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Posts Tagged ‘tentazione’

Aveva detto “solo un incontro d’affari. Uno spuntino. Due chiacchiere tra colleghi. Quattro cose veloci. Senza impegni. Sarai a casa per cena”. Mi pensavo di trovare anche altri. Mi apre e scappa via. Mi accorgo di essere da solo. Scusa e si scusa per il disordine. La guardo allibito. Prende un pomodoro e comincia a tagliarlo a fette.
Qualcosa non va”?
No, va tutto bene”.
Era femmina insolita. Veloce di lingua. Rapida con tutte le parole. Sapeva stare agli scherzi di tutti e sapeva rispondere a tono. Spesso allegra e spesso fin troppo gioviale. Sapeva come provocare e come rispondere alle provocazioni. Se comprava un vestito nuovo non si faceva nessuna remora a metterlo, anche se era di colori troppo vivaci o un po’ audace. Spesso mi capitava di sentire le colleghe chiacchierarla. Ma le vere chiacchiere riguardavano le altre. Per quanto mi risultava alla fine non si era mai fatta mettere il sale sulla coda da nessuno. Riusciva sempre ad uscire indenne dai veri pettegolezzi, come dalle maldicenze e dalle zuffe. Non c’era grande soddisfazione a prendersela con lei. Sgonfiava qualsiasi cosa trasformandola in burla. Probabilmente per quel suo carattere era sempre rimasta libera.
Nel suo andare e venire indaffarato si accorge di come la guardo: “Non badare al vestito, è stato un capriccio. Non è la cosa più comoda. E’ che toglie le parole a qualsiasi fantasia. Ho detto subito: è mio. Sai come sono fatta. Beh! Se avevi dubbi ora non ne hai più. Naturalmente scherzo. Volevo vedere le facce. Che te ne pare? Posso venire in ufficio”?
E’ veramente un po’ temerario. Questa volta ha esagerato. Riesco a fingere di guardarla distratto. Di cercare di farmi un’opinione ponderandola. Come se mi avesse chiesto un parere su una partita di piastrelle per il bagno tra le quali deve scegliere. So che qualsiasi cosa posso dire non cambierà le sue decisioni. Se lo vuole fare è capacissima di arrivare con quella cosa addosso. Mi sembra anche un po’ sado, non lo dico: “Spero che non mi abbia fatto venire solo per questo. Cosa ti posso dire? E’ un po’ stretto. Un po’ azzardato. Ti sembra dipinto addosso. E sul serio non lascia supporre nulla. Non lascia spazio all’immaginazione. Neanche un respiro. Ma se credi di farlo”.
E con questo spero di aver esaurito l’argomento. Con lei affronto ogni cosa con molta circospezione. Ho paura delle sue risposte, non una sola volta ne sono stato folgorato. E’ sempre riuscita a mettermi in confusione. Cerco di guardare fuori dalla finestra. Aspiro gli odori che arrivano dalla cucina. Non ho la più piccola idea di come sia come cuoca. Non mi sembra adatto nemmeno per l’ora. Pare proprio uno strumento di lavoro. Se fosse uno sconosciuta la mia considerazione non sarebbe certo molto garbata. Ho imparato che non si può sempre dire pane al pane. E così me ne sto in angustie sulle mie. Mi sento come se fossi seduto su di una graticola. Intanto finisce di imbandire la tavola e lo fa non come lo si fa per un spuntino ma come se preparasse per una vera cena; per una cena importante.
Sparisce. Sento ruggire un motore, probabilmente quello di un frullatore. E’ tutta affaccendata. La sento gridare da un’altra stanza: “Hai bisogno che ti accenda per l’arrivo della tappa”?
Torna a metà della mia risposta mentre mento spudoratamente: “Non fa niente”.
Ad ogni ulteriore apparizione si rinnova il mio senso di disagio, la mia meraviglia, e il mio parere sull’abbigliamento peggiora. Temo debba trattenere il respiro. E’ anche costretta a zompettare per quei tacchi, come le gallinelle che hanno appena deposto l’uovo. Con passettini brevi. Incerti. Va continuamente da qui e là in modo ridicolo: “Avrei fatto meglio ad infilarmi delle ciabatte. Solo che poi me lo fanno sembrare che ramazza per terra”.
Se la ride. Forse si aspetta un complimento. Che le dica che non è vero. Sto sulle mie. Preferisco continuare precauzionalmente a starmi zitto. Penso che abbia aggiunto profumo al profumo che si mescola a quello dei cibi. Non mi ha ancora chiesto di Loredana. Ma non abbiamo avuto molto tempo di scambiarci qualche parola in santa pace; nemmeno un semplice convenevole.
Cosa mi volevi dire”?
