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Posts Tagged ‘timore’

crisi-lavoroLe cose son più facili a dirsi che farsi. Sembra la più semplice delle banalità. Forse per Lidia non era così. Erano tornati assieme. Era stato tutto come una favola. Come si fossero salutati la sera prima. La stessa bellezza. Si potrebbe dire la stessa passione. Forse anche di più. Erano più maturi. Più consapevoli. Ma lei aveva cominciato a sognare. Nella notte lui la lasciava. Ancora una volta. Cento volte. Come quella volta. In modo diverso ogni volta da quella volta. E lei si svegliava disperata. Sudata. In preda all’ansia. E lo cercava al suo fianco, tra le lenzuola. Sarebbe stata una pessima giornata. Dopo era sempre di cattivo umore. Irascibile. Non poteva farci niente. E quei sogni erano sempre più frequenti. Se di giorno le era stato facile, la notte non riusciva a scordarlo il suo tradimento. Si ripeteva e si ripeteva.
Teresa diceva che aveva fatto male a rimettersi con lui. Teresa diceva che era una sciocca a pensarci. Teresa diceva che i sogni non sono che un’immagine complessa della verità; ma non sono la verità. Teresa diceva che quelli, i sogni, non contano, sono solo fantasie; bizzarrie della mente. Teresa diceva questo e quello e lasciava libero sfogo alle parole, alle innumerevoli parole. Sempre così sicura di sé. Certa nei suoi fallimenti. Mille amori e nessun amore. Lei non sapeva che lei sapeva. Era stata anche Teresa una tra i suoi tanti tradimenti. Glieli avrebbe perdonati. Quello che non riusciva a perdonargli era che alla fine l’aveva lasciata; e il come. Almeno non riusciva a perdonarlo la notte, nei propri sogni. E lui le diceva che era una stupida. Che era stato il più grande sbaglio della sua vita. Che non si sarebbe ripetuto. Che aveva capito. Che era cambiato. Che aveva bisogno di lei. Che non sarebbe mai successo. Persino che l’amava.
In certi momenti le sembrava tutto vero. Tutto bello. Poi sognava quello. Non riusciva a liberarsene. Gli credeva ma non riusciva ad aver fiducia in lui. A sentirsi sicura. Protetta. Veramente non si era mai sentita protetta vicino a lui. Si era sempre sentita… precaria. Anche allora. E quel mattino si era svegliata più agitata delle altre volte. Aveva cominciato a radunare le sue cose. Cosa fai? Me ne vado. Cosa succede? Ti lascio. Non puoi farlo. Posso e lo faccio. Perché? Perché non posso vivere per sempre di questa paura. Ma io non ti lascio. Ma tu l’hai già fatto. E’ stato uno sbaglio; ti ho già chiesto scusa. No, è stato un incubo. Ti mancavo? Sì! mi mancavi. Ecco, vedi! Preferisco perderti che continuare ad aver paura di perderti.
Più ne parlava e meno era certa di quella decisione. Cominciava a sentirsi stupida. Con lui era sempre così. La rabboniva e poi ricominciava tutto. Lo vedeva distratto. Ora la guardava come si guarda una che straparla, che si lascia trascinare da un’isteria tutta al femminile. Che ha solo voglia di litigare solo per il gusto di litigare. Come se si fosse bruciata la cena e non sapesse come dare la colpa a qualcuno tranne che a se stessa. La guardava, insomma, in quel modo; incredulo. Mentre lei infilava gli abiti in una borsa Ma capisci quello che fai? A male estremoNon vedi che è una cosa stupida. Non posso più vivere con la paura di perderti. Era determinata, o almeno cercava di esserlo E’ una pazzia. Mai stata più lucida. Sapeva che lui le leggeva dentro. Cercava di nascondergli ogni incertezza. Si svuotava la testa e buttava tutto dentro alla rinfusa, disordinatamente. Forse avrebbe dovuto farlo prima. Forse nemmeno ricominciare. Doveva capirlo che una storia non più sopravvivere a se stessa. Ma lui sembrava tranquillo, non le credeva. Pensava che sarebbe bastato un abbraccio. E lei sarebbe scoppiata a piangere. Si sarebbe data tutte le colpe. Si sarebbe detta una stupida.
