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Posts Tagged ‘tradimento’

FSA/8d26000/8d262008d26229a.tifDavide e Sarah erano una coppia felice. Sposati da più di 20 lunghi anni. Quasi tutti anni buoni. Non si potevano lamentare. Nemmeno i soldi erano più un problema. Vivevano bene e la casa ormai era loro. Sarah era all’oscuro di tutto, ma Davide aveva un piccolo segreto.
Un fatto aveva lasciato a lui tracce indelebilmente nel loro idillio. Tredici anni prima il suo lavoro aveva avuto un momento di crisi. Non andava bene. Lui tornava stanco e amareggiato. Nervoso. Certo che lui aveva le sue colpe. E molte. Litigavano continuamente. Era sempre stato anche un po’ geloso. Lei aveva avuto allora una breve relazione con un altro. Insomma, aveva tradito. Erano stati tempi duri. Si sentiva esasperata. Era stata lì lì per lasciarlo. Poi lui aveva trovato quel nuovo lavoro. Tutto era tornato a filare liscio. Lei era tornata da lui dopo avergli confessato tutto. Quella storia era già finita. Gli aveva giurato che era stata l’unica volta.
Lui ne era rimasto naturalmente ferito. Forse più di quanto avrebbe voluto. Lei gli aveva chiesto mille volte scusa. Aveva fatto di tutto per farsi perdonare. Lui le credette e volle crederle. Lei gli aveva giurato che era stata solo una sbandata. Che c’era solo lui nella sua vita. Gli aveva esternato tutto il suo amore. Glielo dimostrava continuamente. Non gli negava più nulla. Nemmeno il più piccolo capriccio. Era sempre disponibile. Lo accontentava in tutto. Proprio in tutto. Ed era diventata, se possibile, una moglie ancora migliore. Teneva in ordine perfetto la casa, stirava come si deve ed era una cuoca eccezionale. Non avrebbe potuto vivere senza la sua Sarah. L’unica pecca era che doveva stare eternamente attento perché nessuno dei due voleva bambini.
Tutto andava per il meglio tra loro e con grande soddisfazione di entrambi, ma Davide continuava a nascondere quel suo piccolo segreto: da molte notti dormiva male e sognava peggio. Per quanto i suoi giorni fossero sereni, le sue notti erano affollate e angoscianti. Continuava a sognare che Sarah lo lasciava. Erano veri e propri incubi da cui si svegliava a volte all’improvviso, quand’era ancora buio, a volte in uno stato di panico o di enorme rabbia. A volte ne usciva anche tutto sudato. In una vera e propria ira. Allora era costretto a nascondersi e trattenersi in bagno finché non l’aveva sbollita.
Sogni che ogni volta erano uguali e diversi. In tutti però si ritrovava desolatamente solo, abbandonato. A volte dopo che lei gli aveva chiesto una pausa che sembrava non finire mai. Altre volte aveva proprio chiuso e non voleva nemmeno parlargli. A volte aveva il dubbio di averla scordata, dimenticata. A volte si dava la colpa di non averla più cercata. Di non fare abbastanza per riconquistarla. Gli amici glielo rinfacciavano. A volte era semplicemente tornata dal ragazzo che frequentava prima di lui. Nella maggior parte dei casi l’aveva abbandonato per quel ragazzo. Ma sempre il dramma era già avvenuto. Sempre soffriva ed era solo. C’erano mattine che arrivava già stanco prima di cominciare il lavoro.
Alla fine accettò la verità. Non poteva vivere con lei e, insieme, con quei sogni. Allo stesso modo non poteva rinunciare a lei. Quelle notti gli toglievano la pace. Non poteva certo fargliene una colpa. Il passato è passato. Quello lo era fin troppo. Era solo una storia vecchia. Che avrebbe dovuto aver dimenticato. Invece era tornata da mesi e da mesi lo perseguitava. Anche i tranquillanti che aveva cominciato a assumere dimostravano di non funzionare. Doveva trovare una soluzione e trovarla in fretta. Una via di uscita doveva pure esserci. E quel tradimento continuava a bruciargli dentro. Semplicemente continuava.
In un momento che lei era dal parrucchiere cominciò ad indagare tra le sue cose. Non si aspettava niente. Non c’era uno scopo preciso. Non sapeva perché. Pura curiosità. Lo doveva fare. Frugò tra le foto nel suo cassetto. In quasi tutte c’erano loro due. Poi una serie infinita di paesaggi. I posti in cui erano andati. Qualche scatto dalla sua infanzia. Qualche fototessera. Poi… Vide lei e il volto di uno sconosciuto. Li vide assieme tenersi per mano. La guardò con attenzione. Girò la foto che l’aveva convinto. C’era scritto dietro: Stefano con amore, e più sotto il posto e la data. Il periodo poteva essere quello. Era quello. Era lui. Ne era certo. Oltre ogni ragionevole dubbio. Era lui la carogna che l’aveva sedotta. Ma aveva solo quel nome. Era ancora troppo poco.
Non aveva ancora pensato a nulla, ma doveva assolutamente scoprire chi fosse quello Stefano. Alla fine, lo rintracciò non senza fatica. Il cognome l’aveva trovato in alcune mail sul portatile di Sarah. Mail che non dicevano nulla di compromettente. Probabilmente erano stati attenti. E avevano usato il cellulare. In quello non aveva trovato il modo di sbirciare. Ma certo avevano ormai cancellato i loro messaggi. Per il resto, cioè l’indirizzo, era andato a frugare di nascosto nell’archivio dell’anagrafe. Con l’informatica Davide ci sapeva fare.
S’inventò delle scuse per uscire di casa la sera. Cominciò a seguirlo. A spiarlo. L’impressione era che non fosse nemmeno il tipo. Gli pareva una persona elegante. Un po’ solitaria ma… come dire? strana. Non aveva ancora deciso cosa fare. Forse avrebbe potuto affrontarlo. Chiedergli spiegazioni. Ma a cosa poteva servire per una storia già finita. Intanto Sarah continuava a ignorare l’angoscia che lo pervadeva. Si sentiva sempre più stanco. Quella sera perse la testa. Scese dall’auto con una grossa e pesantissima pietra in mano e gli chiese l’ora. Come quello si chinò gentile, per leggere sul quadrante, lo colpì violentemente finché non restò morto sull’asfalto.
Improvvisamente si sentì liberato. Tornò a casa e tornò a fare sogni tranquilli. A svegliarsi pago e ben disposto e rilassato. Non c’era più nessuno tra lui e Sarah. Nessuno a cercare di portarla via da lui. Era una settimana che non facevano all’amore. Era uscito tutte quelle sere. Quel martedì lo fecero con molta passione. Si era finalmente buttato tutto dietro le spalle. C’era voluto un gesto così disperato. In fondo non era nemmeno stato tanto difficile come avrebbe pensato. Il giornale aveva parlato di una squallida rapina. Non aveva nemmeno nulla da temere. E comunque lei non doveva sapere nulla. E il portafoglio lo aveva gettato vuoto in un cassonetto distante.
Quel giorno avevano pagato l’ultima rata del mutuo. Anche quell’incubo era finalmente finito. Erano allegri e in vena di festeggiare. Lui aveva stappato una bottiglia di spumante. Forse ci avevano dato un po’ troppo dentro; entrambi. Si sentivano brilli e le risate scappavano da sole. Anche senza motivo. In quel momento Davide si sentì in vena di confidenze. Finalmente in grado di dirle tutto. Almeno tutto tranne quello che aveva fatto. Le confessò dei sogni e delle paure. Sarah rise e gli disse che era uno sciocco. Che gli aveva detto mille volte ch’era tutto finito. Gli assicurò che lei non lo avrebbe lasciato mai. E lui le confessò anche che sapeva chi fosse stato: Stefano.
Lei sgranò gli occhi e riprese a ridere. Lui non capiva. Quando le chiese spiegazioni per quella reazione gli spiegò che Stefano era solo un caro amico. Un amico da sempre. Che era anche gay. Stupefatto lui le mostrò la foto. Lei si sentì offesa che fosse andato a frugare tra le sue cose, ma durò solo un attimo. Lo perdonò subito: Non ti ricordi? Te l’avevo detto dove andavamo e chi era. Forse non l’ho mai chiamato per nome ma dovevi immaginarlo. No! non l’aveva immaginato e solo ora ricordava quella breve vacanza. Con quell’anonimo amico che lei aveva fin dalle elementari. Allora avrebbe voluto dirle di no, ma non aveva potuto. Cazzo! aveva sbagliato persona.
Sarah si confessò stavolta fino in fondo. Disse che era stata una stupida e quella volta si stava proprio innamorando. Aveva quasi perso la testa per quello. Lo apostrofò come: quel bel tomo. Al suo: Ma come? Sarah rispose che non avrebbe voluto ricordare, che non sapeva se fosse giusto che glielo dicesse, Ma ormai… era passato così tanto tempo. Se era tanto curioso e se poteva aiutarlo a dormire tranquillo quello, il bel misterioso fascinoso, il grandissimo stronzo tenebroso, altri non era che il suo caro amico Giorgio. Non serviva andare troppo lontano. Se ne sarebbe potuto accorgere da solo se in quei giorni fosse stato più presente con se stesso. Era lui che aveva profittato di quella loro crisi temporanea e della sua breve sbandata passeggera. Era sempre così amico e rispettoso, e intanto aveva atteso l’occasione come un avvoltoio.
Davide restò muto e interdetto. Giorgio era l’ultima persona di cui sarebbe stato capace di sospettare. E quello Stefano, poveretto, era stato solo una vittima del caso. Completamente incolpevole. Certo non poteva tornare indietro. Rimediare. Nemmeno lui… Non poteva restituirgli la vita. Ora però sapeva la verità. E la verità aveva ammazzato la festa. Non aveva più alcuna voglia di festeggiare. L’ultima risata gli si era strozzata in gola. Fanculo anche il mutuo e tutto. E fanculo anche a Giorgio. Aveva combinato un bel casino. E gli girava la testa. Ebbe un rigurgito. Si scusò all’improvviso e si ritirò.
Quando lei lo raggiunse era ancora troppo brilla anche per stuzzicarlo. Lui la sentì e finse di dormire, ma stava faticando a prendere sonno. Quella notte i sogni tornarono, e anche nelle notti seguenti. E come non bastassero quelli con lei protagonista crudele altri se ne aggiunsero. Sogni in cui uno Stefano sanguinante gli chiedeva ragione e giustizia. Che gli rimprovera la sua sbadataggine. Che continuava a dire che non sarebbe stato mai contento finché il vero colpevole continuava a farla franca. Davide non sapeva più che pesci pigliare. Ormai quello che aveva fatto era stato fatto. In quei giorni era arrivato fino al punto di pensare che la soluzione potesse essere confessare. Era una pazzia.
Tornò a convincersi che non poteva vivere con lei, meno ancora di prima, e con quei sogni. E che ugualmente non poteva rinunciare a lei. Non vedeva altre alternative. Giorgio si stava rovinando già da solo. Con le sue stesse mani. Era sempre stato un fallito. Cancellò quel nome dall’agenda. Lo avrebbe mandato sul lastrico. Andò in un’agenzia di viaggi. Comprò un biglietto aereo per le Mauritius. La firma della moglie la fece uguale. Lo regalò a Chiara assieme all’atto della casa, come nuda proprietà, mantenendo, naturalmente, l’usufrutto per sé e Sarah. Con la promessa che Chiara non sarebbe tornata prima della sua dipartita, che sperava lontana e indolore.
Chiara non era nulla, per lui, solo una. Lui aveva ormai capito che non gli restava nessun’altra possibilità che uccidere Sarah e continuare a vivere con lei accanto, magari in ghiacciaia, perché no? Tutto il mondo avrebbe continuato e credere che se ne fosse andata.

