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Posts Tagged ‘testimonianza’

Piccoli gialli italiani11. Per studiare cerco di farlo. Ci metto impegno. Ostinazione. Mi distraggo continuamente. Sono nel mezzo di un’indagine. Quella su un cinesino italiano. È ancora un vero mistero. Quello ha persino cambiato il nome. Ma è solo un delitto letterario. Il solito mistero della porta chiusa. Ma il racconto racconta che non siamo in un romanzo. Anche questo è un solito. Il primo assassino è sempre lo scrittore. Certo ce ne sarebbero di cose da dire e non dire sulla manodopera in nero. Sulla schiavitù e le nuove schiavitù. Su questa nuova economia. Sugli sbandati e sui disperati. Ma c’è tempo per ogni cosa. E poi qui quella miseria non c’è o è nascosta. Sembrano problemi degli altri. Qui ci sono solo le luci delle vetrine. È tutto un grande emporio. Un varietà. Siamo tutti in mostra.
Bart mi chiede se possiamo vederci. Non ho niente di meglio da fare. Esco. In verità scopro che era solo perché nemmeno lui aveva nulla di meglio da fare. Il mio, di cinesino, fa la pizza. A due passi da casa mia. Non ho niente di cui lagnarmi. Preferirei però che me la facesse un napoletano. Ma forse solo perché a Napoli i pomodori prendono più sole. Hanno tutto un altro gusto. Un altro, di cinese, poco più avanti vende tutto a un euro. E una fa la barista, e piccola ristorazione. Bartolomeo ama meno questa invasione gialla. Dice che non se ne può più. Che si stanno comprando tutto.
Mi saluta Serenella Viviani, con un sorriso luminoso. Saluta proprio me. Fa per fermarsi. Ci pensa e decide di proseguire. Bart la conosce meglio. È anche piuttosto carina. Da quando ho cominciato a cercare di trasformare il mio io in un narratore della cronaca, preferibilmente di nera, la mia vita sentimentale è cambiata. I miei rapporti con gli altri, e con le donne, sono mutati. Mi sorridono e mi salutano più volentieri, più rapidamente, le ragazze. Forse investendo nel futuro, o credendo sia già arrivato. Forse accetterebbero anche un invito, anche banale. Non mi ci provo a provarci. Da quando ho cominciato a prendere il posto di Baldassarre tutto mi sembra mi venga reso più facile. Non che mi chiedano un autografo, questo proprio no.
E l’ho preso quel posto, il posto di Baldo, anche tra le braccia di Matilde. Un po’ ne sono orgoglioso, e un po’ non ne vado fiero. Mi sento un po’ vigliacco. Come di aver tradito un amico. Ma non eravamo veramente molto amici. Non l’ho fatto di proposito. Ci sono stato quasi costretto. Sono caduto tra le sue braccia. Nelle sue mani. E forse il loro era già un amore finito. Mi giro a guardarla, mentre si allontana, quella Viviani, dopo il suo affascinante “Ciao”! Se ne va e sente i miei occhi addosso. Mostra di esserne fiera. Cerca un ultimo tentativo di affascinarmi. Bart sorride. Capisce a modo suo il mio interesse. Conoscendolo posso immaginare che già si sta creando delle storie in testa. Vivo nei panni di un altro. I miei occhi servono per farle sentire belle. Belle è importanti.
Saluto la mia cinesina del bar, anche se non sono mai riuscito a farmi fare un caffelatte. O un caffè, o un latte. Non ci sono vie di mezzo. Non riesce a mettere le due parole in uno stesso bicchiere. Ho provato varie volte a spiegarmi. Alla fine ho sempre finito per prendere un cappuccino. Non è la stessa cosa. Lo so. Ma mi sta simpatica, e ha un sorriso… orientale. Accattivante. E poi, in termini pratici, almeno le brioches sono buone. Non è colpa di nessuno se questo mondo è così. Cioè non è colpa mia né sua, e nemmeno di Bart. Certo che qualcuno ne ha colpa, ma vai a sapere chi? Gli altri sono vittime. E interpreti in questa guerra tra poveri. Di guerre di straccioni la storia ne è piena. Credi di essere andato avanti e ti ritrovi spinto indietro. Ma Bart, il caffè, preferisce berlo al bar successivo.
Un delitto sarebbe anche stato commesso. Ci sarebbe quella nuova versione… di quella vecchia canzone… di quel cantante… un vero crimine. È salita in cima alle classifiche. I tempi stanno proprio cambiando. E non saprei da dove iniziare ad informarmi. A principiare le indagini. Non so nemmeno se ci sia una legge per tutelare il bello, l’originale, la prima versione delle cose e del mondo. Eppure legiferano su tutto e per tutto. E io ascolto di rado la radio. Lo stesso Bart dice che, io, di musica non ne capisco un cazzo. Però le orecchie, quelle, ce l’ho.
Poi, senza darci peso, dice qualcosa che non so e che richiama la mia attenzione. La dice dentro la tazzina che quasi non lo sento. Dice che nell’appartamento accanto al suo, che poi sarebbe quello sopra, ieri sera ha sentito dei rumori. I soliti rumori. Un bisticcio, ma violento. Mi è capitato di sentirli anch’io. Una volta che mi ero fermato da lui per una partita. Ho presente chi sono. Sono quasi certo che siano venuti alle mani. Cioè che quell’uomo le abbia alzate sulla moglie. L’abbia menata. Lui rincasa la sera ubriaco e si diverte così. Qualche volta non gli serve nemmeno la scusa dell’alcool. E quando lo fa solitamente lo fa di brutto. Di drammi domestici si parla fin troppo poco.
Il peggio succede sempre tra le mura di casa. Tra famigliari. Caino con Abele, Bruto con Cesare, Otello con Desdemona, Salomè e Giovanni il Battista, appunto, Erika e Omar, il delitto Casati, eccetera. Vorrei lanciare una campagna in difesa della donna. In solidarietà con le vittime. Solo che ce n’è già in atto una. Arrivo spesso dopo. Intanto comincio a pensare come parlarne. Come almeno iniziare. Cerco le parole. Lui continua parlando d’altro. Un colombo ci becchetta tra i piedi. Bart lo manda via. Il colombo torna e riprende a razzolare le briciole. Bart cerca di farlo con più decisione. Il piccione si allontana e va a ruspare sotto il tavolino del tizio che resta silenzioso nel suo angolo con la sua grappa. Da quando ho visto un gabbiano mangiarlo, un colombo, quegli animali mi famo tenerezza. Non è stata una vista piacevole. Ora mi sembrano vittime innocenti e predestinate.
Non stavo più ascoltando. Perso nei miei pensieri di donne e di colombi. Bart mi riscuote. Deve andare. Lo fa, naturalmente, senza preoccuparsi di pagare, nemmeno la sua consumazione. Non ha mai una lira dietro. Ma prima di uscire Bart mi dà un’altra lezione della sua filosofia spicciola. “Cos’è il crimine? Quello della piccola delinquenza? Siamo tutti criminali allora. Ci vorrebbe una definizione più chiara. Non è forse vero che tutti questi foresti ci rubano la tranquillità? Che lo stato vampiro ci succhia il sangue? Non è vero che mia sorella mi ha rubato in prestito il maglione nuovo? –prima di proseguire ci pensa un attimo– Non è forse vero che Matilde ti ha rubato l’anima? E che anche tu sei ladro nel momento che l’hai rubata a Baldo? Scusa! E che i ricchi rubano ai poveri? E che mi sto rubando il tuo tempo? E che ti sto massacrando le palle”? Dopo questa felice battuta esce di scena soddisfatto. Mi accorgo che dovrò passare al bancomat.
Nel fare per andare, con un bisbiglio, richiama la mia attenzione quell’avventore silenzioso con la sua grappa. Mi fa un cenno. Lo raggiungo. “Sei Bernardo Carafa”? Non lo posso negare. Anche se avrei una gran voglia di farlo. Vorrei tanto scoprire chi è il mio anonimo agente letterario. Certo che la mia è una città ben strana. Si sa tutto di tutti, prima degli stessi interessati. “Ho sentito quello che stavate dicendo”. Deve aver sentito anche quello che stavo pensando. Mi fa cenno di sedere. Controllo l’ora. “Ce l’ho io una cosa succosa per te”? L’alito sa di vinaccia. Si è preso tutta la mia diffidente attenzione. “Hai mai sentito parlare di quella catena di supermercati che vendono le rimanenze scadute agli ospedali e agli ospizi? Per l’economato risulta tutto in regola. E sono merci pagate a prezzo intero. Io so tutto. Potrei farti anche i nomi. E nomi importanti. Ti interessa? Ma acqua in bocca”. E fa cenno alla banconiera per il suo conto.
Non ho alcun dubbio che mi abbia detto tutto quello che voleva dirmi. E che abbia perso ogni altro interesse per il sottoscritto. Lui aspetta il conto. Non ha ancora deciso quando andarsene. Io rinuncio a prendere un altro caffè. Devo uscire. Lo saluto e lo ringrazio dell’informazione. Per interessarmi mi interessa. Potrebbe essere argomento per un’altra storia. Cerco di fermare la mia attenzione sul pezzo. Mi domando da che parte potrei cominciare. Sto ancora decidendo se scrivere qualcosa sulle donne. Cercando di non pensare a nessuna in particolare.
Sull’uso del loro corpo come merce. Nella pubblicità. Nelle copertine delle riviste. Facendogli fare l’occhiolino anche per vendere un succhiotto per neonati. Promettendole assieme ad una automobile, a una macchina per il caffè, a uno stronzo di detersivo, magari delicato. In un gioco a premi. Lusingandole con un profumo o un rossetto. Promettendogli mille euro se si fanno ingravidare, magari dal primo a caso. Decidendo per loro, anche per il loro diritto alla maternità. Ricattandole per un posto di lavoro. Per uno stronzo di trenta. Con una delle tante false promesse vane. Perché anche loro tolgono il lavoro agli uomini. Ché per certi lavori vanno bene perché hanno le mani più piccole, e le dita più sottili; ma solo per quelli. Col marchio di puttane impresso nelle loro carni. Perché hanno le gonne. Perché hanno le tette. Viva le donne.

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Mafalda la fattucchieraLei dice che lo devo fare. Io non so se lo voglio fare. Solo che… lo dice… Il tono della voce, quel sorriso negli occhi, suggeriscono mille promesse. Mi fanno già sognare. Sussurrano impudicizie.
Siamo al bar. È stata lei a chiamarmi. La cosa, naturalmente, mi ha colto di sorpresa. Dicendo che aveva bisogno di un piccolo favore. Che però era una questione di vita o di morte. Che non potevo dirle di no. Eravamo iscritti alla stessa facoltà. Qualche anno fa. Non mi si è mai filato. Poi più niente. Qualcuno la potrebbe anche sentire. Con lei… di occhi addosso ne abbiamo anche tanti. Era già allora la più carina.
Mi fa scorrere le unghie affilate sul petto, sopra la camicia: Sei così grande è grosso; così forte. Provo il lamento stridulo di un gesso sulla lavagna. È un graffio gelato. Intanto interpreta per la seconda volta quello sguardo che blandisce, anzi proprio instupidisce. Ne sono certo. E le sue parole sono un impasto di suoni tenui e ammalianti. Dannazione. È una questione di giustizia: Non devi mica… solo un po’ di male; in fondo se lo merita. Per insegnarli come ci si comporta. L’educazione. Nient’altro. Precipito. Lo so, datemi pure del coglione. Giustizia un cazzo. Finisce che finisco nelle rogne. Mi sento offeso. Furioso, ma contenuto: Ma che ti prende? Non sono mica un sicario a ore. Picchiatore a contratto. Lei sorride ancora, ma in modo che sembra una Maddalena pentita: È solo un piccolo favore. Nemmeno farai troppa fatica. Non te ne chiederò più. Lo giuro. Temo che per lei giustizia sia sinonimo di vendetta. Così come seduzione è sinonimo di persuasione. Favore un cazzo, ma quello che mi frega sono proprio quegli occhi azzurri e quell’aria da santarellina dannata e porca. Peccato non essere soli.
Ha ancora un po’ di tempo e io voglio sapere almeno perché? Mi racconta disperata le colpe di quello che dovrebbe interpretare inconsapevolmente il ruolo della vittima. È lo zio di un’amica. Cioè quasi uno zio. Uno pieno di dindi, ma proprio ingordo fin sopra i capelli. È il re delle televisioni. Ho dovuto sputare sangue per convincerla, l’amica. Sangue, sudore e lacrime. Alla fine mi ha fatto avere un appuntamento. Non ci crederai, è una vera carogna. Un falso traditore. Avevo già fatto il provino, davanti a un sacco di collaboratori. Avevo anche cantato e l’avevo fatto bene. Avevano voluto vedere le gambe. Ero veramente disinvolta. Lo hanno anche ammesso. Poi lui, lo stronzo, un vecchio orribile, mi ha invitata a cena. Una cena è solo una cena, Mafalda.