Quando uscì dalla porta non sapeva dove andare. Fu solo un attimo di panico. Non gli aveva lasciato il tempo per quell’abbraccio. Sapeva solo che non sarebbe tornata indietro. E aveva gli occhi gonfi di lacrime.

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Ernestina, poveretta, dice che ho la testa sopra il cappello. Dalle nostre parti si dice così. Forse un po’ di ragione ce l’ha. Forse sono un po’ distratto. Ora mi si è anche scaricata la batteria del cellulare e non so proprio come fare. Mi ha sempre fatto timore la complessità di questo nostro mondo. Sono certo che si starà preoccupando, poveretta. E si staranno chiedendo dove sono finito anche sul lavoro. Prendo la metropolitana e scendo alla prima fermata. Per dirla tutta l’ho presa nella direzione sbagliata. Cose che capitano. Ero di fretta e stava partendo. Scendo subito e, maledetto me, mi accorgo di avere ancora un po’ di tempo. E’ così che penso di prendermi un caffè.
Salgo e tutto è cambiato. Stanno finendo la nuova stazione. Una cosa immensa. Da non crederci. E non mi riesce facile trovare il primo bar. Ce ne saranno una mezza dozzina ma per ogni cosa c’è da camminare. E io cammino. Cammino senza guardarmi troppo intorno. Ho la mia solita fretta e non mi restano più di dieci minuti. Quando esco nulla mi sembra come prima. Mi guardo intorno e non trovo nessun riferimento. E’ stato allora che mi son fatto prendere dal panico. Comunque mi avvio ma ogni negozio mi sembra nuovo. Sia la filiale di quella banca che quello di telefonia non mi sembra di averli mai visti.
Scendo di un piano e mi trovo nel niente. Cerco di tornare sui miei passi e mi immergo in un alveare in piena agitazione. Tutti che corrono. Non so dove correre. Come mio solito cerco di salvarmi da solo. Di arrangiarmi. Giro a destra e poi ancora a destra, e mi ritrovo al punto di partenza. La lancetta dei minuti continua inesorabilmente a correre. Ormai sono in ritardo per tutto. I minuti si fanno uno dopo l’altro ore. E pure mi scappa. Chiedo alla rivendita di giornali e mi indica alla fine del corridoio a destra. Il corridoio sembra non finire mai. Alla fine ci sono i cartelli ma i bagni non sono ancora stati completati. Salgo al piano superiore e poi ancora a quello più sù ma lì i lavori sono quasi tutti all’inizio. Mi vergogno a dirlo ma trovo un angolo isolato per farla contro un muro di marmo. Non mi riesce facile perché io, quando ho qualcuno intorno, fatico sempre; ho bisogno della mia riservatezza. Insomma per farla quasi la faccio con disastrosi risultati. Mi porto dietro i segni di ciò e per un po’ aspetto che si asciughino i pantaloni. Poi vado perché non posso aspettare oltre. Sperando che la gente non faccia caso a me.
Per puro caso ritrovo quel giornalaio. Stanco chiedo come si possa uscire da quel labirinto. Mi dice di tornare a salire al piano superiore. Poi di andare davanti al mio naso per circa duecento metri. Infine di prendere l’ascensore e scendere di due piani. Tutto molto semplice solo che mi trovo nel deserto più assoluto. L’ascensore mi porta in uno spazio recintato abitato solo da calcinacci. Risalgo e mi trovo in uno posto nel quale non mi sembra di essere mai passato. Non mi piace sprecare troppe parole. Insomma continuando a girare passa il tempo e comincio ad avere appetito. Rinuncio a fermarmi a mangiare qualcosa per non attirarmi addosso altri guai. Guardo gli orari delle corse che scorrono. La cosa non serve a calmarmi. I cartelli sono tutti provvisori. Sembrano lasciati lì dal caso. Provo a farmi sentire da degli operai ma il rumore dei martelli pneumatici copre la mia voce. Nemmeno si avvedono della mia presenza dietro la grata. La gente va troppo di fretta e un po’ provo anche vergogna. Mi faccio coraggio e fermo prima una signora. Poi un ragazzo. Anche le loro indicazioni mi aiutano a perdermi ancora di più.
