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Posts Tagged ‘tradimenti’

battaglia2La prima volta era stata gentile. La seconda mi era sembrata leggermente seccata: ancora lei. La terza ero andato con la tazzina col caffè ancora fumante in mano e con aria implorante. Era ancora in vestaglia e ciabatte. Però aveva avuto il tempo di pettinarsi. Anche quello per truccarsi. Profumava di “Tempesta ormonale”. Mi aveva rimproverato perché era la terza volta in un quarto d’ora che finivo lo zucchero, ma mi era sembrata più che altro divertita. Stavolta non era uscita per andarlo a prendere. Mi aveva fatto entrare. Si era fatta seguire fino alla cucina. Mi aveva messo davanti il barattolo. Con un sorriso paziente mi aveva invitato: faccia pure. Ne ho presi tre cucchiaini. A me il caffè non piace troppo dolce.
Questa è la vita in un condominio: ci si vede sempre e non ci si conosce bene mai. Si è così vicini eppure così lontani. No! nemmeno due chiacchiere. Non avrei saputo che dirle. Giusto il tempo per mescolarlo e berlo in silenzio. E di notare che aveva messo le scarpe coi tacchi. In casa. Io non riesco a svegliami bene se prima non prendo un caffè. Lo so: è colpa mia. Solo che quando non c’è Domitilla mi sento perso. La casa diventa enorme. Le cose da ricordare e fare: troppe. Mi dimentico della spesa. Della lavatrice. Lascio scadere le cose in frigo. Per non parlare delle bollette. Non ci sono con la testa. E in quel periodo il lavoro teneva mia moglie spesso fuori. Era più in trasferta che in casa; succede tutt’ora. Mi sarei dovuto abituare anche se non era semplice da fare.
Ma il fatto che lei avesse contato quelle tre volte e il tempo intercorso mi avevano fatto sentire uno stupido. Incapace e un po’ invadente. Indelicato. Sfacciato e tutte quelle cose lì. Per non incorrere ancora in una situazione simile allora ho riempito la porta del frigorifero di post-it. Cercavo di segnarmi tutto quello che mi serviva e quello che dovevo fare. Spesso quel frigo restava ugualmente vuoto, ma cercavo di arrangiarmi da solo. Magari con una scatoletta di tonno. Per evitare di ricorrere a quella vicina. No! lo zucchero non l’ho scordato più. Tranne un paio di mattine, ma quelle poche volte il caffè l’ho preso disgustosamente amaro. E nei giorni seguenti, per circa tutto febbraio e marzo, ci si era incrociati saltuariamente in ascensore. Naturalmente non di proposito. Solo qualche saluto, osservazioni sul tempo, interesse per la salute mia e di mia moglie. Tutto in poche laconiche parole.
Poi un giorno ho sentito suonare alla porta e me la sono trovata davanti, non con la solita vestaglia ma vestita di tutto punto. Scusi, ha un pizzico di sale. Ho già la pasta sul fuoco. Prego, certo, si accomodi. Non le farò perdere troppoNon mi disturba affatto. Grazie. Le faccio strada. Non per dire ma io le cose le ricordo bene. Non ho mai scordato un compleanno. E mi piace dire le cose come stanno. Aveva il rossetto sulle labbra, quel profumo e tacchi altissimi. Lei era stata gentile e io avevo cercato di essere gentile. L’avevo lasciata passare e in cucina le avevo allungato il contenitore del sale. Ne prenda quanto ne vuole. Scusi… ma… per la pasta… quello grosso. Son cose da battersi la fronte: Scusi, che sbadato. Non lo so perché ma ci sono occasioni in cui perdo un po’ la testa. Mi ritrovo un po’ sbadato. Goffo.
Mi aveva fissato. Poi avevo capito e le avevo allungato una ciotola dove metterlo. Devo esserle sembrato proprio un cretino. Spero non abbia pensato a scortesia. Nel frattempo lei aveva provato a rompere il silenzio: Come sta sua moglie? E’ spesso fuori? Per lavoro? Dopo due mi ero sentito in dovere di spiegarle che faceva la consulente sanitaria. Questo la tiene spesso fuori? Poveretto. Non è un vero e proprio disagio per me. Non ne sono certo contento, ma dobbiamo pure campare. E quel lavoro le permette di guadagnare abbastanza bene. Spesso, anche la notte. Si sentirà solo. A volte; un poco. Intanto si era seduta. Pareva non avere più fretta. Avrei voluto ricordarglielo, ma non mi andava di essere indiscreto.