Magari mi racconti intanto qualcosa. Mentre finisco di preparare. Poi parliamo. Scusami, posso lavorare e ascoltare. Mi son fatta prendere un po’ in ritardo”.
Ci penso sopra, non mi viene niente. Tento di darmi delle arie. Mi affido ad un po’ di ironia: “Cosa vuoi che ti dica? I mondiali sono andati come sono andati. Quello che c’era da scoprire è stato scoperto. Paesi, continenti, monti, pianeti e malattie. Le guerre sono state fatte. Ora la gente muore in silenzio o lo fa distante. I martiri sputano razzi. Nessuno sa più fare un martini come cristo comanda. I giornali parlano di niente. La televisione ha detto che c’è un nuovo anno, ma nessuno se n’è accorto. Tutto quello che c’era da fare e da dire è stato fatto e detto. L’unica cosa che si muove sono i soldi, e lo fanno per scappare lontano. Quelli corrono. Cosa vuoi che ti dica”?
Non intendevo questo. Sei pessimista”.
Non io, è il mondo a esserlo”.
Mi guarda perplessa. Sono seduto in cima alla sedia in procinto di precipitare da un momento all’altro. Guardo l’ora: “Cominciamo a spiluccare”?
Mi mette in mano l’apribottiglie: “Torno subito. Faccio in un attimo. E poi… sono qui. Possiamo continuare a parlare mentre ti servo”.
La guardo allontanarsi. Andare verso il piccolo mobile addossato alla parete. Belle gambe, però. Non ci avevo mai fatto caso come adesso che le vedo tutte. La guardo di spalle. La vedo mentre si appoggia alla piattaia. La guardo chinarsi. Basta quel niente. Quel niente è anche troppo: “C’è ancora tempo. Caffè, tè, o meglio un aperitivo; stai tranquillo. Stai pure comodo. Ti servo io”.
E dopo qualcuno dice che è l’uomo che si mette certe idee in testa. E’ meglio se io certo di non aggiungere niente. Mi limito a guardare e in silenzio. Fasciata così in nero non è più lei. E solo l’immagine anonima che mi rimbomba in testa. Rischio di fare un gesto sconsiderato: “Spero che tu non abbia fretta”.
Mi alzo e mi avvicino furtivo. Se non rendo omaggio subito a quel culo faccio offesa a me stesso, al buon senso, agli assenti e probabilmente anche a lei. Cerco di circondala con le braccia. Sono già lì lì per stringerla a me e riempire le mie mani di lei. Audace. Con spezzo del pericolo. Senza pensarci. Non me ne importa più nulla. Che sia quello che deve essere. Meglio uno schiaffo che passare per un idiota.
Si gira di scatto per la sorpresa. Il sorriso le si spegne in bocca. Il vestito esplode. Un brandello di stoffa fa oscillare il lampadario. Nel salto a ritroso rovescia un’intera pila di piatti che precipita al suolo frantumando anche la vetrinetta. Frana seduta su quella maledetta sedia e mi guarda sbigottita; in preda al panico. Un bottone salta e mi colpisce in un occhio; è ancora tumefatto. Nel tentativo di afferrare qualcosa e salvarlo dalla caduta mi taglio sul polso. Il taglio sputa sangue e mi ritrovo schizzato tutto d’olio. E’ tutto un disastro. Finiamo al pronto soccorso. Io a far da paziente, quattro punti di sutura con la benda sull’occhio, e lei al capezzale del moribondo a sprecare preoccupazioni e a dispensare compassione.
In attesa dell’ambulanza s’è rivestita di fretta. S’è messa dosso la prima cosa che ha trovato. E’ ancora in cima a quei tacchi. Mi dice dispiaciuta: “Peccato, avevo fatto l’arrosto di maiale. Doveva essere venuto buono. Mi rincresce, sarà per la prossima volta”.
Mi chiedo se le spiace di più per i piatti, per l’arrosto, per il vestito, perché nemmeno abbiamo cominciato a affrontare l’argomento costi e benefici, o per quale altre diavoleria. Mi chiedo se in qualche modo posso riparare. Mi chiedo se posso correre il rischio di una seconda volta. Già per questa ne dovrò dare di spiegazioni. Ho arrischiato la vista e la vita. Mi chiedo dove diavolo era, in quella casa, la stanza da letto. E il bagno.
Spero che di vestiti come quello non avesse che quello. Mi mordo la lingua prima di chiederglielo. Mi riprometto che la prossima volta parliamo stando al tavolo di un bar. Oppure al parco. E che se deve essere arrosto di maiale che sia arrosto di maiale. Do la colpa alla mia sbadataggine. Mi scusa prontamente. Con delicatezza le spiego che per servire in tavola è meglio indossare un grembiule.
