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Posts Tagged ‘tenerezza’

Foto del 4 dicembre 2009 a Berlino di notteLa moglie raggiunse l’uomo. Lui, appoggiato al poggiolo, era intento a fissare la luna. E si perdeva nei suoi pensieri.
La luna era una cialda immensa sottile come brina, perfetta e perfettamente incisa nel nero. Il braccio della donna circondò il marito. Lo protesse e lo consolò.
La loro bimba ormai dormiva tranquilla nel grande letto; certamente cercando di riempirlo tutto.
Non c’era altro mondo intorno. Lui riscoprì quanto avevano perduto: distratti. Tutto quanto avevano perduto per sempre. Tornava a pretenderlo, ma lo implorava delicatamente. Intimidito dalla notte. L’immenso vuoto lo piegò.
E si baciarono. Con tutta la dolcezza di cui erano ancora capaci. Un bacio lungo e in quel bacio a lungo respirarono la stessa storia. Vissero assieme completamente solo di quel bacio.
In quel momento seppero che forse niente sarebbe stato ancora. Ma lei gli sfiorò gl’occhi. Eppure non si nascosero. Cercarono le parole. Poi furono soccorsi dai silenzi. E si incamminarono immobili tenendosi mollemente per mano. Era quella mano che li guidava.

E la luna li divorò.¹


1] scritto il 4 ottobre 1994

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Foto colori di donna a letto tra le braccia di un robotCara amica(che)
Seguivo la breve diatriba a seguito di Quando il sesso fa bene alla salute. Davo per scontato che l’unica risposta per quel “quando?” è “sempre!”, ma lo è? Ero stuzzicato ad intervenire in equilibrio incerto tra l’ironia e la seriosità, ma trattenuto da un certo riservo. Come seriosità pensavo ad una sorta di analisi di fatti. Come ironia pensavo alla splendida varietà e fantasia dei pettegolezzi e delle ciacole e ai tanti di già citati Rocco Siffredi in giro per i bar. Il punto è che in seguito allo scritto la strada si è fatta se non seria seriosa. E giocare sulle cose dei sentimenti diventa scorretto e indelicato. Non è solo per questo che mi prendo sul serio e faccio qualcosa di non mio uscendo da una scrittura mossa sola dalla mia fantasia. Certo non finirò a parlare di me. Non è di questo che sono curioso.
Nel post d’origine, forse causa certa pudicizia delle parole, si fa cenno al “sesso” ma mi sembra si finisca di parlare (almeno soprattutto se non esclusivamente) d’altro. O almeno di tutt’altro di quanto pareva nelle intenzioni della scrivente. Ci ricorda, anche se non servirebbe ricordarlo, Nichi Vendola: “Se priviamo la sessualità dei suoi significati più intimi, quelli che afferiscono alla tenerezza e al sentimento, etc. cioè: lasciamo che a vincere siano ipocrisia e prepotenza”. Sbaglio o è questo l’argomento attorno al quale ruota la discussione? Che si va imponendo?
Se è così allora i termini diventano altri, anche quelli di paragone. Dobbiamo ammettere che se non sempre quasi sempre le scelte sono poco dipendenti da noi quando non del tutto indipendenti. Si legano al caso e alle opportunità e ai piccoli momenti e ghiribizzi della vita e del “fato”. E’ impossibile non assumerci i rischi che la vita ci impone al di là di qualsiasi precauzione noi possiamo prendere.
L’uomo è un essere sociale ma non c’è relazione, sia essa amicale o parentale o di “coppia” ovvero sessuale, che possa garantire. Esperienze e cronache sono piene di esempi negativi. Il tradimento e qualsiasi delusione hanno un rapporto indipendente dal tipo di relazione. E più forte è il legame della relazione più la persona è nuda cioè tragicamente esposta. Eppure non possiamo sovrapporre, o ci è difficile farlo, i tipi di relazione ovvero un tipo di relazione non soddisfa (e non può soddisfare) anche il bisogno delle altre.
Se dovessimo entrare in merito ad una visione soggettiva è tutto relativo. Quello ch’è bello per alcuni può essere deludente per altri, quello ch’è poco per alcuni può essere troppo per altri. Ne possiamo concludere che il rapporto è deludente quando non sa rispondere alle esigenze-aspettative di quel singolo. Certo l’”argomento” non si esaurisce qui, ma credo che inizi da qui. Se non si parte con un inizio di analisi corretta e una corretta definizione dei termini ogni considerazione diventa imprecisa e approssimativa. Timidamente torno nel mio angolino con un silenzioso saluto agli amici perduti, agli amori passati e a tutti quelli che mi hanno voluto bene.
AmandoRoss

