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Posts Tagged ‘terrorismo’

220px-venezia_aprile_1945Entro all’ANPI: “Ma ci siamo ammattiti tutti”? Si fa presto a dire stai calmo. E aggiungo “Cazzo!” –perché un bel Cazzo! ci vuole e ci sta sempre bene. E fortuna che non mi è scappato un porco. Più che fortuna è un caso, o mi sto rincoglionendo. Quando ci vuole ci vuole. Dire che sono fuori di me è ridurre il problema; è decisamente minimizzare. “Che cazzo –sono solo al secondo ed è un vero record– vuol dire calmati”? Non mi riesce nemmeno di parlare.
Come cosa c’è? Ma non li avete gli occhi? Vi siete tutti rincoglioniti”?
Bada come parli”.
Dico quello che va detto”.
Lo vuoi capire che quello è il passato”?
Sappiamo tutti che quello faceva la spia”.
Non ci devi pensare”.
E anche il mercato nero”.
E’ questo che dobbiamo fare. Perché non si dimentichi”.
E intanto noi si faceva la fame”.
Capire ti capisco, ma dobbiamo andare avanti. Ora c’è la repubblica”…
E voi dov’eravate”?
La vuoi capire che è finita”?
Diobonino. Finita un beneamato cazzo”.
Sono arrivati ordini da Roma”.
Stracazzo. Me ne frego di Roma. E di quelli. Io ricevo ordini solo dal Comitato di zona”.
Il Comitato non c’è più. Siamo noi, ora… il Comitato”.
Voi… voi… siete solo una manica di voltagabbana. Voi… voi… potete andare a fare in culo”.
Secondo te cosa si dovrebbe fare”?
Metterli tutti al muro. Tutti a gambe per aria”.
Capisci che non si può fare? C’è l’amnistia”.
Ma quel porco d’un porco”.
Il Partito è sempre più forte”.
Ma ha vinto la ruffiana dei padroni”.[1]
Non fare così”.
Ma dove sono quelli della volante rossa quando serve”?
Quelli sono solo banditi”.
Banditi ci chiamavano loro. Quelli sì che sono ancora compagni”.
Le dobbiamo riconsegnare”.
Io non ci sfilo con loro”.
Cerca di ragionare”.
Sapete dove ve la potete infilare la vostra medaglia? Io me ne vado a Piazzale Loreto[2].

[1] Da Emigrazione di Gualtiero Bertelli.
[2] E’ solo un piccolo e povero raccontino di fantasia. In ricordo di Ercole Miani e di chi la Resistenza l’ha fatta per davvero e ci ha creduto veramente fino in fondo, anche se questo può non riflettere il loro pensiero o quello di tanti altri: http://it.wikipedia.org/wiki/Ercole_Miani

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pnn-foto1Era solo sabbia e sassi. Se c’era la luna andava più spedita, ma era più pericoloso. Un po’ di batticuore ce l’aveva, ma solo un po’. Sapeva solo che lo doveva fare. Per quei ragazzi. Senza luna era come un buco nero. Anche l’erba un mare nero, immobile. E allora era paura, ma cercava di non pensarci. Si diceva: Quanto siamo stupide noi donne; abbiamo paura del buio e di quello che non vediamo. E se lo diceva in silenzio. E in silenzio faceva tutta la strada. Sulla sua bicicletta. Pedalando veloce. Senza nemmeno fischiettare. Senza nemmeno poter accendere il fanalino. Ma poi quella maledetta sera li aveva visti da lontano. Erano neri come la notte. Neri come la vergogna. Aveva visto le torce, ma era troppo tardi. Non poteva tornare indietro. Non poteva prendere per i campi. Aveva solo il tempo di ingoiare quel biglietto. E di mandarlo giù senza nemmeno un sorso d’acqua.
Dove te ne vai tutta sola, bella ragazza”?
Vado dove debbo andare”.
E sarebbe, se posso chiedere”?
Stavo andando per la mia strada”.
Sei una piccola vipera impertinente”.
So solo che tanti uomini per una donna sola”.
Il porco le scoprì la gamba e lasciò che la sua mano scivolasse sopra. Gli altri maiali ridevano: “Sai che questi posti sono pericolosi, soprattutto di notte”?
Ora sì che ce lo so”.
Non hai paura”?
Ho paura solo per gli assassini”.
Hai visto banditi da queste parti”?
Qui non ci sono banditi”.
Il porco le pizzicò una guancia. Gli altri maiali ridevano: “Sei carina, non vorremmo doverti fare del male”.
Allora posso andare”?
Non così di fretta”.
Mi aspettano”.
E ridevano: “Chi ti sta aspettando; il tuo moroso”?
Non ho moroso”.
Se fai la brava ne avrai tanti di morosi, e anche se non lo fai”.
Me ne basterebbe uno, ma di quelli buoni”.
Noi lo sappiamo che tu sai”.
Io so solo quello che so. E che una ragazza non dovrebbe fermarsi a parlare con degli sconosciuti”.
Le arrivò il primo schiaffo: “Dicci dei banditi”.
Si sentì persa: “Qui non ci sono banditi”.
Dov’è tuo fratello”?
Via, a cercar lavoro”.
Non è qui intorno”?
No che non è qui”.
Schioccò il secondo schiaffo: “Non farmi diventare cattivo”.
Non credo di poter fare di più”.
Dicci dove si nascondono i banditi”.
Qui non ci sono banditi”.
Aveva già la rivoltella in mano: “Non farci perdere la pazienza”.
Non posso dire quello che non so”.
Sappiamo che sai”.
Se lo sapete voi”…
Dove si nascondono i banditi”.
Qui non ci sono banditi, solo partigiani”.
Il colpo si perse per le campagne.[1]

