Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘testimonianze’

Foto dall'album Palestina Libera! dalla raccolta Viaggio nel Mondo di Vittorio ZaniniAl seguito del post di ieri (Nuove armi sperimentate a Gaza) come promesso oggi propongo le considerazioni che ne ha fatto seguire la stessa persona che me lo ha segnalato cioè un amico di Facebook: Russano Giuseppe

Foto del Che per il profilo FB di Russano GiuseppeSono stati individuati 4 tipi di ferite: carbonizzazione (nello studio indicato con C), bruciature superficiali (nello studio indicato con B), bruciature da fosforo bianco (nello studio indicato con M) e amputazioni (indicato con A). Gli elementi di cui è stata rilevata la presenza più significativa, in quantità molto superiore a quella rilevata nei tessuti normali, sono:
•alluminio, titanio, rame, stronzio, bario, cobalto, mercurio, vanadio, cesio e stagno nei campioni prelevati dalle persone che hanno subito una amputazione o sono rimaste carbonizzate;
•alluminio, titanio, rame, stronzio, bario, cobalto e mercurio nelle ferite da fosforo bianco;
•cobalto, mercurio, cesio e stagno nei campioni di tessuto appartenenti a chi ha subito bruciature superficiali;
•piombo e uranio in tutti i tipi di ferite;
•bario, arsenico, manganese, rubidio, cadmio, cromo e zinco in tutti i tipi di ferite salvo che in quelle da fosforo bianco;
•nichel solo nelle amputazioni;
Alcuni di questi elementi sono carcinogeni (mercurio, arsenico, cadmio, cromo nichel e uranio), altri potenzialmente carcinogeni (cobalto, vanadio), altri ancora fetotossici (alluminio, mercurio, rame, bario, piombo, manganese). I primi sono in grado di produrre mutazioni genetiche; i secondi provocano questo effetto negli animali ma non è dimostrato che facciano altrettanto nell’uomo; i terzi hanno effetti tossici per le persone e provocano danni anche per il nascituro nel caso di donne incinte: sono in grado, in particolare l’alluminio, di oltrepassare la placenta e danneggiare l’embrione o il feto. Tutti i metalli trovati, inoltre, sono capaci anche di causare patologie croniche dell’apparato respiratorio, renale e riproduttivo e della pelle.
La differente combinazione della presenza e della quantità di questi metalli rappresenta una “firma metallica”.
“Nessuno – spiega Paola Manduca, che insegna genetica all’università di Genova, portavoce del New Weapons Research Group – aveva mai condotto questo tipo di analisi bioptica su campioni di tessuto appartenenti a feriti. Noi abbiamo focalizzato lo studio su ferite prodotte da armi che non lasciano schegge e frammenti perché ferite di questo tipo sono state riportate ripetutamente dai medici a Gaza e perché esistono armi sviluppate negli ultimi anni con il criterio di non lasciare frammenti nel corpo. Abbiamo deciso di usare questo tipo di analisi per verificare la presenza, nelle armi che producono ferite amputanti e carbonizzanti, di metalli che si depositano sulla pelle e dentro il derma nella sede della ferita”.
“La presenza – prosegue – di metalli in queste armi che non lasciano frammenti era stata ipotizzata, ma mai provata prima. Con nostra sorpresa, anche le bruciature da fosforo bianco contengono molti metalli in quantità elevate. La loro presenza in tutte queste armi implica anche una diffusione nell’ambiente, in un’area di dimensioni a noi ignote, variabile secondo il tipo di arma. Questi elementi vengono perciò inalati dalla persona ferita e da chi si trovava nelle adiacenze anche dopo l’attacco militare. La loro presenza comporta così un rischio sia per le persone coinvolte direttamente, che per quelle che invece non sono state colpite”.
L’indagine fa seguito a due ricerche analoghe del Nwrg. La prima, pubblicata il 17 dicembre 2009, aveva individuato la presenza di metalli tossici nelle aree di crateri prodotti dai bombardamenti israeliani a Gaza, indicando una contaminazione del suolo che, associata alle precarie condizioni di vita, in particolare nei campi profughi, espone la popolazione al rischio di venire in contatto con sostanze velenose. La seconda ricerca, pubblicata il 17 marzo scorso, aveva evidenziato tracce di metalli tossici in campioni di capelli di bambini palestinesi che vivono nelle aree colpite dai bombardamenti israeliani all’interno della Striscia di Gaza…

Read Full Post »

Farfalla con i colori della PalestinaL’amico, Russano Giuseppe, richiama la mia attenzione su questo articolo, da Il Graffio news, e io lo riporto per voi. Domani aggiungerò i commenti dello stesso amico che è molto interessato sull’argomento.

NUOVE ARMI SPERIMENTATE A GAZA

Foto di uomo con il cadavere di un bambino
Tra il 2006 e il 2009 le forze armate israeliane hanno utilizzato armi sperimentali nelle operazioni militari all’interno della Striscia di Gaza. Lo ha rivelato una nuova ricerca condotta dall’università Sapienza di Roma, dall’università Chalmer in Svezia e dall’ateneo di Beirut e coordinata dal New Weapons Research Group (Nwrg), organizzazione italiana impegnata nello studio delle conseguenze dell’utilizzo delle armi non convenzionali, che ha analizzato le ferite riportate dagli abitanti dell’enclave palestinese in quel periodo. La ricerca, a differenza delle precedenti, ha studiato solo le ferite di ordigni e proiettili che non hanno lasciato schegge all’interno dei corpi. Una caratteristica fondamentale dello studio che è stata ampiamente sottolineata dagli scienziati come elemento fondamentale ai fini del risultato.
Ferite sul volto di un ragazzo
Le lesioni prese in considerazioni dagli esperti sono state quelle che hanno causato carbonizzazione, bruciature superficiali, bruciature al fosforo bianco e amputazioni. L’analisi delle ferite ha riportato una presenza elevata di numerosi elementi chimici di molto superiore a quella dei tessuti non danneggiati. In tutti i tipi di ferite presi in considerazione è stata trovata traccia di piombo e uranio e di altri elementi in grado di causare: patologie croniche dell’apparato respiratorio, renale e riproduttivo e della pelle e mutazioni genetiche negli animali, nell’uomo e nei feti.
Equipe medica attorno al corpo di un bambino
Nessuno aveva mai condotto questo tipo di analisi bioptica su campioni di tessuto appartenenti a feriti. Noi abbiamo focalizzato lo studio su ferite prodotte da armi che non lasciano schegge e frammenti perché esistono armi di questo tipo sviluppate solo negli ultimi anni”, ha spiegato Paola Manduca, insegnante di genetica all’università di Genova e portavoce del Nwrg citata dall’agenzia Infopal, la quale ha poi aggiunto che la presenza di metalli dannosi in questo tipo di armi era stata sempre ipotizzata ma mai provata. Fino ad ora.

