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Posts Tagged ‘trasporto’

Non ne aveva mai fatta una; e la fretta non era stata certo buona consigliera. Aveva avuto solo il tempo di preparare le valigie, frettolosamente, e di rubare un taxi sotto il naso ad una coppia di turisti tedeschi. Ancora nella scaletta e già le gambe frenavano e si sentì perso al suono della sirena. Appena partito aveva telefonato per tranquillizzare a casa e Susanna l’aveva ringraziato e gli aveva spiegato di essere dalla parrucchiera e l’aveva invitato a divertirsi. Si era limitato a mettere la giacca a rinvenire all’aria e a controllare il bagno, poi era uscito a prendere possesso di quel nuovo piccolo mondo. Si chiedeva se non era stato un pazzo ad accettare quel viaggio premio con i colleghi delle assicurazioni; la crema della crema. Degli enormi rompiballe che si sarebbe dovuto sorbire a turno continuo per tutti i giorni della crociera ventiquattro su ventiquattro.
L’aveva già notata da subito durante la sua prima perlustrazione e se la trovò al tavolo quando raggiunse la sala ristorante per pranzare. Alberica, che voleva essere chiamata Alba, per quel viaggio era in compagnia di un industriale tessile o qualcosa di simile che ne pareva orgoglioso e cercava di non perderla mai di vista. Per l’occasione indossava un vestito rosso sgargiante, forse un po’ troppo impegnativo in una simile circostanza, con ampia scollatura e scarpe decolté di identica tinta, naturalmente, muovendosi disinvolta su quei tacchi altissimi. Tra i due doveva esserci qualcosa più che delle chiacchiere anche dal modo in cui lui era estremamente premuroso verso la compagna e da come l’aveva aiutata a prendere posto.
Lui cancellò quel pensiero che gli sembrò non fargli onore e cominciò a scorrere la carta dei vini. Quella vacanza non sarebbe passata indolore. Si trovò a parlarci senza accorgersene. Non era donna comunque da passare inosservata, sembrava conoscere tutto e tutti e avere molta dimestichezza con qualsiasi argomento, era cioè di piacevole conversazione. Di tanto in tanto si tormentava l’orecchio e l’orecchino e muoveva a destra e a sinistra il naso in un quasi tic. Come se il suo accompagnatore non ci fosse non faceva che parlare del marito che pare fosse nei preziosi, qualcuno diceva preziosi e burro ma lui ignorava il nesso tra le due cose, ed elogiarlo per dire quanto lo amava. E quando lo diceva una strana luce le brillava negli occhi come se solo allora vi si riflettessero i lampadari del salone. Strana donna quella donna, misurato e intrigante e perfetto equilibrio di fascino e di eleganza.
Avrebbe avuto il tempo per conoscerla? e nel chiederselo progettava le proprie curiosità. Alba era anche in una certa confidenza con il direttore generale immaginifico. Su quel “certa” aleggiava nelle voci un tono poco chiaro e leggermente allusivo. La cosa poteva rivelarsi di una qualche utilità e, distratto dalla luce dei suoi gioielli, non poteva credere a tutte quelle chiacchiere, era una di quelle donne maritate ed innamorate, e poi quel brusio di sussurri non poteva soffermarsi su una persona sola; nemmeno fosse stata una folla.
Aveva appena cominciato a frequentarla e già ne imparava tante storie che avrebbero potuto riempire una intera saga, anche se non poteva negare che emanasse un notevole fascino. Era più portato a credere nell’esagerazione presumibilmente mossa anche da frustrazioni e rifiuti consapevole che l’uomo non ha mai imparato a ingoiare nessun insuccesso. Lei non faceva che immaginificare i luoghi in cui erano diretti, doveva averli già visti, sapeva proprio tutto. Gli spiegò che non poteva proprio perdere di scendere a terra con lei a Lindos di cui nessuno parla e che sarebbe stata invece un’ottima occasione per recarsi assieme in un magnifico mare. E poi di tutto il resto e di tanto altro. Simulò indifferenza, non era disposto ad ammettere apertamente e davanti a tutti di non averne nemmeno mai sentito parlare. Decise che forse avrebbe potuto aiutarlo a sconfiggere la noia.