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aA volte preparare da mangiare aiuta a rilassarsi. Così me ne resto spesso affaccendata in cucina.
Non so come spiegarlo, in giro per le stanze siamo sempre in tanti. Non si è mai soli. È quasi impossibile trovare un angolino, un poca d’intimità.
Per Paola e Francesco quello era il loro primo grande amore. Un amore sbocciato all’improvviso, tra le mura di casa. E loro certo non sono giovani di carta. Sono ragazzi in carne ed ossa. E il marito della poveretta è proprio uno zotico.
Quel Gianciotto te lo ritrovi sempre tra i piedi. Ed è sempre molto galante, crede lui, ma ha l’alito molesto. È sempre pronto con qualche apprezzamento insolente. Con tutte e anche con me. E con tutte allunga le mani, e anche con me. A ogni più piccola occasione. Persino a tavola. Rischiando di farsi vedere dal mio amore.
A volte anche mi metterebbe l’idea. A volte sarei anche disposta al sacrificio estremo per accontentarlo. Purché la smetta. Ma, come detto, è impossibile essere soli. E una donna dabbene ci tiene al proprio buon nome, al rispetto di se stessa. Su una cosa non accetto sospetti né compromessi: sulla mia onestà. Amo mio marito e non gli creerei mai scandalo.
Il sabato poi non sento ragioni, la cucina è mia. Almeno un angolo. Attenta a non incipriarmi di farina preparo i croissant. Infilo le dita nell’impasto con un vero sottile piacere. Non mi sognerei mai certo sporcare l’abito. Fosse per me mi metterei più comoda. Ma l’abito lungo è d’obbligo a pranzo. Soprattutto quando ci sono ospiti. E da noi quelli ci sono sempre. Sono indaffarata, e tutta agghindata, mentre Dio mi guarda le spalle. Spero che almeno lui apprezzi.
Nemmeno li sento entrare quei due. Gli occhi persi verso la finestra. Distratta. Sono stati solo un fruscio lieve. Forse dovrei essere più presente e attenta. Giovambattista me lo ricorda spesso. Dice che sono una principessa tra le nuvole. Loro, i due, nemmeno chiedono permesso. Li sento trafficare appena e mi s’infilano sotto. Spero mi si possa scusare una piccola volgarità: E ora… cosa cazzo staranno facendo per terra, dentro il mio vestito?
Guardo e sulla sedia ci sono i loro abiti, e comincio a preoccuparmi. Poi sento farmi un po’ di solletico. Potrebbero anche stare più attenti. Li sento bisbigliare. Li sento agitarsi. Li sento cospirare, e sospirare. Li sento e quelli che sento sono lamenti e gemiti di piacere. Anche una santa immacolata e vergine, a questo punto, avrebbe già capito cosa quei due pazzi ragazzi stanno facendo nascosti lì sotto.
E se dovesse entrare il cornuto? Quel caprone sempre infoiato del Gianciotto? Che per giunta è anche un bel po’ geloso? Non si potrebbe certo farmene una colpa. Sono nella mia cucina. Lavoro per tutti. Sono solo l’ignara testimone della colpa. Prego che questo non avvenga. E Dio m’è testimone. Non ho cercato io l’inghippo. Non ho mai fatto la ruffiana.
Poi sento lei esclamare entusiasta. La cosa non mi può che mettere curiosità. So come ci si comporta e come mantenere la calma. Sono una donna ammodo, ma non sono certo nemmeno di ghiaccio. E dico a Francesco: Riserva un ballo anche per me. E a lei: E tu, ragazzina, cerca di sbrigarti; non abbiamo tutto il giorno per stare qui. Non sarebbe colazione senza croissant, e di sante ce ne sono anche troppe.

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Non sono sempre belli i tempi passati ma non è su questo che qui ci si vuole soffermare. Di gente che attraversa la storia approfittandone è piena ogni epoca, non solo il cinquecento. Anche di interi popoli ancorché anonimi e non solo di orde barbariche e di stupri, poiché la gente può vivere bene anche senza guerra. Racconti dove non c’è necessariamente spazio per eroi o martiri, ma dove c’è sempre il becco e l’altro e spesso i ruoli si invertono e non fa nulla chi è l’uno e chi è l’altro. Le loro avventure sono narrate in molta letteratura, sia scritta che cantata. A volte da semplici testimoni, a volte da giullari in vena di facezie, altre volte dagli stessi protagonisti per vanto e senza rispetto. Come ad esempio nel caso sotto citato poiché il buon fra Giovanni era un gran chiacchierone e dopo qualche goto di vino non sapeva trattenere la lingua tra i denti:
«Durante il banchetto, frà Giovanni si rivolge ai pellegrini: “E i monaci, come se la passano? Corpo di Dio! Certo stan facendo la festa alle vostre donne, mentre voi ve ne andate pel mondo a fare i pellegrini!”
“Ché, ché” disse Gambastanca “della mia io non ho paura, perché chi la vedrà di giorno certo non si romperà il collo per andarla a trovare di notte”
“No, caro, sbagli la briscola” ribatté frà Giovanni. “Potrebb’essere più brutta di Proserpina[9], ma avrà sempre, perdio, la sua ripassata[10], finché ci sono dei frati nei dintorni: com’è vero che un buon artigiano sa mettere in opera tutto quel che gli viene alle mani. Che mi venisse la peste se non è vero che le troverete tutte gravide quando tornate a casa: perché dovete sapere che anche soltanto l’ombra del campanile di un’abbazia è feconda.”»[1]
Ma questa è una storia dei nostri giorni o quasi; vera o quasi. Storia di un personaggio minore di cui nessuno si sarebbe dato pena di ricordare il nome, piccolino anche in altezza. Lui non era né un pellegrino né un saltimbanco, tantomeno un monaco di cui non aveva né la vocazione né la pazienza, preferiva la bestemmia. Era un uomo semplice, sapeva a malapena leggere ed era ignaro di storie e leggende. Non stava andando né a Roma né a Velletri, che Roma non l’aveva nemmeno mai vista nemmeno da distante. Banalmente era di passaggio per trattare la vendita di pecore. Era un semplice viandante con quattro soldi in tasca e il bagaglio minimo per passare due giorni e una notte distante da casa. Per farla breve doveva passare a malincuore quell’unica singola notte in quel piccolo borgo.
La locanda era una sola e apriva la porta, sotto un lampione, proprio al centro della piazza. Il nome non ha alcuna importanza, servirebbe solo ad alimentare ulteriormente le chiacchiere paesane. Il vino si poteva bere e l’arrosto accompagnato con la polenta bollente non era poi così male e nemmeno troppo bruciato. A dirla tutta di quel vino l’ospite ne approfittò un po’ facendo due chiacchiere con l’albergatore. Non si vedevano spesso estranei da quelle parti. Era un uomo robusto, alto con la barba rada e le spalle larghe e una voce che sembrava tuonare dal profondo di una caverna, ma era gioviale. Al muro c’era un cartello che il viandante non riusciva a interpretare, ma del cui significato non ebbe l’ardire di chiedere al padrone: Chi si prende il latte si prende anche la vacca. Lui si intendeva solo di pecore ma sapeva, anche senza averlo letto, che la vacca è un animale docile e mansueto.
Quello che un poco lo infastidiva in quell’uomo era solo la risata grassa e divertita e che alla fine gli appioppasse delle gran pacche sulle spalle che gli rimbombavano persino in testa. Come aveva immaginato avevano ancora una stanza libera, l’unica dell’immobile. La locandiera uscì dalla cucina e salì per andare a rassettare la camera e a rifare il letto. Gli occhi del padrone la seguirono attenti in ogni movimento ma lei aveva lasciato solo uno sguardo rapido al tavolo. Portava una gonna lunga e un corsetto. Non si poteva dire fosse una donna bella. Era alta e in carne e anche lei con le spalle larghe e due seni gonfi e appena penduli. I lineamenti e le movenze un po’ volgari e dozzinali. Ma non l’aveva osservata che per quel breve attimo in cui era passata.
Un po’ per il cibo abbondante e il vino, un po’ per il viaggio, un po’ per le chiacchiere, un po’ perché si doveva levare presto pagò cena e stanza in anticipo e decise di ritirarsi. Salì la scala traballante e scricchiolante di legno e prese possesso del suo alloggio. Poggiò per terra il piccolo bagaglio. La stanza non era nemmeno troppo piccola nonostante quel letto enorme e il grande armadio. A lui sarebbe bastato anche un singolo a una piazza ma come detto nell’albergo c’era solo quella a disposizione. Un fuoco scoppiettante ravvivava il caminetto e le coperte sembravano sufficienti e ben imbottite. Si lavò mani e viso nel catino, poi uscì per servirsi del bagno in corridoio. Aveva veramente sonno perciò si sbrigò in fretta e si rifugiò sotto la trapunta con un sospiro di soddisfazione rilassando le stanche membra.
Doveva essersi addormentato subito di un sonno profondo senza sogni poiché non udì cigolare la scala. Pensava che nulla lo avrebbe disturbato, come lo aveva rassicurato l’oste, ma udì nel silenzio e ancora mezzo intontito aprirsi e socchiudersi la porta per colpa di cardini vecchi e un poco arrugginiti. Non aveva chiuso a chiave giacché gli sembrava di potersi fidare ed era certo che non si trattasse della sua porta, invece si sbagliava. Allora si ritrovò all’improvviso ben sveglio e si fece attento. Sentì il frusciare sull’impiantito di pochi passi trascinati e attenti. Dopo un attimo sentì scostarsi e sollevarsi le coperte. Si fece sul bordo e sentì il tepore di un corpo scivolare al suo fianco.
Dai capelli riccioluti e lunghi, dalle dimensioni dello spazio di cui abbisognava e dall’odore d’arrosto riconobbe che si doveva trattare della locandiera; della moglie dell’oste, ne era quasi certo. Lei si fece vicina senza fare un fiato e gli mise un dito sulle labbra per far tacere anche lui. Non aveva più la gonna né il corsetto né nient’altro addosso. Aveva sentito il fruscio degli abiti che scendevano quando era stata vicina al letto ma non lo aveva identificato o non ci aveva pensato. Ancora un po’ stava dormendo e un po’ si stava interrogando. Non fu capace di ubbidire del tutto a quella donna ed esclamò solo sorpreso, seppure piano: “Corpo di Bacco”.
Nel buio le donne non sono né belle né brutte, sono solo donne. E un po’ di ciccia in più non da fastidio, anzi. E’ tutta abbondanza e calore e morbidità. I tempi cambiano ma gli uomini no, e nemmeno le donne. Era meglio non pensarci e non pensare al dopo, limitarsi solo al presente. E allora di quei seni larghi e appiattiti nella posa se ne riempì le mani con entusiasmo e cominciò a impastarli come si fa per fare il pane. Lei gli regalò un risolino sottile e silenzioso e allegro. Gli domandò cosa lo avesse spinto là, da loro. Gli chiese se gradiva vederla e si interessò per le sue preferenze. Lui rispose a tutto con dei silenzi disponibili e accondiscendenti. Allora lei lo cercò senza mettere a lui né a sé fretta né ansia. Gli disse piano che era piccolo poi gli sussurrò con ammirazione che era grande. Lo abbracciò stretto affogandolo in sé e… Proprio in quel preciso istante, prima ancora che veramente cominciasse a consumarsi il fattaccio, spalancò la porta e irruppe nella stanza e accese la luce accecante lo sposo della donna, il grande e grosso albergatore sbraitando: “Te l’avevo detto o no? Ti avevo avvertita. Non ci si può mai fidare dei forestieri”.
Lei balzò seduta cercando di coprirsi per quanto potesse con le mani le tette: “Non è come credi”.
