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Posts Tagged ‘tristezza’

E noi, davanti a questo mare
–fetida pozza d’acqua
sepolcro delle nostre vergogne,
ossario–
cerchiamo di dimenticare,
ma se sappiamo ascoltare
il silenzio in silenzio
allora potremmo sentirlo,
con onde solo placide all’apparenza,
ancora raccontare di storie lontane
e magari finanche di velieri e imprese
e dell’orribile pesca temiamo
le membra straziate
poiché non c’è pace se non è di tutti
e non c’è libertà se non per tutti
e non c’è giustizia nel sonno pasciuto
giacché non c’è futuro senza lotta,
e a riva porta il corpo del pesce,
questo mare,
e resti di vecchie parole
e persino gesti stanchi
rassegnati
e allora tutto è perduto
ma infuria tra le onde
di rabbia la sete di giustizia
e nuove grida si staccano dal silenzio
non c’è perdono per i carnefici,
non ci sarà,
sbarca a riva la miseria
e il mare si lascia alle spalle
per una nuova speranza
ché il mondo è stato creato senza frontiere.

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pittura con tecnica mista su cartone telatoE cerco me
in tante vite vissute
e cerco me
in tante vite perdute
frammenti sono
che la memoria tradisce
quando si avvina il tempo
per dar spazio alle memoria
e lacrime pensanti appaiono
in questa ricerca vana
per le persone vive
che son rimaste foto
e per le immagini che non sono
e non saranno più.
E’ quel più a far paura
sul fare della sera
quando certi silenzi narrano
e certe narrazioni si tacciono
per cercare me, anche loro
e frugare in cassetti nascosti
per non fare attenzione,
il rubinetto gocciola
echi ossessivi
che non puoi cancellare
che gridano note dissonanti,
e allora…
cerco me per non trovarmi
in questo gioco che consuma vita:
cerco me tra le tue braccia
dove nascondo la smorfia di quelle immagini
dove il viaggio si fa veleno
mentre la vita si inventa da sé
apre la porta e fugge
cerco me dove non sarò mai

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La paura dei venditori immigrati abusiviChe l’artista e/o l’intellettuale diano il meglio della loro opera in stato di “disagio” mi sembra una lettura romantica. Un concetto legato anche a certo passatismo che rimpiange un’epoca un po’ Bohèmienne. Ci si potrebbe soffermare anche a lungo a investigare su questo in relazione alla storia dell’arte, ma questo non mi sembrerebbe nemmeno il posto adatto. Vorrei invece parlare delle persone normali, quelle che come me nel loro massimo contributo all’arte e alla cultura riempiono uno spazio di parole inutile, a volte sgrammaticate, magari compiacendosene. Onestamente Ross ha sollevato un tema intrigante tra i viventi; tema poi rilanciato dalla cara amica Martina con un inaspettato inno alla speranza. Nella realtà credo che faccia sicuramente più notizia la “disgrazia” e che si rivelino assolutamente spesso più interessanti coloro che “piangono per professione”. Ciò permette noi di elargire quel sentimento molto egoistico che prende la denominazione di solidarietà così da sentirci migliori, più buoni. Persino quando condanniamo a morte le persone, vedi ad esempio certe posizioni sul respingimento dei barconi dei migranti, benché ne siamo consapevoli, abbiamo bisogno