Eppure ebbe la sensazione di aver suscitato nella donna dell’interesse. La cosa non mancò di lusingarlo anche se trovava il tutto banale. In fondo anche quell’uomo era stato gentile con lui e non cercava di complicarsi la vita, avrebbe voluto che finisse quanto prima. Si perse più volte, il senso di orientamento non era la sua maggiore virtù, alla fine riuscì a trovare il distributore delle sigarette e a tornare alla cabina. Si fece la barba e annegò di dopobarba la pelle del viso e poi preferì rilassarsi in cuccetta aspettando l’ora per avviarsi. La sera, per merito di Alba, cenarono tutti al tavolo del comandante e forse profittò fin troppo del vino gradevole e fresco. In effetti un poco la testa cominciò a girargli e si sentiva leggero di una euforia sottile e strisciante che aiutava la voce a liberarsi. Cercava invano di stare attento a quelle parole e ai suoi gesti che gli parevano comunque goffi.
Alba continuava a parlargli del più e del meno, ma molto più del primo. Il vestito era ancora rosso ma non era lo stesso, attorno alla scolatura, ancora più profonda, correva una passamaneria dorata. Parlava e si muoveva senza preoccuparsi della scollatura e sotto si sarebbe detto che non portasse nient’altro che, come s’usa dire, chanel. Gli orecchini dondolavano lampeggiando mettendo a prova gli occhi e gli stomaci dei presenti. Tra tante cose gli aveva comunicato, eccentricamente mortificata, che al primo scalo sarebbe stata raggiunta dalla figlia, ma lui non aveva prestato molta attenzione alla cosa. Insomma dopo un po’ lui aveva smesso di ascoltarla e s’era immerso nelle dovute riflessioni. Temette di essersi mostrato sgarbato anche con il comandante.
Lei stava dicendo che sarebbe stata contenta se gli avesse potuto dedicare qualche minuto solo per lei per spiegarle dei dubbi che aveva su una polizza vita stipulata dal marito. Aveva pensato di essersi sottratto precisando che si occupava di mutui, ma lei lo aveva rintuzzato subito dicendo “meglio!” e aveva aggiunto sottovoce che era preferibile che si incontrassero da lui. Si era giustificata spiegando che era una donna libera, almeno per il tempo della traversata, a parte la presenza della figlia, ma che era una questione di convenienza, che sarebbero stati più tranquilli, che ci teneva al proprio onore e non voleva pettegolezzi e che non sarebbero stati disturbati. Erano stati interrotti dal ritorno dell’amico della donna. Si scusò, non aveva dato alcun peso alle ultime osservazioni, aveva solo voglia di rifugiarsi nella cuccetta anche se avrebbe preferito un vero letto. Lei, sotto il tavolo, aveva allungato la mano e l’aveva sfiorato.
Le spiegò che non era particolarmente affascinato dal progetto di andare a annegarsi di sudore in una palestra. Era intrigato e stava valutando se era più conveniente abbandonarsi all’istinto e seguire il proprio desiderio accettando la sfida e ingaggiando quella lotta di provocazioni e malizie e sottintesi, o se non fosse meglio sottrarsi per la presenza di tutte quelle attenzioni che quella donna naturalmente provocava e di cui si nutriva e perché qualcosa in lui si trasformava in avvisaglia. In più c’era la presenza del suo accompagnatore, una presenza un po’ troppo invadente. Aveva preferito andarsi a lavare le mani e rinfrescarsi il viso cercando di riordinare le idee che gli tumultuavano in testa con il sospetto infondato di soffrire improvvisamente di mal di mare. Dovette accomiatarsi con gentilezza ma anche con una certa fretta.