Sono ormai quasi allo sconforto quando vedo la biglietteria come l’ultima salvezza. Aspetto il mio turno e chiedo se posso chiedere una informazione. Mi dice che lei è lì per vendere biglietti. L’ufficio informazioni è avanti e poi un piano sopra. Ci rinuncio e chiedo un biglietto per la prossima stazione, e come arrivare al binario. Mi ripete l’indicazione di dov’è l’ufficio informazioni. La prego e si lascia prendere da un attimo di compassione: Per spiegarmi cerca di spiegarmi ma capisco fin dall’inizio che non troverò mai i binari. Infatti dopo tanto girovagare mi ritrovo davanti allo stesso sportello. Lei mi guarda e si ricorda infastidita di me. Rigiro in mano il mio biglietto inutilizzato. Che poi io ho anche l’abbonamento per tutte le linee. La disperazione mi fa vincere ogni mio pudore. Quando passa la ressa mi avvicino. Non so che idee si possa fare ma la imploro di poterla accompagnare alla macchina a fine turno. Mi spiega senza riuscire a nascondere completamente l’irritazione che la società le ha dato un appartamento all’interno della stazione. Come per ogni dipendente anche se a contratto. Per lei e il suo fidanzato, e sottolinea la parola fidanzato. Si avvicina un viaggiatore e mi scosto leggermente per lasciarle fare il suo lavoro. Quello, il viaggiatore, pare sicuro di sé. Leggo un trafiletto sul giornale che ho dovuto prendere che ci sono stati diversi casi inspiegabili di dispersi nelle nuove stazioni della metropolitana. Lei si libera e mi osserva attentamente. Mi fa cenno di avvicinarmi. Mi dice che il fidanzato fa parte del personale viaggiante. Che per alcuni giorni è in viaggio. Che lei stacca tra sei ore ma che ha già un impegno. Mi invita a passare l’indomani. Credo mi abbia preso in simpatia. Le faccio notare di averle parlato già la mattina chiedendole quante ore duri il suo turno. Capisco solo in quel momento, dalla sua risposta, che devo aver parlato con una collega. C’è infatti un’altra addetta alla biglietteria che un po’ le assomiglia. Lo stesso colore dei capelli. Non sono fisionomista e la sua spiegazione è ineccepibile.
Non sono certo che capisca la mia situazione. Torna a guardarmi con ancora più attenzione. Mi mostra una disponibilità filantropica. Aggiunge che non può proprio rimandare l’impegno ma che se l’aspetto, beh! ecco, può tornare proprio per me. Si scusa ma, se per me va bene, sarà comunque per il dopo cena e molto tardi. La rassicuro e cerco un posto per sedermi un po’. Ceno con una pagnottella consumando gli ultimi spiccioli, senza allontanarmi troppo. Continuando a controllare quella guardiola. Mi pulisco i denti passandoci sopra il dito. Torno accomodarmi per attenderla e mi accorgo di essermi assopito. Lei non c’è più. Quella che vedo è un’altra. Ne sono certo. Al suo posto c’è una più giovane e con gli occhiali. Fuori è notte completa. Mi appresto impaziente ad una nuova attesa. Mi scuote quando fuori si stanno dissipando le ombre cupe della notte. I suoi occhi sono ancora vivaci. I negozi sono quasi tutti chiusi. Si guarda intorno circospetta quasi temesse di essere notata. Siamo soli io e lai e alcuni barboni che penso abbiano fatto del posto la loro dimora. Mi invita divertita a seguirla.
Per essere gentile e carina con me lo è. Non sarebbe nemmeno male come donna se non fossi così preso nel mio dramma. Non sono certo una grande compagnia. Lei non sembra farci troppo caso e non me lo rimprovera. Ho il cellulare ormai muto e solo qualche pezzo da cinquanta in tasca. Mi spiega che deve riprendere servizio di lì a poco. Mi fa un buffetto e un complimento che non mi sento di meritare. Imploro il suo aiuto. Mi mostra che comunque per contratto non può lasciare la stazione indicandomi il grande orologio. Ormai s’è fatta mattina. La rivedo quella sera. Sempre in piena notte. Passiamo qualche ora assieme per lo più parlando di noi. Imparando a conoscerci. Credo si stia affezionando a me. Non mi dice molto del suo fidanzato Sembra quasi non esserci. Ho il sospetto che la laconicità delle sue epigrafiche informazioni risenta del fatto che ormai apprezza la mia compagnia. Che le dispiaccia interrompere quella nuova amicizia. Che abbia il timore di non rivedermi se riuscissi a uscire. Ma questa è solo una mia idea.