Lui si rintanò sotto le coperte che si tirò fin quasi agli occhi cercando di farsi piccolo e cercò di spiegare mentre gli passava all’istante la voglia: “Stavo trattando con la qui presente signora sua moglie, la quale mi aveva assicurato d’esser d’accordo con lei, un buon affare per due pecore e un agnello allor quando la signora ha avuto un mancamento e allora… solo per farla respi”…
Voleva spiegare che lui non aveva assolutamente nessuna colpa e che non era successo niente. Preferì non continuare e tacere seguitando a cercare di nascondersi. L’omone doveva sentirsi esser preso per stupido e si infuriò ancor di più anche se il contadino non era convinto che quella fosse la prima volta che il marito si trovava in quelle circostanze. Gli occhi della moglie non riuscivano ad interpretare bene e in modo convincente almeno una parvenza minima di vergogna, anzi lei sembrava sul punto di scoppiare a ridere. L’ospite temeva potesse finire a legnate. Il gigante non riuscì a trattenersi e si vide costretto a ricorrere ad essere scurrile e volgare Rivolgendosi prima alla donna e poi all’uomo pagante: “Questa volta è l’ultima volta. E tu, nel cartello c’era scritto chiaro, chi la munge si prende anche la vacca”. Lui avrebbe voluto solo obbiettare che non serviva prendersela così tanto e che certe parole non stavano bene nella bocca di un galantuomo né tantomeno davanti ad una donna poiché potevano giustamente offendere le sue orecchie; ma l’oste se n’era già andato.
Lui e lei si guardarono negli occhi e finalmente poterono liberare la risata che covavano da tempo. Quando si fu ricomposta lei gli chiese senza darsi pena ne preoccupazione: “Dove si va? Pazienza. Quando si va? Ero stanca di rifare il letto degli altri. Dove stai mio bel principe? Quante pecore hai? Ce l’hai qualche coniglio”? Lui pensò che forse aveva sbagliato a pagare tutto in anticipo. Lui pensò a cosa avrebbe potuto raccontare al suo ritorno che non aveva concluso nessun affare e si portava dietro quella donna una spanna più alta di lui. Cercò di consolarsi pensando che l’ostessa poteva valere anche come un intero gregge ben nutrito di pecore e che potesse fruttare ben più della lana che lui poteva tosare, anche se non l’aveva nemmeno assaggiata, e che in più sapeva anche far da mangiare. Lui e lei si rintanarono sotto le coperte e tornarono a spegnere la luce rimandando il resto al mattino. In fondo forse si sarebbe reso conto di aver fatto un buon commercio e spense la luce.
Tutto ciò che avvenne dopo i fatti narrati non è dato sapere e il pudore comunque consiglierebbe se non proprio proibirebbe di raccontarlo. Si sa solo che nella notte si sentì tuonare e una piccola frana scorticò sette pini e scosse un casolare là sul crinale. Che il viandante si trovò sul lunotto una multa per divieto di sosta. Che il nome della piccola pensione cambiò dall’irriverente «Il montone impazzito; carne di cinghiale» al più sintetico e meno tronfio «Al cervo reale» e che venne sostituita la cuoca. Che non si trovavano più monaci disposti a incarcerarsi al convento. Che il cartello alla fine del paese era lo stesso anche per l’inizio e che il ritorno fu meno faticoso e noioso del viaggio di andata tenendosi per mano e guardandosi negli occhi sognanti. Che invece gli occhi che li avevano guardati partire erano curiosi ma già pregustavano come raccontare quella nuova storia. Che la nerina per quell’anno non avrebbe partorito un agnello, ma che la casa sarebbe stata rallegrata presto da un pargoletto. Il qui presente autore si ferma e tace sulla probabile non certa origine del padre del nascituro. A volte quando si chiude una porta si apre un portone.

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Fran%C3%A7ois_Rabelais
(François Rabelais, Gargantua, Libro primo, capitolo XLV)
L’immagine di campanile col significato di fallo è l’ultima: «anche soltanto l’ombra del campanile di un’abbazia è feconda».

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img_7029Stavo radendomi quando lei è entrata. Maledetta promozione. Si è accovacciata sulla tazza: Scusa, faccio in un attimo. Non potevi aspettare? Non ce la facevo più. Ero infastidito di non poter stare tranquillo nemmeno là. Ma forse solo un po’. Più che altro ero stato preso alla sprovvista. Non mi sarei mai immaginato. La sento farla. Il rumore della pioggia dorata. Come niente fosse.
Se la cosa non fosse tragica sarebbe ridicola: E bussare? Decisamente lei è incredibile: Sapevo che c’eri solo tu. Stai buonina e fammi finire. Fai finire anche me. Fai pure. Che c’è ti vergogni? Non è quello. Ti vergogni oppure?… Non fare la bambina. E allora non guardare. Son cose cheE nemmeno… tanta, bambina.
Se uno dei due non si sbriga potrebbe finire in una catastrofe. Io lo so bene com’è fatta lei. E poi chi entra entra sarebbe comunque perlomeno imbarazzante: Ti manca tanto? Mi manca quello che mi manca, non mettermi fretta anche tu. Debbo fischiettare? Non serve, grazie. Potevi almeno dare un giro di chiave. Così chissà cosa avrebbero pensato. E così? L’ho detto che mi scappava la pipì. Dovevi proprio dirlo? Che male c’è? è l’ha verità. Le cose si possono non dire. Si asciuga con cura. Viene da ridere anche a lei: E’ la verità tutta la verità, nient’altro che la verità, lo giuro. Comunque non servivaInsomma: è la verità, o quasi; che c’è di male? Non è quelIl male è nella testa degli altri, se c’è.
Si alza e usa il bidet. La guardo attraverso lo specchio. La cosa continua a divertirla: Ti sembra il caso? Perché no? Ne sono, a dir poco, stupido: Perché non è cosìSono di là. E noi siamo qua. E allora? Ci metto un secondo, non mi piace sentirmi sporca; che sarà mai. Manca solo che ti sogni di farti la doccia. Non sarebbe una cattiva idea, anche se l’ho già fatta prima di venire; nel senso di arrivare. Dicevo per dire. E io per fare. Devi essere pazza. L’hai già detto. Già! Allora non la faccio? Non credo che… Si sganascia: Scherzavo, però non era una cattiva idea. Meglio. Meglio cosa? Meglio se tuGuarda che non c’è niente da vedere. In verità avrebbe ragione. E’ stata molto attenta. Quasi pudica, ma… chi ci crederebbe? Non è nemmeno quelE’ solo che io credo che tu cerchi di sbirciare. Non è vero. Sei un bugiardo, o un villano.
Mi aspetto di vederla arrivare da un momento all’altro. Mi prendo ugualmente una pausa. Ormai cerco di sembrare tranquillo. Mi sciacquo il viso. Che sia quello che sia. Ho fatto del mio meglio: Avevamo detto una cena. Che importa se ci prendiamo il dopo cena prima della cena. Avevamo detto una sera. Va bene, è pomeriggio, cosa cambia? Siamo a casa mia. Lo so. Ci sono gli ospiti. Lo so. Tutto l’ufficio. So anche questo. Tu sei pazza. Facevo per dire; senza fretta. Non possiamo stare qui in eterno. Che usino l’altro. Che discorsi sono? Se vuoi ti tolgo io… dall’entusiasmo. Non essere stupida. Credevo fossi tu ad aver fretta, ma posso anche aspettare. Non devi credereSei stato tu a fare il birichino e ad invitarmi, o sbaglio? Vero maVedi; e senza ma. Volevo essere cortese. Lo sei stato e ora non lo sei.
E’ anche colpa mia. Forse non dovevo darle troppa confidenza. E’ che quando siamo in ufficio non riesco a pensare solo al lavoro. E’ anche efficiente. E’ anche così giovane. E’ anche così… Ha finito. Ho finito: Fai la brava. Ancora un secondo. Cosa ti manca ora? Sistemo il trucco. Fai pure. Mica posso uscire spettinata. Ti aspetto di là. Guarda che li hai aperti. Cosa? I pantaloni e che cosa? Mi fai… confusione. Per così poco? Sembra aDevo chiamarti capo? Non essere stupida. Allora capo… ti farei vedere io come si fa a toglierli. Non è cambiato niente. Che dici: ci facciamo un selfie? sarebbe divertente. E’ proprio incredibile. Dove le va a pensare?

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playlist-del-risveglio-770x470E’ proprio vero che il mattino ha l’oro in bocca. Chiedetelo a lei. Non potrà che confermarlo: è stata proprio lei stessa, ridendo, a ricordarmi il proverbio. Sentirglielo raccontare mi mette ancora quel brivido. Perché a lei fa piacere dirle le cose. Naturalmente nel modo e nel momento opportuno. Io nemmeno avevo fatto caso a che tempo faceva fuori. Le imposte erano ancora chiuse. Ero ancora sospeso in quel dormiveglia. Non certo di essere uscito dal sonno. Non certo che non fosse più sogno. Impegnato ad ascoltare quel piacere che mi risaliva dalle viscere, liquido e tiepido.
Non me ne sono reso conto all’istante, naturalmente; come potevo? Certo che era incredibile ed era impossibile immaginare che lì ci fosse Luigina. Avrei dovuto riconoscerla, dopo dieci anni. Non era mai stata così… così… delicata. Così appassionata da… Eppure stavo già per sospirare: “Luigina”! Ma quelle non potevano essere le sue di labbra. Solo che al mattino, trascinato così fuori violentemente dalla notte, in quel dolce tepore; non era mai successo. Ancora penso che mia moglie… incredulo. Mentre la mia mano le sfiora i capelli. Sono capelli lunghi e sottili. Molto sottili. Guardo giù e non ci credo: sono biondi. E la testa è la testa di Egle. Questa è Egle.
Sta da noi da dieci giorni. A dire il vero neanche le tette sono quelle di Luigina. E’ ospite. Niente è di Luigina e tutto è di Egle. E’ carina. Luigina mi aveva avvertito “Non ho potuto dirle di no. Non aveva ancora visto Pisa. E poi vedrai che non darà fastidio. Voglio che la conosci”. E aveva ragione lei. E’ una donna solare. Spiritosa. S’è fatto subito amicizia. E’ stato facile stabilire quella confidenza. E lei a raccontare le sue cose senza parsimonia; con naturalezza. Già avevo avuto modo di chiedermi come aveva fatto quel Fantasma. C’è proprio gente che della vita non è mai contenta. Che qualsiasi fortuna gli capiti non la sa riconoscere. Ma è più la sua curiosità di conoscere me. Svegliarsi tra le labbra di Egle è un’esperienza indescrivibile. Sicuramente degna di essere vissuta e ripetuta.
Amiche da sempre. La credevo gentile per l’amica. Niente di più. Non posso che esserne enormemente sorpreso. Niente che potesse farlo anche solo lontanamente sospettare. Le dico “Ma?…” e fatico a dire anche quello. Avrò tempo per imparare che lei, Egle, sa leggere nel pensiero. Capisce al volo. Si libera di me solo per quel tempo e già rimpiango di aver avuto quella curiosità; ma ero allibito. Sa la mia domanda e mi spiega: “Le ho detto che volevo farti uno scherzo, spero non ti dispiaccia”. Il suo sorriso è furbo, ma non ho nemmeno il tempo di vederlo. Torno a accarezzarle il capo. Il contatto della mano sui capelli è leggero ma deciso. E’ come sfiorare seta. Nella carezza voglio spiegarle la mia gratitudine, e impedirle di fermarsi ovvero interrompersi. C’è la preghiera disperata di continuare. Credo non ce ne fosse bisogno; che non avesse nessuna intenzione lasciarsi distrarre. Egle è paziente e ostinata.