Gli avevano detto che era una pazzo perché quella donna era una strega e ne aveva rovinati molti, di uomini, per poi buttarli metaforicamente (è l’occasione per precisarlo) a mare. Gli avevano detto che era una pazzo perché quella donna era una strega e ne aveva fatti impazzire molti, di uomini, trascinandoli in un vortice di piacere impossibile da descrivere. In verità lui solo non era stato niente; niente di tutto quello e pertanto smise di chiedersi le cose. Faticò a lavarsi i denti e prepararsi per la notte vinto dalla stanchezza. Lesse tre volte la stessa riga per capire che non c’era verso e così accettò e spense la luce per rifugiarsi in un sonno che lo sballottò come nel mezzo di un uragano. Rinunciò all’invito di andare a visitare i resti di Olimpia, non era la giornata adatta e decise che poi in fondo non erano che pietre. Restò in nave a smaltire gli eccessi, non ne aveva mai fatta una e probabilmente non ne avrebbe mai più fatta un’altra.
Lui se n’era completamente scordato, quel mattino gli era difficile ogni pensiero, ma la nave era ancora in porto e Faustina, come gli era stato anticipato dalla madre, doveva essere salita prima che lui uscisse per la colazione. Lo fece con un ritardo colpevole e non gli riuscì di mandar giù che alcuni sorsi di caffè amaro mentre resisteva al panico; il mare era minaccioso e indifferente, laggiù, in basso, una presenza quasi estranea, se non una non presenza priva di alcun fascino. Per quanto gli riguardava Katakolon avrebbe potuto restarsene lì per sempre, non vedeva l’ora di poterla guardare dalla poppa, non avrebbe avuto nemmeno la forza di muovere un passo. Si prese una sdraio e cercò la sopravvivenza maledicendo a minuti alterni la propria stupidità, nel tempo che gli rimaneva cercava di annegarla nell’alka-seltzer.
Il pomeriggio andava già meglio, una buona pennichella era stata un ottimo toccasana. Le incontrò che uscivano dal corridoio che portava alla loro cabina e si rigirò a guardarle di spalle mentre salivano la scala, Alba aveva un culo impegnativo che sussurrava ad ogni gradino aneddoti sfiziosi ma forse troppo lascivi e ormai fuori tempo, probabilmente avvertiva lo sguardo dell’uomo su di sé. Quella ragazza invece era la primavera. Vederle vicine, una accanto all’altra, forse, a parte l’età, sarebbero state uguali, come a volte avviene tra madre e figlia, non fosse che la madre era troppo preoccupata a nascondere gli anni. Aveva capelli di inaridita paglia e un mimica che snaturava i sorrisi in rattrappite smorfie. Il rossetto non riusciva a coprire l’avviluppato nido di rughe e il seno era esagerato ed esageratamente soddisfatto. La figlia era coperta da un abitino corto in cotonina che si appoggiava pigro alla pelle. Aveva solo un’avvisaglia di seni e gli occhi sgranati nella curiosità, ancora colmi di quella petulanza da bambina; quasi inutili nella mancanza di trucco e di vera malizia. In un attimo capì che l’eccessiva e arrogante innocenza di quella ragazza erano già un’ossessione.
Aveva visto troppi film di mare e di pirati oppure troppo pochi, non era come se l’era immaginato: tutto era immobile e l’unico assente era il mare. Si sentiva ingabbiato in una cabina che sembrava una prigione, non avvertiva nemmeno la presenza nell’aria della salsedine, solo gusto di chiuso e di uno strano vuoto senza gusto tranne che per quel po’ di sapore metallico, più che altro rugginoso. Le ritrovò mentre gironzolava, un po’ per caso e molto poco no, e gli venne chiesto se era così cortese di farle una foto con la figlia. Si erano appoggiate al parapetto con il paesaggio che si allontanava alle spalle, si vedeva solo un cenno della scia bianca tra le onde e più in fondo la meraviglia del canale di Corinto.
