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Posts Tagged ‘Thanatos’

12-banksy-graffiti-1600x1200-pulizieIl povero signor Alvaro era morto nel suo letto. Stroncato ignaro nella notte. Senza soffrire. Così aveva detto il medico. La vedova era affranta. Lui era lì disteso sotto al lenzuolo. E lei era entrata per riordinare la stanza. Prima dell’arrivo dell’autolettiga. Cercava di non guardare. Come avrebbe fatto qualunque altra donna. Qualunque altro essere umano. I morti le avevano sempre fatto impressione. E si sentiva a disagio. Aveva fretta di finire la camera e di uscire. Non era mai entrata quando c’era qualcuno dei due. Bussava sempre prima per esserne certa. Eppure, come sarebbe successo a chiunque, i suoi occhi non andavano che là. Di sfuggita, certo. Rapidi a distogliere lo sguardo. Era ancora abbastanza giovane il signor Alvaro. Insomma un cinquantenne ancora in discreta forma. Chi l’avrebbe mai detto? Chi se lo sarebbe potuto aspettare? Pensò al dolore della povera vedova. Alla parola vedova. Ai rimpianti. Pensò che forse, quella donna, non avrebbe più avuto bisogno di lei.
Nemmeno lei avrebbe saputo cosa poteva aver mosso la sua curiosità. All’improvviso decise di voler vedere un’ultima volta il suo vecchio padrone. In fondo gli era stata proprio affezionata. Era sempre stato gentile con lei. Scostò con cautela leggermente il lenzuolo. Era pallido, ma non tanto più del solito. Un filo di barba da radere. Gli occhi chiusi. Il volto sereno, in una specie di sorriso; quasi divertito. Dissacrante la disgrazia. Sembrava proprio che dormisse. Un po’ freddo, questo sì. Rigido. Non che l’avesse toccato, non ne avrebbe mai avuto il coraggio; questo l’aveva immaginato. Fece scendere ancora un po’ la bianca stoffa. Poi ancora un po’. Prima non aveva fatto caso ma la tela era tesa, lì sotto, c’era un bozzo. Lo ricoprì con un improvviso senso di vergogna. Poi tornò a scoprirlo sempre lentamente. La curiosità era diventata troppa.
Altro che rigor mortis. Il povero signor Alvaro era deceduto con… in eccitazione. E che… eccitazione. Caspita. Chissà cosa o chi stava sognando? Certo non se lo sarebbe mia immaginata. Era un signore così per bene. Ma ai sogni non si comanda. Non si possono governare. Se l’avesse solo potuto immaginare non sarebbe nemmeno entrata. Non si sarebbe avventurata a spiare. Non si sarebbe permessa. Che poi la polvere non scappava. Le pulizie potevano anche attendere. C’erano cose ben più gravi; e più urgenti. Forse avrebbe dovuto mettere una candela accesa sul comò. Se era il caso avrebbe dovuto pensarci la moglie. Non si sa mai cosa fare in casi come quello. Se ne pensano tante e sembrano tutte sbagliate. Fece ancora per ricoprirlo con pudicizia. Si vergognava dei propri pensieri. Una mano, o qualcosa che non saprebbe definire, la trattenne. E lei non trattenne la mano.
Le veniva da canticchiare, come sempre le succedeva mentre faceva le faccende, ma a fatica riuscì a impedirselo. Passò lo straccio sulla colomba bianca. Benché provasse vergogna e rimorso i suoi occhi non riuscivano a staccarsi da quella vista. Ne era come… affascinata. Certo non poteva credere che tutto quello fosse opera di quella donnetta della moglie. Che loro due… insomma che fosse venuto meno proprio… insomma, mentre lo facevano. Non le sembrava possibile. Naturalmente non l’aveva mai visto così, in quel modo, nemmeno l’aveva mai pensato e immaginato. E per di più credeva che dormisse in quel pigiama. Non con solo i boxer. E che poi nella notte gli potesse uscire fuori… In quel attimo volle credere che lui, nel fatale momento, la stesse sognando. L’idea era strampalata, ma la cosa le dava un senso di soddisfazione. In un altro momento non si sarebbe mai permessa. Lo guardò bene. Era gonfio di desiderio che non avrebbe mai appagato. L’ironia della vita va sempre molto oltre qualsiasi fantasia.