Gaza: forze armate israeliane sperimentarono armi non convenzionali
di Matteo Bernabei

Il COMUNICATO STAMPA del New Weapons Committee:
Nuove armi sperimentate a Gaza: popolazione a rischio mutazioni genetiche
Biopsie delle vittime condotte in tre università: Roma, Chalmer (Svezia) e Beirut (Libano)

Comunicato stampa
Metalli tossici ma anche sostanze carcinogene, in grado cioè di provocare mutazioni genetiche. E’ quanto è stato individuato nei tessuti di alcune persone ferite a Gaza durante le operazioni militari israeliane del 2006 e del 2009.
L’indagine ha riguardato ferite provocate da armi che non hanno lasciato schegge o frammenti nel corpo delle persone colpite, una partcolarità segnalata più volte dai medici di Gaza, che indica l’impiego di armi sperimentali sconosciute, i cui effetti sono ancora da accertare completamente. La ricerca, che ha messo a confronto il contenuto di 32 elementi rilevati dalle biopsie, attraverso analisi di spettrometria di massa effettuate in tre diverse università, La Sapienza di Roma, l’università di Chalmer (Svezia) e l’università di Beirut (Libano), è stata coordinata da New Weapons Research Group (Nwrg), una commissione indipendente di scienziati ed esperti basata in Italia che studia l’impiego delle armi non convenzionali per investigare loro effetti di medio periodo sui residenti delle aree in cui vengono utilizzate. La rilevante presenza di metalli tossici e carcinogeni indica rischi diretti per i sopravvissuti ma anche di contaminazione ambientale.
I tessuti sono stati prelevati da medici dell’ospedale Shifa di Gaza, che hanno collaborato a questa ricerca, e che hanno classificato il tipo di ferita delle vittime. L’analisi è stata realizzata su 16 campioni di tessuto appartenenti a 13 vittime. I campioni che fanno riferimento alle prime quattro persone risalgono al giugno 2006, periodo dell’operazione “Pioggia d’Estate”. Quelli che appartengono alle altre 9 sono state invece raccolti nella prima settimana del gennaio 2009, nel corso dell’operazione “Piombo Fuso”. Tutti i tessuti sono stati esaminati in ciascuna delle tre università.
Sono stati individuati quattro tipi di ferite: carbonizzazione (nello studio indicato con C), bruciature superficiali (nello studio indicato con B), bruciature da fosforo bianco (nello studio indicato con M) e amputazioni (indicato con A). Gli elementi di cui è stata rilevata la presenza più significativa, in quantità molto superiore a quella rilevata nei tessuti normali, sono:

  • alluminio, titanio, rame, stronzio, bario, cobalto, mercurio, vanadio, cesio e stagno nei campioni prelevati dalle persone che hanno subito una amputazione o sono rimaste carbonizzate;
  • alluminio, titanio, rame, stronzio, bario, cobalto e mercurio nelle ferite da fosforo bianco;
  • cobalto, mercurio, cesio e stagno nei campioni di tessuto appartenenti a chi ha subito bruciature superficiali;
  • piombo e uranio in tutti i tipi di ferite;
  • bario, arsenico, manganese, rubidio, cadmio, cromo e zinco in tutti i tipi di ferite salvo che in quelle da fosforo bianco;
  • nichel solo nelle amputazioni;

Alcuni di questi elementi sono carcinogeni (mercurio, arsenico, cadmio, cromo nichel e uranio), altri potenzialmente carcinogeni (cobalto, vanadio), altri ancora fetotossici (alluminio, mercurio, rame, bario, piombo, manganese). I primi sono in grado di produrre mutazioni genetiche; i secondi provocano questo effetto negli animali ma non è dimostrato che facciano altrettanto nell’uomo; i terzi hanno effetti tossici per le persone e provocano danni anche per il nascituro nel caso di donne incinte: sono in grado, in particolare l’alluminio, di oltrepassare la placenta e danneggiare l’embrione o il feto. Tutti i metalli trovati, inoltre, sono capaci anche di causare patologie croniche dell’apparato respiratorio, renale e riproduttivo e della pelle.
La differente combinazione della presenza e della quantità di questi metalli rappresenta una “firma metallica”.
“Nessuno – spiega Paola Manduca, che insegna genetica all’università di Genova, portavoce del New Weapons Research Group – aveva mai condotto questo tipo di analisi bioptica su campioni di tessuto appartenenti a feriti. Noi abbiamo focalizzato lo studio su ferite prodotte da armi che non lasciano schegge e frammenti perché ferite di questo tipo sono state riportate ripetutamente dai medici a Gaza e perché esistono armi sviluppate negli ultimi anni con il criterio di non lasciare frammenti nel corpo. Abbiamo deciso di usare questo tipo di analisi per verificare la presenza, nelle armi che producono ferite amputanti e carbonizzanti, di metalli che si depositano sulla pelle e dentro il derma nella sede della ferita”.
“La presenza – prosegue – di metalli in queste armi che non lasciano frammenti era stata ipotizzata, ma mai provata prima. Con nostra sorpresa, anche le bruciature da fosforo bianco contengono molti metalli in quantità elevate. La loro presenza in tutte queste armi implica anche una diffusione nell’ambiente, in un’area di dimensioni a noi ignote, variabile secondo il tipo di arma. Questi elementi vengono perciò inalati dalla persona ferita e da chi si trovava nelle adiacenze anche dopo l’attacco militare. La loro presenza comporta così un rischio sia per le persone coinvolte direttamente, che per quelle che invece non sono state colpite”.
L’indagine fa seguito a due ricerche analoghe del Nwrg. La prima, pubblicata il 17 dicembre 2009, aveva individuato la presenza di metalli tossici nelle aree di crateri prodotti dai bombardamenti israeliani a Gaza, indicando una contaminazione del suolo che, associata alle precarie condizioni di vita, in particolare nei campi profughi, espone la popolazione al rischio di venire in contatto con sostanze velenose. La seconda ricerca, pubblicata il 17 marzo scorso, aveva evidenziato tracce di metalli tossici in campioni di capelli di bambini palestinesi che vivono nelle aree colpite dai bombardamenti israeliani all’interno della Striscia di Gaza.