Era la prima volta che parlavamo veramente. Senza che glielo chiedessi si era messa comoda cercando di dirmi qualcosa di sé. Per conoscerci almeno un po’: Io insegno in un liceo. Bene. Faccio orario ridotto. Si vede subito una persona istruita che si sa comportare. E lei?… Io invece sono spesso a casa. Suo marito? Volato. –e fece il gesto con la mano. Mi spiace. Non deve, meglio così. Però… forseE’ come se non ci fosse mai stato. Mi scusi. Sa che ha proprio una bella casa. Tutto merito suo, di mia moglie. Deve essere una brava signora, la vedo sempre, quelle poche volte, molto elegante. ! Lei legge? Solo quando ne ho tempo. Certo che anche il pane è andato a prezzi spaventosi, per non parlare della carne. Certo, la carne. Fortuna che io sono vegetariana. Io no. Credo che una persona si riconosca anche da quello che mangia. Temo allora di poter apparire una brutta persona. E’ che da soli
La pasta ormai doveva esser scotta e mi preoccupai per la sua cena: Avevo pensato di prendermi un cane. Un cane? Sa, per la compagnia. Un cane in un condominio, Diosanto, non mi sembra una buona idea. E se n’era andata rapidamente come se qualcuno le corresse dietro. Scordandosi persino del sale che l’aveva spinta fino da me. Decisamente la pasta doveva essere stata la vera vittima di quella nostra perdita di tempo. Intanto il telegiornale era già cominciato. Accesi la tele e buttai una fettina in una padella con un filo d’olio. Non so se sarei mai capace di essere solo vegetariano. Quella sera me lo chiesi, ma non seppi rispondermi. Poi il film mi prese e mi prese anche il sonno prima di poter fare o pensare ad altro. Quando mi risvegliai spensi la luce e a fatica raggiunsi il letto. Era stato gradevole parlare con quella signora. Tranne per quella reazione sull’argomento del cane. Era una persona a modo. Piacevole. Per quei pochi istanti la vita mi era sembrata meno vuota.
Non nascondo di aver sperato che tornasse a suonare alla mia porta. Per un paio di giorni mi sentii deluso. Poi me la sono ritrovata davanti. Una sera: Spero di non essere sfacciata, ma… mi servirebbe un po’ di pepe? Ebbi la prontezza di non chiederle per cosa. Le conosco bene le donne. E Domitilla ha fatto in tempo a mettermene sull’avviso. Non aveva in mente di uscire, anche se per tutto il resto il suo aspetto era curato alla perfezione. Con indosso la solita vestaglia che avevo visto. Capelli da sembrare spettinati. Il solito rossetto. Le unghie affilate dello stesso colore. Il solito profumo. Stessi tacchi. Gli occhi penetranti. Prego, si accomodi. E… Lei; Domitilla, vero? E’ trattenuta. Anche stasera? Anche stasera. Se posso?A Bergamo. Farà molto tardi. Non può tornare; domani
Mi ero giurato che stavolta non avrei perso la parola: Lo tenga pure, ne ho un altro flacone. Lei è troppo gentile. Di nulla. Non so come sdebitarmi. Debbo ricordarmi di comprarlo: Non deve. Posso offrirle una sigaretta? Grazie, non fumo. Lei è un uomo pieno di virtù. Ehhh! Ehhh! Si è seduta. Sembra non avere nessuna fretta: Posso offrirle qualcosa? Ho già cenato; grazie. Anch’io. Il pepe sopra il tavolo. Le dita che non smettono di giocare tra loro. La televisione in salotto. Ho paura di non riuscire a mantenere la mia promessa: Allora almeno un caffè? Non si disturbi. Mi sento in dovere. Non insista. Non vorrei sembrare unoPer quello nemmenoSpero non le dispiaccia. Faceva girare l’anello attorno al dito: Non sono una che se la tira; mi scusi. Nemmeno… Sembra avere caldo: E’ sicuro che non posso… fare nulla, per lei, per sdebitarmi? CredoSicuro. Sicuro, sicuro? Beh! forseDica. Non so se posso. Coraggio. Non vorrei sembrarle sfacciato. Lasci che siaAllora, dice che posso? Dica; la prego. Come crede. Siamo tra adulti, che ci sarà?Spengo la tele e torno. Faccia.
