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Posts Tagged ‘timidezza’

Mi sento come se fossi di legno. Chiedo immobile: “Che fai”?
Mi risponde: “Niente.” –non è né sicuro di sé né di me né di quelle parole. Tantomeno pare disinvolto.
Per quel niente… non mi sembra. Sento anzi la sua mano immobile su di me. Non riesco a guardarlo.
Mi domando se non sia colpa mia. Non mi sembra. Aveva parlato di francobolli, gli avevo detto che non mi interessano i francobolli e non credo alle farfalle. Che studio chimica lui lo sapeva. Avevamo detto solo un caffè. Un caffè e due chiacchiere. Da amici. Da buoni amici. Da compagni di sede. Mi aveva convinto perché aveva quel libro. E io devo ancora dare l’esame. Poi lui lo aveva preso corretto, quel caffè. Io senza zucchero. In punta di sedia. Mi aveva indicato dov’era il bagno.
Mi aveva chiesto del mio colore preferito. Che lui sapeva che ero una ragazza seria ma… Dove avevo preso quella collana che a lui pareva bella. Mi aveva spiegato che mi aveva guardata. Aveva continuato con una serie di quelle sue osservazioni argutamente banali. Poi mi aveva detto che mi voleva far vedere la casa. Voleva un parere non mi ricordo più per cosa. Mi ha mostrato la poltrona che usava suo padre. Le tazzine della mamma. Il letto del gatto che era morto la precedente estate. Oltre l’ultima porta ci siamo trovati in camera. La sua non me l’aveva ancora fatta vedere. Non ne ero curiosa. Mi ha mostrato il quadro elogiando il pittore, ma non lo avevo mai sentito nominare. Mi ha detto che per capirlo pienamente bisognava vederlo con la luce giusta. Aveva spalancato la finestra. Si era seduto ai piedi del letto, davanti all’opera d’arte. “Solo così si può ammirare nel suo meraviglioso splendore. Guarda i colori; i toni”. Mi aveva pregato di sedere vicino a lui. Di non temere. Che non c’era niente da aver paura. Mi aveva promesso che non mi avrebbe mangiata. Solo dopo tutte quelle raccomandazioni avevo trovato il coraggio e avevo accettato di sedermi. “Vedi anche tu come lo vedo io”? Per dire il vero era lo stesso, identico, pessimo, nulla era cambiato. Mi sembrava cosa dozzinale, incerta, di poco conto. Mai l’avrei appeso nella mia stanza. Solo che quella stanza non era la mia stanza. Era quella dei suoi in viaggio. Non gli ho chiesto dov’erano. Conosco così poco di lui. Cristina me ne aveva accennato e non era stato certo in modo entusiasmante, né elogiativo. Non ci siamo fermati più di due volte a parlare e un paio in mensa. Forse abbiamo preso un panino. Tutto qui.
C’è anche la trapunta sul letto, nonostante ormai sia abbastanza caldo. Sembrava comunque un tipo per bene. Non so come dirlo e allora lo dico così come mi viene, senza perifrasi; rischiando di apparire volgare: “Lo sai che mi stai toccando una tetta”?
Cosa”?
La mia tetta”.
Credo di sì”.
Ci pensò. E’ un cafone. Dico indispettita: “Come ti sembra”?
Non si accorge del tono nella mia voce e credo che nemmeno ricordi più la mia domanda: “Così”.
Dico: “C’è troppa luce”.
E’ ancora fintamente baldanzoso: “Se vuoi posso abbassare”.
Dico: “Guarda che la maglietta è bianca”.
Faccio attenzione”.
Dico: “Potrei anche toglierla”.
Se vuoi”.
Dico: “però sotto ho la canotta”.
Lo so”.
Dico: “Potrei togliere anche quella ma ho anche il reggiseno”.
Ho pensato erroneamente che sapesse tutto: “Lo sento”.
Dico: “Però potrei togliere anche quello”.
Come vuoi”.
Dico: “Mi sentirei più libera”.
Anch’io”.