Contatti ufficio stampa
Fabio De Ponte
Tel. 347.9422957
Email: info@newweapons.org
Sito: www.newweapons.org

Box di scarico del comunicato in formato PDF

COMUNICATO STAMPA del New Weapons Committee (PDF)

Read Full Post »

Viaggio nel mondo. Se c’è un argomento che ha “intasato” questi giorni è quello della Palestina soprattutto dopo l’intervento di Abu Mazen all’Onu. Abbiamo vissuto a llungo (e stiamo continuando a farlo) con molto ignoranza al riguardo. Cercherò di dire qui e altrove, oggi e andando avanti, alcune cose magari periferiche, a riguardo; non tanto con la presunzione di sapere, tutt’altro, ma con la voglia di incuriosire. Qui approfitto, a sua insaputa, di un amico di Facebook, Vittorio Zanini, e del suo splendido album fotografico: Viaggio nel Mondo ► Foto. Vittorio (oggi è un gran bel nome) mi tagga in una bellissima foto che potete vedere qui sotto. A corredo mette un testo-testimonianza che mi sembra valga la pena condividere con gli amici che hanno a cuore la pace e la situazione di quel paese senza pace e senza terra che si chiama Palestina.
Foto di un quadro che raffigura due mani incatenate che lasciano volare via una farfalla con i colori palestinesi
Sognando la Palestina, ecco come Kapuscinski raccontava i palestinesi:
Tutte le civiltà d’Europa e del Medio Oriente hanno piantato un albero sulla terra palestinese e il palestinese si è nutrito dei suoi frutti. In mezzo a un gruppo di gente che discute, il palestinese si riconosce a prima vista poiché dice sempre cose valide e interessanti anche quando non ha ragione.
Al mondo ci sono tre milioni di palestinesi, ma il loro peso e la loro influenza non sono misurabili in cifre. Metà di essi vegeta nei miserabili campi profughi, ma l’altra metà è sparpagliata in tutti i paesi del Medio Oriente, dove occupa posizioni importanti: consiglieri di presidenti e ministri, capi di grandi imprese e di università. I palestinesi appartengono all’elite culturale del mondo arabo. Sono eccellenti architetti e medici, ottimi economisti e commentatori. I palestinesi risparmieranno ogni centesimo (quelli che i soldi ce li hanno, ovviamente) per investirli nell’istruzione dei figli. Sono ambiziosi. Spogliati della patria e di uno stato proprio, lottano per l’avanzamento individuale nei paesi in cui è toccato loro vivere. Aspirano a essere saggi consiglieri, esperti insostituibili, specialisti in politica, in economia e nella propaganda.
Si conoscono gli uni con gli altri, sanno dove sta e che cosa fa ciascuno di loro. Il palestinese del Libano vi darà una lettera per uno del Kuwait, questi ve ne darà una per un palestinese dello Yemen che, a sua volta, vi raccomanderà a uno della Libia. E così, di palestinese in palestinese, potrete girare l’intero Medio Oriente sempre ben accolti e ben informati sulla situazione.
Dire che i palestinesi governino il Medio Oriente è ovviamente falso: certo è, però, che chiunque sottovaluti la loro influenza sui destini mediorientali commette uno sbaglio.
Israele avrebbe vita molto più facile se il suo diretto avversario non fossero i palestinesi.
Un osso duro.
Condividono la caratteristica di tutti i semiti: la passione per le discussioni. La mente del palestinese lavora a velocità vertiginosa e senza un attimo di sosta, Si dice che, al caffè, il palestinese chieda al cameriere: «Per favore, un caffè e qualcuno con cui discutere».
Il palestinese ha bisogno di esprimersi, di prendere a tutti i costi una posizione, altrimenti sta male. Una caratteristica che è anche la causa delle divisioni in seno al movimento palestinese. La minima differenza d’opposizione scatena le passioni più furibonde e le lotte più accanite. Bisogna aspettare che torni la calma e che tutti ammettano, per metà contenti e per metà imbarazzati, che in realtà non c’era bisogno di litigare.

Read Full Post »

Fotomontaggio su immagini di pubblico dominioRipropongo un vecchio post inserito nel blog di Rossaura.
Riporto qui integralmente l’articolo dei Wu Ming (che amo in modo particolare) scritto (naturalmente a più mani) in occasione della preparazione delle giornate di Genova e poi raccolto nel libro Giap! Questo nel tentativo di cominciare a fornire materiali di riflessione.

Si consente la riproduzione parziale o totale dell’opera
e la sua diffusione per via telematica. purché non a scopi commerciali
e a condizione che questa dicitura sia riprodotta
© 2003 Giulio Einaudi editore s. p. a.. Torino
www. einaudi. it
88-06-16559-3

Dalle moltitudini d’Europa in marcia contro l’Impero e verso Genova (maggio 2001)

Noi siamo nuovi ma siamo quelli di sempre.

Siamo antichi per il futuro, esercito di disobbedienza le cui storie sono armi, da secoli in marcia su questo continente. Nei nostri stendardi è scritto «Dignità». In nome di essa combattiamo chi si vuole padrone di persone, campi, boschi e corsi d’acqua, governa con l’arbitrio, impone l’ordine dell’impero, immiserisce le comunità.

Siamo i contadini della Jacquerie. I mercenari della Guerra dei cent’anni razziavano i nostri villaggi, i nobili di Francia ci affamavano. Nell’anno del Signore 1358 ci sollevammo, demolimmo castelli, ci riprendemmo il nostro. Alcuni di noi furono catturati e decapitati. Sentimmo il sangue risalire le narici, ma eravamo in marcia ormai, e non ci siamo più fermati.