Ed è la mattina del giorno seguente quando compio un gesto disperato dettato dallo sconforto. Approfitto un attimo del suo telefonino e chiamo il centotredici. Non so come mi sia venuta questa idea ma è da casi estremi che nascono le idee più strampalate. Mi accuso di uno scippo che non ho commesso sperando che venissero a prendermi. Mi mettono in attesa. Poi mi chiedono indicazioni precise. Chiedo a Luisella il nome di quella stazione. Mi dicono di aspettarli ma vogliono sapere in posto esatto dove li aspetto. Gli dico che non mi muovo da davanti alla biglietteria. Mi chiedono quale poiché c’è ne sono cinque in quella nuova stazione. Luisella nel frattempo è tornata ad immergersi nel suo lavoro e non mi sembra più una idea troppo buona. Così interrompo la telefonata. Le chiedo se la posso aiutare. Mi regala uno splendido sorriso e mi dice che non si potrebbe ma.
Non lontano c’era una valigia che sembrava abbandonata là. Dentro ci trovo da cambiarmi. Da lei sono riuscito a farmi una doccia. In realtà non ho bisogno di altro. Lei è gentile e approfitto una seconda volta del suo cellulare. Mi allontano per chiamare casa. Ernestina non c’è e devo parlare con la segreteria. Guardo l’ora e dovrebbe essere già rientrata dall’ufficio. Lascio detto che si è trattato solo di un inconveniente e che mi rifarò vivo presto. Ritrovo un po’ della mia tranquillità e rassegnazione. Non è poi così complicato fare i biglietti.

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raccontiS’era salvata solo lei perché quel giorno soffriva di poco appetito. Era stato per quello che non aveva preso il pasticcio. Si può anche capire, l’emozione di quel momento, ed era bella, Giulia, in quel vestito bianco. Non aveva nemmeno fatto a tempo a toglierlo; a cambiarsi. Almeno così lei si era giustificata. Eppure era tutto come lo aveva voluto, ma non come lo aveva sognato, nemmeno come lo aveva pensato. Trecento invitati, vocio per mille, brindisi coi bicchieri alzati e canti, prima. I primi canti impacciati dal vino. Il taglio della cravatta che da sola era costata quanto solitamente un vestito. Ma, si sa, ci si sposa una volta in tutto. Insomma almeno si dice così, che un matrimonio è per sempre. Poi erano finiti tutti, prima o dopo, alla rinfusa, una vera e propria fuga, all’ospedale: avvelenamento da cibo. Nemmeno il giro della distribuzione dei confetti avevano fatto. Ma perché poi scegliere quella funzione che non finiva mai. S’erano messi a tavola sfiniti. S’era pensato al caldo, ma solo in un primo momento. Dopo lo avevano appurato che era stato il pasticcio.
I primi erano stati proprio i testimoni, la sua cara amica Isabella. A dire il vero le stava bene. Sempre con quella sua aria svenevole, anche con suo marito. Sempre con quell’aria indifesa, come cercasse protezione. Brava furba, lo sapeva lei il tipo di protezione che andava cercando quella… quella. Poi quello stupido di Giorgio, col suo gessato inamidato, con le maniche corte e i polsini bianchi della camicia che gli arrivavano alle dita; si vedeva ad un miglio che era, e sarebbe sempre stato, solo uno di campagna. Ma lui si dava delle arie. E ne raccontava come se fosse stato protagonista di chissà quali imprese. Di donne poi. Però le portava bene e con disinvoltura, quelle di sua moglie. Poi era toccato alla cara suocera, donna di grande tonnellaggio quella cara donna, sempre pronta a spiegarle quello che sapeva. Piena di rossetto, quel giorno, e di profumo da strapazzo; tutta gioia e lacrimucce fasulle. Con i capelli violetta e le scarpe gialle. Poi al marito, cioè il padre dello sposo, e poi via uno, via l’altro, nessuno aveva resistito; la breve corsa al bagno era finita in quelle stanzette bianche che sapevano di disinfettante e di sudori. Lo sposo, stoico, aveva cercato di tenere duro; forse era anche peggio. Aveva avuto il timore che non sarebbe stato dignitoso farsela sotto davanti a tutti, e proprio il giorno del proprio matrimonio. Tutti con quell’aria distrutta e contrita, bianchi anch’essi come le lenzuola; pronti a scusarsi. A dire il vero, vederli così, facevano pena. A dire il vero non aveva mai provato simpatia per i genitori di lui. Certo uno la famiglia non se la più scegliere, ma non era stato certo fortunato. Ma ora, solo ora, le sembrava di vedere come lui assomigliava a quei due esseri… invadenti e melliflui e superflui. Non se n’era accorta prima semplicemente perché non ci si può accorgere di tutto. Eppure doveva sospettarlo, al primo bacio non era successo niente. Era stata troppo precipitosa in tutto. Era da lei, diceva sempre sua madre. Che ci poteva fare? Il secondo se l’erano dati a letto. Era stato anche quello, non poteva aspettare più. E poi quel’è quella donna che non si sogna in bianco?