Per raccontare certe cose basterebbero due parole. E non ne basterebbero mille. Se ci fosse. La luce entra senza pudore. Mi va di guardarla. Cantami la tua canzone d’amore. A lei non crea nessun imbarazzo. Alza anzi gli occhi per interrogarmi. Credo che i miei si perdano ad ascoltare le parole che la sua bocca mi sussurra. Dettagliatamente. Credo che sia completamente soddisfatta della mia risposta. Almeno lo spero. Cerca di mettersi comoda e io tengo le coperte sollevate. Non ha bisogno di altre conferme. Sono completamente estasiato, abbagliato da quello che vedo. Come a guardare un altro ed essere io quell’altro. E lei è l’altra e questo fa tutto ancora più bello. Torno a convincermi che è solo tutto un sogno. Mi lascio sognare, sognante.
Fa un sospiro che sembra dover finire dopo il giudizio universale e mi fa scorrere la mano sul petto, senza distrarsi minimamente. Le lunghe unghie curate mi graffiano e mi solleticano. Poi mi arruffa il pelo. Per un attimo percepisco la presenza dei denti. Piccoli morsi appena udibili. Decido che è questa la vita che voglio, per sempre. Ho voglia di vederla; tutta. Ho voglia di tutto. E’ comunque diverso. E’ facile distrarsi, in un momento simile. Scordarsi di tutto. Improvvisamente mi viene in mente. Non è più curiosità ma un leggero timore. Conosco le cose: “E se torna”?
Non ho pronunciato un suono ma ancora una volta lei ha capito. Sembra quasi rimproverarmi. “Ha detto che doveva scendere per prendere il latte”.
La sentiamo aprire la porta. Grida appena entrata: “Ti sei svegliato”?
Sospetto che creda di essere spiritosa quando ci invita a ricomporci che è tornata. Egle l’ha già fatto con una velocità incredibile. Io mi limito a rintanarmi sotto le coperte. Desolatamente sconsolato. Fortuna perché Luigina, naturalmente, non vedendo nessuno, ci raggiunge in camera e si ferma sulla porta, la borsa ancora in mano, senza aspettare risposta. In fondo è casa sua. Guarda me e guarda Egle in piedi: “Me lo dovete proprio raccontare, il vostro scherzo”.
Meglio di no. L’ospite ride sotto i baffi, ma non mi toglie dall’impaccio. Se ne sta buona a godersi la scena. E’ pur vero che tra moglie e marito… Ammicca e si strofina gli occhi in uno sbadiglio. Sa fingere come una professionista. Forse il suo pigiama era già stropicciato della notte prima che entrasse. E’ delizioso; di un grigio perla che trasluce proprio come una perla. Più bella non potrebbe essere. Si sistema un ciuffo e torna a ridere.
Vedo la tazza sul comodino. “Egle è stata molto carina. Mi ha portato il caffè. Fingendo di essere te. Per poco non mi trovavo a dovermi vergognare. L’ho anche chiamata Luigina”.
Le avevo detto che tu dormi così”.
Ti ho detto che gli portavo il caffè. Che avrei finto di essere te per svegliarlo. E’ stato buffo. Tienitelo stretto. Non era ancora sveglio e già chiamava il suo amore: Luigina”.
Lei aveva appoggiato a terra le borse che dovevano essere pesanti. Si è vestita di un sorriso benevolo e si sfila le scarpe per infilarsi le ciabatte: “Ho detto che avrei fatto presto. Che mi sarei sbrigata subito. Per quelle quattro cose… E tu ora vestiti. Aspetta che usciamo. Vieni”.
Stavo per sospirare: “Fin troppo presto”. Invece le spiego che il caffè s’è freddato pregando Egle se me ne può portare cortesemente un altro.
Luigina riprende le borse decisa a raggiungere la cucina: “Non fare il pigro. Vieni a prendertelo in cucina. E non essere egoista. Egle deve uscire altrimenti, se se ne sta sempre in casa, non vedrà mai Pisa. Non credi? Che il caffè te lo aveva già portato. E’ stata gentile. Anche troppo. Rischiando uno spettacolo non proprio edificante. Di rimanere scandalizzata di te che hai sempre caldo e ora ti vergogni e ti rintani lì sotto le coperte come stessi per morire. Per fortuna. Tutto sudato”.
Egle impertinente sorride e mi strizza d’occhio: “Non ci sarebbe stato nessun problema. Non sarebbe stato il primo che vedo; non credi? Meglio così. Ma era buffo con quegli occhi. Scusa se ho riso. Ma s’è accorto subito che io non ero te. Prima ancora che aprissi la porta. Peccato. Non ti preoccupare, non te lo tocco il tuo bello. Poi mi sono fermata a parlare mentre ti aspettavamo. Ti spiace? Stavamo giusto parlando di te. Poi lui è stato gentile. Tienitelo stretto. Mi ha chiesto com’era finita. Gli stavo giusto spiegando cosa faceva quello stronzo e lui è rimasto senza fiato. S’è pure scordato del caffè, ma mi aveva già ringraziata”.
Le guardo andarsene. Sospiro. Mattino di merda. Mi infilo il pigiama. Prendo il caffè e lo porto al microonde. In piedi aspetto che si riscaldi. Ci aggiungo due cucchiaini di zucchero, ma di canna. Luigina ingozza il frigo e mi da di spalle. Egle è andata a vestirsi. Allungo una mano. Cerco di ritrovare il sogno. Luigina mi redarguisce immediatamente, spazientita e irritata: “Stai fermo con quelle mani. Non fare il cretino che Egle può tornare da un momento all’altro. Non hai altro per la testa”? Aggiungo un po’ di latte. Intingo un paio di biscotti nella tazza. Mi pulisco le dita sulla tovaglia. Vorrei tornarmene a letto, ma ho paura di svegliarmi. E scoprire che il sogno era tutto un sogno. Egle vestita in modo pratico saluta dalla porta e se ve va a scoprire la maledetta Pisa: “Ci vediamo stasera”.
Faccio un ultimo tentativo: “Vuoi che ti accompagni”?
Fa niente. Non ti devi disturbare. Grazie lo stesso”.
Ora siamo soli. Torno ad allungare la mano. Non lo farei, non ci penserei, se non fossi stato svegliato in quel modo. Invece: “Non vedi che ho da fare? Possibile che tu non le capisco proprio le cose. E poi non è il momento”.
Ho un ultima residua speranza: “Esco a prendere il giornale”. Mi metto le prime cose che trovo. Imbocco la porta in tutta fretta. Mi precipito già dalle scale. La donna delle pulizie mi da il suo buongiorno. Esco in strada ancora tutto spettinato. Con le scarpe slacciate. Con gli occhi scruto intorno, ma lei naturalmente è già sparita. Non c’è traccia di Egle. Ingoiata da questa città matrigna. Prendo i giornali e me ne torno sui miei passi Mogio. Rassegnato. Pazienza. Meglio pensare che è stato tutto solo uno stupido ma meraviglioso scherzo. E in casa leggo ogni riga cercando di non pensare a lei. E’ un maledetto sabato. La sera non arriva mai aspettando l’anticipo.
E’ ora di cena quando Egle rientra tutta allegra. Ha preso una copia della torre in finto avorio e una borsetta e la mostra a Luigina. La borsa è brutta, ma mia moglie si complimenta dell’acquisto. Ceniamo ma non trovo molto da dire. Guardo l’orologio a muro, non voglio perdere il fischio d’inizio. Egle disinvolta racconta che il centro è un vero labirinto. Che ha rischiato di perdersi. Mangia con appetito. Fisso ogni boccone che porta alle labbra. E quando sorseggia il chianti. Continuo a guardare Egle ma lei non mi degna di uno sguardo. Le lascio da sole a chiacchierare tra donne. Me ne vado in salotto. Nell’intervallo mi rubano il divano e vado a guardare il secondo tempo su quella piccola in cucina. Alla fine ne abbiamo presi tre. Proprio un sabato di merda. Per non farci mancare nulla fuori comincia anche a piovere e tira forte il vento.
Spedisco due mail, mi spoglio e mi infilo a letto. Ripenso al mattino e non resto indifferente. Spengo la luce e cerco di dormire. Dopo un po’ Luigina mi raggiunge. Cerco di essere gentile: “Com’era il film”? “Boh! Non un granché. Niente di eccezionale. Niente da non perdere. Però ce la siamo raccontata. Attento a Egle, credo che tu, almeno un po’, le piaccia. Non ti sembra un po’ sfacciata? Viene e va come fosse proprio di casa”. Lei spegne la luce. Allungo una mano: “Non ora. Sono stanca e ho un gran sonno. Mi si chiudono gli occhi. Fai il bravino”. Non mi resta altro che cercare di prendere sonno anch’io. Lo cerco e non lo trovo. Cerco di distrarmi. Era sbagliata anche la formazione.
Sento un fruscio e un alito di aria. Vedo un filo di luce. Deve essere pazza. Entra Egle di soppiatto. Dentro lo stesso pigiama. Mi sorride. Guardo a sinistra e Luigina continua a dormire. Faccio per alzarmi ma lei mi spinge giù. Con la mano mi invita a rimanere al mio posto. Incredibile. Cosa vorrà fare? Sembra che il mio imbarazzo e tutto la diverta. Come una ragazzina: “Mi sono ricordata che avevamo un… un discorsetto in sospeso; io e te? Non credi”. Faccio sì con la testa e mi immobilizzo per il panico. Torno a guardare verso mia moglie; tragicamente impacciato. E’ completamente pazza. Prima ancora che glielo chieda mi tranquillizza: “Le ho riempito il vino di valeriana”.
Non sono del tutto tranquillo. Diversamente lei accende anche l’abat-jour: “Non mi dire che non mi volevi vedere proprio tutta. Tanto lo so che non sarebbe vero. Me lo hanno raccontato i tuoi occhi. Non ti ricordi? Sei un gran maiale. Tutti uguali voi… Senza nessuna fantasia. Invece così è”… Certo che lo volevo e lo ricordo bene. E lei mi fa contento. Se ne esce da quel pigiama e mi lascia guardare per un lunghissimo istante, soddisfatta di sé: “Ti piace guardare? Non vorrai solo guardare? Fammi un po’ di posto”. Io eseguo. Mi faccio un po’ più in là. Luigina ha l’abitudine di dormine in bilico sul bordo. E lei non chiede molto spazio. Si allunga vicino a me. Mi sussurra all’orecchio: “Luigina è una cara amica”. “Non vorrai fer”… “Proprio perché è un’amica. Con le vere amiche si deve dividere tutto”. “Vieni qui”. “Lascia che finisca di raccontarti quella storia”. E ricomincia da dove eravamo stati interrotti. E lascia che io la guardi darsi da fare.
Aspetta un istante e mi interroga: “Non vorrai?”… Le accarezzo la testa e i capelli. Quei capelli così sottili e lunghi. Molto sottili e biondi. Che riflettono una luce dorata. Le cerco un seno. E’ gentilmente sodo. Me ne riempio la mano. Lei mi lascia fare. Soddisfatta. Attenta. Poi resto solo a guardare. Estasiato. Lei mi arruffa il pelo sul petto. Lo liscia. Balbetto confuso: “Ver… veram… vorrei”. Troppo tardi per aggiungere altro. Aggiungo solo “Egle!” –in un sospiro. Poi ancora colpevole: “Ma tu?”… Lei si libera le labbra e se le lecca. Ritrova la parola con la stessa tranquillità di sempre: “Io… non fa niente. Non ti preoccupare. Per me. Era solo per conoscerci. E ho ancora un bel po’ di gocce di valeriana”. “Non te ne andrai già martedì”? “Fossi matta. Al martedì fanno la mia serie preferita: Sex in the city. Non me la perderei per niente al mondo. La mia non è così bella grande. Cioè è bella e piccolina. La televisione”. E scoppia a ridere: “Resterei, ma ora devo proprio andare. Sì! è meglio che vada”.