di affermare che, in quella guerra tra peones, non si tratta di razzismo né di avarizia, riusciamo a chiamarla solidarietà con un grande gioco molto acrobatico di ipocrisia. Io credo che ognuno debba misurarsi con la propria diversità, anche se spesso fatta di sfumature, e col proprio specchio. Che poi non di tristezza si tratta. E per ciò, non avendo nemmeno nessuna ambizione di spiegare o pontificare, ammetto in tutta onestà di non provare alcuna vergogna dai miei momenti di felicità e di non voler assolutamente formulare rinuncia. La felicità non è certo uno stato consolidato, è un fare sempre in divenire nel suo essere bisognoso di continua messa in discussione, verifica, superamento. Per me la vita ha senso come ricerca della felicità; e la ricerca comunque continua. Ciò che ci rende felici oggi, e ci basta, domani o anche fra un’ora potrebbe perdere il suo fascino e la sua attrazione. E’ tutt’altro che rado innamorarsi di un altro amore, anche per cercare un’età rimpianta, che pare appunto più felice. Non è perciò in ciò che provo né in quello che possono soffrire gli altri una sorta di condizione di rimorso con cui dovrei misurarmi e pagare la mia felicità. Nel mio caso potrei anche definirlo il raggiungimento di un progetto e il frutto di una paura; potremmo dirla codardia. La mia felicità è uno stato molto personale e privato, non deriva né si misura né prende vantaggi dall’infelicità altrui. A questo punto emozionato e curioso degli altri esseri umani ne incrocio il percorso con cautela, come un elefante nel classico negozio di porcellane. Non voglio il loro dolore perché vorrei evitare dolore a me e alcun senso di colpa. Cerco, per quanto possibile, che il mio rapporto con gli altri, chiunque essi siano, sia il più possibile indolore, non causa di sofferenze, sia che mi introduca nelle stanze dell’amore che in quelle dell’amicizia. Da ciò ne deriva che un mio stato di felicità non mi dà un senso di colpa ma sovente e relativamente semplicemente me ne dà uno di disagio. Per quanto nell’altro una sofferenza possa essere anche uno stato “necessario” nella sopravvivenza dell’individuo temo di essere frainteso, di offendere la sua sensibilità. Come ebbi modo di dire pavento la paura di essere invidiato quando invece vorrei condividere quel mio sorriso per lenire lo stato altrui, ma in verità spesso l’altra persona vuole una spalla su cui piangere e non si accontenta di un aiuto o di un consiglio. Credo, ma poi crediamo variamente quello che spesso non è e ci fa al momento comodo, di vedere relativamente quel bicchiere mezzo pieno. Io non ho certezze. Una cara amica mi diceva che resta in me, anche nella fatica e nel dolore, una gran voglia di vivere e un amore per le cose. La vita è un viaggio affascinante, certo spesso ci sono tappe di difficoltà, sono parte del gioco. Chiedetemi: porto sempre con me vivido il ricordo dei miei momenti più belli, sono quelli che riscattano qualsiasi fatica di vivere. Con la mia compagna ne parlo spesso e di lei ho molti di questi ricordi, il più bello invece è la nascita di mia figlia. Niente può rendere opaco quel ricordo. Sono state quelle ore che da sole valgono abbondantemente una vita.