Sergio Endrigo: Dove credi di andare
Dove credi di andare
Se tutti i tuoi pensieri
Restano qui
Come pensi di amare
Se ormai non trovi amore
Dentro di te

Con tante navi che partono
Nessuna ti porterà
lontano da te
Il mondo sai non ti aiuterà,
ognuno al mondo è solo
Come te e me

Dove credi di andare
Se il tempo che è passato
Non passerà mai
Povere le tue notti
Se tu le spenderai
Per dimenticare

Il mondo non è più grande
Di questa città
La gente si annoia ogni sera
Come da noi
Dove credi di andare
Se ormai non c’è più amore
Dentro di te

Con tante navi che partono
Nessuna ti porterà
Lontano da te
Il mondo sai non ti aiuterà,
Ognuno al mondo è solo
Come te e me

Dove credi di andare
Se il tempo che è passato
Non passerà mai
Povere le tue notti
Se tu le spenderai
Per dimenticare

Il mondo non è più grande
Di questa città
La gente si annoia ogni sera
Come da noi
Dove credi di andare
Se ormai non c’è più amore
Dentro di te

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Cara Ross
Foto in BN della 17nne Franca con Venezia alle spalleQuesta è una storia che abbiamo raccontato e raccontato più volte. Ma non c’è stanchezza perché questa storia è la nostra Storia. Certo solo nostra eppure mi pare come un buon augurio. Certo può succedere. Così è successo. Sfiorando l’incredibile. Come una favola: la nostra Favola. Due anni, fa di questi tempi, proprio il 13 marzo, ma era un venerdì, alle 21.30 arrivava un messaggio in Facebook. Spero che mi perdonerai, anzi ne sono certo, se metto a nudo le tue parole nel raccontare il veramente com’è andata, senza un briciolo di pudore:
«Dal nome potresti essere un “antichissimo” amico di giovinezza, dipende quanti anni hai e se hai un fratello di nome …
Se così fosse, e parlo di quel fratello, potresti essere il Mario che conosco.
Non cercare di capire chi sono dal nome perché è evidentemente un nick.
Se vuoi rispondimi e se sei tu potremmo riaggiornare la nostra amicizia
Ciao Ross»
Dalla fessura aperta da questa mail è entrato subito un uragano. Difficile spiegarlo. Incredibile, è il termine più vicino alla realtà. Io Ti ricordavo così, come nella foto (anche se non una bella foto). O come in quella sotto (sempre una foto non proprio riuscita ma poteva una foto ritrarre la tua bellezza o almeno come Ti vedevano i miei occhi?). Nemmeno io, è stupido dirlo, ero rimasto lo stesso. E mi ricordavo molte cose, quasi troppe, forse tutte. Sono passati due anni e qui li voglio ricordare. I due anni più belli in una vita. E il nostro è un amore incredibile ma ancora giovane, nonostante noi. La cosa più incredibile è stata certamente che abbiamo ripreso il filo logico dei nostri discorsi come l’avessimo interrotto solo alcune ore prima. E c’era solo un grande bisogno di non tornare a interromperlo, nemmeno per un istante. Invece erano trascorsi più di quarant’un anni. Non sto scherzando: proprio 41. Non posso allora che dedicarti ancora una volta una canzone del grande Luigi Tenco perché in fondo non siamo mai stati veramente lontano. E quello che racconta il poeta-cantante l’ho veramente provato. Ed è difficile dirlo e capirlo ma non c’è mai stato un solo istante in cui tu non mi sia in qualche modo mancata. Eravamo cambiati e non lo eravamo affatto. Forse eravamo stati degli altri, diversi, ma in quel momento eravamo tornati a casa. Ci eravamo ritrovati. Ritrovati completamente. Auguro a tutte le persone che si amano un amore così grande. Pieno di serenità, di felicità e di passione. Lo auguro nel momento in cui ti dedico questo pensiero per il nostro anniversario. Mille di questi giorni mia cara Ross.