Un leggero vento fece sventolare la bandiera e le loro gonne e mise a nudo le gambe e lei lo lasciò guardare abbondantemente ridendo prima di coprirle goffamente con un gesto pieno di malizia e gli occhi pieni di promesse fingendo che fossero infastiditi dal sole. Si strinse la figlia al seno quasi volesse soffocarla e per dirgli che avrebbe voluto stringere lui. Lui continuò a scattare: la ragazza era un vero amore, un bocciolo; lo zoom le scivolò dosso fino a un ritratto in primo piano. Alla fine Alba si rivolse alla ragazza e riuscì a farsi fotografare con lui passandogli una mano alla vita e profittando di sfiorarlo dietro, sembrava continuare a divertirsi molto. Non s’era arrischiato di chiederne una con la ragazza e si mordeva la lingua. La nave naturalmente batteva una bandiera che non conosceva.
Da quel momento non aveva avuto altro pensiero che restare solo con Faustina. Quella lussuria dell’innocenza, così diversa da quella della madre, così piena di sensualità e di ignara impudicizia; ma altrettanto licenziosa, ancora più perversa, lo faceva impazzire. Nella ragazza tutto era ancora naturale e lui non pensava ad altro che sporcare quel sorriso che sfidava ogni cosa e qualsiasi pericolo e patto. Si inventò frasi coraggiose e allusive e persino romantiche da dire alla giovane e poi ripeterle in privato. Si annotò il numero della cabina e scoprì che era troppo prossimo a quello della madre e dell’amico della donna. Provò una gelosia rancorosa e altrettanto stupida per quell’uomo che non aveva nessun diritto. Studiò i percorsi per aumentare le probabilità di incrociarla e le possibilità di parlarle in modo appartato.
Gli avevano detto che madre e figlia erano rientrate presto e poi s’erano dirette in piscina. Lui aveva chiesto tutti i particolari giacché s’era attardato per prendere un ricordo per Susanna e uno per la sua piccola e per la curiosità di vedere Licabetto. Niente di ché e non capiva gli elogi sperticati che la donna gli aveva dedicato per poi non andarci. Le aveva raggiunte, ch’era quasi ora di andarsi a cambiare, ancora vestito com’era tornato a bordo. S’era pentito d’essere sceso a terra con tanto ritardo da non poter godere della loro compagnia e s’era scusato. Aveva proposto una bibita e aveva provato giustamente ad insistere ma entrambe avevano rifiutato con la ragione dell’ora e per rispetto di chi le stava aspettando. Il tessile se ne stava lì di controllo nascondendo la faccia quasi completamente dietro le quotazione della borsa enfatizzate nel quotidiano, gli fece appena un cenno e ripiegò il giornale per richiamare le due donne. La ragazza ebbe un solo attimo di incertezza, attorno alla testa aveva un foulard a fiori con trasparenze quasi impalpabili da cui pendevano alcuni cuoricini dorati e un costume minuscolo con molto blu e molto verde. Aveva un corpo flessuoso e si muoveva come una sirena. Era un miraggio; scappò dietro la madre che la chiamava e quell’uomo orribile. Lui decise che l’indomani sarebbe sceso a Rodi con loro.
Fino ad allora era riuscito bellamente ad evitare di farsi coinvolgere dal cameratismo appiccicoso dei colleghi nonostante i reiterati tentativi. Aveva saputo solo che c’era stato qualcosa tra Lorenza e Giuliano, pareva una notte di fuoco, e tutti ne parlavano. Non volle sapere atri particolari. Aveva sbagliato il suo giudizio sulla donna e anche sul compagno di lavoro, gli era sempre sembrata una sempre sulle sue, senza grilli tra i riccioli, solo dedita al lavoro e alle pratiche e poi era anche al di là della più indomita e bieca tentazione. Pensò che era stata quasi un’opera pietevole di volontariato simbolo di altruismo, di coraggio e di abnegazione e sorrise dentro di sé, ma al tavolo trovò la sorpresa, era stato messo distante sia dalla madre che da Faustina. La cena fu di una noia mortale mentre tendeva le orecchie per sentire i discorsi lontani e non vedeva l’ora che finisse e anche i piatti gli sembrarono preparati con meno perizia. Fece però molta attenzione alle bevande che con quel caldo facevano presto a tagliare le gambe e a tradire l’uomo notando su di sé come il dopobarba fosse una pratica distintiva degli assicuratori. Fu una liberazione quando si spostarono tutti di là per avvicinarsi alla pista da ballo, si ricordò solo allora di aver ricevuto da Alba un largo sorriso e che poi la donna aveva alzato il calice e fatto un cenno con il capo come a dargli un appuntamento per quel dopo.