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Tecnica mista e acrilico su cartoncinoPerché lo faccio? Non lo so. E’ solo un ragazzo. Uno come tanti. Non può avere molto di più di diciotto anni. Forse meno. Non ho avuto coraggio di chiederglielo. Soffre già abbastanza. E’ chiaro che ama ancora quella ragazza. Perché continuo in tutto questo? Dovrei avere almeno pietà per le persone. “Mi è stato detto che era il ragazzo di Silvana”.
Diversamente dall’altro non è in grado di sostenere il mio sguardo. Abbassa gli occhi. Come fosse in colpa. Eppure so che non ha nessuna colpa. Non lui, almeno. “L’ex. Solo ex. E’ finita un paio di mesi fa”.
Anche questa era una cosa che sapevo. Ho chiesto in giro. E’ stata facile da scoprire. Lo chiedo perché da qualcosa dobbiamo pure cominciare. Vorrei farlo sentire a suo agio. So che non può esserlo. Sono solo un idiota. “Perché”?
Ha un piercing al naso. Non mi da nessun fastidio. Sono affari suoi. Mi hanno detto che è uno di quelli che scrivono sui muri. Questo gli potrebbe causare qualche guaio. Non siamo qui per questo. Spero che gli vada sempre tutto diritto. La sua voce prende un tono ancora più amaro. “Non lo so, commissario. E’ stata lei. Mi ha detto una delle solite cose. Ho sentito dire… ma sono solo voci”.
Dovrei finirla qua. Non so ma non ci riesco. Mi sento di merda. “Non ha pensato di chiedere spiegazioni”?
Ed eccolo un briciolo di rassegnazione. “Non mi sono mai fatto illusioni. Sapevo che doveva durare quanto doveva durare. Era anche troppo bella, per me. Ci conoscevano fin da bambini. Quando se ne andata me ne son fatta una ragione. Era come se me l’aspettassi. Se lo sapessi che prima o dopo sarebbe successo. Se posso dirlo però non credevo sarebbe stata così dura.” –il ragazzo sembra sul punto di piangere. Si trattiene a stento– “Naturalmente non me l’aspettavo. Che finisse così. Non se lo meritava”.
Intanto mi portano il caffè. “Riesce a darsi una ragione? Gliene aveva mai parlato”.
Mai. Era una persona solare. Sembrava felice anche di quel niente. Credo mi amasse. Quando stavamo assieme. Poi l’ho vista perdere quella luce. Ho capito che qualcosa non andava. Gliel’ho chiesto. Credo sia stata felice con me. Di averla fatta felice. Almeno per un po’. Almeno questo pensiero mi consola. Ho cercato di restarle amico. Ma ci siamo persi un po’ di vista. E doveva esserci qualcosa di cui non mi voleva parlare. Forse un altro”.
Certo un altro. “Lei conosce l’ingegner Garbin”?
Quello? E chi non lo conosce. Qui. Il campione. E’ rimasto il campione del mondo. Qui è il padrone di tutto. E’ figlio del padrone. Era il padrone anche di ogni goccia del suo sudore. Ma poi lei ha lasciato quel lavoro. Non lo so perché. Me lo sono chiesto. E anche come faceva. Lei lo sa che non poteva contare su casa. Una famiglia mica ce l’aveva. Aveva solo i suoi sogni. Forse troppo grandi. Non ho capito ma quando è finita c’era qualcosa che non andava. Era strano Mi ha detto che non voleva finire così. Restare povera. Che non ce la faceva più. Che si meritava un’altra vita. Non la stavo più ascoltando. Lei mi capisce? Una donna che ti ha appena lasciato. Credo volesse dire che le cose stavano cambiando. Doveva essere felice e invece non lo era. Bisognerebbe chiederlo a lei ma a lei non lo si può più chiedere; credo”.
E’ possibile che loro due… cioè che si vedessero”?
Mi guarda perplesso. Se non lo è lo sa fare bene. Ne dubito. Eppure deve sapere. Forse nemmeno lui ci vuole credere. “Intende dire che ci fosse qualcosa? E che ne so. Lui non mi piace. Non credo. Non ne abbiamo mai parlato. Lei era ancora così giovane. Quasi una bambina. Non c’è stato niente tra noi. Niente di importante. Mi capisce? Qualche bacio. Niente di più. Un amore puro. Cose da ragazzi. Certo che quando lo incontravamo la guardava in quel suo modo. Che pare che tutto sia suo. Forse… credo di ricordare… penso mi abbia accennato qualcosa. Che una sera l’aveva invitata per un aperitivo. Un aperitivo. Silvana si può dire che nemmeno sapeva cos’era. Si fa per dire. Offrire un aperitivo a una che a stento ha di che mangiare. A una sua operaia. Allora m’è sembrato semplicemente ridicolo”.
E’ perfettamente inutile mettergli altri dubbi. O mettergli in corpo del rancore. Si vede: è già pieno di ricordi. E di amarezze. E di rimorsi. Si sta chiedendo cosa ha fatto. E temo se lo stia chiedendo da molto tempo. Forse c’è anche qualcosa da cui vorrebbe tornare indietro. “Non volevo dire quello. Semplicemente non so perché gliel’ho chiesto. Vorrei capire. E il Garbin mi sembra uno che le chiacchiere le fa fare. E le fa. Uno che le cose le sa. Ma ripeto: era una domanda come tante. Nemmeno a me piace. Scusi se mi permetto. So che non dovrei. Scordi di avermelo sentito dire”.
In fondo è solo il ragazzo di una che dopo averlo lasciato ha deciso di annegarsi nel Brenta. Di una che per quanto bella adesso sta sotto un lenzuolo. Nel bigliettino che abbiamo ritrovato, vergato di suo pugno, quella ragazza aveva lasciato detto «Lui non è come Riccardo. Credo di aver sbagliato tutto. Sono solo tanto stanca». Vorrei consolare quel ragazzo. Dirgli che lei lo aveva amato. Che quello era amore. Non so se faccio bene. Alla fine decido di tenere quel segreto per me.