Foto in BN in cui Franca ha ancora una volta il volta di una figlia dei fiori tipico di quegli anni

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L’amore è pur sempre un senso di ebetudine. Nonostante le sue infinite colorazioni: ottunde.
Per lei: no! Il suo era certamente stato delicato e cortese ed era cresciuto di sé come cresce l’edera; sicuro.
Era nato quasi da niente, o da piccole cose: come profumo insinuante da una figura affascinante allontanatasi (l’immagine si fa fantasia o sospetto ma comunque resta meno che accessoria); evanescente. Ma coltivato con pazienza, in attese serene, in tremori impercettibili, in taciti sussurri. Silenzi.
All’inizio era stato un corteggiamento appena palpabile, sfumato quel tanto da confondersi con la gentilezza. Meno che un dubbio o un sospetto. Meno ancora che uno sguardo confuso.
Lui, davanti allo sportello: brevi domande poste con sorriso convenevole; rapide interrogazioni sempre meno giustificabili; un gioco di casualità fragili.
Poi attenzioni sempre più frequenti ma mai invadenti. Saluti lungo la via. Fiori. Non se ne era quasi ancora accorta finché quei mazzi di fiori, anche se di poco impegno, non sostituirono i suoi dubbi.
Di lì era nata la prima tenera simpatia. Non era più una ragazzina; non era donna ancora. Quell’andamento lento, senza strappi, sereno, aveva trasformato impercettibilmente quelle attenzioni in attese.
Lui sempre così composto, prese ad aspettarla finito il lavoro. Passeggiate lente e sempre meno frettolosi commiati davanti a casa. Anche a conoscerlo aveva imparato lentamente.
La prima volta che lo fece entrare apprezzò riservatezza e quel muoversi pieno di impacci. Fu una visita breve, come si conviene. Si salutarono sulla porta ma le mani per un attimo si trattennero.
A lei piaceva ascoltarlo parlare mentre passeggiavano, nella sera mite, tenendosi sottobraccio; anche lui sapeva ascoltare. Le regalava un senso di composta pace e di impudica confidenza; la sua voce.
Raccoglieva le preoccupazioni e esternava i dubbi, le proprie ansie. Seppure non si fosse certo fatta ciarliera parlava con piacere e varietà e lui era paziente, pronto a dedicarle complimenti, disposto ad assecondarla sul vestire e per l’acconciarsi. Sempre attento.
Si può dire che senza accorgersene cambiarono insieme e si cambiarono contemporaneamente. Ormai se un impegno li teneva lontani questo produceva una lunga attesa.
Non fu mai, come si legge, qualcosa che divampa. Le prese la mano e ritardarono finché le loro ombre non si furono allungate alla luce dei lampioni. La guardò incerto negl’occhi in modo mite eppure alle sue parole ella non seppe sottrarsi dall’arrossire e abbassare lo sguardo.
Si sposarono in maggio, in un lucente tepore, in un mare di fiori bianchi e gialli. Mai avrebbe scordato quell’istante. Mai! Lui: la sua pudicizia e quel bianco assoluto.
Il momento del sì fu forse la loro maggior emozione, poi uscirono a posare davanti alla facciata della chiesuola e ritrovarono il passo forzato delle loro passeggiate fra il ritmo dei rintocchi delle campane festose.
Cominciarono insieme quella nuova vita. Lei lasciò il suo posto al comune. Lei non si girò indietro. Lei imparò a curare meticolosamente la loro casetta.
Imparò, come si deve, ad aspettare il suo ritorno e si sentiva soddisfatta quando lui rincasava anche se questo si faceva precedere sempre da una leggera impazienza. Con lui non aveva mai fretta, le attese eppure non erano mai abbastanza brevi.