Tra la cucina e il salotto non c’è poi tanta strada da dare il tempo di riflettere. Lei è ancora là, seduta, tranquilla: EccoDov’eravamo rimasti? E’ stata lei a darmene il permesso. Certo. Sì… insomma… la sa fare la battaglia navale. Non mi dicaLo so che nonNo, piace anche a lei. Ne vado pazza. Il suo entusiasmo è evidente. Non riesco a crederci: Io… tutti i giochi da tavolo, ma su tutti quello. E’ una vita… ne avrei proprio voglia. Anch’io. Mi facevo riguardo. Vede che non doveva. Lei non saPotremo farlo ogni volta che sua mogliePotremoE anche stando ognuno a casa propria, quando c’è. AncheNon chePazienza. Però me lo deve promettere. Cosa? Che non mi farà fare troppo tardi. Giurin giuretta. Credo che ora che ci conosciamo meglio potremo darci anche del tu. Se posso… certamente Luisa.

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donna-libroC’è un uomo nella mia vita. E un libro, non finisco mai di leggerlo che ho già voglia di ricominciare. E una cucina con il forno a microonde. E la televisione, quella via cavo. E una cagnetta di nome MiFido, che ha bisogno di mille attenzioni. E mille altre cose. Non posso dire certo di annoiarmi. Ho il mio bel da fare.
Lui si chiama Giulio, il mio compagno del momento, intendo. Non è né bello né brutto, né alto né basso, né grosso né magro, né dolce né… amaro. Insomma non so bene per cosa me ne sono innamorata, ma credo di amarlo. Quando viene a trovarmi ho l’impressione che le cose vadano meglio. Mi sento più tranquilla, serena, meno agitata. Non mi ha mai fatto scoppiare il cuore, ma mi riempie il cervello di pensieri. Poveretto, mica lo so cosa farebbe senza di me.
Non c’è mai silenzio tra noi. Abbiamo sempre molte cose da dirci. Certo che quando parla di sport io mi limito ad ascoltare. Mi assento e lo assecondo fingendo di dargli retta. In questo sono brava. Lo stesso succede quando lui parla di politica. Mi spiega, perché lui mi spiega sempre, l’importanza di avere degli ideali e il dramma della crisi delle utopie. Per le utopie non saprei che dire, per il resto mi sembrano solo formule vuote. Imbarazzate e imbarazzanti giustificazioni per chi ha bisogno di mascherare le proprie ambizioni o i propri interessi. Che ha qualcosa da vendere o guadagnare, che poi è la stessa cosa. Mi limito ad ascoltare fingendomi interessata. L’altra sera ho chiesto il suo parere sulla crisi di coppia. Mi ha risposto che non centra. E che poi non era certo il nostro caso. Su questo ha ragione.
Lui non è bravo come me. Io gli parlo di cose pratiche: della cena, della passeggiata di MiFido, cioè del cane, dell’ultima serie, di pagina trentasei, ma lui non sa mentire. La sua faccia dice tutto. E’ evidente che non mi sta ascoltando. Impugna il telecomando e gira e rigira tra i canali. Deve sempre fare la pipì. Scaraffa il vino. Va a mettersi in ciabatte. Controlla la cottura dell’arrosto, come se io non ci pensassi. Prende in mano il giornale. Mi dice che sono bella. Cerca cose che non ricorda dove le ha messe. Cose così. Le inventa tutte. Tutte senza un briciolo di convinzione. Con fare annoiato. Io so sempre in quei casi cosa fare: una buona cenetta e poi tutti a letto.
Mi piace scherzare. E anche provocarlo. Lui non è sempre pronto. Certo volte sembra un po’ ottuso. La cosa è di ieri. Gli dico per curiosità, per vedere la sua reazione: Credo di essere in ritardo. In un primo momento non capisce, come al solito, come sempre: Te lo ripeto continuamente di prepararti in tempo. Ci pensa un altro attimo: Ma mica dobbiamo uscire. Non lo sopporto quando fa così. Gli ripeto: Credo di essere in ritardo; in ritardo. E lui mi guarda esterrefatto: Dici? Ma se sono sempre stato attento. Forse ti sei distratto. Non sei stato abbastanza attento. Che poi l’unico sistema sicuro e non farlo. Per quello adottiamo anche troppo spesso questa forma di prevenzione.