[1] E’ solo un piccolo e povero raccontino di fantasia per ricordare tutte le staffette che diedero la vita per una giusta causa. Per ricordare a chi non sa ricordare che la Resistenza non è stata fatta solo da quegli eroi che presero le armi in mano, ma anche da tanto altro popolo. Da tanti uomini e tante donne.

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Bimbo in mezzo alle macerie di GazaRicevo una lettera da un amico di Gaza. Io conosco solo l’italiano e la lettera è in inglese scritta con tastiera in arabo (cioè da destra a sinistra). Cerco di dare almeno il senso del suo doloroso messaggio senza alcun commento poiché si commenta da sola:

Cari amici italiani,
Come stai? spero che questo messaggio possa in fine arrivarti, vorrei dirti quello che succede alla gente di Gaza. Siamo dentro una guerra, la striscia di Gaza è sotto attacco da caccia e droni ogni giorno.
Da per tutto ci circonda la morte, feriti e distruzioni, fino ad ora sono 820 i martiri. Tra loro ci sono 230 bambini e 310 donne. 6.000 sono le persone ferite e sempre in maggior parte sono donne e bambini.
Non c’è cibo, acqua, latte per bambini e medicine per i feriti. Gli ospedali sono presi di mira dai barbari attacchi aerei israeliani. Quindi, non vi è alcun posto sicuro, nessun luogo per rifugiarsi.
Anche le famiglie sfollate sono state colpite da missili e razzi, non ci sono luoghi o case per 350.000 persone e ci sono a migliaia sono i dispersi.
Per terminare, Gaza ha chiesto a tutti gli amici e le persone oneste aiuto per le sue donne e i bambini, per ottenere case invece di macerie, cibo, latte e medicine per i bambini di Gaza che piangono sotto il fuoco
Con i miei migliori auguri
cordiali saluti
Tarigmoamer
Gaza
Palestina

Sotto riporto l’appello accorato in originale. Mi scuso ma dove non arriva la mia conoscenza della lingua ho cercato di far parlare il cuore

Argent Lettera
Deascritta: Gazar Italian friends ,

How are you , I hope this message will arrive you and you in abest fine , I want to tell you what happens to people in Gaza , we are in a war , Gaza strip is under attack by jet fighters and warshipsall day .
We are surrounded with death in everywhere , injured losses , until now there is 820 martyrs ( between them there is 230 children and 310 women ,6000injured people most of them from children and woman.
there is no food , water ,milk for children and medicine for injured people .
Hospitals are targeted by barbaric Israeli air strikes . So , there is no save place in Gaza
Displaced families has been hit by many missiles and rockets, there is no places or homes to 350000 person and there is thousands of lost people .
To end , Gaza asked all friend and honest people to help here women and children to get homes instead of destroyed homes ,food, milk and medicine
Gaza children crying under fire
With my best wishes
Your sincerely
Tarigmoamer
Gaza