Primo lo trovo al bar il giorno dopo. E’ lui che mi ha detto tutto quello che non sapevo. Ma parla mal volentieri. E lo vedo da me che ci sono cose che non vuole dire. Forse per pudore. Forse per salvare un ricordo. Forse perché sono troppo difficili da dire. “Si diceva che stava diventando la più bella che si fosse mai vista per le nostre strade”.

Certe conclusioni non stanno proprio a me. Sono solo un magistrato.
Qui la storia finisce. Se una storia come questa trova mai una fine. Ma tranquilli: non c’è nessuna Silvana; non ancora, almeno.

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Tecnica mista e acrilico su cartoncinoForse dovrei chiederlo ad Enrica. Ma lei non può averlo mai visto. Non mi piacerebbe comunque vederla guardarlo come lo guardano tante mogli di tanti che poi sono così riverenti con lui. E lui deve essere considerato un gran bell’uomo. Non so con che occhi guardano le donne ma ci potrei scommettere. Ed è sempre perfetto come si è presentato. Lasciando il suv parcheggiato davanti al portone. Cravatta in tono, non una piega. Capelli pettinati perfettamente. Un dopobarba insinuante. Occhi profondi e imbarazzanti anche se in questo momento sono a riposo, imbarazzati loro. E all’erta. Un tipo intendo preciso e sempre composto. Il classico bravo ragazzo diventato uomo importante, l’ingegnere. Un tipo che mi piace poco. Anzi non mi piace nulla. Intanto parlo come parlassi con me. Come pensassi a voce alta. “Non era molto alta. L’altezza non è tutto. Avrebbe potuto avere un futuro davanti. Lei conosceva la Bibiani”?
Era stato un campione nazionale. Cosa che in un posto come questo ne fa automaticamente un eroe. Una celebrità. Quando aveva smesso aveva ripreso gli studi. E si era laureato. E aveva avuto sempre tutti gli occhi delle donne addosso. Soprattutto in un paesino come questo. Ne giravano di chiacchiere. Come in ogni piccolo borgo. Tutto è provincia. Qualcuna diceva che era così bello che non sarebbe stata affatto sorpresa scoprendo che era gay. E subito aggiungeva un “non lo è, per fortuna”. Era cioè il sogno di ogni donna, maritata o no. Anche dopo il suo matrimonio. Anche dopo che sua moglie aveva avuto quei due bambini. E aveva l’invidia e la deferenza anche di tutti gli uomini. Parevano non vedere. Risponde fin troppo in fretta: “No! come tanti altri. Di vista. Ci si conosce tutti”.
Già! ci si conosce tutti. Non suda. Non mostra imbarazzo: “Scusi se glielo chiedo: quanti anni ha sua moglie”?
La voce è suadente con una lingua lenta ma tranquilla. Con parole che possiede perfettamente e che sembrava preparate; già pensate. La mano in tasca per darsi un’aria rilassata. Una tranquillità che non ha. Vorrei prenderlo per il collo. Non ne ho nessun diritto. Tutto lo ha sempre protetto. Per quel padre. La legge lo protegge. Non è stato lui. Non in quel modo. Fa parte di quelli che possono uccidere con un sorriso, ma loro le mani non le sporcano mai. Al massimo, per casi estremi, le fanno sporcare agli altri: “Venti… Perché? Cosa vuole intendere con questa domanda commissario”?
La fabbrica di scarpe è sua. Del padre. E hanno casa a Montecarlo. E a Cortina. E molte in paese. Uno così non te lo fai mai nemico. E il nodo della cravatta sembra disegnato da un architetto: “Niente. Assolutamente niente. Dicevo. E poi non sono commissario”.
Comunque non abbassa la guardia. Ma sembra doversi giustificare: “Una ragazza carina. Non lo nego. Non so cosa va a pensare; ma lei mi vede. Lo sanno tutti: potrei avere tutte le donne che voglio. Ma sono fedele. Fedele alla mia Cinzia”.
Aveva sempre trovato chi sistemava le cose. E poi uno così non sbaglia. O sbaglia poco. Il minimo. E c’è sempre quello. Un avvocato; naturalmente il più bravo. Il papà. Qualcuno pronto a dire la vera verità. Un viaggio all’estero. Si dimentica presto per uno come lui. Non sopporto nemmeno l’odore del suo dopobarba: “Solo una ragazzina. Poco più di una bambina. A lei piacciono giovani o mi sbaglio”?
Ha la sfrontatezza tipica del padrone. Ma perde un po’ della compostezza. E’ così che noto che il suo argomentare si fa solo un po’ confuso: “Guardi che sono loro. Come le dicevo. Sono le donne a ronzarmi torno. Non le saprei dire se conta l’età. Mai fatto caso. Nemmeno le vedo. Non è colpa mia. Chieda. Chieda in giro. Pensi che una volta… Meglio non dirlo, sono un galantuomo. Sfacciatamente. Con mia moglie là. E sembrerebbe tanto una signora. Meglio non parlarne. Bocca taci. Una cosa… imbarazzante; le dico. E mica è stata la sola volta. Pensi che ho dovuto perfino minacciare delle diffide. Come le dicevo sono fedele a mia moglie. E’ per questo che non me ne devo occupare. Non può rimproverarmi nulla”.