Quando gli ho spiegato che stavo scherzando, prima ha tirato un sospiro di sollievo, e poi ha detto: Quasi quasi la cosa non mi dispiacerebbe affatto. Sarebbe la dimostrazione di quanto ci amiamo. Avrei voluto dirgli che poi non ci “amiamo” poi così di frequente. Tra le sere in cui è impegnato e non si fa vedere. Quelle in cui è troppo stanco. Quelle in cui c’è qualche partita. Quelle in cui comunque prende il sonno sul divano. Si e no devo avere una buona memoria per ricordare l’ultima volta del suo amore. Beme gli voglio bene, ma mica lo so se lo voglio un figlio da lui.

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2341257_fototradimentoForse si potrebbe pensare che era stata un po’ imprudente. Non lo negava. Non ci aveva pensato. Non si può mica pensare a tutto. Per filo e per segno. Lei non amava pianificare le cose. E poi in quel caso sarebbe stato comunque impossibile. Semplicemente era successo. Si erano incontrati giù, alla fermata della metro. Solite cose e poi: “Sono Marco e tu”? “Io no… cioè, Milena”. “Guarda il caso”… “Dove vai?” “Niente che non possa spettare”. “”. “Non ci si può fidare del tempo”. “Sei di fretta?” “Qualcuno ti aspetta?” Cose così.
Forse era stato più lui ad insistere. Anzi certamente. “Non dovrei”. Ed erano saliti: “Magari solo un caffè. D’accordo?”. Poi da cosa nasce cosa. Non che non ci avesse pensato, forse, ma non l’aveva fatto con intenzione. Con malignità. Tra un uomo e una donna si crea sempre quella situazione di imbarazzo e complicità. Tra loro era durata un attimo.
Entrati in casa tutto era precipitato. E’ così che da cosa nasce cosa. “Bella casa.” “Grazie!” “Prego.” “Devi andare proprio subito?” “Ci abiti da sola?” “No!” “E lui dov’è?” “Stai tranquillo, non credo tornerà.” “Sai che sei proprio bella?” Ad un complimento lei non sapeva resistere. Poi era stata come una magia. Era scoppiata la passione. Era stato all’improvviso. Essere attratti uno dall’altra era stato un baleno. Ed erano finiti a letto, per meglio dire sul divano. A cercarsi affannati.
Proprio in quel momento lui era tornato. Aveva aperto la porta e se li era trovati davanti. Troppo impegnati per fare caso ad altro. A lui. Era stato seccante. Seccante e imbarazzante. La prima cosa che le era venuta da chiedere era cosa ci facesse lì. Lì e a quell’ora. Sembrava fuori di sé. “Ma non è casa mia”? Sempre in quelle situazioni si rischia di dire cose stupide che diversamente non si sarebbero dette: “Tua? Diciamo nostra”. Avrebbe voluto che se ne andasse. Almeno un momento. Invece restava lì, come impietrito. Certo che poteva anche pensarci, ma non ci aveva pensato. Come poteva. Sapeva che si sarebbe trattenuto fuori. Almeno così aveva detto. Credeva di avere la casa tutta per sé. E lei odiava quel silenzio. Quel vuoto. E poi lui aveva detto alle otto e le otto sono le otto. Da quando il mondo è mondo. Non le sei. Sei e poco più.
Lei: “Non è come sembra”.
Lui: “E allora dimmi com’è”?
Lei: “Era una cosa innocente. Un vecchio amico. Un caffè”…
Lui: “E tu lo chiami un caffè”?
Lei: “Non ci crederai ma volevamo solo prendere un caffè”.
Lui: “E lo avete preso”?
Lei: “Non mi fare tutte queste domande”.
Lui: “Cosa dovrei dire”?
Lei: “Ma… non dovresti essere a quella riunione”.
Lui: “Abbiamo finito prima”.
Lei: “Potevi anche avvertire. E se ero fuori”?
Lui: “Che c’entra. Ho le chiavi”.
Lei: “Non è una buona risposta. Dovresti saperlo che mi fai stare in ansia”.
Lui: “E te li porti in casa”?
Lei: “Eravamo proprio qui sotto. Dove sarei dovuta andare? E non dovevi tornare prima delle otto. Torno a dirlo: cosa ci fai qui? E poi come lo dici sembra quasi”…
L’altro: “Posso dire una cosa”?
Lei: “Fai silenzio tu”.
Lui: “Parla con me”.
Lei: “Non farmi confusione”.
Lui: “Guarda che stai facendo tutto tu”.
Lei: “E’ meglio se mi rivesto”.
Lui: “Stai qui. Cosa credi di fare”?
Lei: “Io… niente. E… tu”?
Lui: “Io… io… Sei proprio una”…
Lei: “Non cominciare a”…
Lui: “Credo di avere il… Sì, insomma… di una spiegazione”.