Si guardò intorno. Ascoltò i rumori. La moglie non sarebbe mai entrata in quella stanza. Accostò le tende. Chiuse la porta. Si chiese se era giusto. Perché no? Cosa c’era di male? Nessuno l’avrebbe saputo. Non avrebbe fatto del torto a nessuno. In un certo senso non era più nemmeno il signor Alvaro. Lo era e non lo era più. Il vincolo del matrimonio dice solo… E poi si era accorta di come quell’uomo la guardava mentre faceva le pulizie. Con due occhi. Forse sua moglie non gli era abbastanza; come dargli torto. Non si sarebbe mai permessa. Non gli avrebbe mai permesso. Ed era sempre anche così trasandata. Sempre in ciabatte. In quel momento era tutto diverso. Fu solo allora che si decise. Salì sul letto. Lo scavalcò con una gamba. Sollevò appena l’orlo del vestito e lo accolse in sé, senza togliersi niente. Avrebbe mantenuto comunque il proprio decoro e il proprio pudore. Non voleva certo mancare di rispetto a sé stessa. Alzò gli occhi al cielo e al crocifisso e si sentì soddisfatta. E’ proprio vero che tutti i salmi finiscono in gloria. Nel dolore dei cari almeno che si potesse godere lui quella morte, povero caro.

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L’amore è pur sempre un senso di ebetudine. Nonostante le sue infinite colorazioni: ottunde.
Per lei: no! Il suo era certamente stato delicato e cortese ed era cresciuto di sé come cresce l’edera; sicuro.
Era nato quasi da niente, o da piccole cose: come profumo insinuante da una figura affascinante allontanatasi (l’immagine si fa fantasia o sospetto ma comunque resta meno che accessoria); evanescente. Ma coltivato con pazienza, in attese serene, in tremori impercettibili, in taciti sussurri. Silenzi.
All’inizio era stato un corteggiamento appena palpabile, sfumato quel tanto da confondersi con la gentilezza. Meno che un dubbio o un sospetto. Meno ancora che uno sguardo confuso.
Lui, davanti allo sportello: brevi domande poste con sorriso convenevole; rapide interrogazioni sempre meno giustificabili; un gioco di casualità fragili.
Poi attenzioni sempre più frequenti ma mai invadenti. Saluti lungo la via. Fiori. Non se ne era quasi ancora accorta finché quei mazzi di fiori, anche se di poco impegno, non sostituirono i suoi dubbi.
Di lì era nata la prima tenera simpatia. Non era più una ragazzina; non era donna ancora. Quell’andamento lento, senza strappi, sereno, aveva trasformato impercettibilmente quelle attenzioni in attese.
Lui sempre così composto, prese ad aspettarla finito il lavoro. Passeggiate lente e sempre meno frettolosi commiati davanti a casa. Anche a conoscerlo aveva imparato lentamente.
La prima volta che lo fece entrare apprezzò riservatezza e quel muoversi pieno di impacci. Fu una visita breve, come si conviene. Si salutarono sulla porta ma le mani per un attimo si trattennero.
A lei piaceva ascoltarlo parlare mentre passeggiavano, nella sera mite, tenendosi sottobraccio; anche lui sapeva ascoltare. Le regalava un senso di composta pace e di impudica confidenza; la sua voce.
Raccoglieva le preoccupazioni e esternava i dubbi, le proprie ansie. Seppure non si fosse certo fatta ciarliera parlava con piacere e varietà e lui era paziente, pronto a dedicarle complimenti, disposto ad assecondarla sul vestire e per l’acconciarsi. Sempre attento.
Si può dire che senza accorgersene cambiarono insieme e si cambiarono contemporaneamente. Ormai se un impegno li teneva lontani questo produceva una lunga attesa.
Non fu mai, come si legge, qualcosa che divampa. Le prese la mano e ritardarono finché le loro ombre non si furono allungate alla luce dei lampioni. La guardò incerto negl’occhi in modo mite eppure alle sue parole ella non seppe sottrarsi dall’arrossire e abbassare lo sguardo.
Si sposarono in maggio, in un lucente tepore, in un mare di fiori bianchi e gialli. Mai avrebbe scordato quell’istante. Mai! Lui: la sua pudicizia e quel bianco assoluto.
