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Posts Tagged ‘tradimenti’

Ogni tempo ha il suo tempo. Inesorabilmente tutto passa e tutto cambia. A certe cose è più facile adattarsi, anche velocemente, per altre la cosa può risultare un poco più complessa. La gente preferiva la città, ma la viveva chiusa dentro i muri di casa. E ormai il fascino irresistibile delle immagini aveva sostituito ogni comunicazione, anche i dialoghi famigliari. Prima era morta la radio. Poi il cinema. Poi la televisione. Il tutto sostituito dalla programmazione della rete. Da quella sorta di grande fratello che di fatto decideva per tutti, e dei gusti di tutti.
Ho cominciato a presentire l’enormità del problema una sera al ristorante, forse in modo falso, scorretto e approssimativo. Ma a volte bisognerebbe dar retta anche alle sensazioni e quella era in verità forte. Stavo tranquillamente mangiando con Claudia quando li ho visti. Nel tavolo vicino al nostro era seduta una famiglia di quattro persone. Il padre, la madre e la giovane figlia avevano tutta la loro attenzione rivolta verso i minuscoli schermi dei loro smartphone, il ragazzo invece stava smanettando indaffarato con il suo iPad cercando di portare un boccone alla bocca senza distrarsi da quello che vedeva e ascoltava attraverso gli auricolari. Nessun’altra comunicazione interagiva tra loro. Sul momento mi sono augurato che avessero una semplice digestione.
È spaventoso pensare che oggi si possa racchiudere tutto il mondo, una vita intera, in una piccola pennetta. Credo che siano fantastici i racconti senza nessuna interruzione pubblicitaria. Ne ho parlato anche con la mia compagna. Temevo che quello sarebbe stato l’ultimo libro, ne avevo quasi la certezza. Oltre le copie omaggio del povero autore l’unica incredibile vendita si era verificata in una banlieue, e il cliente non aveva voluto lasciare il nome. Era un romanzo con una storia d’amore e di follia ambientato nel 2017. I giornali in rete ne avevano parlato solo come di un povero svitato anonimo. L’editoria era definitivamente finita e nessuno sarebbe stato più disposto a metterci il becco di un quattrino.
Mi sono ricordato di fahrenheit 451, un vecchio film lungimirante di molti anni fa. Se non sbaglio di François Truffaut del lontano ‘66, da un libro che, se ben ricordo, doveva essere stato scritto nel 1953 da Ray Bradbury. Il titolo credo si riferisca alla temperatura a cui comincia prendere fuoco la carta. E ho anche ricordato famosi roghi antichi ma anche relativamente recenti. Anche nel nostro parlamento è stata recepita in legge quella che era stata fatta passare come una semplice indicazione di diritto internazionale. Era stata adottata anche la plausibile motivazione che la decisione era atta a preservare la restante flora del pianeta, cioè a combattere la sua desertificazione e l’abbattimento di quel gran numero di piante a fusto alto, soprattutto nella foresta amazzonica, ma non solo. Di era anche detto anche per ridare respiro al globo. Così, per legge, sono stati invitati tutti i cittadini a liberarsi di quegli ormai inutili oggetti, residui del passato, che consistevano nei libri. Senza roghi né troppo chiasso.
Il buon popolo ubidiente aveva subito dato seguito alla disposizione. Nessuno aveva voluto essere meno alacre di altri o ritrovarsi additato a pubblico ludibrio, oggetto dei pettegolezzi. Io ho preferito inscatolare i miei volumi sopravvissuti, invero non pochi, che tanto mi avevano dato e che spesso avevo così violentemente e incondizionatamente amato e nasconderli giù in cantina. Ho ripreso in mano e ricominciato a leggere quella stupenda storia contenuta nelle pagine ormai stropicciate del “Don Chisciotte”. Mi è stato riferito che pare ci sia un popolo che legge ancora, ma solo “Il corano”. Il risultato delle disposizioni legislative è visibile nella foto.

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Narrano le cronache del cinquecento (ma anche in tutto il medioevo) le storie di masse in movimento. Di viaggiatori pellegrini. Di un paese attraversato da vere schiere di veri fedeli che per fede o per disperazione con tutti i mezzi raggiungevano o cercavano di raggiungere Roma. Pezzenti. Ignoranti. Coperti malamente di stracci e pene. Di donne abbandonate e di altre vittime. Di orfani che non avrebbero mai conosciuto un padre.
L’Italia è sempre stata un paese di santi, artisti e viaggiatori e ancora lo è. Non solo di viaggiatori informatici ma soprattutto e sempre più di viaggiatori stagionali. Tutto è cambiato e ben poco lo è. Come se il tempo avesse ingranato la retromarcia per tonare a frugare nel proprio passato. La fede è sempre forte solo che di frati se ne trovano sempre meno. E anche di conventi, se vogliamo ricordare, come quello dove allora cercò rifugio e salvezza la bella Catherine Trillet (soprannominata Justine)[1]. Storie troppo spesso di virtù e di violenza e abusi, fin troppe volte tradite o taciute.
Ma la memoria non è né sempre né spesso un rifugio sicuro, confortevole e fedele. Nel paese di Vattelapesca il convento c’era e c’è ancora, quello di Santa-Maria[2]. E anche una basilica dove i buoni monaci Recolletti recitano messa e impartiscono la confessione. E non c’era e non c’è molto altro se non il solito chiacchiericcio di paese atto a condire la vita e fuggire dalla noia. Ma la piccola frazione si va svuotando. Si vedono sempre meno uomini e, anche nei campi, quasi solo donne che hanno rimesso il fazzoletto in testa. I mariti e i compagni continuano a fuggire non per andare a vedere il santo padre ma alla ricerca di un minimo per riempire la pancia e comprarsi il cellulare. Straccioni erano e straccioni restano; con i pantaloni strappati. Nuovi poveri e ugualmente ignoranti. E forse avrebbe voluto chiamarsi Justine ma si chiama Lorna, così avevano deciso i suoi genitori senza chiederle né consiglio né permesso.
E come ogni paese anche il nostro ha le sue saghe e leggende e alla festa del patrono si fa la fiera con le giostre. E il sabato le donne si trovano dal parrucchiere per raccontarsele tra un rimpianto e una risata grassa. Proprio là dove non ci sono le orecchie degli uomini a poterle ascoltare. E allora lasciano ogni riserbo e ogni pudore e spesso fanno uso finanche della loro fantasia illimitata. Era così che era venuta a sentire alcuni aneddoti piccanti, sordidi, squallidi, immorali, e tresche di alcune e molte delle clienti e dei buoni frati. Storie raccontate per biasimare le altre, ma molto più frequentemente di quanto si possa pensare anche storie che le vedeva volgarmente protagoniste di sé stesse. Lei stava ad ascoltare e non aggiungeva fiato, ma, a solo sentirle, avrebbe voluto gridare forte e con orrore: “Io mai”! E poi lei non credeva nemmeno ai rotocalchi.
In verità quelle povere donne altro non fanno che cercare conforto nella confessione all’assenza prolungata del proprio compagno, anche se le colorano un po’ per renderle meno crude. E a sentirle tutte lo fanno per amore e con amore, ma anche, perché no, per trarne un po’ di diletto. E lei, Lorna, ci credeva e non ci credeva; il suo Iunior manteneva ancora aperta la sua officina ed era un esperto bestemmiatore. E qualche sabato saltava la messa in piega per risparmiare e risparmiava per quanto poteva e il suo confessore, fra Raffaele, era un santo e pio servo di Dio. Non ricordava l’ultima volta che era andata dalla sarta per farsi risistemare una gonna, ma ricordava bene tutte le avemarie che le aveva comminato. E per un peccato da poco, un peccato di orgoglio e un paio di calze. Non la scorderà mai quell’ultima volta.
Ancora non credeva a tutte le parole delle sciagurate. Ma c’è la storia delle pentole e dei coperchi. L’autofficina se n’è andata in malora e, come tanti altri, anche il suo Iunior era dovuto partire. Mentre mi racconta sono ormai tre mesi che se ne sta distante e lei nemmeno sa dove. Nemmeno una riga e non ha più credito nel cellulare. Si era messa a dieta e ora è entrata in digiuno. Ha cercato di lavare scale, fare il bucato, stirare o tenere i cani, cose così, niente da fare, non c’è di che sperare, si è trovata ultima di una lunga fila senza fine. Da quelle donne era anche venuta a sapere che i buoni frati danno consolazione e un piatto caldo per lenire la fame. Solo per questo, per disperazione, va e cerca consiglio dal suo buon confessore e si inginocchia davanti a lui: “Ho bisogno di conforto, padre mio”.
Hai peccato”?
Non ho peccato, e come potrei”?
Perché allora vieni davanti a me nell’inginocchiatoio di questo confessionale”.
Buon padre, vedete, sono in una condizione di bisogno”.
Vedrai che c’è sempre la buona provvidenza per una donna che crede e chiede il perdono di nostro signore Gesù cristo”.
Ma come vi posso ringraziare, buon frate”?
“«Vedrete, angelo mio, che non siamo poi così bigotti come sembriamo, ma sappiamo spassarcela con una bella figliola[3]», purché abbia fede e il suo uomo si sia assentato per pellegrinaggio. Solo se lui è in pellegrinaggio”.
Lei non ebbe esitazione e si diede la forza del bisogno: “Certo, padre santo, è in viaggio per Roma per il Giubileo e per chiedere perdono di tutti i suoi peccati alla Madonna”.
Da quanto è in viaggio”?
Ormai sono tre mesi”.
Il padre sogghignando la guardò bene: “Che strada ha fatto? Non ha preso certo una freccia”.
Il poveretto s’è dovuto vendere anche la macchina”.
E cosa gli dirai quando tornerà, se tornerà, e ti vedrà la pancia piena”?
Non potrò che dirgli di ringraziare voi e i vostri fratelli”.
Povera piccola e innocente creatura, voglio dire piena e anche gonfia”.
Intendete dire… ma io non sono in cinta”.
Ma non è ancora suonato il vespro”.
Lorna principiò a capire solo quanto il confessore principiò a sollevarsi la tonaca e la spronò con la sua forte mano ad abbassare la testa invitandola ancora a fare penitenza. Ma lei era una brava moglie e una donna assennata, timorata di Dio e onesta, e scappò scandalizza piangendo con le lacrime agli occhi e gridando che non avrebbe spento quel cero per tutti i peccati del mondo. Quel frate era un uomo brutto e vecchio, che lo chiedesse alla contessa. Ai tempi d’oggi non ci si può fidare proprio più di nessuno. Ma chi come me conosce le storie sa che la fiducia è sempre stata un bene da dare con parsimonia ed estrema attenzione. Lei non aveva mai tradito il marito, per interesse, e mai lo avrebbe fatto. Non sapendo dove andare a cercare rifugio è corsa qui. Le ho spiegato che i frati sono tutti uguali. Io sono macellaio, veramente garzone di macelleria, ma ho un cuore d’oro, e una stanza per studenti tutta per me dove l’ho accolta.