Vorrei averti per cinque minuti tra le mani. Non le sopporto più queste ipocrisie. Dovrei essere qui per questo. Per scoprire. Dove c’è da scoprire. Ma oggi ho le mani legate. Non ci posso fare niente. Vorrei almeno fargli paura. Vorrei… è solo che tutto questo mi fa star male. “E’ stato visto con lei. Non una volta”.
Entra nelle difensive. Sa che non posso fargli nulla. Pensa che io sappia qualcosa. Qualcosa che gli può far comunque male. Deve essere curioso. Curioso di capire dove voglio andare a parare. Se non ha una morale, e non ce l’ha, avrà almeno dei dubbi. “Due chiacchiere, tra compaesani. Come diceva lei era solo una bambina. Niente che possa averle detto. Ho solo cercato di essere gentile, con lei. Non so cosa si possa essere messa in testa; se si è messa in testa qualcosa. Certo non le ho fatto promesse”.
Per la prima volta si è tradito. Non posso approfittarne. E’ già tanto quello che faccio. Se si ricorda che può tranquillamente alzarsi lo fa. E se ne va. In fondo non può essere nient’altro che una chiacchierata. Come tra amici. Anche se non lo siamo. E non lo saremo mai. Non c’è nessun reato. Non posso provare niente. Niente tranne quello che sanno tutti. Ma lui non ha paura della verità. Lui la sa la verità. Non può averne paura uno che ha poco da temere anche dalla legge. “Cosa si prova con una ragazzina? Me lo chiedo. Me lo saprebbe dire lei? Io la conoscevo. La conoscevo di vista. La guardavo e mi metteva allegria. Non ci ho mai parlato. Quello che mi ispirava era tenerezza. Solo tenerezza”.
Sta per reagire ma ritrova il controllo. Ho perso prima di sedermi. Ho perso anche il buon senso. Dovrei trovare l’intelligenza di liberarmene. Di licenziarlo, da questa chiacchierata. “Anche a me”.
Per cui tra lei e la signorina Bibiani non c’è mai stato nient’altro… mi conferma che la conosceva solo come una semplice conoscente”.
Certo che lo confermo. Dovrei chiamare il mio avvocato? E poi non ci posso fare niente comunque se lei ha deciso di finirla così. Mica è stata spinta da nessuno a fare quello che ha fatto”.
Un suicidio non è mai un delitto. Dopo un suicidio chiudi il fascicolo e lo lasci lì. Al massimo cerchi di sottrarti alla stampa. Non hai giustificazione. Non hai niente da dire. Hai solo voglia di mettere la parola fine. Di tacere. Soprattutto per una vita così breve. Sfoglio l’agenda. Faccio finta di leggere: “Ci sarebbe anche quell’episodio. Di quella… come si chiamara… Clara. Anche lei ancora una bambina, molto di più; non ne conviene”?
Solo cattiverie. Nient’altro. Invidia. E poi sono solo chiacchiere. La denuncia è stata subito ritirata. Lei mi offende, commissario. Vuole rimproverarmi per qualcosa”?
Non sono commissario e poi si dice accusa, non rimprovero. Quello lo lasciamo alle mamme. Si fa per dire. Per chiacchierare. Altrimenti non saremmo qui a parlare così. Diversamente l’avrei convocato in ufficio. Mi piacerebbe sapere che ne pensa. Alla fine, come dice lei, sono solo chiacchiere. Non c’è più alcuna denuncia. Il fatto, come si dice da noi, non sussiste. Invece è stato… archiviato”.
Cosa vuole che ne pensi. La penso esattamente come lei”.
Per un attimo sto per perdere il controllo. “E io come la penso? Me lo dica. Vorrei saperlo anch’io”.
Meglio che la faccia finita con questa pagliacciata. Tanto meglio per lui. E per me. Non aspetto che lui parli. Gli stringo la mano. Le mie parole sono solo un invito affinché liberi la mia vista dalla sua presenza. “Lo so. Ma so anche che sto male. Lei non mi può capire. Non credo. E’ stupido quello che dico. Lo so da solo. E poi dirlo proprio a lei. E’ come se l’avessi spinta anch’io. Se l’avessimo spinta tutti. E se qualcuno in particolare… mi capisce. Non voglio dire… mi sento strano, a disagio. E’ un suicidio, questo è chiaro. Solo che la testa mi dice… come se qualcuno l’avesse… come dire? invitata a farlo. Le avesse detto: accomodati pure. Le avesse spiegato che non c’era posto per lei. In questo mondo, intendo. Che non aveva speranze. Ma credo che ci vedremo ancora”.[Audio “https://sites.google.com/site/semario2/UnMazzoDiFiori.mp3”%5D
Continua…