Mangiamo e intanto lui mi mangia con gli occhi. Un vero porco, ti dico. Le sue frasi sono sempre allusive. Contengono tutte un dopo. Nemmeno siamo soli quando mi invita nell’altra stanza. Magari lo hai già capito: era una camera da letto. A me? Una stanza che sembrava il regno della lussuria. A me? Mi aveva promesso un’apparizione. Lo so che è una piccola cosa, ma è sempre un inizio. Tutte hanno cominciato così. Anche le veline. Ma ormai ero lì. Mi vedevo già nello schermo. Ingozzare d’orgoglio mia mamma. Non potevo buttare la grande occasione. Senza che tu me lo debba chiedere: sì! ho cercato di essere carina. Solo un pochino, però. Per poi sentirmi dire, prima di essere invitata a tornarmene a casa, che mi faranno sapere. È stato come darmi una coltellata. Avrei fatto tutta quella fatica per nulla?
Lo seguo come un’ombra, per giorni. È un ometto piuttosto abitudinario. Mangia quasi sempre nello stesso posto. Un ristorante di gran lusso. Mentre io, per non perderlo d’occhi, salto il pasto. Non si muove mai da solo. Macchina chilometrica e blindata. Solitamente ha al seguito almeno l’autista e un paio di guardie del corpo. E uno stuolo di ragazzine scalpitanti. Non sarà per niente un compito facile. Mi sembra di essere in un film. Un poliziesco scritto male. Faccio la posta davanti a casa. Davanti alla sede delle sue emittenti. Insomma non potrei essere più assiduo nemmeno se fosse la donna dei miei sogni. A questo proposito se Mafalda non lo è si avvicina parecchio al modello. Capelli rossi, labbra rosse, unghie rosse, occhi azzurri, e tutto il resto. Se giri con lei diventi un figo anche tu. Mi basterebbe anche molto meno per giurarle eterno amore. Anche se solo che le parole Amore e Eterno non riuscirò a pronunciarle mai. Non certo dinanzi a lei.
Faccio la posta davanti alla villa. Con pazienza. Vedo entrare la ragazzina. La segu e scivolo dentro. Mi sembra di essere in un set; mai vista tanta ostentazione del lusso. Vanno in piscina. Lui comincia già a fare il depravato. Aspetto. Lei esce ormai con le tette di fuori. Piccoline ma sode. Aspetto. Chiede dove può darsi una sistemata. Ride. Lui la indirizza e già pregusta il dopo soddisfatto. Lo colgo in quel momento, solo e col costume abbassato. Fuori dall’acqua mentre allunga la mano per prendere l’accappatoio. Una vera e propria imboscata. Lo penso con lei, con la mia Mafalda, il vecchio porco pedofilo. Solo così mi monta la rabbia che non ho. Ci do di brutto, prima che possa chiedere aiuto. Poi me la svigno in tutta fretta. I giornali poi hanno scritto di una vile aggressione feroce. Naturalmente la sparano grossa. Anche quei quotidiani poi sono suoi. Ma se non gli ho assestato che qualche pugno e un paio di calci. In una quindicina giorni sarà già uscito.
È naturale pensassi alla ricompensa per il lavoro fatto. Ci vediamo allo stesso bar. In fondo sto a due passi. Nemmeno lo spazio di due chiacchiere. La birra l’ho già finita. Pagato ho pagato. Aspettato ho aspettato. Ho pazientato finché il suo silenzio non comincia a puzzare: Perché non saliamo da me? Lei: Scusami ma proprio non posso. Nemmeno un minimo di riconoscenza. È enorme l’ingratitudine umana. Non è difficile capire, anche dal tono sdegnoso e seccato, che per lei la storia è finita lì. Voglio dire, tra noi. Quella voce indifferente mi tratta come l’ultimo avanzo di una pessima cena. Come un rifiuto: Ma io avevo pensato… insomma… Mi era sembrato che tu… Lei: Non avrai pensato?… No! certo, assolutamente. Lei: Giuralo. Lo giuro. Tutta d’un fiato mi sputa la sua certezza in faccia: Non ci credo, comunque hai capito male. Sei come lui. Lo hai pensato. Pensare è già peccare. Non so per chi mi hai presa?
Non sono mai stato un sognatore professionista. Nemmeno troppo bravo con le parole. Più bravo ad ascoltare. Da sempre grande e grosso e minchione. Decisamente un robusto imbranato. Un vero credulone. Dovevo saperlo. Una ragazza così non mi si può filare proprio. È solo che si spera sempre nell’occasione. Lo fa anche l’ultimo. Almeno mentre le guardi, le fissi, sospiri e ti puoi divertire con i tuoi pensieri. In fondo sperare è gratis. Così imparo a fidarmi delle promesse degli occhi. Anche di quelli azzurri come i suoi. Mi sono lasciato solo usare. Sono certo di non sentirla né rivederla più. Il futuro dirà se mi sbaglio.
Il futuro arriva. Da un po’ di giorni mi sento seguito. Una sensazione forse stupida che mi da ansia. Credo di vedere continuamente la stessa macchina. Un’automobile nera che mi sembra la sua, quella di Mafalda. Sono certo di sbagliarmi. Mi metto ancora più in allarme quando cerco di attraversare e la solita macchina accelera anche se è rosso. Mi sono salvato per un pelo zompando indietro sul marciapiede. Solo che per quanto uno possa stare attento non si può stare in tiro sempre. Arriva il momento che sei distratto. Che hai altro per la capa. È così per tutti, e così è stato anche per me. Mi ha sorpreso con la guardia abbassata. Non ho subito danni più gravi solo perché sono allenato e svelto di riflessi.
La chiamo. Sono steso sul divano. Pieno di dolori. Mi sembra ancora inverosimile. Solo che nella mia testa il dubbio orami si è fatto certezza. Mi risponde dopo sette squilli. Dice che era sotto la doccia. Glielo spiffero subito papale papale. Lei prima finge di non capire. Poi cerca di bofonchiare per non darmi una risposta. Poi cerca di fare la gnorri e l’offesa. Mi chiede se sono pazzo. Cosa vado a pensare. Non ho più voglia di girarci intorno. Le dico con rabbia che ho riconosciuto l’auto: Era proprio la tua macchina. Ne sono certo. La targa la conosco. E alla guida c’era quel tuo amico, come si chiama? Marcello, sbaglio? L’ho visto in faccia. Certo che uno così deve essere dietro a un volante per poter provare a picchiarmi. E ugualmente sarebbe fatica sprecata. Mi basterebbe almeno sapere perché?
Forse alla fine di quel nostro secondo incontro al bar non dovevo confessarle che un poco ci avevo sperato. Mi aveva riso in faccia; davanti al caffè. È questo il prezzo della mia innocente confessione. Certo che l’uomo che ama è sempre anche un poco idiota. Me lo dice come si racconta la cosa più banale. Del gatto che ha sporcato il tappeto. Si scusa ma la sua è la voce del menefreghismo: È stato uno stupido sbaglio. Certo un poco te lo sei meritato, ma… Marcello è così impaziente. Non volevo che succedesse, non adesso. Senza, come dire? che tu capissi il senso della colpa. Avevo già pensato di invitarti a cena. Stasera. Per darti modo di meritarti la punizione. Perché tu imparassi cos’è il peccato. Avevo già messo le patate in forno quando ho saputo. Dalla telefonata. Mi spiace. Dovrei farmi perdonare. Se non telefonavi… ti credevo all’ospedale. Non ci si può mai fidare di quello che dice. Dovrei fargliela pagare. Ma io non sono come pensi. Toglietelo dalla testa.
Non so come pensa che penso che sia, e onestamente non me ne frega un fico secco. Sono grande e grosso ma non minchione. Ho registrato tutto: Potrei denunciarlo. E denunciare anche te. Non è un ricatto. Nemmeno una minaccia. Vedila come vuoi. Comunque… Guarda che il cretino di quella mezza sega mi ha rotto solo un braccio. Per il resto sono intatto. Trova un paio d’ore di tempo. Sono qui steso sul divano e aspetto.

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Piccoli gialli italiani10. Vorrei non rispondere. Non lo posso fare. Mi chiama mamma. Mi rimprovera che è da parecchio che non mi sente. Ha ragione. Ho avuto altro da fare. Non so che altre scuse inventare. Ci devo proprio andare. Mi chiede come vanno gli studi. Mi limito a un “Bene!”. Mi sento un Giuda. Mi chiede di Beatrice. A lei Bice A chi non piace Beatrice? Lei piace a tutti. Soprattutto alle mamme. Mi vede già sistemato. Mettere finalmente, come dice lei, la testa a posto. Non posso fare altro, povera donna. Per farla contenta le regalo un altro laconico “Bene!”. Un messaggio di positività, anche se bugiardo, non si dovrebbe negare a nessuno. Temo che Matilde le piacerebbe meno. Ne sono quasi sicuro. E poi… con quelle sue gonnelline. Con le quali è meglio che non si chini.
Mi chiede, la mamma, se ho bisogno di altri soldi. Di quelli ne avrei sempre bisogno. Le dico di no. Mi ricorda di coprirmi. Vorrei ricordarle che è ancora agosto. Lo so che non cambierebbe niente. Ogni mamma e mamma. Mi ricorda di stare attento. Intanto mi suona un messaggino. È una buona scusa per tagliare corto con mamma: “Mi chiamano. Scusa”. Lei cerca e riesce a trattenermi ancora un poco. Ha imparato a riconoscere i suoni. Sa che posso richiamare io, dopo. Mamma non sa, e non le interesserebbe sapere, dei morti ammazzati. Forse servirebbe anche solo a preoccuparla. Era Bart che vuole rendersi utile. Hanno rubato una barca. Strano. Cose che non sono succedono, qui da noi. Una barca con il motore fuoribordo. Gli mando un OK.
È una bolla di sapone. Come il solito verrà ritrovata presto. I soliti ragazzini a cui è caduto in acqua il pallone. Prendono la prima barca, ma poi la riportano sempre. Sembrano succedere tutte oggi. Mi chiama Matilde. “Ciao amore”. Lei apostrofa tutti così, come amore. Anche quelli che vede per la primissima volta. Non me la posso prendere. Le viene naturale. E poi è un uso comune qui da noi. Anche tra maschi e tra femmine. Chiamare “amore” le persone è un semplice salutare. Mi voglio illudere che questo che mi regala abbia un significato più importante. “Ciao Ciccia!”. So che a lei non piace che la chiami con quel nomignolo affettuoso. Me ne ricordo sempre troppo tardi. Dopo averlo detto. Non ho il tempo di pentirmi. “Quando ci vediamo”? Ho una voglia matta di correre da lei. Dirle di no mi costa una fatica immane. Ormai non posso fare diversamente: “Ho promesso a mamma di portare il gatto dal veterinario”. Non possiamo che rimandare.
I nostri incontri sono sempre troppo frettolosi. Improvvisati negli angoli più strani. “Vuoi che vengo da te”? Lei ha la voce piena di amarezza: “Stasera no. Non è proprio possibile. Devo vedere uno. Fare una commissione. Passare allo sportello per un po’ di soldini. Magari non in questo ordine. Ho anche l’idraulico. Poi c’è una che mi aiuta per le pulizie. È una giornata un po’ così. Piena. Avrei avuto un po’ di tempo ora. Pazienza. Leggerò qualcosa. Vengo io. Ci vediamo al solito posto”. Devo rinunciare a vederla, veramente solo rimandare, per scorrazzare un maledetto gatto del cazzo con la diarrea. Sono un po’ seccato. E poi mi sarebbe piaciuto che mi presentasse finalmente la sua casa. Invece di trovarci ancora una volta per strada. A vagabondare in cerca di noi. Inoltre la stanza di Jago è occupata. Maledizione.
Come preventivato le forze di polizia si sono dispiegate nella ricerca del piccolo natante scomparso, aprendo una vera e propria indagine. Una serrata caccia all’uomo. Mentre la barchetta è già tornata al suo posto. Io non sono geloso, non lo sono mai stato. Sono però goloso degli occhi di Matilde. Quando lei sorride le si illuminano e spalancano. E quegli occhi sono luce vivida e iridescente. Sempre molto spontanei e amichevoli. Ma sembrano anche colmi di promesse e di lusinghe. Anche non pensate e non volute. Agli occhi degli altri. Hanno un linguaggio proprio, autonomo. Odio chi mi ruba i suoi sorrisi. Li vorrei solo per me. Tilde mi è mancata. Ma appena la vedo mi scordo di tutto. Non c’è un angolo abbastanza buio per noi. Abbastanza riservato.
Appena mi vede Matilde chiede: “Mi spieghi perché semplicemente non possiamo mai andare da te. Invece di così… Invece di andare a sbatterci per le strade come due straccioni. A chiederci un bacio e volerne altri cento”. Impossibile. Io sto con la Zia. Per un senso di libertà e di emancipazione. Per comodità. Per non mettermi in un pullman, o sopra un maledetto treno affollato ogni mattina. Con quel maledetto odore di sudore e di miseria. La Zia non si è mai sposata. È una brava donna, quella parente di papà. È sempre per casa a spolverare e lucidare. A sistemare i suoi centrini di merletti. I suoi vetri. Le sue cianfrusaglie. Non ci ho mai portato nessuno. Nemmeno un amico. Figuriamoci una ragazza. Anch’io cerco di starci il meno possibile. Forse avrei fatto meglio a stare con i miei.
E poi non mi andrebbe di ammettere che c’è anche un’altra donna. Mi viene da dirle: “Amore, vedi”… Poi capisco che quella parola è un po’ troppo impegnativa, per me, per noi. E la chiamo per nome: “Matilde, vedi… io sono ospite. Vedi… mica è casa mia. Non è possibile. Lei è sempre lì. Non esce mai. Sarebbe imbarazzante e”… La mia ragazza… Freno perché “Mia ragazza” mi dà un senso indigesto di possesso e di compiuto che non mi piace. Insomma… Matilde non mi chiede altro. Si rassegna. Non sa nulla de la Zia e si accontenta di quel vago e incompleto farfugliato tentativo di giustificazione. Stranamente nemmeno si insospettisce. Non chiede chi è quella Lei.