Siamo i ciompi di Firenze, popolo minuto di opifici e arti minori. Nell’anno del Signore 1378 un cardatore ci guidò alla rivolta. Prendemmo il Comune, riformammo arti e mestieri. I padroni fuggirono in campagna e di là ci affamarono cingendo d’assedio la città. Dopo due anni di stenti ci sconfissero, restaurarono l’oligarchia, ma il lento contagio dell’esempio non lo potevano fermare.

Siamo i contadini d’Inghilterra che presero le armi contro i nobili per porre fine a gabelle e imposizioni. Nell’anno del Signore 1381 ascoltammo la predicazione di John Ball: «Quando Adamo zappava ed Eva filava | chi era allora il padrone?» Con roncole e forconi muovemmo dall’Essex e dal Kent, occupammo Londra, appiccammo fuochi, saccheggiammo il palazzo dell’Arcivescovo, aprimmo le porte delle prigioni. Per ordine di re Riccardo II molti di noi salirono al patibolo, ma nulla sarebbe più stato come prima.

Siamo gli hussiti. Siamo i taboriti. Siamo gli artigiani e operai boemi, ribelli al papa, al re e all’imperatore dopo che il rogo consumò Ian Hus. Nell’anno del Signore 1419 assaltammo il municipio di Praga, defenestrammo il borgomastro e i consiglieri comunali. Re Venceslao morì di crepacuore. I potenti d’Europa ci mossero guerra, chiamammo alle armi il popolo ceco. Respingemmo ogni invasione, contrattaccando entrammo in Austria, Ungheria, Brandeburgo, Sassonia, Franconia, Palatinato… Il cuore di un continente nelle nostre mani. Abolimmo il servaggio e le decime. Ci sconfissero trent’anni di guerre e crociate.

Siamo i trentaquattromila che risposero all’appello di Hans il pifferaio. Nell’anno del Signore 1476, la Madonna di Niklashausen si rivelò a Hans e disse: «Niente più re né principi. Niente più papato né clero. Niente più tasse né decime. I campi, le foreste e i corsi d’acqua saranno di tutti. Tutti saranno fratelli e nessuno possiederà più del suo vicino». Arrivammo il giorno di Santa Margherita, una candela in una mano e una picca nell’altra. La santa Vergine ci avrebbe detto cosa fare. Ma i cavalieri del Vescovo catturarono Hans, poi ci attaccarono e sconfissero. Hans bruciò sul rogo. Non così le parole della Vergine.

Siamo quelli dello Scarpone, salariati e contadini d’Alsazia che, nell’anno del Signore 1493, cospirarono per giustiziare gli usurai e cancellare i debiti, espropriare le ricchezze dei monasteri, ridurre lo stipendio dei preti, abolire la confessione, sostituire al Tribunale imperiale giudici di villaggio eletti dal popolo. Il giorno della santa Pasqua attaccammo la fortezza di Schlettstadt, ma fummo sconfitti, e molti di noi impiccati o mutilati ed esposti al dileggio delle genti. Ma quanti di noi proseguirono la marcia portarono lo Scarpone in tutta la Germania. Dopo anni di repressione e riorganizzazione, nell’anno del Signore 1513 lo Scarpone insorse a Friburgo. La marcia non si fermava, né lo Scarpone ha più smesso di battere il suolo.

Siamo il Povero Konrad, contadini di Svevia che si ribellarono alle tasse su vino, carne e pane, nell’anno del Signore 1514. In cinquemila minacciammo di conquistare Schorndorf, nella valle di Rems. Il duca Ulderico promise di abolire le nuove tasse e ascoltare le lagnanze dei contadini, ma voleva solo prendere tempo. La rivolta si estese a tutta la Svevia. Mandammo delegati alla Dieta di Stoccarda, che accolse le nostre proposte, ordinando che Ulderico fosse affiancato da un consiglio di cavalieri, borghesi e contadini, e che i beni dei monasteri fossero espropriati e dati alla comunità. Ulderico convocò un’altra Dieta a Tubinga, si rivolse agli altri principi e radunò una grande armata. Gli ci volle del bello e del buono per espugnare la valle di Rems: assediò e affamò il Povero Konrad sul monte Koppel, depredò i villaggi, arrestò sedicimila contadini, sedici ebbero recisa la testa, gli altri li condannò a pagare forti ammende. Ma il Povero Konrad ancora si solleva.

Siamo i contadini d’Ungheria che, adunatisi per la crociata contro il Turco, decisero invece di muover guerra ai signori, nell’anno del Signore 1514. Sessantamila uomini in armi, guidati dal comandante Dozsa, portarono l’insurrezione in tutto il Paese. L’esercito dei nobili ci accerchiò a Czanad, dov’era nata una repubblica di eguali. Ci presero dopo due mesi d’assedio. Dozsa fu arrostito su un trono rovente, i suoi luogotenenti costretti a mangiarne le carni per aver salva la vita. Migliaia di contadini furono impalati o impiccati. La strage e quell’empia eucarestia deviarono ma non fermarono la marcia.

Siamo l’esercito dei contadini e dei minatori di Thomas Müntzer. Nell’anno del Signore 1524, al grido di: «Tutte le cose sono comuni!» dichiarammo guerra all’ordine del mondo, i nostri Dodici articoli fecero tremare i potenti d’Europa. Conquistammo le città, scaldammo i cuori delle genti. I lanzichenecchi ci sterminarono in Turingia, Müntzer fu straziato dal boia, ma chi poteva più negarlo? Ciò che apparteneva alla terra, alla terra sarebbe tornato.

Siamo i lavoranti e contadini senza podere che nell’anno del Signore 1649, a Walton-on-Thames, Surrey, occuparono la terra comune e presero a sarchiarla e seminarla. Diggers, ci chiamarono. «Zappatori». Volevamo vivere insieme, mettere in comune i frutti della terra. Più volte i proprietari terrieri istigarono contro di noi folle inferocite. Villici e soldati ci assalirono e rovinarono il raccolto. Quando tagliammo la legna nel bosco del demanio, i signori ci denunciarono. Dicevano che avevamo violato le loro proprietà. Ci spostammo a Cobham Manor, costruimmo case e seminammo grano. La cavalleria ci aggredì, distrusse le case, calpestò il grano. Ricostruimmo, riseminammo. Altri come noi si erano riuniti in Kent e in Northamptonshire. Una folla in tumulto li allontanò. La legge ci scacciò, non esitammo a rimetterci in cammino.