Lei: “Non ti adirare che poi… Non c’è molto da dire. Come cercavo di dirti”…
L’altro: “Se mi permettete io”…
Lei: “Stai zitto tu che non centri”.
Lui: “Resta dove sei”.
Lei: “Non è colpa sua”.
Lui: “Certo. Se c’è una”…
Lei: “Non fare così. Non è una cosa importante. E poi… non avevamo ancora fatto”…
Lui: “Scusa se sono arrivato prima”.
Lei: “Lasciami spiegare”.
Lui: “C’è poco da dire. Due occhi ce”…
Lei: “Allora fai come vuoi”.
Lui: “Lei si… tu sistemati i pantaloni. Fuori di qui”…
L’altro: “Allora io vado”.
Lei: “Che aspetti? Non vedi”…
Lui: “Fanculo”…
Lei: “Non essere volgare”.
Lui: “Non essere”…
Lei: “Non ti permetto”…
Lui: “Avrò pure ragione di”…
Lei: “Vieni qui. Facciamo pace”?
Lui: “Potevi anche avvertirmi”.
Lei: “L’avessi saputo ti avrei fatto una sorpresa”.
Lui: “Certo che sei veramente”…
Lei: “Ti dico che non era ancora successo niente. Poveretto. Forse non dovevamo lasciarlo andare così. Non ho nemmeno il numero di telefono. Che dici? E’ colpa mia”?
Lui: “Mia no di certo. Certo che era buffo. L’hai visto? Forse dovresti chiedergli scusa. E allora… Dov’eravate rimasti”?
Lei: “Togliti i pantaloni. Dai! Ti faccio vedere”.
Lui: “Sei incredibile. Ma non ti stanchi mai”?
Lei: “Di te; mai”.
Lui: “Ti amo”.
Non avrebbe mai potuto vivere senza di lui. Ed era scoppiata la magia. Nell’impazienza. Senza nemmeno il bisogno e il tempo di raggiungere il letto. E tutto era stato meraviglioso. Lì, su quello stesso divano. Come la prima volta. Come ogni volta.

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crisi-lavoroLe cose son più facili a dirsi che farsi. Sembra la più semplice delle banalità. Forse per Lidia non era così. Erano tornati assieme. Era stato tutto come una favola. Come si fossero salutati la sera prima. La stessa bellezza. Si potrebbe dire la stessa passione. Forse anche di più. Erano più maturi. Più consapevoli. Ma lei aveva cominciato a sognare. Nella notte lui la lasciava. Ancora una volta. Cento volte. Come quella volta. In modo diverso ogni volta da quella volta. E lei si svegliava disperata. Sudata. In preda all’ansia. E lo cercava al suo fianco, tra le lenzuola. Sarebbe stata una pessima giornata. Dopo era sempre di cattivo umore. Irascibile. Non poteva farci niente. E quei sogni erano sempre più frequenti. Se di giorno le era stato facile, la notte non riusciva a scordarlo il suo tradimento. Si ripeteva e si ripeteva.
Teresa diceva che aveva fatto male a rimettersi con lui. Teresa diceva che era una sciocca a pensarci. Teresa diceva che i sogni non sono che un’immagine complessa della verità; ma non sono la verità. Teresa diceva che quelli, i sogni, non contano, sono solo fantasie; bizzarrie della mente. Teresa diceva questo e quello e lasciava libero sfogo alle parole, alle innumerevoli parole. Sempre così sicura di sé. Certa nei suoi fallimenti. Mille amori e nessun amore. Lei non sapeva che lei sapeva. Era stata anche Teresa una tra i suoi tanti tradimenti. Glieli avrebbe perdonati. Quello che non riusciva a perdonargli era che alla fine l’aveva lasciata; e il come. Almeno non riusciva a perdonarlo la notte, nei propri sogni. E lui le diceva che era una stupida. Che era stato il più grande sbaglio della sua vita. Che non si sarebbe ripetuto. Che aveva capito. Che era cambiato. Che aveva bisogno di lei. Che non sarebbe mai successo. Persino che l’amava.