Il momento del sì fu forse la loro maggior emozione, poi uscirono a posare davanti alla facciata della chiesuola e ritrovarono il passo forzato delle loro passeggiate fra il ritmo dei rintocchi delle campane festose.
Cominciarono insieme quella nuova vita. Lei lasciò il suo posto al comune. Lei non si girò indietro. Lei imparò a curare meticolosamente la loro casetta.
Imparò, come si deve, ad aspettare il suo ritorno e si sentiva soddisfatta quando lui rincasava anche se questo si faceva precedere sempre da una leggera impazienza. Con lui non aveva mai fretta, le attese eppure non erano mai abbastanza brevi.
Eppure lui arrivava sempre puntuale, appoggiava il giornale piegato con cura, la salutava con un bacio leggero e si metteva subito le pattine e la giacca da camera aspettando paziente l’ora di cena.
Lei allora iniziava gli ultimi preparativi, affrettava i gesti e disponeva in tavola mentre lui alzava di tanto in tanto i suoi occhi dalla lettura per rispondere ai quesiti sulla giornata, per rinnovare la sua presenza.
Forse non esiste un amore più grande di quello che cresce di sé e si fa giorno per giorno. Pian piano passò dall’interpretare meticolosamente al precedere tutti i suoi desideri; persino i suoi silenzi.
Conosceva ormai ogni suo gusto, le parlava dei suoi sogni. La casa racchiudeva tutto il loro mondo e quell’amore continuò a rafforzarsi senza che il minimo screzio gli creasse nemmeno una pausa.
Decisero insieme e di comune accordo, anche se in modo quasi completamente taciuto, di non aver figli. Come se il rumore di un bimbo potesse inquietare quel loro sentimento ormai tanto cresciuto da farne una sola cosa. Quasi non ci dovesse essere suono alcuno a turbarli.
Solitamente la domenica il pranzo era un po’ più abbondante e ricercato; dopo andavano a passeggiare fino al parco, tenendosi la mano e lungo il fiume tacevano per lunghi tratti lasciando chiacchierare solo le esili onde e i rumori del silenzio.
Rientravano sempre prima dell’imbrunire. Le premure di lui non le erano mai venute a mancare. Lei accudiva alle dalie; le loro finestre erano sempre fiorite. Poteva scoppiare la guerra (e una guerra scoppiò, seppure distante, come tante) ma restava fuori dai loro confini.
Lui prendeva un bicchierino di brandy prima di coricarsi e ormai, tranne i periodi in cui lei era indisposta (solite cose di donne), non passava sera che non si amassero.
Dalla prima volta in cui lei aveva frainteso il piacere (non era stata quella prima notte, aveva amato in lui anche quell’averla saputa attendere), dalle prime volte in cui lei non aveva avuto bisogno di fingere vergogna, era scomparso ogni impaccio.
Ogni gesto era naturale, spontaneo, come sempre ma sempre atteso. Qualcuno potrebbe pensare al subentrare di un che di abitudine ma non nel loro caso. Non si erano lasciati tradire.
Si cercavano non come non rito, piuttosto come necessità; come se ogn’uno dei due traesse altra vita dall’altro. Come se nascessero ancora. Come esistessero per quello.
A volte lui amava vederla nuda prima, ammirarla e sfiorare il perfetto liscio corpo quasi senza toccarla; o solo guardarla.
Subito dopo lui fissava per un po’ il soffitto; a lei rimanevano gl’occhi lucidi e arrossati, il viso congestionato, si lasciava scappare lunghi sospiri. Poi, nel buio, si addormentavano abbracciandosi.
Qualche volta lui la cercava ancora, e lei non ne rimaneva sorpresa anzi si accorgeva di aver atteso il ritorno alle sue premure.
A volte lui amava guardarla dopo; le sue labbra fattesi più carnose nei baci, intumidite; i riccioli inumiditisi nel sudore che li appiccicavano alla fronte; i suoi occhi sereni. E si annegava nel suo dolce tepore.
La sera del loro decimo anniversario lei andò ad attenderlo al lavoro. Consumarono una cena leggera con sottofondo di musica barocca in un grazioso ristorantino. Lei aprì gaia come una bimba la piccola scatola e lo baciò forte con gratitudine lasciandosi a sonori segni di meraviglia. Lungo la via del ritorno si fermarono a guardare la grande luna, una cialda enorme e netta. E la luna li scrutò, finché le loro ombre non furono schiacciate in un perimetro circoscritto.