Prima che possiamo allontanarci in cerca di un rifugio improvvisato, di eclissarci, ci coglie in flagrante Ezio Delazzari, un amico della mia Matilde. “Ciao Tilde”. Lo vedo per la prima volta. È un geometra stropicciato che ha qualche anno più di noi, e la barba trascurata. “Ciao Tesoro”. Non amo troppa confidenza. Cerco di trascinarla via; non vuole essere scortese. Quello dev’essere uno che le situazioni non è bravo a coglierle al volo. “Come mai da queste parti”? Lei risponde che facevamo due passi e mi presenta. Sembra anche cortese. Non sa farsi gli affari suoi. Ci chiede se ci va un caffettino. Matilde non ha la crudeltà per dirgli di no. Si immergono in ricordi tutti loro. La cosa si è già protratta per le lunghe. Io smanio. Anche lei un poco, ma non lo fa vedere. Si accorge della mia impazienza e finalmente ci accomiatiamo. “Scusa. Dobbiamo proprio scappare. Sai com’è… È stato bello vederti. Magari ci sentiamo. Ti chiamo io. Saluta a casa”. Ce ne liberiamo.
Resta delusa quando le confesso che da Jago nisba. Ci rintaniamo in un angolo di un’osteria a parlare fitto fitto. Siamo tentati di affogare le nostre delusioni bevendo. Forse anche ne accenno ad una sbornia colossale. Ma ne dico tante per paura del silenzio e del dopo. Mi chiede del gatto, che poi è una gatta, sterilizzata. Pigra. Che occupa tutto il suo tempo e trascinarsi da un posto a un altro in cerca di quello più idoneo per dormicchiare. In verità è tanto per dire, lei non è veramente interessata, naturalmente. A me non ne frega di più. Quando iniziamo a ridere per niente cominciamo a sospettare che si stia avvicinando il momento di alzarci. Cerchiamo di resistere. Ognuno dei due lo vorrebbe allontanare. Ma siamo come due barchette di carta sballottate da una mareggiata di niente.
Come sempre, alla fine, è costretta a decidere lei. Usciamo di là senza sapere dove andare. Ti odio incertezza. Tremo a quello che lei potrebbe dire. E non abbiamo trovato un attimo per un bacio. Per un vero bacio. Le strade intanto stanno cominciando a svuotarsi. La gente si appresta a rientrare per cena. Non che me ne accorga. Se ne accorge lei: “Restiamo un altro po’”? Faccio un profondo sospiro di sollievo. Nessuno dei due ha voglia di salutarsi. “Certo. Volentieri. Speravo che”… Si guarda intorno: “Non hai appetito”? Vorrei dirle un sacco di cose. Vorrei spiegarle che quando sono con lei… Che non mi importa del resto del mondo… anche se non è del tutto vero. Che è duro svegliarsi dal sogno… Che sta bene com’è vestita stasera… Che i suoi occhi mi incantano, e che è l’approdo di tutti i miei sogni. Insomma qualcosa di ruffiano. Aggiungere di che cosa avrei fame. Che lei è il vero cibo degli dei. Le dico semplicemente di no. “Vieni con me. Un posto si trova. Forse so dove andare”.
Dopo un po’ che camminiamo mi accorgo che aveva una metà. O solo una speranza. Suona ad un campanello, ma non risponde nessuno: “È un’amica. Lei un piacere me l’avrebbe fatto. Peccato, mi spiace, dev’essere fuori”. E adesso dove andiamo? Lei ha fatto quello che poteva. Me ne sto mogio e muto. Intreccia le dita con le mie. Con un sorriso triste. Mi trascina dietro di lei, con una mano fragile. I ragazzi sono sempre dei nomadi, senza una metà che li aspetta. Ormai ci siamo allontanati dal centro centro. Cominciamo ad incrociare sempre meno curiosi, e sono sempre più frettolosi. C’è un vicolo buio che poi gira a sinistra in un altro vicolo, ancora più buio, che costeggia una riva. Senza nessuna certezza tranne la nostra speranza ci guardiamo e decidiamo all’unisono senza parlarci.
Questo giorno sembra non finire mai. La notte sembra non voler essere ancora, e mai, abbastanza notte. Finalmente. Mi trascina contro un portone. Finalmente. C’è un grande silenzio. Ce ne freghiamo del mondo. Siamo solo noi. Finalmente. Noi e una finestra illuminata al secondo piano. Noi e la luna, e un lampione. Non è che sia proprio intimità. Ma non abbiamo più tempo. Finalmente chiudiamo gli occhi e ci baciamo. In quel bacio c’è tutta l’impazienza di entrambi. E nel modo in cui la cerco e la tocco. Non aspetto che sia lei a chiedermelo. La mia mano trova il suo seno. Al primo contatto lei mi singhiozza in gola. Quasi interrompe il bacio.
Nel girovagare della mano, mi scosto appena e, per conoscere tutto di lei, trovo l’arditezza e la infilo sotto le mutandine. Con l’altra la stringo a me. Mi trattiene il braccio non troppo decisa. La mano non deve insistere molto, poi cede, arrendevole. La tocco curioso. È morbida. Mi sussurra all’orecchio “Stupido.”, ma si è arresa già a mi lascia cercare. Anzi mi accorgo che ritrae il ventre per lasciarmi fare con più comodità. Il tono della voce ha un tono strano, di imbarazzo. Ingoia delle risatine. Cerca di nascondere un tenue rossore. È abbastanza buio perché lo possa celare senza alcuna fatica. Poi, con un sussurro suadente di dice: “Imbranato”. Ha un attimo di esitazione, e poi di pentimento, e poi di tenerezza. Mi accarezza i capelli: “Il mio piccolo dolce imbranato”. Lei ama passarmi la mano tra i capelli. Non mi sono offeso, è la verità.
È come accarezzare il pelo di un gatto nel suo vero. Ma sono anche come i capelli ricci di un bambino di colore, morbidi e inalterabili. Serici. Banale. Un nido spettinato e insolente e sbarazzino di parentesi, che posso immaginare ramate, che si intrecciano tra le dita. Sono fin troppo curioso di lei. All’improvviso mi prende il polso e mi ferma. Le nostre labbra, e le bocche, si staccano. Scuote la testa e i suoi capelli rossi sventolano come onde morbide. “Forse è meglio che ci fermiamo”. Mi si è già fermato il respiro. Mi sento affogare nella delusione: “Perché”? La sua è una preghiera disperata. Almeno quanto la mia. “Perché sì. Non mi va. Non mi va qui. Non mi piace per strada. Siamo già andati oltre. Dovevo subito dirti di no, formarti, ma anche per me… Non ci sono riuscita. Non è facile… Ti prego… Cerca di capire… fermati”. È una supplica laica, la mia: “Matilde”… “Non è che non… Vorrei…. Anch’io… Ma non qui. Non così”. Sono già rassegnato. Ci diamo un ultimo bacio.
Ci allontaniamo entrambi chini e in silenzio. La accompagno per un po’. Poi mi dice che preferisce proseguire da sola. E pensare. Si allontana senza regalarmi il sapore delle sue labbra un’altra volta. Ho mille cose da dire e nessuna da scrivere. Potrei parlare della provvisorietà eterna di questa generazione. Me ne vado fischiettando immerso nel mio sogno. «Mio caro appuntato Buonadonna, come le avrei sicuramente detto anch’io, la barca era già tornata al suo posto. Inutile darsi tanto affanno. Mio caro appuntato Buonadonna, hai mai toccato il cielo con un dito? Io credo di no. Confidati con me. Puoi dirlo al tuo Bernardo Carafa».

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Piccoli gialli italiani9. Me ne starei lì, con le mie vaghe idee politiche. Con il mio confuso niente. Semplicemente a poltrire ancora un poco. A lusingarmi di quel vuoto pastoso. A frugare in cerca di qualche ricordo confuso. A inseguire un languore. Invece… Matilde telefona e subito mi sembra una cosa inusuale. Cerco di essere spiritoso. Al mattino non mi riesce così bene: “Cosa c’è. Hai voglia di… vedermi”? Lei non è troppo esigente, sulle battute. Sa ridere anche delle mie idiozie: “Anche, stupido. Quello… Non sei tu quello che vorrebbe far il giornalista, da grande”? Divento attento. Presente: “Sì. perché”? “Stavolta è una cosa grossa, C’è stato uno stupro”. “Dove? Uno stupro? Dove”? “In spiaggia”?
Sono ancora intento a cercare di svegliarmi. Dovevo immaginarlo che avrei sbagliato notte, anzi giorno: “Come l’hai saputo”? “Tirando le orecchie”. “Come”? “Ero andata con nonna, Aveva smarrito la borsetta. Lei continua a dire che gliel’hanno rubata. Ho sbagliato ufficio”. Cosa c’entra una nonna? “E allora”? “Abbi pazienza, stammi ad ascoltare. Allora dov’ero?… Sì! È stato un caso. Come ti dicevo, ero lì con questo, non ridere, ti prego, Chiappetta, Conosci”? “Mai… No! Non credo”. “Quando è entrato… mi sembra l’abbia chiamato Belladonna”… “Un tipo lungo e segaligno, tutto impettito. Con gli occhi gialli e… sembra gli esca la paglia dalle orecchie”. “Proprio lui, credo sia un suo superiore”… “Lo conosco. Buonadonna. Un vero figlio di buonadonna”. “Insomma, non mi interrompere… Era come se non ci fossi. Ero invisibile”. “Allora?”… “Quello… il figlio di mignotta, gli chiede se ci sono notizie dalla scientifica. Ti dico: come fossero soli. Poi gli chiede: chi è andato sul posto, e continuano a parlare tra loro. Dev’essere una ragazza giovane. In spiaggia”.
Mi sento un perfetto imbecille: “C’eravamo ieri”… Lei mi tratta da perfetto idiota: “Sì, ma per capire bisogna andare di notte”. Lo sapevo anche da solo. Da solo avevo troppa pigrizia per andarci. Con lei avevo troppi timori. Insomma… Avevo voglia di passare qualche ora con lei. Insomma… Non lo posso confessare, e poi lei lo sa già. Ci siamo andati perché mi andava: “Non potevo portarti di notte”. “Di giorno non è la stessa cosa”. Balbetto incerto su cosa dire e su come dirlo: “Non è un posto sicuro”. “Di cosa hai paura”? Ecco l’eroe ben nascosto in me: “Lo dicevo per te”. “Per me?… Sei un meraviglioso sciocco. Ora ci si può andare. Magari è divertente”. “Cos’è cambiato”? “Il giorno dopo… per un po’ di giorni, tutti se ne staranno tranquilli. Non c’è di che. Possono esserci solo un po’ di curiosi”. Non fa una piega.
E così, come fosse mattino, ce ne partiamo per una gita al mare, di sera. Con tutto il necessario dietro. E il borsone gonfio. Persino con i flaconi famiglia di creme. E le zeppe alte. E gli infradito in un sacchetto di nailon. E un paio di panini imprigionati nelle salviette. E un paio di bottiglie piccole di tè alla menta. Come se dovessimo nutrirci ancora di sole. Quel sole che non ho ancora cominciato a smaltire. Barcolliamo sulla spiaggia umida di quella spiaggia libera. Di notte è tutto diverso. Non fosse per la luna non si vedrebbe un accidente. Se ci avviciniamo all’acqua i cadaveri delle conchiglie ci torturano i pieni. E il nostro andare diventa ancora più buffo e saltellante.
Non facciamo a tempo a fare nemmeno tanta strada. Sputa all’improvviso un pula. Si avvicina marziale e ci punta la torcia in faccia. Sul momento mi prende un colpo. “Chi va là”? Stupido. “Noi”. “Noi chi”? “Noi”. “Che ci fate qui”? “Si voleva fare due passi”. Lei non passerebbe inosservata comunque. Solo che non ha una delle sue solite gonne troppo corte. Si è presentata con degli hot-pants minutissimi. Mozzafiato. E una canotta o top troppo aderente, con le spalline sottili, teso, gonfio, pieno di lei. Ho pensato l’avesse fatto per me. Niente lasciava prevedere… “Andate a fare le vostre porcherie da un’altra parte”. “Erano solo de passi”. “Fateli altrove. La zona è interdetta”. “Perché”? Bofonchia qualcosa sui soliti ricchioni. Poi rimane un attimo come interdetto. “Ordini superiori”. “Scusi”. “Fatemi vedere i documenti”. Eseguiamo. Per fortuna li avevamo dietro entrambi. Lui controlla accoratamente al lume della pila. Noi restiamo lì, immobili, il tempo che gli occorre. “Potete andare. Ma fate attenzione. Soprattutto lei, signorina. Una è appena… Ma lo sa sua?”… Porta la mano alla tesa a mo’ di saluto. Liquidandoci. Ci gira le spalle e si allontana; soddisfatto.