Eppure lui arrivava sempre puntuale, appoggiava il giornale piegato con cura, la salutava con un bacio leggero e si metteva subito le pattine e la giacca da camera aspettando paziente l’ora di cena.
Lei allora iniziava gli ultimi preparativi, affrettava i gesti e disponeva in tavola mentre lui alzava di tanto in tanto i suoi occhi dalla lettura per rispondere ai quesiti sulla giornata, per rinnovare la sua presenza.
Forse non esiste un amore più grande di quello che cresce di sé e si fa giorno per giorno. Pian piano passò dall’interpretare meticolosamente al precedere tutti i suoi desideri; persino i suoi silenzi.
Conosceva ormai ogni suo gusto, le parlava dei suoi sogni. La casa racchiudeva tutto il loro mondo e quell’amore continuò a rafforzarsi senza che il minimo screzio gli creasse nemmeno una pausa.
Decisero insieme e di comune accordo, anche se in modo quasi completamente taciuto, di non aver figli. Come se il rumore di un bimbo potesse inquietare quel loro sentimento ormai tanto cresciuto da farne una sola cosa. Quasi non ci dovesse essere suono alcuno a turbarli.
Solitamente la domenica il pranzo era un po’ più abbondante e ricercato; dopo andavano a passeggiare fino al parco, tenendosi la mano e lungo il fiume tacevano per lunghi tratti lasciando chiacchierare solo le esili onde e i rumori del silenzio.
Rientravano sempre prima dell’imbrunire. Le premure di lui non le erano mai venute a mancare. Lei accudiva alle dalie; le loro finestre erano sempre fiorite. Poteva scoppiare la guerra (e una guerra scoppiò, seppure distante, come tante) ma restava fuori dai loro confini.
Lui prendeva un bicchierino di brandy prima di coricarsi e ormai, tranne i periodi in cui lei era indisposta (solite cose di donne), non passava sera che non si amassero.
Dalla prima volta in cui lei aveva frainteso il piacere (non era stata quella prima notte, aveva amato in lui anche quell’averla saputa attendere), dalle prime volte in cui lei non aveva avuto bisogno di fingere vergogna, era scomparso ogni impaccio.
Ogni gesto era naturale, spontaneo, come sempre ma sempre atteso. Qualcuno potrebbe pensare al subentrare di un che di abitudine ma non nel loro caso. Non si erano lasciati tradire.
Si cercavano non come non rito, piuttosto come necessità; come se ogn’uno dei due traesse altra vita dall’altro. Come se nascessero ancora. Come esistessero per quello.
A volte lui amava vederla nuda prima, ammirarla e sfiorare il perfetto liscio corpo quasi senza toccarla; o solo guardarla.
Subito dopo lui fissava per un po’ il soffitto; a lei rimanevano gl’occhi lucidi e arrossati, il viso congestionato, si lasciava scappare lunghi sospiri. Poi, nel buio, si addormentavano abbracciandosi.
Qualche volta lui la cercava ancora, e lei non ne rimaneva sorpresa anzi si accorgeva di aver atteso il ritorno alle sue premure.
A volte lui amava guardarla dopo; le sue labbra fattesi più carnose nei baci, intumidite; i riccioli inumiditisi nel sudore che li appiccicavano alla fronte; i suoi occhi sereni. E si annegava nel suo dolce tepore.
La sera del loro decimo anniversario lei andò ad attenderlo al lavoro. Consumarono una cena leggera con sottofondo di musica barocca in un grazioso ristorantino. Lei aprì gaia come una bimba la piccola scatola e lo baciò forte con gratitudine lasciandosi a sonori segni di meraviglia. Lungo la via del ritorno si fermarono a guardare la grande luna, una cialda enorme e netta. E la luna li scrutò, finché le loro ombre non furono schiacciate in un perimetro circoscritto.