So che ha ragione. La vorrei trattenere, ma non posso. Non sarebbe giusto. E’ stato bello. Fin troppo. Non ne ho le forze. E’ proprio vero che il mattino ha l’oro in bocca, ma anche la notte ha le sue meraviglie e i suoi tesori. E l’amicizia è il bene più prezioso in cui un uomo possa sperare. Se ne va ridendo, ma proprio sulla porta aggiunge a voce bassa: “Sai che anche lei… Non fa niente. Meglio che tu non sappia”. Io di rimando, senza pensarci un attimo, soddisfatto: “Svegliamoci ancora così, bambina”. Spengo la luce e mi addormento all’istante. Invece al mattino trovo un biglietto: “Non penserai mica che dormissi. Mi credi stupida fino a quel punto. Prendi le tue cose e vattene. Accompagno Egle un po’ in giro. Non farti trovare al nostro ritorno”. Dovrò ricredermi e rivedere tutti quegli stupidi e inutili modi di dire. Non so più cosa pensare. So solo che Egle è un vero vampiro. E che certe mattine sono solo un pessimo preludio ad un pessimo giorno.

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linguacciaAll’inizio la guardo e non la vedo. E’ mattina e me ne sto ancora confuso in cucina. Sono rincasato tardi. Martina era tutta di fretta. Entra ed esce. Si spoglia e si veste. Cerco di abbracciarla. Non riesco a prenderla. Mi scivola tra le dita e ride divertita. Mi dice: “Debbo andare in ufficio. Devo proprio scappare”. La imploro ma non ha nemmeno un attimo. “Mi aspettano”. Ho un po’ di mal di testa. Forse ieri ho esagerato un po’. Si sa come vanno queste cose. Alzo le spalle. In fondo il mio era solo un gioco. Un gioco e un po’ no. Sono ancora intorpidito. A vederla è ancora bella. Insomma stiamo insieme e non ci siamo ancora stancati l’uno dell’altra. Prende la borsa e quand’è sulla porta mi dice all’improvviso: “Ti ricordi Flaviana. Devi. Te ne ho parlato. Quella mia amica. Forse me ne sono scordata. Scusa. Insomma, quella. Ieri sera è arrivata. Spero non ti dispiaccia. Non starà molto. L’ho accomodata nella stanza degli ospiti. Non ti darà fastidio. Io torno presto. Appena posso. Bacio. Cerca di essere gentile”.
Mi saluta e scappa. Il mattino ho bisogno di un po’ per connettermi. No! non ricordo me ne abbia mai parlato. Mi verso un altro caffè. Lo prendo sempre amaro. Martina dice che quando racconto una cosa mi perdo sempre in tante parole inutili. Non mi sembra. E’ che mi disturba non capire. E che ho sempre tante domande da pormi. Nel frattempo mi sono già scordato il nome della nostra ospite; dell’amica. Ho sempre il timore di trovarmi a disagio. Lei riesce a mantenere costantemente tanti contatti. Gli amici e le amiche del ginnasio, dell’università, quelli nuovi, i clienti del lavoro, un mondo intero. Non sono bravo come lei. Non amo stare al telefono. Rimando sempre troppe cose. Annego nel mio caffè. Mi immergo nei pensieri. Mi accendo la prima. E non riesco a ricordare tutto il suo mondo. Sento dei rumori. Dev’essere… lei, l’amica, che si sta alzando. Butto la cenere nel lavello e torno a sedermi. Provo ad accendere la tele; un telegiornale. Spengo quasi subito. Le notizie che danno non mettono in sintonia con un mondo che va alla deriva. Penso di tornare a letto. Fuori la mattina è più pigra del sottoscritto. A questo non ci posso fare nulla.
Quella di ieri sera è stata proprio una pessima serata. All’improvviso si sono aperte le cateratte del cielo. E’ precipitata acqua a catinelle. Non ricordo nulla di simile. Sono rientrato tardi, cercando di fare meno disastri possibili; ero bagnato fradicio, fino al midollo. E lei già dormiva. Cioè tutta la casa dormiva. E nella mia vita entra… Flaviana. Cioè entra come un tornado. Decisa. Già allegra di prima mattina. Uscita così dal letto. O forse dalla doccia. Già sveglia. Non fa caso a me. Sembra quasi non vedermi. Come non ci fossi. Fossi parte del mobilio. E non si guarda molto attorno. Come conoscesse già la casa. Controlla il mattino alla finestra; distrattamente. Ne pare delusa. Nemmeno ho il tempo di guardala come poi avrei voluto. Dopo mi dirà che è bella. Arredata con molto buon gusto. Ricordo il suo nome perché me lo dice: “Flaviana”. Insomma: “Ciao”! “Ciao”! E va diritta verso la macchinetta. Se ne versa una tazzona dal bricco. Anche lei amaro. Amaro e senza latte. Mi chiede se mi spiace: “Ne prendo una tazza anch’io”.
Guarda in tralice la mia tazza dove il mio caffè si sta freddando triste e stanco sulla tavola. Non ero stato preparato. A volte Martina è fin troppo laconica. Soprattutto quando va di fretta. Mi ero fatta un’idea diversa. Non mi ero fatta un’idea. Pensavo sarebbe stata una giornata come tante. Non so se la dovremo accompagnare in giro per la città. Certo non è pronta per uscire. Non so come comportarmi. Non ho nulla da dire. Sono solo sconcertato. Scosso da lei. Forse non la dovevo accogliere in cucina. Forse se fossi rimasto in salotto tutto sarebbe stato diverso. Fossi stato in studio; davanti al computer. Eppure sembra completamente a proprio agio, in casa sua. Neanche farlo apposta sono libero da ogni impegno. Potrei fare qualche telefonata. Non c’è nulla di urgente. Il postino suona e infila la posta in cassetta. Per un secondo penso a come mi avrebbe accolto se glielo avessi portato a letto, quel caffè. Per quel secondo mi sento furbo. Libero la mia grande fantasia. Poi rimetto i piedi per terra. E’ stata solo una riflessione stupida; me ne rendo conto. E’ lei che ispira certe fantasie. Il suo atteggiamento. Le sue parole. La sua voce. Quel sorriso. “Lo prendo amaro anch’io”.
Martina le deve Aver parlato di me. Io di lei non so proprio nulla. Tranne quello che vedo, e che mi lascia vedere. Abbastanza per farmi confusione. Sicuramente non sono amiche dalla scuola. Non mi tornano gli anni. Lei, Flaviana, ne ha qualcuno in più. Cosa volevo dire? Ah! sì. Ha quella specie di giacca chimono. Corta. Ho il sospetto che non abbia che quella. Intendo… addosso. Scaccio quel pensiero. Non so cos’ho questa mattina. Pensare non fa certo onore. La nostra ospite sembra più a suo agio, in casa mia, di me. “Alfredo, vero”? Stavo dicendo… forse l’ha messa uscendo dal letto. O dopo la doccia. Deve averla trovata in armadio. Non la ricordo. Direi che non l’ho mai vista addosso a Martina. Forse mi sbaglio. Non so se è per il colore: nero; lucente. Però le ciabatte sono sicuramente sue. Mi chiede di mia moglie. “Sì! Martina è già uscita”. Martina ha riempito tutta la mia vita. E’ una donna che non lascia un angolo vuoto. Una di quelle. Sempre in movimento; attiva. Attenta anche alle cose più minute. Sempre curiosa. Sempre sul pezzo. Con l’argento vivo addosso. E io resto lì muto a guardare quella sorta di amica. In verità sono pochi attimi ma mi sembrano una eternità. Il tempo è sempre stato un valore relativo. Quando sei in ritardo corre. Altre volte va come vuole. Se aspetti qualcuno o qualcosa pare non passare mai. Cerco di convincermi che quella relazione può aspettare. Intanto la guardo in silenzio.
Lei si lascia guardare. Forse sente i miei occhi addosso: “Volevi dirmi qualcosa”?
Cosa? Questo non lo doveva dire. Cioè non lo doveva fare. Si appoggia al piano cottura e si gira verso di me; sorridendo. Il chimono si apre perché non può diversamente, la stoffa si schiude poco trattenuta dalla ciocca, inventa una scollatura vertiginosa. Sembra non accorgersene. All’improvviso non ho più nessun dubbio. Fuori ha ricominciato a piovere. E non ho proprio parole. Non so che dire. Ripeto come un cretino: “Sì! Martina è già uscita”. Mi dice che non fa nulla. Che quello che le doveva dire lo può fare anche più tardi. Che può aspettare. Mi chiede se lo posso fare anch’io; aspettare. Che è stata gentile. Credo intenda ad invitarla. Perché se non era per Martina non avrebbe proprio saputo dove andare. Mi confessa che è contenta finalmente di conoscermi. Mi chiede che me ne sembra. Non so a cosa si riferisca. I miei occhi sono incollati là. Quasi in una attesa febbricitante. Anche se lo so che non è carino da parte mia. Dice che la sua è una visita. Un paio di giorni. Non è nemmeno una vacanza. Deve vedere un avvocato. Ma anche per quello c’è tempo. Non s’è messa fretta. Non credo di seguire il filo che segue.
Chiede qualcosa di me aggiungendo domande alle altre domande. Rispondo per cortesia quando ne afferrò qualcuna. Quando trovo uno spazio tra una domanda e l’altra. Qualcuna è anche un po’ indiscreta. Intanto la guardo, incerto se la sto vedendo. Scuoto la testa. Si dice contenta che fra noi vada bene. Mi dice che mi trova silenzioso, riflessivo. Che di questo Martina non gliene aveva parlato. Mi chiede se c’è qualcosa che non va. Si guarda. Guarda il suo abbigliamento. Ride: “Non sarai mica turbato”? Taccio. Taccio perché non ho il tempo di pensare. Tanto meno di trovare una risposta adeguata. Una giustificazione. Qualcosa che abbia un senso e, in qualche modo, mi giustifichi. Vorrei dirle di no. Non mi crederei da solo. Ho il sospetto che la sappia la risposta. Mi limito ad osservarla. A controllarla. Sì! di anni ne ha più di qualcuno più di noi. Questo non conta. Ride: “Scusa. Ho messo la prima cosa… E’ che mi sono subito sentita come a casa. A mio agio. Qui. Avete proprio una bella casa. E Martina è un amore. Una vera amica. Ti dispiace”? Non so se mi dispiace. Non direi che mi dispiace. Di questo credo di esserne certo. Ha una voce affascinante; e le sue parole diventano progressivamente suadenti. Cerco di spiegarle: “Aveva un impegno che non poteva rimandare.” –non so perché sento di dovermi giustificarmi, e intanto ride.
Continua a tenere la sua tazza in mano. Non sembra molto interessata al caffè. Non ne ha preso che un piccolo sorso. Semplicemente sembra che con quella fra le dita si senta più sicura. Una cosa così. Forse si sente i miei occhi addosso. Le serve a sostenerli? Non posso fare altro. La prego nella mia testa di stare ferma. Di non muoversi. Di rimanere così. Guardarla è affascinante. Qualsiasi movimento non potrebbe che peggiorare la situazione; farla precipitare. Fuori ha smesso di piovere. Mi ripete la domanda: “C’è qualcosa che mi volevi dire”? No! Non ho nulla da dire. O almeno quello che vorrei dire non è carino. Non è da dire. Meglio tacere. Mi manca la saliva. Non sto più in me. La sedia è diventata scomoda. Non so perché ma sono eccitato. Forse la novità. Forse la sorpresa. Forse semplicemente c’è qualcosa in lei. Forse solo la sua presenza. L’unico problema è che se ne accorge; e ride divertita. Prima che abbia il tempo di alzarmi da quella sedia mi confida quello che le sembra un segreto: “Scusami, non farei mai un torto a Martina”.