Sulla sabbia non è rimasto più nulla. Tranne una folla di orme, presumibilmente dei tecnici e dei curiosi. Ma nemmeno possiamo essere sicuri che sia quello il posto. Che non ci sia un po’ troppa approssimazione. Guardo la mia compagna, Tilde, e penso stupidamente che avrebbe argomenti per spillare a Belladonna qualche informazione i più. A anche, al momento, a quel milite. È la cosa più stupida che potessi pensare, ma sto per dirla. Per fortuna che all’ultimo resto con la bocca aperta e mi taccio. Per farmi perdonare me la bacio sotto quella luna puttana. E lei, con fare sbarazzino e divertito, mi sfiora, ma solo per un attimo. Ridacchia: “E questo cos’è”? Avrei voglia di rotolarmi su quella sabbia con lei, e magari di fare all’amore. Lì, sulla spiaggia. Ecco cos’è. Lei la pensa diversamente e me lo fa capire. Ne resto, naturalmente, deluso.
Non c’è più la vittima. Naturalmente. Non ci sono cadaveri. Non c’è nessun indizio. Nessuna prova. C’è sola sabbia bagnata e calpestata. Un pezzo di legno marcio. Una ciabatta dimenticata. Una bottiglia di birra conficcata al suolo. Un girello per capelli. Naturalmente la solita piantagione di preservativi usati. Un paio di siringe e parecchie cicche di erba. Poco lontano un moscone tirato a secco. Tutte cose non attinenti al nostro caso. Prive di valore. E il tempo che gocciola lento. Non è la voglia che ci manca. Cerchiamo di resistere, ma il sonno si avvicina a passi lenti e silenziosi. E lei sembra impaziente. Sa chi è la vittima sconosciuta. Non ha voglia di parlarne. È solo indignata.
Di passo in passo, tra un bacio e un bacio, e un sospiro, e un sorriso, occhieggiati dai riflessi della luna, ora in ombra per poi riapparire in un debole alone come magico, scavalcando una duna e scendendo da un’altra, ci siamo ormai allontanati abbastanza da quella che è stata quasi di sicuro la scena del crimine. I piedi continuano a sprofondare nella sabbia. Lei mi chiede se conosco la storia di quel posto. “Che vuoi dire”? “Qui ci vengono nudi”. “Cioè”? “È la spiaggia dei nudisti. La gente viene qui per mettersi nuda, e lascia a casa i suoi segreti nascosti”. “Non lo sapevo”. “Tu lo faresti”. Le rispondo in fretta: “No”. Ridacchia: “Guarda che non ci sarebbe niente di cui vergognarsi. Non hai nulla per cui imbarazzarti”. La mia risposta è stata troppo rapida. Non so se il suo è stato un complimento. So che vorrebbe prendersi gioco di me e dei miei disagi. Di certe cose non riesco nemmeno a parlarne. Lo so da solo che sono uno stupido: “E tu”? Ci pensa un attimo: “Nemmeno”. “Eppure hai tutto per essere orgogliosa”. “Stupido. È che non mi piace che gli altri mi guardino”. “E io?”… “Tu sei tu”. La voglia di lei non si arrende al primo rifiuto. Una ragione in più. “Non fare lo stupido. Ti ho detto che comincio ad esser stanca. E poi… qui… non mi”…
Mentre torniamo non riusciamo a resistere in quel mare di tenerezza, entrambi. Le metto un braccio al collo. La mia mano avanza lentamente in cerca di lei. Lei mi guarda e sorride compiaciuta e compiacente. Non ama mettersi in mostra. Ha sempre quella sua incantevole infantile spontanea riservatezza, ma è paziente. Sono le sue curve a farla notare. Un paio di tipi ci guardano. Se ne accorge. Sorride e alza le spalle in segno di resa e di noncuranza. Mi pende la mano e se la porta al petto. I due si fanno incuriositi. I suoi occhi mi chiedono se sono soddisfatto. Si mostrano soddisfatti.
La diverte giocare. Le abbasso una spallina. Forse non se lo aspettava. Spingo la stoffa, sposto la collana e le denudo un seno. Mi chino e lei mi lascia fare, un po’ impacciata e un poco divertita. I due strabuzzano gli occhi. Decidiamo entrambi, tacitamente, di non badarci. Per un po’ mi lascia succhiarle un capezzolo. Con fare protettivo, quasi materno, ora è lei a circondarmi le spalle con un braccio. Mi riempio la bocca della sua tetta quasi a soffocare. Vorrei, anzi, soffocare di lei. Ride e mi scosta. Mi rimprovera benevola: “Stupido”. Ha già rimesso rapidamente il seno nella maglietta.
Solo il giorno dopo è già un altro giorno. Non c’è niente da capire. Non c’è niente da scoprire. Se ne vantano. Le voci arrivano anche a me. “Era solo una smorfietta nera come la notte”. “Però era caruccia”. “Però ce stava. Te lo dico io che ce stava. Le piaceva”. “E adesso fa la santarellina”. “È puttana. E vestita come una puttana”. “Però era caruccia”. Uno è figlio del sindaco. Stando alle stesse voci, della moglie del sindaco. Un altro è figlio di una serie di alberghi, di lusso. I soliti idioti ignoti sono noti a tutti. Potrei fare l’elenco. Sono sempre loro. Un tipico caso Pound. Di quei quattro stronzi che seguono la moda, tra certi giovani indecisi sulla scelta, tra essere fascisti o essere nazisti. Pieni di tatuaggi e di muscoli gonfiati. Con la testa vuota e i capelli a palla di bigliardo.
Sempre loro. Tranne quelli che erano indisposti o impicciati in altro. E quelli che non hanno nemmeno il coraggio di mettersi in sei contro una. Una pista e via. I pulotti lasciano passare il tempo, finché non fa più la minima notizia. Il tempo e il silenzio guarisce tutte quelle malattie. Sanno fare bene quel lavoro: insabbiare. Certi che la gente se ne dimenticherà. Quelle brave persone che fin dall’inizio erano interessate pochino. Quelle del “In fondo se l’è cercata.” che nemmeno la conoscono. Quelle del: “Prima o dopo le doveva succedere”. Quelle del: “Se stava a casa sua…” senza darsi pena di accettare che è questa casa sua. Va bene a troppi che resti un crimine insoluto. A troppi ma non a tutti.
Il collettivo Mara Cagol e quelli del Centro I fratelli Bonnot indicono una manifestazione antifascista. Non si parla dello stupro, ma lo sanno tutti. Naturalmente il bravo questore la vieta subito. Naturalmente quelli si radunano ugualmente. Siamo in parecchi. La celere si schiera davanti all’uscita del piazzale. I manifestanti sono imbottigliati. Davanti i questurini schierati in assetto di guerra. Dietro le spalle la stazione ferroviaria. Basterebbe un cerino. A un robocop cade l’elmetto. Pare scoppiare la battaglia. C’è un attimo di panico, e cominciano le estenuanti trattative. Il gruppo arrivato in pullman da Brescia accende dei candelotti fumogeni che fanno un cazzo di fumo colorato di rosso. Cominciano le prime scaramucce. Gli sbirri rispondono lanciando i loro candelotti. Tutto come il solito. Tutto come previsto. Fanno a chi ce l’ha più duro. Le prime mazzate e manganellate. La compattezza del corteo vacilla, davanti alla prova di forza. Si alzano grida di incitamento. Intanto si mercanteggia.
Viene proposto un percorso alternativo. I manifestanti rifiutano. Parte dei manifestanti si staccano e fanno un sit-in sulle rotaie. Qualcuno si fa un cicchetto. Si bloccano tutti i treni. Un giornalista televisivo riprende tutto per un servizio che non andrà mai in onda. Mi chiedo se la telecamera sia accesa. Ho la sensazione che di Ijaba ormai non interessi più a nessuno, se mai è interessato. È ancora solo un pretesto. Io non la conoscevo per niente. Nemmeno mai incrociata. Me ne ha parlato Bart. E poi la mia Matilde. Era, cioè è. una ragazza carina, seria. Sempre secondo Bartolomeo era, cioè è, solare, ma che badava ai fatti propri. Una italiana di colore. Terza generazione. Con un sorriso radioso e sempre pronto. Non è ancora fuori pericolo. In quel letto di ospedale. Non sarà più la stessa. Viene proposto un secondo percorso alternativo. I manifestanti cedono e accettano. Li lascio sfilare. Ho perso interesse. Resta un po’ di fumo. Si frantuma qualche vetrina.
Finalmente ho qualcosa da raccontare ai miei pochi, ma cari, affezionati lettori. Non sono stati certo quelli del Centro o del Collettivo a fregarsi gli hot-dogs dalla vetrina frantumata.

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3471_7Ascoltami bene che sentano bene anche tutti i tuoi lettori. Io non sono pazzo, almeno non più di te. E tu sei pazzo? Me lo devi dire. E poi mi dicono che i pazzi non lo sanno. Lo sanno. Lo sanno. Solo che non lo possono dire. Non sono pazzo per niente. E la sua bambola aveva ucciso tutti i miei soldatini. Li ha sempre guardati con occhi da matta. Li ha sempre odiati. Questa è l’unica cosa vera. O almeno lo era. Ora non mi devo fare confusione. Devono essere quelle maledette pillole. Avevo strappato le braccia a quella maledetta bambola, ma questo è bastato.
Scrivi bene quello che ti dico. Perché è tutto vero come l’Ave Maria. Così la prendo per un braccio. Forse l’ho afferrata forte. La prendo e la sbatto sul letto. E lei grida. Così le dico ti va brutta stronza? Ma mica era una domanda vera. Era un’altra cosa. Lei diceva di no, ma io lo sapevo. Lo sapevo che piaceva anche a lei. Ci avevano lasciati da soli. Non c’era altro in casa che Generale. Generale era il nostro vecchio cane spinone. Adesso, è morto poveretto. Che non era tutto spinone. Era un poco mescolato. E lui sì che era matto patocco. Insomma eravamo soli. E se dicevo una parolaccia nessuno mi poteva sentire. Tranne Monika, la mia Moka, mia sorella. Per forza lei era là, con me. Insomma eravamo io, lei e il Carlino. Ma lei con conta. Era una schifezza di frignona.
Mica l’ho chiesto io di avere una sorella. E matti sono quelli là. Ma matti fuori di testa. Dicono che l’ho violentata. Ma se non gli ho fatto che un poco di male. Un paio di schiaffi. Nemmeno troppo forte. E poi aveva proprio una faccia da schiaffi. Lo diceva sempre la mamma. E poi era una donna. A cosa serve altrimenti? E poi avevo tutta quella rabbia in corpo. Glielo avevo mostrato solo una volta o due. Mentre giocavamo a nascondino. Lei fingeva sempre di non capire. Di non averlo mai visto. Si metteva a ridere con quel suo riso strano. Da matta. Isterica. Come fossi uno stupido. E scappava. E così si faceva scoprire sempre.
Scrivilo perché te lo dico solo una volta. Lo sapeva che non serve solo a fare la piscia. E come diventa grande. Insomma, non ci avevo fatto niente. Non ancora. Ma sapevo che me l’avrebbe chiesto. Fanno così i grandi, cioè le donne. A loro piace. E Moka era una donna. Altro che bambina. Le sarebbe dovuto piacere. A sette anni sei già una donna. Non è vero? E a me non piace aspettare. E poi conosceva già quello di papà. Li avevo visti io in fienile. Ma era un segreto. Non l’ho ma raccontato a nessuno. E non lo racconto nemmeno qui. Insomma, non doveva proprio gridare così. E la sua bambola non doveva toccare i miei soldatini. Cosa sapevo io in quel momento?
Starnazzava come una gallina. È stato tutto una gran confusione. Ma giuro, non le avevo tirato il collo. Non ancora. Ormai avevo perso la testa. Non come i matti. Solo per nervoso. Perché piangeva. Perché… perché… mica lo so. Volevo fare solo quella cosa lì. Se fosse stata buona, accidenti, non sarebbe successo niente. Era solo una mocciosa. È stata tutta colpa sua. Mi ha detto smettila subito piccolo stronzo imbecille e castrato d’un coglione. Non mi doveva chiamare così. E non si dicono certe cose alla sua età. Non sono Imbecille. Io sono Primo. Lei lo sa bene. Le ho detto la parolaccia più parolaccia che conoscevo allora: Puttana. Adesso ne ho imparate altre, molte altre. Me le insegna anche Gioseffa, ma questo non lo dovevo dire. Ho giurato. Magari andrò all’inferno, non mi fa paura. Allora ero un pischello. E lei quasi una bambina.
Ma ce l’aveva come le altre donne. Ma senza pelo. Lo so perché l’ho controllata, dopo che le ho tolto le mutandine. Era proprio liscia come il culetto di un bambino. Lo potrei giurare. Ed era buffa, perché era un po’ grassoccia. E lei ha cercato di graffiarmi. E cosa importa cosa è successo prima o dopo. Quello che importa è che è successo. Anche troppo in fretta. Le ho messo una mano in bocca e il pisello dove si deve. Avevo capito come si doveva fare. Avevo ascoltato quelli più grandi, di nascosto. Non ce l’avevo ancora tanto grande. Non ero ancora cresciuto come sono ora. E avevo avuto troppa fretta. Lui ancora non sapeva cosa fare. Ma mica sono uno moscio. Non si sarebbe potuta lagnare. Già, per lei, bastava e avanzava. Per quello che avrebbe dovuto sapere era anche troppo grande.