Al sorriso che lo anima e che lo mostra entusiasta e impavido dico: “L’ho messo… non mi immaginavo”…
Neanch’io”.
Dico: “E non vorresti toccare anche l’altra”?
Magari”.
Prima che passi ai fatti dico: “E magari mi vorresti anche baciare”.
Magari”.
Dico: “E che mi stendessi a letto”?
Magari”.
Stai pensando che potrei togliere anche il resto”.
Mi aspetto un nuovo magari e invece… “Mai mi sarei”…
Faccio la spavalda e dico: “Non ho mai perso così tanto tempo per così poco. Ora fammi un piacere: togli quella mano del cazzo. Mettiti tranquillo e vai a fare in culo mentre io me ne torno a casa. Se non sai come fare tieni le mani a posto o infilale nei tuoi pantaloni. Se mi va con qualcuno non ho bisogno di tante balle che non ho tempo da buttare. Se non studio per quell’esame finisce che i miei mi menano. Fallo da solo e grazie per il caffè”.

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Avevo ripetuto almeno sei volte quell’articolo indeterminativo: “Un cinema”? Ero riuscito a dirlo. A chiederglielo. La domanda si tratteneva ancora in bocca. Così: mozzata, a metà. Quasi una non domanda. Dove avevo trovato quel coraggio? Deglutii. Aveva un sapore strano. Non dovevo lasciarle il tempo. Non dovevo farla pensare. Il momento non sarebbe tornato. E sudavo. Per la tensione. Temevo si sentisse; l’odore del sudore. Temevo che qualcuno ci interrompesse.
Certo mi ero preparato tutto in testa. Tutto per bene. Un bel discorso. Cercando di convincermene. Riuscii a dire a stento solo quello. Me lo potevo immaginare. Disse solo “Quando”? “Stasera”? Odiavo rispondere con una domanda. Una domanda dopo una domanda. Odiavo le domande. E l’attesa. L’attesa è sempre snervante. Uccide. Eppure mi ero detto che non dovevo avere fretta. Che non potevo averla. E che non mi dovevo mostrare così. Non riuscivo a controllarmi. Non mi importa cosa succede per gli altri. So quello che succede a me. Intanto fantasticavo. Certo che la fantasia non mi manca.
Mi spiace, non posso”. E ne restai deluso. Mi sentii morire. Avevo sbagliato. Ancora una volta. Per sempre. Forse per la fretta. Dov’erano finite le parole Tutte quelle parole? Povero stupido. Avrei voluto dirle che la amavo. Quanto la amavo. Qualcosa di simile. Dirlo e non dirlo. Magari meno impegnativo, per lei, ma con quel senso. Insomma aprirle i miei sentimenti. Sapevo che era sbagliato. Non si comincia dalla fine. E come avrebbe potuto capire? E capirmi? E poi perché avrebbe dovuto ricambiare? Nemmeno io lo sapevo se era vero amore. E per le donne è diverso. O forse sono solo io, che perdo così facilmente la testa. Che occhi aveva quando mi guardava. Fu solo un attimo. Per fortuna, quell’attimo da parte sua: “Ho già un impegno. Perché non facciamo domani”?
Mi andava bene anche subito. Ma potevo imparare ad aspettare. E poi domani non è così lontano. E’ sola là, dopo di oggi. Non avevo pensato che potesse. Nella vita che avevo immaginato c’era posto solo per i sì e i no. Non lo avevo previsto. Non ci potevo credere. Mi mancarono le parole. Ma allora voleva dire sì? Anche se domani tornava così lontano. “Passo a prenderti”. Forse avrei dovuto chiederle subito dove? E quando? E’ facile dirlo adesso. Accorgersene ora. Al momento ero troppo felice. Troppo emozionato. Troppo confuso. E troppo tutto. Ero solo al settimo cielo. E nel pieno della bufera. Deluso. Ansioso. Impaziente. Al momento avevo solo confusione in testa. Aveva veramente detto sì? Aveva veramente detto sì. Era fatta.