Cerco di giustificarmi; di scusarmi. Sono un idiota. Le sue parole mi ributtano sulla sedia. E come spesso mi accade credo di non aver capito niente. Non che… insomma… intendo in altre circostanze, naturalmente. La mia vita non è così abitata da… da donne nude. Anche se non dovrei dire che è nuda. E’ nuda sotto. Il chimono la copre quel poco. E brava indubbiamente a mostrare senza fare vedere. In verità ha visto molto e non mi ha mostrato niente. Non mi ha mostrato ancora niente. Mi spiega che lei non vuole complicazioni. Che esce da una storia difficile; incasinata. Mi chiede se è meglio… se preferisco… se si deve andare a vestire. Credo mi legga la risposta nel viso e ne è divertita e soddisfatta. Dice che la sua vita è sempre stata così. Credo monotona; tortuosa; complicata. Non so cosa credere. Lei è immobile. Io sono una statua, solo che la sua postura è morbida ed io sono rigido, teso. Completamente. Comincia a raccontarmi di come si sono conosciute. Due parole e cambia subito discorso. Dice che quello non era importante che forse non mi interessava. Mi spiega che è arrivata stanca. Che viaggiare la stanca. Ma che questo era ieri, perché ha riposato bene. Mi dice di non aver fretta. Sembra si stia prendendo gioco di me. Anche questo non lo capisco. Riprovo ad alzarmi da questa maledetta sedia ma ancora una volta lei mi blocca: “Per quanto credi ne avrà Martina”?
Torno a non capire. Non so se faccio bene ma chiamo mia moglie. Le chiedo come sta. Poi entro in argomento. La nostra ospite è attenta alle mie parole. Quando chiudo la comunicazione la metto al corrente che Martina purtroppo dovrà fermarsi fuori a pranzo. Che ci dovremo arrangiare. Se vuole possiamo scendere fino all’angolo. Non è poi così male. Come cuoco semplicemente non so cucinare. Lei ci pensa. Ci pensa ancora un po’. Come se non capisse completamente le mie parole. Poi dice che le spiace. Che le spiace per lei. E anche per me; forse. Che non sa come rimediare. Che non vorrebbe essere un problema. Che sono fin troppo gentile; anche a starla ad ascoltare. Se voglio che se ne vada. Per la prima volta sento il suo nome nella mia voce. Lei si diverte del mio imbarazzo: “Flaviana… ecco… io… non vorrei cioè vorrei… non fraintendere”…
Lei mi guarda stupita. Penso che anche lei fatichi a capire. Me lo dice con gli occhi. Poi anche con parole senza pause: “Non vorrei dovermi sentire in colpa. Puoi anche dirmelo. Non è certo un dramma. Ti capirei. Non prendertela così. Anch’io le voglio bene. Ma, come si dice… se è quello che vuoi, che anche tu vuoi, allora potrei volerlo anch’io: «occhio non vede, cuore non duole». O qualcosa di simile. Non facciamo male a nessuno. Non è quello che volevo. Scusami. E’ successo. Così. Senza intenzione. Credimi. Senza malizia. A proposito di vedere… –ride e ammicca a sé, a quella sua presenza, più orgogliosa, quasi arrogante; ancora più certa di sé– Pensavo… se non ti spiace… certo… Sai cosa penso? Io credo di no. Allora… Se lei si ferma a pranzo, possiamo pranzare anche noi. Non è come pensi ma… sempre, se non ti spiace, vorrei pranzare di te. Ora. Adesso. Il tempo non è mai abbastanza da poterlo lasciare scappare. Non credi”?
E’ in questo preciso istante che mi mostra spudoratamente un capezzolo con la ferma intenzione di farmelo proprio vedere. Di confessarmi un segreto. Scostando la stoffa. Ha ancora quella maledetta tazza in mano. Non sono mai stato schiavo del tempo. Né delle ore né dei minuti. Non metto mai la sveglia se non ho un appuntamento. Il mio orologio biologico è sempre stato sballato. Martina dice che sono un ritardatario nato. Non so perché pensare a lei non mi sembra argomento giusto. Sto per dire qualcosa di cui mi potrei pentire. Sono bravo a non dirla. E quando sono in casa non lo tengo al polso, l’orologio. Infatti guardo l’ora ma non lo indosso. E’ quello che si può chiamare un riflesso condizionato. Eppure so che, come mi ha assicurato, non torna. Che siamo completamente soli. Fino a sera. E lei appoggia finalmente la tazza. Per avere le mani libere. Per omaggiare i miei occhi. Per farne mostra di entrambi sostenendosi i seni. Per mandarmi un messaggio definitivo, indiscutibile. Insomma è troppo tardi per qualsiasi considerazione.
Non danzasse con i miei sentimenti, non fosse così intenta a rubare tutta la mia attenzione, a riempirmi gli occhi di lei, così… nuda, potrebbe sembrare una tranquilla donna di casa; forse. Corro fugacemente il rischio di informarmi sulla sua età. Intanto in silenzio mi dice tutto di sé. Tutti i suoi segreti. I segreti del suo regno. Del suo corpo. Il resto sembra una galleria fotografica. Assume pose come se la dovessi ritrarre. Non vuole mettermi fretta. Me lo ripete e ribadisce. Il suo è un invito esplicito. Allo stesso tempo vuole provocarmi. La sua espressione mi chiede se sono soddisfatto. Se mi piace quello che vedo. E’ certa di sé. Sembra intenzionata a restare in cucina. Non so cosa pensare. Non so se ho altre preferenze. Credo che preferirei andare di là. C’è anche troppa luce. Ha un ramo di pesco nel basso ventre. O qualcosa del genere. Ma questo dice che non lo devo andare a raccontare a nessuno. Tanto meno a Martina. Assolutamente. Non sono il tipo. E’ una cosa che deve restare tra noi. Mi trova d’accordo. Mi sembra di sentirla aggiungere che deve restare una cosa senza importanza. Non ne sono sicuro. Non la sto più ad ascoltare molto. Sono distratto. Le sue parole sono ormai solo rumore. E confusione. Confusione nella confusione. Non ricordo nemmeno più cosa dicevamo del tempo. O solo pochi istanti fa.
Oramai mi ha fatto vedere tutto quello che c’era da vedere, che ha da offrire. Si corica sulla tavola. Il suo invito è esplicito. I suoi occhi sembrano gridare finalmente e ora. Non ho il tempo di afferrarla, di spostare la mia tazza, nemmeno di toccarla, solo il tempo di alzarmi, che all’improvviso nella stanza irrompe Martina. Sarebbe stupido e banale che cercassi di giustificarmi dicendole che non è successo niente. Non ancora. Devo essere sufficientemente ridicolo con in pantaloni abbassati. Mi guarda e mi fulmina. Si dipinge in volto un’esclamazione di sorpresa. E di disapprovazione. Mi dice che sono uno stronzo. Che non se lo sarebbe mai aspettata. Sembro l’unico responsabile, e colpevole. Non riuscirò mai a togliermi il dubbio che quelle due fossero d’accordo. Forse persino che l’amica non fosse tanto amica, o persino che fosse una professionista. Se non proprio una professionista nemmeno una novellina. Una che indubbiamente ci sa fare, e sa come farlo. Mi continueranno sempre a rimbombare nella testa le parole della traditrice: “Ti sei fatta attendere. Non sapevo più… Se tardavi ancora un po’”… Per me era già tardi.

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13 giugno, tarda mattinata. L’uomo è affacciato alla finestra. Fuori continua una pioggia sottile. Osserva le gocce scivolare sui vetri, in silenzio, e tutto resta in silenzio dietro quei vetri. La stanza non è un granché ma lui non ha intenzione di fermarsi per molto tempo. I suoi giorni sono preziosi e contati e non ama particolarmente stare lontano per molto tempo. Non ha nemmeno disfatto del tutto le valigie, sa cosa vuole e dove può trovarlo, inoltre non gli piace la confusione e la città, preferisce il mare. Da allora non è più riuscito a liberarsi di quelle immagini che gli sono rimaste impresse nelle retine. Non è una vendetta la sua, è solo un contratto. Una volta quel posto lo conosceva bene. Era da lì che era cominciato tutto. Era da lì che erano partiti.
Come ogni città anche quella è un insieme di logiche e segreti e mondi; poco è lasciato al caso. Per conoscerla veramente c’è bisogno di una guida locale esperta, ma l’offerta è ampia e può soddisfare ogni esigenza. Per ragazzi e ragazzini bisogna scorrere la tangenziale, meglio se in certe ore, ma tutte le ore si rivelano adatte se non si hanno pregiudizi. Le droghe dei poveri scorrono a fiumi. Per quelli che hanno gusti più… più classici si può anche restare dentro il perimetro delle mura del centro. Un grande richiamo per chi ha fantasia e sogni e ambizioni, e sete di avventura da spendere e dilapidare, è il locale casinò, meno nominato di quelli della Croazia ma non inferiore nelle offerte; meno chiacchierato e più facilmente raggiungibile. E anche lì c’è tutto, anche le slot.
Chi in città vuole veramente divertirsi e può permetterselo, cioè chi cerca il lusso e donne giovani non necessariamente mozzafiato, ma anche un po’ di pulizia e presunta riservatezza, ed è disposto ad illudersi di poter trovare l’avventura, allora deve recarsi nei grandi alberghi del centro, grazie a compiacenti portieri, sapendo prima dove andare e quali sono i lasciapassare. Certo molte cose appartengono all’illusione poiché ciò che è bello appartiene agli occhi di chi guarda e i misteri sono sempre segreti che appartengono a tutti.
Per entrare in questa nicchia riservata conviene farsi precedere e guidare da una telefonata ai coniugi Benedetti, una coppia molto introdotta nel giro, intraprendente e dinamica, capace di trovare soluzioni a qualsiasi pretesa, purché, appunto, non si pongano troppe limitazioni di prezzo. Come in ogni luogo la differenza è data da vari fattori, oltre alla qualità della merce, di come viene presentata, e di altro, e anche influenzata dal tipo di incontro: se viene richiesto un incontro singolo o multiplo. Fin dagli esordi i due avevano puntato ad un commercio serio e d’alto bordo e i primi spiccioli che avevano messo da parte se li era guadagnati direttamente la moglie, gran bella donna e prosperosa, che aveva occhi ammalianti e, lei stessa, desideri altrimenti inconfessabili e inappagabili. I due hanno costruito la loro reputazione molto velocemente, soppiantando la concorrenza dei russi e degli albanesi, e ora hanno un catalogo che si potrebbe definire infinito, alcuni indirizzi informatici dove si possono vedere anticipatamente le immagini delle ragazze e scegliere, delle agende da perderci la pazienza e gli anni, e hanno fondato una loro casa cinematografica.
Alcune studentesse della locale università e dei licei cittadini sono ultimamente e comprensibilmente tra le stelle più richieste della loro scuderia. Per Samantha 3246 bisogna prenotare con almeno tre settimane di paziente anticipo, però in quei giorni la ragazzina è sotto periodo di esami, pertanto non accetta incontri che il martedì e il venerdì, naturalmente in orario scolastico. Come detto la scelta è illimitata e va dallo stipendio mensile di un impiegato di medio livello a vere e proprie fortune, alcuni imperi si sono dissolti in poche notti fra quelle lenzuola morbide e profumate, così alcune di quelle bellezze ormai giunte alla notorietà maggiormente chiacchierata, ma con rispetto, sono uscite dal giro per quello più importante, risolvendo tutti i problemi che avrebbe potuto riservare loro il futuro. Non è un mistero che la contessa Acquadolce prima, da signorina, si concedesse all’hotel Astor, e che l’affascinante presidentessa dell’associazione giovani industriali, nonché imprenditrice di grandi fortune ereditate in un lasso di tempo molto contenuto, abbia dovuto lasciare gli studi per curare i propri affari, né come prima offrisse la sue preziosissime grazie, e a quanto pare la sua sapiente arte, nelle camere e nei saloni dell’albergo conte d’Abruzzo, che di stelle le annoverava tutte.