Le son salito sopra e stavo facendo da bravo. Carlino guardava e non diceva niente. Cosa aspetti? Carlino è sempre stato un poco tardo: Non so se posso. Certo che puoi. Proprio tardo: E se non vuole? Certo che vuole, te lo direbbe lei se non dovesse continuare a frignare; e poi ti do il permesso io. Avresti dovuto vederlo, quell’imbecille del mio amico Carlino. Non sapeva ancora se voleva o non voleva. Alla fine s’è fatto coraggio. Alla fine s’è abbassato i calzoncini. Mi scappava da ridere. Ce l’aveva molto più piccolo del mio. Ce l’aveva come il tappo della penna. Come il Generale Custer, ma senza la spada. Forse Moka nemmeno l’ha sentito. Nemmeno l’ha visto. Con me continuava a piangere facendo la finta di essere arrabbiata. Anche di essere offesa. Se le dicevo di dirmi qualcosa mi diceva stronzo. Non si fa così. Non si dice. Se è volato qualche altro schiaffetto è perché me l’ha proprio chiesto. Perché cioè se l’è meritato. Così ha imparato che non si dice quella cosa.
La cosa mi piaceva. E anche un sacco. Però cominciava a farmi arrabbiare. Io ho cercato di farla stare buona. Le ho stretto un poco il collo. Ma solo un pochino. Forse ho stretto troppo? Forse s’è soffocata col suo muco. Quando l’ha infilato quel deficiente del Carlino stava ferma e buona e muta. Aveva smesso di piagnucolare. Nemmeno sembrava lei. Se ne stava troppo buona. Forse era già morta. Questo dicono i dottori. Ma quelli cosa sanno? Non erano lì. Io non ci ho fatto caso. E nemmeno lui. Non se n’è proprio accorto. Ce la stava mettendo tutta, col suo pisellino, ma era imbranato. E non si fa così con le donne. Le chiedeva scusa e se le piaceva. Le diceva Monika e che le aveva sempre voluto bene. Pezzo d’imbecille. Insomma, mi dicono che non dovrei dire certe parole. Ma se uno le sa, le parole, vuole dire che le può dire.
Io arrivo sempre primo perché sono Primo. E a casa nostra non è mai arrivato un secondo. Dopo di me è arrivata Moka. Hanno sbagliato tutto, perché lei non è un maschietto. È solo una stupida donna. È lei la stupida. Ci ha messo otto anni per arrivare. Comunque, non sono stato io. Io non ho fatto male a Moka. Solo un pochino. Un po’ di sangue alle labbra, e lì sotto. Non era il caso di strepitare tanto. Meno di quello che mi è uscito quanto mi son sbucciato il ginocchio. Meno di tante volte che mi ha menato papi. Meno della Nerina quando ha fatto l’agnello. La stupida è Moka perché faceva la morta. Ed era più morta della Nerina quand’è morta. Lo faceva così bene che quasi ci ho creduto. Era come la sua maledetta bambola dopo che l’ho fatta star zitta. Papà mi dice sempre che sono stupido, ma si sbaglia. Io non sono stupido perché sono furbo. Perché io la cosa l’ho fatta e lui no.
Certo non sono furbi loro. Perché poi i soldatini li ho trovati in soffitta. Il papà al processo ha detto che era stato lui. Perché ormai ero grande. E dovevo smetterla di pensare come un bambino. Perché dovevo dargli una mano per i campi. La mamma, poveretta, non ha detto niente. Continuava a piangere come Moka. Come una stupida ragazzina. Ho chiesto scusa, anche se non sapevo per cosa. Non sono matto. Quello matto è solo il Carlino. Ma forse nemmeno lui. Lui è solo scemo. Io la penso così. Non sa nemmeno giocare bene con i soldatini. Perde anche se li tengo io gli indiani. E poi mi ha detto che non gli è piaciuto. E si è messo a frignare come prima faceva lei. Cosa c’entra. Mica deve piacere. Si deve solo fare. Se sei un uomo. E non sapeva giocare nemmeno con Moka, io l’ho capito.
Scrivilo in grande. Cazzo ne so se fuori pioveva o c’era il sole. Non sono matto né stupido. Ora me li hanno ridati i soldatini. E qui ci posso giocare quando voglio, e ci gioco sempre. Ma la sua bambola era una bambola assassina. L’ho capito subito per come mi guardava. Ma cosa ci fa una bambina di una bambola? Che anche la notte ti guarda come fosse giorno. E non dorme mai. Ma glieli ho tolti prima gli occhi. Così la smetteva. Che quando la giri dice solo mamma. Che senza testa non dice più niente. Che sotto non ha nemmeno il buchetto per fare la pipì. E mi dico: allora da dove la fa? Me lo sai dire? Vedi che non lo sai nemmeno tu. E da dove escono i bambolotti piccoli?
Perché dico così? Perché quella maledetta bambola il buco ce l’aveva nella pancia. E un buco grande dove trovavi sempre di tutto. Fazzolettini usati, e caramelle, e i dadi, e le mie figurine. Non è vero che le infilava Moka. Quella era una scusa bella e buona. Era quella bambina di plastica che divorava tutto. Era proprio una succhia ogni cosa. Era come un vampiro. Con quei ridicoli capelli biondi di stoppa. Era inutile come la sua padrona. Anche di più. Perché con Moka ci potevi anche giocare, magari poco. E lei invece se ne stava zitta e seduta. Perché a Moka, se davi un pizzicotto, ti faceva ridere per i versi che faceva. Perché Moka almeno serviva a quello. E lei nemmeno a quello.
Non è sempre vero solo perché lo dicono tutti. Neanche quelli non sanno tutto. Ma forse è vero. Anche Gioseffa mi dice che sono stupido, ma lei me lo dice in modo carino. Lei scherza sempre. In certi nostri momenti mi dice che sono stupidino. Gioseffa è la mia infermiera preferita. Io non avrei bisogno di un’infermiera. Mica sono malato. Ma io mica glielo dico. Non sono stupido. E lei mi fa giocare quando abbassa la luce. Mi dice che sono stupido, ma che sono bravo. E me lo lascia fare. Quando nessuno ci può vedere. Quando è tutto silenzio. Ma Gioseffa non è come Moka. Lei ha anche quelle cose lì. Le tette. L’ho detto. E mi piacciono tanto. E me le fa toccare. E mi ci lascia anche giocare. E ha un sacco di tanta ciccia. E i peli, lì sotto. E Gioseffa è anche la mia nuova fidanzata. Gliel’ho anche detto. E uno di questi giorni me la sposo.
Sei sicuro di essere Ernest Hemingway. Guarda che allora anche i giornali hanno parlato di me. Ma perché Moka non mi viene mai a trovare? Ora promettimi che lo fai leggere a tutti quando esci. E anche a lei. Perché io non voglio uscire. Io qui sto bene e ho Gioseffa. Però vorrei vederlo il mare, almeno una volta. Io non l’ho mai visto quello, il mare. Mica me ne posso andare e lasciarla sola, Gioseffa. Lei per me è anche come una mamma. Me lo lascia fare e poi mi coccola. Se uscissi allora sì che sarei un matto. E anche scemo.

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Piccoli gialli italiani8. Si è appisolata un paio di minuti con quel libro sul naso. Al mare le ore passano lente. E sembrano tutte uguali. Tutte tranne una: quando Matilde si gira e sembra ridestarsi. E quando, nel sonno, le scappa un sospiro. Non avrei mai pensato di essere qui, e con lei. Ha ragione: è stato un vero pretesto. Non sapevo come invitarla in modo diverso. Temevo la risposta che mi poteva dare. Tra noi ci sono stati più silenzi che parole. Eppure, in poco tempo, mi ha dato molto più di quello che merito. E di quello che ho mai ricevuto. Non è un vero delitto calpestare un castello di sabbia. Per di più quando lo si fa distrattamente. Camminando con la testa tra le nuvole. Con una ragazza al fianco. Ciò non toglie che il ragazzino scoppia in un oceano di lacrime. Certo che… se poi lei… la ragazza, se ne va in giro orgogliosa con le tette al vento… Che non sarebbe nemmeno male, ma di quelle veramente pochine.
Un ragazzetto un po’ più grande di quelli che giocano si avvicina al gruppo, ciondolante con fare indifferente. Raccoglie la palla e si allontana di pochi metri per mettersi a palleggiare. Ha un lungo ciuffo che gli acceca un occhio. E la prima acne di una adolescenza che comincia a manifestarsi. Una maglietta probabilmente ereditata da un fratello maggiore. I bambini cominciano a protestare e vociferare. Lui se la ride sotto i baffi che hanno appena cominciato a spuntare. La voce è appena arrochita. Alza le spalle. A quel punto si alza un padre, e lui lo vede con la coda dell’occhio. Calcia la palla il più lontano possibile e scappa via. Ridendo e sfottendo e imprecando. Non è un gran tiro ma la palla finisce a galleggiare sull’acqua. Questi sono i crimini di una giornata d’estate al mare. Fin dal mattino si sono perse tutte le tracce della notte. Di uno studente perbene che ha rischiato la vita per una delusione non si sa niente, e non se ne saprà mai niente. Tanto non interesserebbe a nessun lettore. Servirebbe solo a mostrare un volto sgradevole della città. Il silenzio lenisce tutti i mali.
Quando lei si sveglia si sente nuovamente in dovere di scusarsi. Matilde, col suo corpo provocante e il suo viso da angelo. Io, per me, non mi sono annoiato. Mi sono distratto a guardarmi intorno e a guardare lei. Il respiro che le gonfiava il petto. Le gambe corte e tornite. Quasi più di… e non termino la frase. Alla fine decide che è il momento di prendere veramente il sole. Mi spiega che va matta per il sole. Si alza in piedi per sfilarsi il copricostume dalla testa. Resta un attimo così, bisognosa di essere apprezzata. Incerta su se e quanto pavoneggiarsi. Quel sole le insanguina i capelli. A guardarla meglio non è così piccola. Penso che è proprio uno schianto: “Ti sta proprio bene”. È lusingata, appagata, e le basta. Torna a infilarsi gli occhiali da sole bianchi. Si stende sulla pancia: “Ora… solo sole. Ma lo voglio tutto”. La pelle però è già ambrata. Per un po’ se ne sta assente. Poi si gira a pancia in su. Vorrei dirle tante cose ma non so da dove cominciare. È tranquilla.
Sto per alzarmi e chiederle se vuole un ombrellone. La lascio accarezzata dal suo sole. Torna a girarsi. Si slaccia il reggiseno, e lascia che le tette si allarghino schiacciate sulla sabbia. Certo che tutte le altre sembrano averne poche. Davanti a tutto quel generoso bendidio. Mi offro di spalmarle la crema. “Sei molto carino”. La pelle è morbida e liscia; la crema untuosa. Se la mano cerca di spingersi a seguire la tentazione degli occhi mi ferma per precauzione. Ridacchia e mi rimprovera ma con dolcezza: “Non fare lo stupido”. I vicini sono e non sono distratti. Forse hanno simpatia per i giovani innamorati. Ho solo un attimo brevissimo di stupidità. Nessuno se ne accorge. In questo momento mi accontenterei anche che mi lasciasse impastare il suo meraviglioso seno di ragazza. Dovrei darmi una regolata. Per qualsiasi altra sarebbero due pezzi di troppa stoffa. Su lei con copre quasi niente. È naturale che rubi tutti gli occhi. “Io sono un pretesto”. Non ho mai visto tanto in così poco. Un piccolo grande bikini corallo per contenere tanta meraviglia. “Tu in quel bikini tradisci ogni pretesto, sei tu il pretesto”. Le basta quella mia impacciata giustificazione. Chiedo perdono al Signore di tanta generosità.
La spiaggia è solo una spiaggia. Uguale a tutte le spiagge. Tutto un vociare come uno storno di api e di gabbiani. Un brusio assordante. Un bosco di ombrelloni piantati con rabbia. A volte in un’erezione incompleta, insicura. Solo qualcuno non ancora aperto. Il solito che gira dicendo guardami. Bambini che giocano e schiamazzano squillanti. Secchielli e palette, e castelli di sabbia lambiti dall’acqua. La solita coppia di amici che giocano con i racchettoni. Il solito venditore nero di occhiali neri da sole. Lei lo sbircia con apprezzamento. Io la guardo con rimprovero. I soliti patiti del pallone. Si sono sostituiti ai ragazzini senza che me ne accorga. Il pallone che ti rotola addosso all’improvviso. “Mi scusi”. Che più volte rimbalza nei pressi o su Matilde. E allora il “Lo scusi!” idiota è seguito dalla solita risatina idiota. Ed è seguito da una attesa piena di vane speranze. Sempre deluse.
Cerco sempre di calciarlo il più lontano possibile. Intorno continua a muoversi lentamente il solito universo. Il solito con il costume e la panza da commendatore, sempre infastidito. Assieme alla solita sbarbina allampanata con gli occhiali e l’aria da segretaria, ma porca. Il venditore di fazzoletti e collanine si avvicina. Il vicino mostra subito la sua naturale insofferenza: “Torma a casa tua, Kunta Kinte”. “Basta dire No! magari con un grazie”. Quello mi guarda con rabbia: “Questi vengono qui a rubarci il lavoro e c’è sempre qualche stronzo che li difende. Fatti i cazzi tuoi. È meglio”. Forse lei si aspetta che si manifesti l’eroe che è in me. È piuttosto robusto, li tipo. Robusto, deciso e rapidamente incazzato. Preferisco invitare Matilde alla prima nuotatina e lasciare perdere.