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Donne palestinesi davanti al musoLa singolarità dello stato di israele, il suo essere una “democrazia atipica, la mancanza di una significativa opposizione interna ad una politica “espansionistica”, e colonialista e imperialista, si evidenzia fin dalla sua nascita e ancor prima. E’ consuetudine datare l’inizio del “dramma palestinese” al 1948 con la “Nakba” (catastrofe), ma il tema israele è precedente, ben più lontano, databile col “sogno” di creare in quella terra di Palestina uno paese teocratico, e prima ancora. Molto spesso le politiche delle dittature e/o “arroganti” hanno fatto della religione il vessillo strumentale a supporto dell’odio e del terrore. A giustificazione di ogni massacro. La scelta poi di costruire lo stato con la “forza” e non la “diplomazia” è conseguente alla sua stessa origine. Questo trova conferma nelle poche pagine “scappate” alla censura di “regine”, pagine non solo scritte da mano semita, ma da mano fortemente sionista, in alcuni casi persino sfuggite da notevoli rappresentati di governi israeliani. Si veda a questo proposito, solo come piccolo esempio, Vivere con la spada di Livia Rokach.
Ancora oggi si parla di migrazione di ebrei verso israele. Non vi è nessuna migrazione, di ebrei e non, verso una “terra promessa” ma il fenomeno in atto, con caratteri sempre più chiari con il trascorrere del tempo nell’affermazione sionista, assimila tale falso esodo più al concetto che comunemente viene dato nei linguaggi conosciuti al termine “reclutamento” che al ricordo mistificato della Diaspora. Si reclutano, appunto, disperati da tutto il mondo, di religione ebraica ma anche no, purché disposti ad investire il loro futuro in una “avventura” di “conquista”. Quei pochi che poi manifestano dissenso interno anche solo sui metodi di “affermazione” di quella politica basata sulla “vendetta” e sul “terrore” nel migliore dei casi sono fortemente emarginati e spinti verso l’esilio. Naturalmente vengono marchiati come traditori, parola questa che dovrebbe essere ben conosciuta, nei suoi significati, in israele, e che da sola dovrebbe distinguere una democrazia compiuta. Il marchio di traditore solo in israele e nelle più ottuse dittature sostituisce nel dibattito politico il lemma “dissidente”.
In parole molto semplici (poiché il linguaggio tecnico e ricercato è servo solo al rendere meno comprensibile la realtà e i temi trattati) il “sionismo di stato” non è conseguente all’olocausto né all’ “errante” ma più assimilabile, fin dall’inizio, allo sviluppo di uno stato equiparabile alle grandi dittature del novecento; mondo che si sperava in via di estinzione dopo la “sconfitta dei fascismi”. Certo come ogni forma di dittatura ha le sue particolarità, ma ha anche molte similitudini con precedenti facili da ricordare. La fondazione dello stato di israele, con la politica della conquista coloniale attraverso lo strumento del braccio armato, è sostenuta fin dall’inizio da formazioni paramilitari a stampo chiaramente e dichiaratamente terroristico. Che questo terrore sia diventato stato è conseguenza naturale dal momento stesso che il terrore ne diviene governo. Quei coloni che girano amati in territorio della Cisgiordania, protetti da un esercito da loro stessi alimentato, evocano certamente più il ricordo dei movimenti oscuri di quel lontano passato che semplici cittadini o contadini. Continuano e perpetrano l’eredità delle formazioni terroristiche degli inizi. Ci sarebbe da aggiungere che la mistificazione della “sicurezza” resta tutt’ora uno dei pretesti più palesemente mistificatori di questa storica operazione di “pulizia etnica” che è l’odierno vero olocausto.