Per il brano musicale scelto a corredo si tratta della canzone “Un mazzo di fiori” di  Lucio Dalla dall’album Anidride solforosa del 1975.

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Tecnica mista e acrilico su cartoncinoNon fosse cronaca potrebbe essere una favola, una favola triste. Ma sono stanco di queste cose. Ne ho già viste troppe. E poi il destino ha chiuso la pratica ancor prima di aprirla. Non potevo farci niente ma non riesco a non fare niente. Dentro la miseria non c’è legge.
Io la conoscevo la Silvana. Fin da bambina. Una come tante. L’ho vista crescere. E farsi bella; una bella ragazzina. Veramente bella. Nonostante tutto. Dovrei non pensarci. Una storia avara, la sua. Queste storie di paese sembrano spesso uguali. Sembrano avere un destino fin dal loro inizio. A guardarti intorno sembrano sempre gli stessi come una condanna.
Veramente conosco tutti i protagonisti. Gambarare è un buco. Un posto che definirlo piccolo è dargli importanza, valorizzarlo. In fondo due strade e una piazza. Nemmeno un paese. Che poi certe cose sembrano naturali. Le ho sapute dopo. Solo in queste ore. Le ho sapute per averle chieste.
La madre era stata ricoverata. Non aveva resistito. La testa. Quando sono andati a prenderla era un fantasma. Tutta pelle e ossa. Nemmeno si vedevano gli ematomi. Cosi mi dicono.
Mi raccontano che era chiusa nel suo mutismo assoluto, non parlava già più da un paio d’anni. Gli occhi parevano non saper vedere nessuno. Vagavano senza metà. I capelli già bianchi tutti arruffati. Una cosa da far pena. Sporca come quelle che una casa non ce l’hanno. La loro era piccola e vecchia, ma c’era l’acqua nel pozzo.
Allora avrà avuto sei o sette anni, Silvana. La guardò portare via con gli occhi sgranati. Sembrava non capire. O capire fin troppo bene. Forse solo non volere capire. Cercare di cancellare. Per salvarsi. Ma lei era diversa. Sembrava non doversi sporcare di nulla. Che lo sporco non la potesse proprio sporcare. E dentro si portava il suo dolore.
Quella storia era sua e la teneva solo per se. I suoi incubi riapparivano la notte. Il padre era un orco di poche parole. Ma tra tante chiacchiere non si sa mai dove si nasconde la verità. Comunque quello che è certo è che Silvana la vita l’ha conosciuta presto. Troppo presto.
A scuola non andava bene. Forse non era una cima, ma come si fa a pensare alla scuola in quelle condizioni? Quando tutto sembra remare contro? Quando la testa non ti segue? Comunque non si è mai trovato niente. E sul niente non si costruisce niente. Niente tranne quello che si definisce un teorema. Solo teoria. E cose a cui la gente non vuole credere.
Eppure era una ragazzina solare. O almeno pareva. Era il suo modo di reagire. Di difendersi. Aperta con tutti. A modo suo cercava di sopravvivere. Di non farsi rubare il sorriso. E aveva trovato lavoro in un calzaturificio.
Lavoro duro. Le bastava per stare distante da casa. Per liberarsi del bisogno. Per fuggire. Da quello. Dall’orco. E dai fantasmi. E dai ricordi. Avrà quindici anni, non più di sedici. E li dimostrava tutti. Non ne potrà contare altri. Forse sta meglio dov’è. E’ amaro dirlo.
Quando la vedevo la vedevo sempre col naso attaccato a qualche vetrina. Vicino a Piazza Vecchia. O direttamente a Mira. Per lei vie del centro. Con gli occhi rapiti, sempre gli stessi, quelli di una bambina. Ci passava delle ore, lì davanti. A guardare quello che non avrebbe mai potuto comparsi. E mica potevo immaginare che ci sarebbe andata anche l’ultimo giorno. E poi perché avrei dovuto?
Non le ho mai parlato. Avrei voluto. Parlo spesso con le persone. Per conoscerle. Per capire e convincermi di dove sono. Per vincere la loro diffidenza. Magari bevo un gotto con loro. Ma lei era cosi giovane. E innocente. Sembrava appartenere ad un altro luogo.
Stupidamente pensavo che le mie parole avrebbero potuto offenderla. Che sarebbero state inopportune. E inutile. E lo sarebbero state. Perché non si può cambiare il destino delle persone. Sono quello che vogliono essere, le persone. O quello che possono. Da qui non si esce; mi sono sempre detto.
E’ la storia più vecchia del mondo. Un segreto che non è segreto per nessuno. Piccoli pettegolezzi. Non li ascoltavo. Pensavo non potessero appartenerle. A volte servono per sentirsi vivi. Per questo quotidiano. E questa monotonia. Ché nemmeno mi interessano le storie di corna. Quelle cose lì. Magari nascondono il dramma. Ma prima, e il più delle volte, quel dramma resta dentro casa. Tra quelle quattro mura.
Non è compito nostro. Non siamo né i confessori ne quelli che debbono parlare all’anima. L’inferno è solo qui, nella terra. Una donna può decidere per quello che vuole. Ma non è proibito sognare. E lei non era ancora donna.
Pensavo a quel suo sguardo fisso sulle vetrine. Certo che lo sapevo. Lui l’aveva sporcata, e poi uccisa ma non c’era delitto. Aveva ucciso solo i suoi sogni. Era stata lei a togliersi le scarpe e le calze. A ripiegare il vestitino, che si era comprata il sabato prima in una svendita, per non stropicciarlo. A lasciarsi infine scivolare nel Brenta. Ma la borsetta di Carvis era vera.
Continua…

