Amare e non sapere amare. E allora perché? Sperare invano. Sentirsi nuda. Nuda e ancora confusa. E’ difficile essere donna. L’unica che non sapeva difendere era quella ragazza che si portava dentro. Lei doveva pagare, ma non sapeva cosa. Non sapeva perché.
Allora ancora le sue paure. I suoi dubbi. Forse la sua incapacità di crescere. Perché? E gli rimbombava in testa quella parola. Quella parola che non voleva sentire: «puttana»! Quante volte. Quante volte se  l’era detta. Per farsi del male. Quante se l’era chiesto. Si sentiva, lei, incapace di amare. Estranea. Assente. Responsabile di tutto. E di tutto colpevole. E tra quelle braccia s’era sentita cosa. O forse meno. E si trovava a chiedersi perché la guardassero così. Come se lei fosse solo quello che vedevano. Come se lei fosse capace di essere altro; diversa. Poi. In quel momento sapeva d’essere stata fortunata. Lui era quel ragazzo. Il ragazzo di allora. E tutto tornava a farsi semplice. Una tenerezza la scioglieva dentro. Bastava solo guardarlo. Allontanarsi da quel perché. Non serviva. Michele invece guardava la foto. La teneva tra le dita come una cosa fragile. Con pudore e delicatezza. Dietro si allargava la città nel sole. Il sorriso di lei era soddisfatto, non felice. Gli sembrava di cogliere un ombra in quel viso. Appunto, l’assenza di felicità. In quella foto. In ogni foto. Ma forse era solo un impressione. Forse era solo quello che voleva vedere. E aveva paura della propria curiosità. Ma il sorriso di lei era bello quasi come allora.

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poesiaTi amo dell’amore più grande,
quello che non chiede
nemmeno un minuto di più
e giacché non è nostro
non può avere
e di quello più puro
che riempie occhi e cuore
ma non toglie il respiro
e lascia agli occhi sereni
la libertà di fermarsi in un sorriso
di liberarsi in un sorriso
di dissetarsi di un sorriso.

Nelle molte pagine dell’amore
c’è un amore che non possiede,
forse il più grande,
senza calcoli né economie
e vive solo di sé
e del dividere quel sorriso
che ci porta per mano
dove guardare assieme
porta serenità

e ti ritrova bambina

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