Aveva pensato che avrebbe dovuto guardarsi dal medico di bordo ma l’uomo era stato interpellato d’urgenza e aveva dovuto lasciare la compagnia e, seppure con evidente malincuore, il braccio della ragazza. Non gli restava che guardarsi dalla mamma guardinga, impicciona e gelosa. Non che amasse particolarmente quel tipo di mondanità ed il ballo, ma in quel momento era costretto ad essere grato a questo e a quello e al camiciaio, la coppia ballava parlottando e bisticciando. Rubata ad un secondo lungo e dinoccolato Faustina si lasciava trasportare e trascinare sbadata e non aveva molto da dire mentre i suoi occhi gironzolavano disattenti ubriachi di novità. Al momento opportuno aveva potuto così approfittare della distrazione di Alba per lasciare le danze e allontanarsi con Faustina dal salone fin troppo abbagliante prendendola sottobraccio e non lasciandole nemmeno il tempo per prendere la borsa. Lei era un incredibile animaletto mansueto, lui aveva trovato la scusa di soffermarsi a vedere la luna riflettersi su quella tavola buia di mare e poi lei l’aveva seguito docile e rassegnata nella sua cabina.
Appena il tempo di cominciare a rubarle un primo bacio guardingo ma curioso e per saggiare quelle carni sode che stavano sbocciando, quando era tornata la luce nell’abitacolo ed era entrata indispettita la madre. La ragazza non portava reggiseno e non ne aveva bisogno tanto erano ancora acerbi e appena abbozzati quei seni. Si maledì per avere avuto appena la possibilità di cominciare a forzare la resistenza di quella esile mano e pensò a come lei avesse l’incantevole indiscrezione di chi non sa e vorrebbe tutto scoprire e come mantenesse ancora la meraviglia innocente ed incosciente per ogni cosa come una bambina. Se avesse trovato il modo di pensarci avrebbe concluso che quel fugace bacio aveva il meraviglioso fascino dell’inconsistenza; che era bello proprio perché così incerto e impacciato e improbabile. Quando ormai era nella sua mano s’era sentito svuotare dalla delusione e maledì quella madre con tutte le sue forze. Restò da solo, desolato guardando Alba dargli le spalle e, senza un fiato, trascinarsi dietro sua figlia.
Le due donne avrebbero avuto bisogno di una spiegazione, non ci voleva pensare. Non sapeva quale e non gli riuscì di ridere soddisfatto né di essere lusingato della contesa e decise, com’è ragionevole, che non voleva arrendersi e cercò di calmare l’emozione. Poi, una buona doccia riesce a cancellare molte cose, fece tutto senza fretta pensando che ne aveva avuto abbastanza di confusione, per quel giorno, ma che la notte era giovane. Rimise il pigiama sull’ometto appeso nell’armadio, si riguardò allo specchio e prima di coricarsi ascoltò le notizie alla televisione senza degnarla di un solo sguardo; controllò l’orologio e mise sotto carica il telefonino. Avrebbe voluto raggiungere il ponte per un’ultima sigaretta ma vi rinunciò, si sentì d’improvviso pigro e poi non voleva sfidare la sorte, anche se era certo di una sola cosa: che se doveva succedere avrebbe dovuto aspettare ancora un po’. Non aveva nessuna certezza tranne una percezione così, come aveva detto alla ragazza sfiorandola sul ponte, aveva lasciato la porta della cabina aperta ma probabilmente si era addormentato. Fu richiamato in sé da quella breve luce che era balenata e scivolata nella stanza angusta, ma era stato meno che un attimo, e poi aveva udito prima il fruscio di qualcuno che bisbigliava passi silenziosi sulla moquette e poi quello di un corpo che si liberava degli abiti in un’attesa snervante e febbrile. Era venuta, il suo udito frugava quel silenzio aspettandola, ancora un poco sopito e bagnato in preda del sogno recente aveva provato subito desiderio per la visitatrice e lei gli era già accanto scostando le coperte. Quando le unghie della donna scivolarono sul suo petto non riuscì a trattenere il gemito; non avrebbe voluto mai deluderla.