Siamo i servi, i lavoranti, i minatori, gli evasi e i disertori che si unirono ai cosacchi di Pugaciov, per rovesciare gli autocrati di Russia e abolire il servaggio. Nell’anno del Signore 1774 ci impadronimmo di roccaforti, espropriammo ricchezze e dagli Urali ci dirigemmo verso Mosca. Pugaciov fu catturato, ma il seme avrebbe dato frutti.

Siamo l’esercito del generale Ludd. Scacciarono i nostri padri dalle terre su cui vivevano, noi fummo operai tessitori, poi arrivò l’arnese, il telaio meccanico… Nell’anno del Signore 1811, nelle campagne d’Inghilterra, per tre mesi colpimmo fabbriche, distruggemmo telai, ci prendemmo gioco di guardie e contestabili. Il governo ci mandò contro decine di migliaia di soldati e civili in armi. Una legge infame stabilì che le macchine contavano più delle persone, e chi le distruggeva andava impiccato. Lord Byron ammonì:

Non c’è abbastanza sangue nel vostro codice penale, che se ne deve versare altro perché salga in cielo e testimoni contro di voi? Come applicherete questa legge? Chiuderete un intero paese nelle sue prigioni? Alzerete una forca in ogni campo e appenderete uomini come spaventa corvi? O semplicemente attuerete uno sterminio? Sono questi i rimedi per una popolazione affamata e disperata?

Scatenammo la rivolta generale, ma eravamo provati, denutriti. Chi non penzolò col cappio al collo fu portato in Australia. Ma il generale Ludd cavalca ancora di notte, al limitare dei campi, e ancora raduna le armate.

Siamo le moltitudini operaie del Cambridgeshire, agli ordini del Capitano Swing, nell’anno del Signore 1830. Contro leggi tiranniche ci ammutinammo, incendiammo fienili, sfasciammo macchinari, minacciammo i padroni, attaccammo i posti di polizia, giustiziammo i delatori. Fummo avviati al patibolo, ma la chiamata del capitano Swing serrava le file di un esercito più grande. La polvere sollevata dal suo incedere si posava sulle giubbe degli sbirri e sulle toghe dei giudici. Ci attendevano centocinquant’anni di assalto al cielo.

Siamo i tessitori di Slesia che si ribellarono nell’anno 1844, gli stampatori di cotonate che quello stesso anno infiammarono la Boemia, gli insorti proletari dell’anno di grazia 1848, gli spettri che tormentarono le notti dei papi e degli zar, dei padroni e dei loro lacchè. Siamo quelli di Parigi, anno di grazia 1871.
Abbiamo attraversato il secolo della follia e delle vendette, e proseguiamo la marcia.

Loro si dicono nuovi, si battezzano con sigle esoteriche: G8, Fmi, Wb, Wto, Nafta, Ftaa… Ma non ci ingannano, sono quelli di sempre: gli écorcheurs che razziarono i nostri villaggi, gli oligarchi che si ripresero Firenze, la corte dell’imperatore Sigismondo che attirò Ian Hus con l’inganno, la Dieta di Tubinga che obbedì a Ulderico e annullò le conquiste del Povero Konrad, i principi che mandarono i lanzichenecchi a Frankenhausen, gli empi che arrostirono Dozsa, i proprietari terrieri che tormentarono gli Zappatori, gli autocrati che vinsero Pugaciov, il governo contro cui tuonò Byron, il vecchio mondo che vanificò i nostri assalti e sfasciò ogni scala per il cielo.

Oggi hanno un nuovo impero, su tutto l’orbe impongono nuove servitù della gleba, si pretendono padroni della Terra e del Mare.

Contro di loro, ancora una volta, noi moltitudini ci solleviamo.

Genova. Penisola italica. 19, 20 e 21 luglio
di un anno che non è più di alcun Signore.

Read Full Post »