Se prendiamo lo spettacolo prima si potrebbe… dopo… si potrebbe… magari una pizza”.
Divampai. Non riuscivo a crederci.
Al Dante alle sette”. “Al Dante alle sette”. Mentre io ancora stavo a pensare l’aveva detto. L’aveva detto come una cosa naturale. E con un sorriso. Di compiacimento? Di simpatia? Mi bastava. Però l’aveva detto. Forse avrei dovuto essere io. Forse avrei dovuto dirlo io. Odio essere così. Quello che sono. Sentirmi la testa vuota; e le parole che non escono. Sentirmi mancare la saliva. E mi ripetevo il suo nome, come fosse possibile dimenticarlo. E cercavo solo di fissarla negli occhi. In tutti i suoi occhi. Quegli occhi che mi intimidivano. Quelli occhi che non si abbassavano. Insomma quegli occhi. I suoi occhi. Così azzurri. Così senza espressione. Così muti. Occhi di ragazza.
Era un sorriso di incoraggiamento. Sembrava quasi una lusinga. Oppure era solo cortesia? Pura gentilezza? Mera gratitudine? Basterebbe saper aspettare. Non mi avrebbe detto sì. Non avrebbe accettato. Non lo avrebbe fatto se anche lei non sentiva almeno un poco. Un poco di quello che provavi io. Una sorta di… E se fosse solo amicizia. Dalle cose nascono le cose. Mi sarebbe bastato starle vicino. Magari tenerle la mano. Mi sarebbe bastato? Non avrei dovuto biascicare quel “Grazie”! Sono solo le cose che dovrei che mi escono. Quelle poche. Dovrei mostrarmi più sicuro. Più deciso. Infonderle fiducia. Non essere io quello che… Ma io sono così. Alle persone do tutto. Ma le riempio di silenzi. Forse sente la mia agitazione. E’ sempre stato così. Stavolta non sarà come sempre. Gliel’ho chiesto. Maldestramente ma l’ho fatto. Domani sarà diverso. Certo. Le dirò le cose. Le racconterò di me. Le chiederò. Ma che film faranno? Mi lascerà prenderle la mano? Si lascerà… Come si fa al primo appuntamento? Lei mi ricorda una canzone. Non ricordo quale. Potrebbe essere la nostra, canzone. Vorrei che fosse bella.
Allora, che aspetti”?

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Griseide aveva un esse strisciata da principessa nella voce. Capelli lunghi fin troppo lunghi che non si erano mai visti così e una linea del naso armoniosa e arrogante. Tutte le parole che lui trovava esprimevano silenzio, forse un leggero fruscio nella sua testa; null’altro. Sulle spalle gli pesavano tutti i consigli di quelli che avevano tempo. E’ sempre difficile camminare sospesi ad un filo a centoventi metri dal suolo. (Comunque anche fossero centimetri non cambierebbe molto.) Sarebbe passato ancora e ancora se non l’avesse scorto; era deciso. Gli disse di quanto i suoi occhi… e di come le sue labbra… e di quello che avrebbe voluto fare e che aveva bisogno di tempo e che quel tempo con lei… e anche della festa per quella sera. E le disse tutto dentro un semplice e inatteso “Ciao!” falsamente distratto. Lei rivendicò il suo rango ma per un attimo lo barattò con la realtà e uscì dal castello. Gli occhi le divennero solo occhi. La voce una cosa miserabile che batteva sull’apparecchio d’argento. Fu lei a trovare quel coraggio che gli mancava, ma restò disperato quando vide l’immenso vuoto che aveva dentro e non gli fu sufficiente il suo sorriso. La sera, mentre l’accompagnava e la sentiva al suo fianco, si accorse di distrarsi pensando ad altro.

 

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L’uomo basso si avvicinò con cautela cercando di assicurarsi ai sostegni. Gli occhi gli cadevano continuamente al suolo e con voce incerta dovette ripetere più volte le sue scuse per richiamare l’attenzione dell’altro. Il movimento della corriera sembrava renderlo ancora più incerto: “Mi scusi! mi scusi! se mi permetto. Ma… ma credo che Lei, naturalmente distrattamente, abbia preso… insomma che sia la mia borsa”. E sembrò liberato dopo aver portato a termine questo faticoso discorso.