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Senza le bugie allora impazzerebbero le paure. Senza bugie non saremmo quello che siamo. Non chiedere come sto. “Non ti preoccupare di me; tanto non lo faresti. Non dirmi nemmeno la verità perché ne ho fin troppa di verità. E di piccole cose e di miseria”. E se mi guardo non piaccio nemmeno a me. E allora dimmi bella. E allora dimmi che mi ami. Dillo per favore, tanto non credo nemmeno al tuo nome ma ho voglia di spendere la tristezza. E cerca di crederci mentre lo dici. Cerca di illudermi e di illuderti. E così facile mentirsi che ne vale la pena. Anche se sono solo bolle di sapone.
Strappò alcune pagine dal calendario ma non gli fu di utilità. Avrebbe voluto poterla amare. Ne aveva bisogno. Ciò che diceva di sé gli sembrava comunque quella bugia. Come se dovesse lusingarsi, farsi bello. Chioccia la voce e terribile il risultato. Ricerca di vecchie avventure con la paura del silenzio. Perché le parole non parlano? E ti lasciano quando servono? Anche i ricordi gli rammentavano che non era più quel ragazzo; libero; disposto ad illudersi; capace d’amare. Deve essere questa l’età, questo rimpiangere.
Nonostante le parole di lei si sentiva perso; perso e vuoto. Raccolse un sasso e caricò la fionda. Mirò alla luna perché era inutile sprecare energie per meno.