linguacciaE’ strano come i ricordi ci tirino, a volte, scherzi birboni. Ci Avete mai pensato? Parlavo con un’amica, un’amica di blog. Non è di quel rapporto che voglio parlare. Per principio ammetto che questo in me avviene o almeno può avvenire. Ti confronti con una persona e, a distanza di tempo, cose che tu pensavi di ricordare bene lei le dipinge in modo diametralmente opposto. Magari se cerchi una testimonianza terza avrai anche una terza versione dell’accaduto. Non sono qui a stabilire chi avesse o porti ragione. Non servirebbe. Sarei di parte. Non è il senso di questo post. Naturalmente ho ragione io, ma questa è una conclusione scontata ancorché ironica. La ragione se la prende, alla fine, chi ne parla, cioè ognuno si costruisce la propria ragione. Naturalmente sono io il più buono. Ho pure assistito alla costruzione di una ragione anche sull’assurdo. Ci sono casi in cui ci si convince di una cosa, e penso si arrivi a farlo in totale buona fede, perché abbiamo bisogno di giustificare la nostra etica. Inveiamo verso una persona e poi ci convinciamo del momento preciso in cui siamo stati provocati, magari invece era solo la nostra stanchezza. Non paghiamo un debito ma a guardar bene un po’ di giustificazioni le abbiamo, magari il lavoro era male eseguito o comunque lui ne ha meno bisogno di noi. Certo io non lo faccio mai, cioè non lo ammetteremo mai. Credo che il meccanismo possa essere inconscio e pertanto siamo autorizzati a non ammetterlo. Per fortuna con Lei, il mio caro e tenero e dolce grande amore, non si è mai verificato nulla del genere. Quando rammentiamo lo stesso episodio lo ricordiamo alla stesso modo; uguale. Magari nel commento dei ricordi dell’altro diamo interpretazioni discordanti, ma questo è un problema periferico e poco importante. Quando allora usai espressioni poco carine, ma poco poco e non pesanti, solo stupide, le ricordiamo uguali, e io le ho ricordate sempre e sempre me le sono rimproverate. Ma torniamo a noi per ribadire che la barca dei nostri ricordi fa acqua. Avevo messo il telefonino sopra il tavolo e non lo trovo più. “Chi me l’ha spostato”? “Sono sicuro di averti detto alle sette”. In realtà, in questo caso, ma solo in questo caso era vero e anche lei aveva sentito sette, solo non avevo specificato il giorno. Per fortuna la mia compagna è anche puntuale ma ne ho conosciute che una mezza giornata non era sufficiente per un loro ritardo. Poi ricordavano male e avevano capito le cose più inverosimili. E non parliamo poi delle promesse d’amore. Intorno al tema sono stati scritti interi romanzi. Nel ricordo le parole sfumano e si mutano; in una processo di aggiornamento che soffre la memoria. In certo momenti verrebbe voglia di non ricordare, quando lo stesso ricordo non è addirittura una condanna. Tutto questo, alla fine, è solo frammenti di niente. “Avevi detto dal parrucchiere”. “No! Avevo detto da mia mamma”. “Solo che mammina ha chiamato per cercarti”. Questo è un pallido esempio se lo pensiamo all’interno dei piccoli rapporti interpersonali. Proviamoci e pensiamolo in politica: “io non ho mai affermato che diritti e doveri sono uguali per tutti, non vorrai paragonarmi con una che non si sa ne da dove viene che dove vuole andare”? La più bella è racchiusa in tanti inizi di frasi. Un esempio. Se una persone interviene con “non per essere razzista” è certo non solo che non conosce il significato del termine xenofobia, ma è altrettanto sicuro che si rimangerà tutto e contraddirà anche all’interno della stessa frase. E ne ho conosciuti tanti che sarebbero stati pacifisti ma erano gli altri che li facevano incazzare. Insomma la politica de io la butto giù questa porta se non mi fai entrare. E allora io ricordo di aver votato per l’elezione di alcuni che avevano detto di andarci per rappresentare me. Ci sono andati per mangiare loro. Chi ricorda bene? Non ne sono certo ma troverei strano aver dato loro il voto se mi avessero promesso che ci andavano a mangiare. E potrei portarne di esempi fino alla noia, ma poi si chiamano anche luoghi comuni. Insomma, alla fine, chi aveva iniziato la discussione che mi ha portato a riflettere così sul valore del ricordo? Io, lei? Cosa importa se fuori fa un caldo equatoriale e io comincio a far parte delle categorie a rischio?

Read Full Post »