L’uomo alto si girò di scatto, lo squadrò rapidamente dall’alto in basso, sembrò provare solo fastidio. Si distrasse brevemente poi i suoi occhi tornarono a posarsi sull’interlocutore con un lampo di disprezzo: “Quale sbaglio avrei commesso? secondo lei! ma cosa dice buon uomo”. La sua voce aveva stracciato tutta l’aria fra loro due.
L’uomo basso si curvò per guardare in volto l’altro ma fu questione di un solo attimo. Subito fuggì: “Non vorrei proprio importunarla, ma… la borsa… quella borsa è… è la mia”. E indicò rapidamente la borsa che l’altro teneva stretta in mano.
L’altro allora sembrò indignarsi di tanta e simile intromissione. Come parlasse all’essere più piccolo, più infimo del creato: “Certo che mi importuna; e per cosa? Ma come si permette? Non c’è caso che io mi sbagli e poi stia attento a come parla; come può tollerarsi tanta arroganza”?
Sembrava che solo l’uomo basso subisse lo sballottolio della marcia e il suo equilibrio restò alquanto precario: “Vede, quando sono salito, d’altronde come sempre, avevo con me la mia ventiquattrore e ho provveduto ad alloggiarla sulla apposita reticella dalla quale lei, distrattamente, la deve aver presa. Le assicuro ciò e sarei in grado di elencarle ogni cosa vi è contenuta, se questo può tranquillizzarLa e convincerLa”. Aveva cercato affannosamente il tono più persuasivo che conoscesse.
L’uomo alto gli sputò dosso uno sguardo di commiserazione e parve lo vedesse più in basso di quanto non fosse, anzi più in basso del suolo: “Lei sta vaneggiando! ma di che borsa e borsa sta parlando? una borsa che le apparterrebbe e che io avrei preso. Ma la smetta. Se ne sentono sempre di nuove. Lei è pericoloso e pazzo e deve fare attenzione prima di permettersi. Ma guarda che faccia tosta. Che strani tipi si incontrano al giorno d’oggi”.
E stava già voltandosi con queste ultime parole ancora in bocca quando un terzo passeggero, che aveva assistito interessato alla scena, pensò bene di intervenire: “Guardi che credo che quel signore abbia ragione – disse indicando l’uomo basso – l’ho visto io salire con la borsa in mano”.
L’uomo alto sembrò trattenere a stento l’ira e anzi si temette che si scagliasse improvvisamente contro il nuovo intruso. Tutti gli altri passeggeri affondarono ancora più profondamente nei loro giornali o prestarono più attenzione nel guardare fuori: “Eccone un altro. Questa è ancora più bella. Cosa pretende di poter aver visto lei che poi non è stato interrogato da nessuno. Ma quale borsa e borsa”!
L’uomo basso si pose fra i due in una posizione causa la quale subiva l’abbaglio del sole che entrava di sghimbescio e si rivolse all’intruso: “La ringrazio del suo interessamento, per quanto lo ritenga del tutto superfluo e privo di relazione. Permetta che sia io a dirimere questa questione che d’altro canto riguarda solo la mia persona ponendosi altresì il sospetto che forse mi stia sbagliando e che quella borsa così simile alla mia in effetti proprio la mia non sia”.
Poi tornò a rivolgersi all’uomo alto: “Mi scusi molto, forse lei ha ragione e se ne è tanto sicuro… eppure è così uguale ma certo mi sarò sbagliato”.
L’uomo alto non perse nemmeno il tempo di fissarlo fino alla fine di quelle parole. Sembrava divertito se non fosse stato tanto seccato: “Non so che farmene delle sue scuse e un’altra volta si guardi bene prima di importunare una persona”.