La malignità popolare sussurra con deferenza come la contessa ami ancora ricordare quel passato con qualche rimpianto, concedendosi di tanto in tanto qualche svago, con amici o ospiti importanti, ma solo tra le mura della sua villa e ai bordi della piscina, per intrattenere quella clientela molto selezionata di affezionati e introdotti. Pare che le sue feste siano occasioni difficili da dimenticare. A parte qualche favore personale, o vecchi e nuovi e rinnovabili debiti di riconoscenza, la contessa lo fa solitamente solo in cambio di piccoli regali raffinati, preferibilmente con diamanti incastonati, o comunque preziosi almeno quanto una decappottabile di lusso. Sono questi gli ambienti dove, come volgo popolare dice, lo champagne scorre come l’acqua dei torrenti di montagna quando si sciolgono i giorni del ghiaccio, dove i soldi aprono qualsiasi porta e soddisfano qualsiasi debolezza e virtù, e dove si accettano anche le carte di credito. Lì storie Hollywoodiane si intrecciano e eredità nostrane di antica data.
Chi invece è di più miti pretese ed è costretto ad accontentarsi deve raggiungere via della Misericordia o le sue stradine secondarie, un po’ fuori mano e subito, dal primo aspetto, posto di minore decoro e decenza. Affollata di grida, di studenti e di ogni tipo di perdigiorno, ha però un suo fascino e richiamo peculiare giacché ogni portone è una meta cercata, e, davanti a qualcuno, si snodano piccole fila di appassionati e abituali, molti dei quali ormai si conoscono tra loro e non di rado ci vanno anche per elogiare le proprie esperienze o solo per parlare. Il vero motto però è che, sapendosi accontentare, si può trovare soddisfazione anche a prezzi veramente contenuti e spesso si riesce a tornare salvando qualche euro nelle proprie tasche. In realtà quelle strade sono anche un vero paradiso per gli occhi giacché la virtù di cui sono meno generosi e dotati i clienti, come le fornitrici di servizi, è la pazienza. Ultimamente si fa un gran parlare bene di Marcella, ma sono passioni destinate a durare poco nel tempo, quelli che sono giunti per primi hanno potuto illudersi che fosse quasi una prima volta, e andare in giro a raccontare questo e quello, i più grandi prodigi e le più incredibili meraviglie. Non che non sia ancora una primizia e una bellezza, ma presto ogni sua specialità diverrà l’offerta banale rintracciabile in tutte le professioniste, tanto che già si comincia a favoleggiare e spasimare di una certa Tamara, e non sarà difficile trovare ragazzine, più giovani e altrettanto belle, a fare altrettanto se non anche di più; ammesso che sia rimasto ancora nel quartiere un di più.
Lì si avventura con precauzione anche qualche benestante e persino qualche facoltoso per soddisfare il proprio bisogno di volgarità, e sono i più blanditi, ma si riconoscono subito, come uno cernia in una boccia di pesci rossi. In quel territorio la fanno da padroni figure mitiche locali con la camicia aperta fino all’ombelico e pesanti catene d’oro al collo, e modi spicci, mescolati, in una guerra concorrenziale, al loro equivalente di nuovo insediamento, di ogni provenienza, etnia e colore, per lo più glabri in petto e con meno entusiasmi per la visibilità. Ultimamente si stanno affacciando, con timidezza, anche i cinesi ma pare incontrino una certa difficoltà. Lì si vende proprio di tutto e anche di più e al ventitré esercita, con ostinata tenacia, da quanto è dato ricordare, la signora, fermata in una recente retata.
17 giugno, prime ore di un pomeriggio senza sole. Naturalmente il posto più frequentato dalle professioniste a tutte le ore, anche e soprattutto in quelle in cui non sono al lavoro, è il centro commerciale, ed è nel parcheggio, seduto dentro la sua macchina, che l’uomo sta aspettando. Osserva attentamente entrare e soprattutto uscire quel mondo di consumatori. Loro, le donne generose, sono sempre perfettamente riconoscibili, sempre pronte a suggerire la tentazione. Per onestà si dovrebbe convenire come tutti siano perfettamente riconoscibili, tranne un certo tipo di assassini. Davanti all’attenzione dell’uomo passa frettolosamente la vecchietta in ciabatte. Può riconoscere la massaia sola e quella che può disporre del marito. Così osserva scorrere le coppie, l’operaio che è costretto ad accompagnare la moglie, e la sposina che si porta dietro il ragioniere, il pensionato deluso, il commesso servizievole che esce solo per poi tornare subito al lavoro, e anche l’orgoglio dello scialbo illetterato che si porta a casa il televisore piatto di tanti pollici che solo la piazza grande può contenere. A tutti il protagonista presta ben poca attenzione e neanche un attimo del proprio interesse. Poi la vede.
L’uomo non scende dalla macchina e apostrofa la signora alzando leggermente il tono della voce ma restando al volante: “Mi scusi… permette una parola, signora Milvia”?
La donna si mostra dapprima seccata e non fa caso di venire chiamata per nome da uno sconosciuto. Senza neanche riflettere che il suo nome sia abbastanza chiacchierato da diventare popolare. Lei stava pensando ad altro, anzi quello non era il tempo di pensare. Semplicemente si stava chiedendo se non aveva scordato niente. Fa per proseguire diritta. Poi si ferma e torna sui suoi passi. Naturalmente si mostra sorpresa ed esterrefatta nonché infastidita ed annoiata. Guarda le borse gonfie che sta trasportando, quasi chiedendo comprensione; da una spuntano delle foglie di carciofo e un manico di finocchio. A quella vista, nella stessa donna, scatta un attimo d’ilarità che riesce a controllare a stento, poi cerca di ritrovarsi: “Prego?”…
Per un po’ l’uomo si limita a guardarla fissamente. Gli anni non hanno avuto nessuna misericordia della signora, sono passati come un nubifragio su una spiaggia del littorale, lasciando solo ricordi di rovine. Sulla faccia uno strato d’intonaco, spesso e crepato, se possibile peggiora la situazione, e fa ricordare all’uomo una barca in disarmo, con gli alberi tristi e le vele parzialmente ritirate; spiaggiata. Anche sugli abiti che indossa gli occhi dell’uomo non sono maggiormente clementi. Anche se ha sempre saputo che una professionista resta professionista sempre, e anche quando cerca di vestirsi da signora resta una di quelle, una del mestiere. I tacchi sono troppo alti, i colori troppo sgargianti, le gonne troppo corte, la maglia troppo attillata e scollata. Tutto è appariscente, vistoso e chiassoso, per non essere troppo notato e non denunciare lo scempio e la menzogna di quel travestimento: “Mi hanno indirizzato a lei. Ho da proporle un affare”.
Guarda dentro la macchina e cerca di farsi un’idea della persona che sta alla guida. La macchina è di lusso e dev’essere molto comoda, magari anche con l’aria condizionata. L’occupante è vestito in modo impeccabile ed elegante, lei ha sempre avuto rispetto per quel tipo di uomini con un vestito stirato, preferibilmente gessato, e la cravatta intonata. Rasati e pettinati. Che sanno profumare di buono. Dal polsino della camicia gli spunta un orologio massiccio, d’oro. Peccato abbia occhiali da sole che non le permettono di capire il colore degli occhi. L’insieme le dà una buona impressione e quel po’ di fiducia; la fa anzi sentire fiera. Controlla senza troppo attenzione l’ora; alza le spalle e si dice: perché no?
Si è appena tolta qualche capriccio e ogni ora alla fine è buona per fare un po’ di soldi. In fondo quel loro maledetto mestiere è quasi come una missione, come adoperarsi per un opera meritoria di sostegno ai bisogni, come fare l’infermiera o il dottore, come era nei suoi sogni, o più essere nella protezione civile o tra i vigili del fuoco, non ci sono orari. Alza le spalle sulla testa e decide di ascoltarne il desiderio, anche se non ne avrebbe molte voglie e l’orario non è quello che invoglia a soddisfare i capricci del primo venuto. Lei lo sa che gli uomini che la cercano possono avere tutto, ma scordano sempre di portare con sé la calma, e che non vogliono accettare orari, né si chiedono quando le loro richieste sono opportune. Loro, gli uomini, credono sempre che quelle come lei siano a loro completa disposizione, giorno e notte, in qualsiasi momento, e che non abbiamo una vita propria, tantomeno normale, come se non mangiassero, non andassero dal parrucchiere e non facessero i loro bisogni. Solo che l’uomo elegante la incuriosisce, ha qualcosa di insolito.
L’uomo è riuscito a catturare l’interesse della donna che finalmente si abbassa e si affaccia al finestrino appoggiandoci i gomiti. Con un tic probabilmente dettato dall’abitudine gli occhi pesantemente sottolineati fanno cenno alla generosa scollatura e al seno pesante. Lui ha la stessa pazienza e la stessa fretta dell’uomo d’affari, eppure sembra un tipo deciso, di quelli che annusano come lupi la preda e vanno diritti al loro scopo, decisi a ghermire la vittima e a ottenere quanto si erano preventivamente prefissato. Misurato nelle parole, dove non c’è spazio per il superfluo, e pronto all’azione. Lei ormai ha occhio per i rappresentanti dell’altro sesso, e per i rappresentati di commercio, e se non pensasse che è per lavoro ne potrebbe essere affascinata. Ha spesso avuto momenti di ammirazione per il successo e per il bel mondo, sono debolezze di tutti, e si è data a volte spazio per sognarsi dentro quel mondo, a fianco di una persona interessata, che avesse attenzioni e gentilezze per lei, oltre a portarla nei locali di moda, proprio facendola salire in una macchina come quella. Pensa a quanti resterebbero ammirati a bocca aperta a guardarla, e che forse in quella mattina potrebbe non essere la cosa peggiore che le potesse capitare: “Cosa posso fare per te, bel giovanotto”?
Giorgio”.
Inizialmente le sembra di non capire. La donna guarda l’uomo con attenzione e pazienza, il suo silenzio odora di sospetto lontano lontano, e di sudore non mentito dal profumo asfissiante, e prima di parlare disegna, come di abitudine, le labbra a cuore, con un vezzo da ragazzina delle medie. Poi decide di indossare il suo sorriso migliore di disponibilità, vuole essere altrettanto gentile, e lo fa diventare largo e accomodante, e pieno di quelle che lei crede promesse, mentendo a sé stessa e a quanto aveva pensato solo un attimo prima: “Carino; non faccio in macchina ormai da un po’, solo in casa. In più… Giorgio? Non conosco nessun Giorgio. Un vostro amico? Se intendete… per tre dovete impegnare in modo più interessante e persuasivo il portafoglio”.
L’uomo mal sopporta perdere tempo e dover correre troppo dietro alle cose e alle risposte. Cerca di mantenersi tranquillo: “Noi sappiamo molte cose di voi, signora –e quel signora sottolineato ha perso anche il minimo aspetto di educazione per farsi solo sberleffo e insulto– Giorgio, il vostro uomo. Quel Giorgio. Ora vi ricordate”?