L’acqua è ancora fredda. Il suo due pezzi continua a sembrare sempre sul punto di esplodere. Infatti, mentre saltiamo tra le onde che ci caricano con mite rabbia, un seno le esce. Ride e lestamente lo rimette al suo posto. Mi strizza l’occhio. Non ho avuto quasi nemmeno il tempo di vederglielo. Penso che quello del terzo anno abbia cercato di affogare, col vino, in compagnia, le sue delusioni d’amore. Non lo conoscevo bene, ma abbastanza bene. Per meglio dire: credevo di conoscerlo almeno un po’. Abbiamo scambiato quattro parole un paio di volte. Solo il tempo di un breve saluto. La prima volta che gli dicevo qualcosa oltre un ciao. Era, cioè è, un tipo bello e atletico. Molto corteggiato. Per questo invidiato. Sempre attento e con nulla fuori posto. Insomma… un tipo pulito.
Sta ancora con i suoi. Era una compagnia di soli uomini. Avevano acceso un falò. Lontani da occhi estranei e dal giudizio del facile o distratto moralismo. Nell’unico posto dove possono stare tranquilli: fuori dal mondo. Forse non sono un tipo molto attento. Forse erano mezza dozzina. Quando è arrivata la sanità era solo con quello che ha telefonato. Era evidente che anche quello voleva scappare. E appena possibile si è dileguato. Prima ancora che qualcuno diventasse curioso, pensasse di potersi informare sulle generalità. Non è stato necessario chiamare la polizia. Non è più un crimine, o non lo è ancora? amare le persone del tuo stesso sesso. Non avrei mai detto che lui fosse gay. Come dice la massaia, e gli altri, uno di quelli. Matilde è sorpresa: “Non lo sapevi”? “Non lo sapevo”.
La mia indagine non ha dato nessun risultato. Tranne quello di aver passato una bella giornata, con lei. Il sole, l’aria, il mare, il niente, mi sento stanco come se avessi lavorato. Nella pelle mi corre frettoloso un intero esercito di formiche. Lei sogna verso l’orizzonte e, come sempre, ha bisogno di pensare. Non ho niente da scrivere su un crimine che non è mai stato crimine. La vittima ha avuto il cattivo gusto, e il vizio, di restare in vita. Gli ospedali non danno più notizie se non ti presenti con il certificato famiglia, e non dimostri che quello scritto è proprio il tuo nome. Lui, per la vergogna, ha preso un treno. Mi sembrava una bella persona. La vita andrà avanti anche senza di lui. E qualcuno dirà che in fondo se non si sta meglio, non si sta nemmeno peggio.

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Piccoli gialli italiani7. L’hanno trovato più morto che vivo. La voce circola per le aule di lingue orientali. È uno del terzo anno, ma lui è perfettamente al corrente con gli esami. Si dice per una crisi etilica. C’erano molte bottiglie vuote intorno. Aveva restituito alla sabbia tutta la sua giornata, e stava per restituire al cielo l’anima. In fondo ha avuto culo. Si potrebbe anche dire così. Questi posti ne avrebbero di cose da raccontare. Dietro le capanne e tra le dune la vita, la notte, prende impulso. Trovano rifugio tutte le forme d’amore. E anche tante altre cose. Soprattutto quando chiudono le discoteche.
Temo che questa non la racconterà nessuno. Non ho mai vissuto la spiaggia di notte. Non mi è mai interessato vederla. Non ne ho mai avuto motivo. Non amo molto la confusione in discoteca. Non amo nemmeno ubriacarmi solo per la pigrizia di non tornare a casa. O senza alcun motivo. Alla semplice ricerca di sentirsi vivo. Per una sorta di timore della notte. È un semplice sopraluogo. Sarei dovuto venirci di sera. Per capire. Ma non potevo invitare Matilde al mare di sera. Mi avrebbe fatto troppe domande. Non mi sarei sentito sicuro con lei. Non avrei saputo che risposta aspettarmi. Se le garbava passare la notte con me. Comunque ho colto l’opportunità per stare un po’ assieme.
Detto tra noi: le cose con lei, con Matilde, sono andate anche tropo velocemente. Se non è notte è pur sempre spiaggia. Ci avviamo per andarci a cambiare. Ha con sé la borsa, io sono con lo zainetto. Però il costume l’ho messo sotto i bermuda. Prima che possa entrare mi blocca con una mano sul petto: “Uno alla volta. Ora è il mio turno”. Sperare, inutile mentirmi, ci speravo. Anche senza che me lo dicessi. Per provarci non rinuncio mai a provarci. Sarebbe un peccato mortale. Con lei. Che ha tutta quella lei addosso. Mentre aspetto davanti alla porta ho tutto il tempo per fare un riassunto. Già me la vedo uscire. Ho già voglia di baciarla. Toccare si è lasciata toccare. Mi ha anzi chiesto, quasi pregato, di essere toccata. Questa è la pura verità.
È stata più che gentile. So che un giorno saremo una cosa sola. Lei è fatta di una pasta diversa dalla pasta con cui è fatta Beatrice. Lei ama, e quando ama, ama con tutta se stessa. Con passione. Si preoccupa di me. Anche troppo. Ma vedere non mi ha lasciato vedere niente. Anche questo è sacrosanto. E toccare, solo le tette. Indubbiamente è orgogliosa e vittima delle sue tette. La nostra storia si sfoglia un petalo alla volta. Ma se penso a quella stanza… Non mi finisco il racconto. Esce con l’infradito e dentro un copricostume molto corto: “Ora puoi andare. Sbrigati. Ti aspetto”. Non è più il momento di ricordare, o per avere rimpianti.
Senza i tacchi è veramente una tappa. Piccola. Credo superi di poco l’uno e sessanta; forse. Me lo dico e mi vergogno subito di essermelo detto. Faccio presto perché non devo che sfilarmi i pantaloni corti. Detto tra noi: le cose con lei, con Matilde, sospetto che oggi non stiano avviandosi per il verso giusto. Venire credo sia stato del tutto inutile. Forse lo sapevo fin dal primo istante. È solo una distesa di sabbia calpestata. Non ha altre storie da raccontare. I segreti della notte li conserva bene. È semplicemente un altro mondo. E comunque la sua presenza vale il biglietto.
Si è portata da leggere. Si è portata Salomè. Non ho il tempo di stupirmi. Mi guarda come per giustificarsi: “È per una ricerca”. Le confesso che mi è piaciuto, anche se son dovuto stare troppo attento. Non ne ricordo molto. Forse da una riduzione in teatro. Non le dico che preferisco Machiavelli; non quello del principe, naturalmente Loriano. “E tu, perché”? Anch’io mi sento come in colpa, non vorrei deluderla: “Sai che vorrei fare il giornalista. Da grande”. Sorride benevola, forse della battuta “Da grande.”, ma non fa altri commenti. La lascio alla sua lettura. Intorno è tornata la calma, solo perché io non sento più nemmeno i rumori. Non bado al resto del mondo. Passeggio tra le nuvole.
Detto tra noi: lei, Matilde, è generosa, questo sì, ma non si spinge mai troppo in là. Pare non voler perdere il controllo. Dopo un po’, volgendo leggermente la testa, mi guarda e mi chiede se mi va una aranciata. Il clima è torrido, ma sono distratto e le dico “No!” senza ascoltare. Prendo coscienza quando si alza e si allontana e mi rincuora: “Torno subito”. Alcune vele bianche solcano la superfice dell’acqua leggere come senza peso; spinte da una brezza che quasi non c’è, e che non allevia la calura. Sfoglio il suo libro, semplicemente rubando una frase qua e una parola là, senza vero interesse. Tolgo la sabbia dall’asciugamano. Intanto continuo ad andare con lo sguardo dove lei se né andata. Il vicino mi chiede se ho una sigaretta. Gli spiego, cercando di essere il più gentile possibile, che non fumo. Lui si alza pigramente, probabilmente per andare a prenderle.
La moglie è una donna rotonda con un costume intero bianco di grandi mongolfiere blu. Mi sorride e mi chiede se mi va un panino, o un po’ di parmigiana: “Sa, con questo caldo è sempre meglio mangiare qualcosa”. Mi fa cenno anche al fiasco di vino. Mi dice di non fare complimenti. Mi chiede se la bella ragazza è la mia ragazza. Che sono fortunato. Gli rispondo con un debole sì. Sarebbe complicato darle qualsiasi altra risposta. E dovrei inoltrarmi in un discorso lungo, nel quale nemmeno io saprei districarmi. Magari senza senso. Cos’è Matilde lo devo ancora capire. Ci conosciamo da così poco e così tanto. Nemmeno io ho quella risposta. Matilde tarda un po’ più di un po’. Io sono leggermente in ansia. Quella vicina se ne rende conto.
Detto tra noi: vorrei vederla tutta, Matilde, e non ho visto niente. Mi sto ancora chiedendo che tipo di ragazza sia. E che tipo di ragazza sia per me. Non mi aiutano le parole della vicina con le quali si augura, e mi augura, non le sia successo qualcosa. Dev’essere un tipo premuroso, ma molto apprensivo. Comincia a elencarmi i pericoli del caldo e degli altri malori che possono frequentare i giorni d’agosto. I piccoli e grandi incidenti che possono succedere a tutti, anche solo per distrazione. Per disidratazione. Per un piede posato male. Comincia per raccontarmi aneddoti capitati a lei. Nella vita delle persone che conosce. Sentiti in giro o letti sui giornali. Vorrei solo scappare. Più che la sete a spingermi è anche l’ansia per non vederla tornare.
Detto tra noi: lei, Matilde, sembra fatta solo per lasciarmi sorpreso. È lì con uno spritz in mano e un tipo piccoletto e robusto con cui sta parlando. Più che parlando sembrano alle prese con una discussione animata, ma espressa in toni controllati. Mi avvicino. “Ciao Matilde”! Quello mi spia di brutto e non si mostra molto civile. Mi sputa in faccia contrarietà e rabbia: “E tu chi cazzo sei”? Mi dico che forse non è il caso di mettersi a litigare. Cerco una voce che lo rassicuri: “Veramente la signorina sarebbe con me”. “Con te come? È la tua ragazza”? Non balbetto: “È la mia ragazza”. Forse pensa anche lui, che non è proprio il caso di rovinarsi la giornata, di mettersi a litigare: “Credevo che la signorina fosse sola. Scusami, amico. L’ho vista sola. Fossi in te me la terrei stretta. Allora… ciao fata. Ci si vede”. È un tipo che non mi piace. Fata vallo dire a tua madre. Ma me lo dico in silenzio.
Lo guardo, senza cortesia, mentre si allontana. Appena è fuori tiro le chiedo se lo conosceva e cosa voleva. “No! solite cose”. “Quali”? “Non mi va nemmeno di parlarne”. “Ti ha infastidita”? “Un po’. Non più di tanto”. Insisto: “Provaci”. “Si è avvicinato disinvolto. Mi ha chiesto se poteva offrirmene un altro. Poi è passato ai complimenti, non sempre eleganti. Solite cose. E insisteva”. “E allora”? “Ha detto che sono bella. Che potevo fare l’attrice. Che lui era quello giusto”. “Giusto per cosa”? “Perché ne parliamo? Per il cinema. E mi ha fatto anche allusivamente intendere quale cinema. Non certo quello che arriva al festival. Non sono così ingenua. Insomma… non hai capito? Cercava una per farglielo fare. Il mestiere. Ma era solo un povero furbastro. E ha sbagliato indirizzo”. “E tu”? “Lo stavo mandando a cagare… quando sei arrivato”. Per girare mi girano. Lei se la ride sotto i baffi.
Mi prende sottobraccio e mi trascina dondolando il sedere. Per un poco ce ne stiamo in silenzio senza commentare. Poi interrompe la pausa, me lo sarei dovuto aspettare: “Mi piace quando fai il palladino. Ma… me la so sbrigare da sola. Non è il primo stronzo che incontro”. Non c’è rimprovero nelle sue parole. Sono leggere e buttate là. Direi che sono contente. Anche se lei sembra non voler essere completamente di nessuno. Nasconde la successiva risata dietro la mano tesa. Mi dà una leggera pacca sul sedere: “Vieni. Andiamo”. Mi ricordo di non aver bevuto niente, nella confusione. Torniamo a dove abbiamo lasciato le nostre cose. Il portafoglio è intatto. La vicina ci faceva buona guardia. Lei mi dà un buffetto e mi sfiora con le labbra la guancia. Torna a stendersi al sole. Paga. Cerco di scusarmi, senza sapere per cosa: “Non vorrei proprio… Io non sono… Non mi piacciono i tipi insolenti”… Lei spalanca gli occhi per guardarmi, poi torna a infilarsi i suoi occhialoni da sole: “Guarda che non sei proprio male. Niente male. Non ho bisogno di niente di più”.
Non viene avvistato nessuno squalo. Nessun annegato galleggia immobile nell’acqua cheta. Un vecchio signore soffoca dentro un salvagente che gli sta troppo stretto. Il vicino è tornato e sta fumando già la terza sigaretta. Nell’altra mano ha un bicchiere di rosso e la sua aria è beata. La larga moglie è china sulla borsa frigo. Le bandierine rosse sono tranquille, anzi stanno morendo di noia. A Nardo Carafa non viene in mente niente da scrivere. Nemmeno ne avrebbe voglia. Solo una spossante pigrizia. Un invito a abbandonarsi e cedere a quella leggera sonnolenza. Solo una mattina al mare. Solo iodio e sale. Il crimine non abita da queste parti. Almeno non di giorno, e in una giornata d’estate.