Vorrei poter fare di più ma anch’io devo partire.

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Justine,_ovvero_le_disavventure_della_virt%C3%B9
[2] http://lafrusta.homestead.com/rec_sade_justine.html
[3] http://www.rodoni.ch/busoni/sade/sventure.html

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Il Vero Premier (da questo momento nominato come solo il Premier, senza dati privati o fiscali) era rimasto ottuso e attonito. Sei donne. Una banda di donne. Tutte donne. Perché aveva l’impressione che anche i clown fossero donne; se non erano trans. Per le loro movenze aggraziate. Una l’aveva chiamato carino. Con una voce da sesso e un accento da extra. La reazione degli altri presenti non era stata diversa. Lo si leggeva in tutte le loro multiformi facce. Sulle loro maschere. Eppure erano politici di lunga milizia ed esperienza. Proprio per quello. La First era sbiancata e poi svenuta. Premurandosi di cadere sul soffice divano. Le parole erano diventate parche e spilorce. A parlare era stata quella che sembrava il capo, la Betty Boop: “Se fate i bravi non si farà male nessuno”.
Titolo del telegiornale andato in onda a reti unificate come fosse il discorso di fine anno «La “Banda delle maschere” o “Brigate Rosa” è tornata in azione e stavolta con un colpo di mano eclatante. Vi terremo aggiornati» Il paese era in agitazione, sembravano tutti impazziti. Tutti volevano dire la propria e ogni mezzo di comunicazione, compresi i blog, era tempestato di suggerimenti. A questo punto la mancanza di pazienza inviterebbe ad andare direttamente alla fine della trattativa, saltando il successivo prossimo interminabile paragrafo, poiché, tra tante alzate d’ingegni, nessuna sembrava completamente e immediatamente praticabile ed efficace.
La polizia aveva suggerito l’intervento rapido dei loro Nocs (Nucleo Operativo Centrale di Sicurezza) e persino e assieme della Celere da Padova e dei tristemente famosi RoboCop di Genova. I carabinieri di allertare tutti i G.I.S (Gruppi di Intervento Speciale) e anche i RIS (Reparto Investigazioni Scientifiche), ma questi ultimi magari solo dopo, a crisi conclusa. I finanzieri i loro esperti ispettori (orrore e terrore tra tutti i sequestrati) con tutti i registri; quest’ultima proposta era stata immediatamente respinta non dai sequestratori ma dalle loro vittime. Per l’esercito il Napoleone di turno aveva minacciato di mandare le truppe scelte d’assalto appoggiate da uno sbarramento di artiglieria, ma leggera, e mettere a disposizione tutti i loro mezzi corazzati; e nel frattempo munire tutti i sequestrati di elmetto protettivo attraverso un pertugio aperto con la dinamite. La proposta di Icaro Scavafossi, un nome, una missione, un destino, era stata più sbrigativa: un semplice, rapido, indolore (?) bombardamento a tappeto dell’intera area, solo che era perplesso su come quei quattro anarchici di giornalisti avrebbero accolto tale soluzione. Il Piccolo Grande Uomo cominciava veramente a preoccuparsi, e se nessuno avesse ascoltato le sue opinioni: “Bocce ferme”! Maga Magò guardò soddisfatta le sue e sorrise divertita. Per la marina si era fatto vivo il vice-ammiraglio perplesso, certo gli aerei avrebbero potuto decollare dai ponti delle loro portaerei, ma loro avevano una difficoltà logistica sulla tempistica, la flotta non era in loco ma stanziata lontana, e non sapeva dove farla ormeggiare per avere più rapida operatività di intervento, però si poteva sempre far risalire, ad uno stormo di mezzi da sbarco, il Tevere. Tempi preventivati per l’efficacia dell’azione: 2 (due) ore circa; minuto più, minuto meno. Non disponevano di tutto quel tempo vista l’impazienza dell’Uomo più importante dello Stato. Commento con gesto onomatopeico: “Tiè”! Uno stormo di colombi viaggiatori lasciò cadere, a mo’ di pioggerellina di maggio, le loro deiezioni su tutto lo stato maggiore schierato in tenuta di gala in irrigidita parata.
Sul momento il comandante dei Vigili Urbani, strappato dal Foro Italico, preso alla sprovvista, aveva prospettato di isolare il quartiere con barriere stradali mobili chiodate e di multare tutte le vetture in sosta nella provincia, ma era stato frettolosamente conciso perché doveva andare, che quel pomeriggio avrebbero premiato la Vigilessa dell’anno. Gli uomini rana avevano attraversato la Fontana di Trevi a nuoto sincronizzato e si stavano dirigendo sull’obiettivo, con passo paperato con le pinne ai piedi, maschere e boccagli e muta intera; furono fermati e accampati in una scuola in attesa di ulteriori istruzioni. La forestale tutta aveva protestato offesa per essere stata messa da parte e dimenticata, ma si era detta pronta a porsi al servizio, in quel momento di crisi, e aveva suggerito l’immissione di diserbanti, in quantità industriale, attraverso i condotti dell’aria condizionata, non nascondendo il dubbio sul loro grado di tossicità. La forestale tutta era stata fancullata in coro. I vigili del fuoco invece erano propensi a creare un grande panettone di schiuma ignifuga, che avrebbe ricoperto tutto il palazzo, che poi avrebbero perforato e attraversato loro stessi muniti delle loro amatissime maschere antigas; prevedevano un risultato del cento per cento, ma non erano certi se avrebbero recuperato individui o salme. Commento con gesto delle corna: “Tiè”! Le guardie carcerarie erano disposte da subito a prendere in custodia tutti gli autori dei pacchi e mettere a disposizione il numero necessario di trombette, ma non avendo precise idee d’intervento avevano già cominciato a intervistare gli inquilini dietro i cancelli nel tentativo di identificare le generalità degli artefici del vile atto.
Una folla enorme di fedelissimi, con le braccia tese verso il Padreterno e le foto minaccianti come santini, di quelli che già additavano per i nuovi futuri martiri, si era intanto radunata supplicante in campo San Pietro ed ebbe la benedizione del Santo Pontefice visibilmente emozionato e preoccupato. I servizi segreti avevano già il loro migliore agente all’interno, ma gli era stato permesso di uscire fin dall’inizio della crisi per rilasciare le dovute interviste sullo stato delle cose prima dell’avvio di eventuali improbabili trattative. Il console di un paese amico sionista aveva fatto il diavolo a quattro per rendersi utile proponendo l’uso di un piccolo ordigno nucleare intelligente, ma non era in grado di garantire l’incolumità di tutti i segregati. Anche questa telefonata fu passata sulla linea rossa, poiché anche il nostro mini mega Preside aveva scalpitato capricciando per avere il suo telefonino rosso, era stata premiata con il più roboante: “Ma ‘ndate a fare in culo tutti”. 17.513 (avete capito bene, diciassettemila-cinquecento-tredici) giornalisti accreditati si erano offerti per interpretare la parte dei sequestrati aggiuntivi e ognuno voleva l’esclusiva; naturalmente la proposta non era nemmeno stata presa in visione ed era stata immediatamente cassata per mancanza di spazio nella stanza della riunione.
Se solo avesse ancora potuto Bartali sarebbe stato disposto a vincere ancora il Tour di Francia, ma come ben noto a tutti non era in grado di presentarsi all’appello perché ucciso dalla vita. I romanzieri avevano suggerito il Commissario Montalbano e/o il Commissario De Luca e/o Kay Scarpetta; in alternativa, come ipotesi sostitutiva, Sandrone Dazieri, tramite l’autore o rintracciandolo eventualmente direttamente dal Leoncavallo. Il Premier in persona aveva invitato tutti a mantenere il sangue freddo, o almeno tiepido, e lasciare libera l’area senza esagerare. Cercando di tranquillizzare l’intero Paese. Una tale in uno stentato italiano aveva proposto di ricorrere ad Auguste Dupin; parve a tutti inutile trasformarlo in un incidente internazionale. Sarebbe servito solo a dare pubblicità agli aggressori. Il Primo Ministro in persona aveva nuovamente invitato tutti, cittadini e burrini compresi, a mantenere la calma e non fare gesti avventati.
(reprise) L’estenuante trattativa era terminata in un baleno. Il Premier e l’intero Consiglio di Amministrazione (CdA) avevano accettato immediatamente; calato subito le brache. Si era deciso di accogliere in toto le richieste. Da quel preciso momento in poi, con un Decreto Legge Celere, la Banca Centrale avrebbe dato disposizione a tutte le altre banche, che sarebbero state dichiarate private, che gli sportelli bancomat accettassero solo ed esclusivamente le nuove tessere sanitarie già distribuite. I prelievi potevano esser eseguiti fino a un massimale di cento euro giornalieri. Erano state poi aggiunte, in calce, le norme applicative e finali, mentre le donne che li tenevano segregati controllavano e espettavano il buon fine completo delle trattative. Per un computo sommario cento euro ammontavano a tremila euro mensili. Forse troppi? Bastavano cinquanta. Forse? Cinquanta facevano circa approssimativamente millecinquecento euro mensili. Sì! potevano bastare. Salvo le spese mediche certificate e solo presso strutture pubbliche, naturalmente. Alla fine si decise per la prima ipotesi, cento per tutti, ma senza le domeniche. Poi si volle precisare ed entrare nel dettaglio.
Fino a un tot e oltre un tot. Fino a un tot, si legga una pensione o un salario medio, il soggetto avrebbe mantenuto il Contratto Bancario in essere. Sotto un tot, diciamo un poco sopra la cosiddetta Soglia di Sopravvivenza (SS), e oltre un tot erano, applicabili le nuove norme dei cento al giorno. Chi nascondesse capitali o tentasse di portarli all’estero sarebbe stato considerato un terrorista e un traditore, ricadendo sotto la normativa già vigente, aumentata per anni: un ergastolo, da scontare interamente senza possibilità di riduzioni della pena. Le accuse avrebbero privato altresì i soggetti incriminati di usufruire delle tutele sugli espatri, di poter richiedere cittadinanza per motivi speculatori, anche come Asilo Politico, in altro paese terzo. La segretaria e stenografa corresse il testo in: per i soggetti è fatto espressamente divieto all’espatrio in qualsiasi altro paese, senza nessuna eccezione, pena l’immediato rimpatrio e un aumento della pena, anche pecuniaria, da stabilirsi a breve, in seguito. Sarebbero stati condonati anni: uno a fronte del rientro di qualsiasi capitale. Condono non cumulabile. Per quelli accertati il governo avrebbe fatto ricorso al proprio diritto e tutela. Le norme avrebbero avuto valore immediato in tutto il Regno ovvero in tutta la Repubblica ovvero in tutto il Paese. Firmato il Premier in persona e controfirmato da tutta la sua Corte. Logorato il Premier si era fatto servire due uova all’occhio di bue e s’era medagliato sulla giacca e sul panciotto. Alla fine avevano pensato bene di imbavagliare provvisoriamente quel Capo, cervello e voce, per non correre il rischio di assopirsi vinte dalla sua logorrea. E tutto si era concluso nel giro di quel paio d’ore necessarie.