Poi, all’improvviso, proprio quel mattino, mentre indossava l’abito, si dice che può succedere, aveva visto veramente chi era. E tutto le era sembrato complicato e finto e difficile. L’aveva scambiato per panico. Era colpa di suo padre che l’aveva fatta uscire dal bagno. S’era anche dovuta rifare il trucco; così era una maschera. Lui doveva essere già davanti alla chiesa ad aspettarla. L’aveva visto con gli occhi della mente lì impaziente, camminare avanti e in dietro, sbuffare, guardare l’orologio, guardare la strada. Era facile per lui. Ci aveva messo apposta ancora più del necessario. Che aspettasse. Ben gli stava. Ora sapeva che l’aveva gabbata. Forse era stato allora che l’aveva capito. Forse anche prima ma non si era voluta ascoltare. Forse davanti a quel ridicolo prete e ad un giuramento che le sembrava altrettanto ridicolo: cosa significa per sempre? Forse, in cuor suo, sperava semplicemente che si stancasse di aspettare. Forse non ne aveva avuto il coraggio. Era stato proprio quello per cui alla fine si era trovata circondata da quella marea di invitati, per meglio dire di scalmanati vocianti, anzi, meglio ancora, di barbari. Affamati come solo le belve lo possono essere. Scatenati. Paura? Le pareva di non riconoscerne uno. E tutti a rimpinzarsi come forsennati. Facce che credeva di conoscere e si erano trasformate in ironiche e … oscene maschere.
A dire il vero si sarebbe almeno risparmiata l’ospedale. Non poteva però evitare di fare la parte. Di andare a far loro visita. Erano pur sempre i suoi invitati. E il vestito si era tutto stropicciato. Certo non ne avrebbe avuto bisogno per una seconda volta, anche questo l’aveva infastidita. Non si usa lo stesso vestito da nozze per due nozze. Non si fa la sposa due volte con lo stesso abito. Che spreco. Ed era certa che non avrebbe rifatto lo stesso sbaglio. Eppure, già prima di recarvisi, lo sapeva senza vederli perché avrebbe risparmiato, con tutte le proprie forze, anche quella, ennesima, prova. Era stato per loro che lo aveva fatto. Era tutta colpa loro. E poi, al massimo, se la sarebbero cavata con una lavanda gastrica, ed era ancora poco; almeno così l’aveva rassicurata il dottore. Anche lui: perché non si faceva gli affari suoi?