E’ consapevolezza di chi scrive che questi temi andrebbero più specificatamente trattati e sviluppati anche con il sostegno di accurata documentazione, nonché attraverso gli episodi della storia recente e meno contestualizzati. Non dispero di trovare il tempo e la voglia di farlo nel futuro, pur consapevole dei mie limiti, non sono né uno storico né un politico ma solo un umile “curioso”. Non dovrei essere deputato a farlo. Spinto dall’attualità (oggi è il 19 luglio 2014 e continua l’assedio e il massacro a Gaza, così come continua l’occupazione militare e il terrore in tutta la Cisgiordania, o West Bank che dir si voglia, che continuerò a chiamare Palestina) mi sembrerebbe utile rompere l’informazione della propaganda e del silenzio cercando di capire dove nasce il problema che da decenni attraversa tutto il medio oriente in una continua opera di destabilizzazione dell’area. Infatti insieme ad un’informazione certamente insufficiente e fortemente ottusamente “giustificatoria” verso il governo di Tel aviv per quella che confusamente potremmo definire “politica interna” (interna alla Palestina), c’è il silenzio assoluto sulla “politica estera” di israele. Sul massacro della cultura e dell’intelligenza palestinese portando la voce della violenza anche nel cuore dei paesi che hanno dato rifugio e quegli esuli, Europa compresa. Sui rapporti con paesi indiscutibilmente dittatoriali e le sue missioni di assistenza tecnico-militare fino in America Latina. Lo strano dialogoopposizione (che a tratti diventa sostegno) ad integralismi diversi dal suo, evocando un islam che non esiste. Di come israele abbia in tutta questa storia “provocato” crisi e distruzioni in tutto il medio-oriente. Di come abbia destabilizzato e fomentato la guerra nei paesi vicini, tanto in Libano, come in Siria, eccetera, in un disegno imperialista di egemonia nell’area. Di come continui a ricattare e minacciare il mondo intero. Potremmo continuare ma ci fermiamo con una domanda, premettendo che siamo decisamente contro la guerra e i suoi strumenti: «in base a quale raziocinio può un paese che dispone di uno degli eserciti più efficienti al mondo, di una tecnologia bellica tra le più raffinate del pianeta, sostenuta anche da un non indifferente arsenale nucleare (che impunemente si tende a nascondere), minacciare un paese terzo che si sospetta si appresti a fare la stessa deprecabile scelta di dotarsi di strumenti nucleari e trovare sostegno nelle “democrazie” dell’Occidente»?
Senza tacere di come la giustizia in israele (solo) verso il palestinese non giudichi ma condanni direttamente a morte il semplice sospettato e condanni a morte l’intero popolo. Ma personalmente mi sembra ovvio che la “politica della forza e della vendetta”, la menzogna della sicurezza, neghino qualsiasi possibilità al dialogo, creino un linguaggio fatto di vocaboli diversi (amo ricordare almeno Lessico deviato di Patrizia Cecconi), atti a comunicare incomunicabilità, e si concludano con la presunzione della costruzione di una “razza superiore”. Lo so bene che quest’ultima affermazione entra in un terreno di dialogo minato. Non si intende qui mancare di rispetto a tutto il mondo ebraico e l’ebraismo, parliamo sono di una politica, il sionismo, che sembra vergognarsi dei martiri della shoah come di vili, vittime destinate per natura al sacrificio, che non ha provato vergogna a trattare con gli stessi carnefici. Invero mi sembra consequenziale che chi ritiene di poter giudicare gli altri in base ad una verità propria, assoluta, indiscutibile su base fideistica, prefiguri per sé l’appartenenza ad una superiorità in qualche modo di razza di infausta memoria.