Mi dice: “Credi”? Aggiunge: “Però le calze nere”… Mi spiega: “E’ che non volevo sembrare sfacciata”. Mi saluta: “Scusa, se non hai più bisogno, vado a raccogliere i cocci”.

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Da Mario, quando era entrato Claudio, con una folata di vento e un turbinare di nevischio, era entrata anche l’aria del natale. “Chiudi la porta che si gela”. Quelli dell’età di Mario lo sanno tutti che ogni qualvolta suona un campanellino nasce un angelo. Lui era un credente blasfemo e non perse l’occasione di citare una delle sue consuete bestemmie preferite; con quelle condiva ogni pietanza e accompagnava ogni battuta. Aldo alzò distrattamente gli occhi a guardare il nuovo venuto: tutto era già stato visto. Aveva, Claudio, ordinato da bere per sé e per l’angelo accolto sgarbatamente. Poi si era chiuso nel suo bicchiere con gli occhi assenti. La sposa del venerdì si era affacciata sulle scale, gli aveva sorriso e gli aveva fatto un cenno se voleva salire da lei. Era una lusinga quasi distratta ma semplice da cogliere. Lasciò salire prima l’altro, l’angelo, per pensare a sé e perdere tempo e tradirlo. Fu così che quella figura d’amore si lasciò sporcare le ali di mondo mentre Claudio aspettava paziente il suo turno. All’inizio si erano fatti ingannare di un sorriso malizioso, poi sentirono rumori e non erano rumori d’amore. Si precipitarono tutti su ma ormai era troppo tardi. I soldi erano sul comodino e lui era volato dalla finestra.

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Anche se era solo un santo di seconda categoria era pur sempre un santo. Anche un santo può sentirsi confuso, probabilmente anche quelli più rinomati. Cominciava ad avere il sospetto che ci fosse un fondo di verità su quanti sostenevano che la donna era una figura tentatrice, la fonte del peccato, una figura del demonio. In fondo lui lo sapeva che era stata creata con lo stesso fango e l’aggiunta di una costola ma bastava guardarla. Non metteva certamente in dubbio la creazione anche di quell’essere dal nome dall’origine incerta. Ma doveva essersi fatta convincere da quella serpe furba del diavolo. Meglio sempre diffidarne. Non c’erano altre spiegazione. E anche lei era una donna. Mentre la vedeva arrivare già temeva di vederla arrivare con la sua scollatura. Il tempo non era più così rigido. Erano ormai alcuni giorni che arrivava scollacciata. Non certo in modo scandaloso, ma in fondo anche lui era pur sempre un uomo, anche se santo; è poi dove si spingeva il limite dello scandalo? Vallo a spiegare alla gente. Non era certo come Aristodemo, il quale infilava gli occhi dentro a quelle carni esibite senza ritegno e si lasciava a complimenti. Lei arrossiva ma sembrava non esserne dispiaciuta, anzi come gli era capitato di notare anche con le altre sembrava esserne compiaciuta. Ma lui non era come Aristodemo che infilava gli occhi lì e non li staccava più. Lui era diverso da Aristodemo, ma comunque provava fatica a trattenersi a stento. Lui faticava a mostrare disinteresse. In fondo anche lui avrebbe voluto infilare le mani in quella scollatura. L’idea stava prendendo la forma di un ossessione. Non era un gaudioso ma avrebbe voluto conoscere la sensazione di quel contatto. Perché poi Dio le avesse fatto le tette, alla donna, non era certo di capirlo. Aveva già tante cose da guardare e da pensare; tanto e con far distratto, anche il più indifferente. Che quelli strani esseri, le donne, si invidiavano tra loro. Come se una fosse fatta diversa dall’altra. E volesse avere quello che era stato dato all’altra. Lui, come detto, cercava di staccare il suo sguardo dal seno di lei e lei invidiava le grandi tette giunoniche di Lorenziana.
Davanti a Lei, a quella donna, lui balbettò le prime sillabe e subito si rese conto che aveva dimenticato tutto quello che avrebbe voluto dirle. Quelle domande. Quelle parole. Quelle osservazioni che nella sua testa avevano già acquistato una forma completa e complessa; aveva sviluppato compiutamente. Che aveva percorso varie volte fino ad esserne certo e coraggioso. Di cui era diventato sicuro. Lei gli rispose con un sorriso e lui capì che non avrebbe ritrovato nemmeno un briciolo di quelle parole. Lei disse la cosa più stupida e quella che più volte le aveva sentito dire “Oggi debbo essere proprio orribile. Oggi!” E subito, naturalmente, si mise, Lei, ad aspettare che le desse torto e intanto si chinava a mostrarsi meglio e a metterglielo proprio sotto il naso, il suo scrigno, quel suo tesoro, la maledizione di lui. Lo faceva impazzire quel nascondere le cose per farle meglio vedere, per condensare con più forza attenzione attorno. La collana si appoggiava morbida esattamente al centro del soldo. Fu tentato di pregarla di abbottonare almeno un altro bottone. Non vedeva nessuna presenza, nemmeno un merletto, nemmeno un orlo, di reggiseno. Pensò che per farsi del male c’era sempre tempo. Un Alessandro poteva guidare gli eserciti e costruire imperi, ma quando una Lei prendeva la spada nessun Alessandro aveva scampo. Non si sentiva santo ma uomo. Come uomo non aveva alcuna esperienza a riguardo; tranne la consapevolezza dei suoi occhi.
Si accese una sigaretta. Si ricordò che non aveva mai fumato. L’unico risultato che raggiunse è l’esplodere di alcuni violenti colpi di tosse e di una strana allegria negli occhi di quella donna. Occhi bellissimi ed enormi e pieni di misteri e ipnotizzanti. Doveva essere difficile essere uomini e vivere quelle passioni. Dovevano essere devastanti; quelle passioni. Soprattutto quando un uomo incontra un no! Non era comunque facile nemmeno fare i santi. Forse ciò che provava non era poi così differente da quello che provavano loro; gli uomini. Forse la sua era solo pura e semplice curiosità. Pura curiosità. Eppure ciò che provava era così… strano e violento. Si scottò del caffè. Sarebbe stato gentile che lui pagasse; ed era quello che aveva sempre fatto, come un dovere, ma la premura non era dote degli uomini? Così come il corteggiamento e le lusinghe? Così come i complimenti e le attenzioni? Così… come la confusione? Lui che portava sandali anche d’inverno. E vesti povere. E i capelli in disordine. E che era sempre costretto a scusarsi. Era proprio un casino ma lui lo doveva definire confusione e invece era proprio un vero casino quello che gli esplodeva dentro. Tutto per un paio di etti di ciccia vista e non vista. Immaginata. Pensata. Fantasticata. E del suono della sua voce, che era solo suono, e un suono lieve, un poco bisbigliato. Lei che gli parlava dei suoi amori; amori che non conosceva. Fidanzati e morosi. Coglieva appena il senso di quella definizione. Gli sembrava che lei non potesse essere sfiorabile. Che non potesse appartenere a quelle storie. Che quelle storie la potessero sciupare, stropicciare, corrompere.
Chi è l’imbecille che aveva detto che il romanticismo appartiene solo alle donne, esclusivamente, a certe donne? Un uomo può soffrire come e anche di più. Se ne accorse in quel suo sentirsi come un uomo. Eppure tutto sembrava quello di un giorno come un altro. A dire il vero pioveva di un pioggia sottile. Forse lui aveva bisogno di fin troppe domande per capire e per certe domande non aveva trovato il coraggio di formularle. Certe per Lei non era lo stesso, non era così. Lei sembrava leggere e capire anche i suoi silenzio. Non che questo fosse avvenuto, non fino ad allora. In quel momento sì. Sentiva che lei capiva anche se lui le avesse mentito e avesse cercato di nascondersi. Si sentì disorientato e scoperto, senza avvedersi di dove aveva sbagliato. Forse il suo sguardo si era soffermato un attimo di troppo? Era come se lei gli leggesse tranquillamente in testa. Provò la vergogna. Lei lo invitò a salire un momento con un tono cordiale e il nome di lui cominciò a sparire dalla carta; a dissolversi. Il Sant’Io divenne solo Io, anzi un io, ma lei era più bella di quanto ci si potesse immaginare. E la sua pelle era liscia e morbida come… come… come quella della donna; un contatto che non aveva nemmeno immaginato. Per tutto quello aveva barattato tutto, e la sua carriera, in cambio di cinque minuti, ma anche dopo averne conosciuto il prezzo non aveva più alcun dubbio che pur sapendo l’avrebbe fatto. Se solo non avesse riso lo avrebbe anche rifatto. E poi lo sapeva fin dall’inizio come sia impossibile fare e poi disfare, tornare indietro. Non era nemmeno riuscito a mentirsi, era troppa quella strana curiosità.

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Elisa Mariapia Lourder Sampietro Raspini era tutta in quel nome e si chiedeva perché. Non aveva nulla di cui rimproverarsi. Era una buona lavoratrice. Era inserita nella sua comunità. Rispettava le feste. Approfittava di ogni occasione di carità. Allora perché il Signore aveva voluto metterla così pesantemente alla prova? Se lo chiedeva davanti allo specchio. Le aveva donato quel corpo che era una bestemmia. Un corpo che non poteva che essere una sfida e che attirava tutti gli occhi maschi. Un corpo da… da donna di malaffare. Soprattutto a guardarsi nuda sapeva che sarebbe stata sempre schiava del corpo in cui viveva.

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