Quando si incamminarono nuovamente, con i lampioni a moltiplicare quelle loro ombre, a sfumarle e reinventarle, con le cicale a rifarsi il verso, fu bello tacendo passeggiare soltanto alzando gl’occhi, a tratti, sulle sagome buie dei palazzi. Pochi erano i passanti che incrociavano, ogn’uno nella propria direzione con la propria indifferenza. Pochi i suoni, forse un latrato ma indistinto; solo quello sfrigolio di fondo e il calore che le mani si trasmettevano. Una promessa.
Giunti in salotto, al gesto deliberato di lei (solo un sfiorargli la tempia) seguì, in entrambi, la consapevolezza che non avrebbero mai raggiunto la camera da letto; ogni altra attesa sarebbe parsa come una forzatura, una inaudita violenza, una modo di sfuggirsi o di mentirsi. Si spogliarono in fretta distribuendo gli abiti con disordine; gettandoli distrattamente tra un bacio e l’altro, senza staccarsi e soffocandosi in quei baci. La luce nella stanza giocava con quelle forme distratte.
Voleva essere sua ancora una prima volta, darsi, e darsi in un modo come fino ad allora, assieme, si erano negati; gl’occhi di lui rimandavano insoliti bagliori inquieti; i baci di lei non tradivano fretta, erano sempre più precisi ma delicati. La notte proseguiva a narrarsi.
Poteva solo immaginare il volto di lui ma lui era tutto su lei e lei lo sentiva mentre cercava di rintracciare il profumo della sua lavanda. Dapprima fu solo dolore, un dolore che la lacerava tutta, poi il suo dolore si confuse a un profondo piacere, comune e intimo (suo e loro), e non sapeva se era per l’uno o per l’altro ma le sfuggivano di gola ansiti e gemiti, grida. Lui sudava teneramente e la chiamava con dolci epiteti; abbracciati come un’unica cosa: a cercarsi ancora. Non sazi.
Non le parve come un sacrificio né una scoperta, tutto così naturale, niente di prestabilito, aveva deciso mentre si frugavano, mentre i momenti fuggivano fra baci appassionati, nel farsi automatico dei gesti d’amore e la passione era la vera scoperta di quella serata che né lui né lei avrebbero potuto scordare perché non si possono mai scordare le prime volte senza uccidere la memoria. Aveva voglia di dirgli grazie o di dimostrargli quella sua riconoscenza.
Lui si versò il suo brandy e lo bevve in un sorso, forse finse di non capire, poi lei attese che dormisse. Sembrava tranquillamente assopito, come spesso avveniva in taluni pomeriggi assolati quando il calore dell’aria aiuta quella specie di estraneazione, non in modo profondo eppure come un giovane intento in un sogno incorruttibile.
Lui non ebbe certamente possibilità di distinguere quel sonno ristoratore dalla morte. Il suo volto neppure mutò; quelle prime sottili rughe, da poco apparse, continuavano a disegnare un sorriso ininterrotto come a volte una cicatrice disegna in un viso un tracciato sereno di cui viene voglia con il dito di seguirne la trama.
Lei spense la luce e dormì completamente soddisfatta.
Lo divorò come in un grande rito. In ogni gesto c’era una cura precisa e una lentezza misurata per mantenere vivo il ricordo del gesto stesso e non sprecare nemmeno un minuto. E, con grande meticolosità, non trascurò nulla. Adesso, e per sempre, sarebbero stati come una sola cosa, come di più non era possibile; in modo assolutamente completo.¹