La signora lo guarda allibita, ma poi, da persona di intelletto, capisce che qualcosa non va, che non è come aveva previsto, che non è stata cercata per i suoi servigi, per le sue grazie, che non c’è nessuna voglia, nemmeno una frettolosa esigenza, né particolare né mediocre. Nemmeno per un attimo pensa di elencare all’uomo in quanti e quali modi si potrebbero divertire, e in quanti luoghi, perché l’uomo non è un cliente. Ne è un po’ delusa. Percepisce una certa impazienza. La donna appoggia le borse: “Fossi interessata; diciamo: se lo conoscessi… di cosa parliamo? Quanto”?
Potrebbero esserci per lei… diciamo… mille euro”.
La donna ci pensa solo brevemente, la cosa la confonde. Non si chiede cosa possa aver fatto; non ne ha il tempo. Certamente quel signore non può essere un piedipiatti. Capisce che può provare a strappare di più, forse molto di più, non che voglia essere cupida, ma nemmeno stupida, e la vita è dura per tutti, e non si lascia scappare la possibilità: “Ma è il mio uomo”.
Lui sapeva fin dall’inizio che probabilmente si darebbe trovato in un situazione simile e che avrebbe dovuto contrattare, ma non ha la pazienza necessaria; è come se fosse inseguito da un destino inesorabile, però non perde la calma né la sua compostezza. Guarda l’orologio, lo sfila e lo porge alla donna; è una grossolana imitazione ed è placcato, ma ha visto come lo guardava incantata. Forse aveva previsto anche questo o qualcosa di simile: “Perdonate, parole grosse. Direi piuttosto il vostro papa. Comunque… capisco. E non sono affari miei. Diciamo che potremmo arrivare a cinquemila euro. Mi sembra una proposta onesta; anzi molto generosa. Per molto meno troviamo chi ci scarica anche un’intera chiatta”.
La donna si mostra subito fin troppo velocemente soddisfatta e si riempie gli occhi di bagliori in un sorriso cordiale ancorché confidenziale, sforzandosi però di fingersi indignata; di insolenze ne ha conosciute tante da essere ormai avvezza a farsene una ragione, e darvi il peso che meritano, cioè la stessa densità di un sospiro d’inverno, il fastidio della brina sulle foglie. Probabilmente una cifra simile, tutta in una volta, non l’ha incontrata di frequente e ha la sensazione che stavolta non la dovrà dividere con nessuno: “Non siete molto cortese. Dovrei sentirmi offesa, Ma gli affari sono affari”.
Per un attimo teme di aver avuto troppa fretta. Pensa di provare ad alzare ulteriormente la richiesta. L’altro ha ceduto troppo velocemente. Vince la paura di lasciarsi sfuggire l’occasione e di veder sfumare quella fortuna, di mostrarsi ingorda. Vince la sua solita arrendevolezza. Quella che è stata la sua condanna. Ormai le cose sono andate come sono andate. Perché dovrebbe porsi troppe domande? Non servirebbe a niente. E le hanno sempre complicato la vita. Si vede i soldi già in mano: “Posso chiedere con chi sto parlando”?
Non ha importanza. Se proprio è necessario può chiamarmi Drusan”.
Lei non è una stupida: “Parliamo dei soldi”.
Duemila subito e gli altri tremila dopo, quando Giorgio fa la cortesia di farsi… trovare. –come a confermare quelle parole l’uomo estrae un mazzo di banconote nuove dal cruscotto, le conta con attenzione e le allunga alla donna mostrando che era già preparato a quella richiesta– Ecco a voi. I patti sono patti”.
La donna artiglia il malloppo con un velocità impressionante, come un’aquila che afferra un agnello, e se lo porta via. Infila le banconote nella scollatura senza contarle, soddisfatta di mostrare fiducia nei confronti del suo interlocutore. Fruga nella borsetta finché non trova una penna e sul retro di un conto degli alimentare verga un indirizzo e glielo porge. L’uomo lo guarda con finta distrazione e lo mette nello stesso cruscotto da cui aveva estratto la cifra pattuita quale anticipo sul loro accordo. Lei si sente leggera e felice e non ne fa mistero, anzi non cerca nessun pudore per nasconderlo. Torna ad accennare al seno e a cercare di richiamare su di esso le attenzioni dell’apparentemente disinteressato, e poco plausibile, partner, nel tentativo di elogiare le proprie formosità in un gesto estremo di sfacciata fiducia, tanto poco credibile che non riesce a mentire nemmeno a sé stessa. Sceglie di prendere il suo destino momentaneo con decisione come un toro per le corna. Afferra la maniglia della porta chiusa e la tira a sé, naturalmente senza che quella ceda alla quella violenza, facendo il cenno di voler salire: “Pagato avete pagato. Posso essere gentile per voi”.
Lui declina l’offerta con un semplice e laconico ma eloquente: “Grazie”!
Lei riesce a nascondere magistralmente la propria delusione. Vorrebbe aggiungere che l’uomo non sa quello che si perde e che è tutto pagato, ma non è cosa. Non fosse perché il mondo va così sarebbe anche disposta a non farsi pagare, persino a farlo lei. La situazione l’ha intrigata e in un qualche modo incuriosita. Non è interessata al momento alle conseguenze della loro transazione e, anche fosse più padrona di sé, e fredda, probabilmente non cambierebbe una virgola alla decisione; non ha più l’età per cercare di rammentare lontani ricordi e antiche paure, per altro non ha mai creduto alla ragionevolezza di una rappresaglia divina. Lo ha imparato che era solo una ragazza che la vita non è una questione di ragione o torto, di giusto o sbagliato, ma di opportunità; e ne ha sempre avuto conferma fin dall’inizio, fin dentro in casa. Deve ammetterlo che probabilmente puttana è nata, ma che, se così non fosse, non aveva mai avuto nessuna possibilità di fuggire a quel destino; che poi c’è ben di peggio nella vita.
L’uomo mette in moto e prima di partire si allunga ancora una volta verso di lei per dirle le ultime cose. Lei sa che non l’avrebbe più rivisto e ritorna dai suoi pensieri: “Naturalmente non ci siamo mai incontrati; inutile dirlo. E’ più che un consiglio. Avete il tempo per dare ancora un saluto al vostro Giorgio, ma fate in fretta”. Mentre la macchina si allontana lei si sistema le calze, ma lo sa da sola che è un gesto inutile e che lui non la sta più guardando. Lei torna sui suoi passi, verso il centro commerciale, ora non è costretta a rinunciare a quelle scarpe di finto pitone.
21 giugno: Su La gazzetta urbana, in prima pagina, viene diffusa la notizia: Giorgio De Vittis, ex discusso cooperante durante la guerra dei Balcani, ed ex contractor in vari scenari di conflitto, ben conosciuto in seguito alla magistratura, nonché alla cronaca cittadina e ai nostri lettori, per accuse di rapina, detenzione e spaccio, ricettazione, induzione e sfruttamento della prostituzione, è stato trovato stamattina, alle prime ore dell’alba, sull’uscio della sua casa freddato con tre colpi precisi di pistola. Le forze dell’ordine sono state chiamate in loco da un vicino che aveva portato fuori il suo cane. Le dichiarazioni dell’uomo, che sono state prontamente verbalizzate sul posto stesso, significano che l’amara scoperta è stata fatta passando casualmente in loco, trattandosi di una piccola costruzione in località scarsamente frequentata, e che, per non nascondere la verità, ad accorgersi del corpo riverso è stato il cane stesso che è andato ad annusare i poveri resti. La cronaca nera della nostra città non ha spesso occasione di intrattenersi in simili atti criminosi, tanto efferati, ma si pensa ad una vendetta nell’ambiente, anche se gli investigatori sono decisi a non tralasciare nessuna ipotesi come nessuna traccia. Il soggetto, che era anche sospettato di essere in odore di vicinanza o commistione alla mafia, ma si ritiene la cosa poco probabile, lascia una moglie, da cui era da tempo separato, e due figlie di diciassette e diciannove anni. L’unica cosa certa è che non si è trattato di una rapina in quanto gli assassini non sono nemmeno entrati in casa dove sono stati rinvenuti oggetti di refurtiva, alcuni libretti al portatore e una certa quantità di dinari di dubbia provenienza. Naturalmente, come sempre, verrà setacciato l’ambiente del malaffare, e verranno sentite tutte le persone che sono entrate in contatto con la vittima e che possono essere informate sui fatti. In primo luogo, quella che sembra essere la sua attuale compagna, e altri nomi che paiono, allo stato attuale delle indagine, appartenere prevalentemente al mondo del meretricio. Naturalmente il vostro giornale sarà sempre presente sul posto, e sugli sviluppi del caso, pronto a darvi tutti gli aggiornamenti di questa intricata vicenda istante per istante.
22 giugno, prime ombre della sera. La donna comincia a temere di poter avere più seccature di quanto avesse preventivamente calcolato e messo in conto; sospetta di aver chiesto una cifra fin troppo modesta per quel suo servizio. Non le va di avere a che fare con le forze dell’ordine, di rispondere alle loro curiose domande, ma spera ancora che non sia necessaria alcuna sua testimonianza. Non si sente in torto, in fondo ormai erano mesi che Giorgio non si faceva vedere e si faceva depositare i soldi senza casuale su un conto postale. Lei mantiene ancora ostinatamente la speranza che i due fatti possano non avere alcuna connessione diretta tra loro, e che il delitto sia stato compiuto senza che gli assassini avessero bisogno delle sue indicazioni, conoscendo in anticipo le mosse e l’indirizzo del nascondiglio del loro bersaglio. Si convince che tra il suo colloqui con lo sconosciuto e il fatto di sangue non ci siano legami. Quell’uomo non può essere un assassino. Entra nella sua testa anche un’altra ipotesi: che tutto dipendesse da uno sbaglio o per rabbia nell’impeto di una qualche accesa discussione dalla quale lui non si sottraeva mai. La donna andava riflettendo in questi termini e in silenzio, costeggiando quella stradina senza marciapiede posta a ridosso dell’estrema periferia, dove non passa mai nessuno nemmeno a pagarlo a peso d’oro; non ricordava di esserci mai venuta, ma l’appuntamento era stato fissato là con la telefonata. Naturalmente non era stata nemmeno sfiorata dalla tentazione di chiamare il porco. Capiva quella eccessiva riservatezza che però le sembrava anche un po’ esagerata; la verità è che aveva accolto quella telefonata con sollievo, come una liberazione, quando già cominciava a sospettare che non avrebbe più visto il resto dei suoi soldini. Quando arriva la macchina non l’avrebbe potuta distinguere poiché era un’altra macchina, del tutto diversa sia nel colore, che nella marca, che nel modello. Si dirige verso la stessa solo perché lui si fa riconoscere suonando le trombe e lampeggiandole coi fari. Lei fa un cenno d’intesa con la mano, un sorriso spontaneo e si affretta. Certo per lei i soldi erano importanti, ma non sa negarsi il piacere che le riservava il rivedere lo sconosciuto, non era riuscita a proibirsi, di tanto in tanto, di pensare a lui, e per quell’incontro aveva cercato di prepararsi come meglio poteva, delusa da tutto e da tutti, ma armata del suo grande coraggio. In fondo forse c’era un segreto tra loro. E un’intesa. In fondo non aveva mai creduto a chi le aveva sempre detto che i sogni muoiono all’alba, e stringe a sé la borsetta. Intenta in tutti quei pensieri tarda un po’ più del dovuto ad accorgersi che la macchina non rallenta, anzi accelera. Fu trovata nel fosso quasi due giorni dopo, sulla faccia era rimasto un grido disperato e vicino alla mano protesa c’erano tre banconote da dieci euro. Banconote che però furono subito nascoste nelle tasche di chi per primo aveva rinvenuto la povera e sfortunata donna.

P.S. La foto del titolo è stata rubata dal profilo Facebook di Enrico Mazzucato. L’altra è di una “vanitosa” trovata in rete.

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