Aveva allora cercato di allungare la mano per raggiungere l’interruttore ma lei l’aveva trattenuto. Si abbandonò alle sapienti attenzioni della femmina. Quel corpo nudo scivolò con la delicatezza della piuma sul suo e quella pelle divenne un’unica carezza. Riconobbe la donna attraverso ogni attimo della pelle; ne rintracciò ogni più piccolo indizio mentre lei continuava a trattenergli la mano. Avrebbe gradito vederla invece lei lo convinse e lo spinse a girarsi come se non fosse lui l’uomo o se lei volesse possederlo come possiede un uomo e la sentì alle spalle come una presenza insolita, un po’ allarmante e via via più intrigante. Poi si accorse di non avere più rimedio a quelle mille lusinghe e lasciò fare. Adottò la scusa di essersi lasciato prendere di sorpresa, quando non era ancora completamente sveglio. Non riusciva ad immaginarsela la ragazza che gli scivolava addosso nuda. Così padrona della situazione e di lui, consapevole che la curiosità a volte supplisce a molte cose e si sa mascherare da esperienza.
Il fatto è che l’uomo sa bene come farsi distrarre e lui s’era smarrito quasi subito, troppo preso ad ascoltare le voci del proprio intimo universo. In fondo è la natura e l’istinto che aiutano la vita. Una dona nasce con la consapevolezza segreta di essere donna. O più semplicemente non voleva accettare la possibilità di essere ingannato, e poi sarebbe stato troppo anche per la più fervida immaginazione. Invece avrebbe dovuto capirlo subito: troppo vorace ed esperta era la sua bocca, troppo presuntuoso e falso era quel seno; troppo sfrontato era tutto. Ne ebbe più chiaro e presente il sospetto quando quegli ansiti di godimento proruppero in un grido roboante di liberatorio piacere e in una supplica sconveniente e ne ebbe conferma quando ottenne la certezza che non era ragazza.
Fu distratto perché gli sembrò di udire un sottile rumore alla porta ma decise di smettere di far caso a qualsiasi cosa mentre l’amante scoppiava in una fragorosa e agghiacciante risata. Tornò ad allungare la mano per dar luce alla stanza ma ancora la donna lo trattenne per il polso. Ora sapeva ma, nonostante lo stratagemma, non aveva più tempo per tirarsi indietro, non sarebbe stato gentile nei confronti di quella donna come di nessuna, e poi era ormai tardi anche per lui.
Non aveva bisogno di fare nulla e non avrebbe mai avuto modo di rammaricarsi, lei sembrava avvertire tutti i suoi desideri, prima ancora che li potesse esprimere, anche quelli che non aveva mai confessato nemmeno a se stesso, e conoscere anche il più piccolo angolo del suo corpo per farlo fremere. Ormai non c’era altro mondo fuori di quella stanza, avrebbe potuto crollare il tetto e l’intera volta celeste. Lei era una fornace incandescente ed era un fiume in piena; si scusò, lo insultò, gli disse che era bello, lo minacciò, lo implorò, lo maledì, lo pregò e gli piantò le unghie sulla schiena e i denti sulla spalla. Si sentì frugare dentro e questo non gli era mai successo, il sole doveva essere ormai alto e lei non era ancora sazia quando fu costretta e lasciarlo salutandolo con un bacio profondo e disperato. Mai avrebbe potuto scordare quella notte per il resto della vita.
Avvertì un grande tramestio fuori e fu costretto a uscire da quel tepido sopore per prepararsi e raggiungere gli altri con curiosità sistemandosi ancora la camicia dentro i calzoni imprecando. Aveva visto che sua moglie l’aveva cercato, ci avrebbe pensato più tardi. Non si sentiva stanco, solo vuoto e assente. Avevano trovato Faustina annegata nella piscina. Apparve subito stupido in mezzo a tanto mare annegare in un piscina. Sembra una cosa possibile solo in un romanzo di cattiva grana. E senza nemmeno lasciare una parola a spiegare il gesto. Erano tutti allibiti, bocche spalancate e piene solo di silenzio; un silenzio che sapeva di piombo. Si avvicinò a Alba per darle il suo conforto. Avrebbe creduto che il mattino fosse più crudele con lei. Stava bene in nero, era ancora più affascinate. Lei gli porse, con un sorriso rigido e di circostanza, un biglietto da visita del marito dove sotto aveva siglato a penna il numero del proprio cellulare: “Mi chiami. Si ricordi di farlo. Dobbiamo finire quel nostro discorso. Sono veramente… interessata a… a… quei fondi d’investimento. Ora mi voglia scusare”. Certo che si vede la vera signora.

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C’è sempre un modo giusto e un modo sbagliato di fare le cose. Restò con il rasoio a mezz’aria. Chi era? Quella faccia senza luce. Gli occhi privi di qualsiasi volontà. Eppure era lo stesso di sempre. Eppure per la prima volta non riuscì a sfuggire alla domanda: aveva mai amato? Stava per dire di sì. Stava per dire di no. Insomma stava per dire. A volte la risposta è la cosa più difficile, a volte è solo inutile, altre ogni risposta è quella giusta e contemporaneamente quella sbagliata. Decise di andare con ordine alla ricerca di una piccola verità consolatoria.
In verità amava il suo gatto. Ad essere onesti e precisi nemmeno quello, ed era una gatta. Lo infastidiva quell’ammasso informe di peli in autunno sempre tra i piedi. Era la bestia che pareva amarlo. Lo cercava continuamente. Se la trovava sempre tra i piedi. Anche lì e in quel momento. Ma non era questo che voleva dire. In generale amava gli animali, ma quelli degli altri. Li amava a piccole dosi. Il tempo di un gioco prima della noia. Come i bambini. Un po’ come la natura, il grande tema dell’ecologia. Era sempre stato attento ma non riusciva ad essere sempre attento. A guardare bene tutto finiresti per impazzire. E l’aria, e l’acqua, e i cibi. E poi capita sempre un piccolo attimo di distrazione. Nessuno è perfetto o può essere rigorosamente coerente senza uscire di senno. Eppure aveva sempre amato la politica.
Sì! quella. Belle soddisfazioni gli aveva dato. Aveva sempre pagato per le sue idee. A volte un prezzo fin troppo oneroso. E ora. Gli veniva da ridere e da piangere come s’era ridotta. E come s’era ridotto il suo paese. Al comune era andata una giunta di destra. Sarebbe stata il meno. Erano peggio che disonesti. Erano una banda di incapaci. Zotici e stupidi e stronzi, ma soprattutto incapaci. E poi è sempre facile parlare. Certo amava le sue idee. Certo è facile dirlo. E’ facile anche dire che si può morire per le proprie idee. E facile da dire, magari anche da cantare, non certo da fare. A pensarci a fare il delegato aveva guadagnato solo di essere ancora quello che era quando era entrato. Finché aveva continuato a farlo aveva visto tutti passargli davanti. Bisognerebbe farsi furbi prima. Aveva capito presto che nessuno pensa per te, se non ci pensi tu. Quello che non poteva certo dire era di amare il proprio lavoro.
Degli amici meglio non parlare. Ci sono sempre quando non servono e di più quando hanno bisogno loro. Se presti un libro puoi esser certo di non rivederlo. I soldi puoi te li devi riguadagnare. Carlo non glieli aveva mai più restituiti e alla fine si erano anche litigati. Così aveva perso tutto. Non era stata una grande perdita per lui, ma diecimila son sempre diecimila. Sì! tanto meglio da soli. Almeno c’era cascato quella volta sola. Amava la sua città ma come ci si adegua e abitua ad un posto. In fondo avevano una bella casa e forse era quello. Alla fine un posto vale un altro. Qualcuno è più comodo, qualche altro meno rumoroso. Non c’è poi questa grande differenza. Ma quelli sono piccoli amori. Quelli. Certo aveva amato gli urania. Ora non aveva più tempo nemmeno per la gazzetta. Amava la sua squadra del cuore. Il presidente aveva deciso non non metterci più un euro. Non era più tempo per fare gli eroi.
Certo aveva amato sua figlia. Quel momento, quello della nascita, era il più bello ed emozionante che aveva avuto. Come si può non amare il sangue del proprio sangue? L’ultima espressione era degna di Ilaria, sua moglie. Peccato che i figli poi crescono. Non che non gli avesse dato soddisfazioni; questo non poteva certo dirlo. Era quello che si può definire il suo orgoglio; quella che si cita come una brava ragazza. Studiosa. Intelligente. Autonoma. Si stava facendo una strada. E dopo. Cosa gli dava? La sentiva sempre più raramente. Si vedevano sempre meno. Gli sembrava che non avessero niente da dirsi. E si rimproverava il mondo che le aveva lasciato; per le sue vane illusioni. E poi lui, quel… come si chiamava… Eugenio. Non riusciva proprio a farselo piacere.
Amava Ilaria, ovvero l’aveva amata. Come avrebbe potuto essere diversamente? Ilaria aveva due tette splendide e tutti gliela invidiavano. Le era stato fedele quanto può esserlo un uomo. Erano state le occasioni a cercarlo, non viceversa. Non aveva niente da rimproverarsi. Niente di cui essere rimproverato. Certo, in un certo senso, gli era sempre pesato che lei guadagnasse più di lui. Non si era mai sentito, come dire… libero. La vita a due è una vita a due. Non era più riuscito a fare le cose che gli piacevano. E la sua famiglia. E le vacanze in montagna. Al diavolo tutto perché poi tutto era diventato abitudine. Spesso una noiosa abitudine. Anche Ilaria. Anche fare all’amore il sabato sera. E non aveva più potuto essere… spensierato. Ma certo la causa sta anche nel tempo che passa. E stava diventando persino sciatta.
Erano le sette ed era ancora in mutande. Doveva sbrigarsi perché doveva andare al lavoro. Forse l’amore ha mille significati diversi e mille interpretazioni. Anzi sì! E’ una sola parola per descrivere troppe sensazioni. Troppe emozioni. Diametralmente diverse. Ma che colpa poteva muoversi se lei aveva smesso presto di avere attenzioni per se. Ormai dimostrava l’età che aveva. Le sue belle tette erano un ricordo. Sarebbe ingeneroso scendere in particolari. Fatto sta che ogni gesto era stanco, privo di trasporto. E non aveva mai avuto molta fantasia. Certo che le donne invecchiano presto o all’improvviso. Poi la loro bellezza diventa un lontano ricordo. Non resta molto di quello che una volta era servito ad affascinare. Alda invece aveva ancora quell’età, e quell’entusiasmo. L’amore con lei era ancora una cosa entusiasmante. Certo non era felice di non poter mostrare la propria felicità; che si dovessero nascondere. Ma lei gli era necessaria per amarsi perché di una cosa era certo, almeno di quella: aveva sempre amato Armando.

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