Aveva pensato alla prima notte, e gliel’avevano ricordata, ridendo, sguaiati, con osceno umorismo di cacca, cioè proprio del cazzo; non riusciva ad immaginare come potesse essere diversa dalle altre, anche questo la preoccupava. Veramente ormai non più. Lo sposo, il solito esagerato, fifone, piagnucolone, lagna, anche per un semplice raffreddore, e poi dicono gli uomini, sembrava più di là che di qua. Forse il dottore si sbagliava. Mica era solo quello. Per dirla tutta nemmeno lei sapeva dire cos’era; non avrebbe saputo spiegarlo. Certo che solo vederseli intorno quei trecento (300) affamati era stata l’ultima goccia. Era stato troppo. Erano già stati fortunati che lei non era cattiva, non era vendicativa. Era stata fin troppo buona. Che esagerazione i giornali: avvelenati. Tredici sveglie a cucù, tre servizi da tè ognuno d’una diversa meta turistica italiana. Due servizi completi di posate d’argento; sai il divertimento a farle tornare lucide, e poi chi mangia più ingozzandosi con le posate d’argento? Etc. Trecento avvelenati ad un pranzo di matrimonio. Come si può costruire così una notizia? I funghi erano tossici ma non erano mortali. Ancora una volta la spiegazione le era stata data dal dottore. Quello lo rompeva proprio. E poi non avrebbe mai voluto finire troppo sui giornali. Trecento morti era un prezzo esagerato per la sua dabbenaggine. Le era dispiaciuto solo per Augusto. Chissà se Marileva l’aveva già conosciuto. Quella ne era capace. Come aveva fatto a non accorgersi prima di quanto era carino. Mentalmente s’impegnò a ricordarsene.

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raccontiGià! il crimine ama la notte. Ma, crimine, non esageriamo. Forse è solo che il buio è sempre pieno di rumori; e di ricordi. E’ un ambiente strano. Pieno di ombre. E’ difficile sottrarvisi, non ritrovarsi a pensare, a costruire. Sarà anche stupido, ma si faccia avanti il primo che può dire di non sentirsi strano, in ansia, quando il buio è un abito stretto che lo abbraccia. Chi non si ritrova bambino; riscopre le piccole paure di allora? Io sono grande e grosso e non mi si può certo definire… eppure anch’io… ci sono dei momenti e in quei momenti siamo tutti soggetti a distrarsi, magari per un trauma infantile. O anche senza una ragione. O almeno una ragione che sia ragionevole e rintracciabile. Magari nemmeno uno lo sa. Solo che alla fine tutto si amplifica. Si esagera. Avete mai pensato allo spazio di notte? Sembra una lavagna nera. Cambia. Mica è facile dire con precisione dove finisce. Si rischia, non solo di perdere la posizione delle cose, anche abituali, ma anche qualsiasi senso dell’orientamento.
C’è questa luna graffiata dai rami; che appare e dispare. In certi momenti non è nemmeno una luna, ma solo il suo fantasma in trasparenza. Ho accompagnato a casa Cesira. Cesira è la mia ragazza. Cesira per arrivare a casa deve percorrere un piccolo stretto viottolino e lei ne ha sempre paura. Io, per sua tranquillità, l’accompagno e aspetto di averla vista entrare. Lei è tranquilla e io anche. Si sa come sono fatte le donne, sempre a pensare a tutto, sempre pronte a prendersi paura anche e soprattutto del nulla, sempre pronte a rinfacciarlo.
Non si può dire che sia stata veramente una bella serata, anzi. Forse anche per colpa mia, non lo nego, voglio dire le cose come stanno, anche se forse non importa molto per queste cose, ma certamente Cesira era nervosa di suo e me ne sono accorto subito. Le donne… non serve nemmeno che parlano, si vede subito di che umore sono. Lei, stasera, se vuole la chiamo per confermarlo, aveva proprio una di quelle sere che dio me ne scampi. Alla fine non se n’è fatto niente. Mi capisce? Non era proprio sera. Un po’ perché, se, lo devo ammettere, ma io, insomma… sarei sposato. Io le voglio bene, però. Mi scusi se divago ma bisogna saperle le cose. E’ stata, fin dall’inizio, una storia bella, quella con Cesira. Forse è arrivata ad un suo momento difficile, ma niente più. Solo che lei vorrebbe delle assicurazioni che non le posso dare. Ora comincio a preoccuparmi perché mia moglie, quando non mi vede tornare, lo so che inizia a preoccuparsi. Le avevo detto che sarei arrivato per le undici. Lei crede che mi sia fermato in ufficio.
Circolare. Circolare. Non c’è più niente da vedere“.
Così, dopo averla salutata. Sono tornato sui miei passi. Si sanno come vanno queste cose: ci saremmo intrattenuti una decina di minuti. Non più di un ora fa. Faccio per salire in macchina, quella è la mia macchina; mia nel senso… insomma. La sto finendo di pagare, ma possiamo dire che è mia. Faccio per salirci e me la trovo al mio fianco; all’improvviso, come apparsa dal nulla. Dal nulla, dico. Anzi ho sentito la sua voce prima ancora di vederla. “Ce l’hai una sigaretta“?