1] scritto il 6 maggio 1991

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Dove sono andati i bambini?
Gli abbiamo rubato gli occhi
e loro son rimasti bambini
e non hanno tradito quel sorriso
ma s’era fatto diafano
e intorno s’era sparsa la sera.
E noi lo sappiamo che la sera si rintanano nel ventre delle ombre.

Gli abbiamo rubato le mani
e loro non si sono ribellati
perché non avevano più perché
né più tane dove nascondersi
né un cerchio da inseguire.
Le loro biciclette non avevano più pedali né ruote né un posto da inseguire.

Gli abbiamo rubato la voce
ma quelli non avevano già più parole
e le campanelle ai polsi s’erano rotte,
muti hanno cercato eppure di gridare
ma nessuno li ha riconosciuti.
Hanno pianto per noi perché noi non avevamo più lacrime.

Gli abbiamo rubato l’innocenza
e allora loro più nulla hanno potuto,
non gli è restato che sparire nel vuoto,
rassegnati, nessun monito era bastato
e solo allora abbiamo capito.
Nel silenzio niente e nessuno cantava più per noi quel riso antico.

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Era bellaNo! non erano cambiati. Certo erano invecchiati. Più di quarant’anni non passano indolori. A Giovanni gli si inumidirono gli occhi. Quel piccolo uomo dalla voce bassa e roca era pieno di parole. Letteralmente straripavano. Anche se lui era un uomo di parole non aveva mai avuto bisogno di usarne così tante per così poco. Per parlare della sua meraviglia. Naturalmente Alvise taceva. Non è mai stato uno che ha un gran bisogno di parlare. Se ne stava in silenzio come troppo preso da chissà quali pensieri. Il suo bacio a Marinella non ha perso quella tenerezza. E poi tutti intorno a Rossana. E poi tutti intorno a me. Fino a farmi mancare il fiato.
Gabri non sa tacere, probabilmente aveva ancora la sua fantasia in testa. Eravamo tutti lì. Non proprio tutti. Mancava lui e qualcun altro. Nel suo caso semplicemente nessuno lo aveva invitato. Non per un riguardo a me, non ce ne sarebbe stato motivo. Tutti avevano il proprio motivo e tutti per quello che aveva fatto a Lei. Infondo tutti l’avevano amata Rossana. Tutti a modo loro e tutti nello stesso modo. Amata e ammirata. Forse ancora l’amavano. Ma per loro eravamo sempre stati noi la coppia. Ed eravamo tornati a sorridere in quel modo. In quel modo a guardarci negli occhi. “Giovanni, non per me”.
Per tutti noi eravamo restati noi. Non si stupivano. Ci tenevamo per mano, come due ragazzini, come allora. Non c’era stupore nei loro occhi. Ed eravamo rimasti gli stessi. Ancora tutti comunisti. Lui no; naturalmente. Lui si era fatto la barca. Aveva preso dell’idea quello che gli era tornato utile. Era l’unico ad averci guadagnato. Era l’unico che ora ci sputava. Un padano in più. Il coglione di sempre.
Allora chi l’avrebbe detto. Si mascherava che sembrava come gli altri. La mia copia ripulita. Lui. Il più amico tra gli amici. Quello che continuava a studiare. Quello che le bravate non le faceva. Che non faceva le cazzate. Quello che aveva promesso di stare vicino alla donna dell’amico. Quello che alla fine gli era stato fin troppo vicino. Per poi girare le spalle a tutti. Per poi, come sempre, sputare anche in quel piatto. Per me era stato solo passato. Eravamo ragazzi. Non avevo altre risposte. Non le avevo cercate. Adesso era diverso. A guardarla mi mancava nuovamente il fiato.
Non so perché”.
Certo non era più lei. Non sembrava più la stessa. Ingrassata. Invecchiata. Velatamente impigrita. Qualche filo bianco tra i capelli. Il colore ritrovato grazie al parrucchiere. Chiaramente intristita. Sudata. Il caldo è arrivato presto, quest’anno. Come sempre senza farsi preannunciare. Ma gli occhi avevano ancora quel fascino. La voce, dopo un primo momento, era la sua. Raccontava ancora le sue storie. Quelle emozioni. “Non ha nessuna importanza”.
Cose da ragazzi, avevo pensato. Continuavo a pensarlo. Non gli avevo mai dato importanza. Succede. E’ nelle cose. Ma quella ragazza rossa, la mia Rossana, non ero più riuscito a scordarla. Non ce n’era mai stato bisogno ma ora lo sapevo con certezza. Inutile cercare la ragione. Mi batteva il cuore. Si stringeva lo stomaco. Girava il soffitto. Ancora. Mi ero sempre portato con me quel ricordo dolce. E il suono dolce e amaro della nostra canzone. Di quelle parole. Di quel dolore. Dio com’era sempre stato difficile ascoltarla, quella canzone. E poi l’odore del profumo e un sapore di tenerezza. Perché non ho creduto abbastanza a quella canzone?