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L_ esecutrice testamentariaSegue: IVONA
Non credo vi possiate ricordare ancora di me. E spero per voi che abbiate scordato anche il mio nome. È passato tanto da quando ci siamo sentiti. Allora ero ancora spesso la vostra Santina Innocenti. Nel frattempo molto è cambiato. Ho scelto un nuovo look. Non mi riconoscereste nemmeno se aveste conservato sotto gli occhi, fin dalla stanza dei giochi, il mio poster a grandezza naturale. Ho smesso con quel lavoro, o quasi. Insomma, come mi ero ripromessa, ho rescisso quel tacito contratto in silenzio. Ora, della mia attività, debbo risponderne solo a me stessa. Ora mi definisco più semplicemente un’esecutrice testamentaria.
Temo di correre il rischio della nomination per la santità. Non tocco un uomo da quella volta con quel piazzista di libri sulle vite dei santi. E anche quella volta è stata… Nemmeno si può aggiungere a un conto di per sé già abbastanza circoscritto. E una donna da quando ho dovuto sistemare quella Ivona, che quasi certamente era un nome d’arte. Ho scoperto che all’anagrafe risultava come Benedetta Santini. L’ho appreso dai suoi documenti quando li ho sostituiti con i miei. Lei aveva lasciato detto che voleva essere cremata. Ora loro, se sono svegli, mi daranno per morta, finalmente. Potrebbero chiedersi solo dov’è finita quella loro Ivona, ma nel nostro ambiente si sparisce in fretta e quasi sempre, per sempre.
Non voglio correre il rischio di dubitare di diventare paranoica. Sono solo previdente. È la realtà a dettarmi tempi e modi. A rendermi così attenta e sospettosa. Ma ora mi sento più tranquilla e tranquilla dormo la notte. Se proprio il vostro prurito non può essere guarito senza un nome potete al momento chiamarmi Alicia Gris[1]. Gli affari non sono mai andati meglio, direi. Ho un contratto ben pagato per un certo Leandro Montalvo, nome strano che credo succhiato da qualche libro. Nessuno, nel nostro mondo, usa il suo vero nome. Da quanto ne so è un gran pezzo di merda e, inoltre, è uno di loro. Probabilmente un pezzo bello grosso, vista anche la cifra stanziata. Con molta probabilità uno di quelli che nell’altra vita dava gli ordini. Prima o dopo tutti sanno troppo, diventano scomodi.
Ma innanzitutto devo sistemare una cosa che mi preme. Mai avere fretta. Stasera ho appuntamento con uno che ha trovato il vago coraggio di accostarsi. Anche se ho dovuto oltrepassare il limite della sfacciataggine. Ormai sono come nuova. Ho proprio bisogno di una bella rimpatriata. Di riprovare la sensazione e il benessere di sentirmi veramente desiderata. Di lasciarmi stringere fra le braccia di un vero maschio. Di dita che mi impastano in quel delizioso modo. Di lasciami strizzare e palpeggiare. Di farmi frugare. Di lasciarmi scappare il fiato e qualche apprezzamento volgare. Di tutto quello a cui ho dovuto rinunciare per una vita da asceta. Di tutto.
Spero sia uno che sa mantenere le premesse e le promesse. Non resisterei ad un’altra delusione. Mi spiace solo di non poterlo avvisare che avrebbe il sacro dovere di congedarsi prima dalla moglie e dai figli, dai parenti e dagli amici, dai colleghi del lavoro; dare le dimissioni. Dopo avermi vista con il mio nuovo volto e aver visto probabilmente, ci spero, tutto il resto, in quel nostro incontro clandestino, non posso proprio permettermi di lasciarlo andare in giro con il rischio che lo racconti. Non mi lascia alternative. Spero si consoli apprendendo che il nostro sarà il gesto d’amore, per così dire, definitivo. Però sarà mia premura fare dopo una cosa veloce e il più possibile indolore.
A me dà già un friccicorino da per tutto pensare che lo starò facendo con quella che per lui sarà l’ultima. Che nei suoi occhi resterà per sempre solo quell’ultima immagine: io e le mie tette e tutto il mio resto. Per il massimo dell’estasi qualcuno deve pure rinunciare a qualcosa. Meglio sia lui.

[1] Da Il labirinto degli spiriti di Carlos Ruiz Zafón.

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Piccoli gialli italiani6. Ma chi è lo stronzo che ha detto che per le strade del crimine vola piombo e pupe. Di piombo, per fortuna, non ne vola un grammo. Di pupe… ancora meno. Devo essere io. Non si batte chiodo, punto. È una lagna. È più facile imbattersi in una discoteca nel deserto del Maghreb, che trovare una tipa prodiga e altruista. Ho anch’io le mie esigenze. Da quell’orecchio Beatrice non ci sente. Persino i baci sembrano annoiati. Sempre avara; e munifica quando me ne concede uno. Come osare chiedere un tè in una tazza di porcellana di Limoges. Sono certamente io.
La prima volta che ci ho provato ho vinto un ceffone. Poi, le poche volte, si è limitata a togliermi le mani. Non ci provo quasi più. Magari sotto il vestito non c’è una ragazza. Nessuna ragazza. Non come si intende una ragazza. Magari nemmeno è viva. Magari è solo gonfio d’aria, quel vestito. Magari ha l’interno di sola vera piuma d’oca. O forse è fatta tutta di puro cristallo di Murano. Magari sotto si nasconde un robot da cucina. Il fantasma di Belfagor. Le piaghe d’Egitto; già è più probabile. La mummia di Nefertiti. Che cazzo ne so?
Ma queste sono pene mie e private. Poi c’è la sfiga e altri pretesti per bestemmiare. Tutti i giorni. Ogni giorno un’occasione diversa. In questa ricerca di capire e spiegare. Forse non diventerò mai un vero giornalista, preferibilmente di nera, ma scrivere mi dà gusto. E poi mi sembra di non saper fare molto di meglio. Chi delinque è tra noi. E non ci sono solo i grandi delitti. È pieno di piccola delinquenza. In un paese senza futuro. Di vecchiette che ormai, per tirare avanti, rubano il pane. Come diceva lui: “è un delitto il non rubare quando si ha fame[1]”. Dei poveri più poveri del mondo che vengono in questo paese povero pensando di scappare dalla povertà. Illusi. Poi ci sono io che ci metto del mio. Una volta che vado in dipartimento rubano i libri. E si rubano proprio i miei. Il tempo di girare la testa. Spariti. Dovrò rimandare ancora l’esame. E stavolta non per colpa mia. Non ho bisogno di un pretesto. Ora come glielo dico? Finisce che mi tocca finire alla banca del seme.
Non so dove andare a sbattere la testa. In piena crisi di identità, e scoraggiato, chiamo Beatrice. Ho bisogno di dirle che ho proprio bisogno di vederla. Mi spiega sinteticamente che non può proprio. Che deve studiare un esame. Lo sapevo prima di cominciare. Lei mi avrebbe già detto ciao. Provo a insistere comunque. Mi prega di non insistere. Non ci riesco proprio e allora glielo dico. Sono incazzato: “Ma come? A me picche! Poi vai alla festa del quinto anno”. Lo so perché lo so. Non lo può negare. “Non potevo rinunciare. Mi hanno invitata. E sono stati così carini”. Per lei il discorso potrebbe essere già chiuso. Non le ho mai mentito di essere un santo: “Carini un piffero”. Non c’è abbastanza camomilla in tutta Alessandria. “Non essere volgare. Non fare il padrone”.
Si è sempre rifiutata in attesa dell’altare. Col cavolo. Non ho fiato per altri vent’anni. Nemmeno da Penelope si poteva esigere tanta paziente abnegazione: “Spiegami perché non l’hai nemmeno fatta annusare, e Biagio se ne va in giro col tuo slippino pieno di fiori”? La sua voce è indignata: “È un millantatore, lo sai”. Lo so, ma mi gioca sfogarmi: “Dimmi come te le ha sfilate”? “Non me le ha… Che cavolo ne so. Di chi sono. Chiedi a lui. Certamente non sono le mie. Sai che non me le faccio togliere. Nemmeno da te”. “Da me, lo so. Dagli altri… dobbiamo parlare. Ci sono alcune cosette che mi devi spiegare”. Finisce subito il tempo che mi è concesso. Decisa mi dà buca e mi scarica: “È meglio che per un po’ non ci vediamo”. Mi invita di utilizzare quel tempo per calmarmi. Calmarmi un cazzo. Vorrei dirgli che… ma ha già messo giù. Mi sento di merda.
Intanto chiedo in giro se qualcuno ha visto i miei libri. So dove li avevo appoggiati. So che è inutile. Non posso averli semplicemente dimenticati. Li ho sempre tenuti in mano. Li ho appoggiati un attimo. Spariti. Non faccio questo cazzo di pseudo-giornalista per vivere. Non porto a casa un centesimo. Studio per avere il pretesto per campare. La mia economia è sostenuta essenzialmente dai miei. Se smetto con l’università dovrei cercare quel lavoro che nessuno trova. Che nessuno sa dove si è nascosto. Oppure devo tornare ad aiutare papà ad affilare coltelli. Mi servono quei libri.
Intanto non ho nemmeno il tempo di pensare a come contattare Matilde che me la ritrovo davanti. Ha una gonna un poco troppo corta. Non so cosa faccia da queste parti. Non so dove sta, ma so che questi non dovrebbero essere i suoi posti. Non so come sia possibile che ci incrociamo ogni volta che la penso. Forse chiedo troppo alla mia intelligenza: “Ciao Tilde”! Mi saluta, sorride e si ferma: “Ciao Nardo”. Sono uno che ricorda le cose: “Ti va uno spritz”? “Veramente andrei di fretta. Ma tu non ci pensi mai? Se è per fare, un po’ ne trovo”. Stavolta la stanza ce l’ho. Da Jacopo. Più che una stanza è un buco. Una stanza da studente. Jago è stato gentile a darmi le chiavi. Pensavo di portarci Bice. Vorrà dire… Gli ho dato una mezza mesata. Glielo dico trionfante: “So dove andare”. È come non aspettasse altro. Non si dà un attimo per pensare: “Cosa aspettiamo”?
Siamo soli in tutto l’appartamento. Forse no. Mi sembra di sentire dei rumori nell’altra stanza. Cosa le dico se mi chiede del bagno? Ci sono venuto solo per un sopraluogo. Nella stanza c’è solo un piccolo letto. Ho fatto caso solo a quello. Un piccolo letto, singolo, e una sedia. Non si fa pregare, ci si siede sopra soddisfatta. Sul letto, intendo. Non mi sembra a suo agio come pensavo. Vuole tempo per pensare. Poi i suoi occhi mi dicono: che aspetti? Non so da dove cominciare. Mi butto. La costringo subito in un angolo e l’abbraccio. “Ti ho pensata, sai”? Suona falso come reclamare una sua verginità. Chiudo gli occhi. Ci diamo un bacio che dura un secolo. Un secolo che non dura quanto avrei voluto. Comunque mi ha lasciato senza fiato. Mi guarda con un rimprovero: “Ma tu le mani proprio non ce l’hai, o nessuna ti ha spiegato a cosa servono”? Come la mettevo se trovavo il padrone di casa? Dovremmo sbrigarci. Per farla contenta gliele infilo dà per tutto, e la faccio contenta. Intanto torniamo a baciarci. Mi mette la lingua fino in gola. La sua lingua conosce dei giochini stupendi. Guizza rapida e scivola.
La stropiccio tutta. Con entusiasmo. La cerco sotto la maglietta. Un po’ impacciato. Non lo ha addosso. Sono libere. Ci giocherei per tutta l’eternità, –Hai un gran bel paio di tette, Tilde; massicce ed elastiche. Sono due ragazzine birichine. Carne fresca. Finalmente. Soda. Ne avevo proprio bisogno. Una rimpatriata di donna. Mi lascia fare, soddisfatta. Imparo presto. In poche dispense. La cerco dà per tutto cioè, le tasto il sedere. Cioè… proprio il culo. Sopra la gonna. Mi faccio proprio ardito. Sopra le mutandine, –Hai un gran culo, Tilde. Mi lascia quasi fare, e la sua lingua continua a zampillare nella mia bocca. Non posso credere che anche lei… Mi blocca la mano. È una sensazione già provata. Ne resto però stupito. Poi si stacca. Mi mordicchia un lobo. Mi ci infila dentro la lingua che mi sento impazzire. Poi mi ci infila dentro un paio di vocaboli sussurrati: “Quello no”.
Ho fretta. Ha fretta. Smanio. Smania. Cerco di fare io. Riflette. Si arrangia da sola. Mi fruga. Resta vestita, ma mette a nudo me. Mi colpisce. Quando si china, e capisco di finire nel silenzio delle sue parole mute, è già quasi troppo tardi. Che non potrò resistere molto. Cerco disperatamente di trattenermi. Lei ha ancora gli occhi chiusi. Non c’è gusto né vizio se non mi guarda. Poi li alza e mi pone la domanda. Con lo sguardo la ringrazio. Con gli occhi fisso il soffitto e sento gli angeli cantare litanie concitate. Alzo le spalle per farmi perdonare: “Scusa”. Ormai sono già tornato a precipitare rapidamente nella realtà. Per me è già tutto finito. So che per tornare presente non mi basteranno pochi minuti. Mordo l’aria per ritrovare un respiro. Lei continua a guardarmi e ha un’aria serena e appagata: “Non ti preoccupare, è bello anche così”. Vorrei dirle tante cose ma non so da dove cominciare. E poi mi è di conforto nascondermi nel silenzio.