In certi momenti le sembrava tutto vero. Tutto bello. Poi sognava quello. Non riusciva a liberarsene. Gli credeva ma non riusciva ad aver fiducia in lui. A sentirsi sicura. Protetta. Veramente non si era mai sentita protetta vicino a lui. Si era sempre sentita… precaria. Anche allora. E quel mattino si era svegliata più agitata delle altre volte. Aveva cominciato a radunare le sue cose. Cosa fai? Me ne vado. Cosa succede? Ti lascio. Non puoi farlo. Posso e lo faccio. Perché? Perché non posso vivere per sempre di questa paura. Ma io non ti lascio. Ma tu l’hai già fatto. E’ stato uno sbaglio; ti ho già chiesto scusa. No, è stato un incubo. Ti mancavo? Sì! mi mancavi. Ecco, vedi! Preferisco perderti che continuare ad aver paura di perderti.
Più ne parlava e meno era certa di quella decisione. Cominciava a sentirsi stupida. Con lui era sempre così. La rabboniva e poi ricominciava tutto. Lo vedeva distratto. Ora la guardava come si guarda una che straparla, che si lascia trascinare da un’isteria tutta al femminile. Che ha solo voglia di litigare solo per il gusto di litigare. Come se si fosse bruciata la cena e non sapesse come dare la colpa a qualcuno tranne che a se stessa. La guardava, insomma, in quel modo; incredulo. Mentre lei infilava gli abiti in una borsa Ma capisci quello che fai? A male estremoNon vedi che è una cosa stupida. Non posso più vivere con la paura di perderti. Era determinata, o almeno cercava di esserlo E’ una pazzia. Mai stata più lucida. Sapeva che lui le leggeva dentro. Cercava di nascondergli ogni incertezza. Si svuotava la testa e buttava tutto dentro alla rinfusa, disordinatamente. Forse avrebbe dovuto farlo prima. Forse nemmeno ricominciare. Doveva capirlo che una storia non più sopravvivere a se stessa. Ma lui sembrava tranquillo, non le credeva. Pensava che sarebbe bastato un abbraccio. E lei sarebbe scoppiata a piangere. Si sarebbe data tutte le colpe. Si sarebbe detta una stupida.
Quando uscì dalla porta non sapeva dove andare. Fu solo un attimo di panico. Non gli aveva lasciato il tempo per quell’abbraccio. Sapeva solo che non sarebbe tornata indietro. E aveva gli occhi gonfi di lacrime.

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donna-al-barEra una donna con la testa sulle spalle. Ormai non credeva più alla favole; ma alla magia sì. Era seduta come sempre a quel tavolino ad aspettare qualcuno, il primo che arrivava e che fosse di suo gradimento. Voleva essere solo Samantha. In verità non se lo nascondeva che aspettava con impazienza che entrasse Deodato.
L’aveva infastidita quella donna che s’era seduta ad un tavolino proprio vicino alla porta d’entrata. Aveva preso un caffè con la panna. Poi le aveva lanciato un sguardo incurante. Per un breve attimo lei aveva provato stizza e gelosia. Era come se quella cosa avesse invaso il suo spazio. Ma quasi subito aveva ripreso il controllo di sé e ritrovato la sua sicurezza. Aveva tanto seno ma era un tipo così grossolano. Troppo disponibile. Lei si mise a leggere il giornale distrattamente. In verità finse di leggerlo senza riuscire a distrarsi.
Fu in quel momento che, dopo tanto tempo, entrò lo studente. Sempre così giovane, forse era appena maggiorenne. Si ritrovò con quel dubbio. Però aveva un’aria più triste di sempre. E si diresse subito verso il suo tavolino. Le chiese cortesemente il permesso si sedersi. Sembrava ieri. Provò uno strana pena e un altrettanto strano affetto per lui. Aveva proprio bisogno di qualcuno con cui parlare; confidarsi. Ma inizialmente faticò a vincere quel suo silenzio imbarazzato. Le chiese come stava. Poi, con lo sguardo basso e la fatica a trattenere le lacrime cominciò a confidarsi proprio mentre entrava Deodato.
Il ragazzo le confessò le sue pene d’amore. Era una ragazza molto giovane e, a suo dire, graziosa. Una sua compagna di scuola, un paio di classi dietro a lui. Erano diventati quasi amici. Questo era il punto. Non sapeva come comportarsi. Non sapeva come confidarsi. Non sapeva come dirle quello che provava per lei. Aveva paura di non essere ricambiato. Di sbagliare. Di non essere corrisposto. E tutte quelle altre paure che possono attanagliare un giovane di quella età. Era così carino.