franca1Già! mica sembra vero. Era corsa giù dalle scale. Con il cuore in gola. Prima di pensarci. Prima di esserne sicura. Eppure il suo cuore non le poteva mentire. Credeva di averlo scordato. Credeva di aver potuto scordare tutto. Era bastato un attimo. E in quell’attimo tutto era tornato vivo. Come sarebbe stato? Chi sarebbe stato? Cosa avrebbe potuto dirgli? Paure ed emozioni. Quella folla di pensieri che le sfuggivano. In gola le si era arenato il respiro. Le labbra secche. Non era possibile. Non ci avrebbe creduto finché non se lo fosse trovato davanti. E poi? Forse era solo una pazzia. Una completa pazzia. Ripiombare in quel passato, lontano. Se non lo faceva subito poi non ne avrebbe più avuto il coraggio. Doveva essere così. Le gambe la trascinavano da sole. E perdevano forza gradino dopo gradino. Per non parlare del respiro. Non le importava più nulla di come l’avrebbe guardata. Dopo tutto quel tempo, a pensarci può sembrare stupido: “E’ tanto che aspetti”?
Da non crederci, e, lui, ancora non ci credeva. Sì! era lei; e non lo era più. Troppe cose erano passate. Allora, quand’era partito le aveva detto abbracciandola disperatamente: “Non mi aspettare”. Si era illuso e si era mentito. Si sentiva uomo. Sprezzante. Poi si era allontanato senza guardare indietro. No! non avevano un appuntamento. Forse l’avevano sempre avuto. Lei gli aveva promesso che lo avrebbe aspettato per sempre, ma era solo una ragazza; era solo una promessa di ragazza. Non poteva sapere. Le cose non vanno come nelle promesse. Non c’è un tempo che non trascini le cose con sé, e che non si accanisca a trasformarle. Non si può vivere solo di ricordi, per quanto belli. Lui credeva di saperlo. Non sapeva nulla; come quando si è ragazzi. E avrebbe voluto ricordare solo ciò che non gli costava fatica. Aveva imparato, nel tempo, a vivere con la sua immagine nel portafoglio. La foto si era sgualcita, ma lei era rimasta uguale; uguale per tutto quel tempo. Era stato solo in quella foto in bianco e nero. La vita non è così: era lei e non era lei. I suoi occhi erano i suoi occhi, ma c’era qualcosa che non conosceva in quegli occhi. Sarebbe rimasto a guardarli per giorni. E la sua voce; nel linguaggio, mostrava un insolito imbarazzo. Non era molto che aspettava: non più di quarantadue anni; in fondo un attimo. Solo un attimo che l’aveva fatto vecchio; non certo saggio.
Ma tu allora”…
Non dire nulla. Non mi sono perdonata nulla. E’ così che sono cresciuta”.
Già! cresciuta. Del senno di poi… certe assurdità hanno ragione di essere dette solo dopo. E subito chiedono scusa. Si nascondono fra le banalità fuggite. Chi ha detto che bisogna morire sempre un po’ per vivere? Che quello è il prezzo per crescere? Andare sempre avanti. La riconosceva. Ma poi chi l’aveva detto che lui voleva crescere? Era stato uno di quei ragazzi, quei ragazzi che non potevano diventare vecchi. E lei era la sua ragazza. Già! anche questo l’aveva detto mille volte. E ancora gli erano sfuggite quelle parole, le solite banalità. Cose da sembrare ridicole. Forse deve essere così. Le difficoltà del silenzio. La testardaggine del tempo. Non era tornato per quello. E in quel momento i fasci erano l’ultimo dei suoi problemi.
Si era impigrito su quel pozzo. Il libro gli intralciava in mano. Forse sarebbe stato strano che fosse un libro diverso: La fata carabina. Daniel Pennac. Come si può non amare Pennac. Se avesse potuto pensarci avrebbe giurato che anche lei dovesse amarlo. Tra loro era sempre stato così. E poi lui era stato spesso per le strade di Belleville. In fondo anche quello era stato il suo mondo. Oppure un mondo simile. E lei era la sua Julie de Corrençon. Quante volte avrebbe voluto anche lui rifuggirsi tra le sue tette. Provò un leggero imbarazzo a pensarlo. Allora non aveva quei seni ingombranti. Gli tornò l’imbarazzo e abbassò gli occhi. Allora quasi non ne aveva. Già! quelle calli e quella stretta con quella pancia. I luoghi dove erano passati. Dove avevano cercato quel poco di intimità. E quei loro ultimi disperati abbracci. Gli facevano male ancora.
Riconosceva quelle case. Riconosceva nuovamente quella città; la sua Venezia. La loro. Cercò le sigarette temendo di averle finite. Le sue mani frugavano cercando di trarlo fuori da quella situazione. Gli fosse venuta incontro almeno la sera, come allora; ma non è abbastanza sera. Non aveva nessuna possibilità di nascondersi. Sapeva che era tornata sui banchi di scuola. Sapeva che aveva sudato tutto. Sapeva persino quello che non aveva mai saputo. E il suo bambino si stava facendo adulto. Quanti anni doveva avere? Quante cose erano passate tra loro. Capì subito quanto ne fosse rimasta stanca. E non era cresciuta. Lo seppe. Non avrebbe potuto farlo. Non a quel prezzo. Così come lui non era riuscito a dimenticare, a scappare. Si era portato tutto dietro. Si era ritrovato spesso negli stessi posti. Era tornato a baciare la sua immagine riflessa in quell’acqua cheta. Al suono di piccole onde. Non che sapesse perché. Era stata tutta una immane pazzia. Non aveva dubbi di essere nuovamente impazzito; che pazzi erano rimasti. Scoppiò a ridere come uno scemo. Lei si fece cauta ma poi glielo disse proprio come allora, ritrovando un coraggio che aveva perduto, con lo stesso tono e la stessa esse trascinata: “Scemo”.
Ho bisogno di farla”.
Perché non sali; allora”.
Incredibile; da non crederci. Non poteva immaginare che lei abitasse proprio là. In quei posti in cui erano stati allora. In cui erano stati solo due ragazzi confusi, e curiosi, e impacciati. Non l’aveva fatto di proposito. Non aveva mai imparato a farlo. A sentirsi così impacciato nuovamente gli sembrò stupido e… meravigliosamente stupido. E tornò a scoprire che aveva una batteria al posto del cuore. In quel momento i respiri li ritmava la grancassa. Avrebbe voluto dirle: solo un attimo. Fammi respirare. Aveva bisogno di deglutire brandelli di quell’aria. Di annusare il sale marcio.
Quel respiro sospeso. La propria curiosità, non più indolente. Lei aveva posto nella sue parole tutto il coraggio che le era rimasto. Si ritrovò svuotata. La casa non era nemmeno in ordine. Nella fretta non aveva raccolto il cellulare. Era rimasto tutto com’era. Lui non poteva conoscerla. Era una casa anche troppo grande. Cosa avrebbe pensato? Si ricordò di chi era. Sapeva che non poteva essere cambiato tanto. Non ebbe il tempo di pensare altro. Lo condusse su per quelle scale. Lui si lasciò guidare; ancora una volta. Lungo i gradini di marmo consumati l’odore di piscio di gatto. Davanti alla porta non seppe più resistere. Fu troppo violento. Glielo chiese e poi l’abbracciò e la baciò.
Forse è meglio che entriamo. La camera è di là”.
Lui non la conosceva quella fretta. I quadri in processione alle pareti. Pavimenti alla veneziana e soffitti veneziani; alti. Rischiò di incespicare nell’enorme tappeto persiano. Persiano? Li chiamano così. Chissà se vengono tutti di là? Scusami, ho un appuntamento con dio. E la fila delle foto nelle cornici. A raccontare una storia in breve. Lei durante alcune delle sue età. E lui. Strane le cose, avevano lo stesso nome. Non gli assomigliava per nulla. Una cartolina appoggiata su una mensola. Una vetrina di vasi di vetro, naturalmente; di Murano. Il suo imbarazzo. Quella luce non luce. Senza colore. Che smorzava i colori. Quel senso di tranquilla noncuranza. Quella casa fin troppo grande. Era curioso di tutto. Non si chiese come. Le parole avrebbero potuto rimbalzare tra le pareti e lungo le scale. Diventare un suono che si moltiplicava e si ingigantiva. E tutto che invitava al silenzio. Quello di lei, imbarazzo. E lui che non riusciva a staccarsi dalle sue labbra. Non poteva più aspettare. E c’era fin troppa luce in quella stanza.