Il piano era filato liscio. Erano uscite tra una folla acclamante. In verità c’era una moltitudine altrettanto numerosa, e forse anche di più, e almeno altrettanto vociante, non inaspettatamente comprendente molti soggetti che si potrebbero definire partoriti illegittimi dal sottoproletariato e dalle baracche, o usciti squittenti dalle Case-Pound (messe, con altro decreto immediato, fuorilegge e definite “Bordelli-Pound”. Da CP a BP), con l’aggiunta di solo alcuni sparuti blazer blu in fresco-lana. Le nostre profittarono dei loro sostenitori e si eclissarono nel marasma e nella massa per raggiungere le loro auto; loro per modo di dire. Tutto è bene quello che finisce bene, ma nemmeno nelle favole è garantito il lieto finale. Può esserci un imbecille a non capire e rovinare finale, qualcuno che vuole fare l’eroe, qualcuno che non sa nemmeno leggere, qualcuno che non ascolta neanche le indicazioni date dall’autore della Favola o della commedia. Il solito intraprendente impulsivo. E anche in questo caso. Il solito pula ligio e cretino. Quando non serviva. Era già tutto già quasi finito. Sotto controllo. Se la stavano già filando. Meritatamente. Ogn’una in una macchina rubata diversa. Tranne Paolina che non aveva ancora la patente. Insomma Maga stava salendo, la portiera aperta, e quello aveva esploso il colpo. E tutto era precipitato. Era diventato confusione. Non avrebbe colpito il Pantheon da dentro, e probabilmente avrebbe sospettato di essere l’autore del buco là, sullo zenit della conca della cupola. Ma la sfiga nera aveva voluto metterci lo zampino.
Tutto era successo a una velocità strabiliante. Da formula uno. Il coglione aveva proditoriamente esploso un colpo e l’aveva colpita, del tutto casualmente, in pieno petto. Il proiettile era stato deviato da un sampietrino con un’angolazione acuta di circa quarantacinque gradi. Lo stesso proiettile era entrato diritto in una tetta, perforandola. Forse la grande massa l’avrebbe fermato. Avrebbe salvato l’eroina. Decisamente quel giorno la fortuna non era dalla sua parte. Era destino. Era una cartuccia a espansione o una pallottola a fungo. Probabilmente a punta cava. Micidiale. Nemmeno una corazza. Aveva attraversato quel chilometro di soda delizia, poi si era disintegrata e le aveva sbriciolato il cuore. Era morta all’istante. Prima ancora di dire: “Ahi”! Era caduta in un mare di sangue. Un oceano rosso. Non fosse stato all’istante probabilmente sarebbe morta annegata. Nel vedere la scena, la sua amica, a Virginia era salito il sangue alla testa, si dice così, metaforicamente, il sangue agli occhi, insomma s’era proprio incazzata di brutto. Era andata via per la cucuzza. Aveva fatto la più rapida inversione a U che si sia mai vista. In uno stridio di gomme aveva inchiodato sull’asfalto. Come impazzita. Era scesa che era una furia impugnando la sua 98-FS. Aveva svuotato il primo caricatore, 15 colpi calibro 9X21IMI, una tempesta di proiettili sull’idiota malcapitato. Stava inserendo il secondo caricatore al riparo di una siepe. Doveva averlo centrato almeno tre volte, ma quello continuava a rispondere al fuoco.
Un attimo di stupore. Nel bel mezzo della lotta. Si era sentita sollevare da dietro il vestito. Fu solo un baleno. Nemmeno questione di secondi. C’era ben poco da sollevare, e aveva ricominciato a bestemmiare, a ripararsi, a mirare, e il suo ferro a sputare fiammate e piombo. Si era sentita abbassare le mutandine. Non aveva tempo da perdere. Nemmeno quello per pensare. Era tutta tesa. Impegnata. Troppo presente e troppo impegnata. E si era sentita impalare da dietro. Ma come si permetteva quel buzzurro. Sconosciuto. L’anonimo arrapato. Ma la cosa non la distraeva. Non le dava alcun fastidio, anzi, a dire il vero, non le dispiaceva. Affatto. Per quello lei era sempre pronta. Si mise comoda, continuando imperterrita a combattere. Il ritmo le parve noto. Torse la testa, non senza sforzo. Era solo il suo grande amore; era Baldo a darsi da fare alle sue spalle. Il suo gran trombone. I suoi occhi erano eccitati. Qualcosa in lei, là sotto, si stava eccitando. “Sei tornato”? “Sembra”. “Come mai qui”? “Ho sentito la tele. Non potevate che essere voi”. “Perché di ritorno”? “Mi sono pentito, voglio tornare a fare il gioielliere”. “Ti fermi un po’”? “Almeno finché non ho finito qui”. “E poi”? “Chissà! Forse torno a casa”. “Stronzo”. “Mignotta”. “Infame”. “Bigotta”. Orami l’altro non rispondeva più al fuoco: “Sbrigati che dopo debbo andare”. “Me lo dai almeno un bacino”? “Ma vaffanculo”. “Signora”. “Bastardo”. Questo sarebbe rimasto l’ultimo saluto di Virginia a Baldassare, almeno per quella vita.
Come dice la canzone Soli si muore, ma nemmeno la compagnia può garantire il contrario. Anche con l’amore. Beh! quello lasciamo stare. Un ingrato. Un degenerato. Un vero pezzo di merda.
Si era rimessa le mutandine e diritta al punto di ritrovo. “Perché questo ritardo”? “Volevo dire le ultime parole di saluto a Maga”. “Perché non è qui”? “Non sapete”? Davanti ad un ampio coro di no con sorpresa, già preoccupati: “Aprite la tele. La nostra cara Maga c’è rimasta”. “Impossibile”. “Per sempre”. “Non ci posso credere”. “Devi”. “Veramente”? “Davanti ai miei occhi. Pace all’anima sua”.
I notiziari a raffica riportarono immediatamente la notizia particolareggiata di tutto quello che era successo. Meticolosamente. Dei momenti di panico. Dell’ansia di tutti. In modo molto dettagliato della scomparsa del povero giovane pulotto caduto eroicamente nell’adempimento del proprio dovere durante un conflitto a fuoco. In modo un po’ più succinto e sarcastico della morte di una delle bastarde terroriste, nella fattispecie di quella mascherata da Maga Magò. Si erano persino dati la briga di contare i bossoli della breve ma intensa sparatoria; e i danni. Individuato e riportato che a sparare era stata quella che pareva, a detta di tutti, il capo, Betty Boop. Merda! Sottoposta a cardiogramma rapido, e poi a tutti gli esami necessari, prima la First e poi tutti gli altri tenuti sotto criminale sequestro, che avevano protestato ignorando il cavalierato. Lo spavento era stato tanto. Si erano permessi di scrivere e dire che quella, la sosia della Maga, se l’era proprio meritata quella fine. Salvo poi, due righe dopo, senza rettifica, riportare che tolta la maschera alla criminale si erano sorpresi nello scoprire che sotto quel travestimento c’era la vera Maga Magò.

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I tempi sono quelli che sono. A diciott’anni dicevano che ero una promessa. Prima punta. Centravanti. A venti avevo già appeso gli scarpini al chiodo. Poco fiuto della porta, dicevano. La ricordo ancora bene quella partita; l’ultima. Ci giocavamo la salvezza. Il passaggio filtrante era un vero invito a nozze. Mi sono trovato solo io e il portiere avversario. Ho mandato un’altra volta il pallone in tribuna. L’allenatore mi ha richiamato in panchina, e non era ancora finito il primo tempo. Saluto, non del tutto contento, il compagno che mi deve sostituire e sento un gran colpo che mi fa piombare a terra. Ho ricevuto un sasso in piena fronte, e dal settore dei nostri tifosi. Da quel pomeriggio maledetto è cambiata la mia vita. Ho chiuso con il calcio.
In seguito ho fatto di tutto, mille lavoretti. Tutte cose prive di importanza. Mal retribuite. Finché non ho trovato la mia strada: Rappresentante di commercio. Nel giro di tre mesi mi sono comprato la macchina, naturalmente in leasing. Non potevo continuare ad approfittare di quella di Gaetana. Non che fosse stato tutto facile nemmeno allora. Inizialmente le vendite erano scarse. E i clienti sempre così pretenziosi. Dovevo ancora imparare. Trattavo confezioni, soprattutto campavo con i jeans. Poi mi fu offerta la marca giusta e di jeans cominciai a venderne parecchi. A vedere i tabulati con cifre confortanti. A fare i conti per il mio futuro. Erano soldi sulla carta ma erano soldi veri, o quasi. E tanti, almeno nominalmente. Poi la verità è che nel nostro mestiere arrivano sempre tardi e ci si trova davanti sempre ad anticipi. Non ci volevo pensare. Andava bene anche così. Sempre meglio che fare l’eterna promessa come calciatore dilettante.
Nel duemila ebbi il mio gran colpo di fortuna. Su suggerimento di un amico, e previa telefonata un po’ gaglioffa, ottenni la rappresentanza di una grande marca. Una griffe che si vendeva da sola, nonostante i prezzi esorbitanti. Cambiai clientela. Entrai nelle boutique. E in alcuni grandi magazzini, ma molto su. Con una clientela di classe. Un solo capo costava molto di più di quanto avessi guadagnato in un mese anche nei miei periodi più fortunati. Il primo cliente che ho visitato mi ha fatto un ordine stratosferico. Ero al settimo cielo. La percentuale della commissione di mia spettanza era più del doppio di tutte le mie vendite delle due precedenti stagioni. L’ho incorniciata e appesa al muro quella commessa, ed è ancora lì. La mia vita era cambiata. Cominciava veramente a sorridermi. Ma sul più bello tutto si è sgonfiato. È proprio vero che le cose belle sono sempre destinate a durare poco. Un paio d’anni da nababbo e poi… una pugnalata alle spalle. Mi è stata revocata la rappresentanza. Delle mie spettanze ne ho portate a casa poco meno della metà. L’unica gioia era che intanto avevo messo da parte qualche soldino. Anche se avevo speso forse un po’ troppo e sempre prima di averli in tasca.