Intanto Deodato era andato a sedersi con quella tipa. Lei si rese conto di odiarla. Di odiare entrambi. Era una situazione che l’imbarazzava. Non sapeva cosa dire. Non era certa di essere in grado di dargli il consiglio giusto. Eppure non poteva lasciare quell’ingenuo e inesperto ragazzo in quelle condizioni. Guardò Deodato cercando di parlargli con gli occhi, poi prese la mano dello studente e, senza interromperlo, si fece seguire senza il bisogno di usare parole; di invitarlo a salire. Era stata una cosa veloce, molto appassionata e molto disperata.
Mentre lei si riassettava il ragazzo l’aveva ringraziata dicendole che si sentiva molto meglio, risollevato, e che per lui lei era come una specie di madre. Questo le aveva lasciato uno strano gusto di gomma bruciata in bocca, una sorta di amarezza e senso di colpa. Non aveva voluto nulla in cambio e l’aveva lasciato scendere per primo. Aveva preferito rimanere un attimo sola. Un attimo che sembrava non volesse finire. Per le scale aveva le gambe molli e la testa vuota, e anche un po’ di ansia.
Intanto in pasticceria Deodato l’aveva aspettata. Come la vide lasciò il tavolino, mentre la donna dal seno enorme la guardava con disprezzo e un po’ di invidia. Lei si sentì padrona di se stessa e del mondo. Mentre fuori aveva cominciato a piovere.

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Foto del 4 dicembre 2009 a Berlino di notteSolitamente i messaggi anonimi non erano presi in considerazione; lo mise nel cassetto e se ne scordò. Sebastiano non avrebbe saputo dire perché l’aveva conservato, forse per la stranezza della denuncia: “Mio marito è un cornuto”. Forse perché ne aveva riso o perché a Quattrocase non succedeva mai niente. In più l’anonimato del biglietto, scritto con lettere di una nota rivista di gossip, era tradito dall’autore, cioè l’autrice, che non aveva risparmiato macchie e impronte e aveva scritto la busta in stampatello con tanto di mittente sul retro. Se ne ricordò davanti a quella segnalazione di sequestro prima di recarsi sul luogo. Riprese in mano la prima comunicazione e l’indirizzo era lo stesso. Era quello che si dovrebbe dire un indizio. Venne ad aprirgli una donna rossa, piccola, con gesti rapidissimi e una vocina squillante, che impegnava ogni gesto ad essere graziosa. Lo invitò a sedersi e gli chiese se gli poteva offrire qualcosa. Lui non prendeva mai niente in servizio e non fece cenno di quello che sapeva. Lei si dilungò a descrivere il rapito e solo alla fine si disse certa che fosse tenuto segregato da quella smorfiosa del ventisette costringendolo a fare quello che voleva, quella viziosa, che aveva sempre provato invidia e guardava suo marito con degli occhi…

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Tutto ma proprio tutto, pensava Abele. In fondo perché domandarsi troppo se non aveva mai trovato nessuna risposta. Se quella risposta con tutta probabilità nemmeno c’era. Non amava le parole, era un uomo pratico. A parole è facile cambiare il mondo. Poi esci dalla porta e quel mondo lo devi affrontare. Le ricette non servono; non funzionano. I problemi sono lì, ti aspettano, in agguato. Certo che era nei casini. Con sua moglie le cose non funzionavano, ma benedetta donna non l’avrebbe mai ammesso. Per lei tutto era normale. Anche che non si cercassero più. Se ne era fatta una ragione. Se cercava di parlarle lei si aggrappava ai loro bambini. “Non hanno chiesto loro di essere messi al mondo. Abbiamo delle responsabilità”. Ma forse era stato solo il tempo, fra loro. L’abitudine. Si era lasciata un poco andare. Ai suoi occhi sembrava anche più vecchia di quello che era. Senza parlare delle idee. Ed era ormai convinto che sapesse ma non volesse vedere.
Con Irene le cose continuavano ad andare alla grande. C’era ancora la stessa passione eppure nemmeno con lei era così facile. Voleva essere corteggiata ogni volta. Non accettava di provare semplicemente desiderio. Lo doveva mascherare. Giustificare. Voleva anche il lato romantico. Il sogno. Voleva sentirsi dire che la amava. Che si mentissero su un futuro. Sapevano entrambi che non c’era nessun futuro. Non per loro. Non avevano nessun altro dialogo. Il loro mondo era il letto. Fuori non c’era nient’altro che li accomunasse. Avrebbero litigato anche per dividersi i cassetti. Sul deodorante da bagno. Sul vattaggio delle lampadine. Sul diavolo che non se la portava. Ma a letto funzionava a meraviglia. Non avrebbe mai ammesso che tra loro c’era solo piacere.
