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Posts Tagged ‘treno’

VII. Lettere, lettere ed altre lettere
mio caro amico. Verrà mai domani?

“Infelice vagabondo”
attenta scorre la mano
(pietosa)
armonie consumate
e
AMORE: CAVO
(Ricchezza d’ebri incensi
similitudini
o vocazioni perse), quieta
ascoltavi di lontano.
Ed è nudo e muto
vagabondo senza tempo
in quartieri-residenza.
Lingua teneva in sé
colma di parole
che di parole languiva;
lingua tradita, non lingua
trafitta
in partecipe (estranea) al (del) vicino.
Aguzza accusa e cura
atto rovente rivolto al cuore
o cronometro
a misurarsi il sole;
lingua tradotta
giace, favella e in sé si piace
e dietro / Rifacimenti
e sei piccioni, da messaggi,
6; con ali di voilà
rapide che scostano i soffi dell’immagine
(passiva dolcezza) per ricomporre
un senso d’infinito
di sé negato
e la sua ombra,
lunga proiezione del caldo afoso,
nella quiete affoga e dello stagno
insegue il sasso: clinch
cerchi su cerchi s’ingoiano
come un eco lontana

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VI. Ora il treno ti passa in testa
grida in silenzio il dolore,
(di lieve gioia il dolore)
sferragliando ti passa in testa
quel treno senza stazione,
un merci, grigio pur’esso;
salta, salta se non vuoi
se non vuoi trovarti sempre
qui seduto a parlare d’altro
mentre il rumore ti impazzisce
e nemmeno ti odi, anche se non serve
salta, salta giù.

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19 settembre 1972 2008

Cara amica che guardi il mondo con l’anima e con l’anima lo mostri.
Stasera ti sentirò stasera e sarà già ieri o ancora prima. Stasera ti sentirò con altre parole che non queste che non danno voce. Non danno suono. Perché non potrei mai dirti, mentre mi ascolti, altrettanto; e le parole stesse che mi suggerisce il cuore. Per quella strana ragione. Così stupida. Per quel pudore. Per riservatezza? Solo perché non potrei sostenere i tuoi occhi. La luce dei tuoi occhi. La violenza dei tuoi occhi che mi guardano. E ancora solo perché non potrei nemmeno sostenere la tua presenza. Nemmeno il suono delle mie stesse parole. Nemmeno il secondo. Goffo, mi sentirei morire. Temo il balbettio indistinto. Temo quell’errore che è il parlare. L’amore ha bisogno di lettere d’amore e di tacere ed occhi socchiusi. L’amore ha bisogno di sognare e lasciarsi andare. L’amore ha bisogno di farsi amore. E allora aspetto di ritrovarti qui. In questo qui fuori dal tempo. Dove sembra eppure impossibile, farlo oggi così, in questo mondo che corre, in questo mondo senza spazio e senza pazienze, parlare d’amore con parole che arrivano dopo.
Eppure non v’è un posto, nemmeno qui, dove parole possano dire, di più e solo quello che, dicono i silenzi mentre ti tengo la mano, mentre appoggi la testa sulla mia spalla, al biondo dei tuoi capelli, un biondo che abbaglia. Ma già mentre ti vedo arrivare o quando mi preparo a tornare – qualsiasi treno correrebbe troppo piano. E il tempo e lo spazio che ci divide, immobile, diventa ogni istante più dilatato. Non stiamo fermi, è il tempo che non basta più. Il tempo che ci viene rubato. Il tempo di cui sono sempre più goloso. Il tuo tempo per me. Le tue braccia che mi offrono un abbraccio. E non ho parole lusinga ne parole ruffiane. Non ho nulla di tutto ciò tranne il mio disarmato e disarmante perdere il fiato davanti al tuo sguardo. E queste sillabe che vincono il pudore e stendo all’aria come i panni di un figlio, come fiori avvizziti in una mano che non li sa dare, come un promemoria gridato a me stesso, come una promessa. E in tutte queste parole e in mille altre mi manchi.
Io. Quell’io che sogna dove gli altri sporcano. Ma anche l’altro io, quello che sporca le lenzuola. Quello che non si libera del sogno e anche nel sogno vive. Quello che ti dorme accanto e ti ascolta respirare. Quello che teme ad ogni tuo cenno. Quello che trepida per ogni tuo cenno. Interprete avaro di una favola tanto grande. E ancor più violento diventa il bacio che mi manca. Diventa l’assente presenza di te tra le mie braccia. E i tuoi occhi chini, la prima volta – ricordo che mi lancina il cuore. Ricordo indelebile che di te mi resta. E tutto quello che ci siamo detti senza dire parola. E ogni mia ripartenza. E ogni volta che vedevi, in amarezza, quel mio viaggio dal quale non mi potevo arrendere. Quando i tuoi occhi tacevano risoluti lacrime secche che avrebbero voluto gridare. I tuoi occhi, quei tuoi occhi velati di tristezza. Quei tuoi occhi mansueti. E mi dicevi che era solo per pochi giorni. Passeranno in fretta. E lo dicevi per convincere te stessa. Quando anche un minuto era troppo. Ed eri già al telefono ed ero già lì a cercarti. E il mio treno era ancora alla stazione. E già mi cantavo la nostra canzone.
Non c’è un posto, non uno, che possa essere il nostro posto. Per tutto quello trovo questo coraggio. Ma un altro treno è pronto. E ora Brasov ci fa ancora più lontani. E quel treno scalda i muscoli. E poi l’aereo fragile. E poi ancora strada (polvere e sassi) e pulman (e ancora polvere e sassi). E io qui a contare i minuti. E a contare i metri; anche la misura più minuta. Pronto a guardare fuori anche i paesaggi che non posso riconoscere. E a cercarti anche dove so che non ci sei. Che ore sono lì, dove sei tu, fin troppo distante? Il mio orologio s’è fermato; fa sempre l’ora dell’impazienza. Ho già il biglietto in tasca. E la valigia sempre pronta. E l’abito che ho preso per vedertelo indossare. Per poterlo togliere. Per vederti uscire – come dalla spuma di mare. E sentire uscire l’odore del tuo corpo. Il profumo della tua pelle. Il fascino di te che mi fa impazzire. Ma resterei per sempre anche solo a guardarti. E’ bello guardati. E’ bello solo quando ci sei.
Se fossi la mia morte desidererei morire.
Firmato con un nick

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