Era rimasta quello che era stata con me. Quello che era stata per me. Quella ragazza. In quell’amore da ragazzini. Un amore che non voleva trovare pace. Eppure una vita era passata. Una vita per tutti. Fatiche e prove. Gli altri erano rimasti assieme. Non succede spesso. Non succede quasi mai. Ma in fondo non avevo chiesto. In fondo non volevo sapere. A che mi sarebbe servito quel perché? Lei sembrava avere il bisogno di dirmelo. Di confessarlo. Si rendeva improvvisamente conto di doverlo fare. Di avere sempre sperato di poterlo fare. “Non mi ha lasciato ricordi. Non so perché. Ho scelto lui e pensavo a te. Continuavo a sognarti. Avrei voluto che restassimo almeno amici. Mi sei mancato”.
Non li aveva potuti conservare. Non li aveva voluti ricordare; i ricordi. Volevo crederle. Le credevo. Se non l’avesse fatto avrei sperato che me lo dicesse. C’è sempre il bisogno di credere in qualcosa. Non lo avrei mai immaginato. Non credevo che finisse così. “Lui non lo voleva né poteva e forse non ci saremmo riusciti”.
Avrei provato in qualsiasi istante la stessa voglia di baciarla. E i baci sarebbero stati la meraviglia che erano stati. Che sono. Che ricordavo. Mi sentivo colpevole. Colpevole per aver fatto di tutto perché loro potessero essere felici. Persino, povero stupido, perderla. Spingerla tra le sue braccia. Starle distante. Ora sembrava tutto così assurdo e lontano. Eppure tutto tornava. Anche quello che avevo ignorato. “Forse hai ragione. Lo so che è colpa mia. Sai, poi è diventato geloso. Si è mostrato presuntuoso. Le donne erano niente. Nessuno era come lui. Forse non gli importava di me. Tranne perché ero la tua donna. La donna di Michele. Mi ha tolto l’aria. Gli amici. Tutto. Alla fine anche i sogni. Mi ha lasciato solo la paura. E un grande vuota. E solo sfiducia. Sfiducia di me. E poi non poteva accettarlo. Accettare di essere lasciato. Proprio lui. Alla fine mi ha anche minacciata”.
Lui quella storia me l’aveva raccontata diversa. La sapevo diversa. Poi sapevo le altre storie. Anzi non le sapevo. Sapevo solo poche cose. E supponevo. La temevo triste. La speravo felice. Avevo cercato di liberarmi di lei. Non ne avevo più diritto. Avevo altre cose. Altri obblighi. Cristo se ne ho sempre avuto bisogno. Non si sa mai perché queste storie vanno così. Perché certe storie non finiscono mai. E poi, ora, quello che non avevo voluto vedere non potevo più ignorarlo. Improvvisamente avevo qualcosa da rimproverargli. E non potevo perdonarlo. “Non so perché. Me ne sono sempre sentita colpevole. Mi sono portata dietro un rimorso”.
Lo trovavo stupido. Trovavo stupido che si potesse rimproverare qualcosa. Io mi ero rimproverato tutto. Fin troppo. In modo che bastava per due. Ma lui allora era il mio più grande amico. Talmente grande da vederlo senza dubbio migliore di me. Più adatto a lei. A darle quello che si meritava. Non tornava più nessuna tessera di quel puzzle. Perché nessuno mi ha detto nulla? La verità era che nemmeno lei lo sapeva. Così mi sono reso conto che un poco, all’improvviso, mi infastidiva pensare che era stata tra le sue braccia. Gli altri naturalmente non avevano nessuna importanza. Era dopo una storia finita.
Di lui, irrazionalmente, provavo ora fastidio. Il male che le aveva fatto non si potrà mai cancellare. Mi promettevo in cuore di provare a farlo. Era stato meschino. Era solo un tipo meschino. Aveva presto scordato le promesse che mi aveva fatto. Allo stesso modo quelle fatte a lei. Era diventato quello che era sempre stato. Così diverso da noi. Così diverso da quello che si fingeva. Si può odiare con tanto ritardo?
Non so odiare. Provavo la cosa più simile che conoscevo a quel sentimento. Perché lui, l’amico, non se ne era innamorato. L’aveva corteggiata. Irretita. Illusa. Aveva recitato. E intanto mi raccontava di come lei mi amava. E di come lui era rispettoso di quel nostro sentimento. Si era fatto vittima. Aveva mosso e toccato l’animo di lei. Lui che non aveva conosciuto il vero amore. Perché le donne ci credono sempre a queste cose? Perché debbono correre in soccorso? Aveva cercato di cancellare in lei anche il ricordo di me. Ero solo un sognatore e sognare è stupido. Da stupidi. Comincio a nutrire qualche volta il sospetto che sia proprio vero che il migliore amico dell’uomo è il cane.
Glielo dico: “Ti amo”. Mi guarda come se non conoscesse quella parola.

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Fosse il più bel cielo del mondo,
sfarinato di stelle,
vorrei donartelo e fossi tu a darmi
la meraviglia di raccontarmelo
e vorrei darti la carezza che non ho
e che non hai ritrovato;
occhi grandi a guardarlo, quel cielo
e sperare farsi notte
come se gli occhi solo così sorridessero
immaginando il sogno ma
il sole è troppo forte per questa pelle
e le mani troppo ruvide di calli
e non so esser gentile come vorrei
per tradire la dolcezza che nascondo
come se di dolcezza si potesse provar vergogna.

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