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a Eftimios

Dietro le pareti, dietro i vetri il vento era una costante; non un sibilo ma più un sussurro, un respiro, leggero.
La luce quel mattino era un violento bagliore, un barbaglio; accecava la vista e incideva sulle cose profili come solo un punteruolo può sulla cera.
Il panorama, dall’ampia vetrata, di infiniti suggerimenti degradava indeciso verso il lago per poi rialzarsi brevemente e infine spegnersi nel mare; nell’avvicinarsi al quale si faceva meno sicuro, si sfumava e stemperava in quel chiarore. A sinistra un piccolo colle orgoglioso si alzava appuntito quasi ad affermare una presenza come provvisoria. Ma il lago non rifletteva la luce, anzi la tratteneva.
Dario si muoveva lentamente con passi misurati e soffocati per le ampie stanze facendo attenzione per non lasciarsi sfuggire il senso di quei sospiri tanto tenui da tradire la presenza, e non lasciare orme; senza riuscire a ritrarre lo sguardo da quei ritratti (tracciati con segno sottile ma preciso) più che come specchi; specchi.
Per l’amore e il dolore (quelli veri) la parola è pura; violenta; bestemmia. Quanta letteratura si era tradita in ciò. Adesso questo gli sembrava più chiaro ed esplicito ed anche in sé taceva, gl’occhi colmi di lacrime mai confessate.
Ma poi era solo quel paesaggio a lacerargli il cuore? Lui era lì, presente anche se non riuscivano ad incontrarsi; non per gli oggetti che pure erano appartenuti a lui, non per i gesti-riti che ne serbavano memorie. Eppure vi era quasi una trasparenza insolita per i sentimenti. Una nudità; dura.
Misurava ogni gesto per non sporcare, per non tradirsi. Le fronde che da lontano si agitavano erano più che un richiamo, un continuo celare e svelare fatto della mitologia del quotidiano. Le nubi giocavano piccoli disegni.
Aveva perso qualcosa di sé per sempre e di questo ne prendeva piena coscienza ma contemporaneamente ne era accresciuto; contemporaneamente capiva come vi siano presenze che non potevano mai venir meno ed essere mutate da nessun processo di ricostruzione mnemonica.
Il tempo non poteva essere né un limite né un argine. Non sapeva ancora se ne avrebbe parlato né che ci avrebbe parlato. Anzi, se il sapere è qualcosa in qualche modo legata alla ragione, non sapeva. Non voleva sapere.
Per un attimo trattenne anche il fumo della sigaretta, poi la spense per non tradire nemmeno gli odori e si accomodò in una sedia, lo sguardo fisso nel vuoto. Temette di perdersi.
Fra tanti paesaggi solo con lui voleva stare in quel momento, solo con lui come non mai e con il fascino di quel silenzio. Da uomo a uomo. Con lui che forse non aveva in realtà mai chiesto il come ma solo l’essere; che pure doveva aver cercato in sé una ragione senza poterla trovare.

Poteva capire quel suo cupo e rancoroso dolore? Lenirlo con il sogno di un pallido forzato mite sorriso? Raccolse e sfogliò distrattamente un libro senza però distrarsi dai suoi pensieri, poi, prima di tornare sui suoi passi, sottoscrisse il patto: i suoi silenzi sarebbero stati d’ora in poi i loro, il loro modo di capirsi, l’angolo di questo patto e lì solo lui l’avrebbe veramente capito per quell’amicizia che non aveva avuto modo di diventare.¹


1] 3 aprile 1991

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poesiaCercare di vivere e tornare a morire
ogni anno e di giorno in giorno,
i dolori ci accompagnano
e le felicità si scordano di noi,
e se “la notte è stellata
e se le troppe stelle illuminano
non una stella se ne cura
né una mano basta alla carezza,
con lei “a volte anche lui ti amava”,
e dove non c’ero io sono entrato
scusami se è tardi, amore,
ma io non sbaglio giorno;
ogni giorno è così uguale ad un altro
e ogni anno sgrana nel rosario:
come posso anch’io non amare i tuoi grandi occhi,
di quegli occhi l’immensa pace e serenità
e il sorriso che li rende ancora caldi?
ma io non voglio entrare in quella stanza
e nei segreti di quella stanza
e nelle ombre che abitano quella stanza
e negli angoli più riposti, frammenti di schegge
quella stanza il cuore; come posso?
Come posso? e ciò che ho perso
(incredibile) l’ho ritrovato; è ritornato:
e amore, c’è un posto di tutto e uno di niente
col pudore che rende pigro ogni gesto
di questi che non saranno gli ultimi versi
ma che tacciono se il dolore fa loro cenno
di quel passato che non passa mai.
E allora vengo il giorno dopo;
potessi essere io là dove non ero
ad asciugare i versi di quelle lacrime.

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poesiaQualcosa di questo
qualcosa di quello,
tutto torna alla mente.
Frughi fra oggetti distanti
rievochi     riassumi     rammenti
in una parola     ritrovi
distratto e con noncuranza
ciò che i ricordi     taciuti
hanno trasformato e goduto.
Guardi la pioggia sui vetri
i fili fragili e muti
poi con attenzione osservi
la blanda scadenza dei minuti.

11.07.1973

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