Ho cercato di resistere in un mercato che si faceva sempre più difficile. Ogni mattino mi svegliavo pieno di buona volontà e di speranze. Ogni sera mi coricava deluso. Le cose continuavano a peggiorare come nel detto, coniato non so da chi, da qualche disgraziato, probabilmente: “Oggi meno di ieri, ma più di domani”. E non era solo il lavoro. Sono dovuto tornare in affitto, rinunciare al gommone e alla roulotte, vendermi la collezione di farfalle e chiederle indietro l’anello per impegnarlo. Dovevo spegnere il riscaldamento prima di uscire. Pian piano stavo rinunciando a tutti i miei sogni e salutavo le poche cose che avevo realizzato. Eppure c’è ancora chi si fa una fortuna, nel nostro mestiere. Ma chiudono sempre più negozi. Gaetana si era stancata di aspettare e la sua macchina era ridotta ad un catorcio impresentabile.
Pian piano mi trovai costretto ad offrire solo bottoni, e rocchetti di filo per cucire, e magliette di seconda scelta. Naturalmente cambiai ancora clientela. I miei clienti erano mercerie. La vita tornava a diventare dura ma riuscivo, seppure a malapena, a finire il mese. Racconto tutto questo solo per dire come sono arrivato a questo periodo. Tra ditte che falliscono, prima di consegnare e saldarmi il dovuto, e ditte che devono limitare le spese. Passerà. Intanto la crisi continua e sembra essersi sistemata per restare sulle nostre spalle. Quei pochi risparmi rimasti erano finiti. È difficile poi adattarsi, abituarsi ad avere meno. Di cambiare macchina non se ne parlava, anche se quella che avevo succhiava come portarsi appresso un vampiro. Era sempre assetata di metano e si prendeva gran parte delle provvigioni; sempre presunte.
Erano quasi più le spese dei soldi che avrei dovuto intascare, e da lì a sei otto mesi. Il mattino mi alzavo senza la voglia e la forza di farmi almeno la barba. Me ne sarei volentieri rimasto a letto. La giacca blu cominciava ad essere lisa; le scarpe sformate. E per un agente la presenza è molto se non tutto. Il cliente ti controlla da capo a piedi. E se non hai tutto a posto non è disponibile a concederti fiducia. Ti tratta come un pezzente. Avevo un appuntamento quel pomeriggio e uno in zona il mattino seguente. Giocoforza e malvolentieri ero costretto a cenare e pernottare fuori. Non serve aggiungere altro per capire che non potevo permettermi di pretendere troppe stelle. Dovevo accontentarmi un po’. Cercare qualcosa per le mie tasche. Mi avevano parlato tutti bene di quella pensione. Decisi di pernottare lì e per una cena frugale.
Il posto non era come me lo sarei immaginato. Non riuscivo a capire il consiglio dei colleghi. Era un po’ più scadente e sciatto di quanto mi aspettassi, e non troppo pulito. Pazienza. Nemmeno la cucina era granché. Pazienza. Era venuto al mio tavolo il locandiere e si era seduto per un bicchiere di vino, del mio, e quattro chiacchiere in compagnia. Era un uomo gioviale che andava subito in simpatia e per le spicce. Mi ha chiesto cosa mi aveva spinto fino a là e quanto avevo intenzione di trattenermi. Gli ho detto una notte o due. Su sua richiesta gli ho spiegato il perché e del mio lavoro, anche se ho esagerato un po’ su come stava andando, e da dove venivo. Mi ha chiesto se mi era piaciuto quello che avevo mangiato. Ho dovuto mentire dicendogli che era tutto buono. Mi ha annunciato facendosi un po’ più serio: “Fanno trenta a notte, colazione compresa”.
Poi si era avvicinata la locandiera con un sorriso ammiccate; anzi proprio porco. Non vorrei mai essere io a mettere malizia sulle cose. È stata la mia prima e fuggevole impressione. Lui l’ha guardata soddisfatto orgoglioso della bella moglie che attirava gli sguardi dei clienti e di tutti. Lo ha anche ammesso. Poi ha osservato me con attenzione ed è scoppiato in una risata soddisfatta e fragorosa: “Lei è mia moglie. Mia moglie. Si occupa della contabilità e solo di quella. È bella, non trovate? Bella e fedele. Io dico sempre scherzando: «Sono trenta a notte, ma se infastidite mia moglie fanno trecento e senza colazione». Naturalmente sto scherzando. Nessuno si prenderebbe la briga di sfidare la fortuna e correre inutilmente questo rischio. Lei sa difendersi bene e da sola. Non ho modo di essere geloso. A parte gli scherzi. È una brava donna. Di quelle all’antica. Non corro certo questo pericolo. Non tradirebbe mai suo marito”.
Lei, disinvolta e solare, come se non avesse ascoltato una sola sillaba di quello che aveva detto il marito: “Gedeone, non mi presenti il signore. Posso portarvi ancora qualcosa”?
Mi presentai da solo alzandomi e porgendole la mano. Lei: “Cosa posso offrile”? Io: “Niente, grazie. Sto bene così”. Lei: “Offre la casa”. Io, non potendo tornare sui miei passi per quel minimo di orgoglio che ancora mi è rimasto: “Grazie”. Lei non nascondendo quella che sembrava una leggera parvenza ingiustificata di delusione: “Non sia timido”. Io: “Allora… se proprio insiste… facciamo un grappino”. Gedeone: “Ne prenderei uno anch’io”. Lei, allontanandosi indispettita: “Allora potevi alzare le chiappe”.
Bevuta la mia grappa gli dico che sono proprio stanco e allora lui mi fa strada e mi accompagna fino davanti alla porta della mia camera: “Si chiuda bene a chiave e faccia sogni tranquilli. Sentirà che silenzio”. Il silenzio era anche troppo. Era un silenzio che faceva male. Era assordante. Noi di città non siamo più abituati a sentirlo. E non avevo poi così tanto sonno. Volevo sistemare la valigia con i campioni e piangermi un po’ addosso: Non avevo venduto uno spillo, quel pomeriggio. Avere il tempo per pensare a tutto e a niente. A Gaetana. Era andato in bagno. Mi ero preparato ma non avevo ancora voglia di mettermi a letto. Mi sono ricordato che non avevo ascoltato il suo consiglio e mi ero scordato di chiudere a chiave. Avevo noleggiato un film, uno di quelli. Tanto me lo avrebbero messo sul conto anonimo e io avrei potuto scaricarlo dalla dichiarazione delle tasse. Ho voluto farmi un regalo e mi son preso una mignon dal frigo bar e acceso una sigaretta che ho lasciato che si consumasse nel posacenere ancora rapito dai fantasmi dei miei pensieri.
Mi ero assentato completamente. Nemmeno il film riusciva a catturare il mio interesse. Un vero spreco. Sento bussare. Domando chi è? Mi sento chiedere: “Posso”? Prima che riesca a rispondere sento aprire la porta, con la tessera magnetica, ed entra lei: la locandiera. Sorride: “Sono io”. Io mi sento naturalmente in imbarazzo: “Entri pure”. Lei ammiccante, guardandosi intorno, ancheggiando e sollevando, per non inciampare, leggermente la gonna troppo lunga fino a mostrare il ginocchio entra: “Sono venuta a rifare il letto. E a sentire se ha bisogno di qualcosa per la notte”. Ci penso un attimo e finisco col dirle: “È tutto apposto. Ma lei faccia pure”. In verità se ne resta diritta davanti alla porta a guardami sorridente, poi chiude l’uscio e gira la chiave: “Mi sembra strano che uno ancora giovane come te non… Non si senta solo e”… Lei guarda cosa sto guardando e si mette a ridere. Poi assume un tono materno e appena rattristato con compassione: “Dev’essere brutto sentirsi soli distante da casa”.
Io: “Credo di sì. È il mio lavoro”. Lei: “Avrà anche i suoi aspetti belli ma credo ne abbia anche di brutti, se ti ha portato qui… così… e da solo”. Io mentre cerco di imparare a mentire: “Il lavoro è lavoro. A volte non lo scegli, è lui a scegliere te. Ma il mio mi piace. Anche se ha degli inconvenienti”. Lei sorridendo gioviale: “Spero di non essere io uno di quegli inconveniente”. Io, guardingo: “No, certamente”. Lei disponibile: “Ti dispiace che resto a farti ancora un po’ di compagnia”? È una bella donna, non lo posso negare. Non fossi in questa situazione probabilmente ci avrei provato io. Avrei preso l’iniziativa: “No! certamente. Ma no vorrei… Non si dia pena per me”. Lei divertita: “Vuoi che ti rifaccio il letto? Sarebbe unna fatica inutile. Non è stato sfatto. Magari lo rifaccio dopo. E ti rimbocco le coperte”. Mi faccio due conti in tasca e non faccio fatica a capire che non posso rischiare. Vorrei che almeno non insistesse. Balbetto non del tutto convinto né convincente: “Veramente… sarei un po’ stanco. Stavo andando a dormire”. Lei: “Non sei bravo come bugiardo. Mi sembri ancora bello sveglio. Sarà per quello che stai guardando”.
Me ne ero completamente scordato e spengo furtivo la televisione anche se il film praticamente non l’ho visto e l’ho già pagato. Ma sono tutti uguali quei film. Me ne do pace “Mi deve scusare”. Lei invitante sembra leggermi nel pensiero, o ha già capito come me la passo: “Non badare a quello che ha detto mio marito. Io… mi accontento di un regalino. E la cosa resta tra noi”. Io, cercando di giustificarmi della meschinità: “Mi creda, era l’ultimo dei miei pensieri. Non che io… È una bella donna, certo. Anche di più. Non volevo… Non volevo offenderla. È solo… che non volevo… Non volevo disturbare. Non potevo immaginare”… Lei: “Disturba pure”. Io: “Posso chiede”… Lei ansiosa mi interrompe: “Puoi. Te ne do il permesso”. Io, sarà stupido ma lo dico perché non trovo nulla di meglio: “Lei è un raggio di so”… Non ho più vent’anni e mi sono fatto più serio. È un po’ che non mi posso permettere un’avventura. Credo di averne avuto poche anche allora come questa. Lei provocante, senza farmi terminare, mentre si sbottona già la camicetta: “Sei anche tu nella moda”?