Non è per la sigaretta; io nemmeno fumo. E’ solo che è stato tutto così all’improvviso. Io non ho nemmeno fatto a tempo a sentire cosa mi chiedeva. Ho reagito d’istinto. Tanto che mi sono cadute le chiavi. Forse Cesira era così anche perché ultimamente ha avuto anche dei piccoli fastidi al lavoro. Un poco perché non è facile nemmeno il suo lavoro, un poco perché un collega gli ha messo sopra gli occhi. Devo ammettere che Cesira è proprio una bella ragazza; non per vantarmi. E’ anche per quello… per quello, a quanto mi dice lei, è proprio uno insistente; fino ad essere fastidioso. Ma probabilmente nemmeno se ne accorge. Crede di fare il simpatico. Ma non credo che questo conti. Il fatto è che mi sono cadute le chiavi, che sono finite sotto la ruota. Ho guardata sta ragazza cercando di vederla ma è stato un attimo. Ho impugnato la pistola e ho fatto fuoco. Per legittima difesa. Solo per legittima difesa. Naturalmente ho regolare porta d’armi, per il lavoro che faccio. Certamente non ce l’ho dietro, ma a casa si. E quella è caduta a terra come uno straccio. Da quella distanza è impossibile mancarla. Eravamo come tra me e Lei. Io l’avevo scambiata per una zingara, ma come potevo sapere che non lo era; una zingara, intendo. Capelli ricci e neri. La pelle abbronzata che con la notte sembrava ancora più scura. La gonna lunga. In quel momento era solo una zingara, almeno per me. Ma anche lei, benedetta ragazza, perché non ha cercato prima di farsi riconoscere? Perché non mi ha spiegato che non lo era, una zingara?
Io mi limito ad eseguire solo gli ordini“.
Bastava semplicemente che mi dicesse subito che si chiamava Antonella. E’ stato tutto un tragico errore. All’inizio, quando ancora pensavo ad una zingara, mi sono persino detto, mi vergogno ora a rammentarlo, quanto sono fastidiosi questi zingari. Persino da morti. Pieni di sangue. A incontrarli è sempre una rogna. Lo so bene io. Mi ha schizzato tutto sul vestito e anche sulla macchina. Dovrò portarla a lavare. Magari il vestito lo dovrò gettare. E io sono ancora qui, a quest’ora della notte.

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Il crimine ama la notte. Si districa nel silenzio e si muove di soppiatto. Eppure sono grande abbastanza. Forse è qualcosa che mi porto da bambina o, hanno ragione, che è sempre stato dentro. C’è, per esempio, un viottolo a due passi da casa mia, tra il Viale di Lontano e Via di Secondamano. E’ una stradina stretta, poco curata, di non più d’una trentina di metri, ai lati ci sono reti abbandonate e rovi di more selvatiche (penso ci sia un vietta come questa in ogni posto). Per la nostra anche chi va a piedi ci deve passare per andare da un luogo all’altro. Senza contare che la Via di Secondamano è una via morta cioè che finisce davanti ad un cancello. Il fatto è che, grazie all’attenzione dell’amministrazione per le piste ciclabili, non c’è nemmeno un lampione; e nemmeno ha un nome, ch’io sappia. Lo so che di sera il pericolo è solo nelle biciclette che non hanno il chiaro, ma è più forte di me: un timore mi si desta, un’apprensione. Di più quando la luna è silenziosa. Mi dico: Cesira, non c’è niente nel buio -invece acuisco i sensi e non sono per niente tranquilla. E’ come quando si avvicina un uomo nero, cioè di colore, anche se è gentile e vuole solo aiutarmi a parcheggiare e se non chiede niente, lasciando che sia io, se voglio, a decidere quanto; anche se alcuni di loro sono decisamente belli e ormai ce ne sono tanti anche dalle nostre parti, non riesco a non cercare intorno col timore di essere sola. Così mentre andavo sentii un fruscio; credetti di morire; non c’eravamo che io e lo spavento, ma era solo un gatto che cercava compagnia dove lisciarsi il pelo.

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