Appena sceso guardò la borsa come se la vedesse per la prima volta e con lo stesso disprezzo dimostrato per gli uomini che lo avevano infastidito così tanto. La prese fra il pollice e l’indice come una cosa sporca e la gettò lontano da sé, fra le immondizie.
L’uomo basso aveva lasciato passare quella che era anche la sua fermata, per non trovarsi ancora in imbarazzo con l’uomo che aveva importunato, e ora si arrovellava il cervello su come avrebbe giustificato con la moglie il suo ritardo e la perdita della borsa che lei gli aveva regalato per il compleanno.
L’uomo che si era intromesso trovò posto a sedere e si immerse anche lui nella lettura del giornale.
Un’ultima annotazione: la statura dei protagonisti della disputa era grossomodo la stessa e non è ben chiaro, in base a ciò, come uno risultasse tanto più alto e l’altro tanto più basso quando nemmeno il modo di stare potrebbe giustificare una simile differenza. Ma si sa come vanno le cose. E intanto fuori scendeva la sera.¹


1] scritto il 13 dicembre 2000

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Annamaria ne aveva spezzati di cuori. E si cercava in un’immagine riflessa. Non era più giovane ma era bionda come l’oro di una vera da sposa il primo giorno; quella che non aveva. Non si poteva dire bella ma aveva occhi verdi e quell’elettricità che alletta. Aveva spalle larghe e fianchi larghi e il viso tondo e braccia che avrebbero sorretto un uomo robusto. Avrebbe potuto condurlo con se, quell’uomo, ma non l’avrebbe fatto. Spesso la sera da sola piangeva perché soffriva quei dolori ma era condannata a risvegliarsi il mattino. E il mattino, ogni mattino, si ricominciava dietro il bancone di quell’osteria. Il vecchio Danilo non si reggeva più in piedi aspettando un suo sorriso. Aveva affinato, in tutti quegli anni, la sua arte di essere galante, ma quando era costretto ad appoggiarsi al banco per sostenersi e a spostare tutto il peso sulla destra in una stabilità precaria e pericolosa allora anche gli articoli gli si appiccicavano alla lingua come francobolli. “Sei proprio una gran bella… bella… un altro”. Lei pensò che ne aveva avuti abbastanza. Nessuno sapeva ma era passato tanto tempo ed era stato un amore a bassa gradazione alcolica. Raccoglieva ancora i frammenti e, ora, le poche volte che diceva sì lo faceva con lo stesso tono di quando prendeva le ordinazioni.

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foto di Ross con il pancioneDolorosamente, faticosamente lo devo ammettere: aveva ragione Lei. Ancora una volta. Come sempre. Alla faccia del “poeta di allora”, alla faccia del “perfettino senza arte”, alla faccia del “brontolone intemperante”, alla faccia dell’ “instabile iroso dagli umori frizzantini”, alla faccia di tutte le facce e della mia, ne è uscito, ancora una volta, un buon post.  Alla fine. E io starei ancora lì a cercare l’uovo nel pelo. Il fatto che del film s’è fatto poco cenno. Ed è così che ci si sente scornati e senza parole.
Allora, come s’usa dire, parliamo del tempo. Scroscia a dirotto, per dirla tutta. Cosa? Ma la pioggia, naturalmente. Cosa potrebbe scrosciare, e per giunta a dirotto. Viene giù che dio la manda. E chi altri la potrebbe mandare se non un tipo così assai bizzarro. A catinelle. A secchiate rovesce. Sono modi di dire e i modi di dire seguono ragioni proprie. Mica gli si può chiedere una logica. Verrebbe da dire: piove, son tutti ladri. Se non fosse che sarebbe qualunquismo. Non fosse che mi chiedo se me la si poteva, allora, chiedere. Io credo di aver sognato solo di uscire. Di scappare. Di sottrarmi al ruolo che mi era stato destinato. Ma sono stato da subito spettinato, a modo mio, ribelle. Comunista. Comunista in una famiglia comunista. Riuscivo ad essere lo stesso comunista a modo mio. E a contestare. Con già il 68 nelle vene.