In questo momento vorrei ricoprirla d’oro, d’oro e di gemme. Io, con un po’ di delusione in corpo giacché ormai la desidero: “Certo… in un certo senso. Potrei offrirvi, naturalmente gratuitamente, una fornitura di bottoni, ma di madreperla”. Ci pensa e mi dice mentre comincia a riabbottonare quella camicetta: “Un po’ pochino, non trovi? Ma… in fondo sei ancora un bel giovanotto. E puoi anche darmi del tu. Mi fa pena vedere che guardi gli altri. Se ti piace il gioco potremmo anche giocare”. Ma poi mi guarda e sorride provocante ricominciando a slacciare i bottoni: “Magari… è meglio se… ci pensiamo dopo”. Io titubante: “E lui”? Lei decisa: “L’ho lasciato a rassettare in cucina. Pensa che stia in studio a sistemare i conti. Nemmeno si darà la pena di venirmi a cercare”. Mi faccio coraggio, cerco di alzarmi ma resto paralizzato. A bocca aperta. Quasi non ci posso credere. Ho l’istinto di pizzicarmi e mi obbligo a non farlo per non rischiare di svegliarmi. Ha già sfilato velocemente la camicetta. Fa scendere la gonna. È un miraggio del paradiso. È un sogno dopo tante disgrazie.
E maledico la mia sfortuna quando irrompe all’improvviso nella stanza un irato signor Gedeone. Lei è praticamente nuda davanti a me. Io non ho più saliva in bocca e i miei occhi sono incollati sulla moglie e non riescono a staccarsi. Il poveretto, gl’occhi fuori dalla testa, non sa che dire e come commentare quello a cui si trova davanti. Batte un pugno sull’infisso. Lei lo invita a calmarsi. Lui gli dice che è furibondo e ha un diavolo per capello. Mi sembra di essere caduto servito nel piatto di una pièce della commedia dell’arte. Che tutto questo sia opera di quel gran drammaturgo veneziano di Goldoni, a cui la serenissima orgogliosa ha persino dedicato una statua. Lei alzando la voce non trovando modo per inventare una scusa o per giustificarsi: “Gedeone!… non essere ridicolo. Non farti riconoscere dal signore. Sei… sei solo un gran… un gran cafone”.
Lui con gli occhi sempre più fuori dalla testa. Vorrebbe dire ma non riesce a dire quello che pensa. A esprimere tutta la sua rabbia. E livore. E ingiuria: “E tu… tu… un gran… Non me lo sarei mai aspettato da te”. Lei resoluta: “Non ti permetto”… Lui, non riuscendo ad averla vinta con la moglie si rivolge verso di me: “Ora facciamo i conti noi due, bel tomo”. Lei decisa: “Vuoi saperlo?… Sono stata io. È colpa mia. Non prendertela con questo poveretto Se solo tu fossi almeno un marito”… Il locandiere guardandomi senza simpatia: “Credo che una notte posso bastare. Forse è stata anche una notte di troppo. Preparate le valigie”. Lei: “Ti ricordo che il posto è a nome mio”. Lui: “E allora tieniti stretto il tuo ganzo”. Lei indispettita: “Gli ho promesso che avremmo disfatto insieme il letto e poi glielo avrei rifatto. E che gli avrei anche rimboccato le coperte. E ogni promessa è un debito. E io sono una donna di parola”. Vorrei poter sparire invece l’oste se ne va uscendo brontolando: “Sai solo pensare a te e ai tuoi interessi”. Lei alza le spalle ed esclama rassegnata: “Qualsiasi cosa è meglio del peggio”.
È così che ora mi trovo ad imparare a fare il locandiere. Vorrei arrangiarmi di tutto io, della cucina, dell’albergo e del resto, da solo. E che lei se ne restasse tranquilla in casa a fare la regina. Ha assunto anche un cuoco per aiutarmi e una donna per le camere. Ma quando lei è stata essente, quei pochi giorni, la clientela è subito rapidamente diminuita. Ho dovuto essere a malincuore io a pregarla di tornare. Ora è tornata per occuparsi solo dei conti. I bottoni? Mi ha detto che non sapeva che farsene. Ho buttato il campionario alle ortiche.

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Erano passati ormai due anni. Di loro non si parlava finalmente quasi più. Poi la notizia era esplosa all’improvviso, in un baleno, come dei fuochi d’artificio. E che fuochi. Avevano interrotto tutti i notiziari. E tutti davano contemporaneamente la stessa nuova:
«Una splendida mora, meravigliosa, una donna evidente e attraente, alta quasi due metri, vestita perfettamente come Malefica, tanto da sembrare la stessa, ma le forze dell’ordine hanno escluso potesse essere la predetta, in quanto è unanimemente noto e risaputo che trattasi di una persona non appartenente alla realtà, è entrata in studio, in diretta, interrompendo le trasmissioni, tra lo stupore dei presenti, per leggere un farneticante editto di un fantomatico nuovo gruppo politico sconosciuto, per altro da lei non citato, si presume di estrema sinistra, o un già noto o nuovo gruppo terrorista. In realtà la bellissima donna si è limitata alla declamazione di un semplice proclama, di un breve messaggio, che gli esperti non sono ancora riusciti a decifrare, una sorta di dichiarazione d’intenti, quasi in forma di semplice slogan:
I ricchi sono come il pollo, sono buoni dopo che sono stati spennati.” e subito dopo è uscita e si è volatilizzata, prima che il generale disorientamento si ricomponesse, e che qualcuno trovasse il tempo di reagire e potesse intervenire. Polizia e carabinieri, grazie ad una soffiata anonima, hanno subito interrogato un losco personaggio, già conosciuto alle cronache e ingabbiato, il quale ha dichiarato dalla cella ai tutori e poi ripetuto esattamente, parola per parola, quanto precedentemente detto anche in interviste ai giornali: “Sono certo che non può trattarsi che di lei. Sì, ho visto il servizio in diretta. Non ci sono dubbi, quella sullo schermo era proprio Malefica. Era molto più bella, con due gambe lunghissime, e poi avete visto che poppe?” Anche uno studente, davanti all’ingresso della sua facoltà, aveva rilasciato una dichiarazione che su per giù ribadiva gli stessi concetti, terminando anche lui con un eccitato “Ma avete guardato bene che gran poppe?”, proprio quasi lo stesso medesimo concetto. Il noto gioielliere, sospetto di ricettazione, Aronne Hagmann, Proprietario, a sua detta, del diamante più grande del mondo, da noi rintracciato, o per meglio dire che ci ha subito contattati, sostiene invece, con assoluta certezza, che si tratta proprio di una delle criminali, autrice del suo efferato rapimento, e proprio di quella che, con una scusa banale, aveva attirato la sua attenzione distraendolo, Giura di averla riconosciuta invece dalle chiappe. Tutti ricorderanno il grande eco avuto nei media della delittuosa impresa, della quale inizialmente venne sospettata persino la mafia, e la lunga e angosciante prigionia e le faticose trattative per il rilascio del poveretto. Dalla vostra amatissima Luisa Almiraghi, per ora è tutto.»
Non più tardi di alcuni giorni dopo. Era riportata su tutti i giornali. Persino sulla Gazzetta: «I due clown sono tornati in azione. I due spregevoli personaggi vestiti da clown, sicuramente due splendidi artisti circensi, stamattina hanno rapinato un porta-valori, ballonzolando come in una buffa danza, si presume possano essere fratelli, poi, tra lo stupore dei presenti, hanno accatastato tutto quello che avevano arraffato, banconote e assegni, e gli hanno dato fuoco in un grasso falò, davanti ad una nutrita folla, che non ha potuto intervenire, nel mezzo della piazza. Incredibilmente la stessa folla invece di tentare di spegnere le fiamme si è messa a ballare attorno al fuoco e alcuni, anzi molti, probabilmente chi abitava nei paraggi, sono corsi a prendere nelle loro case, i loro costumi da clown. E’ anche così che i malviventi si sono potuti, mescolandosi alla folla, eclissare per tornare a sparire nell’anonimato. Il loro trucco era tanto meticolosamente perfetto da non poterli distinguere da quelli veri; ripetiamo due veri artisti, ma artisti con la pistola. Si teme che altri atti inconsulti simili si possano ripetere. Di tutt’altro avviso sono gli organi preposti che pensano a una estemporanea goliardata destinata a non aver seguito. Personalmente sospettiamo che le dichiarazioni siano state rilasciate unicamente per non diffondere il panico, tra la gente e in borsa. Anche loro, i due squinternati, sembrano legati al sequestro di due anni fa del noto Aronne Hagmann, già richiamato, a più riprese, al disonore delle cronache. Anche in quel caso portavano le pistole; erano gli unici due armati. Forse perché, allora, in una banda con tanti mascherati da donne, i due, che erano mascherati in modo maschile, avevano il gravoso compito di cimentarsi in quell’interpretazione che richiedeva una mimica particolarmente virile. La categoria dei clown ha manifestato immediatamente la loro protesta e hanno dichiarato che, qualora se ne presentasse il caso, provvederanno ad inoltrare regolare querela, verso per ora ignoti, onde difendere la buona reputazione del loro ruolo di intrattenimento e della categoria. Saluti e a risentirci.»
Dopo un intervallo di silenzio si è arrivati a quella del primo di aprile: «Una Pippi Calzelunghe, di cui abbiamo solo l’identikit, per altro dove il disegnatore non si è dato nemmeno la briga, forse di fretta, di completare la ricostruzione e riportare esattamente gli indumenti indossati, forse i più giovani nemmeno ricorderanno il personaggio, basta cercare in rete un episodio della serie, sia per il modo di vestire sia per il personaggio stesso, ma abbiamo consultato un esperto di storia della televisione, il quale ha confermato la nostra prima ipotesi, cioè che si trattava proprio di lei, ancora molto giovane, ma esperta, che però poi si è rivelata essere una semplice sosia. La cosa era palese, e ci potevano cadere solo degli incompetenti, qualche citrullo, o qualcuno di quei fanatici che sostengono che la tele è il diavolo, ma vai a sentire quante se ne sentono: come avrebbe potuto essere ancora la stessa dopo tanti anni? La finta innocente Pippi, che da qui in poi chiamerò solo così per praticità, armata di tutte le sue grazie ben esposte e di un pericoloso M14, dicevamo, è entrata in una Farmacia, in pieno giorno e in pieno centro, facendosi consegnare tutte le scorte di Polamidon, Eptadone, Dolophine, eccetera, cioè tutti i farmaci della famiglia del Metadone e similari, per limitarsi a versarli tutti nel water e poi tirare ripetutamente lo sciacquone, nell’orrore del farmacista, affermando semplicemente: “Siete tutti degli assassini”. Intasando le fogne cittadine che ora pare mandino un effluvio strano, gorgogliano di singolari bolle, i tombini emettono bizzarri stridii e canti, e pare anche siano invase da un esercito di topi elettrici gaudenti; un vero schifo strabordante. La giovane sembrava in preda ad una forte agitazione forse derivata dall’uso di una qualche ignota sostanza chimica. Incredibile. Nello stesso giorno, nel giro di un paio d’ore, se è proprio lei senza nemmeno cambiarsi d’abito, sembra, ma non è certo che sia la stessa, e la rapidità della tempistica parrebbe escluderlo, è entrata presso la Dolci & Delizie S.p.A. e ne è uscita con un articolato contenente sembra circa due tonnellate di liquerizie; da una stima approssimativa. Dov’è finito il carico non vi è alcune conferma né certezza, ma stranamente il quartiere è stato in seguito animato da una folla di ragazzini giubilanti dalle labbra nere, come tanti cantanti di jazz, e sporchi come spazzacamini. Nessun’altra nuova, nefaste nuove.»