Lei pensò – e se non gli piaccio più?
Si accorse di quanto era stata stupida. No! non ci aveva pensato. Avesse avuto uno specchio forse sarebbe fuggita. Era per quello che nella stanza non c’erano specchi. Era la sua fortuna. Più una sorta di punizione che s’era data: disprezzando il tempo ma al contempo vietandosi la testimonianza del suo passare. Chiese inutilmente aiuto ad un po’ di quella risolutezza che aveva sempre cercato di vestire. Non poteva tornare indietro. Si sentì indifesa nella penombra. Si sentì osservata eppure. Fuggì gli occhi di lui e si sfilò l’abito; non avrebbe dovuto scorgere che mancava fierezza a quel viso. Temeva il suo giudizio e avrebbe pagato perché potesse vederla come allora. Almeno con gli stessi occhi. Non poteva sapere. Almeno con occhi indulgenti. Non ci si può nascondere sempre; agli altri e a se stessa. Allora aveva paura dell’amore. In quel momento sarebbe fuggita; ma non per quello. Quella era l’unica paura che aveva perduto. E dell’amore continuava a chiedersi perché?
Lui pensò che quella donna era invecchiata. E invecchiata male. E che aveva scritto ogni offesa sulla pelle. Che non aveva mai visto tanta sofferenza in un corpo di donna. Nei suoi occhi non c’era più quella luce. Il suo sorriso pareva quasi una smorfia. Capiva perché gli dava le spalle; non voleva che lo vedesse. Si sentì morire. Doveva usare tutto il viso per sorridere. Guardò l’ora ma non aveva nessun appuntamento. Dio! cosa aveva fatto. Non voleva sentirsene, in qualche modo, ancora responsabile. Era passato troppo tempo. Per troppe volte ci aveva pensato. La sua bellezza antica era sfiorita. Ora era solo una donna sconfitta. Non poteva non vedere quello che era diventata. Ma è Lei, è Rossana. Cazzo! Non poteva offenderla di quegli occhi.
E se gli avesse chiesto? Non voleva che sapesse che era stato lui ad andare incontro a quel coltello. Si guadò la cicatrice. Era un offesa orrenda. Alla fine, lo sapeva, lo sperava, lei ci avrebbe fatto scorrere le dita. Avrebbe cercato di cancellarla. Non gli dava più dolore, ed era giusto che lei non sapesse. Glielo doveva; così come le doveva tutto. Si vergognava di sé. Le diede le spalle. Poggiò le sue poche cose sul comodino, assieme al libro. Niente era più lo stesso. Un alito di vento faceva respirare la tenda. Un brivido lo percorse. Quel brivido la percorse. Trattenne un ultimo frammento di pudore. Nemmeno lui era rimasto lo stesso. Gran brutta bestia la solitudine. Non ti avvisa mai per tempo. Aveva imparato a conviverci. E’ una compagna gelosa. Non ti abbandona mai. Così l’aveva accompagnato anche tra le braccia di altre donne. Spesso ubriaco. Con quel senso di colpa. Capì che aveva bisogno di rifugiarsi fra le sue braccia. Che non c’era più tempo.
Ho cercato di restare me stessa, nonostante tutti. Di sognare di poter avere ancora la forza di sognare”.
Vi si precipitò senza più pensarci. La riconobbe completamente appena l’ebbe stretta a sé. Era curioso di quella due donne. Di ciò che riconosceva di quello che era stata e di quella nuova donna che aveva voluto essere. Delle storie che le pesavano addosso. Non poteva certo pretendere che tutto andasse come avrebbe voluto che fosse andato. Era anche tardi per avere rimpianti. Allora, a quel tempo, lei aveva paura dell’amore. Aveva solo vissuto tutto quello che la vita le aveva permesso di vivere. E aveva la bocca piena di parole. Nella testa una folla di memorie. Quello che la sorprendeva era una speranza nuova. Quello che aveva ritrovato intatto. Una canzone che le tornava in testa. Quei versi. La loro disperata malinconia. La voglia di provare. Ancora una volta. Di ritrovarli, e ritrovarsi. Il dolore che nuovamente li provocava. Come se fosse tutto ancora lì, ancora vivo. Fosse solo ieri. Tutto ciò pareva solo incredibile. Si sentiva ancora fragile. Una paura che la sfidava, ma una paura che non temeva; di cui non aveva paura.
Anche lei aveva viaggiato molto, ma non si era mai allontanata. Era rimasta legata alla sua città, era sempre tornata; tornata indietro, a Venezia. Aveva raccolto i frammenti del proprio cuore in un fazzoletto di lino. Aveva pianto e nei giorni di sole asciugato le sue lacrime. Non si era arresa mai. Aveva visto partire altre navi. Solo su alcune era salita. Mai su quella barca. Preferiva stare ai remi. Preferiva essere una donna che non chiede. Aveva scelto di morire piuttosto che ferire. E per tutto quel tempo non aveva saputo. Quel tempo e le cose l’avevano piegata. Gli amori e i finti amori. Ferita di ferite profonde e di silenzi. Tutto portava nel viso e nella pelle.
Voleva gridare che non si era mai arresa. Che non avrebbe fatto un passo indietro. E non l’aveva fatto. Avrebbe voluto gridare. In un sospiro cercò di emendarsi. Tutti quei dolori erano troppi anche per lei. Aveva continuato a sperare, strenuamente. No! non s’era arresa. Eppure aveva sperato per niente. Aveva sperato solo fino a rendere più dura la parola fine. E ormai non credeva più nemmeno di essere stata e di esserne stata capace. Aveva negato che anche quella ragazza fosse persino esistita. E quello che lei stessa aveva scritto. Quelle lettere erano andate perdute, ma non il resto. O almeno questo credeva: che fossero andate perdute. Non sapeva arrendersi come. Non credeva più di essere stata veramente capace di amare. Si era sacrificata davanti al niente. Aveva le dita spoglie. Eppure entrambi sapevano che non poteva essere stato così. Ma lei avrebbe voluto mondarsi di quello e di tutti i peccati. E di quelli che credeva peccati, ovvero errori.
Potrai mai perdonarmi”?
La guardò incredulo. Lui? Già! tutto sembra bello e facile per chi ascolta; a raccontarlo. A vivere non ti viene mai regalato nulla. Lui si era sempre guadagnato ogni cosa, anche la propria disperazione. I mesi, gli anni, erano stati uguali. Quando guardava quella foto una sorta di dolorosa malinconia lo prendeva. Per quanto tempo fosse passato quel malessere non era mutato, era lo stesso. Forse rimpianto. E aveva smesso di rileggere quella lettera. Gli dava cose troppo violente per essere sopportate, anche se gli venivano da così lontano. Era stato così che aveva creduto di percepire il suo profumo. E che la sua voce era tornata a risuonare. Per fortuna, almeno quella, aveva smesso di visitarlo. Non voleva difendersi più. Non poteva più nascondersi. Non aveva ancora deciso cosa avrebbe fatto; se si sarebbe fermato. In fondo sperava che lei glielo chiedesse. Lei glielo chiese. Gli chiese se voleva un paio di ciabatte. Non aspettava altro anche se si era mentito in tutti quegli anni e fino ad un attimo prima. Ora lo sapeva che si può amare per sempre. Che anche un marinaio può farlo per sempre.¹


1] Causa l’uragano Rossana l’autore del presente blog si scusa per gli inconvenienti  che si sono verificati e cercherà di ritrovare la rotta nonostante il perdurare delle turbolenze.

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: