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Posts Tagged ‘treno’

CARTE: Analisi di un omicidio (33*48) 6 giugno 2010Quello che aveva reso l’indagine così complicata e difficile era stato proprio quello: solitamente in quelle faccende non ci si imbatte in una donna e perdipiù così donna. Quando l’aveva vista per un attimo non aveva voluto credere ai propri occhi e per sempre aveva continuato a sperare di poter continuare a guardarla. Era stato un lavoro lungo e meticoloso, avevano tracciato un gran numero di profili, rilasciato interviste poi, come quasi sempre, il caso ci aveva messo lo zampino e l’avevano trovata sulla vittima ancora calda. Sporca del suo sangue e del suo piacere come una qualsiasi donna e (peggio) come un qualsiasi delinquente che ha il momento della distrazione (ma non era così). Lui pensava avesse voluto farsi prendere di proposito per farsi vedere (soprattutto proprio da lui); curiosa. Fosse scesa alla stazione successiva nemmeno quella sarebbe stata l’occasione buona e si sarebbero ritrovati ancora con le pive nel sacco. La sposa aveva poggiato il vestito bianco sul letto e s’era chiusa nel bagno in attesa di essere in ritardo. Lo sposo aspettava in anticipo davanti al municipio ed era già preda dell’impazienza e di uno strano senso di confusione. Nessuno saprà mai come sia riuscita a farlo salire su quel treno e lui era la tredicesima vittima. Dopo essersi assunta tutte le sue colpe, e aver spiegato che non era vero niente che quello fosse un mondo maschio, non aveva voluto spiegare né aggiungere altro. Dopo la condanna, senza ragionevole perché, era andato a trovarla e le aveva portato dei fiori. Se mai l’aveva fatto non faceva certo paura e muoveva ad altri sentimenti tra cui la compassione e la dolcezza.

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pittura con tecnica mista su cartone telatoLei, lui e l’altro. Ogni nero inizia così. Lei un po’ svampita. Battiti ravvicinati e impazziti gli occhi in eterna fuga. Niente di nuovo in quella mattina. Il sogno di una donna senza fantasia. Tacchi a spillo per sospendersi nelle smanie frugando il vuoto con attenta competenza: non aveva nulla da aggiungere. Lui, il vero lui, era caduto giù spinto già morto. Il treno delle diciassette era arrivato in ritardo ma lui, cioè l’altro, era arrivato puntuale. Era stata una piccola stazione persa di nebbia e pioggia polverosa. Un grigio che comprendeva cielo, case e tutto; pioggia compresa. Ciò che doveva essere fatto era stato fatto. Lui le aveva assicurato un futuro anche dopo ma il loro amore eterno si era infranto in un attimo. Cristallo in un gioco troppo ambizioso: il tempo. Giusto il tempo di uno sguardo azzurro. Gli sembrava di non averla mai vista. Non l’aveva mai conosciuta. Ed era pure tutto bagnato. La vita della donna era diventata appesa a quel filo, parole su carta. Lei, piena di profumo, nella sua nudità indossava un’aria ostentatamente fatale. In quella piccola stanza a tempo era andata incurante alla finestra e dalla finestra aveva guardato fuori: la giornata era rimasta la medesima ma s’era fatta sera. Nessuno la poteva vedere. I giornali l’avrebbero saputo il giorno dopo. Un’altra macchina stava parcheggiando. Un brivido la percorse. Tutto come in un vecchio film. Persino quella voce che sembrava provenire da fuori campo. L’altro, l’assicuratore, si appoggiò sul gomito: “Torna qui sotto, vicino a me, perché da viva sei un gran bel donnino, ma da morta costeresti alla compagnia una fortuna”. La fortuna aveva smesso di mettere naso a questa storia.

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QUASI D’AMORE

Sussurra pressoché muta la
sigaretta King Size filter
evade l’idea, adagio srotola
di fumo sottili filamenti lo
sguardo scruta più oltre
–la strada costeggiata di
cipressi– dondolano nell’aria
frementi frasche vola un uccello
attraverso il divieto metallico
(grida soffuse l’aria che spettina
le frasche) luce diviene colore
in tutto un che d’impaccio nel
l’attesa schiaccia il resto della cicca

Si acquieta il camminare: sei barra
to sfregare di ruvide catene, ferro
vecchio, catenaccio:
Tu ti ricordi Anna – obliterare
il piatto destino – i foglietti.
Leggero dondolio come borbottare
richiude la porta frantumare di
immagini: Tu ti ricordi Anna.

Di questo mattino finestre sono
immagini veloci la strada
ci corre incontro.      –Un me
dico uccide mogli
e figlio, poi ri
volge l’arma (lucida; s
oggetto il freddo meccanismo
perfetto del
la folli
a) su se stesso – tu ti ricordi,

ripetuto ossessivo suono
ritrovato il mattino, –Tu ti ricordi
Anna i foglietti che ti passavo
in classe       sotto
il banco
(note di notte
quel quotidiano rintracciare
una storia diversa, un
verbo lontano: quotidiano) –Ti
disegnavo un fiore
… la folla s’af
folla di chiaro
scuro vestita cinta e bagli
ori di luce brucia
no e stracci
ano contorti spazi
e ti respira d
osso senza sincronia (uni
verso circonciso di rosso) suoni
e immagini      per esserci,
monotono paesaggio ossessionato, uguali:
un ridere dispettoso, una
parola      con l’erre che striscia di
vocaboli di saliva      atomizzata,
un filo di ciuffo le graffia la guancia
e parla con piacere
che sembra un gioco
Luisa ama Maria –la
scritta A–cerchiata tira su
con il naso       poi
passa il dorso della mano
sopra il labbro
(il polsino
è logoro) lo sguardo è
spento      paesaggio in frantumi
è made in italy,
reggersi agli appositi sostegni
.
Grande edificio incasellato
il minimarket gazzetta: auto
nomi a sos
pendere lo sciopero
vessillo bandi
era      occupata l’
ambasciata: sei gio
vani non voglio
no

:in car
cere      il mare
crolla impalcatura
secolare albero
inquinato lungo la
costa       muore il
mare      sul lavoro
cadendo (bagliori di
segatura e schegge) lievi scosse sismiche

(non si sa il numero delle
vittime:      incidenti al con
certo:      note
voli danni materiali
(nascosti
e muti pesci) finché
la violenza
(natura o qualità
coazione fisica o morale,
indurre) dello stato si chiamerà giusti
zia
(
o) la giustizia del proletaria
to si chiamerà
(ripensando
ad un film di Bunuel)
violenza. Firmato
Una Falcemartello
.

Tutto morso qua
e là      a piccoli sorsi, in piccoli
furti (armonia molecolare) e
parentesi fugaci il cibo tedesco gli
odori      i volti:
ha gl’occhi acquosi
di palude tranquilla
un nero sottile baffo
che gli piove sul labbro
capelli ritti che si diradano
unti      un tic sottile quasi
disinvolto      l’ultimo uomo,
ha uno sguardo di
malizia e di malizia
seni lovable impertinente sul
capo riflessi di corteccia e
negl’occhi (gazzella leggera
) per sorridere rag
grinza tutto il viso
torno il naso,
fragile e lunga come
un giunco, ha
occhi neri e nei capelli,
ha jeans stinti, ha
occhi e capelli, ha occhi
ali con montatura dorata.

Suono il clacson      stridore
di freni       le gomme graffiano
(inchiodano) l’asfalto brusco
frenare scompiglia
sentimenti      incompiuti: hai
visto quel modello di Courlan
de, di–sgraziato      anche ieri
guarda quel figlio
di puttana       guarda la strada
carino      mi ha detto
Ti prego non farti      Luigi
di silenzio       si infrange il suono
frenare: farsi più vicini
ancora di più,      ancora
il gomito sulle costole
lo stesso respiro      la
borsa sul ginocchio      la
tesa      del cappello che
acceca.