Eppure ero un bambino muto, con gli occhi che gli pesavano a terra. Disperatamente alla ricerca dei gesti dell’affetto. Forse nemmeno mi mancavano. Non mi erano mai abbastanza. Un bambino che giocava con la propria ombra. Proiettandola sul muro. Facendola ballare. Poi sono diventato un bambino con un fratello. E in seguito il figlio maggiore. Mai sopportato nemmeno questo ruolo. Ancora oggi lo rinnego. Me ne vado a raccontare che è lui il più vecchio. L’altro. Quello bello e fortunato. Quello che la vita la sfida. Mostra di sfidarla. In realtà ci passa attraverso. Pare sempre a suo agio. E si fa ragione alzando la voce. Lo lascio fare. Sono sempre e solo intervenuto quando quella sfida gli ha offerto prove troppo impegnative. Nei suoi momenti di sconforto. Bui.
A parlarmi addosso mi sembro un altro. Ho sempre cercato malamente di non farmi notare. Con gli anni non è cambiato molto. Non sono mai corso dietro a nessuno. Mi meravigliavo solo quando erano gli altri, a seguirmi. Non ho mai amato gli eroi. Ho continuato ad amare gli umili, nonostante le rabbie. A evitare i miti. Mi affogavo di libri. Fino ad arrivare alla nausea. Ma mai stato ortodosso. E’ così che ti ritrovi ragazzo. A volte troppo presto. Senza nemmeno accorgertene. Ma me lo sono chiesto; anche se molto dopo. Non ho mai sognato di diventare pittore. Non ho mai sognato di diventare poeta (come mi chiamavano gli amici). Lo scrittore. Ho semplicemente provato a farlo. Mi bastava dimostrare a me che avrei anche, seppur malamente, potuto farlo. E lì finiva la sfida. Dimenticavo di dire che non ho mai amato le competizioni. Ho accettato sempre le sfide, mai le competizioni. Mai voluto essere migliore di nessuno. Mi bastava convincermi di non essere il peggiore. Ci doveva pur essere, in un qualche angolo, un valore inferiore.
Le cose le devono fare chi ha imparato per farle. Dimenticavo anche di dire che allora ho deciso di non proseguire negli studi. L’ho deciso io; assieme alla vita e all’ambiente. Me ne sono pentito. Non me ne sono pentito. Non abbastanza. Non abbastanza per riprenderli, quegli studi. Qualsiasi. Invece Lei lo ha fatto. Per Lei era un sogno. La invidio. La stimo e la invidio. Volevo solo attraversare la vita. Com’è sempre stato. Come oggi. Parto amando solo il viaggiare. Non chiedo quasi mai cosa succederà domani. Mica me ne vanto di quanto sopra. Solo che fui e sono stato. Quello era quel bambino. Poi quel ragazzo. Oggi sogno ancora. E ogni notte sogno di risvegliami il mattino, vicino a Lei. Parrebbe strano. Mai sentito l’angoscia di non risvegliarmi. E’ che oggi c’è Lei. E’ tornata. Così come non era mai stata. Come non era potuto essere. Ma sono molte le cose che mi fanno sentire strano. E che mi paiono magiche. Soprattutto oggi. Pioggia o non pioggia.
Insomma poi ho avuto la fortuna di incontrare Lei, Rossana, allora, ma qui comincia un’altra storia. Sprecarla in poche righe sarebbe uno spreco. Una banalità. Una bestemmia. Non è forse la favola? Lo è per me. Mi chiedo a chi può interessare. Cosa può destare interesse in questo parlare di me. Come di una cavia. Attempata. Forse per lenire. Forse in senso propedeutico. Il trovare qualcuno che è riuscito a fare di peggio. Sono riuscito quasi a convincerla che non ero adatto. Che non mi doveva né poteva amare. Aspettare. Che tutto vale maggiormente la pena. Naturalmente l’ultimo piccolo passettino se l’è dovuto fare da sola. Anche questo appartiene all’altra storia.