Almeno con Giusi trovava una sorta di pace. Era come un suo piccolo rifugio. Capitava che nemmeno lo facessero. Lei non gli chiedeva di più. Accettava il poco che le poteva dare. Era solo una ragazzina ma era così naturale. Tutto per lei era naturale: un cinema, un caffè, una gita in macchina; farlo in macchina o in un alberghetto. Lei era sempre contenta. Gli sorrideva come se gli dovesse sempre un grazie. Era sempre disponibile. Pronta ad imparare. Disposta a tutto quello che lui le chiedeva. Come una discepola davanti al proprio maestro. Mostrava meraviglia. Pensava che quello era il ruolo della donna. Si accontentava di poco e le sembrava moltissimo. Le aveva comprato un abitino e lei lo indossava orgogliosa. Le tette al vento e non erano poche. A farsi guardare. Perché* quel vestito era scollato; molto scollato. E qualcosa in testa le diceva che non poteva metterlo facendo vedere il reggiseno. Non gli dispiaceva che la ammirassero. Non era un tipo geloso. E poi sapeva che lei non aveva che lui.
Frida invece era della sua pasta. Le piaceva stuzzicarlo. Raccontargli. Se aveva altri incontri era il primo a cui li raccontava. Come in una sfida a due. Amava quel tipo di trasgressione. Forse anche il marito sapeva. Non si vedevano ormai più di tanto. Troppo presa dai suoi impegni e dalle sue storie. Ma con l’avvocato era finita. Quando pensava all’avvocato provava della pena per quell’uomo. Sapeva di cosa era capace. Sapeva cosa può fare una donne senza scrupoli, senza remore. Una donne che sa fare all’amore, per questo meravigliosamente, ma che è incapace di amare. Era capace di arrivare avendo già elaborato le sue fantasie. Sapeva interpretare i suoi desideri prima ancora che lui stesso li pensasse. Amava anche il rischio. Una volta aveva voluto che la accompagnasse in uno di quei posati dove ci si scambia. E aveva voluto guardarlo. Una volta aveva voluto fargli vedere come si tratta una donna. Una volta l’aveva provocato e aveva voluto che lui approfittasse in mezzo alla folle, in coda per una prima.
Con Claudia erano solo amici. Lo facevano solo se andava ad entrambi. Ma era una cosa in più. Non necessaria al rapporto. Lavoravano insieme. Parlavano. Sapeva cose di lei che nessun altro sapeva. Anche quando aveva perso la testa per un quasi spiantato. In fondo era quasi un rapporto distaccato. Ginnastica. Un gesto dovuto. Tranne quella sera ma quella sera era una sera particolare. Il marito aveva scoperto un suo tradimento. Minacciava di lasciarla. E avevano un po’ bevuto. Era un compleanno in ufficio, non ricordava più di chi, e in ufficio l’avevano fatto. Senza curarsi di chiudere nemmeno la porta. Proprio per quello era entrato Dario senza saperlo. Era rimasto esterrefatto. Soprattutto imbarazzato. Lei era semplicemente scoppiata a ridere. “Non ti fermare”. Glielo ricordava spesso; non era più successo. Da quel giorno aveva preso in simpatia Dario. Niente di più. Forse lui ne soffriva. Forse era un gioco crudele. Mostrava interesse. Lo lusingava. Alla fine rideva e si defilava. Sfuggiva.
Certo la sua vita stava diventando una vita complicata. Non era bravo negli addio. Il problema era invece inverso: era molto bravo negli incontri; negli inizi. Non fosse stato lui anche con Federica avrebbe già smesso. Era diventato un dovere. A volte doveva pensare ad altro. A volte ad un altra. Doveva usare la fantasia. Per lei l’amore si faceva solo in un modo, a quel modo. Aveva sempre qualcosa da rimproverargli. Perché non le aveva telefonato. Perché non lo sentiva appassionato come una volta. Perché se ne andava via subito come lei fosse una puttana. Perché non le portava più dei fiori. Perché si era dimenticato il compleanno. Era convinto che si mordesse le labbra che che si fosse accorta che per lui diventava sempre più faticoso. Si fermò un attimo a prendere una boccata d’aria. Cercò una scusa per rimandare l’appuntamento con Selvaggia. Stava diventando un maledetto imbroglio. Gli sembrò possibile dire di no. Alla fine decise che in fondo era troppo complicato. Che era più semplice così. Chiamò Petra per avvertirla che avrebbe tardato.

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