E dopo il concertone, quasi fosse un appuntamento mensile, era arrivata la seguente: «In questo caso ormai è certo che si tratti di una donna, proprio donna. Una fantomatica Maga Magò, che anche qui abbiamo solo in disegno, a cui, maledizione, manca proprio la testa, giacché nessuno ha potuto dire di averla vista bene, tanto da darne una descrizione attendibile, forse non più giovanissima, secondo alcuni non proprio bellissima, ma tutti sono stati concordi nell’affermare che era fornita di abbondanti, anzi enormi e sodi pettorali, difficili da non notare, è tornata a far parlare la cronaca; s’è messa nuovamente sotto la luce dei riflettori. La signora delinquente, e questo è quasi sicuro e accertato, ha forzato uno sportello di cassa-continua, di una succursale della Imperiale Mutua Banchieri, per poi correre nel vicino supermercato ed investire il maltolto in buoni spesa gratuiti non nominali, fino ad un massimale di euro 100, da distribuire ai presenti, e restando lì, alle casse, con le cassiere incredule e inebetite, a controllare che fosse interamente distribuito risultato della sua folle impresa. Anche chi in fila aveva già il portafoglio in mano rapidamente l’aveva rimesso in saccoccia, per poi mostrarsi non certo sdegno per l’accaduto che stava accadendo. Purtroppo siamo davanti ad un altro nuovo caso di cittadini imbelli, senza scrupoli né coscienza civica, né capacita di discernere. Unica cosa che trovi un precedente tra due delle imprese, è un azzardo a dirlo, ma, sembra almeno che qualcosa in comune, forse meno di un indizio, ci sia con l’apparizione pubblica su tutti gli schermi della cosiddetta Malefica. Anche in questo caso le dichiarazione dei testimoni sono state lacunose, ma coerenti e concordanti su un punto, su un aspetto della criminale, forse non irrilevante, anche se per lei, per quest’ultima, hanno parlato di colossali e abbondanti tette. La differenza da noi, dopo scrupolosa è attenta analisi, evidenziata, ci sembra solo lessicale, e abbiamo subito provveduto a sottolinearla alle autorità competenti, quale semplice teoria, magari azzardata, che sembra essere solo sul termine: nel primo caso poppe, invece in questo proprio tette. Ci troviamo in dovere qui di riportare a conclusione del resoconto un trafiletto di un noto collega beninformato il quale accenna che la detta Maga Magò, diamo come fosse vera l’identificazione provvisoria, e come attendibili le sue parole, davanti alle casse, ne avrebbe estratta una, al cospetto degli astanti puntandola in modo minaccioso, ma nessuno si è fatto fortunatamente prendere dal panico, solo una donna ha avuto un breve attimo di svenimento, dicendo qualcosa come: “Tiè, godetene. Mi son costate come le vostre spese d’oggi.” La frase, che sarebbe stata esclamata, non è riportata come un vero virgolettato perché, a memoria, il predetto ha solo cercato di riportarne il senso. Il tema: “Crimini e Tette” è diventato quello del giorno.»
I tempi sono quelli che sono. Per fare una semplice rapina si rischia di doversi mettere in coda. Per questo s’era preparata prima dell’ apertura e aveva dato la preferenza alle poste. Questa era diventata rapidamente l’ultima nuova: «Ormai questi fatti richiamano sempre meno la curiosità da parte della gente e dei media. La nostra città intera sembra sotto assedio. Un’improvvisa invasione di reati scuote le nostre strade, le cose case fin dalle fondamenta, lo stesso nostro sistema, e la cosa più incredibile è che sembrano tutti compiuti da donne. Proprio da vere donne. Un’avvenente Betty Boop, qui purtroppo solo ritratta dal nostro artista in studio, molto ammiccante, e molto poco coperta, è tornata a fare la sua comparsa sulla scena di un delitto, a riempire le pagine di nera. Anche in questo caso viene citato il nome di Aronne Hagmann. Qualcuno sospetta che si è travalicato il confine della realtà, e che il crimine sta entrando nel mondo della fantasia. La balorda, sotto la manaccia di un’arma, dove la tenesse nascosta non è dato sapere, è, a quanto pare e viene riferito da fonti degne di attenzione, entrata alle poste e ne è uscita, subito dopo, con l’ammontare di tutti i versamenti del giorno dei conti correnti postali, tutti in monetine, come diavolo ci sia riuscita non si sa, per poi servirsi, di nascosto, a loro insaputa, anche del pilota, di un aereo leggero che, trascinando un lungo banner “Viva Faliero e Ivona”, doveva sorvolare la città per il festeggiamento del matrimonio, e che invece di far piovere solo coriandoli si è trovato a dar vita ad un vero acquazzone di quelle monetine, con grave pericolo delle teste sottostanti, ma altresì giubilanti. La vostra sempre seguitissima Luisa Almiraghi; grazie della vostra cortese attenzione e per ora è tutto.»
Alcuni testimoni, ma questo non è stato riportato, casualmente presenti sia sulla scena del primo crimine e anche in questa ultima, ovvero all’interno del predetto ufficio delle poste e telecomunicazioni, quasi si sono accapigliati nella discussione su chi le avesse più lunghe, le gambe. Stava vincendo la prima per tanti a pochi. “Vuoi mettere quella? Una vera gigantessa”. “Ma l’avete guardata bene”. “Non ho guardato altro”. “Io sono uno che ne sa di spacco di cosce”. “Si faccia controllare la vista”. “Non c’è proprio confronto”. “Orbo sarà lei”. “Lei e tutti i suoi pargoletti”. “Questa era quasi una tappa”. “Tappa sarà tua madre”. “Lasci stare la mamma”. “Non occorre scaldarsi. Si diceva”. Viviamo ormai in un mondo in cui il massimo sport, compreso il calcio, è quello di accapigliarsi. Alla fine è stato trovato l’accordo e si è convenuto, con soddisfazione quasi unanime, anche dei non presenti, dei semplici curiosi dell’ultimo, che: “Quelle di Betty erano però più ben tornite”.

SECONDO TEMPO
Virginia conosceva fin troppo le sue… i suoi… polli, le vecchie amiche, le allora complici. Non potevano che essere state loro. Lei era intervenuta solo per creare un po’ di confusione. All’ultimo momento. Per non lasciarle sole. E perché no? per dare una ulteriore lezione. Era una semplice comparsata. Era stata e rimaneva il loro capo. Decise di chiamarle a rapporto: “Facciamo da me alle sette”.
Le fissò tutte severa: “Che vi credevate di fare”? Le amiche tacquero un silenzio massiccio. Gli occhi già colpevoli, dando uno spettacolo desolante, non degno di loro. Allora passò all’attacco diretto: “Saresti tu quella alta quasi due metri”? “Cosa c’entra? Saranno state le corna, anche quelle delle loro madri, i tacchi. Niente di meno attendibile di un testimone oculare. Tutti vedono solo quello che vogliono vedere”. “Maga, dimmi della storia dei buoni”. (con Maga s’intende naturalmente Maga Magò) “Cosa vuoi che dica, tutti erano strafelici e soddisfatti”. “Proprio come i miei bambini”. “Al momento mi sembrava bello. Divertente”. “Tutto qui”? “Tutto qui”. “Perché, Maga, non te la sei presa direttamente con loro”? “Perché sono una cooperativa”. “Vedi che ti sei fatta fregare”. “Cavolo! anzi… Cazzo”! “Perché non tenerli”. “Dove li mettevo? dopo l’ultimo ne ho fin troppi”.
Non era facile tenerle tutte attente: “Sai qualcosa di lui”? “Lui chi”? “Lui”! “Non molto. Credo sia alla ricerca della sua Casablanca. sembrava deciso a diventare la settima sorella. Ma noi non saremo mai le sette sorelle”. Meglio non distrarsi: “Inutile chiedere alle altre. Temo di ricevere risposte simili. Le verità è che vi stavate annoiando. Non è vero”? “Volevo chiedere… posso portarmi a casa due corazzieri”? “Paoletta, fai la brava. Ne avrai di tempo per queste cose”. “Non mi dispiace toglierli a chi ne ha troppi”. “Non vi sarete, per caso, messe in testa di fare politica”? “Sei pazza”. “No assolutamente”. “Niente politica, siamo intese? noi la politica la lasciamo fare a loro”. “Ne ero certa”. “Certo certissimo”. Persino nel linguaggio stavano diventando delle vere professioniste. Severina era stata una maestra preziosa. Alla sola idea di tornare in gruppo, e in azione, ne erano già tutte strafelici: “E allora cosa si fa”? “Cosa proponi”? “Sequestriamo il premier e tutto il suo consiglio di amministrazione. Che ne dite”? “L’idiota”? “No, quello vero”. “E quanto chiediamo”? “Tutto”.
Ma la cautela non è mai troppa, prima: “E se intervengono”? “Non lo faranno. Non vorranno correre questo rischio”. Sempre la riconoscibilissima Severina: “E se lo fanno? Se fanno cantare le baiaffe, le canterine”? “E se lo fanno”? “Ci facciamo largo facendo un muro di fuoco. Un vero enorme scaratto. Guarda che le cose le so anch’io”. “Non possiamo”. “Ma chi l’ha detto che non possiamo? sicuramente qualche uomo”. “Non s’è mai visto”… “Mai sentito di”… “Facciamo come Butch Cassidy e Sundance Kid in quel film. Gli facciamo assaggiare l’inferno”. “Io voglio fare Billy the Kid”. “Stai buonina, Pippi”. “Va bene, però”… “Basta che porti dietro l’innaffiatoio, il tuo argomento convincente”. “Ormai il mio Lutring me lo tengo stretto più delle mutandine”. “Se è per quelle”… “Brava”. “Che ne sai”? “Allora andiamo e mandiamoli tutti a casa”.
Si sentivano più forti di tutto. Di poter conquistare il mondo. In fondo non era che un uomo. Semplicemente un uomo, in mezzo a altri uomini. Un animale da piacere. S’era mai visto in uomo farla in barba a una donna. Figurarsi a delle donne. Era ora di finirla. Di smettere di mentire. Altro che la ramazza. Un uomo si perde anche dentro un paio di mutandine con i merletti. Lo dice anche il passato. Basta leggerlo dal verso giusto. Provate a farlo stirare le sue camicie. Perché fare la politica, erano solo donne, quando potevano rifare la storia. Con quella forza erano entrate nell’ampio salone e gli avevano sequestrati tutti sotto la minaccia di una Beretta più una Glock 17 Gen 4 calibro 9×21, 17 colpi, due Colt, una S&W (Smith & Wesson Model 10 cal. 38), un Barrett FN F2000 e naturalmente l’ M14 di Pippi.
E li avrebbero fatti stare finalmente zitti. L’unico rischio che potevano correre era proprio nella verbosità dei politici. In quel loro noioso canto delle sirene. Dovevano essere attente e veloci nel zittirli. Dovevano essersi iniettata una qualche droga, un filtro, in quelle loro maledette corde vocali. Erano in grado di venderti anche tua madre. A me gli occhi. O forse era solo perché erano i banditori della voce per la pancia della stupidità mediatica e massificata. Il nuovo populismo. Questa era la lezione lasciata dal grande puffo.

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1969.06.02 img567.jpgCapita, a volte; capita. Ti metti davanti e ti chiedi: E ora cosa racconto in questo racconto? Come se fosse importante. Mentre la tua storia invade le storie. E ti perdona. Come una nenia. Eppure c’è sempre della meraviglia. Come cominciando un nuovo viaggio. Eppure le ciabatte sono ancora là. E la certezza è solo un sospetto. Annusi nell’aria: soffritto di cipolle. E un motivo che non riesci ad afferrare. Tutto ha un sapore di intimità. Di passato e già visto. Eccola l’avventura mentre il tuo caffè borbotta e sbadigliano le tende. Ma il Fantasma appartiene al passato. Trascina quelle catene sottili. Senza peso apparente. E questa è una dichiarazione d’amore. Non importa dove, in uno dei tanti luoghi, alla porta di Damasco, alla porta di Brandeburgo, aspettando una lei sotto casa.
Ricordi lontani. Ragazzi. Il ragazzo che eri. Pagine di un libro non ancora scritto. O la Parigi di tanti altri libri. Quella di Hemingway o quella di Sartre o quella di Miller. Fogli bianchi. Irritazione. Attesa. Lei ha portato fuori il gatto. Non è più tonata. Né ho rivisto il gatto. C’è il vuoto nella stanza. Nella vita intorno. E si fa esile il ricordo della sua voce. Quasi impalpabile. Quasi anch’esso silenzio. Solo i suoi occhi muti continuano a fissarmi nel tempo. Da quella sera. Come non se ne fosse mai andata. Come se fosse ancora seduta là. Eppure ho bisogno di una storia per vivere. E di un atlante geografico.
Non mi va di uscire. Cos’è un autore senza fantasia? Una crisi. Un uomo inutile. Stanco. Con la barba lunga e ispida. E’ pur vero che se apri il cassetto torna la memoria. Il caffè ha un buon aroma. Si spande nell’aria. Sistema di vita. Il fatto è che non mi diverto più. Non mi affascina più scrivere storie di altri. Per gli altri. E di raccontarmele non c’è sapore. E’ come se le conoscessi già. Vorrei una storia solo mia. Una storia da vivere. Finalmente. Senza nessuno che ponga limiti. Senza il rischio che qualcuno corra all’ultima pagine a scrivere la parola fine. Insomma la grande storia delle storie. Ma le vere storie quando vengono vengono da sole. Senza scampanellii.
Magari anche un grande amore. Basterebbe un amore ritrovato? Non lo so. Magari solo un viaggio. Ritornare a Praga. Una seconda opportunità. Una sigaretta in bocca e due occhi curiosi. Tutto come in una grande e preziosa tela. Rivoglio il mio gatto. E le parole sfuggite per caso. E uscire finalmente dalla stanza. Respirare l’aria che si respira la sera. Scrivere in un blog cosa ho mangiato per colazione. Fantasie e consuetudini. Pettegolezzi. Amenità. La storia di Elena dopo essere stato Paride e averla rapita. Un piatto ben cucinato di tagliatelle. Una fiorentina di chianina. Un buon calice di chianti. Vorrei non chiedere troppo. Voglio tutto. E anche di più. E andare al mare con Rossana.
Io e lei da soli, a guardare per ore le onde. A ammirare una vela bianca così lontana. Ascoltare la pioggia dietro il vetro. Tenerla abbracciata stretta a me. Perché non l’ho fatto allora? Camminare sulla sabbia bagnata. Stendere un telo per noi. Sdraiarcisi sopra. Baciarla una notte intera. Trovare il coraggio e dirle il mio amore. Non ora ma allora, quando mi costava troppa fatica. Cambiare i ricordi. Riscrivermi la parte. Riscrivermi la vita. Addentare l’ultima mela. Divorare quel vento. Allineare le figurine sull’album. Rileggere quei vecchi romanzi. Con la stessa curiosità. Con la stessa ingordigia. Con la stessa voglia. Con la stessa ignoranza ritrovando lo stesso fascino. Rileggerli assieme. Vorrei essere io a decidere. Rivorrei il prima e anche il dopo. E restituirle i suoi vent’anni.
Scrivere per lei la più bella delle poesie che non sono mai riuscito a scrivere. Che mi guardasse con quei suoi occhi e mi credesse. Persino quanto la vita mi costringe in una piccola bugia. Vorrei che salpassimo con una nave, con un vero veliero, verso l’isola che non c’è, ma che se lo vuoi veramente c’è ed è lì ad aspettarti. Vorrei donarle una Rosa. Una rosa rossa. Entrare in ogni stanza del film della sua vita. Lasciarla cento volte, ora che lo so, senza parole o con troppe parole, per poi ritrovarla mille volte. Vorrei gradare forte che mi sentisse l’universo intero. Vorrei che mi facesse tacere con un bacio. Che mi affogasse tra le braccia. Vorrei che mi prendesse fra le labbra e mi facesse scordare il mondo e la stupidità del passato.

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Erano passati ormai due mesi dal loro colpo “Sgangherato”. Sgangherato, ma avevano ben dimostrato agli uomini di che pasta erano e che non c’era niente che anche loro non potessero fare. E poi era il primo. Erano state veloci ed efficienti. Tutte avevano fatto la propria parte, anche la Ninetta che non sapeva da dove venisse l’ospite che ogni mercoledì si trovava in casa. Neanche un cenno nei giornali. Nessuno ne aveva saputo niente, ma loro lo sapevano. Questo bastava. E due mesi erano, quasi sempre, sessant’un giorni. Nessuna rimase sorpresa quando Virginia le chiamò, ma tutte si mostrarono curiose: “Cosa c’è”? “Mi son fatta un paio di negozi ma poi”… “Poi cosa”? “Mi conoscete. Lo sapete come sono fatta. Non so starmene con le mani in mano”. “Cosa vuoi dire? Falla breve”. “Avrei un colpetto. Una cosa facile facile. Insomma quasi”.
Si provarono a protestare senza convinzione. Il capo aveva visto come brillassero già loro gli occhi a quel pensiero. Era stata adrenalina pura. Era emozione. Paolina, la più impulsiva, certe volte la si poteva giustificare e sopportare solo per via l’età, ma in questo caso fu la prima a rispondere entusiasta senza nemmeno sapere di cosa si trattava: “Io ci sto”. Quella gatta cheta di Claudiana: “Io, per me, ci starei, ma di cosa si tratta? Vorrei almeno sapere”. “Fatela parlare”. “E lui che ci fa qui”? “E’ il mio giorno. E poi lui ci può stare. Mi ha aiutata… cioè… insomma… si può dire che l’idea è anche un po’ sua. Possiamo dire che è come una di noi. Gli ho esposto il problema e”… Le fermò con la mano mettendole a tacere e si prese un attimo di silenzio: “Scusate signore, non credete che quando si tratta di finanzia, perdonatemi se mi permetto, ne sappia un po’ più di voi. Sanza offesa. Anche solo per una questione di pratica”. Come dargli torto? Solo che… meglio chiedergliene spiegazioni: “Con lei, voglio dire con la vecchia arpia, con quel vampiro succhia grana della tua signora Santippe Carraro, alla fine come te la sei cavata”? “Lei è convinta che ho organizzato tutto io. Da solo. E che ora me ne sto, scusate care amiche, con i gioiellini al sole, in una bella spiaggia delle Laccadive”. “Lacca che?”… “Paoletta, sempre tu”… “Sono dei mucchietti di sabbia bianca finissima in un oceano di limpidissima acqua di un azzurro stupefacente. Circondati da barriere coralline. Nel Mar Arabico”. “Devono essere belle”. “Una favola. Se non si mangiasse solo riso e pesce stopposo. Ci possiamo anche andare, tutte assieme, dopo il colpo”. “Splendido”. “Fatta”. “E Cesare”? “L’ho mandato a cagare”.
Si guardarono una nella faccia dell’altra e tutte in quella del loro, in un certo senso e per così dire, prigioniero. Convenne Claudina: “Solo che questa volta dovremmo essere più… più professionali. Sii onesto: mi avresti riconosciuta dietro quegli orribili occhiali”? “A dire la verità, amiche, sì”. “Era abbastanza… ridicola”. “Per la verità, ancora sì”. “Come si fa”? In quel momento di grave imbarazzo, pieno di dubbi espressi dalle espressioni di tutte, si tenne la parola e prese la situazione in mano il bravo Baldassare, già gioielliere ed ex-segregato. Quell’uomo sembrava avere una risposta per tutto: “Permettetemi di darvi a tutte del tu. Rende tutto più semplice. Allora… dove eravamo? Sì! al colpo. Vediamo… Tu, Paolina, ti potresti vestire da Pippi Calzelunghe”. “Pippi che”? “Era una ragazzina… Lasciamo stare, è una storia troppo lunga”. “Perché io”? “Perché sei la più giovane e poi”… “E poi un cazzo”. “Non fate le difficili, ragazze”. “Per i codini provvederemo con una parrucca. Ti basterà riempirti il viso di panne. E un po’ di rossetto sulle guance. Sarai perfetta”. Paolina preferì, nel dubbio, tenere il muso. “Invece tu ti camufferai da… Maga Magò”. “Perché proprio quella ch’è vecchia e antipatica”? “Claudiana, non ti ci mettere anche tu”. “Poi vediamo”. “Lasciamo parlare lui”. “Posso dire che non mi va”? “Puoi, ma poi basta”. “Vecchia ti facciamo diventare con un po’ di trucco. Non voglio dire che lo sei. Perché hai il fisico del ruolo”. “Le hai volute le tette e ora te le tieni”. “Pazienza. Ma poi non dice che non sono una che si accontenta”.
L’uomo ebbe bisogno di un ulteriore attimo per pensarci: “Due da pagliacci. Direi Otylia, basta che non parli, e Severina”. “Io non voglio fare la pagliacciata. Quella cosa lì”. “Si intende da Clown. Funzionano sempre. Quelli sono una garanzia”. “Se è da Clown allora va bene, ma solo se è da Clown”. “Una da Biancaneve”. “Voglio farla io Biancaneve”. “La faccio io”. “Vedo meglio Beatrice. Molto meglio. Mi sembra perfetta”. “Io preferirei da Maleficent. E’ anche più truce”. “Vada allora per Malefica”. Lei soddisfatta: “Se lo dici tu”? “E io?” –chiese contrariata Virginia che si sentiva trascurata. “Tu mi servi libera. Credo che saresti perfetta… Ti potresti mascherare, con un trucco pesante, perdonami, scusa il termine, in una puttana”. “Io sono il capo, qui, e non la faccio la puttana. Nemmeno per una sera”. “E’ solo una maschera”. “Non è perché è una maschera… perché non lo facciamo fare a Beatrice? è sicuramente più brava”. “Io sono già Malefica”. “Ti va bene Betty Boop”? “Non so chi sia quella, ma sempre meglio di puttana. Ci sto”. “E tu”? “Io sto al volante”.
La saggia Claudiana fu la prima a reagire e chiese divertita e altresì curiosa: “Ma non stiamo parlando, con tanto di maschere e costumi, di una recita di Beneficenza”. “Possiamo sapere qualcosa di più”? “Giusto! Passiamo al piano. Si tratta di… di un tipo che conosco. Un certo Aronne, Aronne Hagmann, è un tipo molto preciso. E molto meticoloso. Allo otto chiude la saracinesca e mette tutto in cassaforte. Alle dieci precise solleva la saracinesca e va a depositare l’incasso alla cassa continua”. “Che cazzo di nome strano”. “Fai silenzio”. “Ascolta”. “Cosa ti importa? Chiamiamolo Aro. Il sabato sera non va a versare i soldi. Perciò il lunedì sera ha quelli del sabato e del lunedì. Mi seguite? Fatte cenno se avete capito. E’ a quel punto, alle dieci, non un minuto di più né uno in meno, che dovete intervenire”. “Ma ne ha”? “Un vero Re Mida, credimi”. “…?”? “Già me ne potrei innamorare”. “Ma io non ho l’orologio”. Non aveva il coraggio di ammettere che sul suo si erano scaricate le batterie e non aveva trovato il tempo né la voglia di andare a sostituirle. “Ti metterai il mio, solo per quella sera, ma fai attenzione, non è una patacca”.
Ora veniva il difficile, l’impegno, il lavoro. Era un po’ restio ma lo doveva dire: “Lo dovete tenere sott’occhio continuamente, per almeno due giorni, a turni di due. Così almeno una sa sempre l’ora. Pedinare. Braccare. Basta, diciamo, dalle sette e mezza, otto meno un quarto, a quando lo avrete visto depositare. Dovrebbe bastare. Annottarvi tutto quello che fa. Precise al millesimo. Tutto deve filare liscio e alla perfezione”. “Ma se hai detto”… “Meglio che siamo sicure”. “E poi che si fa”? “Il moto-furgoncino del panificio del marito di Lisetta è dal meccanico; accidenti”. “Niente moto-furgoncino questa volta. Lo facciamo salire sulla sua macchina, dopo averci levato la targa. La tiene a due passi. Il pigro. Mi raccomando non togliete mai i guati. Poi passiamo tutti sulla mia. A quella la targa la tolgo la sera prima. Poi diritte al rifugio. C’è una vecchia capanna malandata che io conosco. E’ isolata. L’ho già attrezzata di tutto. Le catene sono già infisse al muro. E’ perfetta. Dovremmo solo darci i turni per portargli il cibo. E magari qualche giornale”. “E cosa gli diciamo, Lo invitiamo a una gita fuori porta”? “Niente di simile. In una cassetta postale c’è la mia pistola. Si occupa Virginia di andarla a prendere”. “Io una rabbiosa la posso rimediare da un amico carabiniere”. “Amico… diciamo cliente”. “Rabbiosa”? “Me l’ha insegnato Il mio ganzo”. “Non lasciatevi distrarre”. “Carabiniere?”… “Sì! ma è un tipo tosto ma malleabile, almeno con me, e accondiscendente. Non so se mi sono spiegata. E poi non devo spiegargli niente”. Ride e ridono anche le altre. “Due credo che bastino. Tutto chiaro”? In coro: “Chiaro”.
Ormai erano entusiaste e avide di sapere: “Poi che si fa”? “Pazienza”. “Facile da dire”. “Quando siete lì dentro vi fate riaprire la cassaforte. “Se si rifiuta di liberare la marmotta”. “Marmotta”? “Se fa qualche resistenza il codice lo so. E’ una ics a specchio. Non chiedetemi come ma lo so. Semplice: tre, cinque, sette, uno, ancora cinque e nove. Virginia, è meglio se lo scrivi. Lo impari a memoria. Non farti vedere che lo leggi mentre sei là. Poi vi fate dare i soldi delle due giornate e poi fate un pacco anche di lui. Io vi aspetto in macchina. Tutto chiaro”? In coro: “Chiaro”. “Fate attenzione. Ne parleranno tutti i giornali”.
Tutto filò liscio. Lui, l’obiettivo, aveva rispettato tutti i giorni esattamente gli stessi orari preventivati. Loro si erano comportate tutte come delle vere professioniste. Fino alla sera del colpo, alla grande serata. Erano lì in trepidante attesa. Si erano travestite all’ultimo momento dentro la macchina della stessa vittima che Baldassarre aveva già provveduto ad aprire e a togliere la targa. I due clown li avrebbero seguiti con una lambretta, e Pippi, recalcitrante, in un altro motorino. Nessun mezzo doveva avere la targa, il nome. Era stata la scelta più comoda. La macchina del rapito era parcheggiata a pochi metri dal negozio. Per dirla tutta ci sarebbero anche potute stare tutte. Quando stava per giungere l’attimo fatidico un po’ di scaga ce l’avevano. Paoletta fu costretta a correre altre due volte al bagno già in costume. Dieci di sera. Il grande orologio dell’avventura batte la loro ora. Come un araldo di gloria. L’ignorante alzò la saracinesca a metà. Il meschino si chinò nel tentativo di uscire con un borsello bello gonfio sotto il braccio e si guardò intorno. In quel preciso momento entrò in azione sicura Beatrice: “Se mi fai entrare un attimino ti mostro in paradiso. Mi chiamano MaleFica”.
Il viso era spigoloso, gli zigomi, ma tutto il resto era… generoso. Portava le corna con estrema disinvoltura. Gli fece cenno al collare che portava sopra il suo splendido decolté e richiamò l’attenzione sul profondo spacco che ad ogni passo mostrava le sue magnifiche lunghissime gambe e le sottili caviglie. Lui restò fulminato. Repentinamente aveva strabuzzato gli occhi e solerte alzato la saracinesca. Baldassarre, che era alla regia, era certo che l’avrebbe fatto, ed erano sgusciate dentro in sei. Sei sbucate dal nulla. Per un attimo la vittima si chiese se era tornato carnevale, halloween o che festa fosse. Oltre a Malefica, o come s’era presentata lei MaleFica; avevano fatto la loro entrata in scena una Maga Magò, ma con due tette da paura; due antipatici clown muniti di pistoloni; una Pippi Calzelunghe con due codini come un dondolo; e, dulcis in fondo, una Betty Boop tutta occhioni e lunghe gambe e parrucca nera. Visti i camuffamenti né Malefica né Betty avrebbero saputo dove nascondere i ferri. Li avrebbero presi salite in macchina. Non fosse stato per quei revolver quell’Aronne avrebbe pensato che ci sarebbe stato da divertirsi: “Fate le brave ragazze. State calme, non fate scherzi. Cosa volete”?
Loro erano calme, o almeno lo sembravano, lui, il cretino, molto meno. Dovevano fare in fretta. Malefica si prese cura del borsello, Betty andò diretta alla marmotta, la cassaforte, senza chiedergli nulla, mentre Pippi lo legava come un salame e i clown lo tenevano sotto tiro. Non una sola parola. Nemmeno un fiato. Poi sodisfatte e sicure tornarono in strada. Abbassarono la persiana e salirono negli automezzi destinati. Poi via nel nulla con dietro il pacco. Non avevano mai immaginato tanto ben di dio. Né visto o sognato diamanti tanto belli e grossi; proprio come noci. E due giorni d’incassi erano come due anni di buoni stipendi. Avevano il paradiso davanti ai loro occhi. E per di più un milioncino non era una cosa da poco; quasi due miliardi delle vecchie lire. Certo che non aveva perso l’appetito. Lo avevano lasciato sull’Appia, senza nient’altro che le mutande e la canottiera, due mesi dopo. Otylia si era innamorata del suo orologio e non avevano avuto il cuore di chiederle di rinunciarci. Erano andate persino in televisione, certo non con la loro faccia. In tutti i notiziari: il fantastico Colpo delle Maschere. Un titolo proprio azzeccato. I giornali ne parlano ancora; anche se sempre più di rado. Ma non li leggevano ormai più. Quelli italiani non arrivavano alle Laccadive. Con tutto fuori e lui che se le guardava e si beveva il suo bloody mary che s’era fatto portare con la barca.
Nell’ordine Pippi era ridiventata l’innocente Paoletta; Maga Magò una Claudiana più giovane, ma sempre piene di abbondanti virtù; i due Clown erano tornati ad essere uno la brava Otylia e l’altro una Severina carina; Malefica, la più riottosa, alla fine si era rassegnata e si era lasciata convincere ed era ridiventata Beatrice; e Betty non aveva fatto troppe storie a ritrasformarsi nell’originale, Virginia. Ma erano rimaste nel cuore completamente legate ai personaggi che avevano interpretato. In fondo la vita è sempre un meraviglioso spettacolo; solo una commedia. Erano certe che avrebbero rimesso quei panni. Per ora dovevano pensare solo a divertirsi. A Baldassare, finito il suo bloody mary, avrebbero provveduto. Non era come una di loro.
Se è il lavoro a dare dignità all’uomo, avevano imparato dal primo rapimento che: se c’è una cosa certa quella è che il crimine cambia la vita. Severina, che sa, avrebbe detto che era stato proprio come sparecchiare un altarino. Ma due… Ora pensavano che la pratica rende l’uomo scaltro, e che un lavoro ben fatto dà sempre le sue belle soddisfazioni.

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