Quando si incamminarono nuovamente, con i lampioni a moltiplicare quelle loro ombre, a sfumarle e reinventarle, con le cicale a rifarsi il verso, fu bello tacendo passeggiare soltanto alzando gl’occhi, a tratti, sulle sagome buie dei palazzi. Pochi erano i passanti che incrociavano, ogn’uno nella propria direzione con la propria indifferenza. Pochi i suoni, forse un latrato ma indistinto; solo quello sfrigolio di fondo e il calore che le mani si trasmettevano. Una promessa.
Giunti in salotto, al gesto deliberato di lei (solo un sfiorargli la tempia) seguì, in entrambi, la consapevolezza che non avrebbero mai raggiunto la camera da letto; ogni altra attesa sarebbe parsa come una forzatura, una inaudita violenza, una modo di sfuggirsi o di mentirsi. Si spogliarono in fretta distribuendo gli abiti con disordine; gettandoli distrattamente tra un bacio e l’altro, senza staccarsi e soffocandosi in quei baci. La luce nella stanza giocava con quelle forme distratte.
Voleva essere sua ancora una prima volta, darsi, e darsi in un modo come fino ad allora, assieme, si erano negati; gl’occhi di lui rimandavano insoliti bagliori inquieti; i baci di lei non tradivano fretta, erano sempre più precisi ma delicati. La notte proseguiva a narrarsi.
Poteva solo immaginare il volto di lui ma lui era tutto su lei e lei lo sentiva mentre cercava di rintracciare il profumo della sua lavanda. Dapprima fu solo dolore, un dolore che la lacerava tutta, poi il suo dolore si confuse a un profondo piacere, comune e intimo (suo e loro), e non sapeva se era per l’uno o per l’altro ma le sfuggivano di gola ansiti e gemiti, grida. Lui sudava teneramente e la chiamava con dolci epiteti; abbracciati come un’unica cosa: a cercarsi ancora. Non sazi.
Non le parve come un sacrificio né una scoperta, tutto così naturale, niente di prestabilito, aveva deciso mentre si frugavano, mentre i momenti fuggivano fra baci appassionati, nel farsi automatico dei gesti d’amore e la passione era la vera scoperta di quella serata che né lui né lei avrebbero potuto scordare perché non si possono mai scordare le prime volte senza uccidere la memoria. Aveva voglia di dirgli grazie o di dimostrargli quella sua riconoscenza.
Lui si versò il suo brandy e lo bevve in un sorso, forse finse di non capire, poi lei attese che dormisse. Sembrava tranquillamente assopito, come spesso avveniva in taluni pomeriggi assolati quando il calore dell’aria aiuta quella specie di estraneazione, non in modo profondo eppure come un giovane intento in un sogno incorruttibile.
Lui non ebbe certamente possibilità di distinguere quel sonno ristoratore dalla morte. Il suo volto neppure mutò; quelle prime sottili rughe, da poco apparse, continuavano a disegnare un sorriso ininterrotto come a volte una cicatrice disegna in un viso un tracciato sereno di cui viene voglia con il dito di seguirne la trama.
Lei spense la luce e dormì completamente soddisfatta.
Lo divorò come in un grande rito. In ogni gesto c’era una cura precisa e una lentezza misurata per mantenere vivo il ricordo del gesto stesso e non sprecare nemmeno un minuto. E, con grande meticolosità, non trascurò nulla. Adesso, e per sempre, sarebbero stati come una sola cosa, come di più non era possibile; in modo assolutamente completo.¹


1] scritto il 6 maggio 1991

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Fate attenzione
c’è     un poeta tra voi
          che vi osserva
                continuamente;
egli     ridurrà le parole
la vostra vita
i vostri gesti,     voi     stessi
                                vi ritroverete parole.
Ridipingerà le scale
     e quelle che salgono
     sia le scale che scendono
parole diverranno     gli umori
                       / ancora fra le labbra, i sapori
e anche le sensazioni
parole          il paesaggio
aggettivi     i sentimenti,
imbratterà il cavo bipolare della vista
              immergendolo
              in acidi caleidoscopici
e poi    in soluzioni iridescenti
        e    tutto il processo
                               (fissato)
                              che     vi scuote
si ridurrà           ad aborto
                 o           in un aborto.

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