P.S. immagine trovata nella pagina Facebook di Al Fatah Italia

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ResistenzeParole frettolose. La notizia arriva veloce: il prefetto ha dato l’assenso alla fiamma di sfilare per il centro storico di Venezia. Di quella Venezia resistente e cosmopolita. Di quella Venezia che forse è solo ormai dentro di noi. La cosa è inaccettabile. Si sperava nel sindaco; niente. Venezia è ancora “rossa”?
Non bastasse come provocazione “quelli” vogliono passare per il ghetto. Si sperava nel sindacato. Nell’orgoglio. Nell’amor proprio. Si sperava. In consiglio protesta la solita minoranza della maggioranza.
Siamo lì e non siamo soli, anche se non conto le defezioni, e sono troppe.
Ci sono quelli dei centri sociali. Hanno preparato il campo come una festa. C’è la musica, la nostra musica. E quella etnica. Invidio la maglietta di uno, dice: “scudo umano”. Anche quella è rossa. La nostra rabbia è indignazione.
Sono quelli stessi che bruciano i barboni. Che vorrebbero farlo anche con i locali dove si trovano i compagni. Che vorrebbero cacciare i migranti, meglio non farli entrare. Uccidere, appunto, gli ebrei.
Arrivano dei ragazzi. Sono quelli dell’onda. Hanno i caschi come se fossero arrivati in moto. Fisici esili e quel viso da adolescenti. Si passano le birre senza gettare i vuoti. Ho l’impressione che parlino in più. Si accendono lo spino. Sono caldi; troppo. Sembrano fragili come sbadigli.
Tirano sul viso le Kefiah.
Le tute bianche in borghese.
Osservo la disposizione dei banchi di frutta e verdura. Bastiamo in quattro per farli barricate, servisse. Di qui non passa nemmeno fosse l’esercito.
In fondo mi spiace che non li abbiano fatti passare.
Mi metto a sinistra. Lei mi chiama. Non posso stare al centro, nel ventre molle. Se c’è da menare non servirei.
La città è con noi.
E’ con noi?

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ResistenzeA Padova, dopo l’uscita del Concetto, il professor Marchesi, ci si studiava con sospetto. Non per quel suo invito, certo. Solo perché i tempi si facevano ancora più bui. Tutto stava finendo ma tutto non voleva finire. Il vecchio regime mica voleva mollare l’osso. I colpi di coda dell’animale ferito. La rabbia. Ci si guardava le spalle. Avevano chiuso anche il giornalino clandestino. E ne avevano presi un po’. Anche il Simonelli che era ancora un ragazzino. Proprio un ragazzino. Non era nemmeno ancora iscritto. E Barnaba era troppo entusiasta. Era troppo ciarliero. Forse nemmeno lo faceva apposta, ma c’era qualcosa in quel suo parlare. Il quel suo chiedere, a tratti insistente, tra un silenzio e un imbarazzo. Per quel suo voler partecipare. E poi non mi era mai del tutto piaciuto. Troppo impettito. Troppo figlio di papà. E di un papà che era stato fin troppo in affari. Era sempre lui a cercarmi. Era ancora solo lui a credere che la nostra fosse vera amicizia: “Hai sentito di quelli della redazione”? E io spesso facevo a non sentirlo. “Chissà che gli faranno, adesso? Poveri ragazzi”. Io alzavo le spalle: “Chi? Studio chimica. Non ne so di queste cose”. Finiva che ci credevo anch’io. Non parlavo con nessuno. Preferivo starmene sulle mie e il silenzio.
Cosa dici? Per me il Duce è finito. E’ tornato ma non è più lui. E’ finito. Ti dico. Dobbiamo pensare al domani. A un nuovo giorno per la nostra Italia. In fondo li ammiravo quei ragazzi. Vorrei avere il loro coraggio. Vorrei dare anch’io il mio contributo. Se solo sapessi come fare”. Intorno a lui stranamente si faceva il deserto. Del suo corso erano rimasti in pochi. Prima o subito quelli che parlavano con lui, stranamente, venivano presi. O li vedevi seguiti. Muoversi con gli occhi addosso, in attesa di un gesto, del pesce più grosso. Che li conducessero dai grandi. Da chi comandava. O forse era solo una mia impressione. Ma stavo male. Si dubitava di tutti. Persino dei nostri giornali. E così dicevo quelle frasi mozze cercando di dar a vedere che ci credevo veramente: “Se uno comanda è perché è lì per comandare. Penso solo che lo dovrebbero lasciar fare”.
Hanno detto che il Cartini non sembra nemmeno più lui. E non può tornare in facoltà. Non ci tornerebbe comunque ma… proprio male. Sono andati duri e di brutto; con lui. Non c’è nessuno che alla fine non parli. Sembra abbia fatto qualche nome. Perché non ne poteva proprio più. Non si sa se tornerà a vedere da quell’occhio. E anche di peggio. Perché non poteva farne a meno. E poi… Nomi che glieli mettevano loro in bocca”. Intanto arrivavano notizie dal fronte. Alcune buone e altre meno. E io pensavo che chi voleva se le doveva cercare per conto suo. E a sentire quelli invece si stava vincendo. Ed erano baldanzosi vicino ai tedeschi: “No! non l’ho nemmeno mai incontrato. Vedrai che alla fine tutto torna come prima. Era a legge”?
E lo guardavo con attenzione. Ci pensavo su, a volte. Anche di notte. Leggevo i comunicati e poi li distruggevo subito. Si invitava a creare le cellule per domani. Io andavo molto cauto. Certe cose, in certi momenti, non si scrivono sui muri. O si scrivono sui muri ma solo di notte, e quando nessuno vede o può vedere. E da soli. Ero molto isolato. Colpa proprio appunto di quei giorni.
Prima parlavo con il Giulio, con mille precauzioni. Poi aveva passato i suoi guai anche lui. E allora… meglio stare in campana. Ascoltavo le voci. Annusavo l’aria. Non si poteva fare molto di più. E del poco meno si parlava meglio era. Certo consegnavo i pacchi della propaganda. Facevo il palo. La strizza comunque era tanta. Dopo sono eroi ma prima sono uomini. Tenevo una mauser ma tra le radici d’un platano. Sotto un bel po’ di terra. E Barnaba continuava a dire: “Bisognerebbe fare qualcosa”. E io: “Cosa? Meglio lasciar fare a chi sa fare. Per quanto brutta sia meglio non rischiare che potrebbe essere peggio”. Lui era testardo ma pareva pian piano rassegnarsi. Punzecchiava altri. Veniva e andava. Per un po’ spariva. Diceva di essere comunista. Un altro giorno di avere simpatie anarchiche. Ogni giorno una. Ad ascoltarlo si capiva che non sapeva di cosa parlava. Confondeva i Socialisti con quelli Giustizia. E quelli di Giustizia coi Badogliani.
Poi un giorno abbiamo visto Stefano ficcare frettolosamente volantini in una borsa. Era stato svelto e speravo che l’altro non se ne fosse accorto. Non lo stimavo niente, per me era un idiota. Ho cercato di distrarlo facendo anch’io finta di non essermi accorto. E ho evitato di salutarlo, a Stefano. Quella sera non ho nemmeno acceso la radio. Dopo due giorni sono andati a prenderlo a casa, Stefano. E Barnaba mi ha detto: “Hai sentito di quello? Credo si chiami Stefano Albrighi”. E io: “Stefano chi”? Così lui capisce e lascia stare. Io lascio un paio di appunti su alcuni testi, quelli convenuti. Il sabato sera ci si trova tutti al corso. Ognuno sembra bighellonare per sé. Aspettiamo il buio e poi si va. Lo si aspetta davanti a casa. Ci si tira su il fazzoletto, rosso, e giù botte. Piange, borbotta, impreca e prega. Chiama in soccorso tutto il fascio e ogni dio che conosce. Chiede cosa ha fatto. Poi non gli resta più voce. Gli do un calcio prima di andare. Facendo attenzione di non sporcarmi le scarpe di sangue. E si va ognuno per la sua strada.
Niente e delicato in giorni come questi. Anche i buoni debbono farsi cattivi. Un mese dopo vado a trovarlo all’ospedale. E’ ancora immobile e fatica a parlare. “Cos’hai fatto? Perché ti sei voluto immischiare? Sai che con quelli non c’è da scherzare. Soprattutto in questi giorni che sono più cattivi che mai”. Mi cerca di dire: “Non son stati quelli del fascio”. Gli spiego: “Chi vuoi sia stato? Solo loro sono così bestie. Magari hai fatto qualcosa e nemmeno lo sai. Non sei il primo. Non sarai l’ultimo. Forse. Credimi sono stati i camerati”. Gli lascio la scatola di biscotti. Il giorno dopo ho preso il treno e sono andato verso Roma. Lì si ricominciava tutto. Ormai il Partito aveva lanciato il comunicato: Compagni è il momento della lotta.

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ResistenzeIl 25 aprile mica è un giorno. Almeno quello di venticinque aprile. Quello è stato tutta una stagione lunga. E’ stato tanti giorni e tante cose. Naturalmente. E’ lungo e inutile cercare di raccontarlo. Tutti ci hanno provato. Nessuno c’è riuscito. Almeno del nostro. In tre avevano messo una croce sul federale. Erano andati di notte. Di Nardo avevan bruciato il fienile. Cose di poco conto. Uno aveva picchiato il prete. E poi tagliato il cordone delle campane. Sbagliato. Ragazzate. Invece la su’ donna era proprio spia. E allora la si era rapata. Sbattuta in strada. La pena è pena, ma aveva tradito. E il fango era il suo posto. Qualcuno ha sistemato vecchie beghe. Lontani rancori. Persino storie per un piccolo campo. E anche cose di cazzotti. E cose da brilli. Son cose che succedono in momenti come quelli. Brutte ma naturali. Si sanno. E il Giorgino s’è fatto finalmente la Berta. L’ha messa sotto come un vero omo. Sbattuta nel fieno. Le brache mezze su e mezze già dalla fretta. E lei a far finta che non voleva. E noi a dirgli bravo. Era la su prima, ma s’è fatto subito anche la seconda. C’aveva perso la bava e il senno per mesi. E nei boschi non parlava d’altro. Quando torno… quando torno… Cosa credete?… Lei di qua. Lei di là. Voglio proprio che sia una bella. Che ci ha fatto una testa rintronata. E ci voleva scendere per vedere come stava. E noi a tenerlo per le braccia. Mica potevamo rubargli il su sogno. Tra noi si sapeva che nun l’aveva mai fatto. E in giro si spandeva una cosa strana. Assieme all’allegria. Una specie di cosa appiccicosa. E la stanchezza. Allora ci si è trovati tra noi. Tra quelli buoni. Compagni ma i più Compagni. Ne avevamo viste troppe. Ancora non ci si fidava. Come non fosse finito niente. E si parlava con voci basse. Come se ci si dicesse dei grandi segreti.
E cosa l’ha detto il Togliatti”?
Di consegnare le armi”.
E il Partito”?
Lo stesso: di consegnare le armi. Ch’è tutto è finito”.
E il Giuseppe”?
Stesse cose ma in russo. Insomma… che si vince ma con le elezioni”.
Chi l’ha detto”?
L’ha detto il giornale. Che era scritto sul loro di Giornale. Proprio su quella Pravda”.
Amaro: “Anche baffone ha tradito la rivoluzione”.
Si è guardato il Plinio, tutti, sembrava una bestemmia. E allora ha spiegato: “Quando uno si crede la Rivoluzione è perso. La Rivoluzione la fa la gente, il popolo. Mica il capo”.
Ma che hanno capito tutti”?
Non è finito nulla. Ma se non s’è nemmeno cominciato”.
Che si fa, Compagni”?
Gualtiero ha un sorriso strano: “Intanto si fa. Si consegna le armi. Ma si fa a modo nostro”.
E così s’è andati tutti. Tutti i ragazzi del ventotto. Ci si chiamava così tra noi, proprio quelli del ventotto, anche se i più nel ventotto manco eran nati. Il Carminio aveva portato il suo vecchio schioppo da caccia che c’andava ancora col padre, a lepri e fagiani, diceva lui, ma sparava a’ passeri. Il Genovese, che ci godeva proprio alla burla, aveva consegnato la su’ fionda di quand’era bambino, ridendo come un matto. Ma nascondendo quel riso con la mano, ma non riuscendoci proprio. Anche noi si rideva conoscendolo. E si faticava a finger di esser seri. Poi la pistola del federale senza il cane. L’abito del prete. E cose così; tutti. Tutte in un grande mucchio. Nel mezzo della piazza.
E ora che si fa, Compagni”?
Io vado dal Tito”.
Il Genovese non era per nulla genovese. Era venuto dall’Istria con gli sfollati ma era di Adria. Cose così: “Attento che quelli, gli Ustascia, sembran sian pazzi. E che ce l’abbian con tutti”.
Ci vado, vedo e passo. Cerco dov’è. Non son bono a star con una mano dentro l’altra”.
Se la trovi”…
Non è che ciò speranze ma se la trovo, la Rivoluzione, vi mando ‘na cartolina”.
Bravo. E noi”?
”.
E il Giorgino? Chi lo avverte”?
Lu ci à la su Berta. Ha solo la sua Berta. In testa. Spettiamo gli passi. Gli passa. Gli passa”.
”.
Noi si fa i’ nostro Soviet. Ci teniamo pronti. Solo tra noi. Tacere si tace. E si aspetta. Silenzio. Anche tu Giano. Ma si aspetta il momento bono. Perché torna, diobenito se torna. Per gli sfruttati. Per chi soffre. Per il mi’ babbo. Per tutto il sudore sulla terra. Per quella nostra terra. Per la libertà. E noi ci si fa trovare pronti”.

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