Non sono ancora completamente rinvenuto quando lei torna a parlarmi, tranquilla: “Hai pensato a quello”? “Cosa”? “Ti è dispiaciuto”? Spero mi stia chiedendo di me: “No di certo”. Si finge stizzita: “Allora sei uno stronzo”. Sono veramente colto di sorpresa: “Perché”? Torna a quella faccia benevola: “Vuoi essere il mio ragazzo”? Rispondo senza rispondere, con la prima cosa, cercando di essere convincente e credibile: “Credevo di esserlo”. Riflette per un poco nella sua testa: “Non serve dirlo a Bice”. Comincio a preoccuparmi: “Come vuoi”. Forse è troppo per me. Forse è già troppo tardi.
Per il momento non ho che quei libri in mente. Lei se ne accorge: “Ho fatto qualcosa che non va”? E ora?… Precipito dalle stelle, e da altre fantasie che non saprei soddisfare. Non ho più la forza nemmeno per alzarmi dal letto: “Scherzi, perché”? Mi passa le dita tra i capelli: “Te ne sei già scappato. Sembri preoccupato”. Una dote tutta femminile. Sono brevemente e parzialmente sollevato. Non sapevo cosa aspettarmi: “Niente. È che vengo dal dipartimento”… Sembra leggermi dentro: “E ti sei fatto fregare i testi”. Come fa? “Già! Come fai sa saperlo”? Non è una che si lascia abbindolare: “Sai che novità”. Mi seno di merda. Sembra leggermi dentro. “Costano una cifra”. “Quei mattoni hanno mercato solo dentro”. “Cosa vuoi dire”? “Cretino! Che non sono usciti di là. Dove vuoi siano volati”? Non sono certo, ma forse potrei capire: “Sei la mia salvezza”. “Non ero la tua ganza”? Ora che ci penso, è riuscita a tenersi le mutandine: “Anche. Certo”. “Ora… però… mi devi proprio scusare”.
Lei va un attimo al bagno, trova l’indirizzo da sola. Dovrei darmi una pulita anch’io. Finisco i fazzolettini e sono accora tutto appiccicaticcio. Tiro su la zip e mi sento orgoglioso. E un gran coglione. L’appuntamento è in cucina. Per farci un caffè. Lì sbattiamo addosso a una. È lì con la stessa intenzione. Ha già messo la moka sul fuoco. Si presenta come Una; sono solo di passaggio. Lo versa anche per noi. Non c’è una tazzina simile a un’altra. Per come ha assassinato il caffè dovremmo denunciarla. Non so come ci sia riuscita. Forse è di ieri. Comunque sarei un pessimo testimone, non ho la minima idea di come si chiami. Temo che Una non sia il suo vero nome. Non sappiamo che dirci, e non scambiamo molte parole. Tilde la guarda male. In cagnesco.
Lei mi guarda come si guarda dalla finestra, il tempo. Poi la lasciamo lì e torniamo in camera. Io per prendere lo zaino vuoto. Lei per sistemarsi un attimo: “Guarda che tu non mi avevi degnata di uno sguardo. Io sapevo esattamente chi eri”. Non sono certo di capirla. Vorrei avere il tempo, tutto il tempo: “Credo che ogni cosa sia importate quando è”. Non so cosa volevo dire, forse, ma suonava bene. Forse nemmeno è mia. Lei mi spettina e mi sorride dolce: “Stupido”. E ci diamo un altro bacio prima di uscire. Tanto per ricordare. E anche perché se c’è l’occasione è meglio prenderla. Mi spiega divertita che doveva proprio farla. E che ha dovuto usare il primo spazzolino che ha trovato. Me ne ricordo io: “Ma non avevi un appuntamento”? “Avevo. Non ci sono più appuntamenti”. “Bene”. “C’è il tempo per cercare, ma quando trovi non c’è più nessun altro cavolo di cazzo di tempo che quello di vivere. Devi azzannare il momento. E non fartelo scappare”. Non ci ho capito niente: “Bene”. “Ma basta qui. Troppo squallido. La prossima volta da me”. “Bene”. “Prenditi il numero. Ti faccio uno squillo”. Squilla: “Eccolo”. “Scrivi: Matilde virgola la mia ragazza. Oppure solo Tilde. O Matilde virgola l’altra. Insomma… Come vuoi”. Mi basta Matilde, ma non glielo dico. Lei non controlla. Non corro il rischio di fare casino. E poi non è prudente scrivere quello che mi verrebbe da scrivere.
Vado da quello che una volta chiamavano bidello. Fingo di cercare quei libri per comprarli. Ha un’intera biblioteca. Me li offre a un quarto del prezzo. Non mi spingo ad accusarlo. Gli dico che sembrano proprio quelli che ho scordato il mattino. Proprio quelli. Li sfoglio. Cito gli appunti che mi ricordo di aver preso. Lo faccio prima di raggiungere la pagina dove li ho presi. Gli dimostro che sono proprio i miei. Non ha coraggio di ribattere. Con voce bassa si scusa e si giustifica, per averli trovati abbandonati, sopra un tavolo in sala lettura. So che ho fatto solo a tempo ad andare alla macchina delle merendine. Che in quella sala non ci sono mai arrivato. Mi prendo i libri senza dire altro. Anzi lo ringrazio. Mi sento salvo.
Appena a casa provo a scrivere il pezzo. Inizio con un ringraziamento, che solo io so ironico, al signor Luigi. Proseguo con un elogio alla premurosa attenzione che mette nelle sue mansioni, e alle proprietà che gli smemorati studenti possono scordare nel loro girovagare per le aule dell’immenso complesso universitario. Concludo con un invito ai colleghi studenti di rivolgersi allo stesso signor Luigi per ogni smarrimento e per ogni bisogno o chiarimento. Come post-scriptum segnalo a tutti quelli che potessero aver bisogno di materiale didattico che lo possono trovare rivolgendosi all’ufficio di segreteria. Lì chiedendo del succitato zelante e scrupoloso custode. «Firmato Bernardo Carafa, giornalista». Diventa subito carta da cestino.

[1] Fabrizio De André: Nella mia ora di libertà

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Piccoli gialli italiani5. Non è più un gioco da ragazzi. È la terza rapina a una succursale Coop. Sono stati rapidi, e sono usciti con trecento euro e sporte con dodici chili di merce varia. Questa è roba grossa. Ci potrei ricavare un po’ di buoni pezzi. La mia carriera di giornalista non sta decollando. Cerco di avere notizie ufficiali. È inutile. Ancora una volta devo fare una mia indagine. Devo raccogliere le briciole intorno. Come fanno i piccioni. Munirmi di orecchie attente e di quell’aria distratta d’altro.
Non perché sono bravo. Solo perché alla gente piace parlare. E non hanno molto altro da fare. Forse perché so tacere ed ascoltare. Continuo a pensarci. Penso a quella ragazza strana, a Matilde. A quella nostra storia breve. Iniziata e già finita. Penso a quanto sono cretino. Cerco di capire e capisco che non ci ho capito un cazzo. E tra un pensiero a l’altro, tutti dedicati a lei, penso anche all’affare delle rapine. Entrambi mi sembrano così assurdi. Come se uno non fosse capitato a me. Come se l’altro non riguardasse veramente la città. Se fosse per me avrei già perso la voglia di uscire. D’altro canto non sto bene nemmeno in casa.
Inutile passare al Centro. Non sono cose per loro. Mi sarebbe più utile Marietta. La trovo al solito posto. Con il solito gotto in pugno. Gliene offro un altro. Poi ancora uno. La butto là con fare distratto: “Sai niente della storia dei supermercati”? È una che tiene. Dopo il terzo io comincio a traballare e lei comincia a parlare. Si fa più loquace: “Niente?… Vuoi dire tutto? Ero dentro quando sono entrati quelli. Avevo finito la margarina. Visto che c’ero ho preso anche un po’ di pane, e una boccia di Raboso. Quello si lascia bere. Entrano in tre. Uno impugna un cacciavite. Con quello minaccia la cassiera. Ostia. Mi son presa una paura boia. Una fifa del cazzo. E gli altri arraffano a caso. Qui e là. Quello che gli capita sottomano. Derrate. Carne in confezione regalo. Verdure. Frutta. Capisci. Senza manco guardare. Quello del cacciavite sembrava il capo. Ha detto agli altri: «Non aspettatevi niente. Dai colioni. Anche questa è carità senza carità». Uno mi è passato così vicino che… Mentre uscivano. Come da qui a là. Puzzava di una puzza di aglio”.
Non so se crederle e quanto. L’ho cercata io, ma forse mi stava aspettando. Come a tutti piace parlare, alla Marietta. E temo anche un po’ vantare. Siamo tutti eroi e protagonisti delle nostre storie. Per una sorta di riscatto. Ma lei sembra sincera. Soprattutto dopo un bel po’ di bicchieri. Non che sia… io, almeno, non l’ho mai vista ubriaca. Solitamente rincasa prima. Per addormentarsi davanti alla tele. Anche di quella sa proprio tutto. E non ha nessuna ipotesi. Ha solo la sua testimonianza. La soddisfazione di essere stata presente, per una volta, ad un fatto. Lei, di una cosa di cui tutta la città parla. Anzi bisbiglia. Come fosse una vergogna.
Le vie sono affollate. Le vie di questa città sono sempre affollate. Le vetrine dei negozi sempre uguali. I negozi sempre più vuoti. I commercianti sempre più grigi e tristi. Che piova o che non piova. La pioggia, per lo più, è nell’aria. C’è sempre qualcuno che ti ferma. Che ha qualcosa da dirti. Che ti tiene per la manica: “Senti questa”. “Aspetta che ti dico”. E poi la coppia di amici. Il gruppo di amici. Le famigliole. E tutti allo stesso modo con il bisogno di dire. E di parlare. Non ti annoi mai. E le parole assalgono le parole. Non c’è segreto che tenga. Ne fretta che tenga. Chi ha da fare grida e porta pazienza. Chi ha un appuntamento sa che lo aspetteranno. Perché è una città senza tempo.
Dal chiacchiericcio popolano vengo a sentire che Erano vestiti come quelli. “Quelli chi”? Non aggiunge altro. Un’altra voce autonoma e autarchica commenta “Poveretti”. Non so se si riferisca alle maestranze, ai clienti o ai rapinatori. Nemmeno faccio in tempo a vedere la faccia del commentatore. La cassiera se l’è cavata con una visita al wc. Questo è stato sentito dal barbiere. Per uno: “Io lo so. Sono sempre loro”. Da altre fonti anonime ascoltate qua e là apprendo che: “Non avevano la barba fatta.” e: “Vestiti proprio come straccioni. Sembrava avessero prima rapinato un bidone della monnezza”. Questo è uscito dopo una lunga messa in piega. A quello stronzo dell’ appuntato Buonadonna provo a dirlo: “Credo di avere una traccia”. E già mi sono pentito. “Credi”? “Forse”. “O vieni da noi a testimoniare o vai a fare in culo”. Col cazzo che mi metto a fare anche il testimone. Non sono un soffia. Una lingua lunga. Che sono anche sempre rogne. Infinite. Rischia di concludersi che ingabbiano me. E poi, tra disgraziati, non ci si gira le spalle. Sarebbe una vigliaccata. Avrei fatto meglio a pensarci prima.
Eppure c’erano degli indizi che li avrebbe visti anche un cieco. Un cieco ma non un pula. Prima di tutto quella puzza d’aglio. Siamo sotto Pasqua e mi sembra già più che sufficiente. Poi la storia del salame che hanno ritrovato subito. Nel primo cestone per le immondizie. E poi quella frase. Ma la frase forse è una cosa che so riconoscere solo io. Perché quando mi sono fermato a parlare era sorpreso. Mi ha detto che solo un altro si era fermato, ma solo per dirgli: “Fanculo, torna a casa”. Gli ho dato due euro. Mi ha detto che è moldavo e che non è dignitoso dover chiedere carità. Ma non c’è nessun lavoro per nessuno. Tantomeno per quelli come noi. Il peggio sono i colioni, che ti offendono, non solo con gli occhi, ma anche con le parole. E poi, oltre a non essere dignitoso il problema è chiedere la carità dove non c’è carità. Con gli occhi che ti guardano come un cane.
Non avevo altro. Ho aggiunto nel suo berretto anche il mio ultimo biglietto da cinque. Non ci avevo pensato mentre Marietta lo denunciava. Me ne sono ricordato solo dopo. Mentre cercavo qua e là conferme. Quando l’ho incontrato mentre andavo in centro e lui da lì sembrava tornarci. Quando mi ha salutato come un vecchio amico; non mi ha chiesto niente e se n’è andato diritto. Con un sorriso sospetto ma soddisfatto. Con un semplice e amicale: “Ciao colione”.
Spero che abbia festeggiato bene la Pasqua. Solo che in mano non mi è rimasto niente su cui scrivere. Sarò costretto a commentare la solita partita di calcio, o la sfilata di moda. Non me ne può fregare di meno, firmato il vostro Bernardo Carafa.

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