Non fossi un tipo fortunato sarei solo una nullità.

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Foto del 4 dicembre 2009 a Berlino di notteUna prima volta balbettò e tentennò sul 9. Una seconda… aveva mancato per un nulla il 3. Al terzo tentativo c’era riuscito. Adesso sentiva dall’altra parte trillare, il suono acido ripetersi. Nell’attesa prese a sudare, le mani si erano fatte ancor più viscide; le strofinò, alternativamente, senza delicatezza, lungo la gamba dei pantaloni. Il calore gli circondava la fronte ed infieriva sugl’occhi. Una goccia salata lentamente calò su quegl’occhi facendoli bruciare e le cose presero profili confusi.
D’un tratto fu richiamato alla realtà, dall’altra parte avevano alzato il ricevitore e si ponevano all’ascolto. Fu insolitamente rapido. Si schiarì la voce eppure le prime sillabe gli uscirono roche, impastate, quasi mute, come affogate in sé fin a divenire un falsetto.
Raccolse tutto il coraggio che riuscì a trovare per proseguire, anche di più. La luce gli giungeva lenta e mentre rigirava fra le dita una penna a sfera respirò a fondo e attaccò senza frapporre pausa fra le parole, senza darsi alcuna cadenza di respiro, senza quasi respirare.
Intasò la comunicazione di parole, più che altro monosillabi, balbettando via via sempre in modo meno evidente.
La sua stessa voce gli suonava estranea, come registrata ma leggermente infedele: “Ve… vedi Ivana, non vorrei, non vorrei che tu potessi aver frainteso, insomma, …le mie attenzioni, erano…, sono
I miei silenzi, certi…, certi gesti” – e ripeté certi – “sò! possono far pensare; cioè, si lo sò quello che puoi pensare, e poi dirai: Caz.., cioè, cioè, scusa …ha famiglia. Scusa, non interrompermi; lui ha famiglia. Sì, già, adesso mia moglie non c’è, fuori, i bambini a scuola. A proposito: ti ho disturbato; dormivi, forse?”
No, non interrompermi proprio ora. Vedi, finalmente ho trovato il coraggio, tutto il coraggio, il coraggio. Non è una cosa facile per me da dire. E’ la prima, già, è la prima. Volta.
E poi spero che mi puoi capire, nonostante il modo in cui mi sono comportato; con te, con tutti… io …insomma… non ne sarei capace …sono una persona seria; e non sò nemmeno spiegarti perché o per come ma è successo. HO UNA POSIZIONE.
Forse avrei dovuto essere più, …più prudente. Avvedermene prima. No, lasciami dire; per piacere. Sì… forse e se vuoi che lo dica, forse sono stato anche un po’, come dire… ma ti ripeto: è la prima volta, la prima volta e non riesco a capire, non riesco proprio a capire… come ho potuto. Ma ti ripeto che è la prima.
No, se mi interrompessi poi non riuscirei più a trovare il coraggio, …il coraggio … di dirtelo
Credimi, Ivana, io
…”
Stavolta non riuscì a proseguire, dall’altro capo una voce bassa, nasale lo interruppe: “Ma chi parla? Chi è Lei?”
Sono Aldo!” affermò con sicurezza, quella sicurezza che tornava a venirgli meno e che ora diveniva perfettamente inutile, anzi imbarazzante.
Solo un breve silenzio, una pausa impercettibile ma quante cose riuscì a pensare in quel momento e quelle cose gli si affollarono nella mente confondendolo ulteriormente.
Sarebbe stato capace d’altro? di qualcosa di più? Ma esisteva poi un di più a tutto ciò, in tutti i sensi? E se la voce gli fosse venuta nuovamente meno? Accavallò le gambe e tutte quelle domande gli rimasero sospese, non avrebbe forse più cercato una risposta.
Quella voce intervenne ancora: “Aldo? …ma Aldo chi?”
Fuori prese a piovere a dirotto.¹


1] Ancora una telefonata. In questo caso del 29 ottobre 1985

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