Poi…
lenta
mente…
il corpo sudato
si bagna
di sudore, sudore
mescola
(perle bianche
come
denti di cane)
sulle mani
si intrecciano
le dita,
anche il
ferro
freddo e decoroso
trasuda

leggera convessità del ventre
allusione di mussolina
sfiora       e      morbido il seno
seno ri
gonfio l’estate
veste sottile
quasi come      gusto di
cipria       e i merletti
polvere      di già stato
colmo il ventre
la coscia soda lancia
lungo la coscia      trapela
il dialogo      e soffice il
seno eppure elastico
eppure
preme lungo il braccio
forma distinta      quasi precisa ri
gonfia      e i sottili tentacoli
del sottile formichio       lenta
mentre percorre il percorso
quasi un percorso intero
delle tepidità      senza voce
un’espressione      quasi distratta
mentre corre      la strada e s
corre      sul seno pieno, sul sole, sui
tratti, su quei piccoli indici turgidi
espressi,      sulle grafie murali, a
tratti      lungo il fianco, sulle cinque
cento,      sul ventre con un dolce
foro in centro,      pallottola di Cristo, sulle
grafie morali,      sul ventre che s’affonda
sulla mano che suda       e sul ventre
(e tutto riconosce      e tutto ignora)
e sul ventre       che si discosta lenta
mente
Tu ti ricordi Anna

L’estate (se vuoi)
era un cornetto dolce col cuore di panna¹


1] 16 agosto 1978

Con questa finisce la raccolta di poesie di allora composta sotto il titolo Settembre

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PAESAGGIO E LUCE

Come sirene ossessionate
–suono compiuto; materia– le grida del mattino
i gabbiani (squittio, volo di cera)
che si conficcano nelle nubi,
che di nubi si bagnano le ali,
suicidi.      Al vento giacciono
come leggeri segreti, presaghi; tempo assoluto
–terra, mesi, ansie–
batte fulvo ai polsi in saracinesche si sole
batte sull’incudine dura dei segni
i rintocchi suoi gravi,      disfa
la tepida matassa:       i bimbi
anelli incastonati portano
di fantasia      e catene d’oro.
Colmi di se negl’occhi
(credenza onirica e laica l’infanzia)
umidi di sorrisi      –curvi di giochi–
consumano risa di mattino
raccogliendo rugiada nel vento, muta
passa: il paesaggio
i suoi contorni confonde       e fonde.¹

Fateli tacere.
Quasi fastidio è
il loro gioco.


1] 21 agosto 1972 (?)

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IL MURO

Queste pareti
queste mura che luce
soffrono, angoscia racchiudono.

Apre miopi finestre.

Segna il tempo
i coricarsi amari
stanchi ed esuli di gesti.

Consuete ombre
le ore ritraggono
in consuete pose

o si confondono
in ciò che solo riesci ad immaginare.¹


1] 21 agosto 1973

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BUIO
Mai tanto buio
mai quanto adesso
nemmeno un chiarore
muta intorno      la luna
un chiarore, nulla
nient’altro che buio      a essere.

Dove essere?
Come?
Fra cose distratte
dieta di quotidiano
oggetti che tentano identità      mentre
l’illusione tace i suoi neon:
Misero silenzio – silenzio
neanche rumori lontani porta
né lo sferragliare del treno.
Immobile      immenso globo,
sibilo tremendo,
sfera senza coda,
increduli spalanca      occhi d’acciaio.
Cerca il posto…
il posto dell’appuntamento
ma lei è andata, fuggita…
e con quei sussurri di voilà
difficili equilibri
acquieta la notte,
rincorrersi diVersi
mescolarsi di vuoti e ombre
quasi giustificazione
del tempo

scorre lento come lenta
la corrente spegne il rancore.

E chi non ha nulla
sceglie un dio
in cui credere.

E chi non crede in se
di se stesso i canti canta

mentre al suo corpo
usa violenza
e i suoi oggetti violenta
oppure
avvinghiato
a loro s’accoppia.

Ma chi si teme
d’altri parla
e balbetta.

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VIII. dal tempo in cui
di tempo in tempo
giaceva ai suoi respiri
con folle di trucidi ciclopi
nel tempo esauriva se stesso.
Unica follia, unico rancore
e schegge infisse nelle pupille vuote:
per riflettere
e solo per riflettere
cantò alla luna quel quinto verso d’Europa,
levigati chiaroscuri battevano alle porte
e batté girando le case
sui cieli in se      a mutarsi;
battere e suonare squilli brevi
e narrare la diagnosi
vendendo nel plico
la consumata ricetta dell’immortalità.
Ma
come non credere al tempo
se

e cuore
di te mi chiamano poeta.

NB oppure è impazzito, allora
per non ritrovarsi più

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